Sicurezza e telecamere spente: indagine sui manager dell’Ama

Forti carenze manutentive e falle nel sistema di sicurezza. I dirigenti dell’Ama Spa, l’azienda partecipata dal Comune di Roma che gestisce la raccolta dei rifiuti, sono al centro dell’inchiesta per disastro colposo, aperta dalla Procura di Roma dopo il rogo che martedì ha distrutto i 2.000 metri quadri dell’impianto Tmb (Trattamento meccanico biologico) di via Salaria. Non ci sono iscritti nel registro degli indagati, ma fra le persone informate sui fatti sono stati ascoltati l’assessore capitolino all’Ambiente, Giuseppina Montanari, e i responsabili di Ama che avevano competenze sull’impianto.

Il grande interrogativo riguarda il sistema di sorveglianza. I magistrati hanno ordinato il sequestro del gabbiotto dove era posizionato il dispositivo elettronico. Le telecamere erano spente dal 7 dicembre e bisogna accertare se non vi siano state manomissioni. “È più che raro che le telecamere si guastino – confermano fonti autorevoli di Ama –, grave che nessuno abbia avvertito il Servizio Security”. Ed ecco la coincidenza che incuriosisce gli inquirenti. Poche prima del rogo, nella giornata di lunedì 10, l’azienda aveva emanato un ordine di servizio in cui si sostituivano i dirigenti e si riorganizzava proprio il servizio di sicurezza dell’azienda, quello che “assicura la corretta gestione degli accessi nelle sedi e nei siti aziendali”.

Il possibile dolo sarebbe dimostrabile solo trovando “l’innesco”, nel mare magnum dei rifiuti. Resterebbe comunque la “colpa” di aver permesso che un impianto di quel genere, fortemente contestato anche da una relazione Arpa Lazio del 19 novembre scorso, stipasse al suo interno oltre 5.000 tonnellate di rifiuti indifferenziati senza valutarne minimamente la pericolosità in fase di accettazione, come hanno raccontato diversi lavoratori. Per lo stesso motivo, il Campidoglio ha chiesto collaborazione al ministero dell’Ambiente per “una maggiore sorveglianza e presidi di sicurezza” anche al tmb “gemello” (come simile erano i rilievi dell’Arpa) di Rocca Cencia. Di certo, la teoria del “fatto anomalo” – come definito dal ministro Sergio Costa – è piuttosto popolare in Campidoglio, dove fanno notare che nel 2018 sono stati dati alle fiamme 300 cassonetti e vandalizzati 600 contenitori, oltre a essere stati denunciati 15 furti e due incendi nelle isole ecologiche. Intanto l’Arpa ha diffuso dei dati poco rassicuranti sulla qualità dell’aria in città dopo l’incendio. Il dato più atteso era quello sulla diossina. La centralina distante 50 metri dall’impianto l’ha calcolata in 0,7 picogrammi per metro cubo, sette volte maggiore al limite previsto di 0,1 ma 100 volte inferiore quello registrato dopo il rogo di Pomezia del 2017. Molto superiore alla media il livello degli idrocarburi e del benzopirene (2,8 nanogrammi), anche in zone più centrali come Villa Ada e Parioli. E intanto l’amministrazione cerca di “piazzare” altrove le 700 tonnellate di rifiuti indifferenziati che venivano trattate al Salario. Cento tonnellate andranno al tritovagliatore di Rocca Cencia, confinante con l’altro Tmb di Ama ma di proprietà del Colari di Manlio Cerroni – lo storico “re” della “monnezza” romana –, altre 200 finiranno al Tmb di Frosinone (ma il sindaco Nicola Ottaviani ha detto che non accetterà più di una settimana di conferimenti), 100 a Viterbo e 300 ad Aprilia. La Regione Abruzzo – dove si vota nel 2019 – invece ha comunicato che “non prenderemo altri rifiuti da Roma”. “Stiamo facendo di tutto per scongiurare l’emergenza”, ha spiegato la sindaca Virginia Raggi in vista del picco dei consumi a Natale. Ha anche annunciato che “il tmb Salario non riaprirà più”: diventerà “un luogo di aggregazione”. Questi trasporti andranno a costare ad Ama – e di riflesso al Comune di Roma – ben 20 milioni in più all’anno. Raggi ha ipotizzato un ulteriore aumento della tassa sui rifiuti. A Roma è già la più alta d’Italia.

Amianto ad Arese: “Condannate i vertici Fiat, Alfa e Lancia”

La Procura generale di Milano ha chiesto 5 condanne fino a 8 anni di reclusione per gli ex vertici ed ex manager di Fiat, Alfa Romeo e Lancia accusati di omicidio colposo – assolti in primo grado – nel processo d’appello con al centro una quindicina di casi di operai morti per forme tumorali provocate, secondo l’accusa, dall’esposizione all’amianto, dopo aver lavorato all’Alfa Romeo di Arese (Milano). In particolare, il sostituto pg Nicola Balice, che nella scorsa udienza aveva parlato per cinque ore per chiedere le condanne e oggi ha depositato ai giudici l’entità delle pene, ha chiesto 6 anni per l’ex ad di Fiat Auto Paolo Cantarella, 5 anni per l’ex presidente Fiat Giorgio Garuzzo, 8 anni per l’ex presidente di Lancia Industriale spa Pietro Fusaro e rispettivamente 5 e 8 anni per due ex ad di Alfa Romeo. “Forse ci sarà giustizia per i 15 operai dell’Alfa Romeo di Arese”, morti per una sentenza inappellabile: “Mesotelioma pleurico provocato dall’amianto, respirato per decenni nel luogo di lavoro”, hanno dichiarato Fulvio Aurora, per Medicina Democratica, Maura Crudeli, per l’associazione Italiana Esposti Amianto e Michele Michelino, per il Comitato per la Difesa della Salute nei luoghi di lavoro e nel territorio.

“Dal terrorismo a Salvini, ne è sempre valsa la pena”

Due amici, in fasi diverse della sua vita, gli hanno posto la domanda delle domande. Il primo è Ago, maresciallo dei carabinieri protagonista di tante indagini sul terrorismo e sulla mafia: “Armando, ma ne valeva davvero la pena?”. Era una fredda giornata degli anni Novanta e Armando, il magistrato Armando Spataro, aveva appena terminato una commemorazione del collega Emilio Alessandrini, ucciso da Prima linea il 29 gennaio 1979. Il secondo è Ferdinando Pomarici, magistrato che Spataro considera, più che un collega, un fratello, e che nel 2008 gli manda un sms: “Proprio sicuri di aver fatto bene a rischiare la pelle contro le Br?”. Ago si riferiva all’ennesima, ricorrente stagione di attacchi della politica alla magistratura. Pomarici alle accuse di aver violato il segreto di Stato durante le indagini per il sequestro di Abu Omar. Più spiccio, oggi, Matteo Salvini, instancabile ministro dell’Interno, che pochi giorni fa a Spataro, che lo accusava di aver rivelato via tweet arresti che erano ancora in corso, ha risposto con un secco: “Gli auguro un futuro serenissimo da pensionato”. Ora il momento è arrivato. Domani sarà il suo ultimo giorno di lavoro nel luminoso ufficio di procuratore della Repubblica a Torino e la domanda diventerà definitiva: ne valeva la pena?

Per rispondere, e rispondere sì, Spataro ha scritto qualche anno fa un libro di oltre 600 pagine (Ne valeva la pena, Laterza). E oggi non ha cambiato idea. Spiega perché mostrando un poster che ha portato con sé in ogni cambio d’ufficio, prima a Milano e poi a Torino. Riproduce un quadro di Norman Rockwell con una bambina di colore di 6 anni, Ruby Bridges, che entra in una scuola della Louisiana scortata da quattro agenti federali: dovevano far rispettare la sentenza della Corte suprema che imponeva alla scuola “bianca” di accoglierla. “Il quadro”, spiega Spataro, “rappresenta la forza della legge e, insieme, l’orgoglio e il coraggio di chi, debole, solo alla legge si affida, come la bambina che incede a testa alta”. Ci hanno provato in tanti a fargli cambiare idea, per tutta la sua carriera in cui ha incrociato il terrorismo, la mafia, la corruzione politica. Ma quelle di Spataro sono braccia rubate alla pallanuoto. Da giovane, a Taranto, dov’è nato, gioca nella Rari nantes di cui era anche l’allenatore. Adora Bob Dylan e la musica della West Coast, che fa ascoltare in un programma curato in una delle prime radio libere, Radio Taranto. Nel 1976, la svolta: decide di lasciare la radio, la moto e soprattutto la pallanuoto, da cui non riusciva proprio a staccarsi. Sposa Rosalia e dopo aver vinto il concorso di magistratura sceglie, per non avere ripensamenti, la sede giudiziaria più lontana dalle piscine della Rari nantes: Milano. Viene catapultato nelle indagini che Pomarici svolgeva sui sequestri di persona. Poi il procuratore Mauro Gresti gli affida il ruolo di pm nel processo milanese contro il fondatore delle Br, Renato Curcio: per non esporre i magistrati più noti come Emilio Alessandrini, Ferdinando Pomarici, Guido Viola…

Vede cadere i colleghi Alessandrini e Guido Galli, sulla cui agendina telefonica era scritto: “Se mi succede qualcosa, telefonate ad Armando Spataro, tel n…”. Conduce le indagini – tra mille polemiche – sull’omicidio del giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi. Con Pomarici e i carabinieri del generale Carlo Alberto dalla Chiesa scopre la base Br di via Monte Nevoso, con infinite polemiche sul memoriale di Moro trovato dodici anni dopo in un’intercapedine: “Falsi misteri”, commenta. Negli anni Novanta è tra i magistrati che a Milano indagano – finalmente – sulle organizzazioni mafiose che si sono saldamente insediate anche in Lombardia, nell’assordante silenzio della politica che ripete che “a Milano la mafia non c’è”.

Pm per tutta la sua carriera, magistrato d’indagine e d’accusa. Con una pausa: quella che tra il 1998 e il 2002 lo porta a Roma, al Consiglio superiore della magistratura, eletto nelle file del Movimento per la giustizia, il gruppo “eretico” di magistrati che aveva contribuito a fondare insieme a Giovanni Falcone. Prima aveva partecipato alle attività del circolo Società civile, fondato a Milano da Nando dalla Chiesa con l’obiettivo di restituire alla società civile gli spazi che i partiti, di destra e di sinistra, avevano occupato nelle istituzioni, lottizzandole e inserendovi robuste dosi di corruzione.

L’indagine che gli cambia la vita è del 2003: a Milano scompare un imam egiziano, Abu Omar. Partono depistaggi e intossicazioni informative, ma Spataro e Pomarici scoprono che è un rapimento, una extraordinary rendition organizzata dall’amministrazione Usa e messa in atto da agenti Cia. “Il caso Abu Omar ha cambiato il mio modo di considerare i rapporti istituzionali e il ruolo della politica”, ammette Spataro. I suoi principi per cui la legge è uguale per tutti e i diritti devono valere anche per il peggiore dei criminali (“Gli uomini delle istituzioni non possono comportarsi come l’Anonima sequestri”) vengono messi a dura prova da una vicenda in cui alcuni agenti americani, scoperti, processati e condannati, vengono prontamente graziati dal capo dello Stato e in cui cinque governi (Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi) impongono il segreto di Stato e aprono il conflitto di poteri con i magistrati, rendendo improcessabili il direttore del servizio segreto militare italiano e i suoi uomini. “Cambiano i governi, ma nessuno sarà mai disposto ad accettare fino in fondo il ruolo che la Costituzione affida alla magistratura”, ripete. Ora Spataro incassa gli auguri di Salvini e, serenissimo, va in pensione, convinto comunque che “ne valeva la pena”.

“Tempo di libri”, l’edizione obbligatoria è un pasticcio

Dopo appenadue edizioni, Tempo di Libri – la kermesse di Aie e Fiera Milano – nel 2019 salterà il turno e tornerà, in una veste rinnovata (non si esclude il cambio del nome), nel febbraio del 2020, forse a San Valentino. La pezza, però, rischia di essere peggio del buco: innanzitutto per la genericità della nuova formula “aperta alla tecnologia e ad altri settori come graphic novel, videogiochi, musica, cartoni animati, cinema…”; in secondo luogo, per il coinvolgimento di pubblico squisitamente under 20. Archiviate la rivalità e le polemiche con il Salone di Torino, Tempo di Libri potrebbe ora inimicarsi un altro concorrente, la Children’s Book Fair di Bologna, rivolta ai ragazzi: è una fiera per addetti ai lavori, che vive di diritti, è vero, ma il rischio doppione è forte. “Con Bologna – ha (r)assicurato il presidente dell’Aie Ricardo Franco Levi – abbiamo rapporti di amicizia: ci può essere compatibilità. Tutto vogliamo fuorché una contrapposizione”. Trovare l’incastro, considerate le molte fiere librarie, non è stato facile, ma il “di tutto di più” del nuovo progetto non convince. O forse l’accanimento per un posto al sole di Milano è solo imputabile a obblighi contrattuali.

“Sig. Nat, giù le mani da Toninelli!”. “Che ridere, questa sì che è satira!”

Egregio Direttore, ai sensi della legge 8 febbraio 1948, n. 47 sul diritto di replica a mezzo della stampa, nell’interesse del Sen. Dott. Danilo Toninelli, Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, domando la pubblicazione integrale delle seguenti considerazioni in merito alla vignetta di Mario Natangelo comparsa su Il Fatto Quotidiano del 9 dicembre 2018, tuttora visibile nell’edizione online con il titolo “Fatto a mano di Natangelo”.

Il Ministro Toninelli riceve, da tempo, una serie di offese virulente e ingiustificate che alcuni siti web e organi di informazione si prestano a pubblicare, adoperando espressioni per nulla riconducibili alla libertà di stampa – profondamente rispettata dal mio assistito – ma che più si addicono all’insulto e all’irrisione gratuiti.

Con sorpresa, si registra, da ultimo, la divulgazione di una vignetta del Signor Mario Natangelo, lesiva della dignità delle persone disabili, inspiegabilmente coinvolte – benché ne sia scontata la piena legittimazione a ricoprire ruoli e uffici istituzionali – nel disegno da questi realizzato e pubblicato da Il Fatto Quotidiano, senza necessità e pertinenza, allo scopo di veicolare un’offesa anche alla persona del Ministro.

Il quadro di inciviltà linguistica e l’uso avvilente di immagini e rappresentazioni visive cui si assiste non appare degno di una società onesta e sensibile al rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali fondamentali.

È ormai intuibile che lo scopo dei violenti e deliberati attacchi di cui è oggetto il Sen. Toninelli sia quello di realizzare un contesto di odio e ostilità per delegittimarlo.

Il fatto che, poi, certuni, per far ciò, si ritengano autorizzati a denigrare e deridere l’altrui dignità (in ispecie di persone e fasce deboli), non è solo un chiaro segno del declino di certo giornalismo, ma integra la ben più grave mortificazione di valori e principi etici finora ritenuti oggetto della protezione più sincera e accorata dello Stato, della collettività, della stampa, dei media.

Fortunatamente, ad ogni modo, resistono – e sono numerosi – gli esempi coraggiosi di una sana libertà di espressione, che non asseconda l’automatica pubblicazione di tutto ciò che si ha in mente, ma di quella sola verità che ha incondizionato rispetto del neminem laedere.

Con i migliori saluti.

Alitalia, il piano: Delta ed Easyjet in consorzio. Lo Stato terrà il 14%

Un’operazione non di salvataggio ma di rilancio con al centro Fs, affiancata da un partner che potrebbe essere Delta o EasyJet (o entrambe in consorzio) ma anche altri soggetti o fondi, con l’ipotesi concreta di un ingresso diretto del ministero dell’Economia e con l’impegno perché non ci siano esuberi. È questa la soluzione con cui il vicepremier Luigi Di Maio cerca di rassicurare i sindacati, garantendo che ci sono i presupposti perché il progetto prenda forma a gennaio. Dopodiché ci saranno altri cinque mesi per definire il tutto: il Cdm ha, infatti, approvato la proroga al 30 giungo del prestito ponte (è la terza volta). Parlando alle 16 sigle sindacali presenti, Di Maio ha illustrato un progetto non molto dissimile da quello di due mesi fa. Ma ha spiegato che Fs sta facendo la due diligence (che dovrebbe essere completata entro il 31 dicembre) e che si sta dialogando con i potenziali partner ed entro fine gennaio presenterà il piano industriale. In campo l’offerta di Delta e EasyJet. Sul tavolo c’è anche l’ipotesi di una partecipazione diretta dello Stato (con una quota simile a quella della Francia in Air France, intorno al 14-15%), ma questa – ha precisato Di Maio – è una partita che “fa parte dell’interlocuzione con l’Ue”.

Morandi, dubbi sui controlli “fotocopia”

Gli stralli e i controlli. L’inchiesta sul crollo del ponte sta chiudendo il primo cerchio. Ieri la Finanza ha perquisito gli uffici di due dirigenti di Autostrade e Spea indagati, alla ricerca di documenti sui controlli alla sicurezza del Morandi. Mentre da Zurigo è arrivato lo studio sui reperti che punta il dito sugli stralli. Ma per stabilire cause e responsabilità i periti hanno chiesto al gip altro tempo e i lavori rischiano di slittare.

Ma partiamo dall’inchiesta, dal filone sui controlli alla sicurezza. Ieri mattina gli uomini delle Fiamme gialle agli ordini del colonnello Ivan Bixio si sono presentati negli uffici di due indagati di Autostrade e Spea. Sono gli stessi investigatori che nelle scorse settimane erano andati a Bologna, dove ha sede l’ufficio per i controlli di Spea. L’attenzione degli investigatori si è infatti concentrata sui controlli effettuati dalla società un mese prima del disastro. In quell’occasione erano stati anche prelevati campioni del ponte per valutare la sicurezza dell’opera. Era dal 2009 che Spea compiva analisi sul ponte. Controlli che avevano evidenziato alcune criticità, pur senza richiedere interventi immediati. Ma ad attirare l’attenzione degli investigatori sono stati alcuni passaggi dei dossier che conterrebbero elementi molto simili. Tanto da spingere gli investigatori ad approfondire per capire se gli studi non somigliassero a “copia incolla”. Finora, lo ricordiamo, l’inchiesta dei pm Massimo Terrile e Walter Cotugno vede indagate 21 persone e due società (Autostrade e Spea, appunto). Sembra arrivare a un punto chiave anche il filone principale, quello sulle cause del crollo.

Ieri è stato consegnato ai pm lo studio di 120 pagine realizzato dagli specialisti dell’Empa, l’istituto di Dubendorf (Zurigo). Qui sono stati portati 17 reperti. L’équipe guidata da Gabor Piskotyi sembra puntare il dito sull’ammaloramento degli stralli. Un’ipotesi respinta da Autostrade: “I reperti sono solo quelli che presentavano alcuni segni di ossidazione e di ammaloramento, a fronte di uno stato complessivo del ponte ben differente”.

Indagare, ma anche demolire e ricostruire. Il procuratore Franco Cozzi lo ha sempre detto: appena arriverà il piano di demolizione faremo in modo di conciliarlo con le esigenze dei periti. Nei giorni scorsi la Procura ha ricevuto il progetto predisposto da un consorzio d’imprese (liguri, ma non solo). Ieri il sindaco Marco Bucci ha chiesto ai pm il dissequestro di alcune aree. Si partirà dal pilone 8, sul lato Ovest, che sarà smontato utilizzando una gru con bracci lunghi 120 metri. Poi toccherà agli altri piloni verso Ponente, fino al 2 e all’1 che saranno fatti saltare in aria. Poi si passerà a Levante, ai due piloni alti quasi cento metri rimasti in piedi dopo il crollo del 9. In questo caso si opererà mediante “implosione” delle strutture che incombono sulle case degli sfollati. Il piano prevede cinque mesi di lavori, 24 ore al giorno, per sette giorni la settimana.

Ma, appunto, bisogna conciliare demolizione e conservazione delle prove. Per questo ieri i periti hanno chiesto al gip altro tempo: “Le risposte ai quesiti posti dai magistrati” si devono integrare “con il progetto di demolizione che ci è stato appena consegnato”. Il gip Angela Maria Nutini ha disposto “la proroga delle operazione peritali”. Di quanto, si vedrà all’udienza del 17. Occorre compiere accertamenti sulla sommità dei piloni superstiti, operazione possibile solo con un delicato lavoro di smontaggio. Adesso bisognerà vedere se la demolizione potrà partire il 15 dicembre come promesso da Bucci. E se il ponte potrà essere pronto entro il 2019 come ha detto il ministro Danilo Toninelli.

Finanziamento a Padoan: “Il conto lo paghiamo noi”

“Paga la tenuta Sette Ponti”. È il febbraio 2018 quando la Guardia di finanza intercetta Simona Camaiani, la segretaria di Antonio Moretti, mentre parla al telefono con i responsabili della società di ristorazione Lodovichi. In quei giorni, l’ex ministro Pier Carlo Padoan, candidato per il Pd nel collegio di Siena, ha in programma un appuntamento della sua campagna elettorale. È previsto per il 22 febbraio, a Foiano della Chiana, una manciata di chilometri da Arezzo. Gli investigatori, dopo aver ascoltato la telefonata, sospettano che a pagare il catering dell’evento organizzato per Padoan non sia stato lo staff dell’ex ministro, ma qualcuno legato a Moretti, imprenditore aretino legato al Giglio magico renziano (vedi scheda a lato). Il Fatto ieri ha rivelato che la Gdf intende verificare se il pagamento del catering – circa 4.000 euro – sia stato regolarmente contabilizzato oppure possa configurare un finanziamento illecito. L’informativa dei finanzieri è confluita in un fascicolo gestito dal pm Marco Dioni che, in questo momento, non conta indagati né ipotesi di reato. Gli accertamenti dei finanzieri sono in corso: stanno verificando se davvero è il catering sia stato pagato dalla Tenuta Sette Ponti. E se la società – che appartiene alla sorella e alla figlia di Moretti – abbia prima deliberato il pagamento, come previsto per i finanziamenti alla politica, e poi l’abbia regolarmente indicato in bilancio.

Il nome di Padoan emerge dagli atti d’indagine su Moretti, indagato per associazione per delinquere finalizzato all’autoriciclaggio che, secondo le ipotesi della Gdf, avrebbe tentato inutilmente di carpire notizie sugli accertamenti fiscali che lo riguardavano. Gli investigatori, che scoprono l’esistenza di una telefonata tra la compagna di Moretti, Paola Santarelli, e l’utenza telefonica dell’ex ministro (nessuno dei due è indagato, ndr), sospettano che l’imprenditore abbia tentato di coinvolgere Padoan per ottenere notizie sulle ispezioni effettuate dalla Gdf. Il contenuto della telefonata è ignoto, poiché non è stata intercettata, e l’unico dato certo è il contatto telefonico tra l’utenza di Padoan e Santarelli che, peraltro, secondo gli inquirenti sarebbero vicini di casa e in qualche occasione avrebbero cenato insieme. Di lì a poco gli investigatori sentono la segretaria di Moretti affermare al telefono che il catering per l’appuntamento elettorale di Padoan avrebbe dovuto pagarlo la Tenuta Sette Ponti. E se la Procura ha accertato che non vi fu alcuna pressione sulle indagini – il che esclude qualsiasi intervento di Padoan – c’è ancora da verificare se il presunto finanziamento della Tenuta Sette Ponti sia regolare oppure no. Il Fatto ha contattato i ristoratori che a febbraio hanno eseguito il catering per sapere chi ha effettivamente pagato il conto. Roberto Lodovichi ci ha risposto che, della parte amministrativa, si occupa suo fratello Massimo. Quest’ultimo ha fornito più versioni. Prima conferma di aver organizzato il catering: “Sì – dice – ma preferisco non parlarne”. Pagò Padoan – chiediamo – oppure qualcuno per conto di Moretti? “Non ho sott’occhio i documenti per poterle rispondere. E comunque mi dispiace di quello che sta accadendo, dal mio punto di vista era un cliente…”. Chi era il cliente? “La ringrazio”. Clic.

Insomma, prima non ricorda chi l’abbia pagato, poi si rammarica di aver perso un cliente, ma non ci fa il suo nome. Nel pomeriggio, con un sms, gli chiediamo se ricordi di aver ricevuto la telefonata della segretaria di Moretti, se sia stato l’unico catering effettuato per Padoan e, infine, se possa escludere che abbia pagato qualcuno per conto di Moretti. A quel punto la versione cambia: “Non so di cosa parla…”.

Il meccanico, il turista e il pensionato: colpiti davanti ai familiari

Un pensionato, un turista e un meccanico. Nella sua folle corsa mortale, martedì sera, l’attentarore di Strasburgo ha colpito in tutto 16 passanti di età compresa tra i 20 ei 65 anni. Dei feriti, sei sono in gravi condizioni, come il giornalista Antonio Megalizzi. Tre, invece, sono morti. La prima vittima è un ex dipendente del Crédit Agricole a Strasburgo, nato nel 1957, ucciso mentre prendeva un aperitivo con sua moglie e suo figlio in rue du Saumon. “Ho sentito uno sparo”, ha detto Jonathan, il cameriere del locale a France Info. “Poi ho visto uno dei clienti cadere a terra e un uomo scappare via. Ha sparato ancora e ancora, quattro volte. Il secondo a finire sotto i colpi di Cherif è un turista thailandese di 45 anni, a cui ha sparato alla testa mentre andava al mercatino di Natale con sua moglie. Intanto dalla grande moschea Eyyüb Sultan di Strasburgo ha annunciato su Facebook la morte cerebrale di uno dei fedeli, “Kamal”, un meccanico. “Colpito in testa, è caduto in coma”, dicono dalla moschea. La sua famiglia, con lui al momento dell’attentato, invece, si sarebbe salvata.

“Nessuna allerta, ma l’Italia resta un target”

“In Italia la gestione del rischio è ad alto livello”. Tradotto: i mercatini di Natale oggi da noi sono luoghi sicuri. Con una precisazione: “La prevenzione non significa certezza di cancellare il rischio di un attentato”. Questo il punto fissato da una fonte qualificata dell’intelligence italiana a due giorni dai tre morti di Strasburgo. Tanto più che da settimane i nostri servizi di sicurezza hanno lanciato un alert proprio sui luoghi dello shopping natalizio. “È chiaro – prosegue il nostro interlocutore – che la previsione del rischio non è semplice, soprattutto in una realtà, quella del terrorismo islamico, che in Europa segue percorsi non facilmente tracciabili”.

L’Italia resta un target dello Stato islamico. Solo pochi giorni fa sui social interni a Daesh è girato un fotomontaggio che raffigura la bandiera nera dell’Isis sopra la cupola della chiesa della Madonna della Salute a Venezia. “Questo non significa che Venezia sia un obiettivo imminente, ma certo resta un target”. E qui si entra nel pieno del ragionamento sulla prevenzione “che non deve essere però vista solo come un problema delle polizie”. Detto meglio: “Il terrorismo oggi è un problema di tutti, la chiave vincente è fare sistema e immagazzinare più informazioni possibili, ad esempio dalla scuola, dai servizi sociali, dalla polizia locale, da imprenditori che impiegano lavoratori stranieri, da chi lavora negli uffici postali”. Non è un caso che all’Università di Bergamo da poche settimane è iniziato il primo master in Italia sulla prevenzione e il contrasto alla radicalizzazione. Sul fronte del contrasto in senso stretto “esistono due livelli, il primo riguarda i target classici, dal Duomo di Milano a San Pietro a Roma”. Gli obiettivi del jihad però sono vari. “Possono essere luoghi simbolo, ma anche solo affollati”. Mercatini di Natale e centri commerciali, posti difficilmente controllabili. Ed ecco allora l’altra metà della prevenzione: l’attività informativa, decisiva per individuare figure radicalizzate. “In Francia buona parte dei radicalizzati con fiché S è nata in quel Paese, da noi le terze generazioni sono ancora poche e i nostri estremisti sono soprattutto stranieri sui quali abbiamo la possibilità di agire con l’espulsione”. In certi casi, poi, si è visto che semplici criminali si radicalizzano in carcere. “Il monitoraggio qui è importante”. Un esempio: la radicalizzazione di un soggetto che sta per uscire di prigione viene comunicata ai reparti centrali e a quelli territoriali. Come si procede? “I reparti operativi iniziano a controllare la sua cerchia di amici e parenti, lo si fa con appostamenti discreti oppure con le intercettazioni”.

Le intercettazioni sono le cosiddette preventive, utili per comprendere il rischio ma non utilizzabili in una eventuale inchiesta penale. Fondamentale è poi il controllo del territorio, soprattutto nei comuni dell’hinterland delle grandi città. Qui un ruolo lo hanno le stazioni dei carabinieri in grado di raccogliere informazioni confidenziali e trasmetterle agli organi centrali. È il concetto iniziale di “fare sistema”. Dopo la strage del Bataclan (13 novembre 2015 e 90 morti), nel territorio controllato dalla Direzione distrettuale di Milano, sono stati aperti 30 fascicoli. “Questi fascicoli hanno tre strade: vengono chiusi perché non vi sono rischi concreti, seguono l’iter dell’espulsione o quello dell’indagine penale”. In tutti e tre i casi un ruolo importante lo hanno “i nostri database interni” dove viene registrato anche il semplice controllo. Nel frattempo il Viminale sta preparando una circolare da inviare a questori e prefetti per intensificare i controlli in luoghi affollati come mercatini, fiere ed eventi turistici