Forti carenze manutentive e falle nel sistema di sicurezza. I dirigenti dell’Ama Spa, l’azienda partecipata dal Comune di Roma che gestisce la raccolta dei rifiuti, sono al centro dell’inchiesta per disastro colposo, aperta dalla Procura di Roma dopo il rogo che martedì ha distrutto i 2.000 metri quadri dell’impianto Tmb (Trattamento meccanico biologico) di via Salaria. Non ci sono iscritti nel registro degli indagati, ma fra le persone informate sui fatti sono stati ascoltati l’assessore capitolino all’Ambiente, Giuseppina Montanari, e i responsabili di Ama che avevano competenze sull’impianto.
Il grande interrogativo riguarda il sistema di sorveglianza. I magistrati hanno ordinato il sequestro del gabbiotto dove era posizionato il dispositivo elettronico. Le telecamere erano spente dal 7 dicembre e bisogna accertare se non vi siano state manomissioni. “È più che raro che le telecamere si guastino – confermano fonti autorevoli di Ama –, grave che nessuno abbia avvertito il Servizio Security”. Ed ecco la coincidenza che incuriosisce gli inquirenti. Poche prima del rogo, nella giornata di lunedì 10, l’azienda aveva emanato un ordine di servizio in cui si sostituivano i dirigenti e si riorganizzava proprio il servizio di sicurezza dell’azienda, quello che “assicura la corretta gestione degli accessi nelle sedi e nei siti aziendali”.
Il possibile dolo sarebbe dimostrabile solo trovando “l’innesco”, nel mare magnum dei rifiuti. Resterebbe comunque la “colpa” di aver permesso che un impianto di quel genere, fortemente contestato anche da una relazione Arpa Lazio del 19 novembre scorso, stipasse al suo interno oltre 5.000 tonnellate di rifiuti indifferenziati senza valutarne minimamente la pericolosità in fase di accettazione, come hanno raccontato diversi lavoratori. Per lo stesso motivo, il Campidoglio ha chiesto collaborazione al ministero dell’Ambiente per “una maggiore sorveglianza e presidi di sicurezza” anche al tmb “gemello” (come simile erano i rilievi dell’Arpa) di Rocca Cencia. Di certo, la teoria del “fatto anomalo” – come definito dal ministro Sergio Costa – è piuttosto popolare in Campidoglio, dove fanno notare che nel 2018 sono stati dati alle fiamme 300 cassonetti e vandalizzati 600 contenitori, oltre a essere stati denunciati 15 furti e due incendi nelle isole ecologiche. Intanto l’Arpa ha diffuso dei dati poco rassicuranti sulla qualità dell’aria in città dopo l’incendio. Il dato più atteso era quello sulla diossina. La centralina distante 50 metri dall’impianto l’ha calcolata in 0,7 picogrammi per metro cubo, sette volte maggiore al limite previsto di 0,1 ma 100 volte inferiore quello registrato dopo il rogo di Pomezia del 2017. Molto superiore alla media il livello degli idrocarburi e del benzopirene (2,8 nanogrammi), anche in zone più centrali come Villa Ada e Parioli. E intanto l’amministrazione cerca di “piazzare” altrove le 700 tonnellate di rifiuti indifferenziati che venivano trattate al Salario. Cento tonnellate andranno al tritovagliatore di Rocca Cencia, confinante con l’altro Tmb di Ama ma di proprietà del Colari di Manlio Cerroni – lo storico “re” della “monnezza” romana –, altre 200 finiranno al Tmb di Frosinone (ma il sindaco Nicola Ottaviani ha detto che non accetterà più di una settimana di conferimenti), 100 a Viterbo e 300 ad Aprilia. La Regione Abruzzo – dove si vota nel 2019 – invece ha comunicato che “non prenderemo altri rifiuti da Roma”. “Stiamo facendo di tutto per scongiurare l’emergenza”, ha spiegato la sindaca Virginia Raggi in vista del picco dei consumi a Natale. Ha anche annunciato che “il tmb Salario non riaprirà più”: diventerà “un luogo di aggregazione”. Questi trasporti andranno a costare ad Ama – e di riflesso al Comune di Roma – ben 20 milioni in più all’anno. Raggi ha ipotizzato un ulteriore aumento della tassa sui rifiuti. A Roma è già la più alta d’Italia.