Antonio aveva studiato l’Ue e voleva raccontarla alla radio

Al ristorante “Da Pino”, ieri, il telefono non ha smesso di squillare. In provincia di Trento, a Mezzocorona, c’è l’attività della famiglia Moresco. Luana, una delle quattro figlie di papà Damiano e mamma Luciana, è la fidanzata di Antonio Megalizzi, il giornalista 28enne di Rovereto che è stato colpito alla testa da un proiettile durante l’attentato di Strasburgo di martedì sera e che, mentre scriviamo, è in coma, in condizioni gravissime. Parliamo con Tatiana, una delle ragazze: “Siamo rimaste qui in due – spiega – gli altri sono tutti a Strasburgo”. Non racconta. “Antonio è ancora con noi – spiega trattenendo le lacrime – non me la sento, anche per rispetto alla sua famiglia. Sono tutti lì, sono momenti duri. Mia sorella è lì con lui. E noi siamo lì con loro”. Poche ore prima era stato proprio il padre di Luana ad aggiornare sulla situazione critica del giornalista: “Va malissimo, ci sta lasciando. Solo notizie bruttissime”.

Il mondo è piccolo: in molti, moltissimi, conoscono Antonio. C’è chi ha fatto lo scrutatore con lui, chi lo incrocia spesso per strada. In poco tempo, ieri, l’Italia lo ha conosciuto ‘su carta’: originario di Rovereto, la famiglia arrivata a Trento da Reggio Calabria nel ’90, lavora per il progetto universitario e radiofonico Europhonica, va a Strasburgo per seguire l’assemblea plenaria dell’Europarlamento, vuole prendere il tesserino da pubblicista dopo aver studiato all’Università di Verona ed essersi specializzato in studi internazionali all’università di Trento. E dopo essersi iscritto a un master sulle istituzioni europee mentre collabora per i giornali e le radio locali, contribuisce alla campagna elettorale della fidanzata, candidata per Forza Italia alle ultime regionali.

Nell’ultima foto (sopra), scattata poche ore prima degli spari e pubblicata sul profilo Facebook di Europhonica è all’Europarlamento insieme alle due ragazze italiane che erano con lui al momento della sparatoria ma che sono riuscite a mettersi al riparo, perdendo di vista Antonio che era rimasto a terra: Caterina Moser e Clara Rita Stevanato. Sorridono tutti. “Era molto entusiasta di questo viaggio – ha raccontato Danilo Moresco, il padre della fidanzata Luana –. Voleva diventare un giornalista, sono sicuro ci sarebbe riuscito”. Antonio è un fiero europeista: l’8 dicembre, a Trento, era ai gazebo della risposta europea alla manifestazione della Lega. Sardonico, satirico, informato, attento e critico nei confronti della politica di discriminazione e di chiusura verso gli immigrati, netto contro l’estremismo religioso, arguto e intelligente nelle sue osservazioni. “Il paradosso di certe barbarie – scrive commentando la strage di Charlie Hebdo nel 2015 – sta nell’utilizzare concetti figli di tradizioni primitive e accostarli ai mezzi progressisti di un mondo che tanto avrebbe rovinato quegli stessi valori che si prefiggono di difendere. Ma la fede, dicono, non ha logica”. Ama Woody Allen e la musica.

Quattro anni con Luana, si sono conosciuti a una festa: sorridono alle celebrazioni di laurea di lei, si baciano a quella di lui, nei pub e in pizzeria, durante le vacanze. Lei, impegnata in politica e seconda non eletta alle ultime provinciali per Forza Italia, ieri in lacrime, ha chiesto di non parlare. “Sono particolarmente affezionata a lei – ha detto la coordinatrice regionale in Alto Adige, Michaela Biancofiore – in lei e in Antonio ho sempre colto la passione per l’Europa, per la libertà e la democrazia”.

Megalizzi era entrato a far parte della redazione di Europhonica Italia dall’inizio, nel 2015, come coordinatore per l’Italia: un progetto che propone un programma divulgativo in sei Paesi e con oltre 90 radio universitarie. Un format in onda una volta al mese, durante la plenaria, fatto dai giovani per raccontare l’Europa ai giovani. Che da oggi, probabilmente, non sarà più lo stesso.

Gilet gialli alla prova dello stato d’allerta e del complotto

Che ne sarà ora del movimento dei Gilet gialli? La Francia si interroga dopo l’attacco al mercato di Natale di Strasburgo e mentre si prepara il “quinto atto” della protesta contro le tasse e anti-Macron per sabato prossimo sugli Champs Elysées. Fioccano le polemiche e pure le più assurde teorie complottiste messe in giro sulla Rete da alcune frange dei Gilet stessi, per cui l’attentato di Strasburgo sarebbe stato montato a tavolino dal governo per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica e rendere più restrittive le misure di sicurezza nel Paese, impedendo in questo modo nuove manifestazioni.

Nei fatti niente vieta ai Gilet di continuare a bloccare strade e caselli autostradali come stanno facendo da settimane, dal momento cioè che le autorità non ritengono necessario dichiarare lo stato d’emergenza (che vieterebbe ogni corteo e riunione nei luoghi pubblici). Solo a Strasburgo, dove la caccia all’attentatore è ancora in corso, è stato vietato di manifestare su ovvia decisione della prefettura locale.

Nel resto della Francia è stato invece rinforzato il dispositivo di sicurezza Vigipirate, portato al livello massimo di “allerta attentato”, creato nel 2016 dopo la serie di agguati di jihadisti che ha colpito la Francia nel 2015. Ciò vuol dire maggiori controlli alle frontiere e nei luoghi considerati più a rischio. Diversi politici – chi insistendo sul rischio terroristico, chi puntando sullo sfinimento delle forze dell’ordine, chi ricordando le misure per lavoratori e pensionati già annunciate da Macron –, chiedono ai Gilet di mettere fine alla loro mobilitazione.

Laurent Nunez, numero due del ministero dell’Interno, non ha chiesto loro di starsene a casa, ma li ha pregati almeno di dichiarare in Prefettura le loro mobilitazioni in modo da facilitare il lavoro delle forze dell’ordine. “A un certo punto bisognerà ritrovare una forma di normalità”, ha comunque sbottato. L’eventuale “quinto atto” di sabato divide gli stessi Gilet gialli. Anche prima dell’attentato di Strasburgo, i più moderati chiedevano a tutti una tregua. Ora denunciano le teorie del complotto che secondo loro rischiano di “screditare” il movimento. Tra i primi a diffonderle è stato infatti proprio uno dei portavoce della protesta, Maxime Nicolle, conosciuto come Fly Rider, che in una live su Facebook, poco dopo la sparatoria, ha detto: “Chi vuole fare sul serio un attentato non aspetta tre persone per strada alle otto di sera. Va sugli Champs Elysées quando ci sono milioni di persone e si fa esplodere”. Ansa

Siria, Bataclan, Bruxelles: la rete dei francesi dell’Isis

C’è un fenomeno che si ripete. E che si muove lungo l’asse di andata e ritorno tra Francia e Siria. È un fenomeno che la Procura di Roma ha ricostruito indagando sul sequestro del cooperante italiano Federico Motka, finito nelle mani dell’Isis per 14 mesi a partire dal marzo del 2013.

Per il pm Sergio Colaiocco erano due i gruppi responsabili del sequestro, otto persone per le quali ieri è stata emessa una misura cautelare in carcere. Quattro nati a Londra sono già noti come i “Beatles” per i nomi di battaglia. E poi c’è il gruppo dei francofoni, la parte più interessante dell’indagine. Infatti proprio studiando i loro movimenti che gli investigatori del reparto Antiterrorismo del Ros, guidato dal colonnello Marco Rosi, sono andati al di là del sequestro di Motka e hanno ricostruito il percorso di chi parte dalla Francia per la Siria e poi torna indietro.

Il passo successivo sono gli attentati terroristici organizzati anche nei Paesi vicini, come il Belgio.

Medhi Nemmouche è uno dei componenti del gruppo francese. Nato a Roubaix 33 anni fa, dalla Francia si sposta in Siria, dove secondo le accuse del pm Colaiocco faceva il guardiano nelle prigioni in cui i terroristi tenevano Motka. Era il 2013. Medhi torna in Francia e da lì, l’anno dopo, si sposta in Belgio: è uno degli autori della strage del 24 maggio 2014 al Museo Ebraico di Bruxelles. Quattro persone perdono la vita e lui viene arrestato poco dopo.

Francese è anche Salim Benghalem, classe 1980, anche lui coinvolto nel sequestro del cooperante. È nato a Bourg-la-Reine, a sud di Parigi. Per gli investigatori potrebbe ancora trovarsi in Siria, anche se è on line la notizia della sua morte.

Il Sun lo descrive come “il capo della rete terroristica che ha condotto l’attacco del gennaio 2015 nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi”, nonché uno degli incitatori dietro l’attacco del 2015 al concerto degli Eagles of Death Metal al Bataclan. Di sicuro dal 2014 gli Usa lo hanno inserito nella lista dei terroristi.

E nella rete degli attentati francesi c’è anche un altro dei sequestratori di Motka. A differenza degli altri, Naijm Laachraui è nato in Marocco ma anche lui, per gli investigatori, fa parte dei combattenti francofoni. Nella banca dati Schengen viene definito quale “possibile associato agli autori degli attentati di Parigi del 13 gennaio 2015” – quando la capitale francese divenne teatro di sparatorie, la più sanguinosa al Bataclan in cui morirono 90 persone – come pure tra i protagonisti dei tre attentati di Bruxelles del 22 marzo 2016.

Naijm, Salim e Medhi sembrano far parte di un modello che si ripete. Di una rete di radicalizzazione francese che si è alimentata in Siria e poi ha portato il terrore in Europa. Come al Bataclan, e prima ancora a Bruxelles.

 

Dalle rapine a mano armata alla strage, il terrorista sulla scia dei “predoni jihadisti”

Nato e vissuto a Strasburgo, pochi spostamenti, nell’ultimo anno nessuno. Condannato ben 27 volte per reati comuni, martedì lo cercavano per una rapina in banca con tentato omicidio. Cherif Chekatt, prima di diventare un terrorista è stato un criminale. Strasburgo e la Francia sono il suo territorio di caccia. Tanto che l’ipotesi più accreditata è che non abbia lasciato il Paese.

Il suo profilo conferma il target sempre più diffuso in Europa del cosiddetto “predone jihadista”. Prima di lui altri casi simili. Un’analisi del fenomeno è stata fatta dal King’s College di Londra che in un report elenca diversi casi dove la criminalità comune incrocia l’estremismo islamico. Succede ad esempio in Danimarca il 31 agosto 2016. Mesa Hodzic, 25 anni, origini bosniaci, spara a due poliziotti. Morirà durante il conflitto a fuoco. Era considerato uno spacciatore. Due giorni dopo i fatti, un comunicato fa sapere che Hodzic era un soldato dell’Isis. Nella Capitale danese emerge la figura di Big A, al secolo Abderrozak B. Sotto il suo comando una batteria criminale molto attiva nel traffico di droga. Poi, suo fratello muore, e lui si converte al jihad. Ai suoi uomini dirà: “Non basta solo pregare”. Nel marzo del 2016, dopo l’attentato all’aeroporto di Bruxelles, Alain Grignard, capo della polizia federale ha definito lo Stato Islamico in Europa una “super gang”. In Italia il caso più clamoroso è Abdelkader Fezzani, alias Abu Nassim, il quale, prima di diventare uno dei dirigenti più influenti di Daesh, a Milano ha collezionato precedenti per droga.

In altri casi il jihad viene usato per giustificare i crimini. Anwar al-Awlaki, per anni, ha radicalizzato molti giovani europei. La sua tesi: uccidere e rubare non solo è permesso, ma in certi casi è obbligatorio per sostenere la causa di Allah. Un principio utilizzato da Khalid Z., boss criminale e poi reclutatore di foreign terrorist fighters. Per lui “rubare agli infedeli è permesso da Allah”. Secondo i dati della Bka, in Germania su 669 Ftf ben oltre la metà hanno precedenti di polizia. Lo stesso in Francia e in Belgio. Il carcere, poi, è un volano. Qui si è radicalizzato Mehdi Nemmouche, che nel maggio 2014 ucciderà quattro persone al museo ebraico di Bruxelles. In carcere si sono conosciuti Cherif Kouachi e Amedy Coulibaly, l’autore (con il fratello) della strage di Charlie Hebdo e il sequestratore del negozio kosher sempre a Parigi. I due, nel penitenziario, sono stati istruiti dal loro mentore Djamel Beghal. La vicenda di Cherif Chekatt è solo l’ultima conferma.

Gli scivoloni à la Clouseau su tutti i terroristi schedati

La lotta al terrorismo è zeppa di imprevisti. E di contraddizioni. Parigi ha varato da tre anni una poderosa e costosissima macchina preventiva che coinvolge forze speciali, attività specifiche (intercettazioni telefoniche, controllo traffico Internet e chat, schedature dei potenziali terroristi, monitoraggio delle collusioni, delle conversioni e degli indottrinamenti in carcere, collaborazioni transnazionali con le polizie, ecc…).

Eppure, non è bastato ad impedire gli attacchi del Bataclan, la strage della Promenade des Anglais di Nizza, e la sparatoria di Strasburgo.

Alcuni dei kamikaze del Bataclan erano noti, in Belgio, per le loro contiguità con l’estremismo islamico: ma gli scambi d’informazione coi servizi francesi erano tarati da diffidenze reciproche. Incomprensibili e insopportabili dopo l’attentato a Charlie Hebdo (7 gennaio 2015) perché erano emersi legami tra basisti islamici francesi e individui sospettati di connessioni con foreigner fighter originari di Moelenbeck, uno dei municipi di Bruxelles.

Dicono le autorità francesi che hanno prevenuto decine di attentati e neutralizzato parecchi militanti del jihad in questi tre anni. Di certo, per tranquillizzare l’opinione pubblica, si sono visti pattuglioni nei centri delle città, controlli nei locali pubblici, barriere per impedire attacchi con auto o camion kamikaze. Un deterrente. Ma imperfetto. Come l’imponente mobilitazione di polizia e gendarmi (89 mila uomini!) per le manifestazioni dei Gilet gialli l’8 dicembre scorso che non ha affatto impressionato il terrorista della casa. Anzi. L’ha indotto a colpire nel momento della quiete dopo la tempesta, quando ci si prepara alle nuove minacce, dimenticando quelle vecchie.

Tuttavia, sconcerta che ad agire non sia stato uno sconosciuto, bensì uno schedato nei dossier “S”, che riguarda chi è riconosciuto come una “minaccia per la sicurezza nazionale”. Sono tanti, in Francia, gli “S” radicalizzati islamici: tra i 10 e i 12 mila. Troppi. Per controllarli seriamente, occorrerebbero almeno 50 mila uomini. E miliardi che non ci sono.

Il risultato è Strasburgo: elusione dei controlli, depistaggi (l’attività criminale). La fuga. Sigillo ignominioso di un sistema che non garantisce la sicurezza assoluta, anche dopo un attentato.

Successe la terribile notte del Bataclan, quando Abdeslam Salah, unico superstite dei commandos suicidi che attaccarono Parigi il 13 novembre del 2015, si dileguò. Fu stanato a Bruxelles il 18 marzo 2016 (nel frattempo bersaglio di due devastanti attentati, uno all’aeroporto l’altro alla metropolitana).

Oggi la fuga del terrorista Cherif Chekatt appare incredibile. Com’è sgusciato tra i posti di blocco? Ce lo chiedemmo anche per Anis Amri, il killer che lanciò a Berlino, il 19 dicembre 2016, un camion sulla folla del mercatino di Natale nella Breitscheidplatz, uccidendo 12 persone. Venne riconosciuto e ucciso il 23 dicembre alla stazione di Sesto San Giovanni. Voleva proseguire sino in Puglia, dove apparentemente pensava di trovare rifugio sicuro. Per quattro giorni aveva eluso le polizie di mezza Europa. Grazie a qualche complice di cui nessuno sapeva nulla.

Il problema di una prevenzione zoppa è un fenomeno generalizzato. Spesso, frutto di circostanze inquietanti. In Belgio, per esempio, favorita dalla rivalità fra intelligence francofone e fiamminghe. In Germania non ha funzionato la caccia all’uomo.

In Spagna, l’attentato del 17 agosto 2017 alle Ramblas di Barcellona (13 morti), era stato preceduto da indizi che potevano indurre la polizia a individuare i terroristi. Cinque dei quali furono intercettati solo poche ore dopo la strage, a Cambrils, e liquidati dai Mossos d’Esquadra che persero nella sparatoria un agente. La Cia aveva avvertito che Barcellona era nel mirino dell’Isis. Perché i Mossos non indagarono sulla sospetta esplosione di 120 bombole del gas che distrussero una casa di Alcanar, il 16 agosto, alla vigilia dell’attentato di Barcellona? Perché non bloccarono l’accesso alle vulnerabili Ramblas, soprattutto dopo la tragedia di Nizza?

Il fantasma Chérif in fuga nel deserto di Strasburgo

Ai piedi della Cattedrale le casette di legno del più famoso mercatino di Natale di Francia sono chiuse. “Non lo avevano fatto nemmeno dopo il Bataclan e rimarrà chiuso ancora”. Scuote la testa il gestore di un bar vicino al ponte del Corbeau, quello usato da Chérif Chekatt per arrivare in centro. Solo un paio di persone sono sedute a per una birra: “Di solito qui c’è la fila a tutte le ore…”. Marc è più arrabbiato che spaventato: “Tutte questa polizia serve solo a fare scena. Basta venire prima delle 11 o dopo le 20 e chiunque può entrare nel mercatino con un’arma o nasconderne una da qualche parte. E se lo sono pure fatto scappare tre volte. Vi sembra normale? Adesso fanno controlli e perquisizioni, ma chi controlla i passeggeri del tram che passa in centro, per esempio? Che poi so bene che il rischio zero non esiste, ma così…”.

Nonostante l’allerta in città non si respira terrore. In giro c’è molta meno gente del solito, ma bar e negozi hanno aperto come ogni mattina. Così come l’Europarlamento, che ha proseguito i lavori regolarmente. Non tutti i turisti hanno annullato la visita guidata che passa davanti alla Cattedrale: c’è anche chi scatta selfie nelle stradine tra le tipiche case alsaziane addobbate a festa. Proprio dove martedì sera ha sparato Chérif Chekatt e dove è stato ferito gravemente il nostro connazionale Antonio Megalizzi: un proiettile in testa, lotta tra la vita e la morte.

Soldati e poliziotti spuntano a ogni angolo, ma non c’è l’atmosfera opprimente e desolata di Parigi dopo gli attentati del 2015. La capitale, allora, era sotto assedio, complice lo stato d’emergenza. “Certo che siamo sconvolti, è orribile quello che è successo – dice una maestra che torna verso casa – ma rispetto a quello a Parigi… Strasburgo è piccola, ci sono state relativamente poche vittime, forse è per quello che, in fondo, la vita va avanti.”

Intanto, la polizia ha pubblicato l’identikit del terrorista, ferito da una pattuglia di soldati durante la fuga, e ha invitato la popolazione a fornire qualsiasi elemento possa aiutare a catturarlo. Durante le perquisizioni della notte tra martedì e mercoledì, la polizia ha arrestato e messo in detenzione provvisoria quattro familiari del terrorista Non basta aver blindato le frontiere e aver mobilitato più di 700 poliziotti: Chérif non si trova. L’uomo, 29 anni, una storia di furti e violenze a cavallo tra Francia, Svizzera e Germania – dove pare avesse anche fatto un anno di prigione – si è radicalizzato in carcere nel 2015 e dall’anno successivo è stato schedato con la famosa “fiche S”, minacce alla sicurezza dello Stato. I servizi francesi lo seguirebbero da allora. La polizia era pronta ad arrestarlo per tentato omicidio e associazione in banda organizzata, ma sono arrivati tardi. In tempo per recuperare delle granate, un fucile carico e diversi coltelli da caccia oltre che munizioni varie. Di Chérif nessuna traccia. Fino a quelle fatidiche otto meno dieci, quando, armato di pistola e coltello, ha colpito in pieno mercatino di Natale, un’azione che secondo il procuratore di Parigi Remi Heitz “per modus operandi e obiettivi scelti, non lascia dubbi sulla sua natura terroristica” di matrice islamica. L’uomo, ha riferito Heitz, avrebbe gridato Allah Akbar e avrebbe spiegato dettagliatamente le sue motivazioni al taxista che lo ha portato fuori dal centro e che ha confermato alla polizia che il terrorista era ferito.

Mentre la caccia al killer armato continua, gli omaggi alle vittime dell’attentato si moltiplicano. Dalla Tour Eiffel spenta a mezzanotte, al minuto di silenzio al Parlamento europeo e francese, fino ai mazzi di fiori apparsi nella rue des Orfèvres, dove diverse persone sono state colpite. In tutto, due morti e 16 feriti, una in stato di morte cerebrale e altre due tra la vita e la morte. Tra di loro Antonio Megalizzi, al cui capezzale sono arrivate la fidanzata Luana Moresco e i genitori. Le autorità francesi mantengono il massimo riserbo sulle condizioni dei feriti e fanno di tutto per garantire la massima privacy. Il primario del pronto soccorso, Pascal Bileault, non ha smentito le affermazioni dei familiari di Antonio, che hanno raccontato alla stampa di come il ragazzo abbia ricevuto una pallottola nella colonna vertebrale alla base del cranio e sia per questo inoperabile. “Alcuni pazienti sono tra la vita e la morte”, ha semplicemente ammesso, “e le loro condizioni potrebbero diventare irreversibili nelle prossime ore”.

Pedofilia, Pell rischia la condanna. Al suo posto Mistò?

Da tutto a niente. Questo sta accadendo al cardinale George Pell, tra i principali collaboratori di papa Francesco, ex membro del gruppo di porporati C9 (ora ridotto a 6, anche per la sua uscita), ex ministro dell’Economia del Vaticano. Ieri due notizie sembrano aver archiviato l’esperienza del cardinale Pell, tornato in Australia da oltre un anno per difendersi dalle accuse di pedofilia e abusi sessuali: una riguarda proprio il processo, secondo alcuni media australiani l’ex ministro vaticano sarebbe stato condannato. A tal proposito, ieri la sala stampa, diretta da Greg Burke, ha fatto sapere: “La Santa Sede ha il massimo rispetto per le autorità giudiziarie australiane. Siamo consapevoli che c’è un provvedimento in atto che impone il silenzio e noi rispettiamo tale ordinanza”. Se confermata, sarebbe la condanna in più alto grado nella Chiesa cattolica per un reato di abuso sessuale. Ieri è trapelata anche l’indiscrezione, pubblicata dal Sole 24 Ore, secondo la quale il successore di Pell sarebbe monsignor Luigi Mistò, coordinatore ad interim della Segreteria per l’Economia, già braccio destro finanziario a Milano dei cardinali Martini e Tettamanzi.

“Segnalazioni” a 5Stelle, su Rousseau il form per denunciarsi a vicenda sul web

E spunta anche il segnalatore, per le denunce (o delazioni) a Cinque Stelle. Per il disappunto di diversi eletti, e la sorpresa della base. Tanto ha potuto il varo di Segnalazioni, la nuova funzione della piattaforma web Rousseau, dove da oggi gli iscritti al M5S “potranno segnalare in maniera tempestiva iscritti, candidati e portavoce eletti che non rispettano i principi che stanno alla base del Movimento”. Ergo, si potrà denunciare, ma solo “compilando l’apposito form”, con un’avvertenza: “Le segnalazioni non supportate da adeguati riscontri oggettivi, assimilabili a ‘intento persecutorio’, possono portare all’apertura di una procedura disciplinare a carico del segnalatore”. A decidere su tutto sarà comunque il Collegio dei probiviri, composto dalla deputata Paola Carinelli, dalla senatrice Nunzia Catalfo e dal capogruppo in Veneto, Jacopo Berti. Ma diversi parlamentari ieri rumoreggiavano contro la novità. Tra questi, la senatrice Paola Nugnes, vicina a Roberto Fico: “Non ne comprendo la finalità, mi sfugge la filosofia di base…”. Sui social, la base ha reagito con tanta ironia e un po’ di sconcerto. Ma i vertici si giustificano: “Prima venivamo subissati da email di denuncia, ora ognuno dovrà assumersi la piena responsabilità di ciò che afferma. Ed è anche uno strumento per prevenire infiltrazioni”.

B. confessa la compravendita: “Per i grillini 8 mila euro in più”

Si ignora il numero dei libri di Bruno Vespa, ma la cifra è monumentale, come pure non risulta tenuto un registro delle presenze di Silvio Berlusconi alle sue presentazioni. C’era la lira e bisogna andare indietro con la memoria di almeno tre Papi. Il Cavaliere era già lì a promuovere il suo scrittore più prolifico e redditizio. “Posso dirle da editore che è oltre il 20% in più di venduto rispetto all’anno scorso”, ha detto ieri, circa venticinque anni dopo, nel salone dell’hotel Plaza, cuore della Roma potente e affluente.

Bisogna aggiungere che malgrado il cerone, l’età avanzata e le movenze rallentate, un po’ più gonfio in volto, con il capello oramai catramato, la voce di un tono più bassa, Silvio sta all’Italia come il Colosseo sta a Roma.

Ha appena annunciato, tra gli applausi un tantino appannati di una platea che rimirandosi misura anch’essa gli anni che purtroppo avanzano, e le prime sedie vuote documentano gli acciacchi di Forza Italia, che il ribaltone è quasi pronto e la campagna acquisti per formare un gruppo di operosi e nuovi “responsabili”, differentemente dalle altre volte, sarà a costo zero.

Ha detto pure che Angelino Alfano più che un delfino si è rivelato una sardina, e insieme a lui tutti gli altri che non hanno retto il bastone del comando e, puf, sono tornati cenere. Che ha perso due milioni e mezzo di voti dopo aver venduto il Milan ai cinesi, che ha pagato cinque miliardi di tasse ricevendo come regalo una condanna per aver consigliato Mediaset di risparmiare dieci milioni di euro in balzelli: “Pensate, dieci milioni di euro a fronte di cinque miliardi!”, che non sa usare internet, che però ama sempre le donne, che forse si candida alle europee ma non ha voglia. E poi i voltagabbana grillini: eletti per bastonarlo e ora sul punto di venerarlo.

È vero? È falso? Vattelapesca. Basta che sia verosimile, e lo è. Con Berlusconi valgono le mezze verità, le mezze misure, la metà del pieno.

C’è un’Italia immarcescibile e insieme dominante, ancora resistente, che prova a sperare e forse ci riesce davanti alle capriole gialloverdi, ai quotidiani distinguo che separano le carriere e le ambizioni di Di Maio e Salvini, il primo sempre più preoccupato dell’invasione leghista nel suo governo, dell’allagamento salviniano nei telegiornali, nei talk show, su internet. “È stato bravissimo con i social network, io nemmeno ho il telefonino”, confessa il magnate televisivo.

“Gestiscono le telefonate le mie segretarie, tre a Roma e tre a Milano. Settanta telefonate ricevono al giorno ciascuna di esse”. Sarebbero 420 squilli e suppliche quotidiane “e io al massimo posso rispondere a dieci, quindici telefonate”.

Eccolo qua Berlusconi: adulatore, ambasciatore, mitigatore, propagandista impenitente. Se Salvini torna con lui “sarà sicuramente premier”. È sempre lui. E con lui c’è sempre Vespa che detiene, insieme a Costanzo e Baudo, la golden share sulla televisione. Passano gli anni ma lui è lì, col suo Porta a Porta, i libri, le confessioni, le interviste. Nessuna rivoluzione potrà abbatterlo. Mai lascerà la poltrona. Figurarsi Berlusconi.

E insieme fanno una bella coppia, dentro questo salone carico di ornamenti, di proprietà della famiglia Paladino, la cui manager Olivia, figlia di famiglia, bionda, trentottenne, longilinea, di portamento elegante, è la fidanzata del premier Giuseppe Conte.

Colui che, a sentire sempre Berlusconi, ha vita grama e futuro certo: tornerà presto all’università. “Io dico che al Senato si formerà un gruppo che sicuramente permetterà al centrodestra di riprendere in mano il governo”. È il gruppo dei voltagabbana, notissimo alle cronache parlamentari. “Tutti quelli dei 5 Stelle che sono al secondo mandato e sanno che se si tornasse al voto mai sarebbero candidati, figurarsi se rieletti”.

La cosa veramente spettacolare e a suo modo unica è che la prima domanda sul passaggio di gruppo avanzata con naturalezza dagli intervistatori (Antonio Polito e Virman Cusenza) è sui costi dei singoli cartellini. E Silvio con altrettanta spontaneità: “Costano zero. Terranno con sé gli ottomila euro al mese che adesso devono dare al movimento”. Per dodici mesi sono 96mila euro, per quattro anni… “Sanno far di conto”. Fine.

In 6 per le primarie Pd Boccia: “Firme nulle per Ascani-Giachetti”

Alla fine dovrebbero essere in sei. Condizionale d’obbligo perché la Commissione regole deve verificare le firme raccolte da Giachetti e dunque l’ufficializzazione ci sarà solo oggi pomeriggio. Ieri i candidati alla segreteria del Pd hanno presentato le 1.500 firme necessarie ad autenticare la corsa alle primarie. Oltre a Nicola Zingaretti e Maurizio Martina ci saranno Francesco Boccia, Dario Corallo, Maria Saladino e (forse) la coppia Anna Ascani-Roberto Giachetti. Proprio contro di loro ieri Boccia ha paventato l’ipotesi di una candidatura irregolare, perché ottenuta tramite firme raccolte via email: “Io sono andato a raccogliere le firme fisicamente in ogni angolo d’Italia. Giachetti e la Ascani hanno dato una email, non è regolare, non esiste una raccolta di firme via email”. IntantoMaurizio Martina ha incontrato Lorenzo Guerini, rappresentante dell’ala renziana che ha scelto di non sostenere il ticket Ascani-Giachetti e che andrà con lui: “La nostra comune sfida ai nazionalpopulisti merita questo impegno per tutto il Pd”.