Morandi: “La metà dei tiranti usurata tra il 30 e il 70%”

“Il 50% dei trefoli della sommità del pilone 9 riporta livelli di corrosione o riduzioni di sezione tra il 30 e il 70%. Appena il 4% risulta intatto”. Leggendo le carte degli studiosi svizzeri pare davvero probabile che il crollo del Morandi sia dipeso da questo: il cedimento degli stralli.

Sul tavolo dei pm di Genova Massimo Terrile e Walter Cotugno stanno arrivando le perizie sul crollo. Soprattutto lo studio, 120 pagine in tedesco, preparato dagli specialisti dell’Empa di Dubendorf (Zurigo). Un’équipe coordinata dal professor Gabor Piskotyi di cui fanno parte Roman Loser, esperto di cemento, e Ulrik Hans, studioso della corrosione dei metalli.

La Procura di Genova li ha incaricati di esaminare i 17 reperti provenienti dal vertice del pilone 9 che crollando ha ucciso 43 persone. Uno studio – la versione completa arriverà tra circa un mese – che costituirà probabilmente il cardine del processo. Gli studiosi hanno esaminato oltre mille trefoli, cioè quelle componenti – a loro volta composte da centinaia di fili – che si attorcigliano tra loro formando i cavi che tenevano su il ponte. Per classificare il livello di ammaloramento del materiale sono state fissate cinque classi: zero, cavi intatti. Uno, cavi intatti con lievi rotture. Due, cavi corrosi o con riduzione della sezione fino al 30%. Tre, corrosione o riduzione dal 30 al 50%. Quattro, corrosione e riduzione di sezione dal 50 al 70%. E cinque, danneggiamento dal 70 al 100%.

Ebbene, l’analisi dei trefoli che stavano in cima al pilone 9 ha dato risultati che paiono indicare con molta probabilità la causa del crollo: il 28% dei cavi va iscritto nella categoria 4. Il 22% viene classificato in categoria 3. Il 30% in 2, il 16% in 1. Appena il 4% risultano infine “intatti”. Non basta: i cavi, secondo alcuni periti, riportano segni di “strappo”, lesione compatibile con il cedimento dei trefoli degli stralli.

Il killer del ponte ha un nome? Sarebbe comunque soltanto il primo passo. Occorre poi stabilire quale sia stata la causa scatenante del crollo, l’elemento cioè che ha fatto cedere la struttura già malata. I periti sono orientati a escludere che possa essere stato un fulmine. Piuttosto l’attenzione si sta orientando sulla presenza del carro ponte che da tempo stazionava sul Morandi per i lavori di restauro: una sorta di make-up in attesa di un intervento strutturale purtroppo arrivato tardi. C’è poi l’ipotesi dei new jersey, barriere sistemate lungo tutta la carreggiata: quasi 2mila tonnellate di cemento, come se un’ottantina di tir fossero rimasti parcheggiati sul ponte.

Poi ovviamente c’è la questione traffico: il ponte, concepito negli anni ‘60, era arrivato a sopportare 70mila vetture al giorno, con picchi di 100mila. Il tir passato nel momento del disastro potrebbe essere stato l’ultima goccia. Ma ci sono anche, è emerso dallo studio dei periti, due ipotesi che riportano agli anni della costruzione del Morandi. Tra i tecnici c’è chi ha sostenuto la possibilità di un peccato originale del ponte, un errore di calcolo che avrebbe causato sobbalzi al passaggio dei carichi più pesanti. E c’è chi ha sostenuto che le tracce di acqua all’interno degli stralli – una delle possibili cause del loro deterioramento – potrebbero essere state “intrappolate” nel calcestruzzo al momento della costruzione.

Autostrade respinge la ricostruzione che punta il dito sugli stralli: “I reperti inviati dai periti del Gip a Zurigo – sostiene Giuseppe Mancini, consulente tecnico della concessionaria – erano quelli che presentavano segni di ossidazione e ammaloramento (il reperto 132), a fronte di uno stato complessivo del ponte ben differente. La capacità portante era garantita”. Ieri il cda di Autostrade ha deciso di ricorrere contro il decreto Genova che la esclude dai lavori. Un ricorso “senza richiesta di sospensiva per non bloccare la ricostruzione”.

Treno deragliato a Pioltello, altri casi di scintille sulle rotaie

Il treno regionale 10452 deragliato a Pioltello il 25 gennaio scorso non è l’unico ad aver sprigionato scintille al suo passaggio sul “punto zero”, dove poi è deragliato, nel tratto tra l’11esimo e il tredicesimo chilometro della Milano-Venezia. Lo dimostrano una serie di video, acquisiti dalle telecamere di sorveglianza della zona e depositati agli atti dell’inchiesta della Procura di Milano, trasmessi oggi in un servizio del Tg3. In alcune immagini si vede il regionale Milano-Cremona che esce dai binari, dopo essere passato proprio sopra il giunto usurato, dal quale si è staccato un pezzo di 23 centimetri. Il filmato mostra i soccorsi arrivati subito dopo e le scintille che si erano alzate al passaggio del convoglio. Una scena simile era stata ripresa dalle telecamere di sorveglianza anche il 21 gennaio e lo stesso accadeva nei giorni precedenti. I filmati mostrano anche come, dal 10 gennaio in poi, alcuni operai hanno verificato più volte le condizioni di quella giuntura. A novembre 2017 era già stato piazzato un tampone sotto quel tratto di binari. Una maxi consulenza depositata nei giorni scorsi ha anche mostrato che nei tre chilometri di binari analizzati c’erano usura, scarsa manutenzione e diverse anomalie.

“Terzo Valico, soldi buttati”. Ma il governo ha deciso: si fa

I soldi spesi per il Terzo Valico ligure sono sostanzialmente soldi buttati. Ma il governo ha deciso che l’opera ferroviaria – 53 km, essenzialmente merci, che dovrebbe collegare Genova e il suo porto alla pianura Padana fino a Tortona (passando per Novi Ligure) – si farà lo stesso. Ad annunciarlo è stato ieri il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli (M5S). La decisione è destinata ad aprire un nuovo fronte interno ai 5Stelle, specie quelli genovesi, da sempre contrari al progetto.

Ieri Toninelli ha finalmente pubblicato l’analisi costi-benefici affidata a una task force di esperti guidati dall’economista Marco Ponti. Il ministro ha pubblicato anche l’analisi tecnico-giuridica, svolta sempre dal ministero. La prima deve valutare la convenienza dell’opera (costo 6,2 miliardi, tutti pubblici); la seconda i rischi di uno stop. La versione di Toninelli, affidata a un post su Facebook, è questa: l’analisi costi benefici è negativa per 1,5 miliardi, ma gli esperti giuridici del ministero spiegano che si rischiano penali per 1,2 miliardi (463 milioni per il costruttore, il consorzio Covic, 500 per le imprese in subappalto, più 200 per il ripristino dei luoghi), a cui si aggiungono gli 1,5 miliardi già spesi per completare i lavori al 30%. Conclusione: “Il Terzo Valico non può che andare avanti”. “Chi dice che siamo quelli del no a prescindere, sosterrà che stiamo tradendo la nostra anima ambientalista. Non è così, noi siamo sempre gli stessi”, spiega Toninelli, costretto a ricordare “le inchieste giudiziarie”, cioè le indagini di Genova e Roma sui subappalti truccati che hanno portato all’arresto dei vertici di Cociv (Salini Impregilo, Condotte, e Gavio) e il commissariamento del consorzio da parte dell’Anac.

L’imbarazzo è palpabile. Non c’è solo la scelta curiosa di considerare le penali come un costo in grado di compensare gli effetti negativi dell’opera (ci sono altri 4,5 miliardi da spendere). Secondo il ministro, il Terzo Valico deve essere reso “utile”, collegando i binari fin dentro il porto di Genova e “rendendo pienamente operativo lo snodo retroportuale di Alessandria”, che si trova a 20 km da Tortona. Tradotto: fai una ferrovia di 54 chilometri fino a Tortona (verso Milano) e dici che il retroporto di Genova sarà 20 chilometri più a ovest, verso Torino.

Vediamo i numeri. L’analisi costi-benefici prevede tre scenari in base alla domanda di traffico dell’opera, in quello mediano lo sbilancio è 1,5 miliardi, ma in quello “prudenziale” sale a 2,3 miliardi. Solo nel terzo, assai ottimistico si arriva a un pareggio. “L’analisi mostra come, solo assumendo ipotesi molto favorevoli al progetto, i benefici ottenuti risulterebbero dello stesso ordine di grandezza dei costi – si legge –. Questo scenario ha, a giudizio del gruppo di lavoro, una elevata probabilità di non verificarsi”. Gli esperti economisti dipingono il progetto come soldi buttati. La tesi è argomentata. La scarsa attrattività del porto di Genova non dipende dalla mancanza di una “ferrovia di pianura” (ne esistono peraltro già due), ma dai tempi troppo lunghi per completare le operazioni di scarico e uscita nel porto. Questo fa perdere più tempo di quanto se ne guadagni con la nuova linea. E gli operatori continuano a preferire il trasporto su gomma. Vengono calcolati anche gli effetti “redistributivi”. In sostanza i benefici della linea per gli utenti passeggeri e i consumatori che acquisteranno le merci valgono 2,2 miliardi. Per i non utenti, invece, ci sarà un peggioramento del benessere – via riduzione delle esternalità, costo dell’investimento e mancato incasso di accise per lo Stato dovuto al minor traffico su gomma – pari a 3,1 miliardi. La sintesi è brutale: “Occorre ricordare il ridotto impatto occupazionale di questo tipo di opere (oltre alla sua temporaneità), il pesante impatto negativo sulle finanze pubbliche e, soprattutto, le prospettive assai concrete di un progresso tecnico che ridurranno ulteriormente gli impatti ambientali della navigazione marittima e del trasporto terrestre riducendo i benefici dello spostamento modale verso la ferrovia già oggi più contenuti rispetto al passato soprattutto per quanto riguarda l’inquinamento atmosferico e l’incidentalità”. Gli economisti annotano quasi ironici: “Nell’ipotesi in cui il progetto non fosse realizzato e le risorse a esso destinate fossero direttamente spese dai consumatori per l’acquisto di beni o servizi il beneficio conseguito sarebbe con certezza superiore alle risorse impiegate”. Annotazione che precede una conclusione laconica: se proprio non ci sono modi migliori per spendere i soldi, “l’opera può considerarsi opportuna. In caso contrario, no”.

Come anticipato dal Fatto, il governo ha deciso per la prima opzione. Finora un accordo informale tra alleati ha fissato un punto di incontro: dare il via al Terzo valico, assai caro alla Lega, in cambio dello Stop al Tav, la cui analisi costi-benefici verrà consegnata prima di Natale. Uno schema messo a dura prova dalla difficoltà politica dei 5Stelle di uscire dall’imbuto chiamato grandi opere. E il dietrofront sul Terzo valico, arrivato dopo la mancata chiusura dell’Ilva e l’avvio del gasdotto Tap in Puglia, non farà che alimentare lo scontro interno al M5S.

Antonio Megalizzi migliora, ma resta in condizioni gravissime

Antonio Megalizzi migliora anche se di poco. Il giovane giornalista trentino è ancora stazionario, ma i medici francesi attenderanno 24 ore prima di decidere se operarlo. “Me l’hanno portato via” è il grido di disperazione della madre di Antonio, che cerca di darsi forza, con la fede, sperando in un miracolo. Il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani ha fatto sentire la sua vicinanza e ha rivolto un augurio al giovane: “Speriamo riesca a superare il momento di difficoltà e possa essere operato”. Intanto il presidente della Società italiana di neurochirurgia, Marco Cenzato, si è detto pronto “a volare a Strasburgo per valutare la situazione clinica di Antonio con i colleghi francesi”. In Italia, l’aula di Montecitorio ha osservato un minuto di silenzio e il presidente della Camera Roberto Fico ha dedicato “un pensiero alla famiglia di Megalizzi che sta vivendo delle ore terribili”. Il giovane è in coma farmacologico indotto da martedì, la sera dell’attacco terroristico ai mercatini di Natale. Antonio era per le strade di Strasburgo insieme a due sue amiche e colleghe, Caterina Moser e Clara Rita Stevanato, quando sono partiti i primi colpi. Si trovava lì in occasione della seduta plenaria dell’Europarlamento che seguiva per Europhonica, un progetto del network di radio universitarie europee RadUni diffuso in sei Stati membri. Antonio era entrato come coordinatore in Europhonica Italia fin dal primo giorno, nel 2015.

Un somalo arrestato a Bari: “Pericoloso e pronto a colpire”

Era già deciso a colpire, ma i fatti di Strasburgo avrebbero potuto spingerlo ad agire ancora prima. Dopo aver ascoltato le telefonate delle ultime 48 ore, la Procura di Bari e gli agenti della Digos non hanno avuto più alcun dubbio. Hanno anticipato il fermo, già previsto, di una cellula dell’Isis per evitare ogni minimo rischio. E così ieri, un cittadino somalo è stato fermato con un provvedimento d’urgenza.

L’uomo era a Bari da diversi mesi ed era sotto la stretta osservazione anche della intelligence italiana. Persino il suo ingresso nel nostro Paese era stato monitorato sin dall’inizio grazie alle segnalazioni ricevute da altri servizi di intelligence: il suo fermo è quindi il frutto di una collaborazione internazionale tra servizi segreti. Si tratta infatti di un uomo ben inserito nell’Isis, ritenuto un soggetto fortemente pericoloso. Ora per lui si ipotizzano anche i reati di istigazione a commettere reati di terrorismo e pubblica apologia di reati di terrorismo. Gli inquirenti e gli investigatori dell’Antiterrorismo di Bari mantengono il massimo riserbo sull’indagine, coordinata dal pm della Dda Giuseppe Maralfa, che ha portato al fermo d’urgenza del cittadino somalo per reati di terrorismo.

Secondo il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, esiste una nuova fase dell’Isis che preoccupa perché “non abbiamo più una struttura che viene governata e diretta dalla centrale del terrorismo internazionale, ma abbiamo lupi solitari – ha spiegato De Raho – si tratta di soggetti che individualmente si muovono, a volte si autoaddestrano, si affiliano attraverso il web e quindi agiscono quasi come schegge impazzite”.

Già in passato la Dda di Bari si era occupata – ma non ci sarebbe alcun collegamento con il fermo di ieri – di presunti contatti tra cittadini somali residenti nel capoluogo pugliese e alcuni filo jihadisti legati al gruppo terroristico somalo “Al Shabaab”. Sospetti mai formalizzati in accuse. In quel caso le indagini della Digos su una ventina di cittadini somali arrestati nel maggio 2017, accusati di reclutare migranti connazionali nei centri di accoglienza pugliesi e siciliani per poi riorganizzarne illegalmente il trasferimento nel Nord Europa grazie a documenti falsi, rivelarono collegamenti sul web, attraverso social network come Facebook, e anche diretti contatti telefonici con alcuni connazionali in contatto con terroristi. In particolare, a riscontro di tali evidenze sono stati documentati diretti contatti telefonici tra uno dei membri del citato sodalizio con un cittadino somalo, già sottoposto a fermo in Italia nel luglio 2016 per aver favorito l’ingresso sul territorio nazionale, via Malta, di due estremisti siriani militanti dell’Isis/Daesh condannati in primo grado dal Tribunale di Brescia per il reato di associazione per finalità di terrorismo anche internazionale.

La morte del killer libera la protesta dei Gilet gialli

I Gilet Gialli sono liberi di occupare le strade, e ora che il killer di Strasburgo, ucciso in un blitz della polizia, non è più una minaccia, hanno un motivo di più a non tirarsi indietro e mantenere il “quinto atto” della loro protesta. Gli appelli a non andare a manifestare durante il fine settimana lanciati dal governo francese erano già caduti nel vuoto: “La vostra rabbia è stata ascoltata, le prime risposte sono state date, vi chiediamo di essere ragionevoli”, aveva detto ieri il portavoce Benjamin Griveaux.

Anche con l’attentato al mercato di Natale di Strasburgo e il killer in fuga, il governo aveva di fatto deciso di non vietare le manifestazioni. Ieri la frangia più dura del movimento, che ruota intorno alla France en colère di Éric Drouet, ha improvvisato nel pomeriggio una conferenza stampa in uno dei luoghi della Rivoluzione, il Jeu de Paume a Versailles: “Chi si è mobilitato finora in tutta la Francia manifesterà”, aveva ribadito Maxime Nicolle, alias Fly Rider, uno dei volti della protesta. Lo stesso che, dopo l’attacco di Strasburgo, ha veicolato su Facebook l’idea complottista che l’attentato potesse essere una mossa del governo per distrarre l’attenzione generale dalla protesta. Con lui c’era anche Priscillia Ludovsky, la venditrice di cosmetici on line all’origine della petizione contro l’aumento delle accise sul carburante. Il rincaro, che sarebbe dovuto partire a gennaio, nel frattempo è stato cancellato. Ma le misure annunciate da Emmanuel Macron, tra cui le ore di straordinari detassate, per loro sono “insufficienti”.

Non ferma i Gilet neanche il nuovo dramma di ieri notte su una rotatoria nei pressi di Avignone, dove un manifestante di 23 anni è stato investito da un camion. È la sesta vittima dall’inizio della mobilitazione. Finora il movimento ha la simpatia dei francesi.

Più della metà giustifica ancora la protesta ma sempre di più sono quelli che pensano che sia arrivato il momento mettersi a negoziare a tavolino. Il dispositivo di sicurezza Vigipirate passato ad un livello superiore di allerta, quello massimo, implica un impegno maggiore per le forze dell’ordine, già impegnate da settimane anche sul fronte dei licei, con gli studenti che manifestano contro la riforma dell’esame di maturità, e oggi lo sciopero generale indetto dal sindacato Cgt per un aumento del minimo salariale e per la giustizia fiscale.

Gli stessi Gilet Gialli sono divisi. I più moderati vogliono una tregua. Jacline Mouraud ritiene che è il momento di “agire con intelligenza”. Benjamin Cauchy e Christophe Chalençon hanno chiesto di “lasciare alle forze dell’ordine la possibilità di fare il loro lavoro”, magari organizzando forme d’azione diverse.

Appelli a restare a casa erano stati lanciati da diversi responsabili politici e dai più moderati dei sindacati.

Parigi, che ha già conosciuto quattro sabato di violenze, si prepara al “quinto atto” della protesta, con un dispositivo di sicurezza paragonabile a quello di sabato scorso.

Solo Jean-Luc Mélenchon, il leader della France Insoumise, si era schierato dalla parte dei manifestanti che non vogliono cedere: “Dopo sei settimane di insurrezione, persistono nella loro azione. È una decisione ragionata. Non hanno sofferto abbastanza per essere rispettati?”, aveva detto il leader della sinistra radicale in Assemblea Nazionale.

Gli “indomiti”, insieme a socialisti e comunisti, raramente uniti, avevano presentato una “mozione di censura” contro un il governo per la sua gestione della crisi. La mozione, votata ieri, è stata respinta.

Chérif, il jihadista annunciato, ucciso lì dove era partito

La caccia all’uomo è finita, l’hanno ucciso. Chérif Chekatt ha aperto il fuoco sugli agenti che l’hanno scovato e loro gli hanno sparato ieri sera, poco dopo le 20, in Rue de Lazaret. Si era rifugiato in un deposito all’estremità meridionale del quartiere di Neudorf che è appena a Sud della Grande Ile, il centro di Strasburgo. A Neudorf era riuscito a far perdere le sue tracce, sceso da un taxi, martedì sera, più o meno alla stessa ora. Dopo aver seminato morte e terrore nel mercato di Natale, uccidendo almeno tre persone e ferendone una dozzina, tre delle quali sono gravissime. Dopo aver risposto al fuoco della polizia e di una pattuglia di militari che l’ha ferito. Non era mai uscito dalle zone che conosce meglio, altro che fuga in Germania.

Gli hanno sparato gli uomini della Bri, Brigade de recherche et d’intervention della polizia giudiziaria, le forze speciali della polizia comunemente chiamate “antigang” e non i corpi speciali. Un’altra gigantesca operazione a Neudorf, nel primo pomeriggio di ieri, era andata male. Anche lì centinaia di uomini impegnati, 750 dice il ministro dell’Interno. Ci diranno poi come è andata, come ci sono arrivati, forse interrogando due fratelli e altri due familiari fermati mercoledì o l’amico trentenne bloccato ieri mattina, l’uomo che l’aveva ospitato – secondo le informazioni circolate tra Parigi e Strasburgo – la notte prima della strage.

Strasburgo e la Francia tirano un sospiro di sollievo, oggi riapre anche il mercatino di Natale – caro alla popolazione locale e visitato ogni anno da due milioni di persone – e chissà se si diraderà la cappa di paura e di tensione che avvolge la città, con capillari controlli agli ingressi del centro almeno dopo le 11 del mattino, metal detector nei negozi e nei centri commerciali, la gente che scappa a casa appena può. Resta però da chiarire la dinamica complessiva della giornata di martedì, che non è iniziata con gli spari della sera al mercatino ma all’alba, lontano dal centro, nei palazzoni Hlm – abitazioni ad affitto moderato, case popolari – della rue Tite Live, alla cité Hokkberg del quartiere popolare di Koenigshoffen, una banlieue a qualche km dal salotto della zona pedonale, con gli spacciatori e i frequentatori della moschea che lo conoscevano, certo, qualcuno racconta che gli vendeva droga, qualcuno dice di non averlo mai visto in moschea, nessuno avrebbe mai avrebbero pensato che… Lì abitava Chekatt e lì, martedì mattina, si erano presentati i gendarmi per perquisire un pregiudicato, già condannato 27 volte, detenuto in Francia, in Germania e in Svizzera, per una serie infinita di furti, aggressioni, rapine. Stavolta era indagato per rapina e tentato omicidio, sembra un regolamento di conti tra piccoli delinquenti.

Ci era andata la Gendarmerie, titolare dell’inchiesta, ma anche, “come osservatori”, gli uomini della potente Dgsi, l’antiterrorismo del ministero dell’Interno: così hanno scritto Le Figaro e Le Parisien e altri giornali. C‘i erano andati ’erano anche loro perché Chekat era sì un banditello, un voyou, un balordo, ma era anche un “radicalizzato”, un francese d’origine algerina che si era dato all’estremismo islamico, non in carcere ma prima. Nel 2008 in galera a Mulhouse si accorsero che aveva una foto di Osama Bin Laden in cella. E così nel 2015, quando fu rimesso in libertà per l’ultima volta, ne uscì con la famigerata “fiche S”, schedato cioè come possibile minaccia per la sicurezza (“S”), lui come altri diciotto che hanno colpito la Francia negli ultimi anni, cioè quasi tutti. Precisamente aveva la fiche S11, su una scala di sedici dove S1 è il livello maggiore di pericolosità.

Nell’appartamento Chekatt martedì mattina non c’era ma i gendarmi, “osservati” dell’Antiterrorismo, avevano trovato esplosivo, un fucile, quattro coltelli di quelli che non si usano per tagliare la carne a casa. Un altro l’ha usato per la strage, un altro ancora ce l’aveva ieri nel suo ultimo rifugio. Ieri il sito del giornale di Strasburgo, Dernières nouvelles d’Alsace, ha riferito che nella perquisizione era stato rinvenuto anche un documento “jihadista”. Se fosse vero, forse è stato sottovalutato e sarebbe quello il primo errore del martedì di sangue, ben più grave di quelli poi commessi dalle pattuglie che se lo sono fatto scappare dopo. In assenza di ricostruzioni ufficiali, non risulta che sia stato trasmesso un allarme di fronte a un pregiudicato per reati comuni, seguito dalla Dgsi, sparito sotto il naso di chi voleva perquisirlo ma evidentemente non lo controllava la sera prima, lasciando a casa armi e perfino proclami di “guerra santa”. Non era una giornata normale, per Strasburgo: c’era la plenaria del Parlamento europeo che ne fa quattro all’anno, il mercato di Natale, da sempre considerato un obiettivo tanto che a Parigi sugli Champs-Elysées non lo fanno dopo il 2016 insanguinato di Berlino. Eppure Chekatt è arrivato con pistola e coltello.

Ha collaborato Luisa Nannipieri

Il decreto fiscale è legge: maxi sconto per chiudere le liti

Pacefiscale, e-fatturazione, banche cooperative, banda ultralarga e bonus bebè: ecco le più importanti misure approvate nel decreto fiscale diventato ora legge con l’approvazione in Senato.

Pace Fiscale: sanatoria sugli errori formali, da correggere pagando un forfait di 200 euro per anno d’imposta. Per chi aderisce alla rottamazione ter, dal 2020 le rate passano da 2 a 4, con importi quindi più bassi, da saldare in 5 anni. Ci sarà poi uno sconto del 10% per chiudere le liti cui si è presentato ricorso.

E-fattura: ridotte le sanzioni per i ritardatari.

Cigs: proroga di 12 mesi per le aree di crisi.

Rc auto: raddoppia, tra 848 e 3.393 euro, la multa per gli automobilisti che verranno beccati più di una volta senza assicurazione.

Tim-Open Fiber: si crea la cornice per la rete unica a banda ultralarga a controllo pubblico.

Bonus bebè: anche i nati o adottati del 2019 avranno l’assegno da 960 euro. Dal secondogenito il bonus aumenta del 20%.

Bcc: le banche popolari avranno tempo fino al 31 dicembre 2019 per trasformarsi in Spa. Uno scudo antispread rimane per le assicurazioni.

E-cigarette: l’imposta sui liquidi con nicotina passa dal 50% al 10%, per quelli senza nicotina dal 50% al 5%.

Rai, l’infornata dei vicedirettori dei tg

Dopo i direttori dei telegiornali, in Rai arriva anche l’infornata dei vicedirettori. Che aumentano sempre più. Questa volta sono 30, contro i 25 nominati nel 2016 all’epoca di Antonio Campo Dall’Orto. Così divisi: 7 al Tg1 (prima erano 6), 5 al Tg2, 5 al Tg3 (prima erano 4), 6 alla Tgr e 7 a Radiorai (prima erano 6). Ma arriva anche un condirettore, alla Tgr. I nomi sono stati comunicati ieri all’interno di lungo Cda in cui sono stati esaminati i piani editoriali dei nuovi direttori, il budget del 2019 e il piano delle fiction per il prossimo anno. Il pacchetto dei vicedirettori è stato frutto di lunghe trattative e, a quanto si apprende, anche Fabrizio Salini e Marcello Foa avrebbero detto la loro con qualche inserimento last minute.

Al Tg1 di Giuseppe Carboni le new entry come vicedirettori sono Grazia Graziadei (ora vicina alla Lega, ma un tempo considerata di area forzista), Angelo Polimeno Bottai (nipote di Giuseppe Bottai, ministro e gerarca fascista), Bruno Luverà (vicino ai 5 Stelle) e la quirinalista Simona Sala. Confermati sono poi Filippo Gaudenzi, Costanza Crescimbeni (area Pd) e Maria Luisa Busi. Al Tg2 diretto da Gennaro Sangiuliano arrivano alla vicedirezione Francesco Primozich (già vice al Tg1), Francesca Nocerino e Enzo Calise (dalla Tgr di Napoli), mentre sono confermati Carlo Pilieci e Andrea Covotta. Al Tg3 di Giuseppina Paterniti diventano vicedirettori Riccardo Chartroux (marito di Maria Luisa Busi) e Maurizio Losa (che era tra i candidati alla direzione di Raisport). Confermati sono invece Maurizio Ambrogi, Pierluca Terzulli e Giorgio Saba.

Alle testate regionali il direttore Alessandro Casarin sarà affiancato da Roberto Pacchetti come condirettore. Le new entry alle vicedirezioni sono Roberto Gueli (che arriva dal Gr) e Guido Torlai (in arrivo dalla Tgr Toscana), mentre vengono confermati Nicola Rao, Ines Maggiolini e Carlo De Blasio. Infine, a Radio Rai, guidata dall’ex direttore del Tg3 Luca Mazzà, diventano vicedirettori Gaetano Barresi, Angela Mariella, Carmen Santoro (vice al Tg3) e Ivano Liberati. Confermati nella carica sono invece Federico Zurzolo, Francesca De Vitis e Maria Teresa Torcia.

Ora per completare il quadro mancano i vicedirettori delle reti, in arrivo verso la metà di gennaio. Poi toccherà alle direzioni di peso all’interno dell’azienda, come Rai pubblicità, Rai cinema e Rai fiction. Da decidere, infine, anche il responsabile dell’ufficio stampa, dopo l’uscita di Luigi Coldagelli.

Sicurezza sul lavoro, la norma per salvare i vertici del Tesoro

Il ministero del Tesoro non è sicuro per i suoi dipendenti. Ma i vertici, anziché fare subito la manutenzione richiesta dai Vigili del fuoco, usano la propria influenza per ottenere un emendamento su misura nella legge di Bilancio che rinvia l’obbligo di fare i lavori al 2022.

Per ricostruire questa storia che allarma da mesi chi lavora in via XX Settembre, denunciata anche dal sindacato Uilpa al ministro Giovanni Tria, bisogna tornare al 4 ottobre 2017. Un’ispezione dei Vigili del fuoco nella sede del ministero, un palazzo da 120.000 metri quadri nel centro di Roma, riscontra che non sono mai stati completati i progetti di prevenzione degli incendi già approvati dal Comando provinciale dei Vigili di Roma. Dopo l’ispezione, i Vigili denunciano alla Procura della Repubblica il datore di lavoro che formalmente è il capo del Dipartimento Affari generali del ministero, Luigi Ferrara, già indagato per false informazioni ai pm nell’inchiesta Consip. La pena potenziale per l’inadempienza è l’arresto da due a quattro mesi e un’ammenda fino a 10.000 euro.

Arriva la scadenza fissata dai Vigili, aprile 2018. Il ministero chiede e ottiene dai Vigili una proroga fino a ottobre per mettere in sicurezza la sede centrale dove lavorano oltre 2700 persone. Dopo le elezioni, il nuovo ministro Giovanni Tria cambia il direttore del dipartimento Affari generali: fuori Ferrara, dentro Renato Catalano, dirigente generale della presidenza del Consiglio. Catalano si prende anche la presidenza della Consip, la centrale acquisti.

Arriva ottobre e scade la proroga. Susanna Lacecilia, a capo della Direzione generale del ministero che si occupa di sicurezza, stima che una parte dei lavori avviati saranno completati entro il 2019 e il resto non prima del 2022. Catalano, per conto del Tesoro, chiede allora ai Vigili un’ulteriore proroga proprio fino al 2022 “in ragione della complessità degli interventi da adottare”. Niente da fare: i pompieri sono inflessibili.

Il 3 dicembre scorso Renato Catalano, preoccupato più dei dipendenti che per la sua situazione penale potenzialmente rischiosa, in quanto direttore degli Affari generali, scrive al capo di gabinetto del ministero, Roberto Garofoli, al ragioniere generale dello Stato, Daniele Franco, e al direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera. La sua lettera allarmata sottolinea che “ulteriori accessi e segnalazioni non positive ai Vigili del fuoco circa i tempi di completamento degli interventi di adeguamento comporterebbero limitazioni all’uso dell’intero immobile e contestuale reiterazione delle ipotesi di reato”. E poi, con gergo burocratico ma esplicito, chiede una legge che permetta di aggirare la rigidità dei pompieri: “In assenza di fonte normativa dedicata alla peculiarità” si rende necessario “un piano di riallocazione di tutti gli uffici del ministero in altre sedi compatibili sul territorio di Roma fino al completamento degli adeguamenti prescritti”. Tradotto: o il governo fa subito una norma che permetta di aspettare fino al 2022 per la messa in sicurezza del ministero, oppure tutti gli uffici di via XX Settembre andranno chiusi e la gente spostata, in una apocalisse logistica capace di paralizzare il più importante dei ministeri.

Detto, fatto: il 6 dicembre in Commissione Bilancio alla Camera, i relatori di maggioranza fanno approvare un emendamento che modifica due commi dell’articolo 42 della manovra. Il 303 prevede una ricognizione delle sedi dei ministeri “vincolate ai sensi del Codice dei Beni culturali”, quella del Tesoro lo è. Il 304 stabilisce che tutti gli immobili oggetto della ricognizione dovranno poi mettersi a norma su sicurezza e antincendio entro i termini previsti da un decreto che in futuro il ministero dell’Interno emanerà “e comunque non oltre il 31 dicembre 2022”. È quindi è assai probabile che il termine vincolante sia solo quello del 2022.

Sembra una norma generale, ma è esattamente l’intervento richiesto dal presidente della Consip Catalano al capo di gabinetto Garofoli: il Tesoro aggira l’obbligo previsto dai vigili del fuoco di adeguarsi subito alle norme antincendio e di sicurezza, dopo aver già lasciato passare un anno senza adeguarsi, e si prende con la forza che solo la burocrazia sa avere quella proroga al 2022 che i pompieri si erano rifiutati di concedere.

Gli alti dirigenti del Tesoro si salvano dalle conseguenze penali del mancato rispetto degli obblighi di sicurezza. Ai 2700 dipendenti del Tesoro non resta che rassegnarsi a dover lavorare per altri quattro anni in un ambiente che i Vigili del fuoco considerano pericoloso e insalubre. A meno che qualcuno non modifichi la manovra ora che passa al Senato per far sparire i due commi richiesti da Catalano.