“Il 50% dei trefoli della sommità del pilone 9 riporta livelli di corrosione o riduzioni di sezione tra il 30 e il 70%. Appena il 4% risulta intatto”. Leggendo le carte degli studiosi svizzeri pare davvero probabile che il crollo del Morandi sia dipeso da questo: il cedimento degli stralli.
Sul tavolo dei pm di Genova Massimo Terrile e Walter Cotugno stanno arrivando le perizie sul crollo. Soprattutto lo studio, 120 pagine in tedesco, preparato dagli specialisti dell’Empa di Dubendorf (Zurigo). Un’équipe coordinata dal professor Gabor Piskotyi di cui fanno parte Roman Loser, esperto di cemento, e Ulrik Hans, studioso della corrosione dei metalli.
La Procura di Genova li ha incaricati di esaminare i 17 reperti provenienti dal vertice del pilone 9 che crollando ha ucciso 43 persone. Uno studio – la versione completa arriverà tra circa un mese – che costituirà probabilmente il cardine del processo. Gli studiosi hanno esaminato oltre mille trefoli, cioè quelle componenti – a loro volta composte da centinaia di fili – che si attorcigliano tra loro formando i cavi che tenevano su il ponte. Per classificare il livello di ammaloramento del materiale sono state fissate cinque classi: zero, cavi intatti. Uno, cavi intatti con lievi rotture. Due, cavi corrosi o con riduzione della sezione fino al 30%. Tre, corrosione o riduzione dal 30 al 50%. Quattro, corrosione e riduzione di sezione dal 50 al 70%. E cinque, danneggiamento dal 70 al 100%.
Ebbene, l’analisi dei trefoli che stavano in cima al pilone 9 ha dato risultati che paiono indicare con molta probabilità la causa del crollo: il 28% dei cavi va iscritto nella categoria 4. Il 22% viene classificato in categoria 3. Il 30% in 2, il 16% in 1. Appena il 4% risultano infine “intatti”. Non basta: i cavi, secondo alcuni periti, riportano segni di “strappo”, lesione compatibile con il cedimento dei trefoli degli stralli.
Il killer del ponte ha un nome? Sarebbe comunque soltanto il primo passo. Occorre poi stabilire quale sia stata la causa scatenante del crollo, l’elemento cioè che ha fatto cedere la struttura già malata. I periti sono orientati a escludere che possa essere stato un fulmine. Piuttosto l’attenzione si sta orientando sulla presenza del carro ponte che da tempo stazionava sul Morandi per i lavori di restauro: una sorta di make-up in attesa di un intervento strutturale purtroppo arrivato tardi. C’è poi l’ipotesi dei new jersey, barriere sistemate lungo tutta la carreggiata: quasi 2mila tonnellate di cemento, come se un’ottantina di tir fossero rimasti parcheggiati sul ponte.
Poi ovviamente c’è la questione traffico: il ponte, concepito negli anni ‘60, era arrivato a sopportare 70mila vetture al giorno, con picchi di 100mila. Il tir passato nel momento del disastro potrebbe essere stato l’ultima goccia. Ma ci sono anche, è emerso dallo studio dei periti, due ipotesi che riportano agli anni della costruzione del Morandi. Tra i tecnici c’è chi ha sostenuto la possibilità di un peccato originale del ponte, un errore di calcolo che avrebbe causato sobbalzi al passaggio dei carichi più pesanti. E c’è chi ha sostenuto che le tracce di acqua all’interno degli stralli – una delle possibili cause del loro deterioramento – potrebbero essere state “intrappolate” nel calcestruzzo al momento della costruzione.
Autostrade respinge la ricostruzione che punta il dito sugli stralli: “I reperti inviati dai periti del Gip a Zurigo – sostiene Giuseppe Mancini, consulente tecnico della concessionaria – erano quelli che presentavano segni di ossidazione e ammaloramento (il reperto 132), a fronte di uno stato complessivo del ponte ben differente. La capacità portante era garantita”. Ieri il cda di Autostrade ha deciso di ricorrere contro il decreto Genova che la esclude dai lavori. Un ricorso “senza richiesta di sospensiva per non bloccare la ricostruzione”.