La Rai “addolcisce” lo stupro nell’Amica geniale

Un taglio di pochi secondi, che però c’è stato. La Rai ha mandato in onda una versione edulcorata della scena di violenza sessuale all’interno de L’amica geniale, la fiction che sta andando in onda con enorme successo su Rai1, tratta dai romanzi di Elena Ferrante dove si narrano le vicende delle due ragazzine napoletane Lina e Lenù.

Due sere fa, durante l’episodio L’isola, è andata in onda la scena dove Lenù subisce una violenza sessuale da parte dell’ex vicino di casa, il ferroviere Donato Sarratore. E proprio in questa scena avviene il taglio rispetto alla versione integrale trasmessa dalla pay tv americana Hbo e da quella italiana Tim vision.

Confrontando le due versioni, quella integrale e quella tagliata, la seconda risulta più soft. Ma la Rai spiega che il taglio è stato minimo: “È stato effettuato un taglio di 1 secondo e mezzo, ovvero di un frame, nel punto più scabroso della scena, operazione che non ha cambiato nel modo più assoluto il senso complessivo della scena stessa”, fanno sapere da Viale Mazzini. Secondo la Rai, dunque, “non si può assolutamente parlare di censura, ma di un piccolo accorgimento del tutto giustificato visto che la serie va in onda in prima serata, parte in fascia protetta (che va dalle 20.30 alle 22.30, ndr) e, oltretutto, viene vista da un pubblico molto variegato tra cui anche molti adolescenti”. Insomma, si è preferito evitare di mandare in onda integralmente una scena che avrebbe potuto non essere gradita al grande pubblico della prima serata di Rai1.

Tra l’altro, come spiegano gli addetti ai lavori, una decisione del genere non si prende all’ultimo istante, ma al momento della decisione sulla programmazione. Prima della messa in onda, infatti, una serie tv viene visionata nella sua interezza dalla direzione di Raifiction e della rete (Rai1) ed eventuali tagli si possono decidere solo con il benestare della casa di produzione e del regista, che in questo caso sono Wildside, Fandango e Saverio Costanzo. Nonostante il taglio, le puntate di martedì hanno fatto il botto con il 28,7% di share per un totale di 6 milioni e 700 mila telespettatori, stravincendo la prima serata. Ora si attendono le ultime due puntate, martedì prossimo, ma gli ottimi ascolti hanno fatto decidere per la realizzazione di una seconda stagione, con nuovi episodi tratti dal secondo romanzo di Elena Ferrante, Storia del nuovo cognome.

“Queste cose non sono nuove”, racconta una fonte che preferisce restare anonima, “se un programma va in prima serata e raggiunge un grande pubblico, in Rai a volte si può decidere qualche piccolo accorgimento: accade per i film come per le serie tv. Non c’è da sorprendersi se succede per un prodotto che si presentava come la fiction dell’anno, su cui c’erano grandi aspettative”.

In questi giorni, intanto, in Rai si discute anche di un altro episodio. Ad accusare la tv pubblica di censura questa volta è Vladimir Luxuria, che avrebbe dovuto essere ospite nel programma Alla Lavagna, su Rai3, per parlare di omofobia e bullismo a una classe di ragazzi. “Ho appena saputo che il programma per la seconda volta è stato spostato: non so quando e se andrà in onda. Forse in questo periodo certi temi sono troppo scomodi persino per Rai3?”, si è chiesta Luxuria su Twitter. “Quella e altre puntate sono state spostate per ragioni di palinsesto e andranno in onda sulla stessa rete a gennaio”, la risposta di Viale Mazzini.

Salvini, il ministro di Tutto e i 60 milioni di baionette

“Chiedo a voi il mandato di andare a trattare con l’Ue, non come ministro, non come governo, ma a nome di 60 milioni di italiani”. Questa frase non è stata pronunciata dal nuovo presidente della Repubblica italiana, Matteo Salvini, eletto direttamente dal popolo con voto plebiscitario. E neppure dal generale Matteo Salvini, capo della giunta militare che ha sciolto il Parlamento e imposto la legge marziale. E neppure da tale Matteo Salvini, senza fissa dimora, fermato dagli agenti del vicino commissariato mentre molestava i passanti con frasi sconnesse.

No, queste affermazioni appartengono al Matteo Salvini vicepremier e ministro degli Interni, rivolte a migliaia di militanti della Lega accorsi plaudenti, sabato a piazza del Popolo. Senza però che abbiano destato reazioni percepibili oltre il Pincio e via del Corso. Silenzio a Palazzo Chigi, dove nessuno ha obiettato che forse quel mandato sarebbe di stretta competenza del presidente del Consiglio (anche perché il compito di negoziare con l’Europa era stato appositamente affidato a lui dai due vicepremier). Però, come da Contratto, Giuseppe Conte non ha fiatato. Del resto, è dalla nascita del governo gialloverde che Salvini ricopre a giorni alterni tutte le principali funzioni dell’esecutivo, senza che nessuno abbia avuto alcunché da obiettare. Ministro degli Interni (dove peraltro non si vede spesso). Ma anche ministro dello Sviluppo economico: tavolata al Viminale per dire sì alle grandi opere. Ma anche ministro degli Esteri: visite ufficiali nel Qatar e in Israele, consultazioni permanenti con il gruppo di Visegrad, ospite gradito al Cremlino, in attesa di recarsi da Donald Trump alla Casa Bianca. Ma anche ministro della Difesa: l’accusa di terrorismo agli Hezbollah. Ma anche ministro delle Infrastrutture: fosse per lui la Torino-Lione dovrebbe essere già in funzione e chissenefrega dei No Tav. In attesa di occupare Sanità, Pubblica Istruzione e Beni culturali (per lo Sport ha già provveduto il fido sottosegretario Giancarlo Giorgetti commissariando il Coni), Salvini sta sperimentando una nuova figura istituzionale. Quella del premier demoscopico, convinto di rappresentare non più il 17% dei voti ottenuti il 4 marzo, ma (almeno) il doppio. Come da sondaggi. Consenso che, se anche un giorno si realizzasse, arriverebbe a coprire dieci dei 60 milioni di baionette immaginati dal novello duce.

Forte di questo voto virtuale, il Matteo onnicomprensivo impone la sua maldestra invadenza, a cominciare dall’ufficio affidatogli: il tweet mattutino per attribuirsi l’operazione (ancora in corso) della Procura di Torino contro la mafia nigeriana, resta un unicum ineguagliabile. Senza contare i contraccolpi internazionali delle sue pericolose alzate d’ingegno, degne dell’ispettore Clouseau. La frase sugli “Hezbollah terroristi”, che ha creato un comprensibile allarme nel contingente italiano in Libano, impegnato da anni in una delicatissima missione, è contenuto nel solito insensato tweet. Che si apre con un ilare: “Saluto da Tel Aviv, Amici”, che perfino Toninelli avrebbe ritenuto del tutto idiota. Resta il fatto che, a parte qualche velata protesta di Luigi Di Maio a proposito delle concertazioni domenicali del cosiddetto “capitano”, le salvinate, che in altri tempi avrebbero già provocato una crisi di governo, continuano a imperversare senza che nessuno imponga un alt. Non i Cinquestelle, evidentemente timorosi di una rottura con la Lega, che potrebbe presto precipitare in elezioni anticipate. E figuriamoci il povero Conte che, volato in missione a Bruxelles, più che le condizioni non negoziabili di Juncker dovrà temere le improvvide pensate dell’eccitato ministro.

Buccino Grimaldi nuovo ambasciatore italiano in Libia

Dopo quasi sei mesi, l’Italia avrà di nuovo un ambasciatore in Libia. Il Consiglio dei ministri ha infatti designato Giuseppe Maria Buccino Grimaldi per prendere il posto di Giuseppe Perrone, allontanato da Tripoli la scorsa estate ufficialmente “per motivi di sicurezza”, ma anche in seguito a un dichiarato malcontento del generale Khalifa Haftar, che reclamava una ricalibratura della posizione italiana, troppo sbilanciata sul premier Fayez Al Sarraj. Napoletano, classe 1961, laureato in legge, Buccino Grimaldi è già stato in Libia tra il 2011 al 2015, quando ha ricoperto il ruolo di ambasciatore a Tripoli nella fase della caduta del regime di Muammar Gheddafi. Dallo scorso maggio è direttore generale per l’Unione Europea al ministero degli Esteri. La nomina del nuovo ambasciatore segue di pochi giorni l’incontro con Haftar avuto a Roma dal premier Giuseppe Conte e a circa un mese dalla conferenza di Palermo, promossa proprio dal governo italiano per discutere del futuro del Nord Africa. Giuseppe Perrone, che era stato spedito in Libia nel gennaio 2017, avrà adesso un incarico a Teheran, in Iran.

I talebani del Carroccio e i Gilet gialli: “I migranti s’infiltrano per svaligiare”

“In Francia sono andato per questioni personali”. Vincenzo Sofo, classe 1986, milanese di origini calabresi, è balzato agli onori delle cronache quest’estate quando Chi l’ha paparazzato con Marion Le Pen, nipote di Marine. Ma al di là dei suoi legami sentimentali, è l’animatore e il cofondatore del “Talebano”, think tank “che dal 2010 “ha il compito di collegare la Lega al mondo identitario italiano”, a partire da “quella destra orfana di Alleanza nazionale”. Passi scelti delle sue “Linee guida” :“Opporsi alla globalizzazione in ogni sua forma conosciuta, per combattere l’omologazione e la standardizzazione di modelli, stili di vita e pensieri, per difendere la Tradizione e per riscoprire nella diversità l’identità dei singoli”. Sulla situazione francese dice: “Un elemento inquietante parallelo ai gilet gialli è la massa di bande di immigrati che approfitta delle manifestazioni per scendere dalle banlieu a Parigi, per svaligiare negozi, attaccare forze dell’ordine e creare caos”. E non ha dubbi: “È chiaro che il vero problema dell’Unione europea è in Francia: quelle politiche, imposte dall’alto, sono rigettate dai territori e dai popoli. Ma da noi, i gilet gialli sono al governo”.

Sta dicendo che voi siete il governo dei gilet gialli?

Noi siamo il governo del popolo e i gilet gialli sono il popolo. Peraltro, sono abbastanza assimilabili ai forconi. Quella protesta era contro le politiche dei governi Monti e Letta. Le stesse di Macron in Francia.

Se il problema della Ue è in Francia, da dove si parte per modificare gli equilibri?

Per la rottura dell’asse franco-tedesco. Per questo, serve la ricostruzione di un rapporto alla pari con la Germania, motore di questa Europa. E poi, bisogna recuperare uno spirito di collaborazione forte, tra Italia, Francia e Spagna, che passi per la vittoria sovranista, grazie all’alleanza con il Rassemblement National e con Vox.

Un asse da opporre a quello dei paesi di Visegrad?

Quei Paesi sono stati centrali per iniziare la battaglia. Ma la loro costruzione economica, demografica e culturale non può essere il motore sovranista. I Paesi latini sono molto più forti.

Le vostre attività più importanti quali sono state?

Abbiamo svolto molta attività nel centro sud, un lavoro di avanguardia per la Lega.

Dopo le elezioni europee di maggio, pensate a un governo con una parte del Ppe?

Sarebbe importante riuscire a rompere l’alleanza tra Ppe e Pse e riuscire a crearene una tra i sovranisti e un Ppe alla Orbán.

I segreti “sovranisti” che hanno portato il vicepremier in Israele

Erano mesi, per non dire anni, che Matteo Salvini preparava una sua visita solenne in Israele. Ansia di legittimazione, come fu per un altro leader di un’altra destra, Gianfranco Fini. Della quale, nonostante le differenze, soprattutto di origine, la Lega sta raccogliendo l’eredità. Anche nel senso di raccogliere le istanze neofasciste o post-fasciste. E poi il tentativo di aprire nuove interlocuzioni in un Paese per il quale da sempre passano affari importanti. Ad oggi, Salvini non ha un Marco Carrai, come fu per Matteo Renzi, ovvero una sorta di ambasciatore a tutto tondo in quel Paese. Ma ci sta lavorando.

E così nella due giorni appena conclusa ha stretto un rapporto di ferro con il premier Benjamin Netanyahu, che lo ha accolto e lo ha sdoganato. Perché tra i due è in atto una strategia comune: Nethanyahu andrà alla cerimonia di insediamento del presidente brasiliano Bolsonaro, che ha promesso che sposterà l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Salvini, che anche dovrebbe presenziare, ha detto che, sulla stessa questione, sta “riflettendo”. E non a caso non ha incontrato nessuno dell’Anp: “Bibi” lo sta usando come piede di porco per sfaldare il fronte nell’Unione Europea. E lui si presta.

Forte di un altro rapporto, che ha contribuito a preparare la visita, sia pure nell’ombra: quello con Fiamma Nirenstein, che il premier israeliano nel 2015 aveva voluto ambasciatrice (un anno dopo lei aveva rinunciato all’incarico). Giornalista ed ex parlamentare Pdl, è sempre stata al centro di polemiche per le sue posizioni di destra. Proprio quelle alle quali il ministro dell’Interno sta dando cittadinanza. In un editoriale, il quotidiano Haaretz ha detto che Salvini sarebbe dovuto essere definito “persona non grata”. E il presidente della repubblica Rivlin non ha voluto vederlo. Aprire le porte di Israele a un Ministro che soffia su razzismo e xenofobia, oltre ad accompagnarsi all’estrema destra, non era scontato. Però, non hanno disdegnato di incontrarlo neanche il ministro della Giustizia, Ayelet Shaked e il ministro della Pubblica Sicurezza, Gilad Erdan.

Tra i grandi burattinai anche Steve Bannon: Trump pur avendolo allontanato, ha seguito in maniera quasi pedissequa le “prescrizioni” del suo ex stratega di riferimento, incluso il trasferimento dell’ambasciata statunitense in Israele a Gerusalemme, come gli avrebbe suggerito proprio Bannon. Il quale si definisce “orgoglioso di essere un sionista cristiano“.

E chi è che ha organizzato il viaggio del ministro, facendone uno preparatorio all’inizio di novembre? Il viceministro leghista Guglielmo Picchi, che agisce da ministro degli Esteri parallelo. Tra i suoi incontri, il viceministro per la Diplomazia pubblica, Michael Oren, ex ambasciatore di Israele a Washington, che non andava d’accordo con Obama ma si è lasciato andare a entusiasmi pubblici per Trump. Tutto torna, visto che fu lo stesso Picchi a portare Salvini da Trump nel 2016. Lo stesso anno cui risale la prima visita in Israele dell’allora solo leader del Carroccio: allora con lui c’erano Lorenzo Fontana e Giancarlo Giorgetti. Il primo oggi è iltessitore dell’alleanza sovranista, il secondo ha sempre svolto una funzione di raccordo tra la Lega e gli ambienti istituzionali più tradizionali, anche all’estero.

Non stupisce, data la delicatezza della missione, la presenza di una delegazione composta da ben 8 persone. Degna però di un presidente del Consiglio. Quattro comunicatori: Matteo Pandini, il portavoce, ormai sua ombra, Luca Morisi e Andrea Paganella, gli uomini che curano “La Bestia”, ovvero il sistema per sfondare sui social e Daniele Bertana, che è l’addetto alle foto e ai video. L’unico che è andato con Salvini al confine con il Libano a vedere le zone militari. E poi, il consigliere diplomatico, Stefano Beltrame, il capo del cerimoniale, Ilaria Tortelli, il consigliere di Palazzo Chigi, Claudio D’Amico e un altro funzionario del Viminale. Un incontro preparato a vari livelli, con non poche complicazioni: per esempio le regole d’ingaggio per l’incontro con Netanyahu sono cambiate decine di volte. Prima era chiuso ai giornalisti, poi aperto e c’è stata una lunga discussione sull’uso degli smartphone.

Tra le cose che hanno fatto più discutere le dichiarazioni di Salvini su Hezbollah, definiti “terroristi islamici”, mentre sono i padroni del Libano, dove i soldati italiani partecipano alla missione Unifil. Chi ha lavorato alla visita racconta che si è trattato in realtà di un messaggio cifrato al fronte europeo, contro l’Iran, loro alleato, dopo che Trump ha annunciato il ritiro dall’accordo sul nucleare iraniano. Dietro le quinte della visita, ci sarebbe pure Avigdor Lieberman, ex ministro della Difesa, che invocò la guerra contro l’Iran e l’attacco al Libano contro Hezbollah.

Accordo Ue-Giappone. Addio ai dazi su vino, formaggio e pasta

L’Unione europeamette a segno una mossa sullo scacchiere economico internazionale contro il protezionismo degli Stati Uniti. Il Parlamento di Strasburgo ha dato il via libera definitivo all’accordo di libero scambio tra Bruxelles e il Giappone, la più grande intesa commerciale bilaterale mai negoziata dall’Ue. Con il completamento del processo di ratifica da parte del Consiglio il 21 dicembre, il trattato potrà entrare in vigore come previsto il prossimo primo febbraio. Il trattato eliminerà quasi tutti i dazi doganali sulle merci esportate, per un totale di un miliardo di euro all’anno in favore delle imprese dell’Unione, prevedendo un aumento dell’esportazione di prodotti alimentari pari al 180% e nel settore chimico un aumento del 20%. Secondo i deputati, l’accordo rappresenta una presa di posizione a sostegno di un commercio libero, equo e regolamentato “in un momento di gravi sfide protezionistiche“. A essere abbattuti saranno i dazi di importanti prodotti chiave per il Vecchio continente e, in particolar modo, per l’Italia: il vino (dazi al 15%), il formaggio (al 35-40%) e la, pasta (al 24%).

Il ricatto Fca: con l’ecotassa non investiamo

Dopo lo scontro con l’Unione europea, quello con le multinazionali. Eppure il governo italiano non è il governo dei soviet, ma basta poco a un gigante come Fca, la ex Fiat, oggi a trazione statunitense, per inviare un segnale esplicito al governo: se insistete con l’ecotassa noi rivediamo i nostri investimenti italiani.

A spiegarlo con una lettera aperta è il responsabile delle attività in Europa del gruppo, Pietro Gorlier, che annulla la partecipazione al Consiglio regionale aperto del Piemonte previsto per oggi: “È un fatto certo che il sistema di bonus malus, qualora attuato secondo l’impianto approvato in prima lettura alla Camera, inciderà significativamente sulla dinamica del mercato modificando le assunzioni alla base del nostro piano industriale”.

Gorlier ricorda che sul piatto ci sono 5 miliardi di investimenti nel periodo 2019-2021 finalizzati al lancio di 13 nuovi modelli e restyling di modelli già esistenti. Nello stabilimento di Mirafiori dovrebbe essere prodotta la nuova Fiat 500 elettrica, a Pomigliano d’Arco un nuovo suv compatto a marchio Alfa Romeo, mentre a Melfi, con tecnologia ibrida, verrà prodotta la Jeep Compass.

La Fca dice di voler investire sull’auto elettrica, ma poi protesta se il governo dà incentivi alla sua produzione. Quanto previsto nella legge di Bilancio approvata alla Camera, del resto, pur mitigato rispetto alla formulazioni iniziali prevede incentivi di 6.000 euro per auto fino a 20 CO2 g/km di emissioni, e 3.000 euro per quelle con emissioni tra 20 e 70 CO2 g/km. A fronte di questi si introduce una tassa da 150 euro per consumi superiori a 110 CO2 e che può arrivare a 3.000 euro sopra i 250 CO2. Queste modifiche, per Gorlier rappresentano “interventi sul mercato che alterano l’intero quadro di azione, all’interno del quale il piano dell’Italia era stato delineato”. Pertanto “se tale intervento fosse confermato fin dal 2019, si renderà necessario un esame approfondito dell’impatto della manovra e un relativo aggiornamento del piano annunciato”.

Delusione del sindaco di Torino, Chiara Appendino, che giudica “un segnale negativo” l’annuncio di Fca. Cerca di mediare invece il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, che assicura Fca sulla volontà del governo di trovare una soluzione. A sottolineare l’ennesima difficoltà dell’esecutivo sono ovviamente le opposizioni di Forza Italia e Pd uniti nel chiedere il passo indietro sull’ecotassa e pronti a evidenziare quanto il governo giallo-verde sia insensibile o addirittura contrario alle ragioni della produzione. È la questione del “partito del Pil”, cioè imprese e multinazionali che fanno fronte comune nell’esigere vantaggi e minacciare conseguenze disastrose.

La posizione di Fca, però, si capisce meglio se si guarda la notizia che nelle stesse ore giungono dal Brasile. Il presidente attuale, infatti, Michel Temer (Bolsonaro si insedierà in gennaio) ha firmato la legge che contiene il nuovo programma di incentivi all’industria automobilistica, il cosiddetto “Rota 2030”. La misura principale del nuovo regime è la concessione di un credito fiscale fino a un massimo di 1,5 miliardi di reais (circa 350 milioni di euro) all’anno per l’industria automobilistica, ma solo se le imprese partecipanti investiranno almeno 5 miliardi di reais in ricerca e sviluppo ogni anno. Il Brasile è il secondo mercato per la Fca, non è che alla fine è solo una questione di incentivi, ma direttamente nelle tasche della vecchia Fiat?

Francia-Italia: 2 pesi e 2 misure che ora imbarazzano Bruxelles

Due situazioni diverse, certo. Ma anche due pesi e due misure. La Francia di Emmanuel Macron non rischia per ora la reazione di Bruxelles. E forse neanche in futuro. Quella che invece l’Italia prova disperatamente a evitare.

Il caso francese è emblematico e mostra come l’architettura di norme indecifrabili serva a nascondere dietro i numeri il potere discrezionale della Commissione di aiutare i governi amici e sanzionare quelli considerati ostili. L’ha involontariamente illustrata ieri il francese Pierre Moscovici, il commissario Ue che da mesi è la rigida controfigura della Commissione nelle trattative con l’Italia. “Per la Francia lo sforamento oltre il 3% del deficit/Pil può essere preso in considerazione”. Ma solo in modo “limitato, temporaneo ed eccezionale”, ha spiegato in un’intervista a Le Parisienne. Da quando Macron ha annunciato un piano da 10 miliardi per rispondere alla rivolta dei “gilet gialli” tutti guardano alla reazione di Bruxelles. Il governo francese farà salire il deficit, previsto già al 2,8% del Pil nel 2019, almeno al 3,5%, cioè oltre il tetto del 3% fissato dai trattati europei. La manovra italiana portava il deficit al 2,4% del Pil, superiore all’1,6% che per Bruxelles è il limite massimo ma ben sotto il 3%. Per Moscovici, però, i casi non sono paragonabili. “La Commissione”, ha spiegato, “sorveglia il debito italiano da tanti anni”, cosa che invece non ha “mai fatto” per la Francia. E l’eventuale sforamento “non deve protrarsi per due anni consecutivi né eccedere il 3,5%”. Per Moscovici le misure annunciate da Macron sono poi “indispensabili per rispondere all’urgenza del potere d’acquisto” dei francesi.

L’uscita pone un precedente pericoloso. Secondo il Patto di Stabilità e crescita “il superamento del 3% è considerato eccezionale se determinato da un evento inconsueto non soggetto al controllo dello Stato membro (…) o nel caso sia determinato da una grave recessione economica”. Ed è considerato “temporaneo” se rientra sotto il 3% una volta cessati. Da nessuna parte è fissato il limite del 3,5%. Considerare la rivolta del gilet gialli, innescata dall’aumento delle accise sulla benzina e dalle politiche del presidente, come un “evento inconsueto” significa che la rabbia popolare, e non la crisi economica, legittima la violazione delle regole europee. Un segnale inquietante. Al governo italiano non è bastato motivare la decisione di una manovra espansiva con la necessità di garantire “la coesione sociale”. I primi effetti, però, già si vedono. Anche la Spagna, con il governo Sanchez, è a rischio di inadempienza del patto di stabilità e il vice presidente della Commissione Valdis Dombrovskis ha già intimato a Madrid di conformarsi alle regole. Per tutta risposta ieri Sanchez ha annunciato che il salario minimo salirà a mille euro e questo farà aumentare il deficit del bilancio spagnolo che già non rispetta la raccomandazione di Bruxelles.

La linea di Moscovici affonda poi solo parzialmente nelle regole comunitarie. La tesi che da una parte (Francia) ci sarà uno sforamento temporaneo del tetto del deficit e dall’altra (Italia) c’è da anni una violazione della regola del debito che ora rischia di sfociare in una procedura non considera il quadro d’insieme.

La Francia è uscita solo a giugno scorso da una procedura per deficit eccessivo dopo 9 anni in cui il disavanzo è stato sempre sopra il 3% (dal 2012 al 2014 il ministro dell’Economia era proprio il socialista Moscovici). L’Italia riduce il deficit dal 2012. È vero che il debito/Pil di Parigi è al 98,6%, contro il 131% dell’Italia, ma per la Commissione sia nel 2018 che nel 2019 non ha fatto gli sforzi dovuti per rientrare verso il 60% che è il tetto di Maastricht. Il deficit 2,8 fissato inizialmente per il 2019, poi, era già “a rischio di violazione” delle regole. La linea di Parigi è che il disavanzo finale sarà più basso, perché ingloba misure fiscali una tantum che valgono solo per il 2019. Come Roma, finora però Parigi non ha mai centrato le previsioni. Bruxelles ha fatto sapere che aspetterà la primavera per decidere. Non sarà una decisione facile. D’altronde, lo spiegò il presidente Jean Claude Juncker: “La Francia e la Francia”.

L’importanza del centesimo di Pil

Essendoquesto governo uno strano animale mettiamo in conto di essere smentiti e che il premier Giuseppe Conte abbia voluto scherzare quando, uscendo dall’incontro di ieri con Jean Claude Juncker, ha scandito che il rapporto italiano tra deficit e Pil scenderà “dal 2,4% al 2,04%”. Col che debutta nelle dichiarazioni ufficiali il centesimo di Prodotto interno lordo: il deficit, insomma, sarà al due per cento – cioè più o meno dove dovrebbe attestarsi alla fine dell’anno – più 700 milioni di euro e spicci che rappresentano dunque la dimensione “espansiva” della manovra gialloverde. Una festa della crescita. Ora, non è chiaro come si possa restare seri mentre si prevede al centesimo il rapporto tra la dimensione del bilancio dello Stato e quella del Pil tra dodici mesi e tre settimane, ma tant’è: il premier e la compatta maggioranza lo hanno fatto. Quello 0,04% è come, per così dire, l’immaginaria linea del Piave di Conte, Di Maio e Salvini: magari servirà a dire che il disavanzo è superiore alla “soglia psicologica” del 2 per cento e far finta che alla fine non ci si è calati le braghe come un qualunque governo del Pd. Ora c’è il problema che tutto il quadro macroeconomico (crescita all’1,5% eccetera) non ha definitivamente più alcun senso e quello più rilevante che la soglia psicologica ha superato quella del ridicolo.

Migranti, Merkel irritata: Salvini non collabora

Sul fronte migranti non s’arrangiano le cose tra Italia e Germania. Eppure una mano da Angela Merkel potrebbe venirci utile nei tanti contenziosi che abbiamo aperto con le istituzioni europee: sventare la procedura d’infrazione sulla manovra, varare la riforma degli accordi di Dublino sui richiedenti asilo, non perdere posizioni nei nuovi assetti del bilancio Ue 2021-2027.

Roma, però, continua a dire di no a Berlino sulla firma dell’intesa sul respingimento dei migranti, un patto bilaterale da mesi negoziato e concluso. Rispondendo al Bundestag alla domanda di un deputato, la cancelliera tedesca ha ieri espresso rammarico perché “l’intesa non è ancora stata firmata dall’Italia”, ma si lavora “per arrivare alla firma”.

L’accordo, che ricalca i molti altri analoghi conclusi dalla Germania con singoli Paesi Ue – Spagna e Grecia, tra gli altri –, prevede la riconsegna al Paese di competenza dei migranti che, in attesa d’avere una risposta alla domanda d’asilo o dopo essersi allontanati dai centri d’accoglienza ancor prima di fare domanda, passano in un altro Paese Ue e lì s’installano: dall’Italia, ad esempio, in Francia o Germania.

L’intesa regolamenta sul piano bilaterale quanto già previsto dalle norme Ue ed attuato, in modo spesso rude, dalla Francia a Ventimiglia o a Bardonecchia. L’angustia della Merkel per la firma dell’accordo sui respingimenti s’innesta sulla disapprovazione per l’assenza dell’Italia alla firma a Marrakech, in Marocco, a inizio settimana, del Global compact delle Nazioni Unite sulle migrazioni: c’erano 164 Paesi; fra gli assenti, gli Usa di Trump e i Paesi del Gruppo di Visegrad con qualche loro sodale est-europeo. Non solo la Germania l’ha firmato, ma la Merkel era lì di persona, vivendo “un grande giorno” e definendo il documento “un fondamento della cooperazione internazionale”. Per lei, c’è stata a fine intervento una standing ovation. L’Italia, invece, dopo che sia il presidente del Consiglio che il ministro degli Esteri s’erano espressi a favore, non era presente: l’eventuale via libera passerà per un dibattito parlamentare.

L’intesa sui respingimenti con la Germania è almeno da settembre sulla scrivania del ministro dell’Interno Matteo Salvini, che, in un’intervista al quotidiano viennese Die Presse, tempo fa se ne faceva un vanto: “Io non firmerò nessun accordo finché la Germania si fingerà sorda e non entrerà nel merito delle nostre richieste… Non firmo accordi a pezzetti… Abbiamo sempre detto alla Germania che l’intesa può solo essere parte di un accordo più ampio, che vogliamo la riforma di Dublino e regole per le navi che soccorrono i migranti”.

Peccato che sia poi stata proprio l’Italia ad affondare la riforma di Dublino, in compagnia dei nemici della solidarietà comunitaria, l’Austria e il Gruppo di Visegrad. Prima che cadesse in disgrazia, dopo l’insuccesso del suo partito nelle elezioni bavaresi, gli accordi sui respingimenti erano il cavallo di battaglia del ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer, le cui frizioni con Salvini erano cominciate fin dall’incontro informale di Innsbruck, a inizio luglio, dove lui e il collega austriaco Herbert Kickl, un leghista della Carinzia, si resero conto che andare d’accordo con l’italiano non sarebbe stato facile. Nella gestione della pratica “movimenti secondari” a Seehofer, che con Salvini non cavava un ragno dal buco, è da qualche tempo subentrata Merkel: finora non ha avuto miglior fortuna.