“Il governo non cade: Salvini, se ci molla per B. si suicida”

Per il vicepremier, pluriministro e capo politico, il telefono è un arto aggiuntivo. Ma per una volta deve farne a meno. “Questa mattina il mio cellulare ha fatto un volo di cinque piani, credo che un po’ di persone mi stiano cercando”, sorride Luigi Di Maio mentre sorseggia un caffè. Seduto nella sala riunioni del Fatto Quotidiano, è pronto per il Forum con la redazione. Al tavolo con lui ci sono Antonio Padellaro, Marco Travaglio, Stefano Feltri, Paola Zanca, Fabrizio d’Esposito e Luca De Carolis. E ne viene fuori una chiacchierata di oltre un’ora, che spazia dalla trattativa con l’Europa ai rapporti con Salvini, fino alle regole interne del M5S e al reddito di cittadinanza spiegato nel dettaglio.

Di Maio, avete offerto all’Europa una manovra del 2,04%. Ma cosa e quanto taglierete per l’accordo?

Le relazioni tecniche che abbiamo ricevuto negli ultimi giorni dalla Ragioneria e dal ministero del Lavoro su quota 100 e sul reddito di cittadinanza ci dicono che a platea invariata costeranno di meno. Il reddito, per esempio, costerà 1,2 -1,3 miliardi in meno perché parte a marzo, anche se le pensioni di cittadinanza e di invalidità arriveranno da febbraio. Invece per quota 100, considerato il divieto di cumulo, abbiamo 2 miliardi e qualche centinaio di milioni in meno.

Di miliardi ne servono altri.

Preleveremo molti più soldi dalle pensioni d’oro. Oltre al taglio in tre scaglioni, 20, 35 e 40 per cento, ci sarà il raffreddamento, cioè non adegueremo al tasso di inflazione le pensioni d’oro. E in questo modo contiamo di recuperare oltre un miliardo. Infine, ci sarà la dismissione degli immobili, che venderemo non più a prezzo catastale ma a prezzo di mercato. E la cessione di questi beni dovrebbe valere uno 0,9 di Pil.

Resta il fatto che dovrete tagliare anche la crescita, ossia il Pil: è inevitabile, no?

Tutta la quota per gli investimenti resta invariata e andranno in gran parte per il dissesto idrogeologico e adeguamento anti-sismico degli edifici pubblici. Affideremo i relativi fondi ai sindaci con una procedura speciale che stiamo definendo, in modo che non debbano seguire tutta la lunga trafila prevista dal Codice degli appalti, e che questi soldi possano essere spesi in tempi brevi.

Sarà comunque difficile mantenere la previsione dell’1,5 di crescita.

Purtroppo la discussione con l’Europa è sul deficit e non sul livello di Pil, e questo già dice molto della situazione attuale. Detto questo, l’unico motivo per scendere dall’1,5 potrebbe essere legato alla frenata dell’ultima parte dell’anno, causata principalmente dalle esportazioni. Ma il livello degli investimenti e le platee delle nostre misure non verranno toccati.

Lei cita numeri e impegni. Però stamattina il commissario europeo, Pierre Moscovici, ha detto che “ancora non ci siamo” e che vanno fatti altri passi dall’Italia.

Quelle parole le ha dette Moscovici, non il presidente della Commissione Juncker. Ma c’è una trattativa in corso, e non dico altro. Però preciso che a settembre ci siamo visti con Conte, Tria e Salvini, credo nella sera della festa sul balcone di Chigi per il reddito di cittadinanza. E lì abbiamo fatto l’elenco delle misure fondamentali, in modo molto naturale. E il conto finale portava a una manovra del 2,4. Ma non avevamo ancora le relazioni tecniche. E così abbiamo previsto più soldi del necessario.

Abbassare la soglia è comunque una resa.

Siamo felici di poter far scendere il deficit. Dopodiché l’Europa non era scettica sul 2,4, era scettica in generale sul nostro governo.

Volevate aumentare il deficit anziché tagliarlo come chiedeva la Ue. La loro reazione è comprensibile, no?

C’è anche una trattativa da condurre: se fossimo partiti dal 2, ora saremmo all’1,5. Noi vogliamo evitare la procedura di infrazione, ma senza tradire le promesse fatte agli italiani. In questa manovra ci sono anche molti fondi e agevolazioni per le imprese.

Lei ha citato il balcone. Non si è pentito di quella festa?

Il giorno in cui ci sarà il primo cittadino che percepisce il reddito io vorrò festeggiare di nuovo, magari non su quel balcone.

Ecco, il reddito. Ma come funzionerà nel dettaglio?

Partiamo da una premessa. Il Rei (misura di sostegno ai poveri, ndr) ha funzionato così male che vi ha aderito solo il 50 per cento della platea, che pure è quella dei più deboli. Per richiedere il reddito di cittadinanza invece non servirà nessuno sportello. Sarà tutto informatizzato, con l’identità digitale.

Chi è povero spesso non ha Internet.

Ci saranno punti Internet disponibili, e comunque i due terzi della platea sono composti da gente che ha qualche entrata. Dopodiché, da gennaio un sito internet dirà a tutti che dovranno preparare entro marzo i documenti necessari da caricare sul portale per chiedere il reddito, a partire dal certificato dell’Isee.

Che platea prevedete?

Oltre 5 milioni, ma prevediamo almeno dieci milioni di richiedenti. E tutti dovranno certificarsi tramite l’identità digitale, la Spid.

Si è parlato molto delle tessere per spenderlo. Che tessere saranno?

Saranno normali tessere Poste Pay, con un microchip intelligente che impedirà di usarle per spese come il gioco d’azzardo. Ma da fuori saranno come le altre, per non mettere a disagio nessuno.

E i centri per l’impiego? Attualmente sono un disastro.

Non si potrà prendere appuntamento dal giorno dopo. Ad aiutare i cittadini ci saranno i navigator, quelli per cui mi hanno preso in giro (sorride, ndr), che dipenderanno dall’Agenzia nazionale per le Politiche del lavoro. Per metterli in campo faremo assunzioni e riqualificheremo personale già esistente. Saranno loro a mettere in contatto i cittadini e il mondo del lavoro, ossia i centri per l’impiego e quelli privati, perché all’inizio il sistema sarà un misto di pubblico e privato. Questi tutor avranno tablet e cellulare sempre collegati a un terminale che incrocia domanda e offerta, ma andranno anche a casa delle persone.

Come verranno scelti?

Li chiamerà l’Anpal, ma ci si potrà proporre tramite curriculum.

Voi prevedete l’obbligo di valutare almeno tre proposte di lavoro. Ma ci sono persone che non possono lavorare e zone d’Italia in cui il lavoro non c’è.

Noi vogliamo riportare tutti in un percorso di formazione, a seconda delle loro possibilità. Il reddito servirà anche per riqualificare le persone, rendendole appetibili per le imprese o addirittura per renderle imprenditori. Chi vorrà aprire un’impresa potrà prendere il reddito per 5 mesi come sgravio. Mentre chi assume lo prenderà per 5 mesi, 6 se assumerà una donna.

Il reddito è il vostro totem. Ma poi c’è la politica quotidiana. E c’è Salvini, che quasi ogni giorno impone a M5S le sue fughe in avanti.

Bisogna dividere le parole dai fatti. Io sono il capo politico del M5S, Salvini è il segretario della Lega: è normale che nella veste di leader politico si possa intervenire su tutto. Per esempio, Salvini ha parlato di spostare l’ambasciata da Gerusalemme, ma le sue parole non rappresentavano la volontà del governo. Il sottosegretario Spadafora (del M5S, ndr), per dire, interviene spesso sui diritti civili, che però non sono nel contratto di governo: e per fortuna, visto che la nostra posizione sul tema non coincide per nulla con quella della Lega. E infatti, quando noi 5Stelle parliamo di diritti civili, l’elettorato del Carroccio si risente.

Il problema rimane.

L’azione del governo si fonda sul Contratto. Sul resto noi e la Lega siamo lealmente in competizione, in campagna elettorale gli uni contro gli altri.

Ma se Salvini incontra il primo ministro israeliano Netanyahu lo fa in qualità di vicepremier, scavalca il ministro degli Esteri.

Lo dico senza polemica, ma avrete notato che sulla questione di Hezbollah (definito da Salvini ‘terrorista’, ndr) il ministero della Difesa è intervenuto per affermare la linea ufficiale del governo.

I sondaggi dicono che la Lega cresce e voi scendete, da mesi. In alcune rilevazioni il M5S è sotto di 8 o 9 punti. Non è preoccupato?

Se dovessimo guardare i sondaggi, pensando solo al tornaconto elettorale, allora sia a noi che alla Lega non converrebbe stare assieme. Ma ciò che conta è fare le misure promesse, come l’anticorruzione, il taglio dei vitalizi, il reddito di cittadinanza. Poi se la Lega è in crescita è anche perché non sta più con Berlusconi. Invece il Movimento è sempre sottovalutato: i nostri sondaggi ci danno al 27 per cento, la percentuale a cui eravamo prima di presentare la squadra di governo. Sono sicuro che, vedendo i risultati, il nostro elettorato ci premierà.

Intanto però si avvicinano le elezioni, Amministrative ed Europee. E molti dai territori vi invitano a stringere accordi almeno con le liste civiche, altrimenti rischiate di essere penalizzati, soprattutto a livello locale.

Non me l’immagino un Movimento che debba convivere con tre-quattro liste civiche.

Convivete già con la Lega…

Fare accordi è un problema per gli altri, perché poi le Regioni si bloccano tra i veti delle varie liste. Quel meccanismo è perdente, anche perché spesso i movimenti sul territorio sono già legati al M5S. E poi noi non siamo bravi a fare cose come le coalizioni: e lo dico con orgoglio. Già è difficile governare da soli, e si vede da quale guerra fanno alle nostre amministrazioni.

E invece accordi con la sinistra, magari anche solo in Emilia Romagna?

Ma quale sinistra vedete? La sinistra non esiste più.

Magari tornerà a crescere. E per voi sarebbe un’alternativa, come lo è il centrodestra per Salvini.

Sono tutti convinti che il centrodestra sia al 45-47 per cento. Ma secondo me Forza Italia e Fratelli d’Italia sono assolutamente sovrastimati: a mio avviso sono già stati assorbiti dalla Lega. Ormai abbiamo due forze attorno al 30, e in generale vedo questi due blocchi per i prossimi anni.

Ma dopo il 4 marzo voi avevate provato a fare un governo con il Pd. È già tutto finito nel dimenticatoio?

Io avevo fatto una proposta di governo anche a loro. Ma io li ho visti in questo inizio di legislatura: sul decreto Dignità e sul reddito di cittadinanza mi hanno fatto la guerra.

Sono all’opposizione, è la normalità democratica.

Sui diritti sociali il Pd è all’anno zero, ha un pregiudizio totale.

Con Zingaretti segretario potrebbe cambiare?

I gruppi parlamentari li ha fatti interamente Renzi. Dopodiché con il senno di poi posso dire che il contratto con la Lega mi consente di lavorare sui diritti sociali molto di più che se ci fossimo alleati con il Pd. Non saremmo andati avanti. Sono il partito delle lobby, senza identità.

Berlusconi fa compravendita di grillini, ha letto?

È già clamoroso che lo possa dire, dopo la sentenza sul caso De Gregorio. Ma il gruppo del M5S è solido. Ci sarà qualche incertezza in qualche eletto, ma non vedo problemi.

Il deputato Dall’Osso se ne è andato, in Forza Italia.

Il giorno prima non sono riuscito a sentirlo, e mi è dispiaciuto. Ma il tema è un altro: Berlusconi, se ho capito bene, promette di comprare parlamentari per andare al governo con la Lega e altri transfughi. Se Salvini vuole suicidarsi politicamente, accetterà. Ma non penso proprio. Berlusconi fa tutto questo per placare i suoi, che vogliono passare in massa alla Lega.

Lei sarebbe d’accordo su un referendum sul Tav?

Il referendum nazionale non è percorribile, servirebbe una legge costituzionale per istituirlo. A livello territoriale i regolamenti ci sono già, ma non ho notizie che qualcuno lo abbia richiesto. Per ora so solo che è in corso una analisi costi-benefici: ci dirà se quest’opera sta in piedi o no.

Salvini vi ha dato i chiarimenti richiesti sui 49 milioni?

Ne abbiamo parlato. Dice che quei soldi non esistono.

Si parla di rimpasto per sostituire Toninelli e la Grillo.

Mai parlato di rimpasti. Toninelli e la Grillo vengono attaccati perchè stanno toccando lobby molto potenti.

Ma tutte le gaffe di Toninelli?

Ne faccio anch’io, ma mica le facciamo apposta.

Il Mise ha stanziato un fondo per la blockchain, su cui è molto attiva la Casaleggio. Come pensa di gestire il possibile conflitto di interessi?

Neanche una norma su questi dossier è stata scritta insieme a lui. I contributi non saranno erogati a discrezione del ministro. E Davide, ve lo posso assicurare, non presenterà mai richiesta per l’accesso a queste risorse.

Potrebbe non bastare: c’è la fila di imprenditori che cercano di stabilire un rapporto con lui per arrivare a lei.

Chi mi vuole incontrare, basta che mandi una email alla mia segreteria. Scrivetelo, così evitano di fare altri giri.

Il vero spread

Siamo così a corto di buone notizie, specialmente dal fronte politico, che quando ne arriva qualcuna va segnalata. Ieri, insieme ai progressi della trattativa avviata da Conte (il famoso Signor Nessuno) con Juncker per scongiurare in zona Cesarini la procedura d’infrazione, è giunto un altro bel segnale dall’Europa: i primi elogi – al posto delle solite reprimende – all’Italia dal Gruppo di Stati contro la corruzione (il “Greco”, cioè l’organo del Consiglio d’Europa specializzato nella lotta alle mazzette). Nell’ultimo rapporto, il Greco parla di “progressi nella prevenzione della corruzione nel sistema giudiziario”, anche se “molto resta ancora da fare, in particolare per la corruzione dei parlamentari” con una seria normativa contro i “conflitti di interessi” (annunciata e poi bloccata dal passato centrosinistra), con “regole dettagliate su donazioni, regali, ospitalità, favori e altri benefici per i deputati”, con norme più stringenti “sulle incompatibilità e le ineleggibilità” e con barriere più potenti contro le “lobby”.

È positivo invece il giudizio del Greco sul ddl Spazzacorrotti del ministro Bonafede che, approvato ieri in seconda lettura al Senato, dovrebbe entrare in vigore entro Natale dopo che la Camera l’avrà rivotato per cancellare ogni traccia dell’emendamento-vergogna sul peculato: quello, passato con voto segreto a Montecitorio nella famosa imboscata Lega-FI-Pd che mandava assolti decine di parlamentari, consiglieri regionali e comunali imputati per avere rubato rimborsi pubblici indebiti per pagarsi le proprie spese private, e depennato a Palazzo Madama. La Bribe Destroyer (Distruttore di Mazzette) è giudicata dal Greco “con favore” perché “potrebbe rivelarsi fondamentale per far avanzare la lotta alla corruzione”: “rafforza la prevenzione, la persecuzione e la punizione della corruzione nei settori pubblico e privato”, anche con l’agente infiltrato, “aggrava le pene fino a 8 anni di reclusione” e “potenzia le sanzioni accessorie”. Ma soprattutto “interrompe la prescrizione al giudizio di primo grado”. E “abbassa notevolmente la soglia di divulgazione per le donazioni ai parlamentari (l’obbligo di divulgazione si applica non più a quelle superiori a 5.000 euro l’anno, ma a quelle superiori a 500 euro l’anno)”. Nelle 15 pagine del rapporto di Strasburgo, non compaiono mai espressioni bizzarre come “giustizialismo”, “populismo giuridico”, “giacobinismo”, “persecuzione”, “accanimento” e altre cazzate di uso corrente in Italia. Sia perché sono intraducibili in qualunque altra lingua.

Sia perché, al di là della frontiera di Chiasso, il garantismo è una cosa seria e non il rifugio dei peggiori mascalzoni. Sia perché tutto ciò che da noi passa per un obbrobrio giuridico all’estero è considerato ordinaria tutela della legalità e dello Stato di diritto. Il vero spread, oltre a quello fra il rendimento dei nostri titoli di Stato e quello dei Bund tedeschi, è proprio questo: ciò che è normale nelle altre democrazie, qui è barbarie. Ed è significativo che sia proprio il presunto governo dei “barbari” a incassare i primi complimenti, dopo anni di anatemi, dal massimo organismo europeo anticorruzione. Questo apparente paradosso dovrebbe indurre a qualche riflessione l’avvocatura associata, salita sulle barricate e addirittura scesa in sciopero contro il blocco della prescrizione, come se questa fosse un “diritto dell’imputato” anziché una resa dello Stato e uno schiaffo alle vittime. Ma dovrebbero meditare anche i tanti magistrati cacadubbi delle correnti di destra e di sinistra che, dopo aver chiesto per vent’anni una legge che la facesse finita con quest’amnistia selettiva e censitaria per ricchi e per potenti, ora spaccano il capello in quattro solo perché il governo che risolve il problema è quello “sbagliato” (quelli “giusti” invece ve li raccomando). O fanno come Repubblica, che ai tempi di B. dipingeva la prescrizione – e giustamente, anche citando le raccomandazioni inascoltate del Greco – come la sèntina di tutti i mali; e, ora che i 5Stelle la bloccano, la difende a spada tratta con gli stessi argomenti di B.: “giustizialisti”, “manettari”, violatori dei “diritti degli imputati” (all’impunità).

Tutti concetti che gli esperti europei in lotta alla corruzione non conoscono, avendo come obiettivo quello di combattere le tangenti, non quello di coprirle, e ben sapendo distinguere le sacrosante garanzie per gli imputati dalle assurde scappatoie per farla franca. In questo, agevolati dall’avere evitato 25 anni di inquinamento lessicale, culturale e semantico del berlusconismo nelle sue varie declinazioni: quello doc di Berlusconi & C. e quelli emulativi della sinistra post-gruppettara (impunitaria per vocazione), del partito confindustriale degli affari e dei malaffari (impunitario per necessità) e dell’opinionismo pseudoliberale o radicale (impunitario per ignoranza e/o stupidità). Infatti, in Europa, tutto ciò che scandalizza gli pseudogarantisti nostrani è visto come un qualcosa di addirittura troppo blando. Tant’è che il Greco chiede al governo italiano di aggiungere alla Spazzacorrotti una norma che imponga ai politici “di restituire benefici inaccettabili, con l’eccezione di regali di cortesia, e un sistema di dichiarazioni per i pochi benefit ammessi (inviti, ospitalità…) e altri beni che diventano proprietà del Parlamento”. Ogni riferimento ai Rolex e alle bici da corsa dell’èra Renzi è puramente casuale. Manca invece qualsivoglia accenno ai leader bolliti d’opposizione che rivendichino pubblicamente il mercato delle vacche per acquistare deputati e senatori della maggioranza. Ma solo perché, oltre frontiera, chi ci provasse finirebbe ipso facto in galera.

“Le mie sfide con Mina a scopone scientifico”

“Una volta ho visto la Befana. In carne e ossa”. Cosa? “Attraversava la parete del salone di casa mia. A cavallo della scopa. Saranno state le quattro del mattino. Ero bambina, con mio fratello. Giuro che è volata via. Ahahah”. La risata di Raffaella Carrà è un’eccellenza italiana.

Mi prende in giro?

No! Ero perfettamente sveglia. È stato uno dei tipici misteri dell’infanzia. In famiglia aspettavamo con trepidazione la vecchina, per noi la vera festa era l’Epifania. Il Natale a Bologna era invece un giorno di scherzi per i bambini. Non ti piacevano le uova? E la mamma ti faceva trovare uova di marzapane nel tegamino, sotto l’albero. E ovviamente dolci. I regali arrivavano il 6 gennaio. Tante bambole, ma non ci giocavo. Preferivo muovere bottoni sul pavimento ascoltando musica classica. Inventavo balletti: volevo diventare una grande coreografa. E avevo un cavallo a dondolo bianco, di cartapesta. Il mio Pegaso.

Però ora lei non ha fatto un disco sull’Epifania.

Si intitola Ogni volta che è Natale, c’è un inedito di Daniele Magro, Chi l’ha detto, e nel video spunta una famiglia gay, perché io faccio gli auguri a tutti. Poi canto Lennon, ho azzardato Leonard Cohen con due giovani soprano, e i classici. Ma sono incavolata: c’è la mia versione di Feliz Navidad di Feliciano, ma la casa discografica mi ha imposto quella tradizionale con i pifferi dell’Ecuador. Non ha voluto la facessi in chiave reggaeton! Tutti hanno una canzone reggaeton, di questi tempi!.

Avrebbe potuto stregare i discografici. Lei è Maga Maghella…

L’avrei soppressa, Maga Maghella!

Ma come? Un’icona per i bambini…

Per me era un inferno cantare quella filastrocca. Non amavo vedermi così piccola, ridotta a una bamboletta. Mi piaceva solo il piedone di Corrado, su cui mi poggiavo. Ma Canzonissima era per tutti, grandi e piccini. Io mi identifico con Rumore, quella è la Carrà!

I balli sfrenati.

Sì, ma quando me li proponevano non ne azzeccavo uno. Bracardi mi propose A far l’amore comincia tu. Gli risposi: Franco, basta con queste “sambine”… E Com’è bello far l’amore da Trieste in giù? Chiedevo a Boncompagni: quelli di Bolzano non si deprimeranno? Lui: mi serviva ritmo. Quanto mi manca.

È vero che non voleva concedere i diritti di A far l’amore comincia tu per La Grande Bellezza?

Pensavo ai soliti 20 secondi in un film commerciale, non avevo capito si trattasse di Sorrentino. Quando ho visto la scena… Oggi dico a Paolo: un pezzettino dell’Oscar è mio e di Bob Sinclar. Ahahah.

Ha fatto sognare l’Italia per decenni senza spogliarsi mai, Raffaella.

Il Tuca Tuca. La Rai me lo censurò dopo una puntata, malgrado fosse in cima alle classifiche dei 45 giri. C’era Alberto Sordi che veniva da me e Gianni a giocare con il baracchino. Imitava se stesso, in incognito, e i radioamatori dicevano: “So’ mejo io a fa’ la voce de Sordi!”. Una sera a cena, e c’era pure la Zanicchi, lui mi fa: “Vengo da te a Canzonissima, ma solo se possiamo ballare quella cosa”. Non potevano dire di no a Sordi. Fu memorabile: mi sfiorava i seni con la punta delle dita. Gli sussurrai, dopo: “Albè, stavolta ce cacciano”.

Madonna ha omaggiato il Tuca Tuca nel tour 2012.

Vero! Ed era stata mia ospite anni prima a Carramba. Tra le star di oggi mi piacerebbe conoscere Lady Gaga. Non mi fraintenda: farei fatica a ballare e duettare in concerto. I calciatori si ritirano a 40 anni, io ne ho 75. Ma ancora oggi mi viene l’ansia da debuttante. Mentre registravo lo special di Natale con Carlo Conti avevo la tremarella.

Si è favoleggiato della rivalità con Mina a Milleluci.

Macché! Era colpa di Antonello Falqui, che se vedeva una lampadina fulminata in fondo allo studio ci faceva ripetere i numeri! Ore e ore così, e noi cantavamo tutto dal vivo. Mina alloggiava all’Hilton e la sera veniva da me a giocare a scopone scientifico. La mia governante le cucinava cavolo al forno. Poi andavo a trovarla a Lugano, lei mi preparava la colazione. C’era feeling. E io non sono buona sul lavoro. Se trovo un collega che non mi piace mi ritiro subito, ma con i grandi non si litiga.

Con Mastroianni cinema e teatro.

Eravamo sul set de I compagni di Monicelli. Dovevo schiaffeggiarlo, ma non volevo fargli male. Ripetemmo la scena cento volte finché Marcello sbottò: “A Raffae’, così me stacchi la barba! Damme ‘sta sberla e non se ne parli più”. Facemmo Ciao Rudy e alla vigilia di Natale, al Sistina, lui era incazzato perché la moglie non gli aveva preparato gli spaghetti col tonno. Sosteneva gli portassero fortuna. Così, quando sono a Roma il 24, mangio sempre quel piatto. In suo onore.

Si parla di un suo rientro in tv. Rai3, a primavera. Interviste ai Vip.

È prematuro parlarne.

Perché non si fanno più grandi show come una volta?

Volontà politica? O tempi diversi? Di certo, in questi anni ho lavorato con i giovani, e ce ne sono di talentuosi. Ma dove possono mostrare di saper cantare, ballare, affrontare scene brillanti? Forse nei teatri. La tv non valorizza più una soubrette, una che duri. Ai tempi d’oro il segreto era togliersi di mezzo, ogni tanto. Non inflazionare lo schermo. Non puoi rischiare che la gente, vedendoti tutti i giorni, pensi: ancora la Carrà? Devono desiderarti.

Breve riassunto su come sforare legalmente il 3% di deficit

Quel che è giusto è giusto e solo la malafede può innescare polemiche che non hanno senso. Pierre Moscovici, commissario agli Affari economici dell’Ue, ha infatti spiegato a Le Parisien per filo e per segno le regole che spingono Bruxelles a trattare con indulgenza il grosso sforamento del deficit francese e meno i decimali italiani. Funziona così: “Se ci riferiamo alle regole, oltrepassare il 3% può essere preso in considerazione in modo limitato, temporaneo ed eccezionale”. Nel dettaglio: “L’eventuale sforamento non deve protrarsi per due anni consecutivi né eccedere il 3,5% su un anno”. E non solo: se proprio si deve – e per Macron è “indispensabile per rispondere all’urgenza del potere d’acquisto” che, com’è noto, in Italia sta invece benissimo – allora le regole “uguali per tutti” prescrivono che il bilancio sia vergato su una gamba sola, a Parigi, e firmato da presidenti le cui iniziali siano E.M. nati nel 1977 ad Amiens. Viste queste regole, insomma, il paragone con l’Italia “è allettante ma sbagliato, sono due situazioni del tutto diverse”: “La Commissione sorveglia il debito italiano da anni” e non l’ha “mai fatto” per la Francia nonostante, aggiungiamo, abbia violato la regola del deficit per 9 anni su dieci e quella del debito sempre. E questo perché c’è una regola che supera tutte le altre. L’ha enunciata con la consueta sincerità – nativa o indotta che sia – Jean Claude Juncker nel 2016: Perché siete ciechi sulle violazioni della Francia? “Ma perché è la Francia…”. E se sei Di Maio e Salvini? Hai la manovra espansiva dello 0,04%.

L’Italia che i tedeschi non capiscono più

“Anch’io nell’Arcadia!”, scrisse un tempo Goethe estasiato, riassumendo così in modo incisivo il rapporto dei tedeschi con l’Italia. L’Italia era il luogo della Sehnsucht, della nostalgia, per eccellenza. In Germania si esisteva, in Italia si viveva.

Oggi le manifestazioni d’amore tra i due Paesi suonano piuttosto come un aspro litigio tra coniugi che ha raggiunto il suo momento più basso e volgare nel 2011 con “la culona inchiavabile”, un episodio che in Germania è stato rapidamente dimenticato soprattutto perché Silvio Berlusconi non veniva comunque più preso sul serio.

Se agli italiani la politica tedesca può sembrare un’entità insensibile e prepotente di custodi dell’austerità, per cui è facile parlare di migrazione quando in fondo dal Mar del Nord giungono solo un paio di traghetti provenienti dalla Danimarca, al contrario quello che succede in Italia ai tedeschi appare spesso solo come la formazione di coalizioni assurde destinate comunque a frantumarsi dopo pochi mesi. La politica italiana? Incomprensibile di per sé. Con una leggera arroganza si preferisce rimproverare mancanza di disciplina. Il dialogo è un’altra cosa.

Sono passati i tempi in cui almeno la sinistra tedesca guardava con un entusiasmo forse idealizzante all’Italia, ai testi di Gramsci e ai film di Pasolini, all’idea dell’eurocomunismo e alla Toscana, dove andava a rifugiarsi e ristrutturava casolari abbandonati per trovare la propria dolce vita lontano dalla tristesse tedesca. Naturalmente erano anche il vino e il bel tempo a rendere così allettante quell’utopia vista da una Germania piovosa e sempre grigia, schiacciata dal senso di colpa del passato recente. La fantasia di una vita all’insegna della leggerezza, in cui dal Nord si osava avventurarsi solo con titubanza ed esitazione, proprio per questo appariva ancor più come una liberazione.

La Sehnsucht del presente non sono più le Arcadie, bensì i confini. C’è chi li vuole abolire del tutto e chi invece desidera alti recinti, muri e porti chiusi per dimostrare di nuovo efficacemente il proprio potere. La questione di una migrazione ordinata o del ripiegamento su se stessi è uno dei grandi pomi della discordia che non grava solo sul rapporto italo-tedesco, ma che potrebbe anche portare alla disgregazione dell’Ue nel suo assetto attuale.

Soltanto gli idealisti potrebbero negare che un radicale abbattimento delle frontiere come obiettivo a breve termine sarebbe pressoché impossibile senza uno sbalorditivo inasprimento delle tensioni sociali. Ma concepire le frontiere come furono pensate all’epoca della fondazione degli Stati nazionali non risponderebbe assolutamente ai problemi del XXI secolo. Questo anzi potrebbe essere uno dei primi problemi del XXI secolo: un ultimo anacronistico aggrapparsi ai relitti di un passato che aveva semmai trovato le risposte per sé, ma non per un futuro lontano. Un ritorno agli Stati nazionali nella loro piccolezza non può essere la soluzione per il presente.

Se però dalla Germania non si capisce la rabbia di molti italiani per essere stati lasciati per anni più o meno da soli con i problemi dell’immigrazione incontrollata, non si fa che portare acqua al mulino di chi inveisce con slogan populisti contro la Germania e l’Ue e promuove il “ritorno” alla sovranità totale degli Stati nazionali. Eppure uno Stato nazionale, che sia dentro o fuori dall’Ue, non può essere mai completamente sovrano, questo vale oggi più che mai, e le questioni della migrazione potranno essere risolte solo multilateralmente. A tal fine sono però necessari dei buoni ed equi accordi.

Quando negli anni Novanta gli Stati partner sottoscrissero il primo Regolamento di Dublino, con cui la responsabilità della procedura d’asilo veniva accollata già principalmente ai Paesi in cui i richiedenti asilo avevano messo piede per la prima volta nel territorio europeo, devono forse aver immaginato la migrazione dei decenni successivi come un problema di media entità che si sarebbe propagato come un lieve movimento attraverso gli aeroporti europei. Mi sembra però più probabile che tutti quegli Stati che non si trovavano ai confini esterni meridionali dell’Ue semplicemente non volessero avere, forse nemmeno vedere, tale responsabilità. Così non può funzionare una comunità.

Attualmente sembra che i nazionalisti in Europa sappiano allearsi meglio di quelli che si adoperano per una comunità aperta al mondo. L’avversione unisce. Ma a lungo termine ciò potrebbe rivelarsi una conclusione errata. Se si osserva attentamente l’Alternativa per la Germania (AfD), la versione tedesca di un partito populista di destra, contrario all’immigrazione e islamofobo, si constata che i suoi attacchi al momento sono ancora rivolti soprattutto contro musulmani e immigrati provenienti dall’Africa e dal mondo arabo. Più potere otterrà, più i confini della sua avversione si sposteranno verso Nord. Gli invisi Paesi del Sud a breve potrebbero essere tutti quelli che si trovano a sud delle Alpi. Si stringeranno temporaneamente patti con altri populisti di destra, ma dietro questo stare insieme si celerà sempre uno stare gli uni contro gli altri.

Inoltre le tante aspre invettive contro un’immigrazione sgradita nascondono altri problemi impellenti. Il tema dell’emigrazione, ad esempio, potrebbe colpire l’Italia anche più duramente. Che ne sarà di questo Paese se proprio i giovani qualificati se ne vanno, in Svizzera, in Francia e non da ultimo anche in Germania? Berlino non è l’Arcadia, ma per molti giovani italiani appare, se non come un luogo della Sehnsucht, almeno come un luogo che offre una prospettiva. Forse noi che siamo nati negli anni Ottanta non parliamo comunque più tanto di Sehnsucht, forse vogliamo innanzitutto un lavoro e un appartamento a prezzi accessibili. Non abbiamo smesso di sognare, ma si sa che s’inizia a sognare solo quando si riesce a prendere sonno.

È quindi tanto più urgente che le forze democratiche in seno all’Europa collaborino, con nuova energia e un’illuminata comprensione reciproca, nella politica così come nella società civile. Non abbiamo bisogno di un’Arcadia, quello di cui abbiamo bisogno è un futuro.

Gli orfani di Matteo e la nuova Cosa: Renzi en marche

Non sono più i suoi, Renzi li ha mollati. La sceneggiatura di quello psicodramma altrimenti noto come Partito democratico si arricchisce tutti i giorni di dettagli comici. Mentre i renziani in cerca d’autore mostrano imbarazzanti segni della sindrome da abbandono (l’immagine più emblematica, Giachetti e Ascani sul divano), l’ex segretario è alle prese con una discesa in campo all’incontrario – prima la politica, poi la tv – e si prepara al grande appuntamento mediatico: il suo documentario artistico che andrà in onda sabato su Discovery, dopo una sceneggiata su Scherzi a parte, più finta di una banconota del Monopoli. Siccome non c’è distinzione tra i due piani, la letterina settimanale che normalmente contiene i pensierini della sera sulla situazione politica, va benissimo per lanciare il “progetto televisivo”. Renzi in purezza: “Ci ho messo il cuore e credo che in tempi di barbarie sia un dovere civile parlare di bellezza” (Salvini). “E parleremo di tutto: della Madonna del Cardellino, della mafia ai Georgofili” (Berlusconi?). Del “Michelangelo giovane e di quello vecchio, della congiura dei Pazzi” (Pd?). “Ma a un certo punto, dalla meravigliosa San Miniato, parleremo anche di Farinata degli Uberti, che insegna a tutti l’orgoglio e la nobiltà di parlare a viso aperto” (l’argomento preferito di Renzi: Matteo Renzi). E siccome il senso del limite (o del ridicolo?) è merce rara, il paragone con il personaggio a cui Dante rende omaggio nella Commedia è servito: “Io ho molti difetti e limiti, come tutti e più di tutti. Ma certo non mi si può dire che non ami parlare a viso aperto”. Certo qualche errore, visti gli slavaccioni elettorali presi in serie, bisogna pur ammetterlo. Ma sempre nella modalità di quelli che alla domanda “qual è il tuo peggior difetto?”, rispondono: “Essere troppo buono”. E dunque: “Il mio errore più grande è stato non ribaltare il partito. Non entrarci con il lanciafiamme come ci eravamo detti”. Cattivoni. “In alcuni casi il Pd ha funzionato, in altre zone è rimasto un partito di correnti. Ritengo che le correnti siano il male del partito. E ho sempre spiegato che non mi sarei mai prestato a fare la mia corrente. Sono stato, sono e rimango di parola: le correnti avevano un senso nel partito novecentesco, non oggi. E le correnti nel Pd sono state la causa di un rinnovamento meno forte di ciò che sarebbe servito. Quando i giornali scrivono ‘la corrente dei renziani’ mentono sapendo di mentire”.

A breve, dopo il documentario, Renzi farà una web tv per combattere le fake news, pubblicherà un libro (manca solo un chiringuito sulla spiaggia) e tra un impegno e l’altro probabilmente lancerà il suo partito, la nuova Cosa. Gli scudieri prescelti sono i non ingombranti Scalfarotto e Gozi, già impegnati nella fondazione dei comitati civici (una supercazzola che nessuno ha capito a cosa servano). Tutti gli altri, eccetto forse la zarina riformatrice Boschi, #stannosereni: oltre al duo del divano, Andrea Marcucci, Alessia Morani, Emanuele Fiano, Simona Malpezzi, Gianluigi Marattin, Stefano Ceccanti, Andrea Romano e Lorenzo Guerini delegato a trattare con Martina (con questi non vinceremo mai, 2.0). Viste le premesse, il congresso di marzo si annuncia come una gigantesca liquidazione fallimentare. Senza Renzi, che per l’epoca si sarà già sfilato per godersi lo spettacolo degli ex amici che si scannano per quella manciata di voti che restano alla sedicente sinistra. La gioiosa macchina da guerra di Matteo R. è en marche. Con la felpa sotto il gilet giallo, Salvini ringrazia.

Quelli che… lo spray in sé è innocuo, cattivo è chi lo usa per far male

Dovendo fidarmi di qualcuno, poniamo tra Matteo Salvini, Vittorio Feltri e Anton Cechov sceglierei senza dubbio il grande scrittore russo: “Se c’è un fucile nel primo capitolo, prima o poi sparerà”. È una specie di regola, purtroppo confermata dall’esperienza umana: basta guardare le cifre americane dei morti per arma da fuoco per capire che ci sono troppi fucili nel primo capitolo, e che negli altri capitoli si raccoglieranno i cadaveri. Ma si sa, gli Stati Uniti esistono là come tragedia e qui come farsa: lo spray al peperoncino che ha scatenato l’inferno nella discoteca di Corinaldo è solo una caricatura delle armi da fuoco in tasca a tutti, ma come si è visto è in grado di provocare spaventose tragedie.

I più ridicoli tifosi delle armi libere e della difesa fai-da-te suonano la solita solfa: non sono le armi che uccidono, sono gli uomini che le usano. Bello. Vale anche per la bomba atomica: non è cattiva lei, poverina, ma lo stronzo che schiaccia il bottone. È la stessa cosa, papale papale, che ha detto Matteo Salvini, che nei ritagli di tempo tra l’attivismo in politica economica e la militanza nel Ku Klux Klan sarebbe addirittura ministro dell’Interno: “Se qualcuno abusa del mattarello o delle forbici non posso vietare i mattarelli o le forbici”. Ecco fatto. Assolta l’arma, non resta che insultare tutti gli altri: se c’è la strage è colpa dei ragazzi, anzi dei genitori che ce li mandano, anzi dell’ora tarda, anzi del cantante cattivo, anzi dei suoi testi, anzi… La pioggia dei luoghi comuni si fa diluvio, con lampi, fulmini e qualche tuono che rimbomba: “Noi da giovani eravamo meglio dei giovani di adesso”, dicono gli anziani, in un tripudio di vecchi tromboni.

E così a Corinaldo, come sempre succede, è andata in onda la colpevolizzazione delle vittime, in perfetta continuità con quello che si sente dire spesso nei casi di violenza sessuale: se la sono cercata. Vittorio Feltri, il patron del giornale che ha venduto in allegato pistole al peperoncino, usa la stessa logica, potrebbe allegare un bazooka e non ci sarebbe niente di male: basta non abusarne. Il ministro dell’Interno di cui sopra, peraltro, distribuiva spray al peperoncino nei suoi banchetti e quindi non stupisce la linea, rafforzata anche dal fatto che chi spara gli piace tanto, vedi legge sulla legittima difesa.

Intanto, dopo la tragedia di Corinaldo, emergono dettagli su dettagli da tutto il regno: si spara il peperoncino nelle discoteche per rubare portafogli e cellulari, si spara nelle scuole per vedere l’effetto che fa (in settimana già due o tre casi), ai concerti la cosa era già successa decine di volte. Insomma, tolto il tappo al vaso di Pandora viene fuori che lo spray al peperoncino è un’arma di difesa, ma che se volete derubare o tramortire qualcuno per la strada o in discoteca è un ottimo metodo: dopotutto non esiste arma di difesa che non sia anche arma d’attacco. E, per la cronaca, è vietato o venduto con grandi restrizioni nella maggior parte dei Paesi europei.

Ciò che si cerca di replicare, insomma, è la tradizione americana dell’essere tutti cowboy, una specie di privatizzazione della difesa: ognuno con i suoi mezzi, e di questo passo il problema non è “se”, ma “quando” avremo una Columbine italiana, a cui dovremo un giorno chiedere conto ai Salvini, ai Feltri e a tutti gli altri piccoli armigeri del Paese che soffiano sulla questione sicurezza. Diffondere massicciamente un’arma tra la popolazione, benedirla, esaltarla, venderla insieme a un giornale, farne programma politico, anche da persone che hanno ruoli istituzionali, è un calcolo cinico, un esplicito e interessato disegno di imbarbarimento che pagherà in termini di consenso. Poi, all’apparir del vero e al compiersi del disastro, si darà la colpa al cantante e più in generale ai “giovani”. Facile, no?

Quando il criminale diventa terrorista

L’attacco ai mercatini di Natale di Strasburgo, nel cuore dell’Europa e a due passi dalle sue istituzioni, segna evidentemente il ritorno del terrorismo sul continente. La minaccia jihadista è parsa affievolirsi negli ultimi mesi. In Siria e Iraq lo Stato Islamico ha perso oltre il 95 per cento del proprio territorio. In Europa, secondo dati originali dell’Ispi, il numero degli attacchi eseguiti con successo si è ridotto considerevolmente: dai 20 attacchi realizzati nel 2017 ai 7 del 2018 (includendo quello di Strasburgo).

In realtà, il pericolo rappresentato dai militanti jihadisti non è venuto meno. In Europa sono ancora decine di migliaia i simpatizzanti jihadisti, con una maggiore concentrazione in Francia, Regno Unito, Germania e Belgio. La grande maggioranza di questi individui si limita a sostenere la causa estremistica perlopiù a parole, su Internet o all’interno di piccoli gruppi. Nondimeno una minoranza di questi simpatizzanti a un certo punto può effettivamente decidere di passare all’azione. È quello che è accaduto martedì sera nel centro di Strasburgo.

Secondo le informazioni disponibili, l’attentatore, Chérif Chekatt, era un soggetto radicalizzato già noto alle autorità francesi. Era stato addirittura segnalato dall’intelligence come fiche S, ovvero come persona sospettata di rappresentare una minaccia per la sicurezza dello stato. Non è una novità. I dati Ispi segnalano che oltre il 70 per cento degli attentatori che hanno colpito in Europa dall’eclatante proclamazione del Califfato (29 giugno 2014) a oggi era già sotto i radar delle autorità.

Di fronte a questo fatto, dopo ogni strage è naturale chiedersi perché non sia stato possibile fermare un soggetto pericoloso già conosciuto e, come nel caso di Chekatt, inserito persino in un’apposita lista ufficiale. Al netto di eventuali errori e falle dell’Antiterrorismo che andrebbero verificati caso per caso, c’è un problema generale: in Francia i soggetti segnalati come fiche s, sono molti, circa 20.000. Monitorare costantemente, 24 ore al giorno 7 giorni su 7, tutti questi sospetti è operativamente difficile, se non impossibile. In uno Stato di diritto, finché non vengono accusati di commettere specifici reati, non possono essere processati e, nel caso, condannati.

Molti studi hanno dimostrato che non esiste un profilo comune dei militanti jihadisti. Ma alcuni tratti individuali ricorrono più di altri. Le informazioni che sono state raccolte finora sulla figura di Chekatt non sono sorprendenti: giovane, di sesso maschile, figlio di migranti, ma nato e cresciuto nello stesso Paese in cui decide di colpire, con precedenti penali ed esperienze di detenzione (significativamente, non per reati connessi all’estremismo violento).

Il background criminale è un aspetto che merita particolare attenzione. Negli ultimi anni gli esperti hanno evidenziato che molti jihadisti europei hanno alle loro spalle un passato criminale per reati comuni. Secondo dati Ispi, dalla proclamazione del Califfato a oggi circa la metà degli individui responsabili di attacchi jihadisti in Europa aveva precedenti penali e poco meno di un quarto era già stato in carcere. La propaganda di gruppi armati come lo Stato Islamico non ha esitato a favorire e incoraggiare questa tendenza, in maniera spregiudicata. Dal loro punto di vista, poco importa se attività come rapine o spaccio di droga sarebbero incompatibili con l’ideologia ufficiale del gruppo armato; quello che più conta è il contributo che queste persone possono dare alla causa estremistica.

Questo nesso criminalità e terrorismo presenta diversi elementi preoccupanti. Il criminale comune può acquisire contatti e “competenze” che sono utili anche per il terrorismo, per esempio per l’acquisizione e l’uso di armi. Negli ultimi anni in Europa l’impiego della pistola, come a Strasburgo, è diventato un’opzione meno frequente, lasciando spazio all’uso di armi più facili da trovare e utilizzare come coltelli o addirittura veicoli lanciati contro una folla. Una delle ragioni di questo trend è che in Europa, a differenza degli Stati Uniti, per un militante jihadista non è facile recuperare un’arma da fuoco se non si hanno, appunto, legami con la criminalità. Un altro punto di contatto tra criminalità e terrorismo è costituito dal carcere: com’è noto, sono ormai tanti i soggetti, come apparentemente lo stesso Chekatt, che sono entrati in prigione come delinquenti comuni e vi sono usciti come jihadisti, a causa di frequentazioni con detenuti estremisti. Infine, la militanza jihadista e in casi estremi la vera e propria partecipazione ad attacchi terroristici può servire da fattore di redenzione e “purificazione” da tutti i “peccati” precedenti.

Come recitava un poster di propaganda jihadista, dalla loro prospettiva, “a volte le persone con i peggiori passati creano i futuri migliori”.

 

Mail box

 

Con il terrorismo islamista vinci la battaglia, non la guerra

Quanto successo a Strasburgo continua inesorabilmente a insegnarci che il terrorismo è un problema di difficile soluzione. La sconfitta – con l’uccisione di pochi terroristi – non è mai totale e la vittoria sempre incompleta, la tensione infinita. La cosa terribile è che la parola sicurezza forse è divenuta troppo precaria nel nostro vocabolario. Ancora una volta siamo in un’epoca di guerre ideologiche e la storia ci insegna che queste durano sempre fino alla fine. Questo terrorismo è capace di risorgere dopo ogni sconfitta, con sempre maggior tenacia.

Il profilo preventivo assume un ruolo decisivo nelle indagini di terrorismo di matrice islamica, infatti per questi tipi di reati lo sforzo delle forze dell’ordine non può essere indirizzato ad individuare un reato, ma a evitarne in tutti i modi la realizzazione e cogliere l’humus ideologico che lo sottende.

Andrea Zirili

 

Delrio fa il cerchiobottista ma “semina” ancora per Renzi

Sentire Graziano Delrio, renziano della prima ora, schermirsi in televisione per il suo passato come braccio destro di Matteo Renzi e poi recitare la critica al Movimento 5 stelle e Luigi Di Maio per aver scelto di fare il governo con la Lega fa quasi ridere. Infatti chi non ricorda il grande rifiuto dell’allora segretario all’offerta di Di Maio di fare il governo con il Partito democratico? La strategia di Renzi era quella di attendere e starsene seduto in poltrona a mangiare pop corn nell’attesa che il governo Lega-M5s andasse a sbattere e si sfasciasse da solo. Poiché né Conte né Salvini né Di Maio vogliono andare a casa prima ma intendono restare per l’intera durata della legislatura, allora Delrio, pur sempre longa manus renziana, si prepara ad appoggiare un renziano doc come prossimo segretario del Pd, a meno che lo stesso senatore semplice di Rignano non intenda ricandidarsi.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Ambiente, serve parlarsi e trovare insieme le soluzioni

In questi mesi si ritorna a parlare di ambiente e salute nel mio territorio di Piombino, in particolare della discarica a Ischia di Crociano. È in corso in città un grande dibattito pubblico che coinvolge comitati di salute pubblica, privati cittadini e istituzioni locali. Da cittadino voglio lanciare un appello a trovare soluzioni adeguate. Non possiamo più girare lo sguardo su delle tematiche così importanti come il lavoro, la salute e ambiente.

Massimo Aurioso

 

La Francia sfora: e l’Ue? Intanto ci bacchetta per il 2,4

Sarei tanto curioso di sapere se dopo le proteste e le devastazioni dei gilet gialli in Francia e con il dietrofront del presidente Macron, costretto a promesse di sgravi e tagli di tasse per oltre 10 miliardi, tutti rigorosamente a debito, l’Europa minaccerà anche la Francia di procedura di infrazione. Il loro rapporto deficit/Pil molto probabilmente andrà oltre il 3%, dopo aver stazionato al 6 e oltre per anni senza problemi. E pensare che il debito pubblico della Francia si avvicina ormai al 100% del Pil. Non è poi molto lontano dal 131% italiano. Invece per noi portarlo il deficit/Pil al 2,4 è considerato insostenibile e l’Unione europea vorrebbe obbligarci a stare sotto il 2% per evitare così le riforme del nuovo governo che spaventano a morte le élite europee. Sono preoccupate forse di dover poi fare anche loro concessioni ai più poveri se non vogliono essere spazzate via.

Enrico Costantini

 

DIRITTO DI REPLICA

In relazione all’articolo “I contenziosi uccidono CMC ma il sistema coop è al limite”, pubblicato ieri, Anas precisa che sta seguendo con estrema attenzione le vicende gestionali e finanziarie delle imprese del settore alle quali sono state affidate importanti realizzazioni strategiche per il Paese. In particolare, per quanto riguarda CMC, che in Sicilia è Contraente Generale per la realizzazione di tre opere fondamentali del Contratto di Programma, Anas ha liquidato tutti i pagamenti relativi ai SAL e il mese scorso ha effettuato l’ultimo pagamento per circa 50,6 milioni di euro. Tale importo è stato riconosciuto applicando tutte le flessibilità concesse dalla normativa vigente e prestando attenzione alla tutela, per quanto possibile, anche degli affidatari e dei dipendenti dell’impresa stessa. Per quanto concerne il contenzioso, oggetto di procedimenti giudiziari, va precisato che le Consulenze Tecniche d’Ufficio (CTU), disposte dai giudici, in 2 dei 3 giudizi pendenti hanno ritenuto riconoscibili importi di gran lunga inferiori a quelli rivendicati pari ad appena il 10% in un caso e a meno dell’1% nell’altro caso. Nel terzo giudizio la CTU è tutt’ora in corso. Nel primo dei due giudizi, l’Avvocatura di Stato, interpellata da Anas su una proposta transattiva di CMC superiore all’importo della CTU, la ha ritenuta non percorribile. Per quanto riguarda il contenzioso complessivo di Anas, richiamato nell’articolo, si sottolinea che a partire dal novembre del 2015 l’azienda ha posto in essere le basi per affrontare e risolvere in via definitiva questo complesso capitolo. Allo stato sono stati infatti risolti contenziosi giudiziali per circa 2,3 miliardi di euro di petitum.

Ufficio Stampa Anas

Bohemian Rhapsody. Febbre da Queen, ma il vero Freddie era un’altra musica

Sono un amante dei Queen, sono cresciuto con il mito di Freddie Mercury. Per cui è stato più che naturale per me fiondarmi al cinema a vedere “Bohemian Rhapsody”. Che delusione! Quello che ho visto non ha rispecchiato nemmeno lontanamente le mie aspettative. I Queen non sono quelli e, nonostante lo sforzo di Rami Malek, il “mio” Freddie ne esce diverso. Mi è sembrata una bieca operazione commerciale. Eppure, scorrendo i milioni di post sul film, trovo quasi soltanto giudizi positivi. C’è addirittura chi vorrebbe candidarlo all’Oscar! E che tornaconto per la musica… il brano è tra i più scaricati adesso. Mi chiedo: sono io che sbaglio giudizio sulla pellicola oppure questi nuovi estimatori fino all’altroieri non sapevano neanche cosa fosse, davvero, “Bohemian Rhapsody”?

Leone Bevilacqua

 

Caro Bevilacqua, ha ragione, “Bohemian Rhapsody” nasce e cresce e forse perisce per esigenze commerciali. Quello che lei scrive corrisponde a pura verità, ovvero alla soddisfazione di un palato globale non particolarmente edotto e sicuramente non coraggioso. Significativamente Rami Malek, che pure è tra le cose meno disprezzabili del film, viene da una serie tv intitolata “Mr. Robot”. Anche qua è un robot, se non un burattino, in un gioco più grande di lui in cui, volendo a tutti i costi, e sottolineo a tutti i costi, ritrovare il frontman dei Queen, si perde tutto il resto, a partire dalla sua umanità e finendo con la sua leggenda. Incisivo solo per protesi, costretto a ibridare la propria voce con quella del vero Freddie e di Marc Martel, cantante canadese, Malek è la copia di un originale mai esistito, una brutta copia. I temi più arditi e più scomodi, ovvero l’omosessualità/bisessualità e la morte per Aids, vengono trattati nel peggiore dei modi, depotenziati e igienizzati. E l’accento su questa “fantomatica fidanzata”, vero e proprio bilancino di genere, non fa che aggravare la situazione. Però la cosa più stupefacente, ma solo per le anime belle, è che il motore e il carburante dell’operazione siano Brian May e Roger Taylor, colpevoli di regicidio.

Lunga vita ai Queen, ma scherziamo? Come significativamente scrive, un traguardo è stato però raggiunto: “Bohemian Rhapsody” è la canzone più scaricata del Ventesimo secolo. Forse non tutto il male vien per nuocere. Però che questo non avvenga al cinema, ma in cuffia, sa di pena del contrappasso.

Federico Pontiggia