Violazioni delle regole sui fondi della campagna elettorale, evasione fiscale e falso al Congresso. Con queste accuse il tribunale di Manhattan ha condannato a tre anni di carcere Michael Cohen, ex avvocato del presidente Usa Donald Trump. Nella motivazione per la prima volta l’ammissione di Cohen di aver effettuato versamenti illegali – tra cui quelli per comprare il silenzio di due donne – “sotto la direzione di Individuo 1”, Trump.
“Guarda come divento” se mi violenti
“Guarda come diventiamo”, in spagnolo si scrive “mira como nos ponemos” ed è il #MeToo argentino, eco delle parole che l’attore Juan Darthés 45enne pronunciò mentre violentava l’allora sedicenne attrice Thelma Fardín, nota in Italia per Il mondo di Patty. A coniare il nuovo slogan è il collettivo di attrici che si è unito alla denuncia della protagonista di Patito feo.
Lo stupro risale al 2009, mentre una “Patty” ragazzina era in tour con la troupe. L’attrice l’ha denunciato ora, dopo nove anni e grazie anche al movimento internazionale contro la violenza. Seduta su un letto Fardín ha raccontato come Darthés l’abbia braccata nella sua stanza d’albergo, costringendola prima a toccarlo – da qui la frase “vedi come mi fai diventare”, riferita alla sua erezione – e poi l’abbia penetrata contro la sua volontà. Il violentatore – che in seguito, secondo Fardín avrebbe usato violenza anche contro altre attrici – è appunto Juan Darthés che nella serie interpretava suo padre. Anche questo l’allora 16enne attrice avrebbe provato a dirgli nel tentativo di fermarlo, “ho l’età dei tuoi figli”. Evidentemente invano. Non invano invece ha reso pubblica la denuncia. Il suo video, infatti, ha attirato l’attenzione di altre 400 colleghe del collettivo Actrices Argentinas che lo hanno riprodotto al grido di “Mira como nos ponemos”, appunto. L’attore, che ora ha 54 anni, era già stato accusato l’anno scorso dalla argentina Calu Rivero a cui si erano unite Anita Coacci e Natalia Juncos, salvo essere poi dichiarato innocente per mancanza di prove.
Ora, dopo la denuncia formale presentata da “Patty” in Nicaragua – dove accadde il fatto – sarà la giustizia del paese caraibico a occuparsi del caso. Giustizia a parte, alla battaglia di Fardín si sono sommate attrici importanti come Cecilia Roth, Dolores Fonzi, Mirtha Busnelli, Laura Azurra o Belén Chavanne.
Ma soprattutto, il caso ha portato alla luce, secondo il collettivo di professioniste, una specificità terribile del loro mestiere, nel quale “l’oppressione e la mercificazione sono moneta corrente”. “Nell’industria dell’intrattenimento si erotizza e si sovraespone le bambine e le adolescenti. Si può dire che siamo lasciate quasi allo sbando, senza alcun tipo di protezione di fronte a chi ci mette sotto contratto”, spiegano le attrici argentine nel loro accorato comunicato. “Il tempo dell’impunità per gli stupratori deve finire”, sottolinea Lali Espósito, un’altra stella di Buenos Aires dei film per gli adolescenti. “La cosa peggiore – sostengono le attrici – è che mentre dopo un abuso noi ci isoliamo o veniamo ghettizzate, gli stupratori parlano, agiscono e lavorano impunemente, cercando tra l’altro di far passare la vittima per responsabile dell’accaduto”. Non questa volta: “Guarda come diventiamo”.
La Brexit è salva, ma May non sta più tanto bene
Theresa May sopravvive alla sfida lanciata da 48 falchi Brexiteers. L’esito della drammatica sfida lanciata ieri mattina alla sua leadership viene annunciato intorno alle 21 inglesi: a ribadire la loro fiducia nella sua leadership sono in 200, maggioranza confortevole rispetto a quello necessaria, 159, per scongiurare la caduta. Un sostegno grazie al quale, in base al regolamento interno del Tory, non può essere più sfiduciata per un anno, almeno dai suoi colleghi di partito.
A convincerli le parole pronunciate dalla premier al mattino, in un breve, teso ma determinato annuncio davanti Downing Street: “Un cambio di leadership nel partito conservatore ora metterebbe il futuro del paese a rischio e creerebbe incertezza quando meno possiamo permettercela”.
Il ragionamento era persuasivo: l’elezione di un nuovo leader conservatore richiederebbe settimane, durante le quali il rischio è che il controllo di Brexit passi nelle mani del Parlamento. Nè ci sarebbe il tempo per un nuovo negoziato e per i vari passaggi legislativi necessari a recepire l’accordo nella legislazione domestica: insomma, sarebbe indispensabile una estensione o una revoca dell’articolo 50. Il sottinteso era chiaro: il rischio era che i falchi non ottenessero nessuna Brexit.
Nel suo ultimo appello per la propria sopravvivenza politica e per il futuro della sua Brexit, nella stanza 14 della Camera dei Comuni, ribadisce la promessa, fatta nel pomeriggio ai compagni di partito più incerti in cambio del loro sostegno in questo passaggio cruciale, di non correre come leader nelle elezioni politiche del 2022. “Nel mio intimo avrei voluto guidare il partito alle prossime elezioni, ma mi rendo conto che avremo bisogno di un nuovo leader con nuovi obiettivi per il 2022”. Alcuni parlamentari si commuovono. Altri non restano impressionati, visto che le chance che la May resista per altri tre anni, a oggi, sono comunque limitatissime. E che, in perfetto stile Maybot, è invece molto evasiva sui tempi in cui lascerebbe la guida dei Tories se non sfiduciata. Assicura anche di avere fatto significativi progressi con il Dup, il partito unionista più ostile alla backstop, la clausola di garanzia temporanea che nell’accordo di recesso concluso fra Londra e Bruxelles, con lo scopo di scongiurare il ritorno di un confine fisico fra le due Irlande, mantiene Belfast strettamente legata all’Unione europea fino a che non venga trovata una soluzione alternativa. Una dichiarazione vuota, subito smentita dal vice segretario del Dup Nigel Dodds: già da giorni gli unionisti hanno dichiarato che voteranno contro l’accordo se e quando sarà ripresentato ai Comuni e quasi certamente voterebbero contro di lei in una mozione di sfiducia parlamentare. Dopo un incontro con la May, ieri pomeriggio la Foster ha twittato “Abbiamo sottolineato che dei ritocchi marginali non basteranno. Vogliamo cambiamenti legali sostanziali”. Quelli che l’Unione europea sembra unita nel non voler concedere.
Da notare che nel pomeriggio di ieri Foster era a Londra per presentare A better deal un nuova proposta per sciogliere il nodo del confine irlandese senza ricorrere alla backstop. Con lei David Davis e Dominic Raab, ex ministri per Brexit, Leavers, entrambi dimessisi in dissenso con il piano del primo ministro e probabili candidati alla sua successione.
“A che serve cambiare cantante se non cambia la canzone?”, è la domanda di Michael Heseltine, il veterano conservatore che nel 1990, con una ribellione passata alla storia, provocò la deposizione di Margaret Tatcher dopo 11 anni di governo.
Ed è il punto fondamentale. May ha superato un ostacolo che avrebbe decisamente complicato il percorso già accidentato del suo deal, ma con numeri non rassicuranti. Sarà presto chiaro se quelli che l’hanno salvata stasera siano comunque disposti a votare per il suo deal, quando lo ripresenterà, idealmente con delle modifiche sufficienti a convincere i riottosi. Ma attenzione: il voto di ieri conferma che ben 117 dei suoi parlamentari non hanno più fiducia in lei, nel suo piano e nella sua leadership: l’impasse resta, sia nel governo che nel parlamento, e oggi, al Consiglio Europeo, arriva una May ancora disperatamente bisognosa di un sostanziale aiuto da Bruxelles.
Piazza San Carlo, resta l’accusa di omicidio preterintenzionale
Resta l’ipotesi di omicidio preterintenzionale contro la “banda dello spray” accusata di aver provocato il panico in piazza San Carlo il 3 giugno 2017, tra i tifosi riuniti di fronte al maxi-schermo per seguire la finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid. Una giovane morì dopo essere stata schiacciata, una donna rimase paralizzata e circa 1500 persone furono ferite. La Cassazione ha respinto il ricorso dei difensori di Sohaib Bouimadaghen, detto “Budino”, e alcuni suoi complici. I giudici hanno confermato l’ipotesi della Procura di Torino, secondo la quale la banda avrebbe provocato la morte di Erika Pioletti e il ferimento di più di 1500 usando uno spray al peperoncino, strumento tornato d’attualità dopo la tragedia di Corinaldo. Secondo l’accusa, la vera arma sarebbe il panico provocato con quel gas irritante. Dopo questo verdetto la Procura chiederà il processo per gli indagati, che si terrà davanti alla Corte d’assise. I pm vogliono unire questo filone e quello amministrativo che coinvolge la sindaca Chiara Appendino, l’ex questore Angelo Sanna e altre 13 persone.
Corinaldo, torna libero il 17enne sospettato di aver usato lo spray
Libertàper il 17enne sospettato di aver spruzzato lo spray urticante all’interno del locale “Lanterna azzurra” di Corinaldo che oggi è comparso davanti al Tribunale dei minori di Ancona per possesso di droga. Il giovane, che viveva con la nonna, è stato poi affidato alla madre. Il giudice per le indagini preliminari Paola Mureddu ha confermato l’arresto per l’adolescente nel cui residence di Senigallia – dove alloggiava occasionalmente insieme a due ragazzi maggiorenni – l’8 dicembre durante una perquisizione sono stati trovati circa 200 grammi di stupefacenti tra hashish e cocaina, per poi rimetterlo in libertà in assenza di presupposti per le misure cautelari. I controlli della polizia nell’appartamento sono scattati dopo che il 17enne era stato genericamente indicato da tre testimoni come la persona che aveva usato lo spray urticante all’interno della discoteca dove la sera di venerdì 7 si sarebbe dovuto esibire in un dj set il popolare trapper Sfera Ebbasta, che la stessa sera stava suonando a Rimini. L’odore dello spray avrebbe scatenato il panico nel locale causando la fuga precipitosa dei ragazzi presenti verso le uscite, fuga terminata poi con sei morti per il collasso di una passerella all’esterno. Una volta trovata la droga, gli agenti avevano portato il giovane in un centro di accoglienza della Procura minorile di Ancona. Sui fatti di Corinaldo, il giovane è indagato per omicidio preterintenzionale, per lesioni colpose e dolose. I suoi legali hanno ricordato che il procuratore minorile Giovanna Lebboroni ha detto, dopo l’interrogatorio di ieri, che il ragazzo aveva fornito “elementi significativi, ora stiamo cercando di supportarli con prove concrete, credo che a breve avremo delle risultanze”. Ma gli avvocati hanno taciuto su un’altra vicenda, una denuncia per rapina ai danni di cinque persone, che vede coinvolto il 17enne.
Sgominata la mafia dei cavalli. Anche l’Ippodromo non è più quello di una volta
Pizzo per la mafia, legnate per i driver incorruttibili, mazzette (da 500 a 2.000 euro) a quelli più malleabili: l’ippodromo della Favorita di Palermo era chiuso da un anno per i “condizionamenti mafiosi” e ieri è arrivata la conferma giudiziaria. Con un blitz che ha portato in carcere 8 tra driver, proprietari di cavalli e di scuderie gli investigatori hanno svelato i summit mafiosi e le gare truccate, migliaia di euro nelle casse di Cosa Nostra e in particolare della cosca di San Lorenzo sul cui territorio ricade l’impianto sportivo, al centro da oltre 25 anni delle dichiarazioni dei pentiti che lo hanno indicato come un luogo privilegiato dei traffici dei boss. Agli arresti domiciliari è finita anche una driver di 38 anni, Gloria Zuccaro, proprietaria del purosangue Ronny Alter, sequestrato insieme ad altri due cavalli, Rarissima Slid sm e Salice del Rum della scuderia di Giuseppe Greco, 62 anni, anch’egli arrestato come Natale Cintura, 53 anni, Massimiliano Gibbisi, 48, Salvatore La Gala, 66, Giovanni La Rosa, 66, Giovanni Niosi, 64, Antonino Porzio, 57, Domenico Zanca, 48. L’inchiesta, denominata Corsa Nostra, condotta dai sostituti della Dda Roberto Tartaglia, Amelia Luise e Annamaria Picozzi, e coordinata dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca, ha portato a galla un racket di gare truccate con la compiacenza di alcuni tra i più noti driver, ma anche summit mafiosi nelle scuderie della Favorita. Regista del racket che fruttava a Cosa Nostra la cifra non esorbitante di 4.000 euro al mese è il boss di San Lorenzo Giovanni Niosi, poi deposto perché non si sarebbe occupato dell’assistenza alle famiglie dei detenuti: andava accompagnato ai summit dal driver Giuseppe Greco che, come hanno accertato i carabinieri, restava di vedetta mentre il vertice della cosca di Resuttana era riunito a casa della sorella di Niosi.
Allarme Xylella, piante infette anche in Toscana. Il ceppo è diverso da quello della Puglia
Xylella fastidiosa è anche in Toscana. Il Servizio fitosanitario della Regione ha riscontrato la presenza di piante infette dal batterio Xylella, sottospecie multiplex (diversa cioé dalla sottospecie riscontrata in Salento) in quaranta punti all’interno del comune di Porto Santo Stefano. In ognuno sono state ritrovate una o più piante positive al batterio. È la prima volta avviene in Italia fuori dalla Puglia. In Toscana, non ha infettato ulivi o viti, ma solo arbusti e piante ornamentali – come poligale, ginestre, mandorli e calicotome – ha precisato al Fatto Marco Remaschi, assessore all’agricoltura della Toscana. I ritrovamenti sono avvenuti all’interno di giardini privati, boschi e in un vivaio che movimenta piante solo all’interno dell’area del Monte Argentario, ha aggiunto. Come prevede la normativa nazionale dopo l’esplosione del caso Xylella in Puglia nel 2013, tuttora irrisolto, il Servizio fitosanitario ha effettuato circa 10 mila campionamenti per Xylella in Toscana, di cui mille nell’area dell’Argentario, visti gli intensi scambi tra Porto Santo Stefano e la Corsica, da anni colpita da Xylella multiplex. In accordo con la Commissione europea, ora si procederà all’eradicazione delle piante infette e di tutte quelle presenti nel raggio di 100 metri da ogni arbusto positivo a Xylella. Si continueranno a campionare le zone della Riserva Naturale della Duna della Feniglia e dell’area di Giannella, ai piedi del Monte Argentario. Saranno impedite movimentazioni di piante fuori da un’area cuscinetto di 5 chilometri intorno alla zona infetta. A differenza dell’isteria scattata in Puglia all’indomani del ritrovamento di Xylella nel 2013, in Toscana i toni sono rassicuranti: “Siamo fiduciosi che nel giro di pochissime settimane riusciremo a eliminare completamente il problema, ed evitare un’eventuale espansione fuori da quest’area”, ha aggiunto Remaschi.
Giungla Fatebenefratelli: brucia un server e tutte le visite specialistiche vanno in fumo
Un messaggio automatico comunica che non si può contattare il servizio prenotazioni dell’Ospedale Fatebenefratelli, per un guasto non specificato. Dopo qualche giorno, il messaggio cambia, con l’invito a riprovare: “Tutte le linee sono occupate”. Quello dell’Isola Tiberina è l’ospedale al centro di Roma. Ma da giorni e giorni è impossibile contattare il Cup, ovvero il centro unico di prenotazione e dunque, non si può fissare una visita e neanche disdirla. Sembra un’esperienza kafkiana, eppure è molto di più. In una mattinata plumbea e piovigginosa, l’Ospedale al visitatore e potenziale paziente, si presenta misterioso e disorientato. “Per prenotare una visita, deve andare agli sportelli dentro”, dice l’uomo alla reception. Che cosa è successo? Ormai quasi 15 giorni fa, il primo dicembre, una macchina ha preso fuoco nel garage dell’ospedale. L’incendio è arrivato ai piani superiori e si è bruciato il server, “il cervellone”. Sono stati cancellati tutti i dati riguardanti le visite specialistiche future, a pagamento e non. Nel cortile interno, di fronte ai gabbiotti dove vengono prenotate le visite, c’è una sorta di steward. “Deve cancellare una visita? Vada allo sportello 11”, dice con aria omertosa. Non è così semplice: “Qui noi non abbiamo più gli elenchi. Pazienza, non si presenti”. Sportello accanto: “Ho una visita prenotata, che devo fare?”. “Venga nell’orario dell’appuntamento, magari con l’appunto che ha preso. I medici ci saranno”. Due dottoresse in camice bianco assicurano: “Noi siamo in ambulatorio, aspettiamo i pazienti. Non sappiamo chi deve venire, ma ci siamo”. Nessuno sa bene fino a quando durerà questa situazione. Pare che ci sia una squadra di informatici al lavoro per ripristinare il ripristinabile e almeno far ripartire il servizio. Nel frattempo, chi al Fatebenefratelli ci lavora dice il meno possibile, nel tentativo di derubricare il tutto a semplice incidente, senza troppe conseguenze. Secondo piano, Cardiologia. Signora in attesa: “Ho un appuntamento con un cardiologo”: “Quale?” “Non so”. “A che ora?” “Alle 14 e 40”. Il medico si guarda intorno: “C’è qualcuno per le 14 e 30?”. Nessuna risposta. “Bene, può entrare. Sa, è andato in tilt il cervellone, non abbiamo l’agenda”.
Ancora sotto, all’entrata dell’Ospedale un cartello informa laconico: “Per problemi tecnici non è possibile effettuare i prelievi ematici e colturali, saranno garantiti solo gli esami di genetica”. Fino a quando? Chissà. E pure gli orari dei ritiri, sono ridotti: solo la mattina. L’informazione si trova sempre all’ingresso, ma sul sito no. “Ma io come faccio? Sono venuta dall’altra parte di Roma”, chiede un’anziana signora furibonda. “Ci dispiace, è andato in tilt il sistema. E ce n’è uno parallelo, ma funziona solo la mattina”, è la spiegazione dell’uomo in portineria. Muro di gomma per necessità. Al Pronto Soccorso c’è meno gente del solito. “Funziona tutto, un po’ a rilento: abbiamo avuto qualche lentezza per gli esami del sangue e la radiologia. È complicato stampare i risultati”. Il dubbio sorge spontaneo: non saranno andate perse le cartelle cliniche? Chi è deputato a rilasciarle assicura di no: è tutto cartaceo, al limite ci vorrà un po’ più di tempo. Chi vivrà vedrà. In un’epoca di big data, società digitali, esistenze parallele virtuali, pare una beffa. Ma forse è peggio. Il sospetto è che l’origine dell’incendio sia stata dolosa. Laconico un infermiere: “C’è un’inchiesta in corso. Ma ormai il danno è fatto”.
Sicilia, Campania e Lombardia: la classifica del fuoco
L’incendioche ha distrutto il Tmb Salario di Roma è il rogo numero 381 che ha colpito un impianto o un’area destinata ai rifiuti in Italia dal maggio 2017. Lo riporta la mappa dei roghi – in continuo aggiornamento – realizzata dalla Federazione dei Verdi per monitorare il fenomeno, che illustra come gli incendi interessino tutto il Paese, con il Lazio quarta regione per numero di incendi agli impianti, 33, preceduta da Sicilia (55), Campania (50) e Lombardia (42). Mentre la “categoria” più colpita da questi eventi è quella delle aree abusive, ne sono andate in fiamme 125. Seguono i 47 roghi ai danni dei compattatori di rifiuti, isole ecologiche e centri comunali. Sono state invece 34 le discariche bruciate in questi 19 mesi, gli inceneritori e i termovalorizzatori colpiti sono stati 14, mentre sono andati a fuoco sei impianti di compostaggio, sei siti della Terra dei fuochi e tre altri tipi di impianti. Per contrastare il fenomeno, Matteo Badiali ed Elena Grandi dei Verdi suggeriscono di imporre l’obbligo di termocamere di sorveglianza, nuovi sistemi antincendio e, in alcune aree, servizi di sorveglianza specializzati e presidi militari.
Il Sistri, l’inutile sistema costato 140 milioni
Muore senza gloria il Sistri, il sistema di tracciabilità dei rifiuti, in realtà mai nato davvero. La sua abrogazione è stata uno dei primi impegni assunti dal ministro dell’Ambiente Sergio Costa e nel decreto legge semplificazioni viene definitivamente cancellato dal 1 gennaio.
Il Sistri è costato 141 milioni di euro di sprechi dal 2010 a oggi (dati del ministro Costa), ha prodotto inchieste giudiziarie su fiumi di tangenti che hanno coinvolto gli ex vertici di Finmeccanica e di Selex Service spa, società interamente partecipata da Finmeccanica e concessionaria del servizio legato alla realizzazione del Sistri – un processo è sfociato in condanne non definitive a Napoli, si attende la Cassazione, un altro è finito nel gorgo della prescrizione a Roma.
I dati riferiti dicono che dal 2010 al 2014 sono stati fatturati 290 milioni, di cui quasi 90 pagati effettivamente. Dal 2015 al 2018: fatturati 66 milioni, pagati 51. Attualmente era in corso un affidamento da 260 milioni in 5 anni, che viene quindi sospeso. “Il Sistri non è mai stato operativo – ha spiegato Costa – Nel frattempo le imprese aderenti, quelle con più di 10 addetti, hanno dovuto pagare iscrizioni, adeguamenti tecnologici, aggiornamenti per i mezzi e per il personale e infilarsi in un ginepraio di norme, sanzioni, poi sospese, poi riattivate, quindi nuovamente sospese, esenzioni, eccezioni, nuovi obblighi: insomma un inferno normativo durato otto anni”.
Il sistema fu introdotto nel 2010 con un contratto secretato e affidato alla società Selex Service Management di Finmeccanica. Negli anni successivi le indagini della Dda di Napoli raccolse le accuse contro l’imprenditore Sabatino Stornelli (ex ad di Selex Service) e le sue chiamate in correità. Attraverso un sistema di false fatturazioni intorno alla grande abbuffata degli appalti del Sistri, sarebbero stati foraggiati gli ex vertici di Finmeccanica, tra cui l’ex presidente Pierfrancesco Guarguaglini, quest’ultimo poi prosciolto per prescrizione a Roma, mentre Stornelli è stato condannato a Napoli sia in primo che in secondo grado.
Intanto si lavora alla creazione del nuovo sistema che sarà interno al ministero dell’Ambiente e realizzato con l’aiuto della in house Sogesid e con i carabinieri e il Noe. Si utilizzeranno sistema cartaceo e mappatura dei dati Gps dei mezzi che trasporteranno i rifiuti. Scompare la scatola nera e la chiavetta di cui doveva essere dotato chi ricorreva al Sistri. Inoltre, si lavora all’istituzione della figura degli ispettori ambientali attraverso l’Ispra e il contributo dei Carabinieri Forestali. Non c’è ancora un piano definitivo, ma l’idea è in stato avanzato. Il nuovo sistema digitalizzato – che si basa su tecnologie che già esistono – quindi dovrebbe entrare in vigore entro i primi mesi del 2019. Gli operatori non dovranno più pagare annualmente. Finora, poi, lo Stato ha dovuto sopperire le mancate entrate da parte delle imprese che non pagavano. L’appalto con Selex si basava infatti su una stima di entrate da imprese aderenti – e quindi paganti – al sistema che però puntualmente non veniva raggiunta. E le sanzioni non sono mai state comminate.