“Menefreghisti”: l’sms striglia gli assenti grillini

Prima quell’aula semivuota ad ascoltare il presidente del Consiglio, martedì mattina. Poi, i numeri della prima votazione. Tanti assenti. Troppi assenti. Così sulla chat dei deputati 5Stelle è arrivato un messaggio piuttosto inequivocabile. Recita, più o meno: siamo di fronte a “numeri vergognosi”, il vostro “atteggiamento menefreghista” rischia ogni giorno “di fare andare sotto la maggioranza”: “smettetela di pensare che la vostra assenza non abbia ripercussioni”. D’ora in poi, dunque, “in missione solo se strettamente necessario” e “sanzioni” per chi non giustifica le assenze.

C’è poco da girarci intorno: ai piani alti, sono abbastanza nervosi. Il messaggio nella chat dei deputati è l’ultimo avviso a un gruppo che “non si tiene più”, per usare l’espressione di un fedelissimo di Luigi Di Maio. Aver contenuto le defezioni sul decreto Sicurezza e azzittito ogni manifestazione pubblica di dissenso, non rassicura i vertici M5S e, di conseguenza, nemmeno il governo Conte. Tant’è che l’altroieri si è deciso di mettere la fiducia sul ddl Anticorruzione: dopo l’imboscata dei franchi tiratori (anche qui, aiutati dalle assenze) che alla Camera avevano approvato un emendamento caro alla Lega, il provvedimento al Senato viaggiava su binari sicuri. Eppure, “per stare tranquilli”, si è deciso di blindare anche quel voto, come già successo altre 5 volte negli ultimi 90 giorni.

Nelle stesse ore, a Montecitorio, la maggioranza era andata sotto su un ordine del giorno, a cui il governo aveva dato parere favorevole, e che invece è stato bocciato dagli onorevoli gialloverdi, probabilmente vittime di un riflesso condizionato, visto che il testo era proposto dal Pd.

Ma non si tratta solo di pasticci. Il clima tra Palazzo Chigi e l’aula è avvelenato per ragioni “strutturali”. Non a caso, nei giorni scorsi, Di Maio ha riunito i ministri M5S e “ordinato” loro di tenere almeno un incontro ogni due settimane con le commissioni di riferimento. Perché nessuno sa nulla, ognuno presenta emendamenti in libertà, gli accordi si chiudono in ritardo. Insomma: la mano destra non sa che fa la sinistra. Così da una parte il governo fatica a trovare sponda nella maggioranza; dall’altra i parlamentari vivono male il commissariamento della loro autonomia legislativa.

Presi come sono, i “big” hanno ormai sempre meno occasione di confrontarsi con il loro garante, quel Beppe Grillo che ai tempi di Gianroberto Casaleggio era in perenne connessione con Roma e adesso è piuttosto disorientato: nessuno che si consulti con lui, nessuno che lo aggiorni su cosa sta accadendo. Pure il suo, di umore, non è dei migliori. Per domani ha convocato i ministri all’hotel Forum. Un brindisi natalizio, prima che un messaggino anti “menefreghisti” arrivi anche a loro.

Gli hacker etici: Rousseau è solo “un commentificio”

Stamattina in una riunione del Pd a Roma alcuni hacker etici lo “smonteranno” in pubblico; a Napoli nel pomeriggio, invece, la politica digitale si farà carne per una due giorni dedicata ad ambiente, “cittadinanza digitale” e “intelligenza collettiva”. È il cortocircuito odierno di Rousseau, piattaforma di proprietà dell’omonima associazione che – secondo lo statuto di un’altra associazione, quella chiamata “Movimento 5 Stelle” – è l’obbligatorio “sistema operativo” del partito di maggioranza relativa.

Su quella piattaforma gli iscritti scelgono la classe dirigente grillina, votano le proposte di legge, discutono, si formano e, in definitiva, “acquistano” l’intera esperienza emozionale di un militante politico. I soldi, ormai, non sono un problema: ogni parlamentare M5S versa all’associazione presieduta da Davide Casaleggio 300 euro al mese, oltre un milione l’anno.

Il buco di Rousseau non sono i soldi, ma il suo funzionamento. Beppe Mastrodonato, sviluppatore software che lavora in una società tedesca, lo racconterà stamattina alle Officine Farneto di Roma – in un evento organizzato dal deputato dem e candidato alla segreteria Francesco Boccia – presentando una piattaforma open source che, nelle intenzioni, dovrebbe essere l’anti-Rousseau e rivelando al pubblico l’analisi del “sistema operativo” del Movimento 5 Stelle svolta da un gruppo di “hacker etici”.

Ci sono intanto i difetti noti. Rousseau è closed source, nel senso che il “codice sorgente” è stato sviluppato da Casaleggio Associati e non è consultabile da nessuno: non si sa, ad esempio, come funzionano gli algoritmi che trasformano i clic in voti. La piattaforma ha poi dimostrato di avere rilevanti problemi di sicurezza ed è stata “bucata” più volte: “I Cms, le fondamenta software su cui nasce Rousseau, sono obsoleti – spiega Mastrodonato al Fatto –. Per garantire un minimo di sicurezza agli utenti o evitare di far dirottare i dibattiti interni a utenti farlocchi, il codice andrebbe riscritto da capo”.

Casaleggio Associati, che gestisce l’infrastruttura donata all’Associazione Rousseau, pare essere infatti sempre più in difficoltà nella manutenzione: lo stesso log-in via sms (chiave privata) con cui ritengono di aver risolto i problemi di sicurezza è in realtà pieno di falle (basti cercare in Rete “vulnerabilità SS7”). La difficoltà tecnologica è, se possibile, resa esponenziale dalla scelta di non rivelare il codice sorgente: solo la Casaleggio, infatti, ha l’onere di individuare i buchi e metterci una pezza. Un compito superiore alle forze della piccola azienda milanese. Il problema vero di Rousseau, però, è proprio il suo modello di interazione “verticale”. Chi, agli albori del M5S, sognava una struttura aperta come quella del partito pirata tedesco (LiquidFeedback) se n’è già andato da un pezzo. “La partecipazione è limitata, non c’è alcun tentativo di accendere la cosiddetta ‘intelligenza collettiva’, né si può parlare di ‘democrazia diretta’. Io la chiamo ‘commentocrazia’: Rousseau è un commentificio che dà la parvenza della democrazia, ma non lo è”, dice Mastrodonato.

Funziona così. Diciamo che un iscritto presenti una proposta di legge: di fatto l’utente di Rousseau a quel punto può solo commentare “taggando” le sue parole sotto diciture come “obiezione”, “modifica”, “integrazione”, etc. Ora, a parte che molti commenti sono assolutamente fuori contesto (“bravo”, “viva il M5S”), non è chiaro come una modifica proposta nei commenti finisca per essere poi integrata nel testo e chi decide se farlo.

Di fatto l’intelligenza collettiva in Rousseau è l’interpretazione che ne danno i gestori della piattaforma e, a garanzia di un corretto dibattito, c’è solo la loro buona fede: poco rassicurante nel momento in cui quel che avviene su Rousseau ha un rapporto col governo del Paese e chi gestisce Rousseau coltiva con la maglia di un’impresa privata una fitta rete di contatti con portatori di interessi legittimi ma particolari.

Le cene, i convegni e i soldi: la fitta rete Casaleggio-aziende

Aziende pubbliche o private che pagano, comprovati innovatori o semplici avventurieri che accettano di collaborare, una miriade di convegni, ricerche finanziate, riunioni riservate: i tre ruoli di Davide Casaleggio stanno generando quel conflitto di interessi che i Cinque Stelle hanno sempre avversato. A 42 anni Davide è capo dell’associazione Rousseau, strettamente connessa al Movimento di cui gestisce denaro e infrastruttura tecnologica, nonché promotore dell’associazione Casaleggio, in onore dei pensieri del padre Gianroberto e poi presiede la Casaleggio Associati, l’azienda di famiglia. Gli imprenditori che incontrano Casaleggio parlano al manager privato, al filantropo culturale o al leader politico?

Ristorante Pipero di Roma, 12 giugno, cena per l’Associazione Casaleggio: una sessantina di ospiti, un piccolo dibattito. A poche ore dall’arresto per corruzione, a un tavolo c’era anche Luca Lanzalone. Quella sera, tra gli oratori, c’era Stefano Ronchi del gruppo Valore, specializzato in comunicazione che opera nei servizi sanitari e fa lobby per le casse di previdenza private. Il ponte tra Ronchi e Casaleggio è l’imprenditore Edoardo Narduzzi, che ha conosciuto Gianroberto oltre vent’anni fa a Webegg. Con una donazione di 5.000 euro, Valore ha sostenuto la seconda edizione di Sum di Ivrea, evento dedicato alla tecnologia e alla memoria di Casaleggio. I contributi per la serata da Pipero sono stati raccolti da Miowelfare, una società quasi in dismissione con azionisti il giornalista Raffaele Marmo (30%), Mashfrog (27%) e Gianluca Comin (25%), potente comunicatore non coinvolto nella vicenda. Mashfrog è di Narduzzi che, assieme a Ronchi, ha organizzato varie cene con Miowelfare per l’Associazione Casaleggio. Ronchi non frequenta Casaleggio per i suoi servizi di consulenza, lavora per tutelare le casse di previdenza e dunque ha bisogno di conquistare le simpatie dei Cinque Stelle e del ministro Luigi Di Maio, che dal ministero del Lavoro vigila sulla previdenza. Per coltivare i buoni uffici con Davide, Ronchi dà sempre spazio all’azienda milanese. All’evento annuale di Valore in ottobre a Saturnia, tra casse di previdenza e fondi sanitari, Ronchi ha ritagliato un quarto d’ora per un intervento di Luca Eleuteri, socio della Casaleggio Associati, sulla reputazione digitale.

Anche il costruttore Antonio Ciucci, presidente di Ircop e vicepresidente di Acer a Roma, ha finanziato con 5.000 euro Sum. “Mi ha coinvolto un amico imprenditore che conosce bene Casaleggio. Ho scambiato quattro parole per quattro minuti a Ivrea con Davide, nient’altro. Io sono un imprenditore – dice Ciucci al Fatto – disposto a sostenere la politica e in assoluta trasparenza per perorare le mie cause e quelle della mia categoria”. Sum è considerata una porta d’accesso a Davide, dunque ai Cinque Stelle e al governo gialloverde.

Come già raccontato dal Fatto il 13 novembre scorso, il rapporto sulla tecnologia dei registri digitali (Blockchain) – scritto dalla Casaleggio Associati – ha mobilitato le più grosse aziende italiane. Il documento conta appena 51 pagine, inclusi articoli di giornale, un’ampia sitografia e tanti grafici, eppure è stato finanziato con ben 30 mila euro da Poste Italiane e altri 30 mila da Consulcesi Tech. Hanno partecipato alla ricerca 33 società che da quelle pagine di sicuro non avevano molto da imparare: Amazon, Assodigitale, Ibm Italia, Mediaset, Trussardi, Unicredit, Intesa San Paolo, Tim, Limonetik, Dnv Gl, Circle, Ez Lab, Sia Italia, Flix Bus. Quest’ultima, che ha scompigliato il mercato del trasporto su gomma, usufruisce da tempo della benevolenza del Movimento. Ci sono parecchie aspettative attorno alla blockchain. E il bilancio 2017 conferma che pure la Casaleggio Associati ci punta per aumentare i ricavi con le consulenze.

Il ministero dello Sviluppo di Di Maio ha mobilitato centinaia di milioni di euro in pochi mesi per la blockchain: 45 milioni di euro in un triennio con la manovra, 95 milioni li ha presi dal Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) e poi ha creato un fondo di Cassa Depositi e Prestiti per le nuove imprese. Il ministero sta per annunciare la lista dei 30 esperti – reclutati da aziende, università e società civile – che studieranno come e dove investire le risorse per far sviluppare un settore acerbo. Gli esperti lavoreranno gratis, ma le loro decisioni hanno un peso economico. Secondo quanto risulta al Fatto, tra le società che hanno partecipato allo studio della Casaleggio Associati, Circle, Ez Lab e Sia hanno risposto al bando di Di Maio, ma sono state escluse. Lo stesso Poste e Tim, che però nel progetto avranno un ruolo da definire. Ibm Italia e Dnv Gl, invece, sono arruolate. I manager Massimo Chiriatti (Ibm Italia) e Renato Grottola (Dnv Gl), il mese scorso, hanno partecipato a un convegno dei Cinque Stelle alla Camera proprio sulla Blockchain. C’era anche Marco Bellezza, consigliere giuridico di Di Maio in quota Casaleggio e coordinatore del gruppo di esperti del ministero.

La faccenda si complica quando Davide indossa il cappello dell’Associazione Rousseau. A fine settembre Enrica Sabatini, il membro di Rousseau che da un po’ trascorre almeno tre giorni a settimana in Senato a sorvegliare il governo, ha invitato per conto di Davide una cinquantina di manager e intellettuali in Sardegna, a Calasetta. Obiettivo: riflettere sulla cittadinanza digitale e lanciare Rousseau Open Academy, una specie di ramo di formazione destinato ai militanti 5 Stelle. Gli ospiti si sono pagati viaggio e alloggio, hanno dibattuto e registrato alcuni video, di cui per ora non c’è traccia in Internet. Curiosità a parte, cosa spinge persone dall’agenda molto fitta a spendere tempo e soldi per un weekend con Casaleggio? Molte delle aziende rappresentate a Calasetta sono le stesse che mirano agli affari con la Blockchain o che desiderano avere un governo per amico, come Google. Casaleggio fa anche incontri riservati a Roma e tra Lombardia e Piemonte. “Ci ha contattato un intermediario per invitarci a una cena dove Casaleggio era ospite d’onore per illustrare alle imprese come funziona Rousseau. Abbiamo chiesto un invito formale e il tizio non si è più fatto vivo”, rivelano da un’associazione di categoria lombarda. Al Fatto, Di Maio ha affermato di non aver subito mai condizionamenti da Casaleggio. Però da Davide c’è la fila e lui fa accomodare tutti.

Roma, dal 1º gennaio centro storico vietato ai bus turistici

Stop ai bus turistici nel centro di Roma dal 1º gennaio 2019. Ad annunciarlo è la sindaca Virginia Raggi, che festeggia il via libera del Consiglio di Stato all’applicazione del nuovo regolamento comunale, con il rigetto della richiesta di sospensiva. “Ce l’abbiamo fatta: i bus turistici dovranno rimanere fuori dal Centro storico”, esulta Raggi su Facebook, che parla di “una battaglia vinta per i cittadini che ha messo la parola fine a un’anomalia del passato”. Per la sindaca quella del Consiglio di Stato è “una decisione importante a tutela del nostro patrimonio storico e archeologico, ma anche per abbattere l’inquinamento atmosferico e acustico – aggiunge Raggi –. Con questo nuovo impianto di regole i pullman turistici avranno a disposizione nuove aree di sosta, brevi e lunghe, con fermate e accessi regolati mediante nuove tecnologie, ma fuori dal centro della nostra città. Dovranno inoltre pagare tariffe congrue, tarate sull’impatto inquinante del mezzo. Un cambiamento radicale, una vittoria per i cittadini”. “Trasferiremo le aziende fuori da Roma e licenzieremo 2.500 dipendenti”, la durissima risposta del presidente dell’Anstra (Associazione Nazionale Servizi Trasporto Aut.noleggi) Franco Tinti.

Ha insultato la comunità Lgbt. Condannata la dottoressa antigay

Ha diffamato il movimento Lgbt e per questo la dottoressa torinese Silvana De Mari, medico psicologo e scrittrice 65enne nota per le sue idee antigay, è stata condannata per diffamazione. Ieri mattina il tribunale di Torino ha comminato alla signora a una multa di 1.500 euro, più alta di quella che era stata richiesta dalla Procura. Silvana De Mari dovrà anche pagare due provvisionali da 1.500 euro a Rete Lenford e al Coordinamento Torino Pride.

Secondo la Procura la dottoressa “offendeva in più occasioni l’onore e la reputazione delle persone con tendenza omosessuale” tramite i suoi scritti. In alcune occasioni ha associato i movimenti Lgbt alla pedofilia e l’omosessualità al satanismo, come aveva fatto ai microfoni de La Zanzara su Radio24. In altre, invece, aveva denunciato i rischi sanitari legati ai rapporti gay “contronatura”. Prima della lettura del verdetto, De Mari ha voluto spiegare le sue idee: “Quando dico che gli uomini che fanno sesso con altri uomini hanno rischi maggiori di contrarre malattie e tumori, è documentato”.

“È stata condannata soltanto per una frase rivolta al movimento Lgbt – spiega il suo difensore, Mauro Ronco –. Per il resto è una sentenza equilibrata perché la assolve per le frasi sui comportamenti omosessuali”. Per la comunità Lgbt questo è un verdetto importante: “È una sentenza storica – dichiara Alessandro Battaglia di Torino Pride -. Non è mai successo che associazioni Lgbt venissero ammesse a un processo per diffamazione”.

“Il nostro auspicio – conclude l’avvocato Michele Poté, legale di Rete Lenford – è che finalmente il legislatore intervenga con una legge contro l’omofobia”.

Processo Cucchi, la testimone: “Stava male, mi disse di essere stato picchiato dopo l’arresto”

“Era gonfiato”. Così ha detto ieri al processo per l’omicidio di Stefano Cucchi una testimone che parlò con il ragazzo morto di botte, nel 2009, per mano di carabinieri, oggi imputati. Era il 16 ottobre e quel giorno Cucchi era nella cella del tribunale per l’udienza di convalida, la signora Annamaria Costanzo, invece, aveva un processo per direttissima. Passa dal corridoio delle celle e sente la voce di un ragazzo che le chiede una sigaretta. Dallo spioncino aperto può vedere solo il viso e rimane impressionata: “Speriamo che non sia l’ultima sigaretta che ti fumi, gli dissi. Era chiaro che l’avevano menato. Se avesse avuto uno specchio avrebbe capito che era messo proprio male. Gli domandai: ’Ma ti hanno menato?’ e lui mi rispose di sì, ma che stava male perché non gli davano più la pasticca per l’epilessia. ‘Guarda che stai male per come ti hanno conciato’, gli dissi”. Quindi, chiede il pm Giovanni Musarò, Cucchi le disse che lo avevano picchiato? “Sì, da chi lo aveva arrestato, mi disse ‘Ma chi è stato, domandai al ragazzo, quei due che sono seduti di fronte? gli agenti che arrestano?’. Lui disse sì, ma non poteva vederli”. Spiega anche perché all’epoca non raccontò nulla: “Allora ero una tossica, pensai che la mia versione sarebbe passata in cavalleria”. Eppure, qualcosa provò a farla: “Quando il secondino si accorse che stavo parlando con il ragazzo, mi fece andare via e sul tragitto gli dissi ‘Ma faccia qualcosa, non vede come sta male? Mi rispose che non dipendeva da lui ma da chi lo aveva arrestato”. La signora ribadisce la sua versione più volte davanti ai giudici della Prima Corte d’Assise di Roma, sollecitata anche dalle domande di alcuni difensori che provano a farla cadere in contraddizione. Serafica risponde: “È andata così”, poi, facendo segno con le mani, conclude: “Ho tutto in testa”.

Topi e panini con gli insetti: scene da film dell’orrore in sette mense scolastiche

Sette scuole in altrettante città: è il bilancio delle strutture chiuse dai Nas per “grave situazione igienico-strutturale” nelle mense. Cibi scaduti, carenze igieniche, perfino topi e parassiti: “Un film dell’orrore”, ha detto il ministro della Salute, Giulia Grillo. L’operazione, guidata dal Comando per la Tutela della Salute avviata con l’anno scolastico su tutti gli istituti i servizi di ristorazione per valutare le condizioni dei locali e la rispondenza dei menù ai capitolati d’appalto, nonché la gestione e preparazione degli alimenti. Finora sono state ispezionate 224 mense, in 81 c’erano irregolarità, sette erano talmente gravi da dover ricevere la sospensione. Contestate 14 violazioni penali, 95 infrazioni amministrative con il deferimento di 15 persone alle Autorità Giudiziarie. Inoltre 67 soggetti sono stati segnalati alle Autorità Amministrative. Le sanzioni totali irrogate sono state pari a circa 576 mila euro. Sono poi state sequestrate oltre 2 tonnellate di prodotti privi di indicazioni di tracciabilità o conservati male o addirittura scaduti. A Livorno è stato sanzionato il legale responsabile di un centro cottura: il locale aveva condizioni igienico-sanitarie carenti, utensili, stoviglie e involucri destinati agli alimenti erano stipati in condizioni critiche. A Pescara, è stato segnalato all’Autorità sanitaria il titolare di un’azienda di ristorazione sempre per carenze igienico-strutturali del laboratorio e anche per mancanza di procedure di tracciabilità e per la scorretta gestione degli alimenti. Anche il mezzo con cui trasportavano i pasti precotti non era a norma. A un’azienda di ristorazione convenzionata con un Comune del Teatino, invece, è stato contestato di aver fornito agli alunni alimenti di qualità diversa da quella stabilita dal contratto di fornitura (Grana Padano invece di Parmigiano Reggiano) mentre a Taranto veniva servita carne di origine polacca anziché italiana, come previsto da contratto. L’apice, a Lecce, dove venivano serviti panini con gli insetti. La farina del laboratorio di panificazione era invasa da parassiti.

Vitali, boscaiolo moldavo in nero, ucciso da un cavo d’acciaio e dal suo “padrone”

È una storia di precariato con un finale tragico. Ma non solo. Per quasi un mese la morte di Vitali Mardari – un giovane di 28 anni, originario della Moldavia, trovato cadavere in un bosco del Trentino – è stata avvolta nel mistero. Si pensava che fosse morto travolto da un albero, ma troppe cose non quadravano.

Ieri la svolta: i Carabinieri hanno denunciato il titolare di un’impresa boschiva bellunese. Secondo la ricostruzione, è stato lui a trasportare e poi ad abbandonare il cadavere del moldavo nel bosco. Non voleva far sapere che il giovane era morto nel cantiere della sua impresa, dove lo aveva impiegato senza contratto, in nero. È la mattina del 19 novembre. Una ditta bellunese sta lavorando nei boschi a Sagron Mis, in provincia di Trento. Fra i boscaioli all’opera c’è anche Vitali. È in Italia da quattro anni, da Chisinau – la capitale della Moldavia – si è trasferito con la sorella a Santa Giustina, in provincia di Belluno. Come tanti loro coetanei, sono partiti in cerca di fortuna all’estero: lontano da un Paese la cui economia è resa ancora più fragile dall’instabilità politica.

In Italia, lei trova un lavoro stabile alla Luxottica. Lui per qualche tempo lavora in una lavanderia a Longarone. Quando rimane disoccupato entra nel tunnel della precarietà: si arrangia con piccoli lavoretti, spesso fa il boscaiolo. È così che conosce l’imprenditore che, secondo la ricostruzione dei Carabinieri, lo fa lavorare in nero. In Trentino, Vitali sta montando, con alcuni colleghi, una teleferica forestale, di quelle che si utilizzano per l’esbosco. All’improvviso un cavo di acciaio si stacca e colpisce in pieno il giovane moldavo. Viene sbalzato a qualche decina di metri, morendo sul colpo a causa del colpo in testa.

I colleghi avvisano subito il titolare dell’impresa. Lui, arrivato sul posto – sempre secondo la ricostruzione dei Carabinieri – non perde nemmeno tempo a verificare le condizioni del giovane moldavo. Lo carica sulla sua auto e lo trasporta a quasi 600 metri di distanza. Lo appoggia sul terreno, nel bosco, accanto a una scarpata. E tutto intorno mette dei pezzi di legno. Poi chiama una guardia boschiva, dice di aver trovato quel cadavere per caso e di non conoscerlo. Quando i Carabinieri arrivano sul posto, si accorgono subito che c’è qualcosa di strano.

La notizia che si diffonde è che il giovane boscaiolo sarebbe morto per l’impatto con un albero. Ma questa ricostruzione non è compatibile con lo scenario. Si fanno due ipotesi: o Vitali, agonizzante, ha cercato di spostarsi per chiamare aiuto. O è stato qualcun altro a spostarlo: ma perché? Un primo indizio i Carabinieri lo trovano nel cantiere, lì dove c’è stato l’incidente. Recuperano un berretto di lana, che poi scopriranno essere proprio di Vitali. E poi, sempre lì, trovano anche alcune tracce di sangue. Ora l’imprenditore dovrà rispondere di omicidio colposo con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro e di frode processuale. Vitali è stato sepolto a Santa Giustina: “Qui c’era la sua vita, i suoi amici, qui avrebbe voluto restare”, ha detto la sorella, intervistata dal Gazzettino.

Condotte (poi fallita) dava incarichi al Giglio Magico

La fresa del gruppo Condotte per scavare il buco del passante dell’alta velocità a Firenze doveva avere un nome femminile. “La precedente fresa – spiega Antonio Picca, presidente di Nodavia, parte del gruppo Condotte – si chiamava Monna Lisa e quando arrivò quella nuova, nel 2016, ricordo che Duccio Astaldi (marito dell’allora titolare Isabella Bruno) mi disse che a Firenze volevano chiamarla Maria Elena. Si mormorava che la sottosegretaria sarebbe venuta all’inaugurazione”. Picca stoppò subito l’idea: “Duccio Astaldi mi fece capire che la proposta veniva dai manager delle società fiorentine del gruppo. Io mi opposi e non se ne parlò più”.

La fresa non ha mai avuto un nome perché non ha mai preso servizio. La questione TAV a Firenze torna d’attualità dopo che L’espresso ieri ha dato due notizie relative al gruppo Condotte ora in amministrazione straordinaria sotto il Mise.

La prima notizia riguarda il fratello di Maria Elena Boschi e il presidente della Fondazione di Matteo Renzi: il commercialista Emanuele Boschi e l’avvocato Alberto Bianchi (nominato nell’era renziana nel Cda Enel, e destinatario di laute consulenze da Consip) hanno avuto due separati incarichi di consulenza da società del gruppo Condotte prima della crisi che ha portato all’amministrazione straordinaria.

La seconda notizia è che la Procura di Roma ha aperto un’indagine (senza indagati) dopo che i tre commissari, Giovanni Dello Strologo, Matteo Uggetti e Giovanni Bruno, nominati dal Ministro Luigi Di Maio per gestire Condotte, hanno trasmesso una relazione su alcuni fatti di “potenziale rilievo penale”. La relazione si sofferma, come causa del dissesto, sulla scelta di comprare le società che dovevano realizzare il passante dell’alta velocità a Firenze: “Operazione che ha contribuito in maniera significativa al determinarsi dello stato di insolvenza”. Le carte ora saranno studiate dal procuratore aggiunto Rodolfo Sabelli con la sostituta Alessia Miele.

I contratti delle due consulenze non saranno rilevanti penalmente ma sono interessanti comunque. La prima consulenza del 25 gennaio del 2016 è conferita da Nodavia all’avvocato Leonardo Romagnoli e ad Alberto Bianchi, noto soprattutto come presidente della Fondazione Open di Matteo Renzi. Romagnoli è una vecchia conoscenza dei lettori del Fatto. Nel 2016 avevamo scritto che il giovane Emanuele Boschi aveva ottenuto come lui e un terzo professionista, Jacopo Lisi, un incarico da parte del Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna. Il colosso della cooperazione rossa, sceglieva accanto a Lisi (nominato in quel periodo sindaco di Consip) e a Romagnoli (già consigliere a Firenze dell’Ataf dal 2009 e poi nominato commissario di Cantarelli dal ministro Federica Guidi) un giovane ex funzionario uscito nell’aprile del 2015 da Banca Etruria: Emanuele Boschi. La consulenza era di 150 mila euro a testa. Nel caso di Condotte la combinazione cambia. Non più incarico distinto al trio Boschi-Lisi-Romagnoli ma incarico congiunto al duo Romagnoli-Bianchi. Nodavia del gruppo Condotte vuole aiuto dai due per ottenere la moratoria del debito dalle banche. Si prevede un pagamento per i due al massimo di 240 mila euro più Iva. Parcella commisurata però al risultato. Dopo l’anticipo di 30 mila euro, se le banche avessero alleggerito la morsa, i due legali avrebbero avuto il resto. Il presidente di Nodavia, Antonio Picca spiega: “Bianchi era importante perché ci accompagnava agli incontri con i rappresentanti di Unicredit, MPS e Fercredit”, cioé anche una banca partecipata dal Tesoro e la finanziaria delle FS. “Il compenso era normale. La scelta di Bianchi era anche un gesto di attenzione a chi allora era al potere. Bianchi era molto ascoltato dalle banche”.

Bianchi precisa al Fatto: “Non ho mai incassato un euro. L’unica fattura emessa per 30 mila euro non è stata pagata e ho emesso una nota di credito per pari importo”.

Il secondo incarico va nel 2018 a Emanuele Boschi da Inso Spa, società fiorentina del gruppo Condotte, oggi anch’essa finita nell’amministrazione straordinaria, che si occupa però della costruzione di ospedali. Nel febbraio 2018 Inso affida due incarichi ai soliti studi di Lisi e Romagnoli per 330 mila euro a testa. A maggio 2018 affida un incarico da 150 mila euro più Iva a Emanuele Boschi dello studio associato BL di via Mantellate. Soci con lui sono Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd, e Federico Lovadina, nominato nel cda di Fs e presidente di Toscana Energia. Maria Elena Boschi lavora, ma non è associata, nel medesimo studio BL. L’espresso sottolinea che Isabella Bruno incontra l’allora ministro Boschi due volte nel 2015. Prima a luglio a una cena pubblica e poi il 7 agosto nell’ufficio di largo Chigi. Emanuele Boschi replica: “Non ho ricevuto alcun compenso e Inso mi ha selezionato come attestatore attraverso una selezione competitiva”. Nessun collegamento con l’incontro della sorella “di tre anni prima”.

Tim, Vivendi chiede la revoca di cinque membri del Cda

Un voto sulla revoca di cinque membri del cda della lista Elliott alla prossima assemblea degli azionisti: è la richiesta avanzata da Vivendi in una lettera inviata ieri al board di Tim. I nomi indicati dal gruppo francese sono quello di Fulvio Conti, Alfredo Altavilla, Massimo Ferrari, Dante Roscini e Paola Giannotti de Ponti. Al loro posto, Vivendi propone cinque consiglieri di cui quattro italiani: Flavia Mazzarella, Franco Bernabè, Gabriele Galateri di Genola, Rob van der Valk e Francesco Vatalaro. I cinque consiglieri di cui è stata chiesta la revoca “hanno mostrato – si legge nella relazione per illustrare la propria richiesta di convocazione dell’assemblea di Tim – una sostanziale mancanza di indipendenza e mancanza di rispetto per le più basiche e fondamentali regole della corporate governance, che hanno negativamente influenzato l’organizzazione e l’immagine di Telecom Italia”. Nel dossier, che riguarda tutti i cinque consiglieri, si parte dal presidente: è chiaro che Fulvio Conti, mentre dichiarava fortemente la propria indipendenza, in realtà agiva quale amministratore esecutivo orchestrando e guidando il ‘golpe’ allo scopo di sostituire Amos Genish”.