Ossessione selfie: ecco il vero scontro di inciviltà

Deve essersi sentito molto figo il fotografo danese Andreas Hvid quando ha potuto comunicare al mondo la sua impresa. Quando ha caricato prima un’anteprima su Instagram e poi un video su YouTube in cui mostrava di aver aggirato la sicurezza intorno alle piramidi egizie, di essersi arrampicato con la sua ragazza fino alla cima della piramide più alta di Giza e poi lassù, di aver fatto sesso con lei (sebbene lui affermi che era solo una foto in cui erano nudi uno sopra l’altro). Meglio di Reinhold Messner che scala l’Everest senza ossigeno, insomma.

L’impresa fa il giro del mondo, la foto finisce su quotidiani, tg e siti di informazione, arrivano migliaia di commenti sui suoi canali social, sembra davvero una campagna di comunicazione strepitosa. Già. Ma cosa voleva comunicarci Andreas Hvid? Che è un esploratore? Che è un impavido? Che è un provocatore? Non lo so. So però quello che ha comunicato a me, e cioè che è un perfetto idiota. Esibizionismo e manie di grandezza sono vecchie quanto le piramidi, altrimenti pure i faraoni si sarebbero fatti seppellire sotto un sasso con due fiori come tutti, ma qui il discorso è molto più ampio e tocca vari temi che hanno a che fare con l’utilizzo dei soliti social e con l’importanza di viaggiare con coscienza. Per se stessi e pure per gli altri.

Salire sulle piramidi è espressamente vietato. È pericoloso e dannoso per la conservazione di monumenti che hanno resistito 4000 anni a saccheggi, erosione e intemperie, ci manca pure che vengano danneggiati dai turisti coglioni. Questo è un concetto che nell’era di Instagram è difficile da inculcare.

Viaggio molto durante l’anno e mi tocca assistere a scene di turismo incivile che è quasi sempre provocato dalla somma esigenza di fare lo scatto più d’effetto su Instagram. Negli ultimi due anni ho visto bambini arrampicarsi sui resti di Pompei con i genitori sotto che scattavano foto, turisti di ogni nazionalità vestiti come per un servizio su Vogue scalare templi millenari di Bagan in Myanmar (ce ne sono 2500 in un’area trattata come un set fotografico o un luna park, quando si può salire per legge solo su cinque templi in tutto) e farsi fotografare in cima, abbracciati alla sommità della pagoda. Basta cercare su Instagram #bagan per rendersi conto di quanti scatti patinati laggiù calpestino la storia e le leggi locali. Di quante ragazze truccate da sabato sera, con l’abito lungo e il capello fresco di piega vadano a farsi ritrarre al tramonto sui templi per avere la foto profilo perfetta. Lo stesso succede in molti altri siti archeologici: Indonesia, Cambogia, Giordania, India. Ci lamentiamo dei turisti che fanno il bagno nella fontana di Trevi, ma nel mondo le cose vanno decisamente peggio.

Ma torniamo al fotografo danese in cima alla piramide di Cheope per qualche like in più. Ci sarebbe da ricordare che un eventuale arresto in Paesi i cui governi non sono tra i più amichevoli, le cui leggi e regole sono tradizionalmente poco elastiche (l’Egitto non è Las Vegas) e le cui carceri non sono dei centri benessere, può scomodare diplomazia, ministeri, ambasciate, famiglie in patria, studi legali. Immaginate con quanto entusiasmo la Danimarca avrebbe trattato per la scarcerazione di due pirla che erano saliti su una piramide per copulare a favore di camera.

Infine, c’è un discorso più complesso che ha a che fare con i viaggi e gli strumenti culturali per viaggiare. Le compagnie low cost e l’abbattimento dei prezzi hanno permesso a milioni di persone di vedere Paesi che fino a cinque, dieci, vent’ anni fa erano costosissimi da raggiungere. Oggi ci sono Paesi presi d’assalto che fino all’altroieri erano mete di nicchia. Spesso chi li visita non conosce tradizioni, cultura, mentalità, storia, religione professata in quei Paesi. Anni fa fece storia e scalpore la foto di Corona e Belén nudi sul pontile alle Maldive. Ci si soffermò sul gossip. Nessuno fece notare che si trovavano non solo in un paradiso terrestre tra palmizi e acque turchesi, ma pure in un Paese musulmano. In cui è vietato il nudismo, figuriamoci accoppiarsi nudi in pubblico. Sembra una sciocchezza, ma non lo è. Il rispetto della legge e della cultura di un posto non è utile solo a se stessi ma lo è anche per i viaggiatori che verranno.

I due fessi che sono saliti sulla piramide e che hanno sbeffeggiato la sicurezza di un Paese, una cultura millenaria, un sito ritenuto sacro, non hanno fatto un gran favore ai turisti – specie occidentali – che andranno in quella valle in futuro. Ci sono ostilità striscianti, diffidenza o fanatici che sarebbe bene non provocare. Abbiamo invaso Paesi che fino a qualche decennio fa non conoscevano il turismo con le nostre macchine fotografiche, i nostri short, i nostri bastoni per il selfie, le nostre effusioni esibite e non capiamo che viaggiare intelligentemente è adeguarsi, non trasgredire, imporsi, violentare.

In Iraq, due anni fa, una guida locale mi disse che della gente del posto era turbata dal fatto che io e il mio fidanzato di tanto in tanto ci dessimo un bacio sulla guancia. Quest’estate, nel mercato di una città poco turistica del Perù, mentre scattavo foto le donne mi lanciavano la frutta e un uomo è venuto a dirmi “El peru y mi casa!”. Un maldiviano, anni fa, mi spiegò che per i ragazzi del posto assunti nei villaggi turistici l’impatto con le occidentali mezze nude in spiaggia era traumatico: alcuni di loro che venivano da atolli sperduti, a malapena avevano visto le caviglie scoperte di una donna. Avevano ragione loro. Gli iracheni, i peruviani. I maldiviani. Tutti. Poi può non piacermi un luogo, un’atmosfera, una mentalità, ma sono io che scelgo di andare.

Viaggiare è capire, non imporsi. I due fessi danesi hanno dimostrato come si può viaggiare rimanendo fermi. Nell’ignoranza, nell’imprudenza, nell’arroganza 2.0 in cui non vince chi vede il posto più bello, ma chi ottiene lo scatto più instagrammabile. Del resto, i faraoni per il loro viaggio nell’aldilà si portavano dietro oggetti, fiori, gioielli e vettovaglie. A noi, per sentirci immortali, basta un account e un bastone per il selfie.

L’ultima di Orbán: lavoro oggi, straordinari tra 3 anni. L’Ungheria scende in piazza

“Più diritti meno Orbán” gridavano nei giorni scorsi per le strade di Budapest gli studenti universitari assieme ai lavoratori ungheresi riuniti dai sindacati davanti al Parlamento dove si stava discutendo la controversa riforma del codice del lavoro. Sia gli universitari preoccupati per le future condizioni di lavoro, sia chi già lavora però ha ottenuto l’esatto contrario: “Più Orbàn meno diritti”.

Il Parlamento ungherese, dove il partito di destra Fidesz del premier Orbán sovranista e ammiratore di Putin ha la maggioranza, alla fine non ha ascoltato le richieste di coloro che protestavano e ha approvato il discusso emendamento che aumenta gli straordinari annui dei dipendenti dalle attuali 250 a 400 ore. L’emendamento presenta inoltre un’altra fregatura sonora, per usare un eufemismo, ai danni dei lavoratori: consente di rinviare il pagamento degli straordinari in casi oggettivi (tecnici o organizzativi) fino a tre anni.

Anche se le forze dell’ordine hanno più volte disperso i manifestanti, questi sono ritornati poco dopo più numerosi, ma non solo il ministro del Lavoro Gulyas ha detto che il governo non arretrerà. È stato lo stesso Orbán a far sentire la propria inflessibile voce sottolineando che chi contesta non ha capito il senso del provvedimento. A suo parere si tratta di una innovazione favorevole non solo alle imprese, data la crescente difficoltà a trovare sufficiente manodopera a fronte di una crescita economica stimata per quest’anno al 4 per cento, bensí è positiva anche per i lavoratori “perché chi vuole lavorare di piú per avere piú soldi adesso può farlo”. Secondo i sindacati, i lavoratori sono troppo deboli per opporsi alle richieste delle aziende, a fronte di un continuo aumento della produzione soprattutto nelle grandi imprese. Orbán sta preparando nel frattempo anche un mutamento istituzionale: è pronta la legge per creare una nuova Corte suprema non indipendente bensí agli ordini del ministero della Giustizia, e con competenze allargate rispetto a quella già esistente, specie per le accuse di corruzione, questioni fiscali, presunti abusi della polizia e conto di risultati elettorali. Dando prova di voler trasformare la democrazia ungherese in un guscio vuoto.

“Siamo i gilet tedeschi, con noi i delusi Spd dimenticati da Linke”

Sono passati cento giorni dalla nascita del movimento Alzarsi e in Germania si torna a parlare di lei: Sarah Wagenknecht, co-capogruppo della Linke al Parlamento e una dei fondatori di Aufstehen. A far tornare a parlare di lei anche le recenti dichiarazioni a sostegno dei Gilet gialli francesi, definite “scandalose” dalla cancelliera Angela Merkel, e l’avvicinarsi delle elezioni europee, che riaprono il capitolo di una possibile spaccatura della Linke.

“La richiesta dei Gilet gialli è del tutto giustificata”, aveva detto a fine novembre Wagenknecht e in un incontro con la stampa estera a Berlino, lo ripete: “La Francia prova che non bisogna essere un partito per cambiare la politica” e “questo è anche il desiderio del nostro movimento”, spiega. “Se si guarda a quello che accade lì, si vede che le persone che scendono in strada sono le stesse che negli ultimi anni non hanno più avuto voce in politica”. È chiaro “che la politica deve lasciarsi cambiare” e “per questo si impegna il nostro movimento”. Alla domanda se la Francia sia un modello replicabile in Germania, risponde che “lì è più facile perché hanno da sempre una tradizione rivoluzionaria che continua a vivere” e che spera che “cresca in Germania la pressione nelle strade”.

“L’idea del movimento è nata quando abbiamo avvertito che nella società tedesca c’è una maggioranza che vuole una politica più sociale – salario minimo più alto, pensioni migliori, tassa sul patrimonio – e al tempo stesso non c’è una maggioranza politica che si impegni per questo”, sostiene Wagenknecht. “Il desiderio è raggiungere le persone che gli altri non riescono più a raggiungere”, prosegue la deputata. L’idea sembra aver funzionato “in un modo che ci ha sopraffatti”, prosegue con orgoglio la moglie del fondatore della Linke, Oskar Lafontaine, parlando dei 167 mila iscritti. “Abbiamo notato che l’80% delle persone che hanno manifestato interesse per noi sono senza partito” e “sono ambienti che prima raggiungeva l’Spd”. Tra loro ci sono anche elettori del partito di destra Alternative für Deutschland?, le chiedono. “Non abbiamo elettori dell’Afd ma persone che alle ultime elezioni hanno votato Afd”.

Se Alziamoci vuole pescare nel bacino della destra, come si pone con la sinistra della Linke? “Non vogliamo fare concorrenza agli altri partiti ma vogliamo contribuire a portare i partiti più a sinistra”. Da tempo è noto, però, che all’interno del partito convivono non proprio pacificamente due anime, rappresentate dalla presidente, Katja Kipping, e da lei. “Sul piano personale posso dire che da capogruppo al Bundestag non posso portare avanti un progetto che faccia concorrenza alla Linke”.

Eppure il tabloid Bild crede poco a questa versione, tanto che ieri titolava: “Perché sul partito di Wagenknecht pende la minaccia di una spaccatura” sostenendo la tesi della concorrenza elettorale alla Linke. Interpretazioni a parte, le ambiguità restano. “La Linke è nata per raggiungere gli ambienti che non raggiungeva più l’Spd”, dice la deputata. Nel tempo poi “ci siamo sforzati sempre di meno, secondo la mia valutazione, di raggiungere queste persone, come partito” ammette, “raggiungiamo bene l’ambiente universitario, ma non riusciamo più a parlare nella lingua di quelli a cui va male davvero e non prendiamo abbastanza sul serio i loro problemi e le loro preoccupazioni”. Il nuovo movimento è quindi un modo di fare pressione dall’esterno sulla Linke per ritrovare lo spirito delle origini? Al momento “vogliamo promuovere il dibattito interno”. Affermazione che dalla bocca di una sindacalista suona minacciosa.

Scontri pre-partita: fermati 5 ultras tedeschi. C’è un ferito

Un ferito lieve e cinque tifosi tedeschi dell’Eintracht Francoforte fermati. È il bilancio dei disordini avvenuti ieri vicino allo stadio Olimpico di Roma prima della partita di Europa League tra la Lazio e il club tedesco. Volevano raggiungere ponte Duca d’Aosta, la zona d’accesso allo stadio dei tifosi laziali, ma sono stati fermati da una carica di alleggerimento della polizia mentre lanciavano petardi e fumogeni. Il punto di raccolta dei tifosi tedeschi era a Villa Borghese, da lì poi sarebbero dovuti andare a Piazzale delle Canestre per la verifica dei biglietti e salire sull’autobus per lo stadio. Invece un gruppo di 200 ultras dell’Eintracht si è staccato dagli altri e si è diretto in Piazza del Popolo, scortati dalla polizia. Qui hanno passato la prima parte del pomeriggio bivaccando e lasciando per terra un tappeto di bottiglie rotte, cibo e cartacce. La partita di stasera era considerata ad alto rischio per l’accesa rivalità, non sportiva ma politica, tra le due tifoserie. Infatti gli ultras tedeschi, tra i più “caldi” della Germania, sono notoriamente di estrema sinistra, l’esatto opposto di quelli laziali. Già all’andata c’erano stati scontri in un pub, con una quarantina di tifosi dell’Atalanta – gemellati con quelli dell’Eintracht – a dare manforte ai tedeschi.

I funerali delle vittime, il dolore di una mamma: “Emma doveva venire via con me quella sera”

È iniziato ieri, nella Chiesa di Santa Maria della Neve di Senigallia l’estremo saluto, in forma privata, ad una delle sei vittime della tragedia della discoteca Lanterna Azzurra di Corinaldo. C’era tutta la città a dire addio a Emma Fabini, che con i suoi 14 anni era la più piccola degli adolescenti. Frequentava il primo anno del liceo classico e quel permesso per andare ad ascoltare Sfera Ebbasta era il premio per gli ottimi voti. A Corinaldo era andata con la mamma di una sua amica che ora non si dà pace per averla lasciata lì, come aveva insistito dicendo che sarebbe rientrata con un altro genitore, mentre, vista l’ora tarda, lei era tornata a casa con la figlia.

”Emma era compagna di classe di mia figlia, tornavano a casa sempre assieme e spesso Emma restava a pranzo da noi” racconta fra le lacrime il noto edicolante di Senigallia, Simone Tranquilli. Ha il viso segnato dal dolore anche un dirigente della Polizia di Stato che nonostante indossi quella divisa da oltre 30 anni confessa di non riuscire a dimenticare quella notte quando i genitori di Emma la cercavano disperatamente, gli descrivevano com’era vestita e quell’attimo in cui l’ha vista a terra, senza più vita e non trovava la forza per dare loro la notizia.

Oggi pomeriggio, sempre a Senigallia si svolgeranno invece i funerali di Daniele Pongetti, 16 anni, che frequentava l’Itis Volterra ad Ancona e faceva parte della squadra del Senigallia, a Frontone (Pesaro-Urbino) quello di Mattia Orlandi, 15 anni, che giocava anche lui a calcio con il Sassoferrato e a Marotta quello ad Asia Nasoni. Mentre l’addio a mamma Eleonora Girolimini, 39 anni che con il marito Paolo aveva accompagnato al concerto la figlia di 11 anni, si svolgerà sabato mattina nella Cattedrale della città rivierasca. Sulla sua bara, da oggi all’Auditorium San Rocco, solo un cuscino con cinque rose rosse, del marito e dei quattro figli. Mentre in contemporanea Fano accompagnerà per l’ultima volta Benedetta Vitali, 15 anni.

“Tollerare l’omosessualità è come accettare la pedofilia”. La De Mari rischia una multa

“Offendeva in più occasioni l’onore e la reputazione delle persone con tendenza omosessuale”. Sosteneva che “tollerare l’omosessualità equivale ad accettare la pedofilia”, riepiloga la procura di Torino. La dottoressa Silvana De Mari aveva affermato frasi come: “Il movimento Lgbt vuole annientare la libertà di opinione e sta diffondendo sempre di più la pedofilia”. Ieri il sostituto procuratore Giuseppe Riccaboni ha chiesto nei suoi confronti la condanna a una multa da mille euro senza la sospensione condizionale per la De Mari, accusata di diffamazione. La sentenza è prevista per oggi: “Comunque andrà io porterò avanti le mie battaglie”, ha dichiarato la dottoressa al sito Notizie Provita mercoledì. De Mari aveva accostato anche il sesso tra gay al satanismo: “Non posso ancora credere che nel 2018 ci si debba occupare di affermazioni che ci riportano nel Medio Evo”, ha detto l’avvocato Michele Poté, che rappresenta la Rete Lenford, parte civile insieme al Coordinamento Torino Pride, assistito dall’avvocato Nicolò Ferraris. “Le frasi della De Mari – ha affermato il difensore, Mauro Ronco – non sono diffamatorie perché si riferiscono solo a comportamenti e non a persone specifiche”.

Case popolari “okkupate” al Giambellino, nove antagonisti ai domiciliari

Quarto piano appartamento 46, tre stanze. Sul muro adesivi del movimento antagonista, sul tavolino i libri di filosofia. Nicolò Bosacchi, 28 anni, per tutti Nick, legge l’ordinanza di arresto, i carabinieri controllano. “Qui – dice – non troverete altro che polvere e libri”. Lui che la laurea l’ha presa con 110 e lode, corregge bozze ed è il capitano della squadra di calcio Ardita Giambellino. Pochi minuti all’alba di ieri. Inizia qui il blitz contro un gruppo di antagonisti accusati dalla Procura di Milano di occupare le case popolari e poi darle a chi ne ha bisogno. In cambio, si legge negli atti, 10 euro al mese. Denaro che, secondo il giudice, serviva a finanziare le attività politiche. Risultato: 9 arrestati (tutti ai domiciliari), 75 indagati e 50 occupazioni censite. E un’accusa pesante: associazione a delinquere. A far da regia, secondo l’accusa, il “sedicente” Comitato abitanti Giambellino Lorenteggio. In realtà, spiega il pm Piero Basilone, una camera di regia gestita dagli antagonisti legati al centro sociale Base di solidarietà popolare. Chiarisce il gip: “Il Comitato non fa che sostituirsi al sistema legale per creare un diverso canale illecito per l’ottenimento delle case L’occupazione aveva uno scopo: una propagandata giustizia sociale volta a creare una soluzione all’emergenza abitativa, contrapposta a quella offerta dalle Istituzioni”. Il gruppo era ben organizzato: vedette sguinzagliate per il quartiere, ronde chiamate “colazioni anti-sgombero e un numero telefonico condiviso per le emergenze (“utenza anti-sgombero”). All’ingresso di ogni appartamento c’erano alcune regole scritte. La principale: “Non aprire ad Aler e polizia”, pena una ritorsione. A provarlo le intercettazioni tra Clelia Contestabile, una dei leader, e un abitante che ha fatto entrare in casa gli ispettori Aler. Dice la donna: “Perché non hai chiamato il Comitato, c’è scritto sulla porta (…). Sono cose molto gravi e ci saranno delle conseguenze”. Minacce, secondo l’accusa, venivano rivolte agli inquilini regolari che si opponevano al Comitato. Succede con una donna alla quale – testimonierà – vengono rivolte queste parole: “Quando ti vedo da sola ti do una coltellata (…). Razzista ti ammazziamo”.

Bimbi stranieri esclusi dalla mensa: “Fu discriminazione”

“La condotta del Comune di Lodi, consistente nella modifica del regolamento per l’accesso alle prestazioni agevolate, è discriminatoria”, pertanto “si obbliga il Comune a modificare il regolamento, in modo da consentire ai cittadini extracomunitari di presentare l’Isee, alle stesse condizioni dei cittadini italiani e comunitari”.

È quanto deciso dal Tribunale di Milano su quello che oramai è diventato il “caso Lodi”. Il termine “discriminatorio”, ricorre più volte nelle diciotto pagine dell’ordinanza, sgomberando così il campo da qualunque dubbio rispetto a una vicenda che tanto ha fatto discutere.

Quel regolamento da oggi è stato dichiarato illegittimo e va sospeso, immediatamente. È una svolta che arriva dopo mesi di polemiche e dopo il ricorso presentato ad aprile da Asgi-Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione e il Naga di Milano, contro un provvedimento che, di fatto, ha escluso i bambini di genitori stranieri dalla mensa scolastica e dal servizio scuolabus. “La decisione del Tribunale ripristina la parità di trattamento che la legge prevede: italiani e stranieri, per accedere alle prestazioni sociali, devono seguire le medesime procedure e queste sono fissate dalle norme del 2013 sull’Isee”, ha commenta l’avvocato dell’Asgi Alberto Guariso: “È una vittoria della legalità e della ragionevolezza”. Michela Sfondrini, la libraia di Lodi che per mesi si è battuta con il Coordinamento Uguali Doveri per spingere l’amministrazione guidata dalla sindaca leghista Sara Casanova a fare un passo indietro, ha la voce spezzata dall’emozione: “Abbiamo vinto. In queste settimane di attesa eravamo fiduciosi e ottimisti, oggi siamo felici e soddisfatti. Abbiamo lavorato tanto, convinti delle nostre ragioni. Mossi da un unico obiettivo: agire per il bene di tutti. Finalmente a Lodi tornerà in vigore un regolamento equo”.

Quella di Lodi – che il Fatto per primo ha portato all’attenzione nazionale – è una vicenda che ha scosso tutta l’Italia. Associazioni e liberi cittadini si sono mobilitati soprattutto dopo l’inchiesta tv di Piazzapulita (La7) che ha mostrato la stanza in cui i bambini, figli di genitori stranieri ma in molti casi nati in Italia, mangiavano i loro panini lontani dagli altri bambini, seduti in mensa. Prima che fosse un tribunale a risolvere momentaneamente la situazione, consentendo ai bambini di origine straniera di tornare a mangiare in mensa, ci avevano pensato i 180 mila euro raccolti dal Coordinamento Uguali Doveri, grazie alle donazioni arrivate da tutta Italia.

Ieri, invece, il Tribunale di Milano ha messo un punto. Nessuna famiglia dovrà più richiedere dei documenti in più, oltre all’Isee, nei propri Paesi di origine (in molti dei quali è proprio impossibile accedervi, perché mancano catasti digitalizzati). E anche Hayat, la mamma di Sophienne arrivata fino in Marocco per recuperare i certificati richiesti dal Comune di Lodi, spendendo 1.500 euro di viaggio, è in lacrime: ”Sono felice, mi sembra un miracolo. Non dovrò più tornare in Marocco per dimostrare di non avere proprietà lì. Ora i miei bambini sono come tutti gli altri e, anch’io, mi sento più italiana rispetto a ieri”.

’Ndrangheta, fondi europei per le spese legali del boss

Dal 2010 era detenuta al 41-bis per reati di mafia ma percepiva i contributi della Comunità europea per l’agricoltura. Teresa Gallico, di Palmi, è certamente la principale indagata arrestata ieri dai carabinieri nell’operazione “Celere” coordinata dalla Dda di Reggio Calabria. Su richiesta del procuratore Giovanni Bombardieri, dell’aggiunto Gaetano Paci e del pm Diego Capece Minutolo, il gip ha emesso otto ordinanze di custodia cautelare: 4 in carcere (tra cui Carmelo Gallico), 3 ai domiciliari e un obbligo di presentazione. Stando all’inchiesta nella quale sono coinvolte anche le cosche Alvaro, Lo Giudice e Laganà-Caia, la ‘ndrangheta ha messo le mani sui “Fondi europei agricoli di garanzia e di sviluppo rurale”. Con la complicità di funzionari pubblici e del consorzio olivicolo “Conasco”, gli indagati hanno percepito contributi per circa 400 mila euro. Soldi che, poi, servivano a sostenere le spese legali per il boss Domenico Gallico. Per il procuratore Bombardieri, “l’erogazione sistematica dei contributi europei a soggetti detenuti ha inquinato il sistema dell’economia reale danneggiando chi realmente aveva bisogno di quei fondi per lavorare in questa terra”.

Corruzione, Marra condannato a 3 anni e 6 mesi

“È una pagina chiusa”. La sindaca di Roma, Virginia Raggi, taglia corto sulla condanna di Raffaele Marra. Al suo ex braccio destro ieri è stata inflitta in primo grado una pena a tre anni e sei mesi di reclusione. È una sentenza non definitiva, ma pesante. Perché l’ex capo del Personale dovrà anche dare al Comune di Roma 100 mila euro, mentre è stato dichiarato estinto il suo rapporto con la Pubblica amministrazione.

E poi c’è la confisca dell’appartamento di via dei Prati Fiscali. Lo stesso che gli è costato l’accusa di corruzione. Per l’acquisto di quella casa – ed è questa l’accusa dei magistrati Paolo Ielo e Barbara Zuin – erano stati utilizzati parte dei 367 mila euro che Marra aveva ricevuto dall’immobiliarista romano Sergio Scapellini, deceduto lo scorso 20 novembre. Per il pm Zuin, come ha sottolineato nella sua requisitoria, quei soldi erano “il ‘prezzo’ per piegare la pubblica funzione di Marra agli interessi del costruttore”.

Accusa respinta dall’ex funzionario del Comune. Fu solo un prestito tra amici, si è sempre difeso Marra. E lo ha spiegato anche il 4 luglio 2017 quando è stato sentito in aula: “Quei soldi – ha detto l’ex funzionario del Comune – erano un prestito per mia moglie con gli assegni da me materialmente incassati. Il denaro sarebbe stato restituito. Io sono una persona perbene, non sono un corrotto, non ho nulla da nascondere”. E a riprova di questo ci sarebbe il fatto che poi ha restituito parte dei soldi al costruttore. Una restituzione sospetta però secondo i pm, perché avvenuta a distanza di quattro anni e soprattutto a processo già iniziato.

Le ragioni della Procura alla fine sono state condivise dai giudici della II sezione penale, che però hanno inflitto una condanna più lieve rispetto a quella richiesta dall’accusa di 4 anni e mezzo di reclusione. Ma per Marra i guai non sono finiti. È ancora in corso il processo in cui è l’ex funzionario è imputato per abuso d’ufficio in relazione alla promozione avvenuta nell’ambito della procedura di interpello nell’autunno del 2016 del fratello Renato a capo della direzione Turismo del Campidoglio. La nomina poi è stata revocata.

Si tratta della stessa vicenda per la quale la sindaca Virginia Raggi è stata assolta il 10 novembre scorso con formula piena, perché il fatto non costituisce reato. Si attende di conoscere le motivazioni del giudice Roberto Ranazzi. Ma proprio nell’ambito di quel processo era stata l’ex capo di gabinetto del Campidoglio, Carla Romana Raineri, che ascoltata in aula come testimone, ha definito Marra come l’uomo forte del Campidoglio. “Erano stati coniati vari epiteti per Marra – ha detto in aula la Raineri –, eminenza grigia, Richelieu”.