Quattordicimilioni e mezzo di euro di tasse non versate: sono quelli che l’Agenzia delle Entrate chiede a Fabrizio Corona e alle sue società. La circostanza è emersa da un procedimento davanti alla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano, che nei mesi scorsi ha confiscato la casa dell’ex agente fotografico e alcune centinaia di migliaia di euro di contanti e, in particolare, da un’udienza tecnica di “verifica crediti”. Dagli atti, tuttavia, risulta che Corona ha versato negli ultimi anni circa 8 milioni di euro. Nel procedimento, in cui è parte anche l’Agenzia per i beni confiscati con il legale Ilaria Ramoni, l’Agenzia delle Entrate si è presentata come creditore nei confronti dell’ex re dei paparazzi producendo una serie di cartelle esattoriali per una cifra superiore ai 14 milioni di euro. Il giudice Giuseppe Cernuto, però, non ha ammesso i crediti vantati dall’Agenzia delle Entrate, spiegando che semmai l’ente deve andare a chiedere quei soldi direttamente all’ex agente fotografico che lavora e produce reddito, ma non può entrare in questo procedimento che riguarda beni confiscati.
Consob e Antitrust, tutto bloccato: solo Mattarella può far ripartire le nomine
Tutti dicono “entro l’anno”. Vuol dire non prima di gennaio. Le due nomine chiave del governo gialloverde – Antitrust e Consob – sono bloccate dal silenzioso conflitto tra il “mondo di sopra” delle istituzioni e il “mondo di mezzo” dei burocrati. La politica cerca un faticoso accordo tra M5S e Lega da combinare con le contese tra cordate burocratiche e professionali. Arbitro silenzioso della partita è il presidente Sergio Mattarella, in contatto con l’uomo della maggioranza a lui più vicino, anche per ragioni istituzionali, il presidente della Camera Roberto Fico.
Per l’ambitissima presidenza dell’Antitrust la nomina spetta ai presidenti di Camera e Senato, cioè Fico e la berlusconiana fedele Maria Elisabetta Alberti Casellati. Da due mesi e mezzo l’autorità Antitrust è decapitata, dopo la promozione a giudice europeo di Giovanni Pitruzzella. Fico e Casellati hanno cincischiato a lungo e soltanto a metà settembre hanno indetto un bando in stile “appalto per le pulizie”, non previsto dalla legge, per selezionare il nuovo presidente. Il termine è scaduto esattamente due mesi fa, il 15 ottobre. La lista degli autocandidati è tenuta riservata come se fosse un segreto decisivo per la sicurezza nazionale.
Fico e Casellati circa una volta alla settimana si riuniscono e sfrondano la lista di circa 100 candidati. Al momento i favoriti, entrambi cari a Casellati, sembrano Marina Tavassi e
Guido Stazi. La prima è presidente della Corte d’appello di Milano e amica personale di Casellati, che le ha già procurato il benestare berlusconiano. Stazi ha un profilo più tecnico e per questo è più gradito Fico. È stato segretario generale in Consob con Giuseppe Vegas e capo di gabinetto di Corrado Calabrò all’Autorità per le Comunicazioni, quando B. usava l’Agcom per ostacolare i programmi Rai non allineati. Particolare importante, oggi è dirigente dell’Antitrust. E si sa che Mattarella non impazzisce per le nomine interne.
Fico tiene il freno tirato in attesa di vedere come finisce con la Consob, sulla quale il Quirinale ha un ruolo decisivo. La nomina è sua su proposta del governo, ma il governo è bloccato dal 13 settembre, giorno delle dimissioni di Mario Nava accolte da Luigi Di Maio con uno stentoreo “finalmente”. Il M5S ha da tempo prenotato la poltrona per Marcello Minenna, dirigente interno. Mattarella, in modo talmente riservato e cifrato da risultare inverificabile, avrebbe manifestato qualche timore sulla scelta di un interno in una Consob reduce da anni di guerre intestine. Il dubbio quirinalizio è stato subito cavalcato dal “mondo di mezzo” dei capi di gabinetto e assimilabili che, col supporto del premier Giuseppe Conte, loro alleato organico, danno per persa la candidatura di Minenna e in forte ascesa quelle dell’economista Donato Masciandaro e della dirigente di Bankitalia Magda Bianco, oggi al Quirinale nello staff di Mattarella.
Così Fico è sceso in campo per aiutare Di Maio a sbrogliare la matassa. La battaglia su Minenna è solo una faccia della medaglia. L’altra è la contesa tra alti burocrati scesi personalmente in campo per l’Antitrust. Alla candidatura che sembrava imbattibile – l’ex presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno – si sono contrapposti diversi consiglieri di Stato. È in corsa il segretario generale di Palazzo Chigi Roberto Chieppa, fino al luglio scorso segretario generale di quell’autorità.
In pista con lui anche i presidenti di sezione Claudio Zucchelli e Sergio Santoro, nonché Francesco Caringella, salito alla ribalta (non indagato) per la sentenza Mediolanum al centro di un’inchiesta per corruzione. Accreditato come Tavassi del supporto berlusconiano, Caringella è il più appoggiato dalla lobby di Palazzo Spada. Un ingorgo di ambizioni che toccherà a Mattarella risolvere, anche se la nomina non spetta a lui.
I pm: “Fuga di notizie Consip, a processo Lotti, Del Sette&C”
Per la Procura di Roma l’ex ministro Luca Lotti deve andare a processo. E con lui gli altri pezzi da novanta finiti nell’inchiesta Consip: i generali Tullio Del Sette ed Emanuele Saltamacchia. E poi il presidente della fiorentina Publiacqua, Filippo Vannoni, e l’amico di Tiziano Renzi, Carlo Russo. Ieri infatti i pm Paolo Ielo e Mario Palazzi hanno formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio.
Adesso sarà il Gip a decide se condividere o meno l’impostazione dei magistrati. Gli stessi che invece, nei giorni scorsi, hanno chiesto l’archiviazione per il padre dell’ex premier accusato inizialmente di traffico di influenze illecite.
Le nuove memorie difensive e i riscontri
Secondo i pm romani, quindi, Luca Lotti è tra coloro che avvertirono i vertici di Consip dell’esistenza di un’indagine. Lo accusano per questo di favoreggiamento, mentre per la rivelazione di segreto, inizialmente contestata, hanno chiesto l’archiviazione. E lo stesso è avvenuto per il generale Emanuele Saltalamacchia. Di favoreggiamento e rivelazione è invece accusato Tullio Del Sette, ex comandante generale dei carabinieri.
A tirarli in ballo è stato l’ex amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni. Un testimone silurato dal Pd dopo aver ribadito le proprie accuse, ma che la Procura ritiene attendibile, anche per i riscontri successivi alle sue parole. A riprova della circostanza che sapesse dell’indagine, per esempio, ci sono le richieste presentate per conoscere la propria posizione proprio alla Procura di Napoli in tempi “sospetti”, cioè quando l’inchiesta sarebbe dovuta essere segreta. E poi ci sono i pass a Palazzo Chigi, dove l’ex manager dice di aver incontrato Lotti.
È il 20 dicembre 2016 quando ai carabinieri del Noe che chiedono perché abbia tolto le cimici dal proprio ufficio, Marroni dice: “Ho appreso in quattro differenti occasioni da Filippo Vannoni, dal generale Saltalamacchia, dal presidente di Consip Luigi Ferrara e da Luca Lotti di essere intercettato”. Ferrara a sua volta, spiega Marroni, lo avrebbe saputo da Del Sette. Tutti i protagonisti hanno respinto le accuse. Alcuni anche dopo la chiusura delle indagini dello scorso 29 ottobre hanno ribadito la propria estraneità in nuove memorie difensive. Senza riuscire a far cambiare idea ai pm. “A chi è garantista a giorni alterni – ha commentato ieri Lotti su Facebook – a chi strumentalizza la giustizia a soli fini politici, a chi preferisce fare processi sui giornali e non nelle aule dei tribunali, a chi spara sentenze ancora prima che un normale processo abbia inizio, mi limito a dire solo questo: non perdiamoci di vista perché, lo ripeto sempre, il tempo è galantuomo”.
Il padre dell’ex premier, versione poco credibile
È invece cambiata la posizione di Carlo Russo. Inizialmente era indagato per traffico di influenze. Ma i magistrati si sono convinti che Russo abbia detto tante bugie sui suoi rapporti con Tiziano Renzi e con i manager pubblici. Anche quando si vantava con l’imprenditore Alfredo Romeo di poter influenzare i pubblici ufficiali di quattro enti: Comune di Sesto San Giovanni, Inps, Grandi Stazioni e Consip. Di conseguenza la Procura ha chiesto l’archiviazione per Tiziano Renzi: i pm ritengono alcune sue affermazioni rese durante l’interrogatorio del 3 febbraio 2017 poco credibili, ma non ci sono le prove che abbia partecipato ad accordi illeciti con Russo. Che ora rischia il processo per millantato credito.
L’informativa fasulla del neo assessore
Chiesto il rinvio a giudizio anche per il maggiore Gianpaolo Scafarto, oggi assessore con la giunta forzista di Castellammare. Quando l’indagine era affidata al Noe, Scafarto è tra coloro che raccoglie le rivelazioni di Marroni a dicembre 2016. Poi il 9 gennaio 2017 deposita un’informativa, che per i pm contiene alcuni errori. Come quando viene attribuita la frase “Renzi l’ultima volta che l’ho incontrato” ad Alfredo Romeo quando era stata pronunciata dall’ex parlamentare Italo Bocchino. Per i pm, quegli errori sono stati commessi con dolo. E da qui l’accusa di falso.
Ma il maggiore rischia il processo anche per rivelazione di segreto verso il Fatto, come pure per depistaggio per aver disinstallato Whatsapp al fine di sviare le indagini. Reato contestato anche al colonnello del Noe Sessa.
Povero Matteo
Ce lo domandavamo esattamente da sei mesi, cioè da quando nacque il governo Salvimaio e lui mise su il broncio: quanto resisterà Giuliano Ferrara all’opposizione? La risposta è giunta ieri sul Foglio del rag. Cerasa (per questo ce ne occupiamo: altrimenti non lo saprebbe nessuno), sotto forma di “Lettera d’amore a Matteo”. Che non è più il Matteo di prima, cioè Renzi, a cui Giuliano l’Aprostata ebbe per cinque anni a dedicare un’ampia corrispondenza sentimentale in migliaia di articoli, inni, salmi, peana, ditirambi, gospel e addirittura un libro agiografico dal titolo Il Royal Baby.
No, è l’altro Matteo, quello che comanda attualmente: Salvini. Il Ferrara era solito chiamarlo “il Truce”, detestandolo appena un po’ meno dell’altro dioscuro giallo-verde, Di Maio. E noi, ogni volta che lo faceva, immaginavamo il suo tormento, la sua sofferenza, il suo lancinante conflitto interiore di ritrovarsi per la prima volta in vita sua all’opposizione. Voi direte: ma era nato comunista, all’opposizione almeno da giovane c’era stato. Errore. Allora i comunisti erano gramscianamente egemoni nella cultura (la Dc preferiva occuparsi di banche, anzi occuparle), e infatti il Ferrara prepolitico se la tirava da giovane intellettuale (per via del cane al guinzaglio). Poi Gian Carlo Pajetta decise di lanciarlo, per motivi famigliar-ereditari, nella politica e lo spedì a Torino a farsi le ossa con Diego Novelli, sindaco della giunta rossa subalpina. E Ferrara divenne capogruppo del Pci in Consiglio comunale: cioè al governo.
Da allora voltò mille gabbane e ballò mille valzer, ma sempre dalla parte di chi comandava: craxiano con Craxi, filodipietrista con Mani Pulite, antidipietrista e berlusconiano con B., dalemiano con D’Alema, riberlusconiano col ritorno di B., montiano con Monti (celebre il suo rap alla vaccinara in cui implorava Silvio con uno straziante “Tienimi da conto Monti”), napolitaniano con Napolitano, lettiano con Enrico Letta, renziano con Renzi. Sempre con chi aveva il potere in quel momento, ma solo in quel momento, perché bastava il suo appoggio per segnare la fine prematura dell’appoggiato. Un paio di volte gli capitò di appoggiare pure se stesso, e la cosa gli fu regolarmente fatale: quando si candidò con FI a senatore nel Mugello contro Di Pietro e quando fondò la sua lista Aborto No Grazie, raccogliendo in entrambi i casi percentuali da albumina. Ormai, per indovinare l’esito delle elezioni, non occorre neppure attendere i dati del Viminale, né di consultare sondaggisti o aruspici: basta appurare con chi sta Ferrara per sapere chi perderà.
L’ultimo bacio della morte lo schioccò alla vigilia del 4 marzo, quando annunciò solennemente che avrebbe votato Paolo Gentiloni (Pd) alla Camera e Emma Bonino (+Europa) al Senato. In quel preciso istante i due malcapitati, che malgrado tutto non lo meritavano, si fecero il segno della croce (essendo atei) e capirono di non avere speranze: infatti il Pd toccò il minimo storico del 18% e +Europa, data dai sondaggi e dai giornaloni in grande ascesa, non superò nemmeno l’asticella del 3%. Così lo sterminatore folle, che prima si limitava a fulminare un partito alla volta, ne rase al suolo due in un colpo solo. Ne beneficiarono Di Maio e Salvini, da lui dipinti ogni giorno come due pericolosi baluba da eliminare a ogni costo: anche a quello – scrisse restando serio – di invalidare le elezioni e di ripeterle a oltranza finché non avessero dato il risultato (da lui) sperato. Il che, fra l’altro, era una contraddizione in termini: a memoria d’uomo, l’unico sistema per far vincere chi vuole Ferrara è che lui prenda atto dei propri poteri jettatori e appoggi chi vuole far perdere. Molti si domandano chi siano i tre lettori abituali del Foglio. Beata ingenuità: oltre al rag. Cerasa, sono ovviamente Di Maio e Salvini, che quotidianamente compulsano ogni riga del samiszdat nel terrore di trovarvi una frase, una parola, un segno d’interpunzione a loro favorevole firmato Ferrara. E finora erano ben felici di venirne ricoperti d’insulti, che vista la provenienza sono più efficaci dell’elisir di lunga vita.
Figuratevi la reazione di Salvini ieri quando, senza nemmeno un cenno di preavviso ai congiunti, Ferrara gli ha dedicato la “Lettera d’amore” ispirata nientemeno che a quelle del quarantenne (“i quarant’anni uniscono i personaggi”) François Mitterrand alla giovane amante Anne Pingeot, con perle di affettuosa saggezza come “Posso mancare di buon senso, ma non di lucidità”. Nel dubbio se Ferrara lo faccia apposta per azzopparlo o pensi davvero di giovargli, il Cazzaro si sarà dato una grattatina. Ma l’improvviso amore di Giulianone è condizionato al divorzio da Di Maio e allo scioglimento del “contratto prematrimoniale” col “mucchio dirigente a 5Stelle”. Lui non tollera partouze e vuole Matteo suo, quello nuovo, tutto per sé. Perché solo con lui – gli scrive, riuscendo ancora una volta a restare serio – potrà unire al suo “molto buonsenso” anche “quella lucidità che determina vittorie e visioni di una politica non micragnosa”. Ecco: dopo aver accompagnato alla tomba tutti i suoi spiriti-guida, il più grande fornitore di pompe funebri e officiante di estreme unzioni della storia politica spiega a Salvini come si fa a vincere. Semplice: “La lucidità, se ti riesce di afferrarne il bandolo a spese del buonsenso, dovrebbe consigliarti di anticipare quanto puoi la deriva e lo sbandamento per stipulare un matrimonio serio con un altro nubendo”. Cioè con quel che resta di B.&Renzi per tornare al più presto al voto. Il che, seguendo il Barometro Ferrara che funziona alla rovescia, si traduce così: o Salvini non gli dà retta, e continua la sua ascesa; oppure lo prende sul serio, e allora ha i giorni contati. Poverino, così giovane.
Ritorno al futurismo con Carrà
Il visitatore che esca dalla mostra di Picasso a Palazzo Reale – quale che sia il suo giudizio in merito alla grande mostra (forse l’ennesima?) del maestro di Malaga – scendendo le scale, una volta ritrovatosi nell’atrio, non dovrebbe avere nessuna incertezza: visitare la mostra Carlo Carrà (a cura di Maria Cristina Bandera e Luca Carrà), ospitata nell’altra ala del Palazzo.
Avrebbe l’occasione speciale, in tal modo, di (ri)scoprire uno dei fondatori del Futurismo e della pittura Metafisica: già, perché è dal ’62 che non viene orchestrata un’antologica di Carlo Carrà (1881-1966), pittore cui dobbiamo Il cavaliere rosso (1913), opera simbolo dell’avanguardia futurista in cui il rifrangersi infinito dell’immagine scompone e ricompone lo spazio. La mostra disegna l’arco perfetto della produzione di Carrà e testimonia la sua attitudine, o meglio l’ininterrotta esigenza, di sperimentare ed evolversi alla continua ricerca di una “purificazione”, come scrive bene la curatrice delle generosa esposizione (130 opere da collezioni private e istituzioni pubbliche tra cui il Museo Puškin di Mosca).
Si inizia da un’opera giovanile, La strada di casa (1900), di eredità ancora romantica nelle fattezze e nell’inventio, per poi passare agli esordi divisionisti e all’esperienza futurista con Piazza del Duomo a Milano e L’uscita da teatro (entrambi del 1909), in cui la tensione urbana e il movimento della città moderna sono resi con una nuova concezione della luce in uno spazio dove tutto si mescola, con campiture fibrose e colori densi. Soprattutto la luce è al centro di Notturno in piazza Beccaria (1910), in cui l’illuminazione elettrica e il tram rischiarano l’atmosfera buia di Milano, rendendo la processione delle sagome umane quali apparizioni spettrali. Si passa, poi, alla direzione cubista e alla conseguente frammentazione dell’immagine in Donna al balcone e La Galleria di Milano (entrambe 1912) e subito dopo al primitivismo di Composizione (1916) in cui si avverte il ritorno a una figura umana essenziale. Si giunge finalmente alla pittura metafisica di La camera incantata (1917), La musa metafisica (1918) e La figlia dell’ovest (1919), il cui caotico rigore ricorda la sospensione nell’atemporalità del migliore Dalì. E si conclude con la pittura marina, forse la più celebre, di Il pino sul mare (1921), Capanni in Versilia (1931), Estate (1930), Bacino San Marco (1932), Cinqualino (1938), in cui soggetti piccoli come spiagge, capanni, barche, pescatori, porti sono eternati a personaggi mitici.
Ma lo sapete che Babbo Natale fu rapito?
Com’era il Natale quando al posto delle auto, c’erano le carrozze trainate dai cavalli? Com’era quando non c’erano i centri commerciali, ma le botteghe dei falegnami e i laboratori dei giocattolai? E quando il pane si faceva in casa e invece del riscaldamento c’era la stufa a legna?
Ce lo raccontano i grandi autori della letteratura in Storie classiche di Natale, una raccolta di brani tratti dai romanzi classici pubblicata da Einaudi. E così scopriamo che l’autore di “Pinocchio”, Carlo Collodi, ha scritto un brano dedicato alla festa più bella dell’anno e che Frank Baum si è inventato un rapimento di un Babbo Natale che vive nella Valle Ridente.
Ci sono anche Gianni Rodari con un gatto costretto a stare all’ombra di un albero di Natale; Grazia Deledda che ci racconta di una storia di pastori ambientata nella “sua” Sardegna e Hans Christian Andersen che rende protagonista della sua storia un abete che finisce dalla montagna a un luccicante salone dove incontra due topolini a cui racconta la sua vita nel meraviglioso bosco prima di finire tagliato.
Un libro da leggere o farsi leggere, durante le vacanze di Natale, magari una storia per sera, davanti al camino.
La vita controllata da remoto: per stare con gli altri basta il giusto avatar
La tecnologia è una sfida narrativa per tutti: con Google Maps è impossibile far perdere i personaggi, la spunta blu di WhatsApp è un elemento cruciale dei nostri rapporti di coppia, chi sembra isolato è in realtà spesso impegnato in una rete fittissima di rapporti umani digitalizzati. La tv arranca nel portare sullo schermo tutto questo, i romanzi che ci provano finiscono per essere mortalmente noiosi (l’ultimo di Jonathan Safran Foer). I fumetti stanno facendo esperimenti più interessanti: come dimostra la lezione della serie Black Mirror, il modo per raccontare il nostro rapporto con la tecnologia oggi è proiettarlo alle sue estreme conseguenze di domani. È quello che fa Lorenzo Ghetti, giovane fumettista classe 1989 con una lunga esperienza (di successo) di web comics, con Dove non sei tu (Coconino). La tendenza a coltivare le relazioni con gli altri da “remoto” si è spinta oltre i messaggi testuali e le conference call: ci sono delle tute semoventi, scafandri vuoti come il cavaliere inesistente di Calvino, che permettono di avere una presenza fisica, di sedere a scuola, di fare sport, di uscire alla sera senza muoversi da casa. Basta connettersi. E, una volta nel sistema, si possono esplorare mondi lontani, incontrare amici distanti ore di viaggio, il tutto senza alzarsi dal divano, saltando di tuta in tuta. Il contatto diretto diventa un’eccezione, non più la regola. La nuova compagna di classe di Lido si chiama Mobi, prima o poi arriverà, intanto manda la sua tuta. Si può anche essere amici, e forse qualcosa di più, dialogando con un avatar senza volto. E per rompere il rapporto, basta disconnettersi. È più vivo chi abbraccia il mondo virtuale promesso dalla tecnologia con tutte le sue potenzialità o chi, come Lido, tende a rifiutarlo preferendo la vita analogica? Il fumetto di Ghetti arriva a una risposta equilibrata.
Il giallo attira tutti: adesso è il turno di Vincenzo Salemme, esordiente di talento
Tutto è giallo, ormai. Il colore del momento. Dai gilet franchi alle classifiche di vendita dei libri. Il giallo attira tutti e riserva sorprese spiazzanti, come La bomba di Maradona, opera prima di Vincenzo Salemme. Attore di talento incline alla commedia, Salemme ha scelto un mistero pieno di colpi di scena per il suo esordio da romanziere. La bomba di Maradona, senza corsivo, è la celebre “caramella” esplosiva e illegale che i napoletani sparano ludicamente nei giorni di festa, non solo a Capodanno. Una bomba vera, appunto. Capace pure di far saltare in aria un giudice minacciato dalla camorra e la moglie incinta.
I due, Peppino Picone e la consorte Rosa, muoiono nel marzo del 2008. Sono a bordo della loro auto, nel garage di casa, quando la valigetta del magistrato esplode. Lei partorirà comunque il figlio, poi adottato dal migliore amico di Picone, il collega Antonio Reale. Tutto accade nello stesso giorno in cui il magistrato festeggia con la scorta l’arresto del boss che lo vuole morto, Cardella. Grazie a un infiltrato, viene sventato un attentato. Ma la tragedia incombe: passano poche ore e va in scena una sorta di piano di riserva del clan. Picone viene ammazzato.
Dieci anni dopo, un regista bravo mai ripresosi dal flop del suo primo film, Gualtiero Maggio, deve scrivere e girare una fiction per la Rai su Picone. Con lui un giornalista e una stagista. La sceneggiatura sembra scontata ma Gualtiero comincia a scoprire che ci sono vari buchi nella frettolosa condanna di Cardella per l’attentato. È stata davvero la camorra? Tra personaggi riusciti e un’acuta capacità di “leggere” l’animo umano, Salemme si dimostra un narratore di qualità.
Rhys, una svampita di genio a Parigi
Bonjour tristesse: Jean Rhys è una svampita di genio, tra Françoise Sagan e Kiki de Montparnasse; anzi, loro precorritrice, lei che era nata nel secolo prima (1890 – 1979), in Dominica, da genitori di origini britanniche. Anche il titolo del suo romanzo – Buongiorno, mezzanotte – rimanda a un’altra allegrona delle Belle Lettere, Emily Dickinson, ed è stato ristampato qualche mese fa da Adelphi con la stessa traduzione di Miro Silvera già usata da Bompiani nel 1973.
Parigi, anni Trenta: Sasha – così si fa chiamare la protagonista – è una londinese a zonzo per Parigi, bettole perlopiù. Non è la prima volta, c’era già stata col marito Enno – un ciarlatano, un giornalista – in un debosciato viaggio di nozze; poi lui l’aveva abbandonata con un figlio in grembo, morto subito dopo il parto, e nessun soldo in tasca. Passa il tempo e Sasha, mal consigliata dall’amica Sidonie (Proust non poteva mancare), torna sul luogo del delitto: un genio! E quindi per niente saggio, ma la saggezza alla signora Jensen fa difetto. Ha altre inclinazioni, lei: l’alcol; la lacrima facile; gli uomini difficili, specie artisti e gigolò; la tinta per capelli per tirarsi su; il Luminal per tirarsi giù e dormire; il vizio assurdo di non alzarsi dal letto; la tentazione del cloroformio sul comodino; il terrore di farsi ridere dietro, come ogni aspirante suicida.
Non suoni paradossale, ma Sasha ama molto se stessa, e infatti si autocommisera e langue, a bassa voce però: “In Inghilterra l’amore è una virtù austera. (Di solito una questione di igiene)”. Lo diceva anche il pervertito Humbert Humbert di Nabokov, e Sasha Jensen non è meno sregolata: frequenta i bordelli, ha pulsioni lesbiche, fa battute sui “negri”, si abbandona ai vicini di stanza d’albergo lubrichi e inquietanti e non riesce nemmeno a mantenere un posto da commessa tanto è inetta e sciatta. Fosse uscito ieri, Buongiorno, mezzanotte sarebbe stato censurato, ma quello di Rhys era il 1939: l’anno dei nazisti sul piede di guerra.
Sempre mala tempora sono, e infatti l’eroina è “triste come una leonessa da circo, come una donna che invecchia… Forse se dicessi solo ‘merde’ basterebbe”. Ma è anche diversamente comica, dispensando qua e là chicche di umorismo nero: “‘Finché si vive, viviamo’, come dicono le bottiglie di vino”.
Movimentata (tormentata?) fu anche la vita dell’autrice, pseudonimo di Ella Gwendolen Rees Williams: quando il libro uscì, non se lo filò nessuno o quasi. Rhys passò così da attrice mancata a scrittrice snobbata: venne alla ribalta solo nel 1966 grazie al suo quinto romanzo, Il grande mare dei Sargassi, ideale prequel di Jane Eyre di Charlotte Brontë, edito in Italia da Adelphi insieme ad altri (Addio, Mr Mackenzie; Io una volta abitavo qui; Quartetto).
Ha una voce unica, Jean Rhys, non si sa quanto autobiografica, ma poco importa: “In fondo la vita, in apparenza tanto semplice e monotona, è tutta una complicata faccenda di bar dove sono ben accetta e di bar dove non mi vogliono”.
All’Angelo Mai si ritrovano Giorgina, Asia e le altre “inQuiete”
InQuiete: dopo la narrativa, tocca al teatro, o meglio alle teatranti. Fino a domani all’Angelo Mai di Roma è in programma la rassegna “inQuieteatro”, dedicata alle “scritture che le donne firmano per la scena”. Tra le protagoniste, drammaturghe come Letizia Russo, studiose come Valentina Valentini, registe come Eleonora Danco ed Emma Dante, attrici come Asia Argento, che domani chiuderà la tre giorni con un suo personale dj set.
Ma di #MeToo non si parlerà, almeno non esplicitamente: “Le ospiti sono tutte figure molto laiche, mi sembra”, racconta Chiara Lagani dei Fanny & Alexander, che ha recentemente firmato e interpretato L’amica geniale (per palcoscenico) e tradotto I libri di Oz per Einaudi. “Siamo tutte donne, è vero, ma ciascuna di noi ha lavorato in modo poliedrico e in autonomia rispetto al discorso di genere. Il festival è femminile, ma in modo molto libero”.
Le donne, si sa, vanno a teatro molto più degli uomini (la differenza è del 6% circa), ma occupano molte meno “poltrone”: nessuna dirige un Teatro Nazionale e solo 5 su 18 guidano un Tric. Tradotto in termini di finanziamenti: le artiste ne gestiscono 5,2 milioni su quasi 30, ovvero appena il 17%. “Credo che in questo momento già il fatto di raccontare quante donne facciano le teatranti, le registe, le drammaturghe sia la posizione più importante da assumere, al di là della questione più strettamente legata al #MeToo o al genere”, spiega la regista Giorgina Pi, una delle organizzatrici della rassegna.
“Alcune di noi sono dichiaratamente femministe – io ad esempio –, altre meno, ma il punto di partenza è comune: raccontare che le donne sono tante, scrivono e sono molto diverse tra loro. Non c’è necessità che siano uguali, o che esista una scrittura femminile tout court che raccolga non si sa quali canoni e principi. Il nostro festival vuole essere un’occasione per sollevare la possibilità di una terza strada, che non è quella di difendere o osteggiare le donne in quanto donne”.