Lo pneumologo: “Ecco i pericoli per i romani asmatici”

“La fetta di popolazione romana che soffre di asma è molto ampia ed è quella, insieme ad anziani e a bambini, maggiormente a rischio di problemi di salute in presenza di fumi” dopo l’incendio scoppiato nel Tmb Salario. Lo spiega Paolo Palange, ordinario di Malattie respiratore all’Università Sapienza di Roma e responsabile della Uoc di Medicina interna e disfunzioni respiratorie del policlinico Umberto I. “Finora non ci sono stati maggiori accessi in ospedale – tranquillizza l’esperto – ma diciamo che esistono tre fasi legate a un’emergenza come questa: quella acuta, in cui le persone con patologie croniche respiratorie o cardiache possono andare incontro a un riacutizzarsi dei sintomi; in seguito, si possono riscontrare infezioni respiratorie come bronchiti e polmoniti da inalazione di sostanze tossiche; infine, bisognerà capire bene quali sostanze sono bruciate e studiare anche il possibile deposito di queste sostanze sui terreni. Il rischio di diossina potrebbe esserci, mentre quello di amianto non credo”. Nel frattempo, ribadisce lo pneumologo, occorre “proteggere i più fragili, anziani, bambini, malati cronici, soprattutto affetti da asma, molto diffusa a Roma anche a causa dello smog”.

Le proteste contro Raggi e Costa: “Dimettetevi tutti”

“Dimissioni, incapaci, vergognatevi”. A urlarlo alcuni cittadini al termine di una conferenza stampa organizzata ieri al Tmb di via Salaria a cui hanno partecipato la sindaca Virginia Raggi, il ministro dell’Ambiente Sergio Costa e il prefetto Paola Basilone. Con il rogo, continuano infatti le proteste degli abitanti del quartiere che da tempo chiedono la chiusura dell’impianto. “Questo Tmb è obsoleto, va chiuso. Non spendete più soldi” ha urlato un cittadino. Poco prima alcuni abitanti avevano anche esposto all’esterno dell’impianto uno striscione con scritto: “No Tmb no puzza”. Oltre la prima cittadina e il prefetto, ieri ha partecipato alla conferenza stampa anche l’assessore regionale ai rifiuti, Massimiliano Valeriani. “Assessore – ha protestato un uomo – i cittadini dell’osservatorio aspettano ancora le sue risposte. Ci è venuto a prendere in giro”. “Nessuno sta prendendo in giro nessuno”, ha risposto l’assessore. Che ha aggiunto: “Non è neanche educato mentre si fa una conferenza stampa prevaricare in questo modo”.

Così viviamo nelle zone assediate dal fetore

Trattieni il respiro, così per gioco, quando proprio non riesci più a trattenerlo che le gote ti stanno diventando paonazze, ti pizzica la gola, i polmoni iniziano a non farcela più, vai in cucina, infila la testa nel secchio dell’immondizia, e finalmente apri la bocca, allarga le narici e respira a pieni polmoni. Ecco, stai provando quello che viviamo qui a Roma nord, più precisamente a villa Spada, Fidene, Serpentara, Nuovo Salario. Non possiamo aprire le finestre quando arriva l’ondata di miasmi (la puzza, il fetore). Il problema più banale è non poter invitare gli amici a cena per la vergogna, un problema pratico è non poter stendere i panni sul balcone, un problema molto serio sono le lacrime tutte le mattine quando lascio i miei due figli a scuola in via Comano in mezzo alla puzza. Perché ho paura che tra qualche anno possa venirgli un malanno per questo maledetto impianto.

Il Tmb Salaria dista solamente 50 metri dalle prime case, 100 dal primo asilo e quando arriva l’ondata di aria inquinata maleodorante non ti bruciano solo gli occhi e la gola, ti brucia il cuore e il cervello, pensi sia impossibile che stia succedendo, proprio qui a Roma, a meno di due chilometri dalle catacombe di Priscilla, da villa Ada. Eppure è così. Un mostro che non ti permette di svolgere la tua vita normalmente. È silenzioso e intangibile ma presente.

Tutti i politici (di tutti i colori) in questi anni hanno prima promesso e poi rimpallato la colpa ad altri, ma mentre loro passano, noi siamo costretti a vivere tra miasmi e frustrazione. Allora ci siamo organizzati in piccoli gruppi di quartiere, ci incontriamo la sera per capire, informarci e trovare soluzioni. E questa forse è l’unica nota positiva: i cittadini che dibattono e si ascoltano. Abbiamo capito che la politica non ci aiuterà mai a chiudere questo mostro e allora la nostra speranza è nella magistratura. Nel frattempo tratteniamo il respiro, fino a quando ci riusciamo.

Prefetture in ritardo: a luglio il Viminale aveva chiesto controlli sui “siti sensibili”

Bruciano gli impianti di trattamento, bruciano i siti delle ecoballe, le discariche regolari, quelle abusive e i siti di compostaggio. Bruciano i compattatori, le isole ecologiche, i capannoni pieni di plastica e bruciano, per paradosso, pure gli inceneritori. Il fuoco e i rifiuti in Italia paiono diventati consustanziali: l’ultima volta ieri a Roma, le penultime lunedì ad Agrigento e a Ferentino, vicino Frosinone. Un’emergenza che i Verdi, censendo anche i piccoli roghi, sono arrivati a quantificare in 380 episodi da maggio 2017, un anno e mezzo in cui gli incendi dolosi quasi ogni giorno hanno peggiorato coi fumi tossici la salute dei cittadini e messo a rischio un ciclo di smaltimento sempre appeso a un filo, specie da quando la Cina (era il 1° gennaio scorso) ha smesso di mangiarsi tutta la plastica di bassa qualità prodotta in Europa.

Anche a voler contare solo i roghi maggiori, veri e propri attentati contro l’impiantistica per favorire soluzioni emergenziali che fanno ricchi i privati, parliamo di oltre trecento roghi dall’estate 2015 in siti di stoccaggio, trattamento-selezione e riciclo, la maggior parte nel Settentrione.

Eppure questi numeri non paiono aver sensibilizzato le prefetture, né il loro responsabile politico, il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che a luglio – su richiesta del collega dell’Ambiente Sergio Costa (che ha la delega alle varie “terre dei fuochi” sparse per lo Stivale) – ha emanato una circolare sul tema salvo poi dimenticarsene e consentire alle diramazioni territoriali del Viminale di fare altrettanto.

Cosa diceva quel testo? Una cosa semplice: i siti di stoccaggio di plastiche e rifiuti, che andavano in fumo a ripetizione in estate nell’operoso nord, e gli impianti di trattamento vanno inseriti dalle Prefetture nella lista dei cosiddetti “siti sensibili” e dunque sottoposti a controllo delle forze dell’ordine. Una previsione che ora è diventata legge grazie a un emendamento al decreto sicurezza presentato dal deputato grillino Carlo Sibilia, sottosegretario proprio agli Interni: i siti di stoccaggio dei rifiuti dovranno rispettare le norme previste per gli impianti a rischio incidenti rilevanti e dotarsi di impianti di emergenza interni ed esterni, oltre che di telecamere di sorveglianza.

A quanto risulta al Fatto Quotidiano, però, a cinque mesi dalla circolare di Salvini quasi nessuna prefettura ha provveduto ad aggiornare la lista dei siti sensibili a disposizione del Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza: un po’ per inerzia visto che nessuno ha chiesto conto dell’applicazione del testo, un po’ per la difficile interazione con le Regioni, le uniche a conoscere (quando va bene) l’esatta ubicazione di impianti e centri di raccolta autorizzati. In sostanza, non si sa ancora nemmeno quali sono i luoghi che andrebbero protetti da questa “guerra dei rifiuti” che manda in fumo mezza Italia. Ancora ieri il ministro Costa, parlando col prefetto di Roma Paola Basilone, ha dovuto constatare che la circolare su cui aveva puntato così tanto in estate è stata sostanzialmente ignorata dagli interessati.

L’amministrazione, d’altra parte, si acconcia a pratiche che le sono estranee solo se c’è un forte impulso politico generale. Non un buon viatico per la legge, attesa in Consiglio dei ministri a gennaio, che dovrebbe rivoluzionare il ciclo dei rifiuti in Italia secondo il principio europeo end of waste (fine del rifiuto) con il divieto delle plastiche usa-e-getta e una ristrutturazione della raccolta differenziata che renda la diversificazione funzionale alla cosiddette “3 R dell’economia circolare” (riduzione, riuso, riciclo).

Progetto affascinante – come d’altra parte quello per la Terra dei Fuochi, con la Campania che dovrebbe diventare “un modello” per le altre regioni – ma questi primi mesi non lasciano ben sperare per la sua applicazione: altrimenti le prefetture saprebbero quanti e quali sono i siti sensibili nel loro territorio.

La Capitale rischia l’incubo monnezza nei giorni di Natale

Il “disastro annunciato”, come definito da più parti, del rogo del Tmb del Salario ripropone prepotentemente il tema della fragilità del ciclo di smaltimento dei rifiuti a Roma. E stavolta l’urgenza di correre ai ripari è decisamente più pressante rispetto alle cicliche crisi di raccolta che colpiscono la città un paio di volte all’anno. Con la possibilità che a trarne beneficio economico possano essere ancora una volta quegli stessi imprenditori che dominano il settore da decenni, a partire da Manlio Cerroni, gestore del Co.La.Ri., per quarant’anni monopolista della “monnezza” romana, recentemente assolto e prescritto ma soggetto a interdittiva antimafia.

La città produce mediamente 4.500 tonnellate di rifiuti al giorno, di cui circa 3.000 di spazzatura indifferenziata trattate in 4 impianti Tmb (Trattamento meccanico-biologico): due di Ama (la partecipata dei rifiuti del Campidoglio), Rocca Cencia e quello del Salario andato a fuoco, e due del Co.La.Ri. a Malagrotta. E poi sparge i residui di lavorazione, tra cui il combustibile da rifiuti, in termovalorizzatori e siti di recupero tra Lazio, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana e Abruzzo. Una “casa di carta”, che al primo problema in uno degli impianti rischia di collassare, frutto del passaggio repentino, nel 2013, da un sistema bastato per decenni sulla maxi-discarica di Malagrotta a uno che punta sulla raccolta differenziata.

Lo scorso anno, la Commissione Ecomafie del Senato con una lunga e dettagliata relazione, firmata da una esponente del M5S e da una del Pd, sul ciclo dei rifiuti nella Capitale aveva individuato “fragilità, rigidità e precarietà che danno luogo a frequenti interruzioni di servizio e lasciano incombenti minacce di crisi nel ciclo di trattamento e smaltimento”. Con il rischio che “alla rottura o alla momentanea indisponibilità anche di una sola linea di Tmb il ciclo dei rifiuti della Capitale può arrivare al collasso”. Ovvero lo scenario che ci si attende almeno per i prossimi sei mesi.

La sindaca Virginia Raggi, che ieri è andata sul posto come il ministro dell’Ambiente Sergio Costa e la prefetta Paola Basilone, per il futuro parla di “riconversione” dell’area, con “un centro di riciclo creativo”. Ma per ora, dice, “siamo tutti al lavoro per trovare velocemente alternative per la gestione delle 800 tonnellate di rifiuti al giorno che venivano trattate lì”.

La soluzione ponte, che potrebbe durare a lungo, studiata da Campidoglio, Regione Lazio e Ama per scongiurare un Natale con i sacchetti in strada nel periodo in cui i consumi aumentano, prevede di conferire un maggior tonnellaggio di rifiuti nei tre Tmb che servono la città e di sfruttare maggiormente i tre impianti che già adesso contribuiscono a colmare le carenze del ciclo: ad Aprilia, Viterbo e Frosinone. L’obiettivo è redistribuire a partire dai prossimi giorni fino a 700 tonnellate di spazzatura al giorno prima destinate al Salario. È probabile che venga riattivato il tritovagliatore Ama di Ostia, che consentirebbe di trattare i rifiuti lavorati come speciali e quindi di trasferirli anche in altre Regioni. Alla Regione Abruzzo verrà chiesto di riattivare la convenzione per conferire fino a 70 mila tonnellate annue che scadrà il 31 dicembre e non era stata rinnovata dalla giunta capitolina. Lieviteranno i costi di trasporto e di smaltimento, a tutto vantaggio degli operatori del settore. Il piano di salvataggio ricorda come, negli ultimi dieci anni, a Roma le forze politiche abbiano discusso sul se e dove costruire una nuova discarica o un nuovo Tmb senza però mai arrivare a una decisione, per non inimicarsi i residenti delle zone di volta in volta opzionate. Per il lungo periodo invece la giunta Raggi pensa alla riduzione del quantitativo di rifiuti e alla realizzazione di nuovi impianti di compostaggio entro il 2020, arrivando a un totale di otto strutture e così a un ciclo autosufficiente.

Brucia l’impianto dei rifiuti. Le telecamere erano spente

L’impianto Tmb del Salario doveva chiudere. Lo aveva promesso Virginia Raggi in campagna elettorale. Lo aveva assicurato nel 2016 la giunta M5S del Municipio III, guidata da Roberta Capoccioni, poi buttata giù dai suoi stessi consiglieri e rimpiazzata da un’amministrazione a guida Pd (anche) perché si era capito che “il mostro” sarebbe rimasto attivo. Lo aveva certificato anche l’Arpa Lazio, il 16 novembre scorso, in una dura relazione che racconta come l’impianto di Trattamento meccanico biologico almeno dal 2016 non sia riuscito a trattare davvero quasi nulla delle 400 tonnellate al giorno (oltre 150.000 l’anno) di rifiuti indifferenziati, che uscivano imballati ancora “putrescenti” e venivano accatastati nel piazzale retrostante – autorizzato dalla Regione Lazio – codificati in maniera errata e in attesa di essere portati in qualche discarica in giro per l’Italia. Non dopo aver riempito di miasmi insopportabili l’aria respirata da almeno 50.000 persone in quattro quartieri. Proteste continue e 270 testimonianze raccolte in una informativa consegnata nei mesi scorsi dai carabinieri del Noe alla Procura. La chiusura dell’impianto dell’Ama, l’azienda dei rifiuti partecipata dal Comune, è richiesta anche dalla nuova giunta municipale di centrosinistra, guidata da Giovanni Caudo, già assessore di Ignazio Marino. Ieri quel centro è andato a fuoco, alzando una minacciosa colonna di fumo nero che certo non chiude sette anni di polemiche e tantomeno le inchieste aperte dopo i resoconti dell’agenzia regionale, per le quali tremano molti dirigenti (ex e attuali) del Campidoglio.

Il primo ad avvertire lo scoppio è stato un vigilantes alle 3.45 della notte tra lunedì e martedì. Di lì a poco, le fiamme hanno distrutto gran parte dei 2.000 metri quadri dell’impianto di Roma Nord, insieme alle quasi 5 mila tonnellate di rifiuti lì stipate. In poche ore l’incendio lo ha reso “mai più utilizzabile”. I fumi hanno invaso per tutto il giorno i quartieri di Villa Spada, Fidene, Nuovo Salario e Castel Giubileo, spingendo il Municipio III a evacuare “per sicurezza” un asilo, finché la Asl non ha rassicurato sull’assenza di rischi per la salute. Ma il cattivo odore è arrivato anche nel centro della Capitale e oltre.

C’è un’inchiesta, i pm Nunzia D’Elia e Carlo Villani per ora procedono per disastro e incendio colposo. Ma si battono tutte le piste, compresa quella di un possibile sabotaggio. Il punto è infatti capire la natura dell’incendio, se insomma sia stato causato da un’autocombustione dei rifiuti – fenomeno “all’ordine del giorno” nei Tmb, secondo le testimonianze di alcuni lavoratori raccolte ieri –, oppure se ci sia stato l’intervento di qualcuno dall’esterno.

C’è molto da chiarire, a cominciare dalle telecamere di sicurezza: quelle interne al Tmb non funzionavano dal 7 dicembre scorso. E i vertici Ama non erano stati avvisati. Il sospetto è che qualcuno, essendone a conoscenza, abbia agito convinto di non essere ripreso oppure abbia avvisato altri. E quindi: chi avrebbe interesse a sabotare? I lavoratori stessi? Persone legate alle aziende dei trasporti che ora trasporteranno i rifiuti fuori città? Sono solo ipotesi, l’inchiesta è all’inizio e si attende l’informativa del Noe.

Ieri sono stati interrogati i vigilantes presenti la notte dell’incendio, ma anche alcuni sindacalisti che seguono le vicende del sito. Che da tempo è nel mirino dei magistrati. Il fascicolo per incendio colposo infatti si va ad aggiungere ai due già aperti sul malfunzionamento del sito di via Salaria e a un quarto filone relativo al “gemello” Tmb di Rocca Cencia, periferia sud-est della Capitale. “Le montagne di rifiuti sono soggette a autocombustione – spiega al Fatto Giovanni Bellomo, referente Usb (Unione sindacale di base) in Ama – perché dopo molti giorni questi sprigionano biogas. A quel punto basta poco a scatenare un focolaio, che se non domato può portare queste conseguenze”. E lo scoppio? “Basta una bombola, uno spray o dell’alcol. La gente butta di tutto nell’indifferenziato”. Resta il fatto che, casualmente, le fiamme abbiano attecchito proprio nelle 4 ore in cui il sito era fermo. Inoltre alcuni lavoratori di Ama, riuniti sotto la sigla ‘Lila’ (Laboratorio Idee Lavoratori Ama), da mesi denunciano la possibilità di “attentati” all’interno dei due Tmb aziendali: è dell’8 gennaio scorso un post su Facebook in cui si parla della necessità di dotare la città di una “raccolta hi-tech” per evitare di introdurre nell’impianto materiale infiammabile all’origine dei piccoli incendi “subito domati” nell’altro Tmb romano, quello di Rocca Cencia, periferia Est. Dove ora l’attenzione è massima.

“Licenziamenti antisindacali”: Sky finisce in tribunale

Oltre agli impiegati e ai tecnici che hanno ottenuto l’annullamento dei licenziamenti – già in sei –, Sky Italia rischia la condanna per comportamento antisindacale. Che non sarebbe neanche la prima. Decisamente non è semplice, davanti ai giudici, difendere le scelte che hanno portato, nel 2017, al trasferimento di quasi tutta la redazione di Skytg24 e di gran parte degli uffici da Roma a Milano. Stampa Romana, sindacato dei giornalisti del Lazio, ha fatto ricorso al Tribunale di Roma sostenendo che l’azienda abbia violato l’accordo dell’aprile 2017, approvato dall’assemblea di redazione, in cui si impegnava a “evitare soluzioni traumatiche”. Non è stato così per chi ha rifiutato il trasloco, “volontario” e incentivato, nel capoluogo lombardo. Tre giornaliste sono state licenziate, compresa una che assiste a Roma parenti disabili secondo le regole della legge 104; due sono state comandate in trasferta a Milano e punite con uno e cinque giorni di sospensione dal lavoro e dalla retribuzione. Lazzaro Pappagallo e Loredana Colace, segretario e vicepresidente di Stampa Romana, erano presenti ieri alla discussione del ricorso. La giudice Valentina Cacace si pronuncerà nelle prossime settimane.

 

Non ho nulla da dichiarare

Abbiamo rivolto 4 domande al ministro dell’Interno in merito all’indagine della Procura di Bari su CasaPound. Matteo Salvini ci ha fatto sapere che “sul punto non intende fare dichiarazioni”.

1) Esprime soddisfazione per l’inchiesta e le perquisizioni disposte ieri?

2) L’inchiesta riguarda le violenze subìte dai manifestanti del corteo “Mai con Salvini”: condanna il comportamento di CasaPound e intende dire qualcosa ai manifestanti picchiati?

3) CasaPound è accusata di apologia di fascismo: Salvini ritiene che sia un movimento neo fascista? E, se così fosse, intende intervenire?

4) Sulla sede romana di CasaPound pende un’ordinanza di sgombero: può dirci se e quando sarà disposto?

“Rivogliono il fascismo”: chiusa CasaPound a Bari

Bari

La sede di CasaPound di Bari è stata chiusa. Trenta militanti del partito di estrema destra sono indagati per “riorganizzazione del disciolto partito fascista” e “manifestazione fascista”. Dieci di loro sono accusati di aggressione. La chiusura della sede del partito, con sequestro preventivo ordinato dal giudice, arriva dopo quasi tre mesi di indagini della Procura e della Digos, partite da uno scontro tra manifestanti di sinistra e militanti di estrema destra.

È il 21 settembre, nel capoluogo pugliese sfila una manifestazione antifascista dopo la visita in città del vicepremier Matteo Salvini. Chiamati a raccolta, arrivano estremisti di destra da tutta la Puglia. Affollano la sede di CasaPound in via Eritrea, nel quartiere Libertà. Un gruppo di manifestanti a fine corteo si ferma a pochi metri. Una provocazione, secondo il giudice, che determina la reazione degli indagati. In 16 raggiungono gli antifascisti. Alcuni sono armati di manganelli, guanti da motociclista con rinforzi alle nocche e catene. Gridano: “Andatevene. Qui comandiamo noi”. Un manifestante viene colpito alla testa. Scatta la rissa. L’aggressione, confermano gli inquirenti, è durata alcuni minuti durante i quali la violenza degli squadristi si è scatenata anche sui passanti. Al termine di quella che il gip definisce una “spedizione punitiva”, tornano in via Eritrea. In ospedale finiscono in cinque con ferite giudicate guaribili in sette giorni. Tra loro l’europarlamentare di sinistra Eleonora Forenza.

Per gli inquirenti è stata una spedizione premeditata. Lo confermerebbe la massiccia presenza di militanti a Bari, “pronti a cercare occasioni di scontro – si legge nel provvedimento – e ad aggredire i loro avversari politici ricorrendo alla violenza organizzata e di gruppo. Senza disdegnare l’impiego di armi, con metodologie evocative dello squadrismo e, quindi, nel più classico dei cliché propri delle ideologie di matrice neofascista, cui sembrano effettivamente ispirarsi”.

Nella sede sequestrata gli investigatori hanno rinvenuto un busto di Benito Mussolini, una bandiera con un fascio littorio e una della “X Flottiglia Mas”. Nelle abitazioni degli indagati sono stati trovati libri e cimeli nazifascisti, compresa una copia del Mein Kampf di Adolf Hitler. Il giudice spiega: “L’indole violenta e aggressiva” degli indagati, l’“estremismo ideologico-politico”, la “capacità organizzativa” e quindi “il pericolo che, ove si presentino occasioni analoghe, legate a manifestazioni di pensiero a loro ‘sgradite’, possano tornare a utilizzare l’immobile in questione, quale base operativa per sferrare simili aggressioni organizzate”.

È la prima volta che militanti di CasaPound rispondono di ricostituzione del partito fascista. Se l’accusa reggesse in un giudizio, CasaPound avrebbe qualche difficoltà a presentarsi alle elezioni e sarebbe ancora più arduo, per Salvini, resistere alla pressione di chi gli chiede di sgomberare il prestigioso immobile pubblico occupato a Roma dai vertici nazionali del partito. Lo sa benissimo il segretario di CasaPound Italia, Simone Di Stefano, che infatti replica: “Le accuse contro la sezione di CasaPound Bari non trovano alcun riscontro nella realtà dei fatti e sembrano motivate da un pregiudizio politico. In quella giornata noi fummo gli aggrediti e non certo gli aggressori: il contatto avvenne infatti nei pressi della nostra sede, in un punto della città in cui i militanti antifascisti non avevano alcuna ragione di passare, se non quella di attaccare Cpi”. Di Stefano osserva che “le perquisizioni hanno dato esito negativo, tanto che ci si è dovuti attaccare a dei manubri da palestra per tenere in piedi il teorema del ‘covo di picchiatori’”. Di Stefano precisa che “CasaPound non vuole ricostituire alcunché, si presenta regolarmente alle elezioni e persegue la via democratica per far valere le proprie idee. La violenza – sostiene – non fa parte dei metodi politici di Cpi, che si limita a difendere la propria agibilità politica quando diventa bersaglio degli attacchi armati dell’antifascismo militante, quello sì eversivo e violento”.

Italiani, gioite: c’è il blog di stella

Il moribondo panorama dell’informazione italiana può tirare un sospiro di sollievo, e con lui tutti i lettori. Finalmente è online Il blog di Stella, che poi sarebbe Mariastella Gelmini, già ministra dell’Istruzione berlusconiana, forzista, amante delle grandi opere fino a elogiare il mitico tunnel per neutrini tra il Gran Sasso e Ginevra. “Il blog non è altro che un cantiere aperto, uno spazio dove poter costruire le proposte di legge insieme ai cittadini”. Con tanto di speranza per il futuro: “Differentemente dal blog dei 5stelle, avrà una sezione dedicata alle buona notizia, fatti che regalano sorrisi e fanno bene al cuore”. Perché l’amore, si diceva un tempo, vince sempre sull’invidia e sull’odio. “Le persone a cui ho sottoposto l’idea mi hanno chiesto: ‘Hai già pagina e profili, che bisogno c’è di un blog?’”. “Una domanda legittima, a cui ho risposto che il blog aiuta a fermare le parole, stimola la riflessione, favorisce l’approfondimento”. Certo, ma forse più che una domanda era una supplica.