Strasburgo, l’attentato di Natale

L’ennesimo attacco al cuore della Francia è arrivato dopo settimane di proteste sociali che avevano fatto dimenticare quasi a tutti il pericolo terrorismo. La sparatoria di ieri sera a Strasburgo, tra le decorazioni e i suoni di Natale, ha risvegliato i peggiori incubi dell’Europa. Pochi spari, e poi il panico. Quattro morti e almeno nove feriti (alcuni a coltellate), tra cui pare un italiano (un giovane giornalista radiofonico). In nottata erano ancora in corso le operazioni di polizia per tentare di fermare l’attentatore. E un blitz in place Broglie, nel centro storico di Strasburgo, alla ricerca di un possibile complice. L’Europarlamento, a soli tre chilometri dal luogo dell’attacco, blindato; i locali vicini con dentro le persone asserragliate; le autorità che chiedono ai francesi di non uscire dalle proprie case. François, 34 anni, si è trovato all’improvviso delle scene di guerra davanti agli occhi: “Stavo camminando in rue des Francs-Bourgeois quando ho sentito gli spari. Sono corso in direzione dei rumori e ho visto un uomo a terra. I soldati erano già sul posto. Perdeva molto sangue”.

Erano circa le otto, quando un uomo – 29 anni, Cherif C., originario di Hohberg, nel quartiere di Koenigshoffen a Strasburgo, già condannato nel 2011 a due anni di carcere (di cui sei mesi per un’aggressione con un coccio di bottiglia, secondo la Nouvelle Alsace) – ha sparato diversi colpi di arma da fuoco in pieno centro a Strasburgo. Le strade della città alsaziana erano affollate di turisti venuti a fare acquisti nel più famoso mercatino di Natale francese che si sono dispersi nel panico generale. Grazie alle immagini di videosorveglianza, la polizia ha immediatamente identificato l’uomo, già noto alle forze dell’ordine per reati minori e che era stato schedato come “fiche S”, che identifica le minacce per la sicurezza nazionale e gli individui radicalizzati, secondo quanto dichiarato dal ministro dell’Interno francese in serata. Secondo fonti della prefettura i gendarmes avevano previsto di arrestarlo ieri mattina ma non l’hanno trovato in casa.

Anche se non si sa ancora quali motivazioni abbiano spinto l’uomo a sparare sulla folla, la sezione antiterrorismo della procura di Parigi ha deciso di aprire un’inchiesta per tentativo di omicidio in relazione a un’associazione terrorista.

Il sospettato, che sarebbe di origini nordafricane, si è allontanato a piedi dal luogo della sparatoria dopo essere stato ferito da alcuni soldati stazionati nella zona. Delle forze che fanno parte dell’operazione Sentinella, dispiegate su tutto il territorio nazionale dopo gli attentati di Parigi del 2015. Secondo le ultime informazioni disponibili, l’uomo si è poi barricato in un appartamento di Neudorf ovest, nel sud della città, dove è stato raggiunto e circondato dalle forze dell’ordine. Alcuni abitanti del quartiere hanno testimoniato di aver sentito dei colpi di arma da fuoco nel quartiere che è attualmente circondato dalla polizia.

Il mercatino di Natale di Strasburgo, città francese al confine con la Germania, attira ogni anno almeno due milioni di visitatori da ogni parte del mondo ed è considerato un obiettivo sensibile. Nel 2000, la polizia aveva sventato un progetto di attentato che prevedeva di far esplodere una bomba nella cattedrale della città, proprio al cuore del famoso mercato. Negli ultimi anni, la polizia ha arrestato diverse filiere di jihadisti provenienti proprio dalla città alsaziana, una delle culle dell’islamismo radicale e di foreign fighters francesi.

Di Maio rassicura: “No ecotassa”. Allarme lavoro per i mezzi a batteria

“Assicuro che non ci saranno nuove tasse sulle auto delle famiglie degli italiani”. Ieri pomeriggio, nell’incontro con 40 organizzazioni tra associazioni di consumatori e aziende automobilistiche, il ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio, ha confermato la retromarcia sulla stangata sulle macchine inquinanti.

Questa la risposta al coro unanime che si è levato contro l’emendamento alla manovra con l’imposta fino a 3 mila euro per chi acquista una macchina “tradizionale”. Un obolo che sarebbe confluito in un fondo da 300 milioni per finanziare il bonus, fino a 6 mila euro, per chi sceglie la vettura ecologica. Le imprese vogliono un sostegno per tutto il settore automotive, oggi in difficoltà. L’eventuale svolta verso l’ibrido e l’elettrico, tra l’altro, è ricca di insidie. Persino in Germania i sindacati dei metalmeccanici sostengono il rischio che questo comporti una perdita di posti di lavoro (i tedeschi stimano 72 mila posti a rischio se l’elettrico dovesse raggiungere l’80% del mercato entro il 2030). Un motore elettrico ha bisogno di meno addetti rispetto a quelli a benzina. Poi c’è il problema delle competenze: l’industria italiana è indietro rispetto agli altri Paesi e rischia di arrivare in ritardo all’appuntamento con lo sviluppo delle auto ecologiche. “Il problema non è di Fca – spiega Andrea Stocchetti, docente di Analisi della concorrenza all’Università di Venezia – ma delle altre aziende della filiera che forniscono componenti. Finora non hanno innovato perché dipendevano da Fiat. Ora che quest’ultima vuole produrre l’elettrico, non è detto che continui a rivolgersi alle stesse imprese”. L’innovazione fa perdere posti e ne crea altri, ma non è detto che la sostituzione avvenga nello stesso Paese. Difficile stimare quanti siano a rischio, ma c’è un dato nell’ultimo report del Cami (Centro per l’automotive e l’innovazione della mobilità, dell’Università di Venezia). Le imprese della filiera che temono di perdere competitività con l’elettrico sono il 30% e impiegano 18 mila lavoratori. Questi posti potrebbero essere persi nell’arco di un periodo di tempo lungo, essendo improbabile una crescita repentina del mercato dell’elettrico. “Ma la questione è questa – aggiunge Stocchetti – Abbiamo politiche industriali e strategie aziendali che facciano sì che questi posti non vadano a esaurimento ma vengano sostituiti? Il paradosso italiano è che un’opportunità come l’innovazione diventa un rischio”. “La preoccupazione – afferma Michele De Palma della Fiom – è che non c’è un processo di transizione. Dobbiamo gestire il crollo del diesel e il passaggio all’elettrico, serve un piano per garantire l’occupazione in questa fase sia nell’immediato sia nel lungo periodo”.

Auto, tutte le incognite della rivoluzione elettrica

L’ultimo annuncio in ordine riguarda il secondo produttore mondiale di automobili, Volkswagen, che investirà nelle piattaforme elettriche 44 miliardi di euro nei prossimi cinque anni. L’intero sistema internazionale dell’auto è ormai convinto che il futuro sarà delle vetture elettriche, destinate a sostituire, entro la prima metà del secolo, i veicoli a combustione. La tendenza appare inarrestabile anche se ancora nessuno è in grado di prevedere quali risultati darà una svolta così radicale.

Una trasformazione di questa entità sarà complicata, difficile e dai costi rilevanti. Ce lo rivelano alcuni segnali, come la recente decisione di General Motors di intervenire sulla propria struttura produttiva e occupazionale allo scopo di disporre delle risorse elevate richieste dall’elettrico. La leader di Gm, Mary Barra, non ha esitato a sfidare Donald Trump quando ha notificato il taglio di 14.700 posti di lavoro in Nord America (in prevalenza impiegati e manager) e la chiusura di sette stabilimenti, cinque già individuati e due ancora da scegliere. Il presidente Usa ha subito ipotizzato di chiedere indietro a Gm i capitali delle sovvenzioni pubbliche che, al pari di altre imprese, ha ricevuto per il passaggio alle nuove tecnologie. Barra è stata convocata al Senato: dalla politica sono venuti degli inviti a non chiudere la fabbrica di Lordstown, in Ohio. Non solo perché si tratta di un impianto dalla storia ormai lunga, ma anche perché l’Ohio è uno Stato cruciale nella geografia elettorale degli Usa ai fini del voto presidenziale.

Gm però non sembra affatto intenzionata a cedere perché – sostiene – ha troppo bisogno di risorse per le auto elettriche. Deve recuperare 5 miliardi di dollari, se vuole tenere fede ai propri programmi produttivi: entro il 2019 a San Francisco entrerà in funzione un servizio di taxi elettrici a guida autonoma, che costituirà il suo avamposto in questo campo.

Anche in Germania non si fanno illusioni sulle conseguenze occupazionali innescate dal mutamento tecnologico. L’auto elettrica avrà bisogno di meno attività rispetto a quella tradizionale ed è ipotizzabile perciò la graduale scomparsa di almeno un 25% di specializzazioni che non saranno più richieste dai nuovi veicoli. Poi, certo, si svilupperanno nuovi servizi: trattamento delle batterie, processi di ricarica, sostituzione e riciclo, ma oggi è più facile formulare ipotesi su quanto verrà meno che su quanto nascerà. Sarà in primo luogo l’uso dell’auto a cambiare all’interno di mercati che si prevedono in riduzione: quest’anno il mercato nordamericano è andato ancora meglio di quel che si pensava, attestandosi sopra i 17 milioni di vetture vendute, ma è più come un prolungamento del ciclo precedente che un’anticipazione di ciò che avverrà domani. Sono le flotte le prime destinazioni naturali delle auto elettriche, mentre resta problematico sondare le possibilità di acquisto da parte dei privati.

Insomma, al momento non si possono azzardare scommesse sugli esiti economici delle nuove vetture. Tesla non costituisce un indicatore, nonostante le convinzioni di Elon Musk e il miglior andamento registrato dalla diffusione delle sue auto negli ultimi mesi. In Europa, la vettura elettrica più venduta è la Nissan Leaf, il cui successo è comunque limitato (circa 50.000 pezzi all’anno). Renault, proprio grazie all’alleanza con Nissan, appariva in buona posizione per usufruire di un vantaggio di mercato, ma dopo la tempesta del caso Ghosn, il destino del polo franco-giapponese è incerto.

Intanto, si sta moltiplicando l’offerta di modelli ibridi, identificati fra gli strumenti più efficaci per pilotare la transizione. Questa è la strada percorsa per prima da Toyota, che persegue la specializzazione in cui si è mossa con più anticipo, assicurandosi un vantaggio competitivo. Ma nel campo dell’ibrido ormai si è scatenata una concorrenza che diventerà sempre più visibile l’anno prossimo.

L’area di mercato che al momento garantisce la redditività più alta, soprattutto in Nord America, è quella occupata da suv, crossover e pick up. I produttori americani Gm, Ford e Fca (che ha sempre più i caratteri di una casa Usa a tutti gli effetti) si sono volti massicciamente a questo tipo di produzione, lasciando le tradizionali berline. Fca è stata rapida ed efficace nel cogliere quest’opportunità, come dimostrano gli ultimi eccellenti dati di vendita dei marchi Jeep e soprattutto, a novembre, Ram (che ha segnato un incremento superiore al 40%). Gm e Ford si sono mosse nella stessa logica. Ford, che da tempo sta lavorando a un’importante alleanza tecnologica con Volkswagen, sembra aver in parte risolto i problemi di sovracapacità produttiva affittando i propri impianti alla casa tedesca.

I due maggiori gruppi di Detroit sono avanti nel processo di conversione tecnologica, mentre non lo è Fca, che non ha né piattaforme ibride né elettriche. Questa lacuna dovrà essere colmata a breve per il marchio Jeep, ma Fca dovrà misurarsi con i problemi posti dal nuovo scenario dell’auto.

Fino a che punto intende proseguire il proprio cammino da sola? E fino a che misura potrà farlo con una ridotta capacità d’investimento? L’interrogativo tocca ancor più la realtà europea di Fca, che sta assistendo alla contrazione della propria quota di mercato. L’annuncio di una 500 full electric è per ora un segnale di cui non si riesce a valutare la consistenza. Quante se ne potranno produrre? E quali flotte potranno acquistarle? Questo è l’enigma che sta di fronte al distretto torinese dell’automobile, dal momento che la nuova 500 è stata destinata a Mirafiori.

“I contenziosi uccidono Cmc. Ma il sistema coop è al limite”

Gianni Consorte il mondo delle coop lo conosce bene, per aver guidato Unipol, la compagnia assicurativa del sistema cooperativo, fino al 2005, quando, bloccata la sua scalata a Bnl, fu travolto dalla sconfitta dei “furbetti del quartierino”. Oggi il sistema coop mostra qualche crepa: alcune cooperative di consumo sono fallite e una grande coop di costruzioni, la Cooperativa muratori e cementieri di Ravenna, ha chiesto il concordato preventivo. Consorte è convinto che, sopra un certo livello di affari, il sistema coop non aiuti le aziende a espandersi.

Che cosa sta succedendo alla Cmc, 7 mila dipendenti, oltre cent’anni di storia?

Una grave crisi di liquidità che il 4 dicembre l’ha portata a chiedere l’ammissione al concordato preventivo. Le commesse però ci sono.

Le difficoltà di Cmc si sommano a quelle delle altre grandi aziende italiane di costruzioni, Astaldi, Condotte, Grandi lavori Fincosit…

La Cmc ha una situazione diversa dalle altre imprese. Astaldi è andata in crisi per effetto della crisi in Venezuela e in Turchia. Condotte lavora prevalentemente in Italia, ma ha avuto problemi in importanti appalti in Algeria. Cmc invece all’estero va bene: ha un portafoglio commesse di 4,6 miliardi di euro di cui 3,4 all’estero. I suoi problemi derivano tutti da lavori in Italia e in particolare da commesse Anas in Sicilia. Anas ha 9 miliardi di contenziosi con le imprese di costruzione, di cui 1,2 con Cmc. E il problema è ormai diventato politico: Anas non ha più una guida, dopo che il 7 novembre l’amministratore delegato Gianni Vittorio Armani si è dimesso. C’è un vuoto di potere non più tollerabile.

I contenziosi riguardano le varianti, le opere aggiuntive. Ed è su queste che le imprese di costruzioni fanno utili, più che sulle opere appaltate.

La risoluzione dei contenziosi da parte delle stazioni appaltanti è bloccata da un sistema di controlli che uccide i cantieri e le imprese. Giusto che i controlli ci siano, ma dovrebbero almeno avere tempi certi e rapidi. Invece ora se si apre un contenzioso interviene l’Anac, cioè l’Autorità anticorruzione; poi la Corte dei conti; infine, in molti casi, le Procure della Repubblica e i giudici. E i tempi della giustizia non sono compatibili con quelli della gestione di un contratto d’appalto. Alla fine, si arriva a transazioni che sono il 20 o il 30% delle richieste iniziali. Nel caso di Cmc parliamo quindi di centinaia di milioni di euro, che risolverebbero l’attuale crisi di liquidità.

Non ci sono motivi di mercato, dunque, dietro la crisi di Cmc e delle imprese di costruzione?

Le opere pubbliche e più in generale gli investimenti pubblici dovrebbero essere rilanciati. Sono questi che fanno crescere l’economia e il Pil del Paese: basti pensare che, secondo alcune stime, la crisi delle grandi imprese di costruzione (Cmc, Astaldi, Condotte, Grandi lavori, Trevi ecc.) determina 6 miliardi di euro in meno di fatturato che vale circa lo 0,4-0,5% in meno di Pil. Ma oggi le aziende entrano in crisi non perché non ci siano lavori, non per motivi di mercato dunque, ma a causa dei contenziosi sui lavori in corso che ci sono. Poi esistono, a ben guardare, anche dei motivi interni alle imprese, come la sottocapitalizzazione. Hanno una sproporzione tra patrimonio netto e giro d’affari. Quando vincono un appalto, devono anticipare loro la finanza necessaria per aprire i cantieri, per i macchinari, per il personale… Così si devono indebitare e appesantire di oneri finanziari i loro conti economici. Questo, insieme ai contenziosi, le porta alla crisi. È un circolo vizioso.

Questo vale per tutte le imprese di costruzioni. Ci sono problemi specifici per quelle coop?

Sì. Non possono ricorrere, a differenza delle altre imprese loro concorrenti, ad aumenti di capitale, perché nell’azienda cooperativa non è possibile. Sopra un certo livello di affari, il sistema cooperativo non può espandersi.

Unipol, i dolori della holding fanno tremare le cooperative

“Troverei singolare che un operatore come Poste, che ha il contributo dello Stato per svolgere il suo servizio, distribuisca prodotti di compagnie straniere”. Nelle scorse settimane dalle colonne di Repubblica il numero uno di Unipol, Carlo Cimbri, si è così giocato la carta dell’Italy first in salsa bolognese. In palio c’è un’ambita gara delle Poste che stanno scegliendo la compagnia con cui vendere polizze Rc Auto allo sportello. Vista la capillarità degli uffici postali, in caso di sconfitta, si profila una temibile concorrenza per Bologna. Tanto basta a suscitare un così malcelato nervosismo?

Il punto è che il nuovo rischio si presenta in un momento molto delicato per Unipol che ha appena chiuso i conti al 30 settembre con utili imputabili per oltre un terzo a una partita molto straordinaria. Invece il business ordinario, quello delle polizze Rc Auto e salute, attraversa una congiuntura difficile che tocca tutti gli operatori del settore. Senza contare l’ostacolo della politica che con il cambio di governo è diventata ostile, dopo anni di vicinanza. Proprio mentre si avvicina un nuovo e salato conto da pagare per Unipol Banca. Con tutto quello che può comportare per le cooperative azioniste, che hanno già scommesso tutto sulla buona sorte del gruppo finanziario assicurativo bolognese e, a parte qualche isola felice, sono nel pieno della crisi che ha travolto il settore. Così quelle legate a Unipol si sono strette ancora di più attorno a via Stalingrado e hanno appena completato una complessa riorganizzazione che da una parte ha fatto pulizia, ma dall’altra ha messo ancora più in luce i rischi di un sistema che lega a doppio filo i consumatori alla finanza. Un rapporto perverso dove le coop con una mano hanno incassato quasi 9 miliardi di prestiti sociali e con l’altra hanno finanziato l’uscita dai guai di Unipol. Con quest’ultima che fa da ago della bilancia per le sorti degli uni e degli altri.

Le prospettive di via Stalingrado riguardano milioni di consumatori e una buona parte dei soci coop che sostengono il sistema cooperativo con i prestiti sociali. E gli ultimi conti approvati da Unipol parlano chiaro: le polizze Rc auto e sanità sono stabili, mentre agli utili della holding delle coop contribuiscono in larga parte partite finanziarie come la cessione di Popolare Vita al Banco Bpm, che ha fruttato un guadagno netto di 309 milioni, poco più di un terzo degli 862 milioni di utili realizzati nei primi nove mesi del 2018. L’anno prima un grosso aiuto ai conti era arrivato dalla vendita delle quote di Unipol in Linear e di Unisalute a UnipolSai. Le prospettive del business non sono ottimali. Nel contratto di governo l’esecutivo ha promesso di rilanciare l’universalità del Servizio sanitario con contestuale taglio degli incentivi al welfare privato su cui gli ultimi governi avevano invece puntato forte. E questo mina non poco le ambizioni di Unisalute. Mentre sull’Rc Auto incombe la proposta della “tariffa equa” per gli automobilisti virtuosi delle aree più rischiose. Non è dunque un caso che Unipol sia molto sensibile alla gara di Poste. La stessa compagnia nell’ultima semestrale ammette che “la redditività globale del settore assicurativo appare sotto pressione tanto nel comparto vita, quanto in quello danni”. E nei conti dei nove mesi sottolinea come l’andamento degli affari sia stato stabile grazie all’assenza di catastrofi meteorologiche (meno esborsi verso gli assicurati). Che però al decimo mese dell’anno sono arrivate.

Tutti elementi che rischiano di alimentare la tensione tra le coop socie che hanno sostenuto Unipol negli anni bui, finanziandone con circa mezzo miliardo l’uscita dal tunnel tramite le nozze con FonSai del 2012 e che garantiscono i propri soci prestatori proprio con le azioni di Unipol Gruppo, valutandole ai prezzi più disparati. Nella maggior parte dei casi parecchio più alti dei valori di Borsa (3,48 euro la chiusura del titolo ieri). Un’eventuale rettifica del valore dei titoli Unipol, però, rischia di mettere in croce il sistema delle coop che a parziale tutela dei propri “risparmiatori” non possono ricevere in prestito dai propri soci una somma superiore a tre volte il proprio patrimonio netto. Una situazione insomma molto scivolosa, visto che i soci al momento sono privi di tutele paragonabili a quelle degli altri risparmiatori. La manovra 2018 aveva previsto delle nuove forme di tutela, dopo i casi clamorosi del crac delle cooperative Carnica e Operaie di Trieste che negli anni scorsi hanno lasciato a piedi i soci prestatori, tanto che le cooperative maggiori a partire da Alleanza 3.0, sono dovute intervenire per arginare la fuga dei “risparmiatori” coop che avrebbe messo in ginocchio tutto il sistema. E così, hanno rimborsato 13,5 milioni ai soci prestatori di CoopCa e hanno affiancato Unicoop Tirreno con un prestito di 170 milioni che ne ha rafforzato le garanzie ai soci prestatori.

Il tema – come segnalava oltre un anno fa La Stampa – è ancora scottante. Esemplare su tutti il caso di Holmo, il secondo azionista di Unipol gruppo, che riunisce importantissime cooperative di costruzione a partire dalle travagliate Unieco o Coopsette (finite in liquidazione coatta amministrativa dopo il tracollo sotto il peso di oltre un miliardo di debiti). In seguito al riassetto del controllo di Unipol chiuso a inizio dicembre, i soci Holmo hanno visto i debiti della cassaforte lievitare ben oltre quota 200 milioni. Mentre a garanzia degli stessi ci sono quasi 48 milioni di titoli Unipol valutati in bilancio più di 500 milioni. Peccato che le stesse azioni in Borsa valgano meno della metà: 170 milioni. La situazione non è certo migliorata, anzi. Non va meglio in Alleanza 3.0, il primo socio di Unipol che raggruppa i supermercati dell’indimenticato claim “la Coop sei tu”. Alleanza 3.0 possiede il 22,15% di Unipol di cui il 12,53% all’interno di un patto per il controllo dell’azienda.

Le azioni del patto sono iscritte a bilancio al prezzo medio di carico di 11,93 euro contro i 2,51 di quelle fuori del patto. In pratica nello stesso bilancio le stesse azioni sono valutate in un caso 11,93 euro e nell’altro 2,51, prezzo inferiore alle quotazioni di Borsa (3,48 euro). Una differenza che, secondo i vertici di Alleanza 3.0, si spiega con un premio per il controllo “di tutto rilievo ai fini valutativi” per la quota sindacata: lo scrivono nel bilancio 2017 della coop che, anche grazie a quei titoli, garantisce ben 3,9 miliardi di euro di prestiti soci e quasi 1,3 miliardi di debiti bancari.

Intanto del totale prestato a Unipol per le nozze con FonSai, le coop che erano riunite in Finsoe (l’ex cassaforte di controllo) hanno riavuto indietro quasi 190 milioni in dividendi, denaro che in parte è stato rinvestito nel controllo di Unipol e in parte no. Si sono astenuti per esempio i costruttori che sono alle prese con le proprie difficoltà, come il colosso Cmc di Ravenna, fresco di istanza concordataria. Tra i casi illustri, va ricordato il tracollo del gruppo reggiano specializzato negli appalti sulle grandi opere, la Coopsette di Castelnovo Di Sotto, che è azionista di Unipol tramite Holmo ed è in liquidazione coatta dal 2015. Il liquidatore di Coopsette, Giorgio Pellaccini, è stato tra i primi a mettere il dito nella piaga della valutazione delle quote di Unipol da parte delle coop contestando il bilancio di Holmo all’assemblea dell’anno scorso. In modo ancora più eclatante si è mosso quest’anno lo storico dirigente coop Claudio Levorato. Il presidente di Manutencoop all’ultima assemblea di Holmo ha evidenziato come “nel bilancio non vi sia una prudente apprezzamento dell’attivo patrimoniale” e che “il valore delle azioni Unipol gruppo spa (…) sarebbe di gran lunga superiore alla quotazione ordinaria”. Eppure, sostiene, “non vi sono elementi utili per consentire di mantenere iscritto in bilancio un valore più alto delle quotazioni”.

A proposito di valutazioni contrastate, non si può infine trascurare il caso Unipol Banca. Ai tempi delle nozze con FonSai non mancavano certo i dubbi sul valore dell’istituto. Ma la banca delle coop non venne sottoposta a due diligence. Per chiudere definitivamente il discorso, Cimbri mise sul piatto il proprio futuro: un’opzione che allo scadere di 5 anni avrebbe consentito a UnipolSai di vendere a Unipol Gruppo la quota ereditata in Unipol Banca allo stesso valore al quale l’aveva in carico all’epoca l’azionista di maggioranza Ugf. Il totale, stando al bilancio 2017 di Unipol Gruppo, è superiore a 579 milioni di euro. E la scadenza è dietro l’angolo: dal prossimo 6 gennaio l’opzione sarà esercitabile fino ad aprile. La somma è notevole, tanto da incassare, quanto da sborsare. E la situazione è ancora più complicata per il fatto di essere in mano a chi, come Carlo Cimbri, si trova nella posizione di essere al contempo presidente della potenziale venditrice UnipolSai e amministratore delegato della controllante e potenziale acquirente Unipol gruppo. Cimbri va da tempo dichiarando, e l’ha ribadito anche ieri, che il futuro di Unipol Banca è nelle nozze con un altro gruppo e Bper rappresenta “una delle migliori opzioni”. Quanto alla potenziale compravendita, ad agosto aveva dichiarato agli analisti che a inizio 2019, con ogni probabilità, UnipolSai passerà all’incasso. Interpellato in merito oggi non si sbilancia né su come Unipol Gruppo intenda pagarla, né su quale sarebbe per la holding il prezzo giusto da pagare.

Le due idee di Europa tra cui scegliere

In questi giorni di negoziati sulla legge di Bilancio, si è diffusa la percezione che ci sia un confronto tra l’Italia e una monolitica Unione europea. In realtà ce ne sono due ben distinte che si confrontano. Lo schema lo ha riassunto Marco Buti, direttore generale della Commissione per l’Economia e la Finanza (è il tecnico che vaglia la manovra) in una sua lezione a Roma. La prima Europa si regge sull’asse Germania-Olanda e vuole il “ritorno a Maastricht”, cioè al 1992 e queste sono le sue tavole della legge: 1) Regole più stringenti per ridurre debito e deficit; 2) Procedure che sanzionano gli squilibri e stimolano la competitività dei Paesi; 3) Unione bancaria senza assicurazione comune dei depositi; 4) Fine dello status privilegiato dei titoli di Stato oggi considerati a rischio zero nei bilanci delle banche così da dare più potere ai mercati di imporre disciplina fiscale ai Paesi; 5) Meccanismi di ristrutturazione del debito automatici in caso di crisi.

A questa Europa si contrappone quella che vuole “una unione monetaria federalista” (capofila la Francia). E questi sono i suoi punti: 1) Distribuzione degli sforzi fiscali tra Paesi, conta la situazione contabile aggregata non quella individuale; 2) Aggiustamenti simmetrici per aiutare i Paesi deboli e ridurre i surplus commerciali di quelli forti (Germania); 3) Unione bancaria piena con assicurazione dei depositi; 4) Capacità fiscale per condividere i rischi e il debito sovrano; 5) Un ministero del Tesoro dell’Eurozona.

Le posizioni estreme resteranno soltanto su carta. Ma c’è un negoziato aperto, bisogna decidere quale sarà il compromesso e, soprattutto, in quale ordine si faranno le riforme necessarie per raggiungerlo. Attaccare “l’Europa” in generale significa non partecipare alla discussione. E l’Italia, in questo momento, non partecipa e lascia che le regole vengano tarate proprio per ridurre al minimo la nostra influenza (e pericolosità in caso di crisi). Meglio cambiare approccio subito.

Fondi per la formazione: milioni di euro con un’autocertificazione

Almeno 7 miliardi di euro pubblici distribuiti, in media 800 milioni l’anno, ma pochi controlli sulla titolarità per riceverli, facendosi bastare anche una semplice autocertificazione e senza verifica sui conflitti d’interessi: sono i fondi interprofessionali per la formazione continua dei dipendenti, organizzazioni mediatrici tra datori di lavoro e lavoratori che si occupano della formazione aziendale. Una galassia di realtà virtuose e molto utili che però nascondono alcune pecore nere. Su cui nessuno vigila.

I fondi sono formati dalla componente datoriale (associazioni di categoria degli imprenditori) e da quella sindacale. Gestiscono le risorse destinate alla formazione obbligatoria dei dipendenti. In pratica, i sindacati – in accordo con le associazioni degli imprenditori – chiedono al ministero che venga autorizzato il loro fondo sulla base di alcuni requisiti previsti per legge. Il principale è la “maggiore rappresentatività” degli enti che compongono i fondi, ovvero il possesso di un numero significativo di aderenti e la diffusione capillare di sedi – vere e funzionanti – in più della metà delle province italiane. I fondi ricevono infatti il ristorno di quota parte del contributo obbligatorio che le aziende versano per la disoccupazione involontaria, circa lo 0,3 % sulla retribuzione dei dipendenti. Al ministero del Lavoro prima e all’Anpal, l’agenzia per il lavoro, oggi spetta la vigilanza tramite il presidente del collegio sindacale, con una verifica triennale affidata a una società di revisione. Devono essere controllate le procedure per l’assegnazione delle risorse e i rendiconti finanziari. È prevista anche la vigilanza sul mantenimento nel tempo dei requisiti che hanno determinato il rilascio dell’autorizzazione. Ma non avviene.

Per anni si è discusso della natura delle risorse gestite dai fondi: il fatto che i soldi arrivassero dalle aziende e che alle aziende ne tornasse una quota sotto forma di corsi di formazione, li rendeva soldi “privati” agli occhi di alcuni gestori. Sia l’Anac, l’Autorità anticorruzione, che il Consiglio di Stato hanno però stabilito che si tratta di risorse pubbliche, perché i contributi sono obbligatori. Dovrebbero quindi essere monitorati attentamente. Invece no. A luglio, per dire, l’Unci (Unione Nazionale delle Cooperative Italiane), chiede al ministero del Lavoro di poter accedere agli atti per sapere in base a quali parametri siano stati autorizzati tre fondi. Il ministero lo concede e invia le informazioni sul fondo che si chiama Fon.Coop, che ha entrambi i soci costituenti nel Cnel (condizione che ne garantisce la rappresentatività) e sul fondo che si chiama Fondolavoro, i cui soci sono stati sottoposti per due anni a una documentata serie di verifiche sulle sedi dichiarate. Tutto tranquillo, insomma.

Il terzo fondo riserva però una sorpresa: FonARCom (costituito dall’associazione di imprese Cifa e dall’associazione sindacale Confsal) ha avuto l’autorizzazione sulla base di semplici autocertificazioni, rilasciate da Cifa, sia sul numero di sedi, sia sulla consistenza associativa. Il ministero, inspiegabilmente, non ne ha verificato la reale rappresentatività prima di autorizzarlo. È un fondo con molta visibilità mediatica, ma una rappresentatività pari allo 0,05% di lavoratori. Il suo presidente, Andrea Cafà, a novembre era intervenuto al forum Tuttolavoro auspicando “una forte sinergia tra Regioni e fondi interprofessionali per fornire strumenti operativi e veloci alle agenzie per il lavoro oggi unici soggetti capaci di favorire l’incontro tra domanda e offerta”.

Da quando è stato attivato, il fondo ha gestito 250 milioni. È un esempio quanto meno singolare, ma non il solo. Ad Anpal e ministero, negli anni, sono arrivate decine di segnalazioni di violazioni sui fondi e l’agenzia in una circolare di settembre ha fatto sapere di non poter vigilare su tutto. Intanto, però, a molti enti è stata negata l’autorizzazione per mancanza di requisiti, con il rischio che si profili una disparità di trattamento. Tra i rilievi, casi di conflitti d’interessi, di gestioni familiari, casi in cui il presidente dell’associazione di categoria è anche presidente del fondo, casi in cui il segretario del sindacato ne è vicepresidente o ai vertici degli enti di formazione che attingono al fondo. E ancora, bandi dedicati ai soli enti delle organizzazioni sindacali costituenti e finanche bandi con impegno di risorse non disponibili. I controlli sono pochi, l’ultimo anno verificato è il 2011 e nessuno accerta il mantenimento dei requisiti.

A luglio Anpal – per fare una ricognizione che si concludesse quanto più velocemente possibile – ha di fatto “archiviato” i controlli sulle risorse elargite tra il 2012 e il 2016. Una sorta di mini-condono. In una nota, non più consultabile dal sito, si stabilisce che “per raggiungere gli obiettivi di conclusione delle attività di verifica entro il 31.12.2019 saranno condotte su campioni di ampiezza tra il 5 e il 12 % e in base a un sistema di valutazione dei rischi”. Poi si specifica che non tutto sarà setacciato: viene operata una distinzione tra le procedure di affidamento tra gennaio 2012 e il 18 febbraio 2016, per le quali verrà elaborata una sola “ricognizione delle tipologie di affidamento di servizi e forniture” e quelle adottate dopo, “per le quali dovrà essere verificato il rispetto delle indicazioni impartite con circolare del ministero del Lavoro del 18 febbraio 2016” che di fatto prevede l’applicazione ai fondi di tutte le norme degli altri finanziamenti pubblici, dal Codice appalti alle leggi europee sugli aiuti di Stato. E la verifica del possesso e mantenimento dei requisiti di rappresentatività delle organizzazioni che costituiscono i fondi? Non pervenuta.

Esclusivo! La trattativa con l’Ue decimale per decimale

E niente, Giggino Di Maio e soci non ci sperino nemmeno: ai brussellesi non li freghi. Dice: Macron annuncia misure che aumenteranno il deficit per il 2019 fino al 3,5%? E vabbè, ma è solo “un discorso” (fonti anonime all’Ansa) e poi chi lo sa che combinano ’sti francesi… Adesso ci prendiamo qualche mese per vedere “l’impatto di cosa verrà fuori dal processo parlamentare” (il portavoce della Commissione): la primavera, si sa, porta consiglio e magari l’Esagono avrà smesso di bruciare. Insomma, amici gialloverdi, non sperate di cavarvela nascondendovi dietro Macron: “Entro domani 12 miliardi di tagli”, avvisava ieri La Stampa (non è chiaro se oggi Conte li porti a Bruxelles in banconote di piccolo taglio come s’usa, ma vigileremo). Più tecnica, diremmo scientifica, Repubblica: “Deficit all’1,95%, l’ultima offerta dell’Europa all’Italia”. Pare, secondo lo stesso quotidiano, che il ministro Tria ritenga che però anche il 2% andrebbe bene. Il Fatto è in grado di rivelare come la trattativa è poi andata avanti nella giornata di ieri. Moscovici: “Non più dell’1,96% che è davvero un trattamento da amico”. Tria: “Ma come? Macron fa il tre e mezzo… L’1,99 ma non un euro di meno”. Moscovici: “Proprio perché capisco la situazione 1,9756432%. Però che sia l’ultima volta”. Tria: “No, dai, 1,9756432% non ce la faccio, almeno dammi l’1,9835711…”. In attesa della soluzione, ci limitiamo a fare nostra – rivolgendoci in specie ai colleghi – una raccomandazione del nostro parroco: occhio, che a giocare troppo coi decimali si diventa ciechi.

Ma quale mistero: il 12 dicembre 1969 sappiamo chi è stato

Sono passati 49 anni da quel 12 dicembre 1969 in cui una bomba scoppiata in piazza Fontana a Milano ha strappato l’innocenza all’Italia. Era la prima volta, la madre di tutte le stragi. Erano le 16.37 di un pomeriggio uggioso, umido, grigio, ma con il centro città elettrizzato dal clima festoso delle settimane che precedono il Natale. Una carica di circa un chilo e mezzo di gelatina di dinamite esplode nel salone circolare della Banca nazionale dell’agricoltura, in cui sono in corso, come ogni venerdì pomeriggio, le contrattazioni del mercato degli agricoltori.

L’onda d’urto e le schegge uccidono 17 persone e provocano 88 feriti. Subito le indagini si indirizzano a sinistra. Viene arrestato un anarchico, Pietro Valpreda, il cui gruppo era stato inzeppato di poliziotti, provocatori, fascisti. Un altro anarchico, il ferroviere Pino Pinelli, è fermato e tenuto illegalmente in questura. Ne esce morto il 15 dicembre, diciottesima vittima della strage. I funerali dei morti nella banca si svolgono in una piazza Duomo gremita e grigia e silenziosa. Con gli operai arrivati dalle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni a presidiare non solo la piazza, ma una svolta storica che puzza di eversione, di “vogliamo i colonnelli”. Mentre l’inchiesta, strappata a Milano, racconta che la strage è anarchica, nelle piazze e sui muri viene scritta un’altra verità: “Valpreda è innocente. La strage è di Stato”.

Seguono altre bombe, manovre eversive, tentati golpe. Le inchieste negli anni crescono, i processi si moltiplicano e si ingarbugliano, mandano alla sbarra rossi e neri, poi solo i neri, infine assolvono. La memoria intanto si perde. Il terrorismo rosso – che era cresciuto anche per “vendicare” piazza Fontana – arriva a far dimenticare quello nero e di Stato. Vince alla fine una mistica dei misteri in cui tutto è oscuro, indecifrabile, incomprensibile. La storia d’Italia diventa una notte nera in cui ogni ipotesi vale un’altra. Invece la verità la conosciamo, ormai sappiamo che cosa è successo. In piazza Fontana, 49 anni fa, è stato compiuto il primo atto feroce di una guerra segreta che è proseguita per un paio di decenni, almeno fino alla caduta del Muro di Berlino. Non sappiamo il nome di chi ha portato la borsa nel salone della banca, ma sappiamo chi l’ha organizzata, sappiamo chi ha permesso che si facesse, sappiamo chi ha protetto gli esecutori, esfiltrato i testimoni, depistato le indagini.

A certificarlo sono le stesse sentenze che assolvono. La strage di piazza Fontana, come quelle seguenti della Questura di Milano (1973) e di piazza della Loggia a Brescia (1974), è stata compiuta dal gruppo fascista e filonazista Ordine nuovo, ben conosciuto e ben collegato con servizi segreti e apparati dello Stato, oltre che con strutture d’intelligence Usa. I responsabili dell’attentato sono Franco Freda e Giovanni Ventura, come afferma una sentenza della Cassazione del 2005, anche se non possono più essere condannati perché definitivamente assolti per lo stesso reato nel 1987. L’unico con sentenza definitiva di condanna è Carlo Digilio, armiere di Ordine nuovo, morto nel 2005 dopo aver confessato il suo ruolo e raccontato le imprese del suo gruppo.

Per riallacciare i fili della memoria può essere utile leggere un libro appena uscito, che ha per titolo la data iconica, 12 dicembre 1969, è stato scritto da Mirco Dondi, professore all’Università di Bologna, ed edito da Laterza. Una ricostruzione del giorno della strage con uno sguardo incrociato sulle vittime, sugli esecutori e su chi, dentro le istituzioni, li ha allevati, lasciati fare, protetti. Nessuna rivelazione, ma la nitida enunciazione di ciò che non possiamo più far finta di non sapere.

Liberate Anna e Bobo dal divano Pd

La candidatura “in ticket” di Roberto Giachetti e Anna Ascani al congresso del Pd è stata rivendicata con un video ieri in serata. I due, in apparente buona salute fisica, vi compaiono seduti su un divano bordò, lei alla sinistra lui alla destra di chi guarda, in un non-luogo che gli inquirenti identificano in un’auletta di Montecitorio, anche se dall’eco potrebbe sembrare un set astutamente riprodotto dentro uno studio di Tele Tuscolo. Leggono su un gobbo un testo scritto dai loro rapitori.

“La notizia che vogliamo darvi”, esordisce Giachetti in tutta evidenza appena sbavagliato, con felpatura oro-faringea in atto e sguardo fisso, “per quanto importante, per quanto possa rappresentare la notizia… per noi è una notizia perché è una scelta importante… è che con Anna abbiamo deciso di candidarci al congresso del Partito Democratico”. A quella di Giachetti in evidente stato confusionale segue la dichiarazione della deputata Ascani, non del tutto nuova a questo genere di format (famosi i suoi video in tandem ventriloquo con Alessia Morani), che ostenta il sorriso innaturale tipico dei sequestrati: “Dateci sotto nelle prossime ore perché poi… Abbiamo grandi idee!, vi sorprenderemo con effetti speciali!”. Segue richiesta di riscatto, consistente in 1500 firme di iscritti al Pd da raccogliere prima possibile, così che i due possano andare al congresso e vedersela con/contro Maurizio Martina e Nicola Zingaretti.

Ora, noi non vorremmo mai che sparisse, questo partito di artisti dell’assurdo, funamboli, giocolieri, kamikaze della propria reputazione e maestri del nonsense che intrattengono le nostre giornate, e che nessuna Basaglia chiuda mai questo spassosissimo manicomio. Ma ci è doveroso precisare che il video di rivendicazione segue a una riunione indetta dai renziani per decidere chi appoggiare dopo il ritiro di Minniti, il quale Minniti ci ha tenuto talmente tanto a precisare di non essere il candidato dei renziani che poi se n’è andato lamentando di non essere sufficientemente appoggiato dai renziani, i quali renziani, invece, nella loro parte moderata, appoggiano Martina, mentre la frangia estrema rappresentata dai seguaci dell’interpretazione letterale del renzismo ha preferito puntare sui due sequestrati.

Si è poi appreso che per la delicata operazione che ha sfornato il ticket era stato dato a Lorenzo Guerini “l’incarico di esploratore”; che, poiché “Martina ha poco consenso popolare”, come acutamente osservato dal costituzionalista Ceccanti, bisognava trovare un vero leader vincente, cazzuto, uno tipo Renzi insomma; che prima della coppia glamour Giachetti-Ascani erano stati valutati i candidati Rosato Ettore, Bellanova Teresa e, in un empito di disperazione, persino la Ascani da sola. La sottile strategia dei militi noti del renzismo si palesa in tutta la sua diabolica finezza: creare dopo le primarie un’alleanza Giachetti-Martina contro il favorito Zingaretti (la Ascani tornerebbe a fare la quota rosa di riserva), posto che giorni fa già Matteo Richetti, ex renziano di penetrazione, aveva fatto un ticket con Martina, diffondendo sui social una foto che li ritrae fianco a fianco con un cartello in mano di uno squallore comunicativo e di una tristezza ontologica che il comunicato Ascani-Giachetti tenta invano di superare.

Tra l’altro, mentre si consumava la tragedia del video che sospettiamo ideato dall’ufficio stampa di Dolce&Gabbana, Renzi si creava un alibi a Porta a Porta: “A me interessa il futuro dell’Italia, con tutto l’amore e il rispetto per il Pd”. Amore e rispetto che, lo giuriamo, sono anche i nostri.