Quota 100, prime uscite in primavera. Ecco come funziona

Il superamento della legge Fornero attraverso quota 100 arriverà tra Natale e Capodanno con un decreto attuativo della legge di Bilancio. In manovra rimarrà, invece, il fondo che per gli aggiustamenti promessi a Bruxelles sarà ridotto – si ipotizza – di circa 3,6 miliardi, visto che le nuove stime tecniche fatte da Inps e Ragioneria individuano una soglia di adesione reale alla misura più bassa: all’85%. Ecco la tabella di marcia fornita dal governo.

I lavoratori. Se si sono maturati al 31 dicembre 2018 almeno 38 anni di contributi con 62 anni di età i lavoratori privati potranno chiedere la pensione. La prima uscita, con la finestra trimestrale, è prevista il 1 aprile ma, se la spesa supererà le previsioni, la finestra si allungherà fino a sei mesi. Mentre per i dipendenti pubblici il termine per maturare quota 100 è il 31 marzo e la prima finestra è fissata il primo ottobre. Chi, invece, matura i requisiti dopo il 1 aprile conseguirà il diritto alla pensione dopo sei mesi.

Il cumulo.La pensione non è cumulabile con il lavoro dipendente o autonomo se non nel limite di 5.000 euro annui da lavoro autonomo occasionale.

Aspettativa di vita.Le pensioni anticipate si potranno conseguire a qualsiasi età anche nel 2019 con 42 anni e 10 mesi di contributi se uomini e 41 anni e 10 mesi se donne senza l’aumento di cinque mesi dell’aspettativa di vita che scatta l’anno prossimo per l’età di vecchiaia. Saranno previste per queste pensioni però le finestre trimestrali e quindi il vantaggio reale sarà di soli due mesi.

Opzione donna. Ci rientrano le lavoratrici con almeno 35 anni di contributi nate entro il 31 dicembre del 1959 se dipendenti e entro il 31 dicembre 1958 se autonome.

Ape sociale.La misura per gli over 63 in condizione di difficoltà con almeno 30 anni di contributi se disoccupati e 46 se impegnati in lavori gravosi è prorogata al 31 dicembre 2019.

Piloti e assistenti di volo. Potranno lasciare nel prossimo biennio il posto di lavoro a 60 anni. Al netto dei cinque anni di sconto già previsti da una precedente norma del 1997 che tagliava di 5 anni i requisiti necessari per andare in pensione, dal prossimo anno si aggiungeranno altri due anni per una riduzione complessiva di 7 anni.

L’altro “partito del Pil”, Merletti s’allea con tutti

Un pezzo del “partito del Pil” ha manifestato ieri a Milano. Sono i piccoli imprenditori di Confartigianato che si sono autoproclamati “Quelli del sì”: si ritengono la gran parte del mondo produttivo italiano, “visto che le grandi imprese”, secondo il presidente Giorgio Merletti, “sono diventate rare come le particelle di sodio nella pubblicità di una famosa acqua minerale”. Dicono di rappresentare le istanze di 4,4 milioni di piccole imprese con 10,8 milioni di addetti, il 65 per cento di tutti gli occupati delle imprese italiane. Si schierano contro “il partito dei no”, scegliendo simbolicamente otto grandi opere a cui dire sì (Tav Torino-Lione, poi galleria del Brennero, Pedemontana lombarda e veneta, terzo valico dei Giovi, sistema stradario siciliano, Tav Napoli-Bari, passante di Bologna). “Sentiamo un vento contrario alle infrastrutture e alle connessioni e per questo abbiamo rinunciato a una giornata di lavoro per venire a Milano a manifestare”: così scandisce Merletti, che si presenta sul palco con una felpa che evoca altre felpe e su cui ha fatto stampare il logo di Confartigianato. “Non facciamo politica”, ripete, “ma al governo ora vogliamo lanciare un segnale”. I suoi fanno in gran parte riferimento alla Lega. Ma la Lega dei governatori, di Luca Zaia, di Roberto Maroni. E ora sono allarmati per l’alleanza di Matteo Salvini con i Cinquestelle. “Sì, Zaia è vicino alle nostre imprese”, spiega il presidente di Confartigianato veneta Agostino Bonomo, “Salvini invece non è ancora venuto in Veneto”. Sono i Cinquestelle il “partito del no”? Merletti, sceso dal palco, prova ad addolcire i toni: “Ricordo i contatti con quel cafone di Matteo Renzi, almeno Luigi Di Maio è persona educata, ascolta le nostre richieste. E da ministro dello sviluppo economico ha convocato il tavolo delle piccole e medie imprese, come non avveniva dal 2011”.

Ma nella sala del centro congressi MiCo di Citylight i sì sono per le infrastrutture, le connessioni (“lente come la giustizia civile”), la banda larga, la flat tax, la compensazione diretta tra tassazione e crediti delle imprese verso la pubblica amministrazione, l’autonomia delle Regioni e finanche delle Province da far rinascere. Sì anche alla riforma del codice degli appalti, con una soglia per gli affidamenti diretti, senza gara, a 100 milioni (ora è a 40). “Lo abbiamo chiesto a Salvini e lui ci ha detto: facciamo 200. Ma è il mercato delle vacche? Poi però vogliamo vedere che cosa decidono davvero”. Sì (a sorpresa?) anche all’Europa: “Pur con tutti i suoi difetti, la moneta unica ci protegge dalla finanza globale”. Sottintesi, ci sono anche i no: alla burocrazia che raddoppia i tempi delle opere; all’eccessivo costo dell’energia; all’assistenzialismo – leggi reddito di cittadinanza e ancor più pensione di cittadinanza. “Ma siamo matti? Perché premiare chi non produce? Dobbiamo invertire il processo: prima creare reddito, poi distribuirlo”.

Emissioni diesel, Corte Ue boccia i limiti: “Troppo alti”. Che per ora non cambiano

Ieri gli eurogiudici hanno bocciato la decisione con cui la Commissione Ue ha permesso alle case automobilistiche di superare il limiti di emissione dei veicoli diesel previsti dalle norme Euro 6.

La sentenza, che accoglie il ricorso presentato dalle città di Parigi, Bruxelles e Madrid lo scorso maggio, riapre il dossier Dieselgate che pareva essersi concluso col diktat delle lobby dei costruttori. Questi tuttavia potranno continuare a inquinare oltre misura ancora a lungo visto che la Corte ha concesso alla Commissione dodici mesi per adottare regole piu rispettose della salute.

I fatti. Lo scandalo Volkswagen nel 2015 aveva dimostrato come gli ossidi di azoto (Nox) emessi dai veicoli di tutte le case automobilistiche – responsabili di 75mila morti premature l’anno secondo l’Agenzia ambientale europea – fossero oltre la norma. Per porre fine alla frode, nel 2016 l’Ue ha deciso di sostituire gli obsoleti test in laboratorio con più accurati test di omologazione su strada. Tuttavia, sotto le pressioni dell’industria automobilistica e dei governi che la spalleggiano, la Commissione ha concesso una generosa deroga alle soglie che l’Europarlamento aveva stabilito nel 2007: è previsto che dal settembre 2017 le emissioni dei nuovi modelli di auto immessi sul mercato possano essere doppie rispetto al limite di 80 mg/km e che solo nel 2020 il margine di superamento si riduca al 50%. Solo nel 2019 e nel 2021, infine, tali soglie si estenderanno anche ai nuovi veicoli di modelli già esistenti che, intanto, inquinano come prima.

La decisione della Corte Ue segna un precedente storico: “Per troppo tempo le lobby industriali sono state in grado di dettare le regole – dice Anne Hidalgo, sindaco di Parigi – Oggi il Tribunale dell’Ue ha sostenuto la nostra tesi secondo cui si tratta di un tradimento dei cittadini europei”.

La vittoria di principio è però indebolita nei fatti. La sentenza infatti stabilisce che la deroga ai limiti di legge continuerà ad applicarsi fino a nuove norme più “ecologiche”: “Lo status quo di 12 mesi prescritto dal tribunale mira a evitare un’incertezza giuridica che potrebbe screditare l’intera normativa sui test su strada”, spiega Ugo Taddei, avvocato dell’ong Client Earth.

In realtà i tempi rischiano di allungarsi. La Commissione ha due mesi di tempo per impugnare la sentenza. Se lo fa, come probabile, il termine di dodici mesi decorrerebbe dalla data in cui la Corte rigettasse l’appello. La riforma quindi non entrerà presumibilmente in vigore prima di metà 2020 e non potrà essere retroattiva.

Bruxelles vuole di più. Serve l’intesa politica per i numeri ballerini

Basta o non basta il deficit al 2 per cento invece che al 2,4 nel 2019? Risponde il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici: “È un passo nella giusta direzione, ma ancora non ci siamo”. Poi, qualche ora dopo, al termine di un incontro con il ministro del Tesoro Giovanni Tria, usa toni un po’ più generosi: lo sforzo fatto dall’Italia “è veramente consistente e apprezzabile”. Con il deficit al 2 per cento, la variazione del parametro considerato dalla Commissione per decidere se aprire la procedura d’infrazione, il saldo strutturale (cioè il deficit al netto del ciclo economico e delle una tantum), passerà da 1,2 a 0,8. Ma è lontano di 0,9 punti da quanto richiesto dalla Commissione. Tradotto: lo sforzo offerto da Conte sembra per la prima volta spazzare via i timori di un piano segreto (leghista) di scontro frontale con l’Ue, ma l’Italia resta inadempiente ed è quanto sarà costretta a certificare la Commissione quando si riunirà il 19 dicembre.

Resta però uno spiraglio per un accordo politico. Gli scenari sono i seguenti: se il governo presenta una riscrittura della manovra credibile, un modo per far tornare i conti si può trovare. Bruxelles per ora non mette in discussione la stima di crescita governativa sul 2019, un impossibile Pil a +1,5%, anche se l’Italia si è fermata e le misure di stimolo (reddito e pensioni) verranno ridotte. Se gli interventi sono mirati, la Commissione potrebbe farseli andare bene. Se il governo sceglierà invece strade poco consone agli standard comunitari perché dagli esiti incerti, allora l’aritmetica che vede l’Italia ancora distante dai suoi obiettivi di deficit strutturale tornerà a esercitare il suo peso. Esempi: spostare la correzione sul 2020 e 2021 ripristinando le clausole di salvaguardia già in parte disinnescate (aumento dell’Iva) o aspettarsi un gettito irrealistico – si parla di quasi un punto di Pil, circa 16 miliardi – dalla vendita di immobili pubblici, introiti che finora sono stati nell’ordine di qualche centinaio di milioni all’anno. Il governo non ha ancora neppure scelto l’ad di Invimit, la società che si occupa delle dismissioni. Da questa voce il governo pensa di ricavare altri 2,5 miliardi, da aggiungere ai 4 risparmiati facendo partire in ritardo Reddito di Cittadinanza e Quota 100, per ridurre il deficit: misure una tantum senza impatto sul deficit strutturale.

In caso di mancato accordo nel merito, cioè sulle singole voci della manovra, a Conte e soci resta un’unica opzione disperata: una specie di sospensione generale delle regole, sull’onda dei gilet gialli in Francia e per evitare che il rigore contabile alimenti i movimenti euroscettici. Serve a Italia, Francia e Spagna. In passato è stata ventilata più volte senza che si sia mai concretizzata. I semi di questa moratoria dovrebbero essere gettati nel Consiglio europeo oggi, ma le possibilità sono basse: la “lega anseatica”, l’asse di Paesi inflessibili riuniti intorno all’Olanda, non acconsentirà mai.

E quando ci sarà da decidere all’Eurogruppo, tra i ministri delle finanze, se accettare la proposta di procedura per deficit eccessivo della Commissione, sarà impossibile costruire una minoranza di blocco. Nel caso, a Lega e 5Stelle resteranno solo due opzioni: fare una manovra correttiva in primavera, a poche settimane dalle Europee, o lanciarsi in una campagna elettorale anti-Commissione (con Moscovici bersaglio). A stabilire quale delle due opzioni verrà scelta sarà l’andamento dei mercati e dello spread. Ieri quest’ultimo è stato clemente ma non generoso, a 268 punti.

L’accordo Conte-Juncker per avere l’aiuto di Draghi

Per cambiare l’Europa – dall’interno o dall’esterno – meglio ripassare un’altra volta, se però il governo gialloverde raggiungerà un accordo con la Commissione europea su un deficit 2019 attorno al 2% (il ministro Giovanni Tria è “sequestrato” a Bruxelles fino al via libera) avrà in cambio, come ha lasciato intuire ieri Mario Draghi, un qualche sostegno della Bce per il sistema bancario che l’anno prossimo sarà chiamato ad accollarsi parecchio debito pubblico. Insomma, il governo compra tempo: e se a qualcuno questo ricorda la “strategia” degli esecutivi del Pd è perché è proprio identica, salvo ovviamente la differenza di toni (“dello spread me ne frego”) prima di arrivare a cedere.

Pianificare un disavanzo della Pubblica amministrazione attorno al 2% – ed è da vedere se sopra o sotto – significa in sostanza lasciarlo invariato rispetto a dove si fermerà alla fine di quest’anno (le previsioni di Padoan e Gentiloni erano assai ottimiste): l’effetto espansivo sul Pil, insomma, si limiterà al mancato aumento dell’Iva, cioè a nulla, e dunque le stime sulla crescita per il 2019 risultano adesso non solo ottimistiche rispetto al contesto interno e internazionale, ma del tutto prive di fondamento. In sostanza, l’approccio per cui sarebbe stata la crescita – spinta anche dalla spesa pubblica – a consolidare il bilancio dello Stato viene completamente smentito: come fu per gli esecutivi passati, si fissa un deficit e attorno a quello si fa quel che si può (dando per scontato, com’è sempre stato, che alla fine sarà più alto). Questo però significa anche, passando dai numeri alle vite, che un Paese sfibrato da una crisi che non pare conoscere fine (il Pil è ancora circa 5 punti sotto quello del 2008) non troverà sollievo neanche l’anno prossimo, che anzi rischia di essere quello della nuova recessione/stagnazione.

I problemi dell’Italia e dell’Europa insomma restano tutti lì, ma lo showdown è rinviato nel tempo o spostato a un altro fronte di crisi. I famigerati mercati, per ora, sembrano credere al fatto che alla fine i barbari si siederanno a tavola educatamente, e lo spread cala (ieri a 267 con rendimenti sotto il 3%); i suddetti barbari sembrano invece credere che le Europee del prossimo maggio creeranno le condizioni necessarie a un profondo cambiamento degli attuali assetti istituzionali e persino ideologici dell’Unione.

Lo scambio, però, esattamente come nel 2011-2012, funziona solo se la Bce fa la sua parte. E Mario Draghi, ieri, dopo il consiglio direttivo a Francoforte, ha detto, tra le altre, un paio di cose molto attese a Roma. La prima: il Quantitative easing finisce il 31 dicembre, ma i reinvestimenti dei titoli in portafoglio proseguiranno a lungo anche dopo l’avvio del rialzo dei tassi, che inizierà nella seconda metà del 2019. La seconda: “La questione delle aste di liquidità Tltro è stata citata da alcuni partecipanti, ma non se n’è parlato nel dettaglio. È qualcosa su cui stiamo riflettendo”.

A quanto risulta al Fatto , un terzo giro di Targeted long term refinancing operation (Tltro) – cioè di aste che forniscono liquidità alle banche a basso costo – è già previsto anch’esso nella seconda metà del 2019: “La Bce è consapevole dei fattori che si svilupperanno sulle liquidità nei prossimi due o tre anni”, ha detto Draghi riferendosi ai vecchi prestiti Tltro in scadenza. Una boccata d’ossigeno per le banche italiane che ne hanno in pancia per 240 miliardi e dunque, invece di dissanguarsi per la raccolta, potranno usare la liquidità in eccesso (al momento ne hanno per 70 miliardi presso la Banca d’Italia) per comprarsi Btp che, peraltro, al momento pagano pure rendimenti interessanti. In cambio, ovviamente, di un altro round di dismissioni a tappe forzate degli Npl (i crediti inesigibili) che faranno ancor più felici i fondi speculativi che li comprano a sconto facendoci bei soldi: il governo ha dato il via libera all’ultimo Ecofin.

Paradossalmente, l’ultimo ostacolo all’accordo “compra-tempo” è la confusione nel governo Lega-5 Stelle: per tagliare il deficit al 2 e spiccioli per cento, ammesso che bastino, dalla manovra devono uscire spese per circa 6 miliardi e mezzo e all’obiettivo ne mancano ancora almeno 2,5 perché nessuno dei due partiti vuol rinunciare alle proprie “bandierine” dopo la sforbiciata necessaria a quota 100 e reddito di cittadinanza.

Il leghista in aula “arresta” Sofri

Nell’aula di Palazzo Madama che ieri discuteva del dl Sicurezza, un senatore della Repubblica, nella fattispecie il leghista Pasquale Pepe, ha chiesto che il neo presidente del Brasile Jair Bolsonaro mettesse in carcere nientemeno che Adriano Sofri. Richiesta insolita per due ragioni: 1) L’ex leader di Lotta Continua ha finito di scontare la pena (in parte in carcere in parte in libertà) per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi nel gennaio 2012) Il presidente del Brasile nulla può su un cittadino italiano che vive in Italia. L’audio, ancora rintracciabile sul sito di Radio Radicale (che ieri ha trasmesso la seduta in diretta) è questo: “Vorrei ricordare, presidente, che quella cultura politica (…) ha addirittura provato ad aiutare Sofri, Bompressi e Pietrostefani, perché hanno una visione giustizialista quando conviene a loro, garantista quando, di converso, conviene a loro. A proposito di Sofri, caro ministro, io spero che il presidente Bolsonaro finalmente lo assicuri alle patrie galere per i crimini schifosi che ha commesso qui in Italia”. Nel resoconto definitivo dell’aula Pepe viene graziato dallo stenografo che “traduce”: “A proposito di terroristi, caro ministro, spero che il presidente Bolsonaro finalmente assicuri Battisti alle patrie galere per i crimini schifosi che ha commesso qui in Italia”. Tecnicamente sarebbe un falso.

Il “cardellino” Matteo che si crede Gesù

Matteo Renzi a noi è simpatico. Lo consideriamo l’unico epigono della commedia all’italiana palesatosi sulle scene negli ultimi 5 anni. Ieri ha presentato a Firenze il suo documentario su Firenze, Firenze secondo me (“secondo Matteo” sarà parso troppo anche a lui), titolo scritto con font pseudo-rinascimentale su sfondo ecrù-seppiato, genere dépliant di percorso turistico su bus a due piani nella magica Firenze dei Medici.

Nella sala buia del teatro del Sale parte il trailer del documentario che andrà in onda sabato sul Nove: un totalino di Firenze all’alba su din don dan di campane anticipa un abuso di zoom avanti e indietro dal Lungarno passando da riprese di riflessi nelle pozzanghere, Ponte Vecchio, cupola del Brunelleschi, biciclette scampanellanti e piccioni tubanti. Il kitsch più folcloristico che si possa imaginare, tanto che sulle prime si pensa a una trovata ironica che parta dallo stereotipo per ribaltarlo con un surplus di poesia. L’incipit è renzismo in purezza: “Quando cammini per le strade della tua città”, dice guardando l’Arno con poesia, “tutto diventa abituale, ordinario, prevedibile”. Fortuna che ci sono documentari come questo che mostrano le città d’arte in modo diverso dalle pro-loco. Matteo, solo sul palco buio tipo Steve Jobs al lancio del nuovo iPhone, si commuove quasi: “Per me è una grande gioia… un sogno che diventa realtà… il genio fiorentino…” ecc. Racconta la storia del progetto e le vicissitudini per piazzarlo: “Non voglio minimamente fare alcuna polemica”, dice come quando vuole fare polemica, ma “il giorno dopo che hai perso il potere è difficile trovare persone che ti prestano ascolto. Quando ho lasciato il potere…”. Ancora non ha capito di avere rovinosamente perso, è convinto di avere abdicato.

“Ma che tipo di racconto ha fatto Renzi?”, si domanda da solo. “È la mia visione sulla città” un racconto “carico d’amore e di affetto”, se non altro perché l’autore “ha fatto il sindaco e quindi conosce storie diverse”, dice passando alla terza persona. “Abbiamo cercato di dare una immagine non da cartolina”, ah, menomale.

Elegge la sua opera d’arte preferita: La Madonna del cardellino, e “chi ha seguito in questi anni l’esperienza politica che mi ha riguardato può capire perché”. Parte la clip. Voce off di Matteo: “La Madonna ricorda la mamma che Raffaello aveva perso giovanissimo. Sorregge San Giovannino mentre porge a Gesù un cardellino”, immagine dal “grande significato teologico”.“Cos’è quel cardellino?”, chiede. “È l’immagine della Passione. San Giovanni anticipa quello che di lì a trent’anni sarebbe successo”. Non è chiaro come questo si colleghi alla sua storia politica. Forse San Giovanni è Luca Lotti e lui è Gesù, che da lì a quarant’anni sarebbe stato messo in croce dal fuoco amico del Pd? “C’è un elemento personale”, insiste, “ho avuto la sfacciata fortuna di essere presidente della Provincia quando quest’opera restaurata veniva esposta al pubblico”. E ti pareva. Un po’ Alberto Angela un po’ Carlo Lucarelli, specie quando si nasconde dietro il battente di una finestra per raccontare “la notte che Firenze è colpita al cuore dalla mafia”, ribadisce che “qui nascono i più grandi geni dell’umanità”, e manco li stiamo a elencare perché ne abbiamo uno di fronte.

Indi galvanizzato dalla visione della sua opera, cade nel noto vizietto agonico: “Roma secondo me verrebbe meglio per il conduttore, ma peggio per la città”. Gli risponderemmo che Firenze non sfigurerebbe come rione di Roma, ma poiché non abbiamo la sua mentalità calcistica e considerando Firenze città di tutti, lasciamo correre.Ci riserviamo di giudicare meglio l’opera. Per ora Firenze secondo Renzi sembra una location per video prematrimoniali, un rendering patinato per soggiorni da ricchi da trasmettere negli hotel di lusso della Toscana. In confronto il Borgo dei Borghi è un film di Lars von Trier. Sul finire si mette a parlare con giornalista del Corriere fiorentino di cose loro locali relative all’aeroporto promesso (da Renzi) e mai fatto (da altri), piste e rivalità con Pisa, e li salutiamo volentieri.

L’hanno rimasto solo: Renzi perde pure i gruppi

“Ma come, vai su Maurizio Martina, senza chiedere niente in cambio, senza nemmeno provare a condizionarlo?”. Matteo Renzi si è rivolto più o meno così all’amico, al fratello, al braccio destro di sempre, Luca Lotti. Perché proprio lui, alla fine, l’ha lasciato plasticamente da solo, portando tutti i membri della corrente che ha costruito in prima persona nel corso degli anni, sulla mozione di Maurizio Martina. Ieri hanno firmato per l’ultimo ex segretario 85 parlamentari. Tra loro, Lorenzo Guerini e Andrea Marcucci, Antonello Giacomelli e Alessia Rotta, Davide Faraone e Simona Malpezzi, Gennaro Migliore, Andrea Romano e Stefano Ceccanti, Ettore Rosato e Emanuele Fiano, Gianni Pittella e Valeria Fedeli. I volti renzianissimi degli ultimi anni, la squadra “ingaggiata” per andare in tv. Molti di loro ancora dichiarano fedeltà al loro quasi ex leader. Ma di fatto, è un rompete le righe dagli esiti imprevedibili pure per Renzi. Basta guardare i numeri: gli 85 parlamentari si aggiungono ai precedenti 25 che avevano già firmato per Martina. E si arriva a 110 su 163 complessivi, tra deputati (111) e senatori (52).

Degli altri 53, quasi una trentina stanno con Zingaretti. Ne rimangono circa una ventina. E quelli che restano fedeli a Renzi senza se e senza ma sono Maria Elena Boschi, che ha detto che sta fuori dal congresso e Francesco Bonifazi, che però da tesoriere non si può schierare. Più o meno stop. Pure Matteo Orfini, da presidente fa il super partes, ma appare particolarmente defilato. Teresa Bellanova ha detto che non partecipa al congresso, ma va messa nel capitolo furibondi: fino all’ultimo secondo utile ha sperato di essere la candidata di bandiera renziana. Tra i non schierati (per ora) Pier Carlo Padoan, Luigi Marattin, Michele Anzaldi. E Marco Minniti, che ovviamente supera pure la Bellanova per rabbia. Dopodiché c’è il ticket Roberto Giachetti e Anna Ascani. Quasi impossibile trovare un parlamentare che sta con loro, a parte Luciano Nobili, che del primo è amico fraterno e con la seconda, legato sentimentalmente. Hanno recuperato Ivan Scalfarotto, il presidente dei Comitati civici. Vogliono essere l’avamposto del renzianesimo del futuro. Sempre che il leader li voglia, visto che ostenta disinteresse per presunte zavorre.

Renzi, però, potrebbe pentirsi di aver fatto l’ennesimo giochetto tattico, immaginando la fuga dal Pd: se i renziani si consacrano come lottiani, ha perso il controllo dei gruppi parlamentari, Senato compreso. E l’ex segretario può anche disdegnare le dinamiche di palazzo, ma un gruppo significa soldi garantiti. Se si decide a uscire dal Pd, dovrà farne un altro di gruppo. In Senato, gli servono 10 componenti: li trova? E poi il nuovo Regolamento prevede che per costituirlo ci voglia un simbolo presentato alle elezioni: deve contare sulla generosità di Riccardo Nencini, pronto a cedergli quello di Insieme. Renzi sogna un futuro Oltralpe. Ma pure quello potrebbe rivelarsi un deserto di solitudine: una trentina di dirigenti dei circoli all’estero (da Monaco a Madrid, da Parigi a Bruxelles, da Toronto a Brasilia) hanno sottoscritto autonomamente la candidatura di Nicola Zingaretti. L’ex premier si consola con un ragionamento del tipo: “Tanto Zingaretti vince, a questo punto meglio evitare di prendere un 10% e non giocare proprio”. L’obiettivo è rendere tutta l’operazione congresso fallimentare. Alla fine, chissà chi avrà fallito di più.

Voleva il mandato per l’Europa League

Il momento è delicato: la manovra del popolo è nelle grinfie di Bruxelles; quel bel numeretto (il 2,4%) ostentato agli elettori come simbolo della ribellione alle ultradecennali prepotenze degli euroburocrati già non esiste più. Solo sabato scorso, il Nostro in piazza del Popolo chiedeva “il mandato a 60 milioni di italiani” per trattare con l’Europa. Si deve essere stufato presto: a spupazzarsi Juncker e Moscovici come noto ci sono Conte e Tria. E il Capitano? Lui è volato ad Atene per vedere la partita del Milan. Comprensibile lo stress e il bisogno di evadere (di nuovo) dal Viminale, ma l’immagine di un ministro dell’Interno e vicepremier che il giovedì pomeriggio molla tutto e va in trasferta con la sciarpa rossonera al collo, è un po’ al limite, diciamo. Abbastanza ardita pure per gli orari lassi di un dipendente pubblico. A qualcuno – ne siamo sicuri – il Salvini tifoso piacerà tantissimo, vicino al popolo (vola con Ryanair) e alle sue passioni. A Gattuso e Higuain, che dopo le abbastanza frequenti sconfitte milaniste si devono sorbire le sue esagitate analisi tecniche, piacerà di meno. Se non altro la trasferta nell’Atene oppressa dalle cure della Troika chiarisce un aspetto delle priorità politiche del Capitano: quando parla di Europa, intende l’Europa League.

Al Csm non piace la nuova norma sulla prescrizione

Nel giorno del sì con fiducia al Senato sul ddl Anticorruzione, ora di nuovo alla Camera dove si consumò il colpo di mano sul peculato, è arrivato il parere della Sesta commissione del Csm, presieduta da Giuseppe Cascini. Non convince la prescrizione targata Bonafede che prevede il blocco dopo il primo grado. Da un lato è insufficiente, spiega il Csm, dato che i due terzi dei processi si prescrivono in udienza preliminare e dall’altro “non risolve la criticità dell’eccessiva durata dei processi, ed anzi, potrebbe contribuire con l’accentuarla” se non vengono approvate misure per accelerare i processi: si rischia di far collassare le già ingolfate Corti d’Appello. “Più equilibrata” la riforma Orlando in atto: blocco della prescrizione dopo il primo grado ma l’appello deve concludersi in 18 mesi così come la Cassazione. Quanto alla riforma specifica anti corrotti può essere “valutata favorevolmente”. Ci sono, però, dei punti critici. Primo fra tutti quello del cosiddetto Daspo perpetuo: c’è il rischio di incostituzionalità perché previsto a prescindere dall’entità della pena, inoltre si lascia al giudice la discrezionalità se infliggerlo, senza indicazione dei criteri da seguire.