L’Italia cede all’Ue: il deficit del 2019 al 2% più spiccioli

Il dato simbolico è quello zero virgola, quello 0,4 sopra la trincea del 2%. L’ultima ridotta conservata per smentire la resa, attorno a cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si attesta nell’incontro a Bruxelles di ieri pomeriggio con il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker. Quasi due ore di confronto, con il ministro dell’Economia Giovanni Tria ufficialmente di supporto a Conte, mentre Juncker è accompagnato dal suo vice lettone Valdis Dombrovskis, il falco della commissione, e dal francese Pierre Moscovici, il commissario agli Affari economici.

E alla fine la proposta italiana è su una manovra al 2,04%. Un’offerta a cui la Commissione reagisce con cauta soddisfazione: “Sono stati fatti buoni progressi, la Commissione ora valuterà le proposte”. Insomma, l’alunno discolo si è impegnato, ma non è affatto detto che venga promosso. Perché vanno definiti molti aspetti, in Italia e in Europa. “La Commissione non si accontenterà del 2,04” sussurra un maggiorente del Movimento in serata. Ma è possibile una terza via: ovvero che il Consiglio europeo del 19 dicembre non apra la procedura d’infrazione, invasiva. Rinviando tutto alla prossima primavera, quando potrà chiedere una manovrina di correzione. Di certo si è scesi molto sotto quel 2,4 che qualche settimana fa i capi di M5S e Lega, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, ritenevano intoccabile. Perché nel frattempo lo spread è salito, le imprese hanno alzato la voce e il Quirinale si è fatto sentire. E i gialloverdi hanno scoperto le virtù della ritirata. Ma soprattutto è emerso Conte: il mediatore, l’unico delegato alla trattativa, come riconobbero una decina di giorni fa i due vicepremier. Così da Palazzo Chigi assicurano: “Se si è scesi al 2,04 è tutto merito suo, non è stato affatto facile”. Tradotto: Di Maio e Salvini li ha convinti lui, “perché il presidente vuole scongiurare a ogni costo la procedura d’infrazione”. Proprio come Sergio Mattarella, che ieri al Colle ha ribadito la linea a Conte. E ieri il premier ha giocato per quel risultato. Con la condizione però di non scendere sotto il 2%, che per il Carroccio e i 5Stelle sarebbe la disfatta. Così Conte promette e rassicura, al tavolo con Juncker. “Apprezzo i suoi sforzi” giura il presidente della Commissione. Ma la riunione non è facile. Dombrovskis fa muro, “crea problemi” come diranno poi dalla delegazione italiana. Mentre Moscovici usa toni più sfumati. Il premier invece allude alla Francia: “In questo momento non facile per l’Europa il nostro impegno per contenere il malessere di tante persone va premiato”. Poi gioca la carta della manovra con risorse sovrastimate: “Le nostre misure si possono realizzare anche con meno soldi”.

Ovvero, per reddito di cittadinanza e quota cento si possono usare 4 miliardi in meno del preventivato. Poi ci sono altri 600 milioni dal taglio alle pensioni d’oro, e “un altro miliardo ricavabile nelle pieghe del bilancio”. E comunque c’è Conte, che parla in chiaro: “Abbiamo aggiunto qualcosa al piano di dismissioni. Ma quota 100 e reddito di cittadinanza partiranno nei tempi previsti”. Quindi il reddito verrà erogato dal 1 aprile, mentre nel settore privato si inizierà ad andare in pensione da marzo, e la finestra per i dipendenti pubblici sarà di 6 mesi (se si maturano i requisiti a gennaio si andrà in pensione a giugno). “Il deficit strutturale scenderà, la crescita sarà superiore alle nostre stime” giura il premier. Però per scendere al 2,04 di disavanzo bisogna mettere assieme quasi 7 miliardi. E vanno vinte le perplessità, soprattutto nella Lega. Per questo in tarda serata Conte incontra Di Maio e Salvini a Chigi. E il leghista twitta a sostegno: “Ancora al lavoro cercando di evitare sanzioni e problemi con Europa e mercati”. Oggi invece Conte sarà di nuovo a Bruxelles con Tria e cercherà convincere i leader più “duri”, come quelli di Olanda e Belgio. Ostili, al mediatore.

Istituto Controluce

Il terrorismo torna a colpire a Strasburgo, i gilet gialli mettono a ferro e a fuoco la Francia e forse l’Europa, il governo italiano impone la fiducia alla Camera su una manovra che già è sicuro cambierà al Senato, la Ue interpreta le regole di bilancio per Macron (3,4%) e le applica a Conte (massimo 2,04), e fuori fa pure un freddo porco. Insomma: grande è la confusione sotto il cielo. Ma per fortuna una certezza si staglia rocciosa e nitida sul tremolante orizzonte delle nostre vite: le primarie del Pd. Lì, se Dio vuole, tutto è chiaro, limpido e rassicurante. Ricapitolando: Renzi, popolarissimo fra i parlamentari Pd (se li è scelti lui) e impopolarissimo fra gli elettori Pd (non è riuscito a sceglierli lui, a parte quelli che ha messo in fuga), non si ricandida a segretario: dunque rimpiange di “non avere usato il lanciafiamme”. Cioè odia il partito, al punto che forse non se ne va più. La vecchia Ditta sta con Zingaretti, l’usato sicuro. Ma i renziani, se restano lì, temono che il nuovo segretario li stermini in un colpo solo come gli ugonotti nella notte di San Bartolomeo, dunque cercano protezione dove capita. Avevano convinto Minniti a candidarsi. Lui aveva detto di sì a patto di non essere il candidato dei renziani. Renzi l’ha subito accontentato, invitandolo alla Leopolda e facendo parlare Bonolis al posto suo. Così lui ha rinunciato perché i renziani non lo sostenevano.

Renzi intanto, avendo raso al suolo per gelosia chiunque avesse un minimo di sale in zucca, ha realizzato di essere circondato da minus habentes. E, pur con tutto il disprezzo che nutre per il Pd, non se l’è sentita di candidare uno dei suoi alla segreteria. Si limita, perfido com’è, a lasciarli lì, visto che non si sognerebbe neppure di portarli con sé nell’eventuale nuovo partito alla Macron (idea geniale, visti i tempi). Qualche malato di mente aveva pensato a Rosato, che però aveva già dato abbastanza alle destre e al M5S con la legge elettorale e non è parso il caso di dargli un’altra chance. Altri casi psichiatrici avevano lanciato la Bellanova o Guerini, subito subissati da un coro di “E chi minchia sono?”. Così si è optato per il liberi tutti. Ora molti renziani si aggrappano a Martina, l’ex autoreggente, che già fatica ad aggrapparsi a se stesso, con l’aggravante della zavorra dell’ex candidato ex-neo-post-renziano Richetti, che ora è un pelo della sua barba. Però esiste pure una sottospecie di renziani, roba pulviscolare, che detesta Martina (o che Martina detesta, non sottilizziamo). Dopo un’affollata e animata assemblea nello sgabuzzino delle scope, costoro han partorito l’ultima svolta epocale: la candidatura di Bobo Giachetti e Anna Ascani.

I quali, visibilmente provati, hanno dato vita (si fa per dire) a una diretta video su Facebook dal divano per annunciare che puntano alla segreteria. Tutti e due insieme, “in perfetta parità”. Se ne desume che il Pd, dopo aver dimezzato i voti, potrebbe in compenso raddoppiare i segretari. O che, in alternativa, Bobo e Anna si scanneranno per chi dei due lo farà. Si ignora al momento chi abbia curato la scenografia e la sceneggiatura dei video, anche se i sospetti oscillano fra al Qaeda, l’Isis, le Br, l’Anonima Sequestri e Dolce e Gabbana, di cui già si intravedeva lo zampino nel triste filmato di un altro duo: la Morani e la Ascani riprese in pieno giorno con una finestra alle spalle che le oscurava del tutto, a cura dell’Istituto Controluce. Ora la Ascani avverte subito che ha fretta perché “tra poco c’è Inter-Psv”, insomma ha ben altro da fare. Giachetti supercazzoleggia a base di “noi che crediamo da sempre nel progetto iniziale di Matteo Renzi”, “portare avanti alcune convinzioni”, “una discussione molto franca”, “un’altra opzione a disposizione del variegato mondo renziano”, “condividere queste sensazioni e questa voglia”. Anna chiama l’autocandidatura condominiale “questa cosa qui” e si rivolge a misteriose entità denominate “voi che ci seguite”, “i tanti che mi avete scritto”, “le sollecitazioni che mi sono giunte in queste ore”, “gente che ha bisogno di una casa”, manco fosse Immobiliare.it per chiedere 1500 firme in meno di 24 ore.

Non male per una deputata che appena tre mesi fa smentiva l’indiscrezione del Foglio sulla sua candidatura alla segreteria Pd (“Non pensavo che la deriva delle fake news avesse contagiato anche voi”), a sua volta smentita dal quotidiano del rag. Cerasa (“Ce l’hai detto tu, abbiamo i messaggi”). Mancano solo la tappezzeria damascata e le scuse alla Cina per replicare il celebre autodafé di D&G, ma in versione più triste. Anche perché il rimbombo delle voci nell’ufficio sottolinea ferocemente il vuoto attorno ai due noti frequentatori di se stessi. Ma chi pensa che questo sia l’acme della mestizia non ha ancora visto il video del fidanzato dell’Ascani, l’on. Luciano Nobili, nientemeno che “membro della Direzione Nazionale”. Il pover’uomo, in evidente sovrappeso, vi compare per 15 secondi netti appoggiato a un incolpevole monopattino elettrico: “Cari Zoro e Makkox, amici di Propaganda Live, avete visto? Facciamo dei piccoli passi avanti sulla forma. Microfono professionale, riprese di un certo livello, esterno… Che dite (indica il monopattino, ndr)? Un mezzo bellissimo di mobilità sostenibile, quando volete venite a fare un giro”. Commento impietoso appena sotto: “Alla forma devi ancora lavorarci, sembri Spadolini”. Massima solidarietà al monopattino. A questo proposito, restano ancora ignote le intenzioni precongressuali di Carlo Calenda: l’avevamo lasciato che s’era iscritto al Pd per poi proporre di scioglierlo, aveva pubblicato l’autobiografia Orizzonti selvaggi sulla sua vita avventurosa fra la Confindustria, la Ferrari, Montezemolo e Monti, stava tentando di organizzare una cena e poi più nulla. Ecco: non può lasciarci così in sospeso proprio sul più bello.

I musei sono pubblici, ma gli interessi privati

Nella storia della nostra trasformazione da economia a società di mercato, cioè nella storia che racconterà come la parola “valore” si sia ridotta a un unico significato (quello economico), le osservazioni del Consiglio di Stato sulle aperture gratuite dei Musei statali (01631/2018) meriteranno una piccola nota a piè di pagina. L’ufficio legislativo del ministero per i Beni culturali ha chiesto alla Sezione Consultiva per gli atti normativi del Consiglio un parere sul decreto con cui il ministro Bonisoli ha cambiato l’impostazione delle domeniche gratuite al museo decisa dal suo predecessore Franceschini. Il succo della modifica (assai timida, per la verità) è quello di attribuire una certa autonomia ai direttori dei musei appunto detti autonomi, che potranno decidere quando far cadere le giornate gratuite messe a disposizione dal ministero.

Ebbene, oltre a una serie di rilievi formali, il supremo organo della nostra giustizia amministrativa, pur approvando la norma, esprime una critica di merito alla linea politica del governo: “In relazione a quanto sopra, va peraltro considerato che si tratta di disposizioni che non impattano solo sui beni culturali ma si riflettono anche sul mercato del cosiddetto turismo culturale, che presenta rilevanti profili di carattere economico e occupazionale connessi all’imponente numero di visitatori dei luoghi della cultura. Sotto tale aspetto occorrerebbe assicurare non solo un adeguato ed efficace coordinamento tra i diversi uffici pubblici coinvolti, ma anche una consultazione con i soggetti privati interessati (c.d. stakeholder)”.

Per concludere che: “Al fine di rendere significativi tali dati, valuti l’Amministrazione l’opportunità di inserire ulteriori strumenti (ad esempio questionari all’ingresso dei visitatori non paganti) che, ad esempio, consentano di rilevare la provenienza dei beneficiari (residenti o turisti), la fascia di età e altri elementi utili a valutare i riflessi sul sistema economico”.

In pratica, il Consiglio di Stato dice al ministero che gli accessi gratuiti alla Reggia di Caserta devono essere concertati con i produttori di mozzarelle, quelli degli Uffizi con gli albergatori fiorentini, quelli dell’Accademia di Venezia con le compagnie delle Grandi Navi da crociera e così via. In altre parole, i magistrati invitano a compiere un altro tratto sull’autostrada della privatizzazione del patrimonio culturale e delle sue politiche: e appare evidente che, per loro, la “valorizzazione” di cui parla la Costituzione al Titolo V e il Codice dei Beni culturali va intesa nell’accezione del discorso pubblico più sbracato e della politica più superficiale, cioè come estrazione di reddito monetario privato dai beni comuni. Così non è, visto che l’articolo 6 del Codice dei Beni culturali ha sancito che “la valorizzazione consiste nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale […] al fine di promuovere lo sviluppo della cultura”.

Se dunque il Consiglio di Stato avesse voluto richiamare il governo alla giusta pratica della concertazione avrebbe dovuto ricordargli, semmai, che i primi e veri portatori di interesse sono le scuole, le università, le associazioni culturali, le associazioni dei cittadini più svantaggiati per ragioni fisiche, economiche e culturali e così via. Perché i musei non sono (ancora) supermercati: con buona pace del Consiglio di Stato.

Vedi Calcutta e poi muori: il cantautore spopola ovunque

Si spremono le meningi a cercare di cogliere il segreto. Centrifughe d’ipotesi su come avrà fatto “questo Calcutta”, che fino a tre anni fa chi lo conosceva. E ora guardalo, a riempire l’Arena di Verona e farci pure un film sopra. Cos’avrà più degli altri, quale parola avrà usato meglio? Quali gli ingredienti del successo, con quale estrattore si ottengono? È nato prima Calcutta o l’ItPop? E l’indie, muto.

Com’è che un cantautore contemporaneo piace al pubblico e pure alla critica, che ha convinto pure i diffidenti e chi non si è redento ormai fa quasi sorridere. Com’è che va da Fabio Fazio a Che tempo che fa e si trova nella combriccola che vince l’auditel della domenica sera – quella generalista, ma col contenuto – senza nemmeno poi partecipare al tavolone della seconda serata a ridere e scherzare, senza la tensione della performance canora.

Non si parla di raccomandazioni, complotti radiofonici, terrapiattismo da classifica. Anche perché “spinte”, Calcutta, non ne ha avute. Ha fatto la sua gavetta nei locali (a Roma in primis), ha scritto un primo disco apprezzato dalla critica; poi ha scritto un ottimo singolo – Cosa mi manchi a fare, corredato da un ottimo lavoro di Francesco Lettieri per il video – e un altrettanto valido album. Si è circondato di persone che ci hanno creduto, dall’etichetta Bomba dischi (che continua a cucire addosso progetti anche a livello comunicativo) in poi. Ha girato buoni studi, non si è tirato indietro dall’idea di diventare autore per altri, senza smettere di farlo per sé.

Come fa. Come può. Cos’ha in più.

Il punto è cos’ha in meno. Calcutta riesce a fare quello che tutti noi pensiamo non sia consentito: sottrarsi. A Edoardo D’Erme non gliene frega niente. Mica di fare il suo lavoro, ci mancherebbe. Non gli frega della cultura accessoria di quello che va fatto perché se no “pare brutto”. Sembrare ammiccanti, sembrare strafottenti: sembrare. Parlare bene, parlare come ci si aspetta che si debba parlare: parlare.

Calcutta si permette di non fare quello che non vuole fare. Che non è spocchia da vip, è libertà. Quella che non esercitiamo noi quando rispondiamo al telefono per poi alzare gli occhi al cielo, ogni volta; quando prendiamo il caffè con la seconda prozia del cugino di secondo grado venuta dall’Australia. Quando diciamo “sì”, e invece è “no”. Calcutta non ha voglia delle cerimonie, di abbinare i colori, di fare cose che non gli corrispondono.

Ha rifiutato l’etichetta di “cantautore del disagio”, arrivata con le prime uscite presso il grande pubblico. Ha piuttosto preferito parlare di ansia, paura e assenza di opinioni su tutto, semmai.

Mostra imbarazzo a commentare i suoi risultati (notare l’espressione davanti ai numeri delle visualizzazioni su YouTube, proprio da Fazio). Sembra sminuire tutto, sempre. Se l’Arena è andata sold out il 6 agosto scorso risponde su Rai1: “A quanto pare sì, si vede dal film, è fatto apposta per vantarsi di questo successo”.

Si riferisce alla pellicola Calcutta – Tutti in piedi, il film di Giorgio Testi che è in sala ancora per oggi e che racconta l’evento estivo.

Proprio lì, a volersi estraniare dall’aspetto meramente musicale, è tutto abbastanza chiaro: Calcutta nel film scherza con l’idea di aver ricreato tutto in post-produzione, davanti a un green screen, ma le riprese dall’Arena sono piuttosto lampanti. Non c’è accesso alla (plausibile) tensione pre-concerto, non c’è backstage. Di quello resta solo – attenzione, spoiler – una camminata finale verso il dietro le quinte, alla chiusura del concerto. Calcutta è lì, più volte preso di spalle, così lontano dalle icone del rock – accostato a Vasco, non ne ricalca per niente la sagoma – e diametralmente opposto al glamour del pop, con una prossemica che lo fa quasi sembrare capitato lì per caso.

Ma per caso non è niente. Si vede sulle inquadrature strette, quanto abbia studiato per cantare meglio, preservare la voce e spingere su tutti i brani, senza perdere smalto. Quanto faccia esattamente quello che vuole fare. Il resto, lo facessero gli altri.

Puristi, black o finti hippie: il bestiario da discoclub

In circa venticinque anni di frequentazione e di lavoro nel mondo del clubbing ho visto cambiare decine di tipi, generazioni e mode sulle piste da ballo. I personaggi da evitare per non rovinarsi la festa non sono mai mancati. Ecco un piccolo elenco di quattro tipologie del 2018 da cui è meglio tenersi lontano, fino all’altro lato della pista, sotto le casse.

Fashionista. Da quando in epoca preistorica noi umani abbiamo scoperto la gioia del radunarci e muoverci a tempo di percussioni ripetitive abbiamo pensato di doverci distinguere durante il ballo anche tramite il nostro vestito migliore o più eccentrico. Che all’epoca era probabilmente un perizoma di pelliccia e ci si rappresentava tramite la rarità dell’animale da cui veniva scuoiata. Talmente è pervasiva la dipendenza dal mondo della moda del o della Fashionista da club che non metterei la mano sul fuoco sul fatto che nel 2019 non ci ritroveremo alcuni clubber odierni in perizoma di pelliccia se Virgil Abloh o Riccardo Tisci decidessero che è cosa buona e giusta. Potrebbe anche essere una visione più gratificante rispetto agli attuali addicted che girano per la nightlife più esclusiva vestiti come nell’ora di ginnastica del mio liceo nel 1991. Lo sforzo più grande nel cercare di evitare i fashionistas consiste nel ricordarseli perchè purtroppo il turbinio di cambi di moda a cui sono sottoposti li muta in qualsiasi forma estetica quasi che debbano camuffarsi di continuo come sotto servizio di protezione testimoni. Sei mesi fa sembravano appena scesi da cavallo nella pampa argentina con tanto di poncho e cappello a tesa larga, l’estate scorsa cercavano di imitare i look di Magnum PI con le sue sgargianti camicie hawaiane, i baffi e gli occhiali aviator e precedentemente sono stati per circa due anni vestiti a lutto con un total black unisex dalle forme asimmetriche. Continua a resistere da anni la calzatura da uomo di Rick Owens effetto due taglie in più. Mia madre le avrebbe chiamate “le scarpe della crescita” e in effetti sarebbe ora che i fashionistas crescessero, magari evitando di diventare….

Fake new hippies. Scoprono la droga e Ibiza dopo i trent’anni, perdono la testa e i lavori in banca o nelle agenzie di comunicazione. Gli rimane solo il Rolex Daytona (per lui) e la borsa di Stella McCartney (per lei) come ricordo della vita precedente e sfoggio di appartenenza di classe. Nonostante cozzino clamorosamente con il nuovo look: un mix pescato fra foto dal Burning Man e i look di Kabir Bedi nella serie Rai anni 70 su Sandokan. Stivali sgangherati, bracciali, etnicismi vari, barbe e capelli incolti. L’espressione del viaggiatore dei sette mari e la finta calma ieratica da monaco buddhista nascondono l’ossessione per i soldi e il jet-set internazionale da cui non riesce a liberarsi. Il racconto sull’esperienza con l’Ayahuasca a Tulum (nel 2017 quando la località maya aveva già il prezziario di Saint Tropez) viene ripetuto a ogni cena. Del Burning Man parla come se ne fosse uno dei padri fondatori, ma in quei giorni te lo ritrovi regolarmente a cena a Marina De Botafoch davanti agli yacht prima di entrare all’Heart ad ascoltare quella che chiamano a volte Desert House, a volte Shamanic House a volte Nomad House. Sound che si riassume in un battito innocuo adulterato da campionamenti di un cd a caso di world music anni 90, musica che accompagna benissimo il suono delle sciabolate di Dom Perignon ai tavoli. Se degli hippies sopravvissuti dal 1967 di San Francisco incontrassero uno di questi scambierebbero il proprio chilum con una rivoltella.

Il purista. Solo vinile. Solo techno Detroit o solo Disco Boogie primi 80 o solo Jersey Sound. C’è comunque il solo nel cervello del purista. Si presenta nei club da solo e solo quando suonano i suoi dj preferiti. Che peraltro cambiano ogni sei mesi. Perché il solo si tramuta a seconda dei dettami di un solo blog di Manchester. Si posiziona in un angolo del club, non lontano dal bar. Nessuno lo ha mai visto in pista a ballare nel momento di picco della serata. Nessuno lo ha mai visto sorridere quando l’atmosfera è calda. Balla e canta solo il brano prima della chiusura, normalmente un vintage, tendenzialmente da collezione. Viene così impallato in decine di Instagram stories. Dove ha un profilo privato che usa solo per stalkerizzare in via digitale visto che gli essere umani reali che frequenta nei club li saluta solo con un cenno sotto il cappellino da baseball e perciò ha una vita sessuale totalmente deficitaria.

La marketing manager. O Brand Identity Consultant. Head of Digital Department. Vice-President of B2B Communication. Insomma un qualsiasi ruolo che si può riassumere in soldato al fronte per le pubbliche relazioni di una multinazionale. Sono tante, ci circondano e ognuna ha un nome diverso sulla business card. Sogna a occhi aperti di vivere a Silver Lake a Los Angeles, lavorare per Netflix ed essere sposata con un surfer, ma è single e vive a NoLo, per l’esattezza attorno a Piazza Morbegno. Il che non le vieta di comportarsi come Christine Lagarde nel confronto del resto del mondo. Di conseguenza finisce per avere lo stesso problema di carenza di rapporti sessuali del “purista” di cui sopra. E infatti una volta all’anno si accoppiano fra loro alla fine di una festa in un club. Dove è facilmente riconoscibili perchè dopo le tre è nella consolle del dj senza scarpe. E balla a occhi chiusi. Nonostante ascolti quasi solo Rihanna e Dua Lipa, è convinta di saperne di brutto di musica per un’unica visita a Coachella Festival cinque anni fa. Prima che il dj la consegni nelle mani del buttafuori con l’ordine di metterla alla porta senza neanche riconsegnarle le scarpe di Dior, arriva l’amica a trascinarla a braccia su un taxi. Tranne quella volta all’anno in cui il “Purista” ha finito la batteria del telefono e non può più shazammare le canzoni e lei si accontenta di uno skater invece di un surfer. Tempo sei giorni e il venerdì successivo la ritroveremo di nuovo in pista e io, dalla consolle, difficilmente tratterrò il sorriso di felicità nel rivederla di fianco al mixer a rompermi le palle, così come il “purista” cerca di scorgere l’etichetta del disco che sto suonando e in fondo al bar il “fake hippie” parla con il “fashionista” di quanto sia cambiato il Mitte a Berlino. Perchè il vero clubbing non sarebbe divertente se non ci ritrovassimo anche con tutte le persone che fingiamo di voler evitare, ma che alla fine sono un po’ lo specchio di noi stessi.

 

La rossa Butina confessa: provò a influenzare le elezioni 2016

Anche le rosse tradiscono. Prima spiano, poi tradiscono. E inguaiano il presidente: non Putin, che le manda; ma Trump, che ci casca. Maria Butina, la rossa capace d’infiltrare la Nra, la lobby delle armi, di avvicinare a una convention il candidato Trump e di conquistare la fiducia di governatori, banchieri e uomini d’affari, ammette d’essere una spia russa e d’avere agito come agente straniero negli Stati Uniti. Arrestata lo scorso luglio e incriminata per cospirazione, la trentenne Butina con la passione delle armi, si era detta non colpevole: arrivata negli Usa nel 2016 con un visto per studenti, s’era resa presto operativa. La sua vicenda non è direttamente connessa all’inchiesta sul Russiagate del procuratore Robert Mueller. Ma il suo mandato sarebbe stato quello d’influenzare le Presidenziali Usa 2016. Il Cremlino nega: “Non sappiamo nulla di lei”, assicura Putin in persona, proprio il giorno in cui si ha notizia del ritrovamento del suo tesserino negli archivi della Stasi, la polizia politica della Germania Est: lui, agente del Kgb a Berlino.

Rossa di capelli come la più nota 007 russa, Anna Chapman, la Butina collaborando con gli inquirenti può ottenere sconti di pena ma anche arricchire le informazioni sui tentativi di Mosca di favorire Trump: lei tentò di far incontrare il magnate allora candidato e il suo mentore, il banchiere Alexander Torshin, ma riuscì ad arrivare solo al figlio, Donald jr.

Maledetta Brexit: Corbyn contro May, ma “a tempo debito”

Frit, dead, zombie, toast. Declinato in vari colori, il messaggio è univoco: Theresa May è, politicamente, una morta che cammina. Per parlamentari e commentatori, la decisione di rinviare a data da destinarsi il voto parlamentare sul suo piano per Brexit ne ha definitivamente minato credibilità e autorevolezza, e la sua caduta è solo questione di tempo. Quanto tempo?

Ieri May ha iniziato il suo pellegrinaggio nelle capitali europee, in cerca di sostegno per la sua ultima mission impossible: ottenere garanzie legali sul fatto che la backstop, la clausola di garanzia sul confine irlandese che sta facendo implodere tutta la sua strategia, sia a tempo definito.

Il premier olandese Rutte ha definito l’incontro “utile”, la leader tedesca Angela Merkel ha escluso la riapertura dell’accordo di recesso già concordato, ma ha aperto all’ipotesi di maggiori rassicurazioni. Concetto ribadito dal presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker, che ieri mattina al Parlamento europeo ha dichiarato: “L’accordo raggiunto è il migliore possibile… l’unico possibile. Non c’è alcun margine per riaprire il negoziato, ma ce n’è per ulteriori chiarimenti”. Garanzie sì, anche ai massimi livelli, ma senza davvero toccare l’architettura della backstop.

Oggi in programma il delicato incontro con il primo ministro della Repubblica irlandese Leo Varadkar, che ha suggerito di rimandare o annullare la Brexit tout court per scongiurare lo spettro del no deal.

Giovedì c’è il Consiglio europeo, con il Presidente Donald Tusk che ha chiarito “Non rinegozieremo l’accordo, inclusa la backstop, ma siamo pronti a discutere come facilitarne la ratificazione dal parte del Regno Unito. E poiché il tempo scorre, discuteremo anche i preparativi per un no deal”.

Insomma, a meno di miracoli, la May dovrebbe portare a casa non una modifica del trattato ma, al massimo, rassicurazioni scritte da allegare al documento principale. Però sarà già venerdì. Scenari: un aggiustamento cosmetico non soddisfa nessuno e nel fine settimana si scatena un balletto di recriminazioni e minacce di porre la fiducia. Ma per sfiduciare la loro leader i Tories hanno bisogno prima di raccogliere 48 firme, poi di ottenere 158 voti, poi di un leader alternativo credibile, cioè uno che voglia davvero prendersi la grana Brexit ora che la maggioranza del Parlamento non vuole l’accordo raggiunto ma nemmeno una uscita senza accordo, e il tempo per riaprire il negoziato con Bruxelles, ammesso che l’Ue sia disponibile, è quasi scaduto. Il campo Labour è un labirinto: alle pressioni di nazionalisti scozzesi e lib dem di porre la fiducia al più presto il segretario Corbyn ha risposto con un enigmatico “al momento opportuno”. Le ragioni politiche: in base al Fixed Term Act del 2016 per sfiduciare il premier in carica è necessario il voto di due terzi dei parlamentari. Corbyn vuole andare a elezioni, ma per far cadere il governo avrebbe bisogno dell’appoggio suicida dei Conservatori, che non solo dovrebbero impallinare il proprio leader ma anche precipitare in un voto rischiosissimo per il Paese e per il partito. Improbabile. E quindi al Labour non resterebbe che sposare la soluzione del secondo referendum auspicata dagli iscritti, inclusi gli attivisti di Momentum che, nel 2015, gli hanno regalato una imprevedibilissima segreteria, ma non da Corbyn. Perché no?

È vero, il segretario è un euroscettico. Ma anche: tre dei 17 milioni che hanno votato Leave sono laburisti, concentrati nelle aree postindustriali di Midlands, Galles e Nord Inghilterra, tradizionale zoccolo duro del partito. Vedrebbero un People’s vote come un tradimento imperdonabile, da far scontare alle prossime elezioni. E infatti il potentissimo Len McCLusky, capo del sindacato Unite e grande sostenitore di Corbyn, pochi giorni fa ha chiarito di essere contrarissimo.

Certo, se la pressione politica dovesse farsi insostenibile la May potrebbe decidere di dimettersi. Ma la premier ha ridefinito il concetto di “insostenibile” già diverse volte, nulla suggerisce che voglia uscire di scena, e se resiste fino al 20 dicembre, quando il Parlamento chiude per le vacanze di Natale, se ne riparla alla ripresa, il 7 gennaio. La data limite per la ratifica dell’accordo è il 21 gennaio, dopo di che, in base al Withdrawal Act, se non c’è consenso il controllo passa al Parlamento, dove si sta consolidando il fronte del People’s Vote, con l’obiettivo palese di cancellare la Brexit.

Le Président non convince, ma divide i Gilet

Emmanuel Macron non ha convinto. Gli annunci in diretta tv, lunedì sera, che avrebbero dovuto spegnere la protesta dei Gilet Gialli, per ora non sono bastati. Chi da settimane blocca raccordi e caselli autostradali ritiene di aver ricevuto solo “briciole”. Il gesto più forte e più atteso di giustizia fiscale, ristabilire cioè l’Isf, l’imposta sulle fortune, non è stato fatto. I Gilet più determinati restano mobilitati e la frangia più dura di Éric Drouet e della “France en colère” ha lanciato un appello a tornare sabato sugli Champs Elysées. Il gruppo più moderato dei Gilet gialli “liberi”, tra cui Jacline Mouraud, chiedono una “tregua”, mentre un’altra figura della protesta, Hayk Shahinyan, ha annunciato che si prepara una lista Gilets Jaunes alle Europee del 2019.

Circa 21 milioni di francesi hanno seguito il discorso di Macron. Ma per uno studio Odoxa, il 59% è rimasto deluso. Se il 55% condivide l’idea del bonus di fine anno detassato e l’85% approva le ore di straordinario detassate, le misure sono giudicate insufficienti. Un effetto sull’opinione il discorso di Macron però lo ha avuto: ora il 46% dei francesi ritiene che è arrivato il momento di smettere di manifestare e di sedersi al tavolino a negoziare. Sono rimasti delusi anche gli studenti che bloccano i licei contro la riforma della Maturità e sostengono la lotta dei Gilet: neanche una parola è stata pronunciata per loro da Macron. Ieri hanno decretato un “martedì nero” e almeno 450 istituti erano bloccati. I sindacati, soprattutto quelli più radicali, invece sono furiosi. Philippe Martinez della CGT è stato il più duro definendo il discorso di Macron una “truffa” e le misure proposte delle “ricette da vecchio mondo”. La data di sciopero generale del 14 dicembre è dunque mantenuta e così la principale rivendicazione: l’aumento dello Smic, il salario minimo, a 1.800 euro lordi.

Restano sulle loro posizioni Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen, che chiedono elezioni anticipate. “Le parole di Macron sono vane, gran parte della popolazione è rimasta fuori dalle misure annunciate e comunque queste saranno finanziate dal contribuente”, ha osservato il leader della France Insoumise. Ieri tutta l’opposizione di sinistra, “indomiti”, socialisti e comunisti, raramente così uniti, hanno presentato una “mozione di censura” contro il governo (che ha poche probabilità di passare).

Per la leader del Rassemblement National, Macron invece “rifiuta di ammettere che, a essere contestato, è l’intero modello di cui lui è simbolo: mondializzazione sfrenata, concorrenza sleale, immigrazione di massa”.

I soli ad aver dimostrato una certa soddisfazione per il discorso di Macron sono stati i Républicains. Forse orgogliosi che il presidente per rilanciarsi abbia ristabilito gli straordinari detassati, una misura della droite che era stata introdotta da Nicolas Sarkozy, prima di essere soppressa da François Hollande. “C’è stato un vero cambiamento di rotta – ha detto l’ex ministro Alain Juppé, tornato a fare il sindaco di Bordeaux – è il momento che i Gilet gialli si prendano le loro responsabilità”.

L’altra emergenza di Macron (e intanto il deficit va al 3,4%)

La notizia arriva sul tavolo di Emmanuel Macron mentre è in corso la riunione con i deputati del suo gruppo, La Republique en Marche. Il presidente sta discutendo dello “stato di urgenza sociale” lanciato in diretta tv lunedì sera per placare i Gilet gialli, quando un’altra grana, ben più grave, lo costringe a modificare l’agenda. Interrotta la riunione, Macron ordina al ministro dell’Interno, Christophe Castaner, di recarsi d’urgenza a Strasburgo. Vedremo come Macron gestirà questa crisi. Certamente questo attentato terroristico influirà non poco sul corso degli eventi potendo, formalmente, il presidente ripristinare lo stato di emergenza nazionale mentre gli stessi manifestanti potrebbero avere qualche remora a tornare in piazza.

Il costo delle misure.Il giorno dopo il discorso alla nazione, del resto, non è privo di complicazioni. Le proteste, come si può leggere nell’articolo sotto, non sembrano rientrate anche se il movimento appare diviso. Soprattutto, il governo e lo stesso presidente della Repubblica, devono fare i conti con i numeri e gli equilibri di bilancio.

Le misure annunciate solennemente in diretta tv costano care, circa 10 miliardi secondo le stime più attendibili, portando il deficit previsto per il 2019 dal 2,8 al 3,4% (almeno). Ai 4 miliardi derivanti dalla soppressione e sospensione dei rialzi del carburante e dell’aumento delle bollette vanno aggiunti circa 6 miliardi prodotti: dall’aumento del salario minimo intercategoriale (Smic) di 100 euro netti “senza costi per le imprese”, come ha specificato Macron; dalla detassazione dello straordinario e del premio di produttività eventualmente elargito dalle imprese; dalla riduzione della Contribuzione sociale generalizzata (Csg) per le pensioni sotto i 2.000 euro.

Misure che, tra l’altro, vengono contestate anche dal punto di vista dell’efficacia sociale. I 100 euro, infatti, non sarebbero garantiti a tutti i beneficiari potenziali perché dipendono da una quota, pari a 80 euro, dal “premio di attività” una misura di reddito integrativo attivata su richiesta. E nel 2017 solo il 70% degli interessati ha fatto regolare domanda. Questi elementi rinfocolano le ragioni di chi vuole ancora manifestare e in particolare del sindacato che ha proclamato lo sciopero generale per il 14 dicembre.

L’Europa amica. Al di là dei contrasti di politica interna, quello che appare evidente in queste ore è che la Commissione europea sta agendo con la classica modalità dei due pesi e due misure. Tanto dura con l’Italia, quanto comprensiva con la Francia.

La frase presa a riferimento, in particolare da Matteo Salvini e Luigi Di Maio, è questa: “La situazione in cui si trova l’Italia dal punto di vista delle istituzioni Ue è completamente diversa da quella in cui versa la Francia. Bisogna tenere a mente – dicono fonti comunitarie – che nel caso dell’Italia abbiamo un documento programmatico di bilancio, mentre in quello della Francia abbiamo un discorso. E che cosa possiamo fare davanti a un discorso?”. Se ne riparlerà dunque a marzo, dice il portavoce della Commissione.

Sembra uno scherzo. Già a settembre scorso, di fronte alle indiscrezioni sui contenuti della manovra italiana, la Ue aveva iniziato a pronunciarsi con ardore. Ora, invece, silenzio. Eppure Macron supera abbondantemente il 3% mentre l’Italia potrebbe fermarsi al 2%. Certo, non c’è confronto tra il 133% del rapporto debito/Pil italiano e il 97% francese. Ma quel 97% del 2017 era il 68% nel 2008 e quindi è cresciuto di ben 30 punti. Una progressione molto più impetuosa di quella italiana.

Dalla Germania.Dalla custode dell’ortodossia al momento non giungono voci ufficiali. Ma vale la pena segnalare l’irritazione del quotidiano Die Welt, che accusa la Francia di essere diventata “una nuova Italia”, mentre Manfred Weber, presidente del gruppo del Ppe all’Europarlamento, pur dicendosi convinto che Macron “voglia riformare l’economia francese e affrontare la questione sociale”, aggiunge però che “il debito non risolverà i nostri problemi nel futuro”.

“Mi sono nascosta sotto un tavolo, al buio”

“Ero a cena e a un certo punto il titolare e il cameriere ci hanno detto: ‘Mettetevi tutti a terra’. Poi, hanno chiuso le porte, hanno messo le tende alle finestre. ‘Mettetevi tutti sotto al tavolo’. A quel punto ho capito che era una cosa grave”.

Sono le 22 e 35 quando Simona Bonafè, l’europarlamentare del Pd e segretaria della Toscana, risponde al telefono. “Sono ancora qui, il ristorante è al buio”. Fino a quel momento, dalle 20 e 45, avevamo comunicato per chat, via Whatsapp.

“Per venti minuti siamo rimasti sotto al tavolo, senza sapere cosa stesse succedendo”, racconta.

“È terribile, è terribile”, aveva continuato a digitare sullo smartphone, mentre restava sotto al tavolo, senza vedere nulla.

A Strasburgo c’è l’ultima plenaria del Parlamento europeo prima di Natale. E in centro ci sono i mercatini. La maggior parte degli europarlamentari, al momento dell’attentato, è ancora dentro. Qualcuno ha cominciato a uscire. Perché i lavori parlamentari sono finiti. E così, mentre le porte del Parlamento europeo si chiudono e chi sta dentro rimane blindato, con la proibizione di uscire, la Bonafè è in un ristorante, in centro, una specie di bruschetteria, vicino al luogo dell’attentato, Place Klebèr. In un altro locale, un pub, c’è la collega, Michela Giuffridda.

“A un certo punto ci hanno fatto mettere sotto al tavolo al buio. Per 20 minuti, non ho capito bene cosa stava succedendo. Poi sono cominciati ad arrivare gli aggiornamenti dei colleghi in chat”. È da loro che l’europarlamentare ha saputo cosa stava succedendo. Passano i minuti, e la Bonafè rimane lì. Nel frattempo, comincia a rispondere a chi le chiede come sta. “Il ristorante è pieno. Ma non so niente, non vedo niente. Siamo al buio, sotto al tavolo”, dice in chat. L’agitazione, mentre passano i minuti, è controllata, ma l’incertezza si percepisce.

Poi a un certo punto arrivano le volanti della polizia. Non cambia niente per quelli che dentro sono sotto ai tavoli. Se non la percezione: “Prima avevo molta paura, ora vedo le luci delle volanti e sono tranquilla. Siamo ancora sotto al tavolo”.

Nel frattempo, dentro al Parlamento le delegazioni fanno l’appello. La mensa è pienissima. il presidente, Antonio Tajani, tra un’intervista tv e l’altra, prende la parola in Assemblea. “Noi restiamo in aula perché è la migliore risposta a chi attacca la democrazia”.

La Bonafè resta dov’è, impossibilitata a muoversi. Poi, più tardi racconta: “Ora ci hanno fatto alzare, ma non ci fanno uscire. La polizia è corsa qui dentro, ci ha fatto alzare, ci ha preso le generalità”. Si ferma, ripensando a quello che è appena successo: “È stata una cosa terribile”. Con lei c’è una consigliera della Toscana, in visita al Parlamento, Lucia De Robertis.

“Sono stati molto bravi quelli del ristorante. ‘Non vi preoccupate’, dicevano all’inizio. ‘È la procedura’, ci spiegavano, senza però darci dei particolari”. Quando mancano pochi minuti alle 23, il gruppetto che era a cena nel ristorante è in piedi, ma sempre al buio, e non può uscire. “Sono tutti molto composti. Nessuno ha urlato. Ma siamo ancora qui”.