Già a novembre il presidente dell’Inps aveva parlato di “aggressioni quotidiane” agli sportelli dell’ente e ieri è stata firmata, col capo della Polizia – direttore generale della Pubblica Sicurezza, Franco Gabrielli –, una convenzione per lo svolgimento di una “Attività di collaborazione connessa al servizio di video sorveglianza presso le strutture Inps”. Si tratta di un accordo che prevede che i sistemi di videosorveglianza delle sedi dell’Inps siano connessi costantemente con le sale operative delle Questure italiane in modo che i poliziotti possano intervenire immediatamente in caso di episodi di violenza nei confronti delle persone presenti negli uffici. La convenzione è stata sottoscritta in occasione dei 120 anni dell’istituto previdenziale. Si tratta di una collaborazione che rappresenta, dice il Dipartimento di Pubblica sicurezza, “un efficace strumento per contrastare gli episodi di aggressione che possono verificarsi nelle sedi dell’Istituto, mettendo in pericolo l’incolumità dei dipendenti e dei cittadini che si trovano temporaneamente presenti”.
Rai, Di Maio all’attacco sui mega-costi di Fazio: troppi 72 milioni in 4 anni
I costi del programma di Fabio Fazio tornano al centro della scena politica. Perché stavolta è Luigi Di Maio a chiedere che venga rivisto il compenso del conduttore di Che tempo che fa. L’occasione la dà l’audizione del vicepremier in commissione di Vigilanza Rai: “Spero si possa affrontare presto il tema della retribuzione e delle ingegnerie messe in atto per la casa di produzione. C’è un piano della precedente governance valido fino a marzo, ma speriamo che possa prevalere il buon senso”, esordisce il leader pentastellato. Parole che fanno cadere quel velo d’ipocrisia che finora ha avvolto la vicenda. Ovvero che la trasmissione, fortemente voluta su Rai1 dall’ex dg Mario Orfeo, sia ripagata interamente con la pubblicità e che costi molto meno rispetto alla messa in onda di una fiction (che a differenza di un talk show può essere ritrasmessa). Numeri che comunque non giustificano l’enorme cifra del contratto, rinnovato a settembre dall’ad Fabrizio Salini.
Il compenso di Fazio – come rivelato dal Fatto – ammonta a 2 milioni e 240 mila euro l’anno, al lordo delle imposte. Ma se vi aggiungiamo i soldi per la società Officina, di cui Fazio detiene quote, e i costi vivi per la Rai, si arriva 18 milioni l’anno. Che per quattro anni (la durata del contratto) fanno 72. Ed è un programma che non arriva al 20% di share.
Fazio, che deve aver capito l’antifona, risponde in maniera conciliante: “Do tutta la mia sincera disponibilità sin d’ora a parlare di televisione, di costi, di ricavi, di opportunità, di compensi e guadagni e di ogni altro aspetto che riguarda la produzione dei programmi, delle produzioni esterne e del mio lavoro. E soprattutto di prodotto e contenuto”. Staremo a vedere come finirà, ma dopo le parole di Di Maio sarà difficile che il contratto resti invariato. Anche perché se tra i 5Stelle se ne fa un discorso economico, dalle parti della Lega la questione diventa politica. A Salvini, si sa, Fazio non piace, basti vedere le polemiche seguite all’invito in trasmissione del sindaco di Riace, Mimmo Lucano. Qualche leghista non fa mistero che si preferirebbe riportare Che tempo che fa su Rai3. Difficile che accada, ma qualcuno ci pensa.
In Vigilanza qualcuno ha anche chiesto conto dell’assenza di programmi d’informazione in prima serata (c’è solo #Cartabianca su Rai3). “È una situazione da attribuire alla passata dirigenza che ha regalato fiori di professionisti alla concorrenza”, dice Di Maio ricordando Massimo Giletti, Giovanni Floris, Massimo Giannini, Nicola Porro e Milena Gabanelli.
Manovra, si tratta a oltranza Lite 5Stelle-Lega sul reddito
Sulla manovra si tratta a oltranza. Il governo ha deciso che non si discosterà dall’ultima offerta, che porta il deficit 2019 dal 2,4% del Pil previsto al 2,04% proposto dal premier Giuseppe Conte. La trattativa con Bruxelles proseguirà nei prossimi giorni. “Si lavorerà anche la notte”, ha avvisato ieri Conte, a margine del Consiglio europeo, per evitare che mercoledì prossimo la Commissione avvii la procedura per debito chiedendo all’Italia pesanti misure correttive. A trattare a Bruxelles restano i tecnici del Tesoro.
Il dietrofront, però, sta scuotendo la maggioranza. Per ottenerlo servono infatti tagli che fanno emergere le fibrillazioni tra i gialloverdi, ieri riattivate dalle parole del numero due leghista Giancarlo Giorgetti sul reddito di cittadinanza: “Purtroppo il programma elettorale di M5S al Sud ha registrato larghi consensi probabilmente anche perché era previsto il reddito di cittadinanza – ha spiegato il plenipotenziario di Salvini a Palazzo Chigi durante un convegno -. Credo che abbia orientato pochissimi elettori della mie zone. Magari è l’Italia che non ci piace, ma è l’Italia con cui dobbiamo confrontarci”. Una misura, spiega, “che serve a incentivare i posti di lavoro ma il pericolo che vedo è che possa alimentare il lavoro nero”. Uscita che scatena la rabbia grillina: “Da Giorgetti ci aspettiamo rispetto”, attacca il capogruppo al Senato, Stefano Patuanelli. “Nessun rischio di lavoro nero, e a me l’Italia piace tutta”, replica Di Maio. Il leader M5S, raccontano, è infuriato. Salvini tace. A chi lo ha incrociato, però, Giorgetti ha spiegato di essere stato frainteso. L’intenzione era difendere una misura “che è nel Contratto e va rispettata perché la gente ci ha votato per questo”. Al punto, ha ricordato al convegno, che “se non sarà possibile realizzare il Contratto, la parola deve tornare al popolo perché senza il suo consenso un governo, e questo ne ha, non può esistere”. Un segnale a Silvio Berlusconi, lanciato in una campagna acquisti tra le file grilline. Insomma: una maggioranza alternativa non è possibile. Le liti interne alla maggioranza riflettono lo stallo della trattativa con l’Ue.
La distanza con la Commissione è nota e ormai appesa a dettagli tecnici indecifrabili. Il nuovo obiettivo di disavanzo al 2% e spiccioli comporta 6,5 miliardi di tagli. Di questi, circa 3,6 sono certi, e arrivano dai risparmi ottenuti riducendo il fondo previsto per Reddito di Cittadinanza e Quota 100: per la prima misura, che partirà da aprile, si tratta di “ soli” 1,6 miliardi; per la seconda circa 2. Mancano altri 3 miliardi. Il governo promette di trovarli con maxi dismissioni immobiliari, che impattano sul deficit (risultano come investimenti negativi, riducendo il disavanzo).
Cifre però mai raggiunte in passato. Bruxelles non ha ancora deciso se prenderle sul serio, ma vuole venga mostrata anche una riduzione del deficit “strutturale”, cioè al netto delle misure temporanee. Il conto così salirebbe a 5 miliardi. Ieri Conte ha fatto il giro dei leader Ue. Dal colloqui con Merkel sarebbero emersi i timori per le misure sulle pensioni. Il fronte dei Paesi del Nord preme per la linea dura. “Ci aspettiamo rigore”, ha detto l’olandese Mark Rutte.
L’unica certezza è che il governo non vuole scendere sotto quel 2%. C’è poi il rischio di un aumento del deficit nel 2020. Qui la proposta dell’esecutivo è maquillage contabile: l’idea, in sintesi, è di far scattare parte delle clausole di salvaguardia, gli aumenti automatici dell’Iva. A bilancio, per il 2020, ce ne sono per circa 19 miliardi. La manovra ne disinnesca solo 5,5. La proposta è di ridurre la cifra a 2 miliardi. Con i 3,5 ottenuti, si potrebbe portare il deficit dall’1,8% del Pil previsto all’1,5%. Ma Bruxelles non ha mai preso sul serio le clausole. A ogni modo, il governo non cambierà le stime di crescita del Pil, un improbabile +1,5% nel 2019. Secondo Bankitalia, nel 2019-2021 non si andrà oltre l’1% di media.
Sicilia, Faraone segretario dimezzato che piace a Miccichè
Niente primarie Pd in Sicilia, domani. Dopo il ritiro di uno dei due candidati, Teresa Piccione, nella tarda serata di giovedì si è riunita la Commissione regionale per il congresso che ha nominato l’altro candidato, il renziano Davide Faraone, segretario del Pd nell’isola. La proclamazione vera e propria spetta all’Assemblea regionale, che comunque sarà monca: avrà 180 membri e non 300, perché mancano i 120 designati dalle assemblee provinciali mai svolte. E quei 180 che si insedieranno saranno tutti esponenti delle liste di Faraone, dato che la coalizione della Piccione, espressione dell’area Zingaretti, non ha presentato i propri candidati.
Teresa Piccione due giorni fa, dopo il suo ritiro a sorpresa, aveva duramente attaccato la Commissione nazionale di garanzia, accusando di avere stravolto le regole del partito con il rinvio dei congressi provinciali e di circolo a dopo le primarie. Faraone, peraltro, è molto vicino a Gianfranco Miccichè, che era presente anche alla sua Leopolda sicula: che i due gestiscano insieme anche il Pd è più che un sospetto. E per restare in tema di congressi regionali Pd, domani si vota nelle Marche.
La spinta di Boschi e Fassino per lo Zelig di Banca Etruria
Potrebbe essere, all’ombra della Mole, il capolavoro del renzismo che sopravvive a se stesso oltre, addirittura, la volontà del proprio capo. Peggio ancora: potrebbe affidare Torino e il Piemonte a un’imbarazzante alleanza tra la fedelissima di Renzi, Maria Elena Boschi, e un antico “maggiordomo” dell’ex premier di Rignano sull’Arno, quel Piero Fassino premiato (per i suoi servizi e nonostante l’umiliante sconfitta alle Comunali del 2016) con un collegio sicuro in Emilia Romagna.
L’ex “ragazzo rosso” subalpino, però, non ha smesso di tessere le sue trame e, domani, spera di assistere al trionfo di questo disegno. A una settimana dal Natale, infatti, nella penultima domenica dello shopping festivo, il Piemonte voterà in 168 seggi per le primarie che designeranno il segretario regionale. Tre mesi in anticipo, e con un quadro abbastanza dissonante, rispetto alla contesa nazionale tra Zingaretti e Martina: una corsa che vede invece gli schieramenti piemontesi di queste ore completamente ribaltati quando si comincia a parlare degli equilibri del Nazareno.
Ma chi vincerà in Piemonte? Un passo avanti è certamente Mauro Marino, 54 anni, senatore del Pd alla sua quinta legislatura e rieletto grazie a un’interpretazione amicale dello statuto del partito. La sua è una carriera politica che ricorda i funambolici travestimenti del concittadino Arturo Brachetti: ultimo segretario torinese del Pri e fedelissimo di Giorgio La Malfa, quando l’Edera repubblicana affascinava le lobby e le logge subalpine; poi in Alleanza per Torino che appoggiò l’elezione di Valentino Castellani a sindaco e interpretò il pensiero del banchiere Enrico Salza; con l’Asinello di Arturo Parisi ai tempi del prodismo, infine alla Margherita e poi l’approdo nel Pd. Come scudiero, lui ex repubblicano e un tempo laicissimo, della cattolica Rosy Bindi: subito abbandonata per Maria Elena Boschi, una volta ottenuta l’elezione al quarto mandato.
Ma è la ricandidatura nella primavera scorsa la cartina a tornasole del suo legame con la deputata di Laterina: la “paga del sabato” per aver provato a gestire (inutilmente) a favore della sua leader la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche. Quando, come vicepresidente, lanciava appelli inascoltati: “Basta discutere di Banca Etruria, non dobbiamo convocare l’ex ad di Unicredit Ghizzoni: non serve”.
Come andò poi a finire è noto, ma i patti sono patti e così Marino è tornato in Senato in quota Boschi e ora vuole diventare segretario regionale con l’appoggio dei renziani più ortodossi, di Fassino e della vecchia tribù torinese di ex Pci come la sua “eminenza grigia” Giancarlo Quagliotti, e dell’accoppiata tra due “aziende” di padroni delle tessere entrambe con ascendenze socialiste: quella di Mauro Laus, imprenditore e senatore, e quella della famiglia Gallo, la “corrente autostradale” del Pd subalpino.
A contendere le urne di domani, ci sono Monica Canalis, 38 anni, consigliera della Città Metropolitana e candidata dell’ex renziano Stefano Lepri, uno dei capi dell’area cattodem integralista del Pd (la Canalis eroderà una parte dei consensi che un tempo in Piemonte andavano a Matteo Renzi) e Paolo Furia, 31 anni, ricercatore precario di Filosofia alla Sorbona, gay ed erede di una dinastia biellese di militanza nel Pci e nella Cgil. È lui il vero disturbatore dell’alleanza Boschi-Fassino ed è il nome scelto dalla sinistra che, due mesi fa, era già riuscita a far saltare l’accordo tra Laus e i Gallo per prendersi la segreteria regionale. Lo appoggiano parlamentari come Anna Rossomando, vicepresidente del Senato, e il costituzionalista Andrea Giorgis, l’ex ministro ed ex fassiniano Cesare Damiano e un reduce del Psi, Giusi La Ganga.
Furia, tra i tre, è l’unico che cerca di uscire dai temi più locali (il Sì al Tav e il sì alla proposta di alleanze civiche o addirittura di una rinuncia al simbolo del Pd che si sta agitando attorno alla possibilità per Sergio Chiamparino di essere confermato alla guida del Piemonte). Il suo attacco è soprattutto a Renzi e al renzismo e dunque alle contraddizioni di Marino: “Sento parlare di lanciafiamme, dopo aver sentito parlare di rottamazione. Sono parole volgari e false: la presunta rottamazione ha favorito solo il riciclo. La mia parola chiave è invece ricostruire, non distruggere. Marino spieghi con chi sta su questi temi”.
Intanto, c’è chi guarda già al dopo e a che cosa accadrà se fosse l’ex Pri a farcela, magari in un partito guidato da Zingaretti (i “mariniani”, nelle primarie nazionali, si divideranno infatti tra il governatore del Lazio e Martina): “Non avrà problemi – è la battuta che circola in queste ore – sarà l’ennesimo travestimento del Brachetti del Pd”. Riuscendo, forse, a trascinarsi dietro persino l’uomo che sussurrava a Giancarlo Pajetta: Piero Fassino.
Allo stadio con la scorta
Due necessarie considerazioni (ancora) sulla trasferta ateniese del Capitano, volato in Grecia giovedì pomeriggio per tifare il suo Milan. La prima, giocosa: Salvini porta sfiga. Ogni volta che esibisce la fede rossonera, la squadra perde. Glielo fanno notare con poco garbo moltissimi fratelli milanisti sugli amati social network. E la sfiga non si appiccica solo al povero Gattuso e ai suoi: Salvini è andato a Mosca per la finale del Mondiale a tifare Croazia contro Macron, e la Francia ha stravinto. È andato a Monza a tifare Ferrari, e la Rossa ha steccato il Gran premio. Buoni motivi per restare più spesso al Viminale. Seconda considerazione, un po’ più seria: Salvini ha accreditato la sua trasferta ateniese come ennesimo attestato del suo profilo super popolare, ma a ben vedere ha preso una toppa. Ha fatto sapere di aver viaggiato con Ryanair e di aver pagato ogni singolo centesimo di tasca sua (per fare un regalo al figlio). Si è dimenticato di ricordare, però, che c’è una scorta che ha l’obbligo di seguirlo ovunque, e che invece è pagata dallo Stato. Ad Atene l’hanno accompagnato in due, ma su voli diversi: all’andata con una compagnia ellenica, al ritorno con Alitalia. Non compaiono ovviamente nei video e nei selfie del Capitano, ma quando il Milan perde con Salvini ci sono anche loro. E quei biglietti non li paga lui.
Di Maio, il Pd e i due Poli della Terza Repubblica
Nel forum di giovedì nella redazione del Fatto, il vicepremier Luigi Di Maio nonché capo politico del M5S ha affrontato in maniera assertiva e superficiale il problema delle alleanze e quindi il nodo del dialogo con la sinistra. In pratica, chiusura totale. Nulla di nuovo sotto il sole. Epperò il ragionamento di Di Maio assume una valenza diversa nel nuovo contesto partitico che sta disegnando il contratto di governo gialloverde, sempre secondo quanto detto dal vicepremier. La sua visione ha infatti un obiettivo ambizioso, che smentisce la vulgata di un monoblocco neopopulista e neofascista che vorrebbe impadronirsi del Paese. E cioè un nuovo bipolarismo che dovrebbe marcare il perimetro della Terza Repubblica: da un lato il “polo” pentastellato, dall’altro la Lega nazionale di Matteo Salvini.
Al netto delle considerazioni sulla novità assoluta di una maggioranza che assorbe al suo interno il doppio ruolo di avversari e alleati, il progetto di Di Maio ha due punti deboli. Il primo riguarda la legge elettorale prevalentemente proporzionale che rischia di consolidare l’attuale tripolarismo. Il secondo investe invece la debolezza dell’affermazione del vicepremier: “La sinistra non esiste più”. Questa è propaganda, non politica. È vero, allora, che Salvini può ambire ad annettersi i voti di Forza Italia e Fratelli d’Italia e guidare un polo sovranista dal 40 per cento in su, archiviando definitivamente il berlusconismo, ma molto difficilmente Di Maio riuscirà a fare lo stesso alla sua sinistra. Non solo per la natura post-ideologica del M5S, capace di fare un contratto con la Lega, ma perché un’area del 20 per cento continuerà a ricercare un partito dichiaratamente progressista (dal Pd in giù). Per questo, al momento, il bipolarismo immaginato dal vicepremier è soltanto una mera suggestione. Servirebbe più coraggio per non riconsegnare il Paese alla destra e basta.
“Serve una sinistra nuova per dialogare con i 5Stelle”
“Bisogna parlare a nuora, cioè all’Europa, perché intenda la suocera, cioè quelli che ci prestano i soldi”. Su un divanetto alla Camera che sembra un deserto, Pier Luigi Bersani scuote la testa. Non lo convince, la manovra del governo. Ma sono molti i temi di cui parla l’ex segretario dem, e tutti i fili portano allo stato di salute della sinistra: “Ora è dispersa, in rotta. Ma non è morta, perché la sinistra è un fiore di campo, rinasce ovunque”. E Bersani conta di darle acqua ripartendo da Ricostruzione, la manifestazione nazionale di Mdp di domani a Roma.
La trattativa con la Ue sulla manovra è difficile. Tutto previsto?
La manovra è fatta quasi tutta di spesa corrente, in deficit. Sarebbe stato diverso se la maggioranza avesse detto: ‘Useremo l’80 per cento del disavanzo per investimenti in opere pubbliche’.
Il M5S punta sul reddito di cittadinanza. Una misura di sinistra, o no?
La povertà è l’altro problema assieme al lavoro. E va affrontata chiedendo un contributo straordinario di tre anni alle ricchezze superiori ai tre milioni di euro. Con lo 0,8-1 per cento di imposta, si ricaverebbero 3 o 4 miliardi, da aggiungere a quelli del Rei.
Basterebbe?
Il conto finale sarebbe tra i 5 e i 6 miliardi. Facendo un’operazione del genere, con l’Europa si sarebbe discusso meno dei numerini.
Il reddito del M5S pare più incisivo.
Nel Forum con voi, Di Maio ha detto che la platea rimarrà invariata, ma che la misura verrà diluita nel tempo. Ma quando il reddito e quota 100 andranno a regime, come si farà con i conti? Bisogna essere seri. La verità è che povertà e lavoro sono due problemi diversi tra loro.
Il reddito di cittadinanza dovrebbe produrre occupazione.
Per aggiustare i centri per l’impiego ci vogliono due o tre anni. La povertà la puoi combattere solo con i Comuni e con i sindacati, che hanno i centri di servizi diffusi su territori. Il lavoro invece lo crei solo con gli investimenti: e ora non c’è.
Questo governo durerà?
La maggioranza ha dentro di sé una mina, e in tempi non lunghi questa fase si chiuderà. Come dice Di Maio, con Salvini non hanno creato una coalizione, dove i partiti mediano sui provvedimenti, bensì si sono inventati uno scambio di voti sulle reciproche bandierine. Assieme stanno facendo solo una cosa: chiedere soldi in deficit.
Quindi?
Una volta finita la tragicommedia con l’Europa, resteranno solo le bandierine, indigeste ai rispettivi elettorati. E presto si vedrà come i 5Stelle non saranno in grado di reggere a un’onda profonda di destra che si muove in Italia e nel mondo. Temo che la delusione tra i loro elettori andrà a ingrossare la Lega: sta già avvenendo.
Sì, ma la sinistra? Esiste ancora?
Serve una cosa nuova, una cesura e una ripartenza. Neanche l’attuale campo della sinistra è in grado di far fronte all’onda di destra.
E allora?
Chi vuole fare un partitino centrista alla Ciudadanos o alla Macron lo facesse. E anche chi vuole fare il radical-De Magistris. Ma qui serve una forza di sinistra larga, popolare e con vocazione di governo, e che metta le mani e i piedi nel tema sociale.
Con quale rotta?
Se andasse avanti questo percorso, si potrebbe tornare a discutere con i 5Stelle. Certo, non con in tasca l’esito.
Loro non sembrano dell’idea.
Il M5S ha votato cose che fanno paura, come il decreto Sicurezza di Salvini. E propone cose impotabili come la riforma costituzionale di Fraccaro. Ma quando dovranno fare i conti con la fine di questa fase si potrà provare a capirsi.
Il collante può essere Roberto Fico, il grillino “rosso”?
È un’ottima persona. Ma i processi politici non li innesca una persona sola. E nei 5Stelle deve aprirsi una discussione. Loro hanno paura a farlo, come l’ha avuta il Pd.
Renzi ormai parla con fastidio del Pd.
Non mi stupisce affatto che il Pd gli interessi poco, penso che farà un partitino tecnocratico. Piuttosto la domanda è quanto il renzismo sia entrato in vena nei dirigenti ed eletti.
Il congresso è un calvario.
Do un giudizio tecnico: non si vedono le discriminanti, ossia manca la discussione su quando è avvenuta la scissione con il nostro popolo. Se non si parte da lì, non si riesce a parlare alla gente.
Che opinione ha di Maurizio Martina e Nicola Zingaretti?
Voglio bene a tutti e due. Chiunque si alzi e dica una parola chiara su questi punti può farcela.
Sincero: il Pd sta morendo?
Questo è in gioco. Ci vuole una riorganizzazione, una cesura. E credo che, comunque vada, il congresso darà un esito certo su questo.
Lei parla di riorganizzazione. Ma LeU ha fallito perché nelle liste ha dato spazio a capibastone e dinosauri, rifiutando i rappresentanti dei movimenti referendari.
Non è che uno si alza la mattina e rappresenta la società civile. LeU doveva innescare un processo, e non ci è riuscito, è vero. Ma è mancata anche la comprensione dei processi in Italia, di questa destra.
Domenica ci sarà l’assemblea di Mdp. Sarà una riunione di reducisti, una ridotta?
Penso che verrà fuori un appello a una sinistra dispersa che c’è e può ritrovarsi a partire dai territori.
E come? Bisognava farlo anche prima del 4 marzo.
Andando dappertutto, con idee. Io non guiderò la carretta. Ma ho voglia di spingerla.
Il Punto Blockchain, la strategia e i fondi stanziati
Con il governo gialloverde, l’Italia inizia a fare sul serio per quanto riguarda le applicazioni della tecnologia blockchain nella Pubblica amministrazione e nelle imprese. Diventata famosa perché alla base del sistema della criptovaluta Bitcoin, la tecnologia prevede un registro distribuito condiviso, replicabile, accessibile da tutti e decentralizzato, ma anche protetto. In pratica è un sistema di certificazione garantito da tutti gli utenti invece che da un’autorità centrale unica. Le applicazioni sono infinite: si può per esempio usare per tracciare tutta la filiera di un prodotto per garantire la sua origine (a difesa del Made in Italy), può anche permettere interazioni tra cittadini e Pubblica amministrazione sicure perché ogni passaggio viene registrato e non è modificabile in modo unilaterale. Con la legge di Bilancio il governo Conte ha stanziato 15 milioni all’anno per tre anni per sviluppare la tecnologia. Il ministero dello Sviluppo guidato da Luigi Di Maio sta per annunciare il gruppo di 30 esperti incaricati di analizzare lo stato dell’arte nel settore in Italia e di indicare le priorità di intervento e le misure collaterali per creare un ambiente imprenditoriale in cui possano svilupparsi imprese e start up che usano questa tecnologia. In fase di conversione del decreto legge Semplificazione, infine, dovrebbe entrare una norma che già compariva nelle bozze: il riconoscimento del valore legale delle operazioni realizzate con blockchain. Significa attribuire effetti giuridici a ciò che viene sancito attraverso transazioni iscritte in registri distribuiti. È la premessa per sviluppare davvero il settore perché soltanto se un’operazione di blockchain ha valore legale la Pubblica amministrazione può usare quella tecnologia per i rapporti con i cittadini e le imprese per interagire con i propri clienti o fornitori. La Casaleggio Associati non è direttamente attiva sul fronte della blockchain, ma offre consulenza strategica a imprese digitali che operano nel settore.
Fedez e il caso Soundreef
Soundreef è la società che da anni sta cercando di rompere il monopolio della Siae nella gestione del diritto d’autore. Nata in Gran Bretagna da un italiano, Davide D’Atri, arriva in Italia nel 2015 e diventa celebre quando uno dei più noti cantanti del momento, Fedez, le affida le sue canzoni. Soundreef chiede una liberalizzazione del settore prevista anche dalla normativa Ue, con la direttiva Barnier, ma il governo Gentiloni vara nel 2017 una riforma del settore che cambia pochissimo: finisce formalmente il monopolio della Siae, ma a Soundreef non viene concesso di fare davvero concorrenza alla Siae perché l’intermediazione del diritto d’autore viene riservata a enti non profit (come la Siae), mentre Soundreef è un’azienda normale. Il Tribunale di Roma ha sospeso un procedimento promosso nel 2014 da Siae contro Soundreef e ha mandato il caso davanti alla Corte di Giustizia europea. Il 10 dicembre il fondatore di Soundreef ha scritto una lettera al vicepremier e ministro del Lavoro Luigi Di Maio per denunciare che “non siamo più in grado di sostenere economicamente l’abuso perpetrato dalla Siae” che “senza un intervento legislativo non potrà venire meno”. Se cambia qualcosa, Soundreef è pronta a investire “decine di milioni di euro” in Italia, in caso contrario “saremo costretti ad abbandonare il nostro Paese e tornare all’estero”. Una lettera analoga a quella mandata a Di Maio, Davide D’Atri l’ha spedita anche a Davide Casaleggio presso la Casaleggio Associati con l’auspicio che l’imprenditore “possa sensibilizzare l’attuale governo e il ministro Di Maio”.