Che commedia, Miss Marple!

Come Shakespeare, come Molière, anche Agatha Christie – sul palco – sta in piedi da sola: funziona con poco, ma anche con il troppo di un allestimento libero e iconoclasta. Giochi di prestigio – diretto da Pierpaolo Sepe, adattato da Edoardo Erba e in tour fino a metà marzo – è un giusto compromesso, anche se ai puristi (della giallista) potrebbero non tornare i conti.

Indubbiamente originale è la Miss Marple di Maria Amelia Monti, svanita e cinica al punto giusto, sbevazzona un po’ oltre il consentito. La signora è qui alle prese con un delitto spiazzante, coperto da un altro, mancato omicidio: siamo nella desolata e lugubre campagna inglese degli anni Quaranta, in una famiglia molto allargata, di cui “capo” è Lewis, filantropo e utopista, e consorte è Caroline, ex compagna di college di Jane Marple, più codazzo di figli e figliastri (Gina, Mildred, Alex, Christian) e un poco commendevole segretario, Edgard, autistico e violento.

Essendo un giallo, ma essendo pure una pièce tradizionale, vi è unità di tempo, luogo e azione, e non è l’unica convergenza tra thriller e arte drammatica: una, ad esempio, ha talento per la recitazione; un altro sta imbastendo uno spettacolino con i ragazzi borderline aiutati da Lewis; la tenuta ospita al suo interno un palcoscenico; l’assassino, infine, come un abile mago o uno scafato commediante, fa fessi tutti con un trucco risibile. Potente, fatale è la scena della ricostruzione del delitto ma, dal titolo alla trama, tutto rimanda al metateatro, rendendo la storia qualcosa di più pensoso e universale rispetto a una, pur intrigante, pistolettata. Il regista è esplicito: “Bisogna essere grandi prestigiatori per raccontare i gialli, e dove, se non a teatro – il luogo della dissimulazione per eccellenza – può riuscire il trucco più rischioso di tutti?”.

Energico il cast (Roberto Citran, Sabrina Scuccimarra, Sebastiano Bottari, Marco Celli, Giulia De Luca, Stefano Guerrieri, Laura Serena) e agile e divertente la riscrittura di Erba, nonostante l’umorismo (pseudo)inglese non sia sempre colto dal pubblico italiano. L’atmosfera, però, è talvolta spinta, tesa, cupa: d’accordo che sono tutti un po’ pazzi, e/o papabili omicidi, ma le “telefonate” e gli ammiccamenti sono eccessivi, così come l’onnipresente sottofondo musicale e i gridati dei già microfonati interpreti.

Monti/Marple è una vecchia conservatrice, pettegola, deliziosa e acida in egual dosi: ama l’ordine imposto dalle classi sociali, “non ha categoricamente fiducia nel genere umano” ed è così intelligente da sentirsi libera di dire stupidaggini, sulle lumache come sulle talpe, sull’oca in giardino, sul maglione del nipote, sui vicini di casa di St. Mary Mead… Ha capito ogni cosa lei: non perché non reciti una parte una commedia, ma perché finge molto meglio degli altri. Ah, gli attori, “tutti criminali mancati”.

 

“Without Remorse”: Sollima alla seconda prova americana

Dopo il successo di Soldado, Stefano Sollima dirigerà per la Paramount il suo secondo film negli Stati Uniti intitolato Without Remorse, un adattamento dell’omonimo romanzo del 1993 di Tom Clancy interpretato da Michael B. Jordan, appena reduce da Black Panther e Creed 2. In azione il personaggio di John Clark, un ex Navy Seal diventato agente della Cia che cerca di vendicare la morte della compagna uccisa da un narcotrafficante.

Kenneth Branagh sta completando per la Disney il montaggio del suo Artemis Fowl, un adattamento kolossal in uscita ad agosto 2019 di una serie di libri fantasy per ragazzi dell’irlandese Eoin Colfer, incentrata su un miliardario dodicenne genio del crimine e interpretata dal giovane Ferdia Shaw oltre che da Judy Dench e Lara McDonnell. È già pronto intanto per l’uscita nelle sale All is True, un secondo film diretto in totale segretezza da Branagh di cui il 58enne attore e regista irlandese è anche interprete – nel ruolo di Shakespeare – accanto a Judy Dench e Ian McKellen. Racconterà gli ultimi tre anni di vita dello scrittore scomparso nel 1616, in particolare il periodo in cui, dopo l’incendio del Globe Theatre, fece ritorno nella sua Stratford affrontando un passato travagliato e una famiglia trascurata.

Penelope Cruz reciterà con Gael Garcia Bernal,Wagner Moura, Pedro Pascal ed Edgar Ramirez nel thriller Wasp Network di Olivier Assayas dove alcune spie cubane animano negli anni 90 una rete terroristica con la complicità del governo statunitense. L’attrice spagnola sarà anche interprete con Jessica Chastain, Marion Cotillard, Lupita Nyong’o e Fan Bingbing di 355, uno spy thriller con agenti segreti donne (le protagoniste), diretto da Simon Kinberg, l’autore dell’imminente X-Men: Dark Phoenix.

“Lontano da qui” e dai cliché: la poesia è thriller

Un poeta di cinque anni, una maestra capace di scoprirne il talento, tutt’attorno un’umanità indifferente se non ostile. Il romanzetto di formazione sembra già perfetto e la sua trama pronta a svelarsi, ma non è così. Piacevolmente ingannevole, Lontano da qui di Sara Colangelo non è quel che appare, e questa è un’ottima notizia.

Certo, quei pochi che erano al corrente del fatto non si tratti di materia inedita potrebbero sminuire il lavoro della regista italo-americana, ma cadrebbero nella solita trappola tesa a quel mondo sommerso dei soggetti (letterari, teatrali, pittorici e artistici in generale) reiterati nei secoli da mani o sguardi diversi e – talvolta – riemersi in forma di opere d’arte. In fondo, quante Madonne con bambino esistono nella storia dell’arte ma quanti pochi i capolavori che ne derivano?

Fatte le dovute premesse, The Kindergarten Teacher (questo il titolo originale) nasce dal libro semiautobiografico dell’israeliano Nadav Lapid che ne aveva adattato alcuni anni fa un omonimo film “locale”. Colangelo, 37 anni, mezza italiana ma cresciuta negli States dove si è formata alla New York University, è rimasta folgorata dalla storia e ha optato per un remake americano “indie” ma dalle star hollywoodiane (Meggie Gyllenhaal e Gael Garcia Bernal). Ciò che fa la differenza tra i due testi è il punto di vista, ovvero tutto, se ragioniamo in termini di narrazione. Lapid partiva dal baby-poeta prodigioso, Colangelo assume lo sguardo della maestra e in tal senso “rende adulta” la valenza psicologica del film, complicando e stratificandone la portata. Perché l’insegnante d’asilo Lisa Spinelli (Gyllenhaal, superlativa e forse al suo meglio) nonché aspirante poetessa – frequenta i corsi serali tenuti dal letterato G.G. Bernal – è consapevolmente frustrata e non appena entra in contatto con il raro talento del suo piccolo alunno sceglie di prendersi cura di lui, stimolandone la vena creativa. Ma nel suo pur ammirevole gesto di protezione del bimbo da un mondo insensibile all’arte, ne vampirizza le liriche intuizioni.

Raccontando essenzialmente l’incontro di due anime diversamente solitarie, Lontano da qui ha il pregio di mantenersi enigmatico mentre rivela la doppia vita di Lisa: quella reale e quella ideale. Ed è tale il desiderio della donna di sovrapporre le due esistenze da perdere il contatto con il buon senso, da lei interpretato quale il grande nemico della poesia accanto a una contemporaneità dove nessuno sa più ascoltare. Film sapientemente ambiguo ai confini del thriller psicologico, profondo, sottratto e loquace di silenzi intensi che ci scavano dentro, perché in fondo Lisa Spinelli siamo un po’ tutti. Sara Colangelo aveva debuttato “in lungo” nel 2014 con Little Accidents e il Sundance l’aveva arruolata in programma: con questa sua opera seconda non solo torna al festival ideato da Redford, ma ne vince il premio da miglior regista: è nata una stella?

Bertolucci. Il mio “amico geniale” e il nuovo film sotto casa

Fabio Cianchetti, direttore della fotografia di lungo corso, non ha tempo per godersi il successo mondiale de L’amica geniale, serie tv tratta dal best-seller di Elena Ferrante. Con il regista Saverio Costanzo è già al lavoro per il sequel. “Abbiamo fatto le riunioni preliminari, inizieremo le riprese a marzo, con l’entusiasmo che ci viene dai risultati della prima edizione: più di 7 milioni di spettatori in Italia, diritti venduti in tutto il mondo”.

Si aspettava questi risultati?

Il successo era nell’aria, ma è andato oltre le aspettative. Per una vita ho fatto film d’autore per un pubblico di nicchia. Certi numeri mi fanno impressione.

Più pubblico, meno qualità?

Non sempre è vero. Ci sono pessimi film e ottime serie tv. Sul piano tecnico i linguaggi stanno convergendo. A me piace fare entrambe le cose.

Com’è andata la collaborazione con Costanzo?

Avevo già lavorato con lui. È uno che sa operare in squadra. Ha funzionato bene il coordinamento fra scenografia, fotografia e costumi. Per la coerenza estetica è un fatto decisivo.

Come avete impostato la fotografia?

Abbiamo scelto di avvicinarci a un’immagine da pellicola, più calda e delicata rispetto alla definizione elettronica. Per questo abbiamo usato ottiche un po’ rétro. Scelta che ha giovato alla trasposizione del romanzo.

Con Elena Ferrante avete mantenuto un contatto?

C’è stato un dialogo continuo fra il regista e l’autore o autrice. Sempre e soltanto via email.

Nessuna indiscrezione sul vero nome?

Sul set giravano varie voci, ma il mistero è rimasto e forse è bene così.

Per i nuovi episodi è già pronto il set.

Un’opera imponente. Un intero quartiere della periferia di Napoli ricostruito a Caserta, dove sarà trasferita tutta la produzione. E dire che quest’avventura poteva finire in tragedia…

In che senso?

Giravamo a Ischia dentro un autobus in corsa. In discesa si sono rotti i freni, eravamo in venti tra attori e tecnici. Momenti di panico, poi per fortuna l’autista è riuscito a fermare il mezzo al lato della strada e tutto è finito senza danni.

Come sta il cinema italiano?

Ha vissuto momenti migliori. Deve tornare a essere un’industria capace di progetti ambiziosi. Spero che questo successo internazionale possa rappresentare una svolta, un’occasione di rilancio per la produzione italiana.

Come definirebbe il suo lavoro?

Il direttore della fotografia è il principale collaboratore del regista. Lo aiuta a trasformare in immagini le sue idee attraverso la luce e i colori.

Vittorio Storaro dice di sentirsi il coautore dei film.

Io mi sento un professionista al servizio del regista. Alla fine in qualche caso posso sentirmi un “coautore”, ma non prima. Anzi, di questo mestiere mi piace la duttilità. Devi cambiare approccio in funzione dei mezzi disponibili e della personalità del regista. Mi piace suggerire dopo aver ascoltato a lungo quel che mi viene richiesto. Ed è questo forse il motivo per cui a un certo punto Bernardo Bertolucci ha scelto me.

Come avvenne l’incontro?

Prima ho lavorato a lungo con suo fratello Giuseppe. Caratteri diversi ma una comune sensibilità. Bernardo andava fino in fondo nell’espressione, Giuseppe tratteneva qualcosa per sé. Ho girato un cortometraggio firmato da entrambi, dedicato a Bologna. La città deserta, scoperta dai bambini: c’è dentro tutto il candore del loro sguardo. Su entrambi ha avuto una grande influenza il padre, il poeta Attilio. Ho avuto il piacere di lavorare anche con lui.

Com’è stato il rapporto con Bernardo?

Una collaborazione che si è trasformata in una intensa amicizia, durata vent’anni. Abbiamo fatto tre film insieme: L’assedio, The dreamers, Io e te. Era un uomo aperto e curioso. Mi ha dato molto e rimpiango di non poter catturare ancora la sua luce. Aveva appena finito di scrivere un film. Era ambientato a Londra ma avremmo dovuto girarlo sotto casa sua, a Roma.

Diceva che giravate in stato di trance…

In un certo senso è così. Abbiamo fatto insieme i suoi film più intimisti, più raccolti. Aveva bisogno di uno che mettesse in pratica in tempi rapidi le sue intuizioni, che spesso nascevano all’improvviso.

Chi considera i suoi maestri?

Giuseppe Rotunno e Armando Nannuzzi.

Qual è il suo film di riferimento per la fotografia?

All that jazz.

Con quale regista le piacerebbe lavorare?

Woody Allen.

Il più bravo di tutti?

Stanley Kubrick.

Mail Box

 

Domandiamoci quali effetti avrà l’industria “del futuro”

Finalmente anche sul Fatto è comparso un articolo di approfondimento sull’auto elettrica. Volenti o nolenti questo cambio epocale ci riguarderà tutti, perché l’industria dell’automobile è sicuramente una delle più importanti al mondo. È decisamente sconcertante in questo senso il silenzio dei governi e in genere della politica su un processo che sarà lungo, incerto e costoso, dal punto di vista tecnico, finanziario e del lavoro. Tecnico, perché ancora non si sa quale tecnologia prevarrà. Finanziario è facile immaginarlo, ma del lavoro invece sembra non gliene importi a molti. Quali ripercussioni potrà avere questo cambio epocale non è dato sapere, bisognerebbe forse cominciare a interessarsi della cosa. Infine c’è anche l’aspetto ecologico, se non si cerca di coordinare e razionalizzare l’uso delle materie prime disponibili – ei privati non sempre sono interessati alla cosa – ne verrà fuori un bel dispendio di risorse che come abbiamo finalmente capito non sono infinite.

Sergio Fratucello

 

Salvini cita King e De Gasperi poi però razzola male

Nel comizio a Roma, davanti a migliaia di persone chiamate a raccolta in piazza del Popolo, Matteo Salvini ha citato alcuni personaggi entrati nella storia, tra i quali Martin Luther King e Alcide De Gasperi. Come al solito, l’ex comunista padano, poi divenuto un irriverente secessionista prima di strizzare l’occhio all’estrema destra, dimostra di avere la memoria troppo corta. Affinché non la perda del tutto, qui mi permetto di rinfrescargliela. Vorrei ricordare che il reverendo Martin Luther King fu barbaramente assassinato il 4 aprile del 1968 perché era il leader delle lotte non violente per i diritti civili dei neri in America. Dunque, tutto il contrario di Matteo Salvini che del razzismo, seppure edulcorato in salsa padana, è divenuto un portabandiera, vellicando così gli istinti repressi di molti italiani. Per un vecchio democristiano come il sottoscritto può anche essere gratificante che Salvini oggi citi Alcide De Gasperi come un grande statista. Tuttavia, forse perché gli manca l’onestà intellettuale, il leader leghista si guarda bene dal dire che la Democrazia cristiana ha fatto ripartire un Paese uscito in macerie dopo il secondo conflitto mondiale e gli ha garantito un cinquantennio di benessere. Invece alcuni esponenti di primo piano della Lega si sono resi protagonisti di episodi al limite del ridicolo. Per esempio l’esibizione da parte di Roberto Calderoli, durante un telegiornale ,di una maglietta con una caricatura antislamica. Questa faccenda non si risolse a tarallucci e vino come magari il protagonista aveva pensato, ma provocò morti e devastazioni attorno all’ambasciata italiana in Libia. Purtroppo Calderoli non ha pagato dazio. Se Salvini vuole sciacquarsi la bocca con delle citazioni, stia più attento.

Angelo Gualtieri

 

Non c’è invasione di profughi di capitali stranieri

L’Italia sta diventando una succursale economica della Cina ma sono in molti a considerarla una opportunità e non una minaccia. Ma non erano troppi i migranti? A quanto pare, sembra diventata una questione variabile condizionata principalmente da due fattori: se gli stranieri portano soldi sono i benvenuti, se invece arrivano sporchi e poveri sono ritenuti sempre troppi. Poi ci pensa qualche politico impresario della paura ad alzare il livello dell’allarme sociale percepito, orientando i malumori degli elettori spaventati dalla parola “invasione” naturalmente falsa. Proteggere i confini è un istinto che appartiene a qualsiasi popolo ma è un sentimento egoistico che rimuove qualsiasi considerazione razionale. Spetta alla politica lungimirante, e non miope come l’attuale, mettere al primo posto l’essere umano i cui bisogni e le agognate speranze si assomigliano, anche se di culture diverse.

Silvano Lorenzon

 

Lo Stato chiude gli occhi di fronte a schiavi e baracche

Nel sud del Paese arrivano intere armate di stranieri pagati poco e che non hanno nessun tipo di assistenza o una cascina dove mangiare e dormire. Questo non è lavoro ma una forma di sfruttamento che lo Stato tollera senza voler intervenire! Esiste una soluzione? I proprietari delle terre coltivate devono garantire, a chi lavora per loro, una paga adeguata, vitto e alloggio insieme all’assistenza medica e la domenica festiva! Bisogna mettere fine a questa situazione da Medioevo ormai degenerata insieme alla baraccopoli da paese poco civile. E pure con i politici che fanno finta di non vedere ma pensano alle loro comode poltrone.

Marino Bertolino

 

Gli intellettuali criticano tutto senza avere mai soluzioni

Capita sempre più spesso a chi come me frequenta il cosiddetto mondo della comunicazione e della cultura di ricevere sguardi allucinati appena uno cerca di articolare commenti che non siano quelli scandalizzati sul fascismo alle porte. Sul reddito di cittadinanza poi ti danno del matto per voler regalare soldi al Sud e incitare all’inedia. Mai che si veda uno di questi intellettuali chiedersi cosa fare dell’enorme massa di senza lavoro in una terra che è stata abbandonata a se stessa dopo dei tentativi che si sono rivelati fallimentari.

Giancarlo Mancini

Impeachment? Da Cohen a Manafort, chi accusa Trump è meno credibile di lui

 

Un altro uomo della cerchia di Trump è finito sulla graticola e stavolta potrebbe portarci anche lui. Ho letto che il suo avvocato personale, Michael Cohen, è stato condannato a tre anni di prigione, ma ha soprattutto vuotato il sacco: non ha detto la verità al Parlamento sui legami tra Trump e i russi in campagna elettorale e ha detto di aver pagato la pornostar andata con il presidente. E adesso che succede? Può arrivare davvero l’impeachment per Trump?

Carlo Rossigna

 

Lo sa, gentile lettore, qual è la fortuna di Trump? Che molti suoi accusatori sono – ammesso che sia possibile – meno credibili di lui: l’avvocato Michael Cohen, l’altro avvocato di pornostar e conigliette Michael Avenatti (che s’è addirittura candidato alla nomination democratica), l’ex capo della sua campagna Paul Manafort, tutti banderuole, voltagabbana che raccontano sempre la verità che fa loro comodo o che li aiuta a risparmiarsi un po’ di anni di carcere.

Michael Cohen in particolare: è l’avvocato personale del magnate e poi del presidente; gli consiglia di pagare in nero Stormy Daniels, la cui storia di letto con Trump più che gli elettori – risale al 2010 – può turbare Melania; e provvede lui personalmente alla bisogna violando un po’ di leggi dell’Unione. Poi, quando le cose si mettono male, scarica il suo cliente e si compra la benevolenza dei giudici.

Questo non vuol dire che Trump sia messo bene nel viluppo d’inchieste sul e intorno al Russiagate, le mani del Cremlino per condizionare le Presidenziali Usa 2016 e farlo eleggere. Robert Mueller, procuratore speciale, avrà però bisogno di testi più solidi per costruire un’accusa di ostruzione alla giustizia o violazione delle leggi federali sulla campagna elettorale o altro che dia ai democratici uno spiraglio d’impeachment.

Da gennaio, l’opzione sarà politicamente praticabile, perché i Democratici, dopo il voto di mid-term, avranno la maggioranza alla Camera, cui spetta istruire l’impeachment. Ma è il Senato che deve esprimere un verdetto: lì, i Repubblicani conservano la maggioranza – anzi, l’hanno ampliata. E allora molto sarà calcolo politico: arrivare alle Presidenziali 2020 con un presidente repubblicano logorato dal Russiagate e dalla torma di Cohen intorno a lui, oppure arrivarci con un presidente uscito indenne da una procedura d’impeachment e, quindi, più forte?

Giampiero Gramaglia

Miracolo Arbore, il tempo fermato in tv al ritmo di swing

Per anni ci siamo chiesti come mai Renzo Arbore non volesse tornare in Tv e la risposta è arrivata con Guarda… stupisci (Rai2, per due mercoledì): una festa di Piedigrotta in forma di lezione sulla musica napoletana dove Arbore si fa assistere dal compare d’anello Nino Frassica, dalla solerte Andrea Delogu e dalla grande famiglia della sua Orchestra Italiana. Ecco perché: la televisione invecchia, la musica mantiene giovani. Se si entra nella prima, meglio farsi proteggere dalla seconda, scambiando il più possibile le parti. Arbore si impegna nel mostrare ai millennials i passaggi segreti del comico, le gag che si tramandano da una generazione all’altra alla faccia dell’obsolescenza programmata. Niente algoritmi, siamo napoletani. In questo educational show inventato con Ugo Porcelli, dove il doppio senso è già nel titolo, Arbore improvvisa con sempreverdi come Gigi Proietti o Lino Banfi, ma duetta anche con grandi del passato, Carosone, Troisi, Franco e Ciccio… Incredibile ma vero: il passato è una straordinaria spalla del presente, e viceversa. Auditel, guarda… stupisci, ma in realtà gli ascolti ultralusinghieri non hanno nulla di sorprendente: come già per il trentennale di Indietro tutta, questo nuovo pezzo di antiquariato d’autore fonde prime e seconde serate, ieri e oggi, maestri e allievi, parole e musica, melodie e jam session senza soluzione di continuità, nella grande magia dell’illusione comica: solo chi sa ascoltare il proprio tempo è capace di fermarlo.

Forza Giovani, il blog di Stella vi salverà

Tragedie come quella della discoteca di Corinaldo o della morte di Desirée, per dire, difficilmente sarebbero accadute se questo strumento fosse esistito prima. Ma da oggi si cambia musica: il disagio giovanile, il cyberbullismo e i “suicidi o i giochi mortali” dovranno vedersela con il Blog di Stella, da non confondersi col Blog delle Stelle (o magari sì, hai visto mai qualcuno si sbaglia e porta clic), il nuovissimo sito web ideato da Mariastella Gelmini.

La già incredibilmente ministra dell’Istruzione, Università e Ricerca (che tanto hanno beneficiato del suo passaggio), convinta di avere ancora molto da dare alla politica, indossa la cyber-tuta dell’eroina digitale e inaugura “un filo diretto coi cittadini”, un po’ posta del cuore un po’ piattaforma Rousseau, per trasformare le proposte dei cittadini in disegni di legge.

Eccola accanto a un albero di Natale in un angolo del suo studio alla Camera, per abbondanza di simboli di civiltà cristiana sorvegliato anche da un crocifisso appeso tra le bandiere italiana e europea nel ruolo inevitabile dei due ladroni. In camicia di satin, la deputata che è l’esatto incrocio somatico e politico tra Tina Anselmi e Silvia Toffanin ringrazia Gilda, Vittorio, Gianni, per dirne tre di chissà quante migliaia, per averle mandato proposte sul sostegno ai disabili. I quali disabili vivrebbero certo meglio se solo Forza Italia fosse mai stata al governo. Donna Stella ha capito che il problema è l’educazione, concetto che gli ex allevatori di cervelli spappolati della generazione Fininvest vedevano come fumo negli occhi fino a qualche tempo fa, quando blateravano di “rivoluzione liberale” contro lo “Stato ortopedico” che metteva bocca su tutto. Fa nulla: da oggi “l’adolescente digitale” (sic) sarà tutelato dall’agguerritissimo blog.

Non rinfacceremo alla Gelmini la convinzione condivisa col suo ufficio stampa che da Ginevra al Gran Sasso corra un tunnel sotterraneo, presumibilmente scavato dalle talpe, in cui viaggiano neutrini: sarebbe come dire che questa è la cosa peggiore che ha fatto durante i suoi due mandati.

E in confronto alla non scolarizzata Fedeli la Gelmini è Rita Levi Montalcini; almeno si batte per il “divieto di utilizzazione di telefoni mobili nelle scuole”, che invece la ministra renziana, forse in ciò indotta dalla chiara dipendenza compulsiva del suo dante causa, sosteneva con demenziale entusiasmo. La Gelmini è inflessibile: “Questo rapporto malato con il cellulare da parte dei giovani… Questa dipendenza richiama altre forme di dipendenza… in quanto sussiste un’interferenza nella produzione della dopamina, il neurotrasmettitore che regola il meccanismo della ricompensa”. Giusto, brava, ben detto. E quale migliore idea per allontanare i giovani dalla rete che aprire un blog? Notevoli le sezioni Buone notizie, tra le quali non compaiono i sondaggi che vedono FI intorno al 9%, e Media, dove è possibile rivedere, nel caso ve la foste persa, l’ospitata della Gelmini da Barbara D’Urso, dove per oratoria e contenuti si fatica a distinguere la statista dalla nuora di Berlusconi conduttrice di Verissimo.

Ma va così, ogni tanto sotto elezioni quelli di FI si innamorano e si mettono in testa di proteggere qualche incolpevole categoria: gli animali da compagnia, gli anziani con relative dentiere, adesso pure i minorenni, che per la verità Berlusconi ha sempre amato. Tralasciando qualche inevitabile ricaduta nell’aziendalismo Mediaset (“criticità”, “rimboccarsi le maniche”, “questo è il Paese in cui credo”), si può considerare il Blog di Stella un esempio edificante di ravvedimento in età adulta: finita giovanissima nel giro di Arcore e fatta ministra in un governo capeggiato da un delinquente frodatore dello Stato e ora pure indagato per le stragi di mafia, Stella si mette al servizio della comunità per trasmettere i valori della “cittadinanza responsabile” a questa gioventù bruciata.

Auto inquinanti, è giusto far pagare di più. Ma per gradi

A scanso di equivoci, una cosa è bene dirla subito: è giusta l’idea di far pagare di più, al momento dell’acquisto, le auto più inquinanti rendendo invece più convenienti, grazie agli incentivi statali, quelle ibride o elettriche. Sistemi simili di bonus e malus esistono in tutto il mondo. E sempre sono risultati decisivi per avvicinare i cittadini a una mobilità maggiormente sostenibile. Ma se, in un momento in cui di soldi in cassa non ce ne sono, è perfettamente condivisibile il progetto di finanziare l’ibrido e l’elettrico rendendo più care le auto che producono più smog, sono invece sbagliate le modalità con cui il governo ha deciso di procedere. Oggi le utilitarie poco o per niente inquinanti sono poche. Sul mercato esistono tanti modelli ibridi che costano più di 25mila euro e solo un paio che costano meno di 20mila. E anche se si guarda al metano o al gpl è possibile rendersi conto di come l’offerta sia assai limitata. Anche per questo chi vuole (o può) spendere meno degli altri per ora ha difficoltà a farlo.

Come comportarsi allora per cercare di cambiare in tempi rapidi il parco auto italiano, considerato tra i più vecchi e inquinanti d’Europa? La soluzione c’è ed è abbastanza semplice. Bisogna andare per gradi. Da subito vanno tassate al momento dell’acquisto solo le macchine a gasolio o benzina più lussuose. Più avanti, probabilmente già tra un paio d’anni, non appena sul mercato compariranno nuove utilitarie a basso impatto ambientale, la tassa andrà estesa a tutti i modelli. Avere un po’ di pazienza non guasta. Per il momento a finanziare gli incentivi ci penseranno le imposte sulle macchine più grandi. Destinate a un pubblico che non bada troppo al portafoglio. Chi spende più di 50 mila euro per acquistare un’auto tedesca o di super-lusso lo farà egualmente anche se si dovesse trovare a sborsare due, tremila, quattromila euro in più. Detto in altre parole: ti vuoi comprare una Porsche? Non c’è problema. Ma devi ricordare che allo stesso prezzo, o anche a meno, ti puoi prendere una Tesla che a parità di cavalli e prestazioni non danneggia l’ambiente. Ma non basta. Perché è pure possibile pensare di riformare il superbollo legandolo non tanto o solo alla potenza, ma anche al tipo di propellente utilizzato e all’inquinamento. Mentre la tassa di proprietà, come già avviene in alcune regioni, va azzerata nei confronti dei veicoli elettrici e ridotta in base alle emissioni: meno inquini e meno paghi.

Lo stesso principio va poi applicato sulle autostrade. Sappiamo tutti quale tipo di scandalosi profitti si siano intascati in questi anni i concessionari. Bene, è il caso che questi imprenditori restituiscano qualcosa alla collettività con tariffe ridotte per chi guida auto non inquinanti (il parlamento europeo lo ha per ora previsto solo per tir e bus). Decidere di farlo è obbligatorio. Perché lo smog ha un costo sociale altissimo. Secondo alcune ricerche ogni anno in Italia, 90 mila persone muoiono prematuramente a causa di quello che respirano. Ad ammazzarle, ci informa Repubblica, sono in prevalenza le polveri sottili (66.630 morti) seguite da altri veleni come diossido d’azoto (21 mila decessi) e ozono. Certo, solo una parte di queste sostanze è prodotta dal traffico. Ma è una parte importante. Per questo in pianura Padana i blocchi alle auto sono all’ordine del giorno e vi sono regioni, come la Lombardia, che hanno già dichiarato fuori legge i diesel euro 3 e fra un anno faranno lo stesso con gli euro 4. Ma è poco, troppo poco. Perché il tempo stringe e la gente muore.

Il Paese dei gilet di cachemire

Tocca ammetterlo: al “governo del cambiamento” è riuscita una rivoluzione epocale. La Francia è a ferro e fuoco per i “Gilet gialli”, protesta delle fasce più deboli contro le élite? In Italia invece protestano le élite! Dopo le “madamine” di Torino, scese in piazza per dire Sì Tav, ma ammettendo sinceramente la loro incompetenza (eredi ideali della “madamina” Marianna Madia che portò in dote in Parlamento la sua “straordinaria inesperienza” e, infatti, conquistò un ministero), è la volta degli imprenditori.

Incontrano il vicepremier Salvini e poi consegnano alle stampe il loro grido di dolore: “Le risorse del reddito di cittadinanza vengano destinate a chi il lavoro lo dà, le imprese devono essere impegnate direttamente in questo percorso di lotta alla povertà e aumento dell’occupazione perché il reddito può capitalizzare nuove attività imprenditoriali”, dice Maurizio Gardini, alla guida di Confcooperative. Maurizio Casasco di Confapi si spinge oltre: “Il lavoro è l’unica cosa che dà dignità e il lavoro lo danno le imprese (…). Se io a un giovane do 780 euro, perché dovrebbe fare 40 ore di lavoro per mille euro? Non è educativo. Date a noi il reddito di cittadinanza e li facciamo lavorare. Magari potremmo aggiungere 200 euro, ma intanto possiamo insegnare una professione”. Non semplice uomo d’impresa, ma addirittura educatore, disposto a mettere sul piatto ben 980 euro – un’enormità, riusciranno a spenderli? – per temprare al lusso le future generazioni.

Questi sono gli imprenditori che ci piacciono: chiedono aiuto ma solo per fare del bene agli altri. Filantropi, altroché! D’altronde le loro difficoltà le conosciamo bene: con le decontribuzioni per il contratto a tutele crescenti hanno incassato appena 18-20 miliardi, col risultato di una disoccupazione (a giugno 2018, perché non si dica che i meriti sono del governo gialloverde) al 10,9%, contro una media dell’Eurozona all’8,3 (peggio di noi solo la Grecia al 20,2 e la Spagna al 15,2%), per di più con un record di contratti a termine (oltre 3 milioni). Con performance come queste, vuoi non dar loro anche i miliardi del reddito di cittadinanza? Altro che i 5 milioni di poveri italiani, bisogna premiare anche la creatività dei nostri industriali – non tutti per la verità – che hanno assunto col Jobs Act solo per incassare gli incentivi (in qualche caso licenziando subito dopo) o che, con l’avvento dei paletti del decreto Dignità, hanno fatto sottoscrivere ai lavoratori contratti tramite agenzie interinali, in modo da non sobbarcarsi adempimenti diretti come pagamenti o – soprattutto – eventuali contenziosi. Già, perché quel maledetto decreto “ci ha portato indietro di 40 anni” – com’è stato detto a un mio amico durante il colloquio, per giustificare il contratto temporaneo interinale. Vero: 40 anni fa i diritti dello Statuto dei lavoratori c’erano ancora tutti, anche l’art. 18.

Come si fa a rifiutare la mano tesa di questi benefattori? L’intellighenzia de’ sinistra, per dire, l’ha capito subito e non solo ridacchia sul reddito di cittadinanza dato ai poveri (così vetero e scontato…), ma nell’opposizione accecata a questo governo sta con loro: i nuovi bisognosi chic. Cachemire e martello. E il Paese all’incontrario va.