Il dato simbolico è quello zero virgola, quello 0,4 sopra la trincea del 2%. L’ultima ridotta conservata per smentire la resa, attorno a cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si attesta nell’incontro a Bruxelles di ieri pomeriggio con il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker. Quasi due ore di confronto, con il ministro dell’Economia Giovanni Tria ufficialmente di supporto a Conte, mentre Juncker è accompagnato dal suo vice lettone Valdis Dombrovskis, il falco della commissione, e dal francese Pierre Moscovici, il commissario agli Affari economici.
E alla fine la proposta italiana è su una manovra al 2,04%. Un’offerta a cui la Commissione reagisce con cauta soddisfazione: “Sono stati fatti buoni progressi, la Commissione ora valuterà le proposte”. Insomma, l’alunno discolo si è impegnato, ma non è affatto detto che venga promosso. Perché vanno definiti molti aspetti, in Italia e in Europa. “La Commissione non si accontenterà del 2,04” sussurra un maggiorente del Movimento in serata. Ma è possibile una terza via: ovvero che il Consiglio europeo del 19 dicembre non apra la procedura d’infrazione, invasiva. Rinviando tutto alla prossima primavera, quando potrà chiedere una manovrina di correzione. Di certo si è scesi molto sotto quel 2,4 che qualche settimana fa i capi di M5S e Lega, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, ritenevano intoccabile. Perché nel frattempo lo spread è salito, le imprese hanno alzato la voce e il Quirinale si è fatto sentire. E i gialloverdi hanno scoperto le virtù della ritirata. Ma soprattutto è emerso Conte: il mediatore, l’unico delegato alla trattativa, come riconobbero una decina di giorni fa i due vicepremier. Così da Palazzo Chigi assicurano: “Se si è scesi al 2,04 è tutto merito suo, non è stato affatto facile”. Tradotto: Di Maio e Salvini li ha convinti lui, “perché il presidente vuole scongiurare a ogni costo la procedura d’infrazione”. Proprio come Sergio Mattarella, che ieri al Colle ha ribadito la linea a Conte. E ieri il premier ha giocato per quel risultato. Con la condizione però di non scendere sotto il 2%, che per il Carroccio e i 5Stelle sarebbe la disfatta. Così Conte promette e rassicura, al tavolo con Juncker. “Apprezzo i suoi sforzi” giura il presidente della Commissione. Ma la riunione non è facile. Dombrovskis fa muro, “crea problemi” come diranno poi dalla delegazione italiana. Mentre Moscovici usa toni più sfumati. Il premier invece allude alla Francia: “In questo momento non facile per l’Europa il nostro impegno per contenere il malessere di tante persone va premiato”. Poi gioca la carta della manovra con risorse sovrastimate: “Le nostre misure si possono realizzare anche con meno soldi”.
Ovvero, per reddito di cittadinanza e quota cento si possono usare 4 miliardi in meno del preventivato. Poi ci sono altri 600 milioni dal taglio alle pensioni d’oro, e “un altro miliardo ricavabile nelle pieghe del bilancio”. E comunque c’è Conte, che parla in chiaro: “Abbiamo aggiunto qualcosa al piano di dismissioni. Ma quota 100 e reddito di cittadinanza partiranno nei tempi previsti”. Quindi il reddito verrà erogato dal 1 aprile, mentre nel settore privato si inizierà ad andare in pensione da marzo, e la finestra per i dipendenti pubblici sarà di 6 mesi (se si maturano i requisiti a gennaio si andrà in pensione a giugno). “Il deficit strutturale scenderà, la crescita sarà superiore alle nostre stime” giura il premier. Però per scendere al 2,04 di disavanzo bisogna mettere assieme quasi 7 miliardi. E vanno vinte le perplessità, soprattutto nella Lega. Per questo in tarda serata Conte incontra Di Maio e Salvini a Chigi. E il leghista twitta a sostegno: “Ancora al lavoro cercando di evitare sanzioni e problemi con Europa e mercati”. Oggi invece Conte sarà di nuovo a Bruxelles con Tria e cercherà convincere i leader più “duri”, come quelli di Olanda e Belgio. Ostili, al mediatore.