L’umana saggezza del “pio” Einstein

Christie’s ha venduto all’asta a New York per 2 milioni e 892.500 dollari una lettera che Albert Einstein scrisse a Eric Gutkind nel 1954, a 74 anni, mezzo secolo dopo aver preso il Nobel per la Fisica. Ma più fortunati del ricco Epulone che l’ha acquistata siamo noi che possiamo leggere gratuitamente questa straordinaria lettera di questo straordinario scienziato e di quest’uomo straordinario i cui pensieri continuano ad abitarci, come quelli di tutti i grandi, da Eraclito a Leonardo a Dante a Shakespeare a Milton a Nietzsche a Leopardi, anche se i loro corpi “dormono, dormono” sulla collina o altrove, e le loro menti non hanno più coscienza di sé e tantomeno di ciò che hanno suscitato.

La lettera di Einstein ruota intorno alla questione eterna dei rapporti fra scienza, religione, spiritualità e il mito di Dio. Einstein, da scienziato, è un “non credente”: “Sono un religioso, non un credente… Per me la parola ‘Dio’ non è altro che l’espressione e il risultato della debolezza umana”. E liquida la Bibbia (“un libro raccapricciante che suscita orrore” secondo l’interpretazione del laico Sergio Quinzio), il Vangelo e tutte le altre cosmogonie come raccolte di “Leggende venerabili ma piuttosto primitive. Non c’è un’interpretazione, per quanto sottile possa essere (e qui si riferisce precipuamente alla Bibbia, ndr) che mi faccia cambiare idea… Per me la religione ebraica nella sua versione originale è, come tutte le altre religioni, un’incarnazione di superstizioni primitive”. Insomma sono miti fondativi, ma senza nessun riscontro storico e tantomeno scientifico.

Ma Einstein non è un “non credente” integralista, “freddo” alla Rita Levi-Montalcini, se in questa stessa lettera riprende un passaggio di Spinoza che concepiva la figura di Dio come un essere senza forma, impersonale: l’artefice dell’ordine e della bellezza visibili nell’universo. In Einstein sembra quindi esserci comunque e nonostante tutto una tensione verso il trascendente e in questo credo consista la sua “spiritualità”. La presenza/assenza di Dio lo turba se nella famosa polemica col collega danese Niels Bohr, che aveva descritto per primo la struttura dell’atomo, gli replica: “Dio non gioca a dadi con l’universo”.

Einstein è ebreo e si riconosce nella cultura ebraica sia pur senza integralismi (“con piacere”) e scrive: “E la comunità ebraica, di cui faccio parte con piacere e alla cui mentalità sono profondamente ancorato, per me non ha alcun tipo di dignità differente dalle altre comunità. Sulla base della mia esperienza posso dire che gli ebrei non sono meglio degli altri gruppi umani, anche se la mancanza di potere evita loro di commettere le azioni peggiori”. E qui Einstein centra una questione molto attuale, che non ha a che vedere con la scienza ma con l’essenza dell’umano, e che risponde a quella legge storica per cui i vinti di ieri una volta diventati vincitori non si comportano molto diversamente dai loro antichi sopraffattori. Altrimenti sarebbe incomprensibile come lo Stato di Israele tenga a Gaza un enorme lager a cielo aperto, quando proprio dei lager gli ebrei sono stati vittime nei modi atroci che ci vengono sempre ricordati.

La lettera venduta l’altro giorno da Christie’s ci riporta anche alla famosa polemica fra Niels Bohr e lo stesso Einstein. In estrema sintesi: Bohr sostiene il “principio di indeterminazione” e cioè che la Scienza non può arrivare a scoprire la legge ultima dell’universo, Einstein al contrario non riuscirà mai a convincersi che non sia possibile, per l’uomo, arrivare alla Verità assoluta. E qui noi, pur nella consapevolezza di inserirci da nani in un confronto fra giganti, stiamo con Bohr che doveva aver ben presente il profondo insegnamento di Eraclito: “Tu non troverai i confini dell’anima (e qui per anima va intesa la Verità, ndr) per quanto vada innanzi, tanto profonda è la sua ragione”. E aggiunge: la legge autenticamente ultima ci sfugge, è perennemente al di là e man mano che cerchiamo di avvicinarla appare a una profondità che si fa sempre più lontana.

Infine in un’altra nota Einstein, nella sua saggezza umana, molto umana e nient’affatto troppo umana ci dà un consiglio, che con la fisica ha poco a che vedere, ma che dovrebbe far rizzare le orecchie ai cantori molto attuali, inesausti e dilaganti delle “sorti meravigliose e progressive”, delle crescite esponenziali e del mito del successo: “Una vita tranquilla e umile porta più felicità che l’inseguimento del successo e l’affanno senza tregue che ne è connesso”.

Mail box

 

Auguri per il nuovo “Fatto” in tempi duri per i quotidiani

Leggo con piacere che il Fatto Quotidiano cambia abito. Sono curioso di vederlo, il sottoscritto segue tutto il vostro glorioso cammino fin dal primo numero. Non cambierei questo giornale con nessun altro quotidiano. Apprendo che cambierete il numero del lunedì che, lasciatemelo dire, non somigliava per nulla alle edizioni degli altri giorni della settimana. Dopo le bastonate subìte da Padellaro e due volte da Lei, direttore, sono ancora turbato e arrabbiato. La notizia che troverò quattro pagine in più da leggere è davvero un bel regalo di Natale e mi sento tranquillizzato per il futuro, perché mi accorgo tutti i giorni in edicola che la vita per il quotidiano cartaceo è diventata molto dura. Auguri e tanta fortuna al quotidiano più onesto e bravo del nostro Paese.

Attilio Sacco

 

L’incoerenza delle madamine sugli “affari locali” del Tav

Le “madamine sì Tav” e coloro che le sostengono affermano che alla manifestazione no Tav di sabato scorso c’erano molti partecipanti da fuori Torino. E allora? Non hanno sostenuto, loro per prime e gli altri, che il Tav non è un affare solo locale, di Torino e del Piemonte? E allora perché lamentarsi e meravigliarsi se alla manifestazione partecipano persone da tutta Italia?

Guido Bertolino

 

Sull’onestà non si discute, ma il M5S sia più realista

Il Movimento 5 Stelle si è incastrato su se stesso. Penso sia lodevole che i Cinquestelle abbiano cercato l’onestà nel comportamento quotidiano di ogni parlamentare eletto, ma gli eccessi che minano questi buoni propositi sono evidenti. Per candidarsi è necessario essere puliti, restituire i soldi e rendicontare ogni spesa, ma anche rispettare il codice etico, dimettersi, rischiare l’espulsione se si ha una condanna in primo grado e persino rinunciare al terzo mandato. Creare un collo di bottiglia per impedire infiltrazioni, abusi e “professionismo” (nel senso cattivo del termine) è giusto, ma nella pratica vedo errori ovunque con l’aggiunta di vere e proprie ingiustizie. I Cinquestelle non si rendono conto che, nella loro foga di onestà, la fiducia e il bene non le si può trovare sul curriculum prima, ma si creano nel tempo , così come la bravura (e vediamo tutti di fronte ai nostri occhi quanto ne abbiano bisogno di bravura). Non tutti i cittadini sono meritevoli, non tutti i cittadini sono da limitare.

Lettera firmata

 

Referendum Torino-Lione: così Salvini prende tempo

Salvini propone un referendum sulla realizzazione del Tav: una scempiaggine degna del peggior populismo che, in nome del “popolo sovrano”, mette ai voti un tema che la stragrande maggioranza dei cittadini non conosce e di cui non sa valutare la portata. Di questo passo andranno messe ai voti anche nuove autostrade, linee ferroviarie, porti… Una decisione strategica come una grande opera di collegamento internazionale non può si sintetizzare con un sì o un no, non può essere affidata a chi non ne conosce origini e prospettive. E poi chi avrebbe diritto di votare? I cittadini della val di Susa? I cittadini della provincia di Torino? I cittadini del Piemonte? E perché no i cittadini della Lombardia o del Veneto o quelli della Savoia e della valle del Rodano, visto che il Tav è un’opera di portata strategica che tocca gli interessi di tutti? È chiaro che la proposta serve solo a perdere tempo, ma l’Italia in questo momento non ne ha.

Gianluigi De Marchi

 

Affezionata lettrice cerca appassionati come lei

Mi ha colpito la lettera della signora Maria Valeria Tarpini. Se fossi stata una sua vicina, avrei fatto di tutto per unirmi alla sua intelligente colazione. Anche io sono una ex insegnante di Roma, lettrice costante del Fatto Quotidiano con la cui lettura inizio al bar la mia giornata. C’è un solo lato positivo che manca quando chiudo il giornale: quello di non poterlo condividere con altri. Se c’è qualche piccolo gruppo che coltiva questo piacere, non mi disdegnerei di farne parte.

Enza Bignardi

 

DIRITTO DI REPLICA

Egregio Direttore, in riferimento all’articolo “L’ottavo Re di Roma: affari d’oro, giornali e sindaci sotto scacco” a firma di Fabio Pavesi, si precisa che la partecipazione in Unicredit ha generato, a suo tempo, nel complesso delle società del Gruppo, una forte plusvalenza e non una perdita come sostenuto nell’articolo.

Ufficio Stampa Gruppo Caltagirone

 

Non è stato facile districarsi nelle peripezie di Caltagirone sul titolo Unicredit. Ha operato infatti da consumato raider di Borsa. Nel 2015 la Fgc, la holding che sta in cima alla filiera societaria, ha ceduto azioni Unicredit con una plusvalenza di 82,5 milioni. Nello stesso anno però sono state acquistati titoli Unicredit per 93 milioni di controvalore. L’anno dopo (sempre da consolidato Fgc) Caltagirone vende i titoli Unicredit con una minusvalenza di 42,5 milioni. Alla fine di plusvalenza si è trattata, ma dimezzata dalle perdite successive. Chissà se il risultato sarebbe stato diverso se Caltagirone avesse operato da cassettista e azionista stabile?

Fabio Pavesi

Non solo Ferragni & C.: nel mirino c’è Alitalia

Ho letto che l’Antitrust ha scoperto solo ieri che gli influencer – leggi alla voce Chiara Ferragni – forse fanno pubblicità occulta ad alcuni marchi. Chi sarebbero i coinvolti? Poi cosa succederà adesso? Si userà un hashtag per aiutare gli utenti a riconoscere una sponsorizzazione pagata da un’altra cosa? Con questi social è sempre più difficile distinguere il vero dal verosimile. E francamente mi sembra la scoperta dell’acqua calda.

Giacomo Castaldi

 

Gentile Castaldi, senza sconvolgere nessuno o far cadere dal pero i fan più sfegatati, si può ribadire che tutte le foto che i cosiddetti influencer pubblicano su Instagram, Facebook, Twitter mentre indossano abiti, sfoggiano gioielli, tracannano bevande dimagranti o si rilassano su comode poltrone non sono scatti messi lì per caso, o al limite per far morire d’invidia i comuni mortali. Hanno l’evidente scopo di generare un effetto pubblicitario. Detto più chiaramente, per metterci la faccia questi personaggi dal grandissimo seguito sui social network vengono lautamente ricompensati. Ma in modo occulto. Nel senso che i loro seguaci non ne sono consapevoli e ingenuamente si fanno condizionare finendo così per dirigere i propri acquisti verso quei prodotti. Già nel 2017 l’Antitrust ha inviato centinaia di lettere di moral suasion agli influencer italiani per ricordargli che ogni volta che sponsorizzano un marchio devono scrivere tra gli hashtag anche #advertising, #pubblicità oppure #prodottofornitoda per segnalare chiaramente che si tratta di un’immagine pagata. Ma a quanto pare alcuni di questi vip la letterina devono essersela persa (senza dare la colpa ai postini), visto che l’Antitrust ha avviato un nuovo procedimento istruttorio contro gli influencer che continuano a far credere ai follower di agire in modo spontaneo e disinteressato anche se, in realtà, stanno promuovendo un brand. Chi sono? L’Alitalia, la stilista Alberta Ferretti che ha firmato le nuove divise della compagnia aerea e diversi influencer che hanno indossato maglie e felpe con il logo dell’Alitalia, tra cui Chiara Ferragni, Alessia Marcuzzi, Martina Colombari e Federica Fontana. L’ex compagnia di bandiera italiana e la Ferragni già a settembre erano stati investiti da un’altra polemica relativa a marketing e pubblicità in occasione del matrimonio tra la top social influencer e il rapper Fedez, quando gli invitati avevano usufruito di un volo Alitalia a loro interamente dedicato e brandizzato #Ferragnez. Ma in quel caso, Alitalia ha spiegato che si è trattato di un normale accordo commerciale da inquadrare nella campagna pubblicitaria dell’azienda.


Patrizia De Rubertis

Tragedia in discoteca, migliorano tutti i feriti gravi

Uno dei sette pazienti ricoverati nelle due terapie intensive ad Ancona, dopo la tragedia di venerdì notte nella discoteca Lanterna Azzurra, dove hanno perso la vita cinque adolescenti e una donna di 39 anni, è stato “trasferito in un reparto per acuti” e per lui “è stata sciolta la prognosi”.

Così il bollettino medico degli Ospedali Riuniti del capoluogo marchigiano.

Degli altri sei degenti ancora in terapia intensiva, però, solo uno “rimane in ventilazione assistita” mentre gli altri “sono stati estubati e sono in respiro spontaneo”. Alcuni di loro “sono assistiti nell’area semintensiva delle rispettive rianimazioni”.

Per gli altri sei pazienti delle due rianimazioni ad Ancona “la prognosi resta riservata”. Ciascuno “segue un protocollo terapeutico diversificato a seconda delle condizioni cliniche e dei suoi specifici bisogni assistenziali”.

“Per quanto riguarda le procedure autoptiche – informano gli Ospedali Riuniti – siamo in attesa delle disposizioni delle autorità competenti”.

Dopo Ancona. Sappiamo ancora dire “no” ai figli?

Prima di tutto c’è il dolore per sei morti: cinque ragazzini e una madre, soffocata dalla calca perché a quella maledetta serata aveva voluto accompagnare la figlia undicenne. Tutto il resto è corollario. Non si può, tuttavia, evitare di interrogarsi sul fatto che venerdì notte, la Lanterna Azzurra di Corinaldo – ben oltre la mezzanotte – fosse piena di adolescenti (se non di bambini) e di molti genitori accompagnatori più o meno “costretti” a non dire di no. Sorvolando sulla qualità dell’evento e del suo interprete principale, ci siamo chiesti se tutto ciò fosse “normale”. È giusto consentire ai nostri figli cose che a noi erano naturalmente proibite? Quanto noi genitori siamo ancora in grado di dire dei “no” senza correre il rischio di sentirci in colpa? Quante volte noi “genitori d’oggi” corriamo il rischio di “comprare” l’amore dei figli assecondando ogni loro desiderio? Ecco i pareri di alcuni di noi.

 

Mio figlio chiede fiducia: vigilo, ma non posso certo negargliela

Mio figlio ha quasi 14 anni, quindi potrei diventare una di quelle mamme che accompagnano il figlio a vedere Sfera o Ghali e che pure se schifano Sfera o Ghali chiudono un occhio. Che poi a mio figlio non piaccia la trap è un altro discorso, resta il fatto che è un adolescente e siamo alle prese con i primi rigurgiti di indipendenza. Chiede di andare alla Games Week, al McDonald’s con gli amici il sabato sera. Sostanzialmente, chiede fiducia. E io gliela concedo. Lo manderei anche in discoteca alle 22.00 con i suoi amici per andare a vedere il suo cantante preferito (dopo qualche controllo e una tantum) So che è un ragazzino responsabile e so che non potrò impedirgli di non esserlo, quando vorrà. So che il mondo ha i suoi pericoli e so che non posso impedirgli di trovarseli davanti. Vigilo, controllo, domando, ogni tanto frugo nelle sue cose, ci sono. Ma lascio che viva, sbagli, conosca. Tanto più che la notte non contiene in sé più pericoli del giorno. Io, le scemenze più grosse, in adolescenza, le ho fatte prima delle dieci di sera.

Selvaggia Lucarelli

 

Purtroppo permettere è più semplice che vietare

Senza questa tragedia io purtroppo non avrei mai saputo chi fosse Sfera Ebbasta, e forse neanche i genitori di quella bimba. E a quella bimba importava davvero granché saperlo? Aveva avuto accesso per una sera nel mondo dei grandi, dei quindicenni, e questo era stupendo, anzi stupendissimo. E Sfera Ebbasta poteva essere un pupazzo di peluche, un grande rullo gonfiabile o un ragazzo speciale, un cantante speciale vestito in modo speciale. Come un mago. Se il papà avesse digitato il nome del rapper, anzi del trapper, qualche dubbio gli sarebbe pure venuto. Ma c’era sua moglie evidentemente a rassicurarlo.

Esiste una sicurezza più grande che avere come cintura di salvataggio le braccia della mamma? Infatti proprio così è stato. La mamma ha fatto scudo e si è immolata. Noi chiederemo mille volte e mille volte ancora senza riuscire a risponderci perché è così faticoso resistere al capriccio, così doloroso affrontare un pianto a dirotto. Permettere è più semplice che negare, a volte però non è più giusto.

Antonello Caporale 

 

L’iperprotettività, la fotografia del nostro fallimento educativo

C’è una tragedia educativa dentro la tragedia reale che ha portato alla strage di Corinaldo. Un dramma che non ha nulla a che fare con colpevoli e vittime, ma con un’altra e diversa storia: il fallimento educativo della nostra generazione. Convinti erroneamente che esaudire i desideri dei nostri figli sia fare la loro felicità, siamo diventati inabili a dire no a ogni loro richiesta, persino quando troppo precoce, come un concerto di notte da preadolescenti. Un tempo i genitori sceglievano: o lasciarli andare per la loro strada con il rischio che si facessero del male, o esercitare il sacrosanto diritto alla proibizione. Noi invece li vogliamo proteggere, ma al tempo stesso garantire la loro completa soddisfazione. E per questo li assecondiamo, li accompagniamo, aspettiamo stremati la notte intera in macchina. Un compito titanico per noi e dannoso per loro: perché il rischio è che quando si affacceranno alla vita vera, con tutta la fatica di badare a se stessi in un Paese ostile, finiscano in mille pezzi. Senza moralismi, vale la pena di farci una riflessione.

Elisabetta Ambrosi

 

L’indulgenza non è l’amore, ma noi li scambiamo spesso

Scambiare l’indulgenza per amore. Ecco il tranello in cui cadiamo noi genitori: ci convinciamo che dire “sì” corrisponda ad affetto, comprensione, magari complicità. Mentre i “no” esprimono durezza e distanza. È spesso vero il contrario: assecondare i desideri dei figli quando crediamo che siano sbagliati nasce dalla nostra mancanza di tempo, dialogo ed energia. Niente è meglio di un rapido “sì” per cancellare i sensi di colpa. Il “no”, quando non è un rigido arroccarsi, è più complesso. Espone alla critica (come in politica), richiede capacità di mettersi in discussione e desiderio di ascoltare. Ma i figli ne hanno bisogno, ce lo ricorda un libro: I no che aiutano a crescere (Asha Philips). Certo, poi bisogna lasciare spazio alla libertà, al bisogno di scoprire e sbagliare. Non c’è contraddizione. Dopo questo pippone volete sapere cosa ho risposto ai miei tre figli l’ultima volta che mi hanno chiesto di consumarsi le meningi con i videogiochi? Ho detto “sì” anch’io. Perché non avevo il tempo e la forza di parlare con loro. E mi dispiace.

Ferruccio Sansa

 

Non si può proibire sempre, ma decidere è una cosa adulta

Ho una figlia di 12 anni e sto entrando nel tunnel. Ne vedo l’entrata ogni volta in cui la trovo con le cuffiette in testa che sta ascoltando qualcuno dal nome che per me potrebbe essere un dentifricio. O quando si lamenta perché deve andare a letto alle 21.30 e “mi tratti come una bambina”. O quando mi chiede se può scaricarsi Instagram perché “sono l’unica a non averlo”. E per fortuna l’estate scorsa ho convinto suo padre a portarla lui a un concerto di Alvaro Soler o come si chiama. “Con questi tuoi no mi rendi la vita impossibile”, mi ha detto l’altra sera. Ha ragione? Non credo proprio (e lo dico da una che, a 14 anni, ha reso la vita impossibile a sua madre). Ma capisco che non si possa dire “no” a prescindere, perché sarebbe ancora più pericoloso. Bisogna respirare, ragionare, discernere. Volta per volta. Se mai mi chiedesse – per fortuna finora non è successo – di andare in un locale di sera o di notte, sarebbe un no convinto (con allegato di motivazioni che tanto non ascolterebbe). Ma se mi dovesse richiedere di Instagram, beh, meglio farlo controllata che di nascosto. O almeno spero.

Silvia D’Onghia

 

Dialogo difficile però necessario: altrimenti gli esclusi saremo noi

Se i mantra “ai miei tempi queste cose non succedevano” oppure “mio dio i giovani d’oggi” avessero sempre avuto ragion d’essere, l’umanità si sarebbe estinta da tempo. Non esiste infatti generazione che non abbia diffidato (e avuto paura) di quelle successive. Noi genitori più o meno quarantenni abbiamo tuttavia a che fare con una velocità del cambiamento dei processi di comunicazione questa sì inedita, roba da labirintite: il rischio è perdere completamente le coordinate del mondo dei nostri figli. Per questo sto tra chi invoca la necessità dei “no” motivati. Anzi, modulati, nel senso che un no prima o poi diventerà un sì. A suo tempo però. Insomma, tutto questo per dire che no, una discoteca all’una di notte (con annesso alcol) non è un luogo per bambini e adolescenti. Non da soli almeno. Se accompagnati dipende dall’ora (a quella mai, ma nel caso della tragedia di Ancona il ritardo non era certo responsabilità di chi accompagnava i figli) e dal tipo di evento. E se poi mia figlia si sentisse “diversa”? Il rischio c’è. Confido nell’esistenza di altri genitori che la pensino allo stesso modo.

Stefano Caselli

 

Piazza San Carlo, archiviata la posizione del prefetto Saccone

È stata archiviata definitivamente l’inchiesta sull’attuale prefetto di Milano ed ex prefetto di Torino Renato Saccone, indagato inizialmente per omicidio colposo, lesioni colpose e disastro per i fatti avvenuti nel capoluogo piemontese il 3 giugno 2017, quando – ipotizza la Procura – una banda di rapinatori armati di spray al peperoncino scatenò il panico tra i tifosi riuniti davanti a un maxischermo per la finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid. A quei gesti, per colpa delle carenze organizzative, seguirono un morto e più di 1.500 feriti. Il gup Irene Gallesio ha accolto la richiesta di archiviazione formulata dal procuratore aggiunto Vincenzo Pacileo e dal sostituto procuratore Antonio Rinaudo, una richiesta a cui si erano opposti due avvocati che rappresentano alcuni feriti. Oltre a lui, il gup ha archiviato anche le accuse al vice comandante della polizia municipale Ivo Berti e cinque componenti della commissione di vigilanza che aveva dato il via libera alla proiezione della partita sul maxischermo. La sindaca Chiara Appendino, l’ex questore Angelo Sanna e altre tredici persone stanno invece affrontando l’udienza preliminare.

Tenta di incendiare un veicolo dell’Esercito, fermato 45enne

Un uomo, di origine marocchina, di 45 anni, è stato sorpreso ieri mentre versava del liquido infiammabile da una bottiglia sulla ruota posteriore destra di un mezzo dell’Esercito, un VM90, in servizio in via di Porta Angelica, vicino al Vaticano.

Del gesto si sono accorti un passante e un ambulante che hanno subito dato l’allarme ai militari in servizio Strade Sicure (che fanno capo ai Granatieri di Sardegna) durante un cambio turno. I militari hanno reagito bloccando l’uomo con la tecnica cosiddetta “mcm”, un metodo di combattimento militare, e lo hanno consegnato agli agenti della Polizia. L’uomo è trattenuto negli uffici della Digos della Questura di Roma.

La vicenda è stata commentata su Facebook dal ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. “La mia vicinanza ai due militari, i miei complimenti per la prontezza e l’efficacia con cui hanno reagito”, ha scritto il ministro. “Ma lasciatemi anche dire – prosegue – che ognuno di noi, ogni singolo cittadino dovrebbe ringraziarli, perché quello di oggi è un episodio, come ce ne sono stati altri in passato, che esalta la straordinaria professionalità dei nostri uomini e delle nostre donne in uniforme. Quando camminate in una strada, quando attraversate una piazza e vedete una pattuglia di ‘Strade Sicure’ in servizio, fermatevi e ringraziateli. Passano giorno e notte a vigilare per la nostra sicurezza, lo fanno impiegando ogni singola energia, sacrificando il loro tempo, i loro spazi, a volte le proprie famiglie. Sono lì perché ognuno di noi si senta più sicuro e per lo stesso compito che sono chiamati a svolgere, mettono a rischio la propria vita. Ognuno di noi ha il dovere di dirgli grazie. Io l’ho appena fatto, li ho chiamati al telefono pochi minuti fa”.

Il “galateo del turista perfetto”: niente selfie, bikini e canottiere. I divieti per chi visita gli scavi

Scavi di Pompei vietati a turiste in bikini e turisti in canottiera o pantaloncini troppo corti, divieto di arrampicarsi sui muri per scattare selfie, stop per gli animali di grossa taglia, divieto di ingresso ai veicoli di qualsiasi tipo, anche elettrici, anche bici e monopattini. Ed ancora: se avete lo zaino e la valigia dovete lasciarli al deposito bagagli e ve lo custodiscono gratis. Al deposito bisognerà lasciare anche gli ombrelli, di solito usati dalle guide per orientare il gruppo, perché potrebbero essere usati come scalpello per atti vandalici sullle domus.

Non ci sarebbe nulla di nuovo nel “galateo del turista perfetto”, una sorta di decalogo per la fruizione del sito archeologico più visitato del paese, in grado di raccogliere fino a un massimo per regolamento di 15.000 visitatori al giorno. “Abbiamo solo raccolto e strutturato in un unico file una serie di avvisi già presenti all’ingresso degli Scavi – spiega al Fatto il direttore Massimo Osanna – e che rappresentano indicazioni già note per la buona conservazione del sito, e lo abbiamo fatto in occasione del nuovo sito Internet per renderne più facile la consultazione”. Norme di buon senso, non facili da far rispettare. Specialmente d’estate, quando la stragrande maggioranza dei visitatori si presenta all’ingresso in abbigliamento più consono a uno stabilimento balneare. E’ la stagione del superlavoro per i dipendenti della sorveglianza. Che dovranno stare attenti anche ad altri tra i 22 divieti e consigli comportamentali, tra cui il “no” ai bivacchi a consumare panini e bibite sui banchi delle antiche locande: sarà possibile mangiare solo negli spazi appositamente attrezzati. E possibilmente senza fare troppo rumore, perché è vietato anche urlare o alzare la voce.

Assolta in 2° grado studentessa No Tav condannata per violenze: “Preparava la sua tesi di laurea”

Stava studiando il movimento No Tav, una ricerca basata sul metodo dell’”osservazione partecipante”. Non ha commesso reati. Per questo ieri la Corte d’appello di Torino ha assolto Roberta Chiroli, 31 anni, ex studentessa dell’Università Ca’ Foscari di Venezia che nel giugno 2013 si trovava in Val di Susa per preparare la sua tesi in Antropologia dal titolo “Ora e sempre No Tav: identità e pratiche del movimento valsusino contro l’alta velocità”.

Il 15 giugno 2016 il gup Roberto Ruscello l’aveva condannata a una pena di due mesi per concorso morale in violenza privata e invasione di terreni perché il 14 giugno 2013 aveva assistito a una protesta degli studenti contro una ditta impegnata nei lavori del cantiere: alcuni partecipanti avevano bloccato un camion e altri erano entrati nel cortile per fare scritte con lo spray. Secondo il sostituto procuratore Antonio Rinaudo e il tribunale, Roberta Chiroli aveva fornito la prova della sua colpevolezza con la tesi raccontando in prima persona plurale le proteste: “Espressioni di tenore autoaccusatorio”, aveva scritto il giudice nelle motivazioni. In realtà era soltanto un artificio narrativo: “Aveva scritto la sua tesi usando il ‘noi partecipativo’ – spiega il suo avvocato Valentina Colletta –. Lo abbiamo spiegato alla procura e al giudice di primo grado, ma hanno ritenuto che fosse una confessione”.

La sentenza aveva suscitato perplessità in parte del mondo accademico perché avrebbe messo a rischio la libertà di ricerca, ma alla fine la Corte d’appello ha dato retta alla difesa e ha assolto la 31enne: “Quella condanna era paradossale: gli indagati che non hanno scelto l’abbreviato ma il dibattimento erano stati assolti, così come gli studenti giudicati dal Tribunale dei minori”, conclude l’avvocato.

“Condizione di assoggettamento e omertà”. Ecco perché quella della Capitale era mafia

Da un lato, Salvatore Buzzi, ex re delle coop rosse romane e la sua capacità corruttiva, la sua rete clientelare. Dall’altro, Massimo Carminati e la sua capacità criminale-intimidatoria, i suoi legami con la destra politica della città. Due progetti “espansionistici” che si fondono, un connubio perfetto per costituire l’associazione mafiosa Mafia Capitale. Il Mondo di mezzo.

In 590 pagine, i giudici della Terza sezione della Corte d’Appello di Roma presieduta da Claudio Tortora, motivano il ribaltamento della sentenza del tribunale che aveva inflitto condanne più severe ma aveva respinto la tesi accusatoria della Procura: l’associazione mafiosa e dintorni. La sentenza di appello, a settembre, ha inflitto condanne per 416 bis e altri reati di mafia non solo a Carminati (14 anni e 6 mesi) e Buzzi (18 anni e 4 mesi) ma anche, tra gli altri, a vario titolo, all’ex consigliere di FI, Luca Gramazio (8 anni e 8 mesi), all’ex consigliere Enav, Fabrizio Testa (9 anni e 4 mesi), all’ex Ad di Ama Franco Panzironi (8 anni e 4 mesi). Nell’associazione, “Carminati conferì la sua forza di intimidazione e Buzzi conferì l’organizzazione delle cooperative e il collaudato sistema di corruttela e prevaricazione”.

I giudici confutano la tesi del tribunale secondo il quale eravamo solo, si fa per dire, di fronte a un grave sistema corruttivo perché, in sostanza, c’era una separazione tra le attività con intimidazione di Carminati e quelle politico-corruttive di Buzzi. Ma il fatto che ci fossero per alcuni membri delle attività sconosciute, spiegano i giudici, è una caratteristica per garantire la segretezza dell’associazione, inoltre, “non è rilevante né il numero modesto delle vittime né il limitato contesto relazionale e territoriale”. Altra prova dell’associazione mafiosa è la “protezione garantita a imprenditori e l’inserimento nella loro attività”.

Nessuna denuncia, c’era “una condizione di assoggettamento e di omertà”, ma c’era chi non doveva essere intimidito perché “colluso”, come lo scomparso ex presidente dell’ente Eur Riccardo Mancini o Gramazio, l’uomo del “futuro dei prossimi trent’anni”, diceva intercettato Carminati.

Tutto comincia nel 2011 e si conclude a dicembre 2014 con il blitz ordinato dalla procura di Roma. Buzzi e Carminati diventano sodali dopo essersi incontrati grazie a Mancini e Testa, ex militanti di estrema destra insieme a Carminati. L’associazione mafiosa trovò terreno favorevole “nei comportamenti dei numerosi politici e funzionari corrotti e di quelli compiacenti”. La strategia per ottenere appalti a scapito della libera concorrenza era varia: mazzette, contributi elettorali leciti, assunzioni di raccomandati, a destra come a sinistra, con percentuali prefissate. “Ce sta trenta in nero e cento in chiaro”, diceva Buzzi. Per esempio, l’ex assessore della giunta Marino, Daniele Ozzimo, Pd (2 anni e 2 mesi per corruzione) non risulta aver preso denaro in nero, ma contributi elettorali regolari. Secondo l’accusa ha svenduto la sua funzione in cambio anche del salvataggio “della coop Deposito Locomotive e l’assunzione di una persona”. Sempre assunzioni le ottennero “altri politici (Coratti, Caprari, Gramazio)”. Tra gli ex consiglieri condannati per reati di corruzione, a vario titolo, pure Mirko Coratti, Pd (4 anni e sei mesi), Pierpaolo Pedetti, Pd (3 anni e 2 mesi) e Giordano Tredicine Pdl (2 anni e 6 mesi).