“Troverei singolare che un operatore come Poste, che ha il contributo dello Stato per svolgere il suo servizio, distribuisca prodotti di compagnie straniere”. Nelle scorse settimane dalle colonne di Repubblica il numero uno di Unipol, Carlo Cimbri, si è così giocato la carta dell’Italy first in salsa bolognese. In palio c’è un’ambita gara delle Poste che stanno scegliendo la compagnia con cui vendere polizze Rc Auto allo sportello. Vista la capillarità degli uffici postali, in caso di sconfitta, si profila una temibile concorrenza per Bologna. Tanto basta a suscitare un così malcelato nervosismo?
Il punto è che il nuovo rischio si presenta in un momento molto delicato per Unipol che ha appena chiuso i conti al 30 settembre con utili imputabili per oltre un terzo a una partita molto straordinaria. Invece il business ordinario, quello delle polizze Rc Auto e salute, attraversa una congiuntura difficile che tocca tutti gli operatori del settore. Senza contare l’ostacolo della politica che con il cambio di governo è diventata ostile, dopo anni di vicinanza. Proprio mentre si avvicina un nuovo e salato conto da pagare per Unipol Banca. Con tutto quello che può comportare per le cooperative azioniste, che hanno già scommesso tutto sulla buona sorte del gruppo finanziario assicurativo bolognese e, a parte qualche isola felice, sono nel pieno della crisi che ha travolto il settore. Così quelle legate a Unipol si sono strette ancora di più attorno a via Stalingrado e hanno appena completato una complessa riorganizzazione che da una parte ha fatto pulizia, ma dall’altra ha messo ancora più in luce i rischi di un sistema che lega a doppio filo i consumatori alla finanza. Un rapporto perverso dove le coop con una mano hanno incassato quasi 9 miliardi di prestiti sociali e con l’altra hanno finanziato l’uscita dai guai di Unipol. Con quest’ultima che fa da ago della bilancia per le sorti degli uni e degli altri.
Le prospettive di via Stalingrado riguardano milioni di consumatori e una buona parte dei soci coop che sostengono il sistema cooperativo con i prestiti sociali. E gli ultimi conti approvati da Unipol parlano chiaro: le polizze Rc auto e sanità sono stabili, mentre agli utili della holding delle coop contribuiscono in larga parte partite finanziarie come la cessione di Popolare Vita al Banco Bpm, che ha fruttato un guadagno netto di 309 milioni, poco più di un terzo degli 862 milioni di utili realizzati nei primi nove mesi del 2018. L’anno prima un grosso aiuto ai conti era arrivato dalla vendita delle quote di Unipol in Linear e di Unisalute a UnipolSai. Le prospettive del business non sono ottimali. Nel contratto di governo l’esecutivo ha promesso di rilanciare l’universalità del Servizio sanitario con contestuale taglio degli incentivi al welfare privato su cui gli ultimi governi avevano invece puntato forte. E questo mina non poco le ambizioni di Unisalute. Mentre sull’Rc Auto incombe la proposta della “tariffa equa” per gli automobilisti virtuosi delle aree più rischiose. Non è dunque un caso che Unipol sia molto sensibile alla gara di Poste. La stessa compagnia nell’ultima semestrale ammette che “la redditività globale del settore assicurativo appare sotto pressione tanto nel comparto vita, quanto in quello danni”. E nei conti dei nove mesi sottolinea come l’andamento degli affari sia stato stabile grazie all’assenza di catastrofi meteorologiche (meno esborsi verso gli assicurati). Che però al decimo mese dell’anno sono arrivate.
Tutti elementi che rischiano di alimentare la tensione tra le coop socie che hanno sostenuto Unipol negli anni bui, finanziandone con circa mezzo miliardo l’uscita dal tunnel tramite le nozze con FonSai del 2012 e che garantiscono i propri soci prestatori proprio con le azioni di Unipol Gruppo, valutandole ai prezzi più disparati. Nella maggior parte dei casi parecchio più alti dei valori di Borsa (3,48 euro la chiusura del titolo ieri). Un’eventuale rettifica del valore dei titoli Unipol, però, rischia di mettere in croce il sistema delle coop che a parziale tutela dei propri “risparmiatori” non possono ricevere in prestito dai propri soci una somma superiore a tre volte il proprio patrimonio netto. Una situazione insomma molto scivolosa, visto che i soci al momento sono privi di tutele paragonabili a quelle degli altri risparmiatori. La manovra 2018 aveva previsto delle nuove forme di tutela, dopo i casi clamorosi del crac delle cooperative Carnica e Operaie di Trieste che negli anni scorsi hanno lasciato a piedi i soci prestatori, tanto che le cooperative maggiori a partire da Alleanza 3.0, sono dovute intervenire per arginare la fuga dei “risparmiatori” coop che avrebbe messo in ginocchio tutto il sistema. E così, hanno rimborsato 13,5 milioni ai soci prestatori di CoopCa e hanno affiancato Unicoop Tirreno con un prestito di 170 milioni che ne ha rafforzato le garanzie ai soci prestatori.
Il tema – come segnalava oltre un anno fa La Stampa – è ancora scottante. Esemplare su tutti il caso di Holmo, il secondo azionista di Unipol gruppo, che riunisce importantissime cooperative di costruzione a partire dalle travagliate Unieco o Coopsette (finite in liquidazione coatta amministrativa dopo il tracollo sotto il peso di oltre un miliardo di debiti). In seguito al riassetto del controllo di Unipol chiuso a inizio dicembre, i soci Holmo hanno visto i debiti della cassaforte lievitare ben oltre quota 200 milioni. Mentre a garanzia degli stessi ci sono quasi 48 milioni di titoli Unipol valutati in bilancio più di 500 milioni. Peccato che le stesse azioni in Borsa valgano meno della metà: 170 milioni. La situazione non è certo migliorata, anzi. Non va meglio in Alleanza 3.0, il primo socio di Unipol che raggruppa i supermercati dell’indimenticato claim “la Coop sei tu”. Alleanza 3.0 possiede il 22,15% di Unipol di cui il 12,53% all’interno di un patto per il controllo dell’azienda.
Le azioni del patto sono iscritte a bilancio al prezzo medio di carico di 11,93 euro contro i 2,51 di quelle fuori del patto. In pratica nello stesso bilancio le stesse azioni sono valutate in un caso 11,93 euro e nell’altro 2,51, prezzo inferiore alle quotazioni di Borsa (3,48 euro). Una differenza che, secondo i vertici di Alleanza 3.0, si spiega con un premio per il controllo “di tutto rilievo ai fini valutativi” per la quota sindacata: lo scrivono nel bilancio 2017 della coop che, anche grazie a quei titoli, garantisce ben 3,9 miliardi di euro di prestiti soci e quasi 1,3 miliardi di debiti bancari.
Intanto del totale prestato a Unipol per le nozze con FonSai, le coop che erano riunite in Finsoe (l’ex cassaforte di controllo) hanno riavuto indietro quasi 190 milioni in dividendi, denaro che in parte è stato rinvestito nel controllo di Unipol e in parte no. Si sono astenuti per esempio i costruttori che sono alle prese con le proprie difficoltà, come il colosso Cmc di Ravenna, fresco di istanza concordataria. Tra i casi illustri, va ricordato il tracollo del gruppo reggiano specializzato negli appalti sulle grandi opere, la Coopsette di Castelnovo Di Sotto, che è azionista di Unipol tramite Holmo ed è in liquidazione coatta dal 2015. Il liquidatore di Coopsette, Giorgio Pellaccini, è stato tra i primi a mettere il dito nella piaga della valutazione delle quote di Unipol da parte delle coop contestando il bilancio di Holmo all’assemblea dell’anno scorso. In modo ancora più eclatante si è mosso quest’anno lo storico dirigente coop Claudio Levorato. Il presidente di Manutencoop all’ultima assemblea di Holmo ha evidenziato come “nel bilancio non vi sia una prudente apprezzamento dell’attivo patrimoniale” e che “il valore delle azioni Unipol gruppo spa (…) sarebbe di gran lunga superiore alla quotazione ordinaria”. Eppure, sostiene, “non vi sono elementi utili per consentire di mantenere iscritto in bilancio un valore più alto delle quotazioni”.
A proposito di valutazioni contrastate, non si può infine trascurare il caso Unipol Banca. Ai tempi delle nozze con FonSai non mancavano certo i dubbi sul valore dell’istituto. Ma la banca delle coop non venne sottoposta a due diligence. Per chiudere definitivamente il discorso, Cimbri mise sul piatto il proprio futuro: un’opzione che allo scadere di 5 anni avrebbe consentito a UnipolSai di vendere a Unipol Gruppo la quota ereditata in Unipol Banca allo stesso valore al quale l’aveva in carico all’epoca l’azionista di maggioranza Ugf. Il totale, stando al bilancio 2017 di Unipol Gruppo, è superiore a 579 milioni di euro. E la scadenza è dietro l’angolo: dal prossimo 6 gennaio l’opzione sarà esercitabile fino ad aprile. La somma è notevole, tanto da incassare, quanto da sborsare. E la situazione è ancora più complicata per il fatto di essere in mano a chi, come Carlo Cimbri, si trova nella posizione di essere al contempo presidente della potenziale venditrice UnipolSai e amministratore delegato della controllante e potenziale acquirente Unipol gruppo. Cimbri va da tempo dichiarando, e l’ha ribadito anche ieri, che il futuro di Unipol Banca è nelle nozze con un altro gruppo e Bper rappresenta “una delle migliori opzioni”. Quanto alla potenziale compravendita, ad agosto aveva dichiarato agli analisti che a inizio 2019, con ogni probabilità, UnipolSai passerà all’incasso. Interpellato in merito oggi non si sbilancia né su come Unipol Gruppo intenda pagarla, né su quale sarebbe per la holding il prezzo giusto da pagare.