Tim, Vivendi sferra l’attacco: chiede revoca di 5 consiglieri Elliott

Ieri il titolo di Tim, in un anno spesso in discesa, ha chiuso col +3% per cento in Borsa. È la prima conseguenza pratica dell’offensiva di Vivendi – azionista al 24%, ma in minoranza in Cda – che ha chiesto al consiglio di convocare l’assemblea per sostituire cinque membri su dieci. Vincent Bolloré, al solito, gioca in attacco, ma la sensazione è che questa mossa non serva tanto a riprendersi il comando scippato dal fondo Elliott (8%) col supporto governativo di Cdp (4,9%) la scorsa primavera per un soffio, quanto a rafforzare la sua posizione negoziale nella complicata trattativa con Mediaset. Perché Vivendi, costretta a congelare parte del 28,8% del Biscione, crede sempre in una sinergia con le televisioni di Berlusconi o sa bene ormai che non può dare le carte su entrambi i tavoli. Tra l’altro, come chiede il governo, Elliott è per lo scorporo della rete Tim: a quel punto, l’azionista francese potrebbe accontentarsi della parte telefonica e commerciale per convolare a nozze con Mediaset. Cioè tornare al vero e unico progetto iniziale. “Se siamo indipendenti non dovremmo perdere tempo a difenderci da un azionista che ha di fatto creato questa situazione”, ha commentato il presidente di Telecom, Fulvio Conti.

Di Maio prova a “comprarsi” le imprese

Due giorni fa, Di Maio l’aveva detto senza giri di parole all’altro vicepremier Salvini: “Tutti i ministri hanno il dovere di incontrare le imprese, ma i fatti si fanno al ministero dello Sviluppo”. E così ieri, lui, il ministro del relativo ministero ha riunito allo stesso tavolo 33 associazioni di categoria (al Viminale con il leader leghista ce n’erano una decina), fra quelle maggiormente rappresentative, tra le quali Confindustria, il mondo delle professioni, ma anche i vertici di Cassa depositi e prestiti, Invitalia e l’Istituto per il commercio con l’estero.

“È partito un nuovo patto fra governo e imprese per abbattere la burocrazia, abbassare il costo del lavoro, investire in innovazione e accelerare esportazioni”, ha esortato Di Maio cercando di lavorare alla tela del dialogo con le aziende che si sono dichiarate soddisfatte di questa nuova fase di confronto. E già giovedì o venerdì si replicherà con un incontro tecnico sulla manovra che avrebbe come primo obiettivo quello di correggere la legge di bilancio e il decreto semplificazioni, con un ritorno alla concertazione.

Le promesse che ha fatto Di Maio sono, comunque, di quelle pesanti. A iniziare dalla revisione delle tariffe Inail. Il ministro ha annunciato un taglio del 30% dei tassi medi, con un risparmio stimato in oltre 1,7 miliardi di euro annui per le aziende. “Si sta ragionando sulle coperture di intesa con il Tesoro. Il lavoro è pronto”, ha assicurato.

Alle piccole e medie imprese, però, il vicepremier Cinquestelle ha offerto anche la deducibilità dell’Imu sui capannoni fino al 50%, una legge delega per la riforma del Codice degli Appalti e il rinvio di sei mesi per le sanzioni sull’obbligo della fattura elettronica, che da mesi scatena polemiche da parte degli imprenditori che giudicano il nuovo strumento vessatorio e a cui le aziende non sono ancora preparate tecnologicamente.

Un piatto di provvedimenti così ricco da costituire “un’offerta che supera la richiesta”, ha fatto notare con imbarazzo il presidente di Confartigianato, Giorgio Merletti. Un pensiero condiviso anche da altri rappresentanti delle imprese come Confcommercio, Cna e Confesercenti.

Sul tavolo è poi finito anche il pagamento della metà dei debiti della Pubblica amministrazione entro il 2019: sarà Cassa depositi e prestiti ad anticipare circa 30 miliardi (i soldi devono essere restituiti entro 12 mesi) garantiti da un fondo ad hoc per evitare che la misura non ricada nel perimetro dei conti dello Stato venendo così bocciata dall’Ue. E ancora, Di Maio ha confermato pure l’apertura alle aziende sul reddito di cittadinanza: “Il coinvolgimento delle imprese nel reddito di cittadinanza è quello che abbiamo sempre detto: chi assumerà dal meccanismo del reddito come impresa prenderà il reddito di cittadinanza per cinque mesi se è uomo e per sei mesi se è donna per incentivare l’occupazione femminile”.

“Siamo solo al fischio di inizio della partita”, ha avvertito il leader di Confindustria Vincenzo Boccia, che ha comunque apprezzato l’incontro, “un cambio di guardia nell’attenzione dell’esecutivo alla manovra e alla crescita”. Quello al Mise, ha rassicurato Di Maio non è stato un incontro “estemporaneo”, ma l’inizio di un lavoro “che porterà non solo ascolto, ma fatti”.

Manovra, deficit sopra al 2% Il fronte gialloverde con l’Ue

La linea del fronte resta un filo sopra il 2 per cento. Una soglia sotto cui i gialloverdi non vogliono e forse non possono scendere, perché farebbe rima con resa. Anche adesso, con il Macron che invoca il 3,4 per cento per la Francia dove dilagano i Gilet gialli. Un colpo di fortuna, secondo Matteo Salvini. Una sventura per i Cinque Stelle e per Palazzo Chigi, “perché tutto questo rafforza i falchi della Commissione Ue, che non vogliono alcune deroga alle regole”. Letture e sospiri dalla lunga notte del governo, quella della vigilia dell’incontro di oggi pomeriggio a Bruxelles tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il presidente della Commissione Jean Claude Juncker. Un duello non decisivo ma comunque fondamentale sulla manovra italiana, in equilibrio tra numeri e ragioni politiche.

Per prepararlo, Conte passa la notte a spulciare tabelle e a sfidarsi sulle cifre con il ministro dell’Economia Giovanni Tria, con cui non ha mai legato. Mentre Di Maio raduna ministri e sottosegretari. Salvini è a Gerusalemme, a seminare polemiche con post spericolati. Ma d’altronde il peso della partita sta in gran parte sulle spalle del premier, il mediatore con l’Europa su mandato (anzi “procura” come dice lui) ufficiale dei due vice.

Tratta e tratterà lui, l’avvocato che cammina sul filo, e che prova a miscelare ortodossia e prudenza. “Sulla manovra c’è in gioco il senso della nostra missione perché bisogna superare il rigorismo miope, servono più equità e più crescita” declama nelle comunicazioni alla Camera, in vista del Consiglio europeo di domani. Per poi promettere che “non andrò a Bruxelles con un libro dei sogni”. Ma per tutto il giorno ha un controcanto come sottofondo, quello di Tria, che annuncia e avverte: “Entro la giornata si arriverà a determinare quali sono i possibili saldi e si arriverà alla decisione politica”. Quella dove i tecnici come lui hanno peso fino a un certo punto. Però la indica la rotta che vorrebbe, Tria: “Per un accordo con la Ue sarebbe preferibile ridurre il deficit”. Quanto alla riforme, al reddito di cittadinanza e a quota 100 per le pensioni, “ci vorranno alcuni mesi per farle”. E pare un’allusione a un possibile rinvio.

Intanto però Conte deve parlare ai parlamentari. Così eccolo con il suo completo da legale d’alto censo, dal microfono. “L’interlocuzione con l’Ue è fondamentale, in queste settimane non ho mai interrotto i canali del dialogo” assicura. Anche “se vogliamo rispettare i vincoli, non possiamo limitarci a considerare solo i dati contabili”. E allora, ecco la manovra gialloverde, “che farà crescere l’Italia per conservare i diritti sociali”. Bisogna “invertire la tendenza” ripete più volte. Quindi va bene anche il deficit: “Siamo costretti a uno scostamento non a cuor leggero, ma per realizzare gli obiettivi chiesti dai cittadini con prepotente urgenza”. Tradotto, la gente vuole qualche segnale di cambiamento. Questa è la partita: “In ballo c’è molto di più dei saldi finali, c’è il senso del nostro ruolo”. Però i numeri sono numeri. Come ricorda spesso al governo il Quirinale, dove oggi Conte sarà a pranzo assieme a Tria, Di Maio e Salvini, al ministro degli Esteri Moavero e al sottosegretario a Palazzo Chigi Giorgetti. Tutti a rapporto da Sergio Mattarella, come da prassi prima del Consiglio Ue.

Nell’attesa c’è Salvini, che cita la Francia come il liberi tutti: “Non voglio pensare a due occhi chiusi con Macron e a sanzioni incredibili per l’Italia”. Ma a Palazzo Chigi hanno un’altra idea: “La posizione francese è un guaio”. E in serata di problemi ne affiorano altri. Per esempio, stando ai 5Stelle “quota 100 per il 2020 e il 2021 secondo le stime della Ragioneria potrebbe costare più del previsto”. Invece dalle pensioni d’oro “potremmo ricavare fino a 600 milioni di euro, revocando le pensioni sociali fasulle”. E si riassumono le cifre. Sul reddito, dicono, si possono risparmiare 1,3 miliardi, su quota 100 fino a 1,7 miliardi. E ci sarebbe un altro miliardo nelle pieghe della manovra. Conte invece incontra Tria. E discutono su come affrontare l’Europa: senza alzare le mani.

L’Imbecille Globale

Jean-Paul Fitoussi, rileggendosi, s’è spaventato dell’aggettivo usato nell’intervista ad Antonello Caporale per definire Emmanuel Macron: “imbecille”. Ma, per quanti sforzi facciamo, non riusciamo a trovarne uno più appropriato per definire il suicidio del presidente francese, eletto trionfalmente all’Eliseo un anno e mezzo fa e ora già da buttare come un Renzi qualunque. Si è trattato di un suicidio assistito dalle élite non solo di Francia, ma un po’ di tutta Europa e soprattutto d’Italia (quando c’è una causa cretina da sposare, il nostro establishment politico-economico-mediatico-intellettuale è sempre in prima fila). Tutti a magnificare il Genio Transalpino, il nuovo santo patrono dell’Europa dopo San Francesco d’Assisi, l’ultimo baluardo della Ragione e della Civiltà contro la barbarie del populismo sovranista. E lui ci ha creduto, passando i suoi primi 18 mesi a tagliare le tasse ai ricchi e a lasciare a bocca asciutta i poveri, cioè a fare ciò che più o meno tutti i governi di centrodestra e di centrosinistra han fatto negli ultimi vent’anni, convinti com’erano che, con la fine delle ideologie, anzi della Storia, l’unica ricetta possibile fosse quella di lasciare mano libera ai mercati e alle imprese, che avrebbero provveduto a creare sviluppo e posti di lavoro. Purtroppo questa ricetta poteva funzionare (e non sempre) nell’èra della spesa pubblica à go go e della piena occupazione, prima del Fiscal compact, della globalizzazione, della robotizzazione, delle migrazioni di massa e della crisi del 2009. Ma dopo, cioè ora, è un fallimento totale.

L’hanno capito per prime le destre antieuropee, che hanno archiviato le fascinazioni neoliberiste per riabbracciare il protezionismo, il nazionalismo e il welfare, facendo man bassa di milioni di voti delle periferie sociali. Solo in Italia i primi ad accorgersene non sono state le destre, prigioniere dell’incantesimo berlusconiano, ma un comico-attivista, tale Beppe Grillo, e un tecno-guru, tale Gianroberto Casaleggio, che dal 2007 hanno provato a incanalare il malcontento degli invisibili prima verso un Pd rinnovato (un ossimoro), poi verso Di Pietro e infine, respinti su entrambi i fronti, in un nuovo movimento post-ideologico, né di destra né di sinistra per etichetta ma molto progressista per programma. La reazione dell’establishment è nota: prima ha snobbato i 5Stelle come ribellismo fine a se stesso (“il partito del vaffa”, “la protesta”, “il neo- qualunquismo”), poi l’ha demonizzato come fascismo, autoritarismo, giacobinismo, avventurismo e vai con gli -ismi. Anche quando il M5S era ormai il primo partito.

Nel 2013 a pari merito col Pd, nel 2018 da solo al 32,5%. “Siamo l’unica alternativa democratica alle Le Pen e ad Alba Dorata”, ripeteva Grillo. Ma nessuno lo stava a sentire. E giù a ridere sul reddito di cittadinanza, il salario minimo, la legalità, l’ambientalismo, la lotta al precariato, ai privilegi della casta e alle grandi opere inutili. Intanto battaglie simili diventavano le bandiere delle nuove sinistre occidentali: Sanders in America, Corbyn in Gran Bretagna, Mélenchon in Francia, Podemos in Spagna, i Verdi in Germania. Basta leggere i commenti sprezzanti che i nostri giornaloni, intellettuali, (im)prenditori e vecchi politici riservano tuttora al reddito di cittadinanza. Una misura di puro buonsenso che, chiamata e declinata in vari modi, esiste in tutto il resto d’Europa per colmare un vuoto occupazionale ed esistenziale figlio della globalizzazione, dell’automazione, dell’austerità e della crisi post-2009: i posti di lavoro continueranno a diminuire, perché le imprese preferiranno sempre più i robot e la manodopera a basso costo dei migranti e dei Paesi senza diritti. Dunque, per evitare crolli dei consumi e rivolte sociali che mettano a repentaglio le economie e i governi, sarà decisivo redistribuire risorse e protagonismi dall’alto verso le crescenti masse di nullatenenti e invisibili.

Di questo parlano in tutto il mondo i veri leader politici, i veri economisti, i veri intellettuali (leggete e regalate le strepitose 21 lezioni per il XXI secolo di Yuval Noah Harari, ed. Bompiani). Da noi fa scandalo che il governo Conte destini 7-8 miliardi l’anno – meno di quelli buttati da Renzi per gli 80 euro o per gli incentivi al Jobs Act – per dare un reddito e un volto a 5 milioni di poveri assoluti. Invece non fa scandalo gettare 10-15 miliardi in un buco di 60 km per far passare un treno merci ad alta velocità accanto a quello che già da decenni viaggia vuoto all’80-90%. E si continua a menarla con gli sgravi e gli aiuti alle imprese. Come se non avessimo già regalato abbastanza soldi alla classe macro-imprenditoriale più fallimentare e parassitaria del mondo. Perché Macron, degno spirito-guida dei nostri Micron, scoprisse l’esistenza dei poveri, c’è voluta la rivolta dei gilet gialli. E ora tutti a elogiarlo per quella che viene spacciata per una “svolta” epocale in favore degli invisibili di Francia, mentre è una penosa resa senza condizioni. Chi volesse capire perché gli invisibili d’Italia non scendono in piazza dovrebbe ammettere che siamo l’unico Paese d’Europa che li ha portati al governo, a causa di quel curioso disguido accaduto il 4 marzo e chiamato elezioni. Si può dire e pensare tutto il peggio possibile di questo governo. Ma solo chi non capisce nulla può seguitare a considerarlo un bizzarro incidente di percorso, una stravagante parentesi da chiudere al più presto (per fare che, dopo?). Se 5 Stelle e Lega sono al governo è proprio perché hanno promesso reddito di cittadinanza e quota 100 sulle pensioni. Ora le élite italiane ed europee devono scegliere: meglio che i giallo-verdi mantengano gli impegni o che anche le piazze italiane si riempiano di gilet, magari non gialli, ma neri?

Il segugio inglese è rimasto a secco

C’era una volta un sogno. Quello di battere ogni record di velocità, volando letteralmente su quattro ruote a mille miglia all’ora. Milleseicento chilometri orari, all’incirca. Una roba mostruosa e pionieristica, per cui tutta l’Inghilterra high-tech si era mossa a sostegno del consorzio Bloodhound Ssc, che mettendo insieme le migliori menti di Sua Maestà, insieme a partner altisonanti come Rolls-Royce e Jaguar, ormai da un decennio si stava preparando a dimostrare la schiacciante superiorità ingegneristica della perfida Albione sul resto del mondo. Come? Costruendo per l’appunto un veicolo-razzo in grado di battere il precedente primato su terra, tra l’altro sempre inglese, del Thrust Ssc: il primo mezzo a quattro ruote a superare la velocità del suono, raggiungendo i 1.227,99 chilometri orari nell’ormai lontano 1997.

Ebbene, quel sogno è finito. Naufragato insieme alla mancanza di fondi, affondato da sponsor e investitori scettici sul continuare a investire milioni di sterline (pare ne mancassero ancora venticinque, più o meno) per compiere un’impresa di cui tutto sommato importava poco. In un momento in cui la Brexit semina incertezza, evidentemente si preferisce spendere per legare il proprio nome a qualcosa di più concreto rispetto a un astronave su quattro ruote spinta dal motore a reazione di un Eurofighter Ej 200, che va più forte su un lago salato che in cielo. Continua il periodo nero, per l’autostima britannica.

Volkswagen, dal 2026 inizia la fuga dal diesel

Cavalleria a combustione, ultimo atto. Parafrasi di una celebre opera lirica, quella “rusticana” del Mascagni, che presta i versi a quella endotermica di Volkswagen. L’ultimo atto, però, avrà ancora tempo per compiersi: nel 2026, infatti, sarà avviato l’ultimo ciclo di produzione di propulsori diesel e benzina del gruppo tedesco. “Stiamo gradualmente eliminando i motori tradizionali”: lo ha detto Michael Jost, capo strategia del gruppo tedesco, durante l’“Handelsblatt auto summit” di qualche giorno fa. Niente di così inaspettato, soprattutto al netto dell’altra dichiarazione sui 44 miliardi di euro che Volkswagen sarebbe pronta a investire entro il 2025 su elettriche, guida autonoma e nuova mobilità connessa. La rivoluzione delle zero emissioni avrà come punto di riferimento l’I.D., compatta costruita sulla nuova piattaforma modulare Meb, in arrivo nel 2020 a un prezzo di ingresso ipotizzato di circa 25 mila euro. Tutto ciò comporterà una riconversione degli attuali impianti di produzione, come quella dei già annunciati Hannover, Zwickau – la “culla” della Golf e che da fine 2019 produrrà la prima I.D. di serie – ed Emden. Gli investimenti sull’elettrico, tuttavia, non impediranno al gruppo di Wolfsburg di continuare a lavorare su benzina e diesel per renderli più efficienti e limitarne al minimo le emissioni inquinanti, perlomeno fino al loro definitivo pensionamento. Poi il cambio di rotta necessario, sia per espiare il peccato originale del dieselgate, sia perché – come musicherebbe Mozart – “Così fan tutte” (le case automobilistiche), presto o tardi.

Un suv per ogni stagione. L’offensiva della nuova Bmw X5

Ha il passaporto del mondo la nuova Bmw X5: ingegnerizzata in Germania, costruita negli Usa e cittadina onoraria del Marocco. Per il lancio commerciale, Bmw Italia ha infatti realizzato un tracciato identico al circuito di Monza tra sabbia e rocce del Sahara. Dal 1999 ne sono state prodotte 2,1 milioni di unità, di cui 64 mila sono finite nel nostro Paese. La quarta generazione della vettura punta su lusso e tecnologia ma, ora più che mai, guarda anche al fuoristrada. Così, a dettagli come la leva del cambio di cristallo, tetto panoramico, monitor di intrattenimento posteriori e sedili massaggianti/climatizzati, si possono aggiungere particolari come i pneumatici tassellati o l’assetto rialzabile. Basta giocare con allestimenti e opzioni, quasi infinite: non a caso, la clientela della X5 acquista accessori extra per un valore medio di 10-15 mila euro, da aggiungere a prezzi di listino, che partono da 73 mila euro.

Con questa cifra il motore sotto al cofano è il potente 6 cilindri 3.0 turbodiesel da 265 Cv, più che sufficiente a scarrozzare un mezzo lungo 4,92 metri, largo 2 e disponibile pure con 7 posti. Quando si viaggia in 5, la capacità di carico del bagagliaio è di 650 litri (1.870 abbattendo gli schienali posteriori). In fuoristrada la X5, specie col pacchetto xOffRoad – dotato di protezioni sottoscocca e 4 modalità di guida per affrontare ogni fondo – se la cava benone.

Più esclusivo il diesel 3 litri da 400 cavalli, una vera fionda meccanica: la X5 gode dell’agilità garantita dalle quattro ruote sterzanti, stabilizzazione attiva del rollio e delle sospensioni pneumatiche, che in velocità di abbassano fino a 2 cm. Tutti escamotage che mascherano egregiamente una massa complessiva superiore alle 2,2 tonnellate. Presto arriverà anche il turbobenzina da 340 Cv: ad accomunare tutte le motorizzazioni il cambio automatico a 8 marce e la trazione integrale (implementabile con differenziale autobloccante posteriore).

Se all’esterno spicca la maxi calandra frontale e i gruppi ottici Full Led (a richiesta quelli a laser), all’interno l’attenzione è tutte per i due schermi da 12,3 pollici, adibiti a strumentazione e infotelematica.

Curata la dotazione di sicurezza di serie o a pagamento: include frenata automatica di emergenza con riconoscimento pedone, cruise control adattivo, mantenimento automatico della corsia e monitoraggio del traffico presente in coda al veicolo. In caso di malore del guidatore, poi, l’auto può arrestare da sola la sua corsa e chiamare i soccorsi. Una chicca? Il reversing assist: la X5 affronta autonomamente in retromarcia gli ultimi 50 metri di strada percorsi. E gli angusti vicoli ciechi non sono più un problema.

L’ombra Blues dei Rolling Stones

Che i Rolling Stones siano stati profondamente influenzati dal Blues è cosa risaputa, a partire dalla scelta del loro nome, ispirato da un brano di Muddy Waters: parafrasando Goethe che disse “Molto spesso eventi imminenti proiettano una loro ombra in avanti, prima che essi accadono”, è proprio quel che accadde a Mick Jagger quando lesse il titolo di quella vecchia canzone. Inoltre, stando a un aneddoto raccontato dal chitarrista Ronnie Wood, è proprio grazie a un disco di Muddy Waters se Jagger e Keith Richards divennero amici, quando sul treno che li portava al college si accorsero di possedere la stessa raccolta di canzoni. Cultori del genere, gli Stones ora offrono “una vera e propria educazione musicale” con la raccolta Confessin’ The Blues che riunisce i più grandi bluesmen di sempre (in doppio cd o lp), tra i quali troviamo Howlin’ Wolf, John Lee Hooker, Chuck Berry, Muddy Waters e Robert Johnson. Parte degli incassi sarà devoluta alla Blues Heaven Foundation, organizzazione senza fini di lucro.

“Non siamo soltanto funiculì funiculà”

“Nu Guinea è un immaginario esotico, un posto lontano che probabilmente non visiteremo mai. Un luogo ideale dove si mescolano suoni di differenti razze e culture”. I Nu Guinea sono due dj e produttori napoletani, Massimo Di Lena e Lucio Aquilina, che vivono a Berlino. Quest’anno è uscito il loro primo album autoprodotto, Nuova Napoli. Un disco dedicato al suono negro del Neapolitan Power, dove si citano i Napoli Centrale ed Eduardo De Filippo. Un ritorno al futuro amato anche da Liberato, che li ha chiamati ad aprire il suo primo concerto a Napoli.

“Il disco è nato per caso, dalla nostalgia di casa, dalla mancanza della nostra terra”, raccontano. “Se non ci fossimo trasferiti a Berlino forse non sarebbe mai nato. Il titolo è una citazione del film, No grazie il caffè mi rende nervoso, di Lodovico Gasperini con James Senese e Massimo Troisi. Film incentrato sul Festival Nuova Napoli dedicato alla nuova musica napoletana che andava oltre la tradizione. E per questo boicottato da un certo Funiculì funiculà, che non vuole che Napoli cambi. Ci siamo immaginati una band dell’epoca che partecipasse a questo festival”.

Nuova Napoli è anche un omaggio al suono degli anni 70-80, “un omaggio a Tony Esposito, James Senese e Pino Daniele, ma c’è anche una scena di artisti minori dai quali abbiamo preso ispirazione, come Oro, Donatella Viaggiano, Antonio Sorrentino. Amiamo scavare nel passato delle culture musicali del mondo, per poi mescolare tutto col napoletano, che dà un’identità precisa al progetto”. E il vostro sound lo definireste vecchio o nuovo? “Difficile rispondere, quello che cerchiamo di fare è andare a scovare suoni e dischi di nicchia a cavallo fra gli anni 70 e 80 in un momento in cui l’incontro tra culture dava vita a degli ibridi che mescolavano per la prima volta disco, funk e jazz con i suoni della musica popolare. Noi cerchiamo di riprendere quell’approccio ma con mezzi differenti e possibilità maggiori dovute anche all’opportunità, al giorno d’oggi, di avere accesso alla musica di tutto il mondo in maniera relativamente facile”.

“Ai Millennials insegno la risata napoletana”

“Polemiche per la ‘napoletanità’ su Rai2? Non credo. Piuttosto rischiamo di essere ancora una volta controcorrente: nel momento in cui tutti odiano tutti, noi facciamo un programma per far ridere”. Renzo Arbore lo chiama “educational show” quello che andrà in onda domani e il 19 dicembre in prima serata: con la ritrovata compagnia di Andrea Delogu e Nino Frassica (dopo il successo di Indietro tutta 30 e l’ode), con la regia di Luca Nannini e il lavoro di Ugo Porcelli, Giovanna Ciorciolini e Gino Aveta, Guarda… stupisci vuole essere un percorso “educativo” attraverso la canzone umoristica napoletana.

Arbore, chi vuole educare?

I Millennials: non hanno vissuto certi periodi della cultura che invece meritano di non essere dimenticati. Prova ne è la mia Orchestra italiana, con cui in 27 anni abbiamo fatto 1500 concerti in tutto il mondo. Siamo più longevi di Duke Ellington… E poi c’è Napoli, una città sorridente, un’altra Napoli rispetto a quella messa in scena di solito. Partiremo dall’antico, che è sopravvissuto al vecchio, per raccontare come i meccanismi dell’umorismo nati sotto il Vesuvio si siano poi trasferiti in tutte le latitudini.

Quali sarebbero questi meccanismi?

Il doppio senso, il gioco di parole, lo sfottò. Certo, io abbondo in matrici goliardiche, ma non me ne vergogno: ho avuto persino una laurea in goliardia a Bologna e me l’ha data Umberto Eco… Ma Napoli è come me: pensi che quando la squadra vinse lo scudetto, al cimitero venne fuori la scritta ‘non sapete cosa vi siete persi’. E poi anche la risposta: ‘E tu che ne sai?’.

Avrete un’aula “a mare” con una terrazza di Positano sullo sfondo e studenti napoletani delle varie discipline dello spettacolo. Vi capiranno anche a Milano?

Saranno con noi Proietti, Banfi, Montesano, Arena, Laurito, Bollani, Teocoli e tanti altri. Faccio una riflessione: i ragazzi oggi hanno a disposizione la Rete, che è una straordinaria enciclopedia. Ma, se nessuno li aiuta, non sapranno mai chi era Aldo Fabrizi e perché da lui è nato Alberto Sordi, e da Sordi Proietti e da Proietti Brignano. Non è che Cochi e Renato quando fanno la gallina non si ricordano di Nino Taranto… Utilizzeremo lo stesso Internet: il nostro obiettivo sarà far scoprire ai più giovani La Pansè o Zazà: sono sicuro che ne diventeranno fanatici.

Dica la verità: è un’operazione nostalgia?

Al contrario, è una formula proiettata verso il futuro. Il mio sogno è tradurre il web in televisione. In Rete leggo tutti i giornali, passo la notte a cercare le novità, da musicista sono molto attento. Noto che con l’attualità si sorride pochissimo: i Benigni, i Fiorello mi sembrano tutti accucciati. E, viceversa, in politica c’è una rincorsa alla paraculaggine. I comici, per far ridere, vanno contro. Noi, per far ridere, andremo verso.