Ripreso di nascosto, aveva invitato la stampa a essere tenera con il figlio di un boss. Ora Fabio D’Alessandro, ex consigliere comunale ad Avellino del Movimento 5 Stelle, sarà espulso. Il caso era esploso lunedì sera, dopo che la trasmissione Report aveva trasmesso un fuori onda in cui D’Alessandro, al termine di un’intervista al consigliere leghista Damiano Genovese, si rivolge alla giornalista dicendole: “Non lo massacrate nel servizio, non vi scordate che è sempre figlio di un boss”. Parole che il M5S di Avellino definisce “imbarazzanti e inaccettabili”. “Lungi da noi dare giudizi sul profilo della legalità – aggiungono i pentastellati irpini – tuttavia il nostro dovere come gruppo politico deve essere quello di dare delle risposte chiare e nette di distanza da quelle immagini e da quelle parole. I politici devono non solo essere, ma anche apparire onesti. Pertanto abbiamo già segnalato il caso ai probiviri che decideranno sulla sua espulsione. Di certo non lo vedrete mai più ricoprire alcun ruolo da candidato con il M5S”.
I 49 milioni: la Finanza va da Lazzari, il “link” Bergamo-Lussemburgo
La Polizia Tributaria della Finanza di Genova lunedì ha visitato Angelo Lazzari e i suoi uffici.
Il finanziere italiano con interessi tra Bergamo e Lussemburgo non è indagato. Ma è una figura chiave per l’attività delle Fiamme Gialle che cercano di ricostruire i passaggi di denaro avvenuti nell’universo della Lega e di recuperare 49 milioni (il fascicolo per riciclaggio è a carico di ignoti). Nei giorni scorsi la Finanza aveva perquisito gli uffici dei commercialisti bergamaschi Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba, soci del tesoriere della Lega Giulio Centemero. Nel loro studio, oltre all’associazione “Più Voci”, vicina alla Lega, sono domiciliate sette società che fanno capo a una holding lussemburghese. Una di queste società è amministrata da Centemero.
Ma a legare tutto è proprio Lazzari che sedeva in diverse società. Non solo: tutte e sette le società erano in mano a una società italiana, la Seven, a sua volta controllata dalla Sevenbit che come presidente del cda vede Lazzari.
E anche gli uffici della Sevenbit sono stati perquisiti nei giorni scorsi.
Non basta: la Sevenbit in passato è stata in mano alla Ivad, fondata nel 2008 nel Granducato sempre da Lazzari che fino al 2016 risultava essere socio di riferimento. Nelle scorse settimane gli investigatori in Lussemburgo avevano già sentito Vito Mancini, socio di Lazzari nella Arc Asset.
Così spiazza Difesa e Unifil
Se vivi sempre e solo come leader di partito, alla fine del governo te ne “freghi”. E quindi puoi fare gaffe a ripetizione anche rivendicandole allegramente. Pochi giorni fa era stato il caso della mafia nigeriana e della retata rivelata con un tweet. Ieri quello ben più grave della missione militare italiana in Libano, esposta a conflitti da cui finora si era tenuta al riparo.
Matteo Salvini in Israele aveva un solo obiettivo: accreditarsi presso il governo di Tel Aviv e l’opinione pubblica israeliana che finora non ha dato segni di apprezzarlo molto. Troppo amico di fascisti nostrani e troppo vicino a certi “populisti” che alimentano umori antisemiti. Quale espediente migliore, allora, per farsi notare che non quello di presentarsi come fiero avversario dei terroristi di Hezbollah? Solo che quando dal selfie alla pasta al ragù si passa alla politica estera, e in un territorio in piena guerra, si gioca con il fuoco. Lo fanno capire con molta chiarezza gli ambienti del ministero della Difesa da cui è trapelato immediatamente tutta la “preoccupazione” e tutto l’“imbarazzo” della ministra. “Non vogliamo alzare nessuna polemica – dicono le fonti vicine a Elisabetta Trenta –, ma tali dichiarazioni mettono in evidente difficoltà i nostri uomini impegnati proprio a Sud nella missione Unifil, lungo la blue line. Questo perché il nostro ruolo super partes, vicini a Israele e al popolo libanese, è sempre stato riconosciuto nell’area. Tra l’altro l’Onu la sua parte la sta già facendo, c’è una missione, si chiama Unifil, da oltre 12 anni, e il comando è oggi sotto la guida italiana per la quarta volta”.
Quella missione prende piede nell’agosto del 2006, sotto il governo Prodi, ministro degli Esteri, Massimo D’Alema. Il quale, il 15 agosto di quell’anno, al termine dei pesanti bombardamenti israeliani su Beirut, si fece fotografare nella città in rovine a braccetto con il deputato Hezbollah, Hussein Haji Hassan. Un modo per rimarcare la tradizionale linea politica di D’Alema, ma anche un blitz per segnalare agli sciiti libanesi che la missione italiana non andava intesa contro di loro.
Oggi l’Italia guida per la quarta volta Unifil e ha 1074 uomini impegnati sul campo. La loro presenza è stata sempre motivo di orgoglio di qualsiasi governo italiano e dà prestigio all’Esercito. Fino all’arrivo di Salvini.
“Sulla giustizia 5Stelle troppo timidi: fare di più”
“Mi pare ci sia un certo allentamento, come dire, nel rigore etico dei 5Stelle sulla Giustizia, a loro così cara”. Pietro Grasso ha presentato un pacchetto di emendamenti per rendere più rigoroso, ritiene, il decreto “spazza corrotti” firmato Bonafede. In commissione sono stati bocciati, oggi l’ex presidente del Senato li riporta in aula. Intanto osserva, con sorriso sornione: “Sull’anticorruzione mi pare che i grillini facciano lo stretto indispensabile. Ma capisco: hanno questo contratto da onorare con la Lega…”
La riforma non la convince?
È un passo in avanti e ne condivido lo spirito complessivo. Voterò il testo finale, in coerenza con il mio passato e le mie battaglie. Il decreto fornisce strumenti utili per far emergere la corruzione, come la non punibilità se si denuncia il reato prima dell’inizio delle indagini, entro 4 mesi da quando viene commesso. O la previsione dell’agente speciale sotto copertura, come ci chiede la convenzione Onu di Merida. O ancora il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado.
Però?
Però si poteva fare di più e di meglio: il nostro processo è tra i più garantiti del mondo.
Dove si può migliorare?
Sulla prescrizione, ad esempio. Nel 66% dei casi scatta prima dell’inizio del dibattimento (dati del ministero dell’Interno). Significa che spesso il reato viene scoperto tardi. Io ho proposto, con un emendamento, di far iniziare il calcolo della prescrizione dalla data dell’inizio delle indagini e non dalla data in cui viene commesso il reato.
Bocciato.
Come gli altri emendamenti. Vorrei equiparare la corruzione ai reati di criminalità organizzata. Questo permetterebbe di bloccare il calcolo della prescrizione ogni volta che c’è un’interruzione del processo.
Vuole processi infiniti?
Ho presentato emendamenti anche per accorciare i tempi dei processi. Perché nei procedimenti civili le notificazioni possono arrivare tramite posta elettronica certificata e in quelli penali no? Basta poco… Oppure: nel dibattimento si perde molto tempo per rileggere gli atti di polizia giudiziaria; si potrebbero dare per letti, e permettere di approfondirli solo in determinate circostanze. O ancora: cosa ci impedisce di autorizzare l’audizione a distanza di testimoni o periti?
È più grillino dei grillini…
Questo lo dice lei(ride).Però mi trovo in un certo senso solo a difendere le mie idee su questi temi. Alla Camera sono state cancellate pure alcune buone norme che erano nel testo uscito dalla commissione, come l’arresto obbligatorio in flagranza di reato corruttivo. Ho provato – e proverò – a ripristinarlo al Senato.
È rimasto fuori anche il carcere per gli evasori.
L’evasione fiscale non può non essere una priorità politica del governo. Sarei stato assolutamente favorevole a quel provvedimento.
Su questa cautela influisce il periodo non felice per la Lega sul fronte giudiziario?
Non so, ma leggo che ci sono diverse indagini aperte…
Nemmeno per la sinistra italiana è un periodo felice.
Io resto convinto che le ragioni che ci avevano convinto a lanciare Liberi e Uguali oggi siano ancora più valide. Certo le divisioni non aiutano. Mdp ha scelto di far nascere una nuova forza… rossoverde mi pare… non so. Si basano sulla doppia ipotesi che si scindano M5S e Pd. Scommettere in politica non fa bene. Io credo serva ancora un partito di sinistra, autonomo, alternativo al Pd. Quello per cui mi avevano chiamato un anno fa.
Gli stessi che ora tornano verso il Pd…
Anche questo lo dice lei.
Tweet, Hezbollah e altre gaffe: Salvini non ne azzecca una
Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha definito “intense” le sue 24 ore di visita in Israele. Piene di incontri, spostamenti, strette di mano. In attesa dell’incontro con il premier Benjamin Netanyahu di oggi e della visita allo Yad Vashem, il vicepremier italiano ha speso buona parte della sua giornata in un giro nel nord di Israele, dove è arrivato con un elicottero dell’Idf che l’ha trasferito direttamente dall’aeroporto Ben Gurion alle pendici delle colline dove corre la linea del cessate-il-fuoco con il Libano, uno dei confini più incandescenti del Medioriente.
L’ansia di mostrare che il vicepremier non è uno che perde tempo gli fatto fare due gaffe nell’arco di pochi minuti. Le foto che ha immediatamente twittato ritraevano “persone della sicurezza israeliana” che lo accompagnavano il cui volto non può essere mostrato, e la gran parte delle immagini è stata rapidamente rimossa. Poco dopo ha rilasciato una fiammeggiante dichiarazione su Hezbollah che ha definito “terroristi islamici”, dimenticando – come ha invece ricordato la Difesa – che il movimento islamico è il padrone del Libano, dove alcune migliaia di soldati italiani partecipano alla missione Unifil, appena dall’altra parte di quel confine, e difendono con orgoglio il loro ruolo super partes.
La mossa israeliana fa parte dello sforzo delle autorità israeliane per sensibilizzare sulla minaccia rappresentata dai tunnel Hezbollah scavati tra il sud del Libano e il nord di Israele. La settimana scorsa, Netanyahu ha informato un gruppo di diplomatici stranieri, incluso l’ambasciatore italiano, proprio sull’operazione dell’esercito israeliano per distruggere quei tunnel.
Apparentemente consapevole della sfida che deve affrontare la sua visita, la squadra di Salvini ha ingaggiato il presidente dell’Unione delle comunità ebraiche, Noemi Di Segni, per unirsi a lui durante il viaggio in Israele. La mossa, che alcuni vedono come un tentativo di dare legittimità a Salvini, probabilmente farà infuriare alcuni membri della comunità ebraica che si oppone alla visita. La Lega di Salvini è fermamente filo-israeliana e, sfidando la pratica dell’Ue se non la politica ufficiale, la sua visita non include un incontro con un rappresentante palestinese. Glissa la domanda in serata durante un incontro con i giornalisti. “Ho scritto personalmente al presidente dell’Anp Abu Mazen, e conto presto su un’altra occasione per sentire anche la parte palestinese”. Definisce “squalificata” l’Unione europea – troppo filo araba – ma spera che israeliani e palestinesi si vengano incontro”, così come ha annunciato che “rifletterà” sulla possibilità di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme come hanno fatto gli Stati Uniti. “Per ora”, ha aggiunto sorridendo, “non è nel programma di governo”.
La realpolitik è fatta anche di strappi. Uno lo ha compiuto il presidente Reuven Rivlin che ha ricevuto una richiesta per un incontro ma non ha voluto incontrare Salvini. Stando al suo portavoce è dovuto a “problemi di programma”, non al “protocollo”. Ma Rivlin ha recentemente preso una posizione forte contro i partiti “fascisti” in Europa, indipendentemente dalla loro posizione su Israele.
La visita di Salvini arriva sulla scia di numerosi incontri che Netanyahu ha tenuto con leader che sono associati per le loro posizioni all’estrema destra in tutto il mondo. Recentemente, il presidente cecoMilos Zeman ha visitato Israele e ha promesso di trasferire l’ambasciata del suo paese in Israele a Gerusalemme. Ma il suo governo è contrario e lui non ha autorità per decidere. In settembre era venuto in Israele il presidente filippino Rodrigo Duterte. A luglio c’era l’ungherese Viktor Orban. Un mese prima un altro sovranista, il cancelliere austriaco Sebastian Kurz. Netanyahu ha poi recentemente dichiarato che parteciperà alla cerimonia del giuramento del presidente brasiliano eletto Jair Bolsonaro, certo non un campione di libertà e democrazia. “Gerusalemme è diventata una fabbrica per rilasciare certificati di perdono ai nazionalisti di tutto il mondo”, ha scritto Haaretz nel suo editoriale, “che in cambio del sostegno al governo Netanyahu ricevono indulgenza per le loro espressioni scandalose su ogni altra questione”.
Centemero, il M5S attacca: “Ora la Lega deve spiegare”
La aspettavano, l’occasione per tirare un calcio negli stinchi. Ed eccola, nel servizio di un programma che per il M5S è un comandamento. Lunedì notte tanti Cinque Stelle guardano il reportage di Report sui 49 milioni di finanziamenti pubblici alla Lega spariti chissà dove e sulla crescita del Carroccio al Sud, costruita anche con strani volti e strani rapporti. E il giorno dopo mollano la botta. “Siamo certi che la Lega fornirà ulteriori chiarimenti sul caso Centemero (tesoriere del Carroccio nonché presidente dell’associazione Più Voci, che secondo la Procura di Roma avrebbe percepito un finanziamento illecito, ndr) e ci auguriamo che Salvini non minimizzi la vicenda”, scrivono in una nota Stefano Patuanelli e Francesco D’Uva, capigruppo del M5S rispettivamente in Senato e alla Camera.
Soprattutto, marcano le differenze: “Da sempre ci battiamo contro i finanziamenti illeciti ai partiti, e per quanto riguarda le fondazioni legate ai partiti vogliamo la trasparenza troppo spesso mancata. Per questo nello Spazzacorrotti prevediamo norme che garantiranno trasparenza sui finanziamenti”. Insomma, il M5S rivendica la diversità dalla Lega sulla legalità. E di certo il comunicato dei grillini pesa. Tanto che arriva solo nel primo pomeriggio, dopo lunga riflessione.
Ma lunedì notte nelle chat interne si era già discusso del programma. E di prima mattina Luigi Di Maio risponde all’Adnkronos: “Centemero indagato? Ne parlerò a Salvini, non minimizzerà”. Però, cauto, precisa: “Prima di dichiarare pubblicamente bisogna parlare con i nostri contraenti del contratto di governo”. Intanto tra i deputati del M5S a Montecitorio non si parla d’altro. A chi non ha visto il programma i colleghi consigliano di rivederlo sul sito di Report. E fioccano commenti: “A Di Maio hanno fatto storie enormi per una vicenda in cui non ha colpe, ma di quelli che ha imbarcato la Lega al Sud perché si parla così poco?”. Mentre sulle agenzie il Pd ironizza sul silenzio dei grillini. E anche questo spinge il Movimento a intervenire. “Dobbiamo marcare la distanza sulla legalità e poi Salvini non perde mai occasione di pungerci” è il ragionamento ai piani alti, dove devono ancora rispondere sul referendum sul Tav, l’ennesimo contropiede del ministro dell’Interno.
Certo, c’è anche chi ricorda che si è alla vigilia della spedizione di Conte a Bruxelles. Ma prevalgono i falchi. E arriva il via libera di Di Maio. Quindi, è comunicato, uscito senza preavviso. E il Carroccio non la prende bene. “Perché non ci avete avvisato?” è l’immediata protesta. Così è quasi naturale la reazione gelida del capogruppo alla Camera Riccardo Molinari: “Non replichiamo ai 5Stelle, no comment”.
La tensione sale, a poche ore dal vertice sulla manovra. E proprio mentre in commissione a Montecitorio è imminente l’inizio della discussione sulla legittima difesa, un totem della Lega già approvato in Senato ma che il Movimento vuole affrontare con calma, a gennaio. Senza escludere a priori modifiche. Ma sono tanti i provvedimenti che ballano, tra cui l’Anticorruzione che in settimana va approvato a Palazzo Madama. Per questo, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede fa il pompiere: “Il tema della trasparenza nei finanziamenti è una battaglia del M5S, e nella Lega abbiamo trovato un alleato compatto”. In serata, da Gerusalemme, finalmente Salvini: “Non minimizzo, chiedo solo che facciano in fretta, stanno cercando milioni di euro che non ci sono”. Quindi, “facciano in fretta, sono sereno”. Però “quando torni alle cose italiane a volte ti cadono le braccia”. Ecco.
Psico dem. I fedelissimi in frantumi: adesso si candida pure Giachetti
“Dobbiamo appoggiare Maurizio Martina? E allora, lo facciamo con la lista ‘Scuse al cazzo’”. È Luciano Nobili che dà il via alla deflagrazione della corrente renziana. Il riferimento è alla richiesta fatta a Milano dall’allora segretario reggente a Renzi di scusarsi. È il liberi tutti. Che manda all’aria il tentativo fatto da Lorenzo Guerini di far convergere tutta l’area su Martina. “Abbiamo tre possibilità: lasciare libertà di coscienza, trovare un candidato, appoggiare Martina”, avrebbe detto Guerini, che era stato il vero costruttore della candidatura di Marco Minniti. Sulla sua posizione alcuni dei big, come Luca Lotti e Antonello Giacomelli. A quel punto, gli ultras renziani hanno cominciato a protestare. Non solo Nobili, ma anche Andrea Romano, tra gli altri. L’idea di votare è stata scartata. La riunione si è chiusa con una sorta di rompete le righe. E mentre Guerini è andato da Martina a verificare le condizioni per appoggiarlo, Roberto Giachetti e Anna Ascani hanno cominciato a raccogliere le firme per una corsa in ticket. “I campioni si vedono alla fine”, si è lasciata andare la Ascani a Montecitorio, parlando con una serie di deputati, davanti all’ascensore. D’altra parte, erano mesi che accarezzava l’idea di essere la candidata di Renzi. Peccato che in questo caso, sembra più un inseguimento: i più vicini al loro leader sono terrorizzati dalla prospettiva che si apre con lui in uscita dal Pd, senza grandi intenzioni di portarseli dietro. E quindi, a questo punto, si smarcano e si mettono in fila per seguirlo. O quantomeno a coprirgli le spalle dentro al Pd. E il Giglio Magico si spacca definitivamente: con Lotti che va verso Martina-Richetti, più sopportato che ben accolto, e Maria Elena Boschi che si defila, aspettando le mosse di Renzi. “Il mio partito non è all’ordine del giorno”, dice lui. Ma poi: “Il congresso è il passato”. Con tanti auguri a chi lo fa.wa.ma.
Le cene con il super 007 e l’uomo del Vaticano
Antonio Moretti e la sua compagna erano in grado, in una sola cena, di mettere attorno a un tavolo mezzo governo, i vertici di Mps, dei nostri servizi segreti e della gendarmeria del Vaticano. L’informativa che la Gdf ha consegnato al pm di Arezzo Marco Dioni – il fascicolo per il momento non conta indagati e ipotesi di reato – è ricca di episodi interessanti. Il 21 marzo Paola Santarelli parla con il suo compagno, Antonio Moretti, della cena organizzata per il sabato successivo: la donna dice di aver invitato Alessandro e un suo amico esperto d’arte”, Per Alessandro s’intende Alessandro Pansa, direttore del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. La signora Santarelli dice “di invitare il Direttore e l’altro che fa la Guardia di Arezzo”. Per gli investigatori il “direttore” sarebbe Angelo Barbarulo, ex vicedirettore di Mps, mentre la “guardia di Arezzo” sarebbe Domenico Giani, Direttore dei servizi di sicurezza e Comandante della Gendarmeria del Vaticano. Per arricchire il parterre Moretti propone di “chiamare” anche “Gentiloni”. Secondo Moretti l’ex premier “sarà più libero dagli impegni” e la sua presenza “farà anche piacere a Pier Carlo Padoan”. E così, grazie a Moretti, i servizi segreti italiani e del Vaticano finiscono indirettamente intercettati. Giani risponde al- l’invito spiegando che “darà conferma sabato”.
Il rapporto con Pansa va anche più in là: Moretti – scrive la Gdf – ha appena saputo da Barbarulo, vicedirettore di Mps, che alcune posizioni debitorie delle sue aziende sono state cedute, per il loro recupero, alla Italfondiario. E così chiede a Pansa un appuntamento con suo figlio, Francesco Maria, convinto che occupi “un ruolo di vertice all’interno della struttura”. Pansa gli spiegherà che suo figlio non sta più a Italfondiario ma a DoBank, che è la società proprietaria, e aggiunge che lavora per il fondo americano Fortress”. Moretti gli spiega d’aver bisogno di parlare con suo figlio “per un consiglio su una pratica all’Italfondiario e che intende chiudere in ‘senso bonario’” e il direttore del Dis “precisa che Francesco, fino ad un anno fa era il direttore generale”. Francesco Pansa e Moretti si incontreranno e sentiranno per telefono: il primo “lo avvisa di aver girato le posizioni all’ad di Italfondiario in quanto vengono gestite da quest’ultima” che però, spiega, “per posizioni così grandi, normalmente, non ha potere di decidere”. Moretti “chiude dicendo che lui sta preparando una ‘scalettina’… e lo invita a fare altrettanto per la ‘cosa sua’”.
Il Fatto ha contattato Francesco Pansa, che ha spiegato: “Voleva parlare della sua pratica e pensava che io lavorassi in Italfondiario. Gli ho spiegato che faccio un altro lavoro e gli ho passato il contatto delle persone con cui parlare. Non credo neanche sia servito a granché. Non è un amico di famiglia, ma un conoscente, l’ho incontrato per la prima volta qualche mese fa. Non sapevo dei suoi problemi giudiziari”. Infine, l’imprenditore era in ottimi rapporti anche con Giuseppe Fanfani, membro laico del Csm in quota Pd. Secondo l’accusa lo incontra per chiedergli di ottenere notizie riservate sulle ispezioni subìte dalla Gdf. E prepara un appunto, che intende consegnargli, con l’elenco dei finanzieri che hanno effettuato l’ispezione.
Il 21 marzo Moretti è intercettato mentre dice a un uomo di “preparare i suoi effetti per domani in quanto alle 12 si deve trovare al Csm”. “Moretti”, scrive la Gdf, “avrebbe fatto predisporre delle buste, una delle quali da consegnare, l’indomani, a Fanfani… in cui sarebbero stati riepilogati i dati delle indagini e dei processi in corso nei confronti del suo gruppo familiare”. “Il giorno dopo alle 12 – contiua la Gdf – l’utenza di Moretti aggancia la cella coperta dal ripetitore nei pressi del bar Caffè Florian’s accanto al Csm”. Gli investigatori sentono il suo autista parlare con la segretaria: “Ma aveva un appuntamento con quello di Arezzo?” “Fanfani?”, dice la donna, “lui è nel Csm”. E l’autista: “… ed era lì, li ho visti allontanare per parlare … ma non si possono mica esporre…”. “Magari dicono sì – concludono – e finisce lì”.
Lavoro in nero, Tiziano Renzi: “Era colorato…”
“Non ho dipendenti in nero”. Parola di Tiziano Renzi. E la società di cui è stato amministratore condannata dal Tribunale civile? “È stata assolta, è una fake news”. Alla fine, l’inchiesta delle Iene su Renzi senior è stata trasmessa ieri sera, nonostante la diffida mandata a Mediaset da Luca Mirco, avvocato dei genitori dell’ex premier Matteo Renzi. Un servizio che ha preso spunto dalle inchieste de La Verità e del Fatto. Oggetto: le cause di lavoro intentate da dipendenti delle società in passato controllate da Renzi senior e le verifiche in materia urbanistica compiute su immobili delle stesse ditte.
Le vere novità arrivano dalle dichiarazioni di Tiziano Renzi: “Lei sta parlando con un imprenditore che nella sua azienda non ha debiti e querela tutti quelli che dicono questo”. L’inviato delle Iene tira fuori la sentenza del Tribunale di Genova nella causa intentata da Monday Alari alla Arturo – una delle tante imprese di distribuzione (giornali) che hanno fatto parte della galassia societaria di Tiziano Renzi – che dichiara: “Se lei mi parla di strilloni non ce n’è uno che abbia fatta causa a noi come azienda”. Alari fece causa. Nella sentenza il giudice pare sostenere che Alari fosse privo di permesso di soggiorno. Renzi nega: “Me lo porti in Tribunale, venga a dirmelo in faccia se è un clandestino”. La iena non molla la presa: “Questo ragazzo era in nero…”. Renzi ci scherza su: “Nero era, colorato era”. Fino al paragone tra papà di figli potenti che ha fatto infuriare i Renzi, al punto da indurlo a diffidare i giornalisti: Tiziano Renzi come Antonio Di Maio? Era stato lo stesso Tiziano ad attirarsi addosso l’attenzione: “Non ho pagato lavoratori in nero come ha confessato di aver fatto il padre di Di Maio”. Così i riflettori si sono puntati su Rignano. Renzi fa lo spiritoso con i giornalisti: “Sono comprensivo perché fate un lavoro di cioccolata forte”.
Ma sono diverse le cause di lavoro intentate da dipendenti nei confronti delle società passate sotto il controllo di Tiziano Renzi. In particolare quella di Alari. “La condanna della Arturo è una fake news”, taglia corto Renzi con le Iene. Il giornalista di Italia Uno allora mostra la sentenza. Il giudice, escludendo la responsabilità di un’altra società chiamata in causa, afferma che questa non utilizzava le prestazioni di immigrati senza permesso di soggiorno. Aggiunge: “Diverso è il discorso per il lavoro svolto a favore della Arturo” (che viene condannata al pagamento al lavoratore di 15 mila euro in solido con un’altra impresa). Renzi nega, ricorda che “in una srl io avevo le quote, ma la gestione è rimandata all’amministratore unico” (dai documenti Renzi risulta essere stato prima amministratore e poi liquidatore della Arturo). L’avvocato Mirco, interpellato dal cronista, precisa: “La sentenza è intervenuta quando la società è stata messa in liquidazione e poi sciolta. Non sono stati sentiti gli amministratori che non hanno avuto modo di difendersi”.
Finanziamenti a Padoan, la Gdf: “Bisogna indagare”
La Guardia di Finanza intende verificare se l’ex ministro del Tesoro, Pier Carlo Padoan, ha usufruito di un finanziamento illecito da parte dell’imprenditore Antonio Moretti, agli arresti domiciliari dal 26 novembre con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata all’autoriciclaggio. Nel mirino dei finanzieri l’appuntamento elettorale – Padoan alle ultime elezioni s’è candidato nel collegio di Siena – che si è tenuto a Foiano della Chiana il 22 febbraio scorso. Gli investigatori sospettano che in quell’occasione fu proprio Moretti, l’imprenditore legato al Giglio Magico (vedi scheda a lato), a pagare il catering. Né Moretti né Padoan sono indagati. Ma è intorno a loro che ruota l’indagine: nell’informativa la Gdf sottolinea il “presunto avvicinamento” di “Moretti – direttamente o per il tramite della compagna Paola Santarelli (non indagata, ndr) – nei confronti di alcuni esponenti di istituzioni pubbliche”. Tra questi, Padoan e l’avvocato Giuseppe Fanfani, ex sindaco di Arezzo e all’epoca membro laico del Csm”. Nel marzo scorso, secondo l’accusa, Moretti cerca di carpire notizie riservate sull’ispezione della Gdf che gli ha appena fatto visita. Gli investigatori scoprono che, sempre in marzo, Paola Santarelli, compagna di Moretti, riceve una telefonata dall’utenza di Padoan che, in quel momento è il ministro dal quale dipende la Gdf. Bisogna precisare che la Procura di Arezzo ha verificato l’assenza di pressioni sull’inchiesta. Ma vuol comprendere quali siano stati i reali rapporti tra Moretti e Padoan. Il contenuto della conversazione tra Santarelli e l’utenza di Padoan non è noto: la telefonata non è stata intercettata. I contatti non erano frequenti se è vero che da gennaio a maggio 2018 la Gdf conta solo due scambi di sms: uno in “occasione del compleanno di Padoan”. I finanzieri verificano che l’ex ministro e sua moglie Maria Grazia Reitano erano “amici” e “vicini di casa di Paola Santarelli”. Ma non solo. Gli investigatori aggiungono: “Dall’ascolto delle conversazioni telefoniche intercettate, si apprendeva che Antonio Moretti avrebbe sostenuto, anche tramite i vertici di Mps, la campagna elettorale di Padoan nelle elezioni politiche del 4 marzo 2018, quale candidato presso il collegio di Siena per il Pd”. Il riferimento a Mps non riguarda finanziamenti economici, ma ricerca di voti per Padoan all’interno dell’istituto bancario. E ancora: Moretti avrebbe “regalato, per le festività pasquali, alla famiglia Padoan” un uovo di cioccolata da ben 6 chili. Il 24 marzo, quindi proprio nei giorni in cui secondo l’accusa cerca notizie sulle ispezioni della Gdf, Moretti avrebbe “partecipato a una cena presso l’abitazione di Santarelli con la presenza dei coniugi Padoan.
È la sera del 15 maggio 2018: poche ore prima, alle 19, i finanzieri intercettano Moretti che parla con un suo collaboratore “del controllo della GdF”. Alle 21 l’imprenditore telefona alla compagna e le chiede se “quella persona gli ha fatto sapere qualcosa”. Santarelli risponde: “L’ho chiamata, gliel’ho ridetto, lei poi mi ha detto che pensava fosse arrivata una risposta invece non era arrivata ma… cioè uno dice scusa com’è… cioè che la risposta non arriva a me, va be’ lasciamo perdere ha detto mi interesso subito e ti faccio sapere (seguono parole incomprensibili) domani il marito fa una lectio magitralis in un posto universitario…”. “Il ‘marito’ cui fanno riferimento nella conversazione – annota la Gdf – dovrebbe identificarsi in Pier Carlo Padoan”.