Faber e Dori prigionieri dell’Hotel Supramonte

Pubblichiamo uno stralcio del nuovo libro di Stefano Mannucci, “L’Italia suonata. Dagli anni del boom al nuovo millennio: la storia e la musica”, edito da Mursia e Rtl 102.5, in libreria da ieri.

 

È già un’ora, un’ora e mezza. Quanto durerà ancora questo supplizio? A occhi bendati, l’unica cosa che ti conforta è il familiare rumore asmatico della tua Dyane gialla, il motore che agonizza su ogni salita, tra le curve grezze che questi banditi affrontano, una dopo l’altra, mentre tu e Dori provate una morsa allo stomaco, lì buttati sui sedili posteriori, una nausea figlia non solo dell’ora e del viaggio, ma soprattutto della circostanza.

Che vogliono davvero, questi signori? Quando sono entrati in casa la giornata sembrava già finita, tutti quei parenti attorno a celebrare la festa del patrono, poi i nonni s’erano portati via la piccola Luvi, e meno male, altrimenti chissà come sarebbe finita. Faber e Dori stavano per andare a letto, lei si era attardata in cucina, sai come sono le donne, non si coricano se hanno l’impressione che in giro ci sia ancora disordine. Lui era già salito al piano di sopra, quando due di questi individui avevano immobilizzato la sua compagna. Un terzo faceva da palo. Un quarto, incappucciato, gli aveva puntato un fucile addosso, intimandogli di prepararsi, di portare con sé abiti adatti per l’autunno e oltre: la cosa rischiava di andare per le lunghe, e oggi è solo il 27 agosto di quest’anno tumultuoso di fine decennio, il 1979.

Faber non aveva voluto crederci: chi mai poteva avercela con lui e la sua famiglia? “Cos’è, uno scherzo? Avanti, togliti quel passamontagna. Chi sei? Ti conosco?”, aveva detto all’intruso, sperando in una lugubre burla destinata a evaporare in una risata. Quello lo aveva tenuto a tiro, senza accogliere obiezioni. De André non lo sa, ma il capobanda aveva raccolto le confidenze di una donna di servizio nella casa dell’Agnata e nel pomeriggio aveva dato via libera ai sequestratori: “Tutto a posto, stasera procedete, a dormire resteranno solo loro due”.

E dire che Dori – neppure questo Fabrizio può saperlo, non ancora – è una soluzione di ripiego. A essere portato via con il padre avrebbe dovuto essere il diciassettenne Cristiano. “Sì, avevo progettato di andare a trovare papà”, ricorderà con me De André jr. quasi quarant’anni dopo, “ma era arrivato da Genova un amico mio, aveva preso il traghetto imbarcandosi con la Vespa, così avevo deciso di spassarmela restando nella casa di mia zia a Portobello di Gallura”.

Quanto durerà questo supplizio? Quanta benzina c’è nel serbatoio? Un nevrotico colpo di freno e finalmente la Dyane si ferma. “Scendete!”, è l’ordine impartito alla coppia di artisti dai rapitori. Nel cuore di una notte in cui ai tuoi occhi viene negato di vedere, ti affidi alle orecchie che percepiscono gli echi ostili di una natura silvestre e il battito del cuore impazzito della tua donna. Il tuo non risponde, ha deciso di non assecondare il ritmo della paura. Puoi congratularti con le tue gambe, i tuoi piedi, che ora più che mai devono sostenerti, tu intellettuale sedentario dei miei stivali, faglielo vedere ai banditi che sei in grado di sostenere questa prova, ti aspettano due giorni di marcia tra le montagne di Pattada, verso un primo nascondiglio dove resterete per una settimana, e da lì fino a un secondo rifugio sotto le stelle, tu e Dori nella suite fatta di terra fango sassi e pioggia dell’Hotel Supramonte (così lo chiamano in codice i loro carcerieri, ma il vero Supramonte è dalle parti di Orgosolo, qui invece siamo alle pendici del Lerno), quattro mesi di prigionia, una catena al piede e un lucchetto che vi sigilla al tronco di un leccio, un uomo solo e una donna in fiamme che l’Italia ha perso di vista, due dei 16 rapiti in questi mesi nella Sardegna dove l’Anonima Sequestri la fa da padrone.

Passata la prima notte, scattato l’allarme, il presidente del Consiglio Cossiga prende di petto il ministro degli Interni Virginio Rognoni. Cossiga è figlio di quest’isola meravigliosa, complicata e fiera: paradossalmente, è uno dei politici di punta che tiene sotto costante osservazione il cantautore Fabrizio De André, le cui note simpatie anarchiche avevano fatto ipotizzare addirittura un suo coinvolgimento nelle trame oscure dietro la strage di piazza Fontana, e che oggi, stando alle valutazioni dei Servizi segreti, potrebbe essere un fiancheggiatore delle Brigate Rosse, magari ospitando terroristi latitanti nella sua tenuta dalle parti di Tempio Pausania.

Cossiga non deve essere un attento ascoltatore dell’opera di De André: basterebbe mettere sul giradischi La guerra di Piero, con quel soldato che si fa cogliere dal dubbio e non vuole sparare su un suo simile con una divisa diversa. Alla fine viene ucciso in un campo di grano dal nemico, che invece non coltiva incertezze.

“Perseguitati in Italia, non posso neppure registrare mia figlia”

Sono almeno otto i cittadini turchi che hanno chiesto asilo politico in Italia perché gülenisti. Nonostante siano immigrati con un’attività ormai avviata o studenti, non riescono più ad accedere ai servizi che dovrebbero garantire loro consolato e ambasciata in Italia. Furkan è uno di loro. Ha un’attività commerciale in una città lombarda, ma accetta di parlare solo a patto di mantenere anonima la sua identità e il suo luogo di lavoro. “Mia figlia è nata pochi giorni prima del golpe. Il consolato non vuole registrarla e concederle un documento. Ora è apolide”, dice. Almeno un altro suo conoscente si trova nella stessa situazione, con i titoli di viaggio di un figlio in scadenza e nessuna missione diplomatica che glieli rinnovi. Solo con l’asilo politico potrebbe di nuovo avere un passaporto per sé e per il resto della famiglia.

Come sono iniziati a peggiorare i rapporti con l’ambasciata italiana?

Una premessa. In Italia, da Bologna in su ha autorità il consolato, da Bologna in giù l’ambasciata. Io ho sempre avuto rapporti con il consolato. Sono diventati peggiori dal 17 dicembre 2013, quando c’è stata un’importante operazione anticorruzione in Turchia che ha acuito i contrasti che già esistevano. Hanno accusato Gülen di aver influenzato dei giudici. Quel documento, ad esempio, diceva che avrebbero dovuto riprendersi le scuole.

Non eravate alleati con l’Akp?

Non è esatto. C’è un primo periodo di Erdogan in cui eravamo in tanti a sostenerlo, perché stava facendo le cose per bene. La Turchia usciva da una profonda crisi economica, la situazione stava migliorando e al governo non c’era solo l’Akp. Ma già il 15 agosto 2004 il Consiglio di sicurezza nazionale, dove sedevano uomini di Erdogan, ha votato una risoluzione per fermare il movimento di Gülen. Oggi si sta seguendo quel documento: in Turchia ho un fratello che è stato arrestato solo perché lavorava in un ospedale di Gülen. Non riesco più ad avere contatti con lui.

Come identificano un gülenista?

Così, basta frequentare una scuola o un ospedale. Puoi finire in carcere perché stai leggendo un libro di Gülen. Anche appartenere a una certa fondazione o a un certo giornale.

Cosa significa appartenere al movimento di Gülen?

Io ho letto tutti i suoi libri. Mi riconosco nelle sue idee di convivenza. Trovo che sia d’ispirazione. Le associazioni promuovono eventi culturali. Il movimento si concentra soprattutto sull’istruzione perché si pensa a formare delle generazioni migliori domani. Possiede poi ospedali e enti benefici. All’esterno si crede che ci sia una struttura che decide per tutti, ma non è così.

Siete un movimento potente se avete influenza sui media, negli ospedali, scuole, tribunali. Siete l’unica opposizione forte Erdogan.

Fossimo stati potenti non ci troveremmo in questa situazione.

Siete a conoscenza di deportazioni di cittadini turchi dall’estero?

Ne abbiamo sentito, ma non avendo strutture centrali non abbiamo numeri totali di quante sono le persone coinvolte. Abbiamo poi letto che il governo turco cerca di usare le red notice dell’Interpol per far espatriare degli oppositori politici.

La guantanamo per i nemici di Erdogan

Anche la Turchia ha le sue Guantanamo. Carceri speciali segrete, dove i detenuti sono oppositori politici provenienti sia dalla Turchia sia dall’estero. In gergo militare sono definiti black site. A coordinare l’intero programma delle extraordinary rendition, deportazioni extragiudiziali (anche dall’estero), sono i servizi segreti turchi della Mit, Millî Istihbarat Teskilâtı.

I prigionieri, tutti turchi, sono ritenuti appartenere a Hizmet, il movimento fondato da Fethullah Gülen, politico e predicatore che secondo il presidente Recep Tayyip Erdogan avrebbe ordito il fallito “golpe” del luglio 2016. Il governo di Ankara da allora chiama il suo movimento FETÖ, “movimento terroristico gülenista”. Le intenzioni verso il movimento erano chiare già appena dopo il golpe: “Li puniremo in modo che ci implorino di massacrarli per far cessare la sofferenza”. Parole di un allora ministro di Erdogan, Nihat Zeybekci.

Www.BlackSiteTurkey.com è l’inchiesta internazionale coordinata dal centro di giornalismo investigativo tedesco Correctiv a cui hanno partecipato nove testate internazionali che per la prima volta raccoglie le testimonianze di due sopravvissuti alle prigioni turche. Le deportazioni dall’estero, secondo associazioni vicine al movimento gülenista, sono state finora oltre 60. A luglio il ministro degli Esteri Mevlüt Çavusoglu e a novembre il suo vice Yavuz Selim Kiran hanno detto che i gülenisti deportati dall’estero sono oltre 100 e hanno chiesto a Stati Uniti e Svizzera di sostenere gli sforzi di Ankara per contrastare il movimento di Gülen.

 

Racconti dal carcere

Tolga, nome di fantasia, ha appena portato sua figlia a scuola ad Ankara. Una scuola gülenista. Viene distratto da un uomo che gli urla qualcosa contro. Altre due persone lo prendono alle spalle e lo caricano a forza su un van dai vetri oscurati. Mani e piedi di Tolga vengono fermati con fascette. Il viso coperto con un sacco nero. Lo portano in uno dei black site, dove lo spogliano e lo torturano – anche con un dildo – per dieci giorni. Il consorzio di giornalisti ha incontrato Tolga varie volte: non si è mai contraddetto.

Ali, un membro attivo di Hizmet in Turchia, racconta delle stesse torture. Non ha mai incontrato né conosciuto Tolga. Alcuni giornalisti del consorzio lo incontrano in una località protetta. “Mi hanno detto che ero un terrorista e mi hanno accusato di ogni sorta di crimine”, ricorda. Quando è stato arrestato, la notizia è stata diffusa su Twitter dalla moglie. Gli agenti che torturavano Ali gli hanno fatto sapere che quei messaggi per chiedere la sua liberazione li “infastidivano”: sua moglie rischiava lo stesso trattamento.

Avvertimenti così ne rammenta anche Tolga. Gli agenti gli chiedono di confermare le informazioni in loro possesso: se lo avesse fatto, sarebbe stato libero e la sua famiglia non avrebbe subito conseguenze. Di solito, quando i prigionieri vengono rilasciati, “sono costretti a diventare testimoni anonimi”, spiega Kaplan dell’associazione per i diritti umani turca IHD.

Tolga mangia la foglia, ma finge gravi traumi psicologici a causa delle torture. Prima di scarcerarlo, lo caricano ancora su un furgone che per ore segue un percorso circolare. Gli riconsegnano i vestiti e gli dicono di scrivere una lettera per informare i suoi secondini dei primi giorni di libertà, per cominciare a fare l’informatore e testimoniare contro i gülenisti. Tolga, invece, lascia il Paese. Ma i fantasmi se li porta appresso: “Ho paura di ogni turco che vive qui”, dice. Teme siano informatori di Ankara.

 

Deportazioni in Kosovo

Pristina, Capitale del Kosovo. Sono le 10 del 29 marzo 2018 quando dalla pista dell’aeroporto decolla l’aereo TC-Kle. A bordo ci sono cinque insegnanti della Scuola Mehmet Akif di Pristina, uno dei quasi duemila istituti aperti dai seguaci di Gülen 160 Paesi. Li si vede ammanettati entrare in aeroporto nei video delle telecamere a circuito chiuso della struttura.

Il velivolo su cui salgono è un jet civile ma è diretto a un aeroporto militare di Ankara. Secondo quanto scoperto da Correctiv e Frontal 21, due delle testate che partecipano all’inchiesta, quell’aereo appartiene a una società che ha sede a Yenimahalle, un distretto di Ankara, allo stesso indirizzo del Mit. Una conferma del coinvolgimento dei servizi segreti turchi.

La moglie di uno degli arrestati, anche lei insegnante, ha organizzato una protesta per chiedere la liberazione del marito. Sono otto mesi che è scomparso. Tutti i prigionieri del volo sono stati portati in un carcere a Silivri, nella provincia di Istanbul. Il fatto che un episodio del genere sia avvenuto in Kosovo non è un caso. Il proprietario dell’aeroporto di Pristina è un businessman turco vicino all’Akp e la Turchia dal 2013 è tra i principali investitori nel Paese.

 

Una campagna per screditare Erdogan?

Alcuni particolari dei racconti dei due testimoni sono identici a quanto racconta un video pubblicato su Youtube da Bold Media, testata di filo-Gülen fondata da giornalisti fuggiti all’estero. In quel caso, la prigione è identificata nella “Fattoria”, una struttura dove negli anni Ottanta sono finiti i curdi. C’è chi sostiene che la storia delle Guantanamo turche sia una montatura dei media favorevoli a Hizmet – il movimento politico di Gülen – per screditare l’Akp, partito con il quale all’inizio il movimento aveva ottimi rapporti. Eppure tracce della loro esistenza si trovano anche in documenti ufficiali tedeschi. Il ministero degli Esteri nel 2017 ammette che le organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno già dato indicazioni che gli oppositori turchi subiscono lesioni che sembrano essere effettuate “in altri luoghi”, fuori dalle stazioni di polizia turche. In un’interrogazione parlamentare dell’ottobre 2018, Die Linke chiede conto delle “liste di persone” che la Turchia vorrebbe rimpatriare riportate sui media, il governo federale risponde che le operazioni di rimpatrio “non sono state condotte in modo indipendente [di turchi] sul territorio straniero”.

“Human Rights Watch ha giudicato credibili accuse di uomini deportati (specialmente ad Ankara) da individui che le famiglie e i testimoni reputano agenti in borghese (membri delle forze di sicurezza)”, spiega al consorzio Emma Sinclair-Webb, responsabile per la Turchia.

Il giornale svizzero SonntagsZeitung il 9 dicembre dà poi la notizia di un’indagine della Confederazione elvetica per chiarire chi sono i responsabili di due tentate deportazioni in Svizzera. Anche lì i servizi segreti turchi hanno cercato di applicare il loro programma di rendition.

Il governo turco non ha risposto alle domande dei giornalisti di Black Site Turkey. In passato, le autorità di Ankara avevano negato ogni coinvolgimento in casi di tortura. Subito dopo il golpe fallito, il presidente Erdogan ha detto: “Dicono che torturiamo. Abbiamo tolleranza zero verso le torture”

 

Salvini in Israele: incontra Netanyahu ma non il presidente

Torna in Israele, Matteo Salvini. Lo fa due anni dopo la prima visita, questa volta da ministro dell’Interno e vicepremier. Oggi vedrà a Gerusalemme il premier Benjamin Netanyahu – ma non il presidente Reuven Rivlin – proprio mentre Israele è impegnato nell’operazione “Scudo del nord” per individuare e distruggere i tunnel di Hezbollah, miliziani sciti libanesi alleati dell’arcinemico Iran. Il programma prevede un primo appuntamento nel pomeriggio con l’Amministratore apostolico di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa. Subito dopo l’incontro con il ministro della Pubblica sicurezza Gilad Erdan, quindi una cena in suo onore, organizzata dal ministro del Turismo Yair Levin. Domani, poi, Salvini incontrerà Netanyahu e visiterà il Museo della Shoah, incontrando la Comunità ebraica di origine italiana Il mancato incontro con Rivlin è stato sottolineato a lungo dalla stampa locale: ieri il quotidiano liberal Haaretz ha parlato di “sbiancamento in lavatrice” per un leader definito “esponente della destra estrema”. Il laburista Merav Michaeli si è invece congratulato direttamente con Rivlin perché “la sua agenda non gli consente di incontrare il leader dell’estrema destra italiana”.

Macron si inchina ai gilet gialli. Ma le promesse sono a debito

Cento euro al mese per cercare di recuperare più una serie di misure rivolte alle classi più disagiate. E un messaggio soprattutto: sono uno di voi, forse non ci siamo capiti, la colpa è mia. Ma basta con le violenze, basta con gli scontri. Ma non è la rimessa in discussione della sua politica. E questo resta il punto debole del discorso di ieri.

Sono le 20 in punto quando i canali di tutte le tv francesi si sintonizzano sull’Eliseo, il presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, seduto alla sua scrivania, lo sguardo serio e afflitto, il tono solenne. È il messaggio alla Nazione, quello che dovrebbe placare la rabbia dei gilet gialli, il movimento che da oltre un mese ha messo sottosopra i sabati pomeriggio in tutte le città di Francia. Macron esordisce dicendo subito che ha capito il messaggio, ma anche che non accetta le aggressioni ai poliziotti: “Queste violenze non beneficeranno di alcuna indulgenza”. Il tono torna serioso e trasmette soprattutto un messaggio: la vostra rabbia è giusta, è quella delle persone in difficoltà, di quelli che non arrivano alla fine del mese. “In un anno e mezzo – ammette – non ho saputo dare le risposte. Mi prendo la mia parte di colpa”. Ma, aggiunge, “se mi sono battuto per rovesciare il sistema politico, le abitudini, le ipocrisie, è perché credo innanzitutto nel nostro Paese e la mia legittimità proviene da voi, da nessun’altro”.

Le proposte. Qui arriva la parte del discorso che scommette sul titolo a effetto: “Stato d’urgenza economico e sociale”. Non stato di emergenza, dunque, oppure anche quello, se le violenze andranno avanti (ma questo non lo dice esplicitamente), ma una iniziativa sociale che, secondo le intenzioni dell’Eliseo, non ha precedenti ed è destinata a mettersi in sintonia con il “popolo”.

La rabbia contro “una tassa” (quella sulla benzina) è dunque comprensibile e infatti, spiega, il “primo ministro ha già annullato e soppresso tutti gli aumenti previsti”. Ma la rabbia è più profonda, e Macron per far capire che ha capito, snocciola le varie figure sociali di cui la Francia discute da un mese: il dipendente che non arriva a fine mese, la madre singola che non ha risorse sufficienti per i propri figli, i pensionati a basso reddito che non ce la fanno più. E poi le proposte. La prima è l’aumento dello Smic, il salario minimo intercategoriale, di 100 euro al mese dal 2019 “senza che costi un euro in più alle imprese” (e come vedremo sarà uno dei punti contestati). Seconda proposta: le ore di straordinario detassate e prive di contributi già da gennaio 2019. E perché ci sia subito un miglioramento delle condizioni di vita, “chiederò alle imprese di versare un premio di fine anno che sarà detassato e privo di contributi”.

Poi, ancora, i pensionati: coloro che guadagnano meno di 2.000 euro al mese non subiranno l’aumento della contribuzione sociale generalizzata (Csg) prevista all’1,7% e da cui finora erano esentati solo i redditi sotto il 1200 euro.

In parlamento. “Le misure saranno contenute in un provvedimento che il primo ministro consegnerà ai parlamentari già oggi”, ha assicurato Macron.

Da vero populista dei poteri forti, infine, fa la promessa più vacua di tutte: “Ho bisogno che le grandi imprese e i cittadini più fortunati aiutino la nazione a riuscire: per questo li riunirò per prendere delle decisioni in tal senso già in settimana”. Però non offre una delle rivendicazioni più gridate nelle piazze, il ristabilimento della Isf, l’imposta di solidarietà sulle fortune, che invece non si tocca. “L’abbiamo avuta per 40 anni, abbiamo vissuto forse meglio?”. Magari si farà qualcosa contro l’evasione fiscale, affinché “un’impresa francese paghi le sue imposte in Francia”, ma la Isf no.

Per finire, una spruzzata di democrazia: ascoltare tutte le tendenze di opinioni, “una legge elettorale più giusta”, la considerazione del voto in bianco – quindi una modifica dell’attuale legge maggioritaria, sembra di capire – la questione ecologica e l’immigrazione. Tutto questo per una grande “dibattito nazionale” coordinato dal presidente in persona e in grado di coinvolgere tutti. Per questo Macron annuncia che farà un tour in tutta la Francia per incontrare i sindaci per costruire “un nuovo contratto per la Nazione”.

Come si intuisce, il presidente francese prende un’iniziativa concreta ma la fa, è il rimprovero ad esempio di Jean Luc Mélenchon, tutta a carico dei contribuenti. Lo Smic, infatti, aumenterà grazie al calo dei contributi e così avverrà per le altre misure. I miliardi sul tavolo sono molti, come annotava in tv la ministra del Lavoro ieri sera su France 2, e oggi si capirà meglio quanti saranno.

Sforare il 3%. Si capirà soprattutto l’impatto sul bilancio e quindi se la Francia potrà superare la soglia del 3% deficit-Pil imposta dal Patto di Stabilità. Non a caso il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis ha già annunciato che la Ue vigilerà sui conti.

Dalla parte dei gilet gialli invece, a giudicare dalle reazioni viste in tv o raccolte dalla stampa, si misurano entrambe le reazioni: soddisfazione per la portata delle misure e delusione perché ci si aspettava di più. In Rete circola già la convocazione dell’“Acte V” per sabato prossimo. Ma sono in molti che domandano la soluzione più democratica: facciamo il referendum.

Brutta aria alla Casa Bianca, generali in fuga

Ci vuole un sergente di ferro per mettere in riga gli scalmanati della cerchia del presidente Donald Trump: la ‘prima figlia’, il ‘primo genero’, la ‘first lady’, che non va d’accordo nemmeno con il resto della famiglia. Come previsto, John Kelly, generale dei Marines in congedo, capo dello staff, toglie il disturbo: un po’ perché non ne poteva più, un po’ perché lo cacciano. Nell’estate 2017, aveva sostituito Reince Priebus, un politico ‘bruciato’ in sei mesi dal magnate showman.

Kelly, che veniva dalla sicurezza interna, pareva l’uomo giusto, ordine e disciplina. Trump è al terzo capo staff in meno di due anni, come è al terzo consigliere per la sicurezza nazionale: i primi due, entrambi generali, Michael Flynn e H.R. McMaster, sono stati bruciati, il primo dal Russiagate e il secondo per la sua ritrosia alla politica estera delle maniere forti (quella che piace al suo successore John Bolton).

Per il presidente, però, le vere grane rischiano di arrivare, da un momento all’altro, dagli sviluppi del Russiagate: il procuratore speciale Robert Mueller avrebbe già le prove che i russi interagirono con almeno 14 elementi della campagna elettorale del candidato Trump. E il senatore democratico Adam Schiff, prossimo presidente della Commissione Intelligence, pronostica il carcere al magnate, per via dei pagamenti in nero a conigliette sue ‘amichette’ per comprarne il silenzio. Nell’attesa, Trump riempie i vuoti della sua Amministrazione: alla Giustizia, ha messo Bill Barr, già ministro con Bush sr; e all’Onu una giornalista – della Fox, ovvio – dalla carriera bruciante, Heather Nauert, portavoce del Dipartimento di Stato. Al posto di Kelly, doveva andare Nick Ayers, 36 anni. Ma Ayers, piuttosto che prendersi una gatta da pelare del genere, in una Casa Bianca dominata da intrighi e tensioni, ha preferito dimettersi da capo dello staff del vice di Trump, Mike Pence: resterà, comunque, in squadra, lavorerà per la rielezione del presidente nel 2020. Tutta colpa, ha subito twittato Trump, dei fake news media, che hanno bruciato la notizia: “Sto intervistando alcune persone eccezionali per la posizione di capo dello staff della Casa Bianca … Prenderò una decisione presto”.

Secondo i media Usa, i principali candidati sono quattro: il direttore dell’ufficio del bilancio Mick Mulvaney, il deputato repubblicano Mark Meadows e due membri dell’Amministrazione, il segretario al Tesoro Steven Mnuchin e il negoziatore del commercio Robert Lighthizer.

John Francis Kelly, 67 anni, nato a Boston da famiglia cattolica di origini irlandesi, cominciò a fare il mozzo sulle navi mercantili e poi a vent’anni si arruolò nella U.S. Navy. Passato ai Marines e divenuto ufficiale, salì in grado fino a generale. Plurilaureato, sposato, tre figli, Kelly, in congedo, fu la prima scelta di Trump come segretario alla sicurezza interna: il Senato lo confermò nel giorno dell’insediamento del presidente alla Casa Bianca, con 88 sì e 11 no, segno di una stima bipartisan.

A fine luglio, Trump lo chiamava a fare il capo dello staff e lui provava a mettere ordine: via quelli che volevano comandare, come Steven Bannon, il guru della campagna, e via quelli troppo deboli, come il portavoce Sean Spicer; e via, dopo soli 10 giorni, l’improponibile capo della comunicazione Anthony Scaramucci. Ma con la famiglia Trump, Kelly non l’ha spuntata: Melania ce l’aveva con lui perché non aveva abbastanza riguardi per il suo staff; e Ivanka perché non la lasciava comandare.

May dire Brexit: fra fischi e urla premier in ritirata ai Comuni

La crisi precipita ieri in tarda mattinata, al termine di un animato Consiglio dei ministri, quando esce la notizia che Theresa May intende rimandare il voto di ratifica sulla Brexit, previsto in Parlamento per stasera. Non ha i voti per l’approvazione, e le ultime settimane di campagna per rendere il piano concordato con l’Unione europea accettabile ai parlamentari, sono state addirittura controproducenti.

È un’ammissione di impotenza, l’umiliante presa d’atto del fallimento di una strategia su cui May si gioca il futuro del Paese e la propria sopravvivenza politica.

“Se il voto fosse andato avanti, sarebbe stato bocciato con un ampio margine. Quindi sarà rinviato”, ha ammesso lei fra le risate di scherno dei Comuni. Ma non perde la sua sicurezza, ed è addirittura sarcastica quando chiede ai colleghi di mostrare le carte, di dire chiaramente che cosa vogliano e quale sia la loro soluzione per il nodo cruciale, quello della backstop, la clausola di garanzia escogitata per evitare il ritorno del confine fra le due Irlande, conseguenza automatica dell’uscita dell’Irlanda del Nord dall’Unione. La pezza concordata con Bruxelles è che, “finché non sia trovata una soluzione alternativa”, il Regno Unito resti in una unione doganale speciale, mentre Belfast, in virtù delle sue ‘speciali circostanze”, sarà anche nel mercato unico e più soggetta della madrepatria all’influenza europea.

Prospettiva inaccettabile per gli unionisti irlandesi: solo 10 parlamentari che però, garantendo la maggioranza al governo con il loro appoggio esterno, stanno determinando l’intera Brexit. Al termine di una telefonata con May ieri la leader Arlene Foster ha sintetizzato in un tweet la loro posizione: “La backstop deve essere eliminata. È stato perso troppo tempo. Abbiamo bisogno di un accordo migliore”.

Solo che May non ha intenzione di riaprire l’accordo faticosamente concordato con Bruxelles. Un po’ perché si è esposta troppo nel sostenerlo, un po’ perché fonti Ue hanno ribadito ufficialmente che non ci sono margini di negoziato, un po’ perché, non se ne esce, una soluzione diversa per l’Irlanda è ben nascosta nella sfera di cristallo. Quelle che andrà a chiedere sono maggiori rassicurazioni legali sul fatto che la backstop sia a tempo limitato.

Bruxelles potrebbe prestarsi, visto che sono concessioni non vincolanti: ma è improbabile che unionisti e falchi Brexiters si accontentino di parole. E la fiducia generale verso il governo è ormai ai minimi: difficile che integrazioni cosmetiche cambino l’umore cupissimo dei parlamentari. E quindi, a che serve rimandare il voto, forse addirittura a metà gennaio, se non ad inasprire la frattura fra esecutivo e parlamento? Intanto si aggrava l’incertezza. La presidente della Confindustria britannica Carolyn Fairbarn commenta: “L’ennesimo colpo a imprese disperatamente bisognose di chiarezza”. La cartina di tornasole immediata è il crollo della sterlina, ai minimi degli ultimi 18 mesi sul dollaro. Con il governo di fatto incaprettato, le prossime mosse sono nelle mani del parlamento e in particolare di Jeremy Corbyn, a cui i nazionalisti scozzesi e 50 deputati laburisti hanno chiesto di presentare immediatamente una mozione di sfiducia. Lui ha stigmatizzato la capitolazione di May come “disperata”, ma a porre la fiducia non si decide perché non è certo di avere i voti, e se non vince è costretto a ripiegare sulla richiesta di un secondo referendum. Soluzione preferita dal suo partito ma osteggiata dal segretario. Ora c’è da capire come farà a resistere alla pressione che spinge per una seconda consultazione: i sostenitori del People’s Vote sono galvanizzati dalla sentenza con cui ieri mattina la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha confermato che il Regno può revocare unilateralmente l’articolo 50, cioè la procedura di uscita dall’Unione. In assenza di svolte credibili, la fine è nota: alla mezzanotte del 29 marzo si esce senza accordo. A precipizio.

Un “Attila” al pino silvestre che sembra Jep Gambardella

La Prima della Scala è stata un simbolo (della cultura, del potere, dell’eleganza, dell’arroganza…), ma ormai sta diventando un format. Bene che la Rai il 7 dicembre si sciolga come il sangue di San Gennaro e si ricordi di essere servizio pubblico. Ma è la Tv che va all’opera o l’opera che va alla Tv? Chi è Maometto, e chi la montagna? La seconda che hai detto, ogni anno di più. Da quando va in onda la diretta, la Scala ha anticipato alle 18 l’inizio dello spettacolo, così il palinsesto di Rai1 preserva la prima serata. A condurre il telepacchetto di Attila, misteriosamente diviso in “due parti” (veramente Verdi aveva scritto tre atti…), una coppia non meno arcana: Milly Carlucci (Cantando con le stelle?) e Antonio Di Bella (forse perché ha uno smoking di buon taglio).

Anche i registi si fanno più sensibili alle lusinghe dei 4K; quella ridicolmente contemporanea di Davide Livermore – Attila uno di noi – fa largo uso di mega-schermi con cavalli al galoppo in slow motion, effetto bagnoschiuma Pino Silvestre. Ma anche la regia televisiva si è gasata: contorsioni, viluppi e movimenti di macchina sorrentiniani, come se tra Ezio e Attila stesse per spuntare Jep Gambardella. Sempre meglio dei pacchi di Insinna; ma a questo punto bisognerebbe osare di più, puntare alla prima serata secca. Tra gli applausi a Mattarella, le interviste nel foyer, dietro le quinte, gli spezzoni di Pane amore e gelosia ci può saltare fuori il nuovo Ballarò, con Carlucci e Di Bella al posto di Floris.

La nuova politica nell’età del caos

I summit del G20 sono stati creati per nascondere i fallimenti delle Nazioni Unite. Dopo l’ultimo in Argentina, la scorsa settimana, sappiamo che anche il G20 non può produrre miracoli.

Anzi, le persone intorno ai tavoli di Buenos Aires sono in gran parte responsabili del collasso dell’ordine internazionale.

Nelle librerie e su Amazon si possono comprare molti libri sulle relazioni internazionali, la cooperazione globale, la sicurezza regionale e l’integrazione europea. Ma questi libri descrivono un mondo che non esiste più. Ora viviamo in un’epoca di caos, paura, aggressioni e assenza di legge. L’Unione europea sta cadendo a pezzi. L’Onu è impotente. E non abbiamo alcuna idea di come affrontare questa situazione. Abbiamo mille teorie dell’integrazione europea, ma nessuna sulla sua disintegrazione. Così come ne abbiamo sull’equilibrio di potenza, ma non abbiamo una teoria del caos internazionale.

Dopo la fine della Guerra fredda la maggior parte degli attori internazionali ha abbracciato lo Stato di diritto, il libero commercio, le elezioni democratiche e perfino i diritti umani. Queste norme sono state spesso tradite, ma la violazione era almeno considerata esecrabile. Oggi sempre più soggetti contestano invece l’ordine liberale e le norme che ne derivano. Ci sono Stati che uccidono oppositori politici nei consolati, nei caffè o nel deserto con l’aiuto di droni senza per questo mostrare vergogna. Gli attacchi cibernetici ormai avvengono su base quotidiana e le interferenze nelle elezioni di Paesi stranieri sono ben note. Queste non sono eccezioni a regole condivise, è la nuova normalità. Non sappiamo più chi sono gli amici e chi i nemici. L’America è un nostro alleato? Sosterrà l’agenda sui temi ambientali o la boicotterà? L’Ue incarna le nostre speranze o i nostri incubi? Difficile trovare un Paese in cui i cittadini diano risposte chiare e condivise. Le opinioni sulla Russia sono ancora più frammentate. La Cina è considerata una minaccia, ma la maggior parte dei leader internazionali compete per la benevolenza del governo di Pechino. Tutte le istituzioni internazionali che dovrebbero prevenire i conflitti e favorire la cooperazione sono in crisi. Se un politico vuole risolvere i suoi problemi, non va a New York all’Onu, ma a Washington alla Casa Bianca. E in Europa si rivolge a Berlino, non a Bruxelles.

Siamo anche in una guerra permanente, per quanto ibrida.

Tra terrorismo, scontri commerciali, attacchi cyber e spedizioni militari tradizionali nei cosiddetti “Stati falliti” è difficile dire che viviamo in un’epoca di pace.

Ma la legge della giungla non è il governo della legge. Nella giungla i predatori si sentono a casa, i cittadini normali sono privi di protezione di fronte all’arbitrio della forza e non sono tutelati dallo sfruttamento economico e dei loro dati da parte di aziende private come Facebook o i gruppi assicurativi.

Di solito la colpa di tutto questo viene data ai populisti e alla globalizzazione. Ma la globalizzazione è il risultato di politiche che hanno liberalizzato il commercio, le comunicazioni, il lavoro e la concorrenza. Queste politiche sono state sostenute dai leader occidentali, non da Xi Jinping.

Io non sono un grande fan dei populisti, ma è difficile dare la colpa a loro per l’aumento della disuguaglianza, i paradisi fiscali e tutti gli altri fallimenti degli ultimi trent’anni. Non erano loro al potere. Oggi i populisti prosperano per effetto delle scelte dell’élite liberal su economia, migrazioni e politica estera. Anche i guai dell’Ue non sono colpa loro, ma delle persone che l’hanno governata: Merkel e Macron, con un po’ di aiuto dei vari Juncker, Tusk e Tajani. Però non possiamo dare la colpa di questo caos soltanto ai politici. Gli Stati-nazione hanno usato male il loro potere, a danno dell’ordine, dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. Si sono dimostrati più inclini a spiare i propri cittadini che a tassare o regolare il settore privato. Sono diventati Stati-mercato dalle dubbie credenziali democratiche. E poiché i mercati sono transnazionali, non perdono tem con nostalgie nazionaliste.

Gli Stati hanno anche rinunciato a influenzare istituzioni sovranazionali come l’Ue o l’Onu. Hanno dato a questi organismi sempre più compiti ma non abbastanza autonomia o risorse. E quando le cose hanno iniziato ad andare male sul fronte dei migranti e della sicurezza, gli Stati si sono lamentati di quanto poco hanno fatto le Nazioni Unite a New York o le istituzioni comunitarie a Bruxelles. Ma le decisioni vere le hanno sempre prese loro, gli Stati.

L’ironia della situazione attuale è che coloro che hanno causato il caos vengono ora incaricati di rimettere le cose a posto. Matteo Salvini glorifica lo Stato nazione e Matteo Renzi vuole riposizionarsi a fianco di quell’ex banchiere le cui politiche neoliberiste stanno alimentando rivolte in tutta la Francia. In Polonia una fazione marcia fiera dietro la bandiera nazionale, un’altra vuole che Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, torni da Bruxelles per restaurare il suo regno neoliberista. In Gran Bretagna i fan della Brexit vogliono rafforzare lo Stato nazionale, mentre i Remainers riconnettersi all’Europa liberale di Tajani, Tusk e Juncker. Chi chiede una terza o una quarta via non viene ascoltato dalle sorde orecchie della politica tribale di oggi.

Comunque, alcune misure per ridurre il caos sono alla nostra portata. Primo: ricostruire un equilibrio tra libertà e uguaglianza, in sua assenza i populisti continueranno a prosperare e a generare disordine. Secondo: ritrovare un equilibrio tra pubblico e privato, perché quest’ultimo non basta a garantire stabilità. Terzo: dobbiamo creare istituzioni pubbliche solide e capaci di operare al di sotto e al di sopra del livello statale. Gli Stati-nazione non possono più rivendicare il monopolio della sfera pubblica. Le autorità locali sono per loro natura più vicine ai cittadini e quelle transnazionali possono essere più efficaci degli Stati nell’affrontare questioni come le migrazioni, il commercio e il cambiamento climatico. Quarto: dobbiamo cambiare il modello della governance per affrontare le sfide del Ventunesimo secolo. Un’Europa di network deve rimpiazzare l’Europa degli Stati, tocca alle città fare da motore dell’integrazione.

Gli ideali liberali sono stati traditi ma questo non li rende superflui. Gli Stati nazionali continueranno a dare un contributo importante alle nostre vite, ma questo non giustifica il loro quasi-monopolio nella gestione del settore pubblico e delle relazioni internazionali. Una grande pluralità di ideali e istituzioni non equivale per forza al caos. L’attuale situazione caotica è il prodotto dell’incapacità di adeguare le nostre idee e istituzioni a un mondo in continuo cambiamento.

Mail Box

 

No Tav, uno spaccato di società che andrebbe ascoltato

Sabato 8 dicembre Torino e Roma sono state interessate da due importanti manifestazioni. In una sono andati di scena i “no Tav”, evidentemente stuzzicati nell’orgoglio dall’iniziativa “sì Tav” dell’11 novembre che ha avuto tanta eco sui giornali e nei programmi televisivi. Chi era presente a Torino avrà notato che c’erano non solo cittadini favorevoli al blocco delle grandi opere costose ed improduttive, ma tutto uno spaccato della società civile (insegnanti, studenti, operai, sindacati, ambientalisti). Tutto senza vessilli di partito. Ben diversi i contenuti della manifestazione di Roma, marcatamente e dichiaratamente politica, dove un Salvini inedito ha vestito per un giorno i panni del pompiere, citando personalità come De Gasperi, papa Giovanni Paolo II, Martin Luther King. Un’abile strategia per conquistare un altro pezzo d’Italia, in cui per il momento non può vantare la supremazia assoluta.

Giacomo Geninatti Chiolero

 

Ridateci il Nanni Moretti di “Palombella Rossa”

Prendo spunto dall’articolo di Andrea Scanzi “Il senso di Moretti per il Pd”. Un intellettuale di sinistra dovrebbe stare in basso per essere portatore sano di cultura e democrazia là dove è più necessario far attecchire questi valori. Nanni Moretti invece rimane in alto e non capisce più cosa succede. Ammette di aver votato Partito democratico, confessandoci così di non essere di sinistra. Però ha scoperto il valore della solidarietà, dell’umanità e della compassione verso gli altri.

È un bel passo avanti rispetto al Michele di Sogni d’oro che odia tutti o allo smemorato di Palombella rossa che schiaffeggia una donna (giornalista) solo perché “parla male”.

Trovo superficiale e sbagliata la battuta di Moretti sulla presunta ispirazione profetica di Santiago, Italia: con Salvini all’Interno s’addensa sull’Italia l’ombra del fascismo? Il fascismo in Cile lo hanno voluto i “democratici” nordamericani per soffocare nel sangue un movimento popolare per il socialismo e impiantare il primo laboratorio di quel neoliberismo che la sedicente sinistra italiana avrebbe fatto proprio vent’anni dopo, tradendo il suo popolo.

Morando Morandini

 

Perché il Movimento non vede la “fuffa” del Capitano?

Ci credo che Salvini vada in televisione a dire urbi et orbi che ha preso un impegno di cinque anni con i Cinque Stelle e per quello che lo riguarda intende tenere fede all’impegno. Quello che il “Capitano” non dice però è che il suo partito sta svuotando di contenuti tutti gli impegni presi cercando di annacquarli o di sconfessarli a ogni pie’ sospinto.

Infatti non c’è proposta di cambiamento vero dei Cinque Stelle che non abbia trovato la resistenza o l’opposizione della Lega, che da buon partito dell’ancien régime cerca in tutti i modi di sabotare il percorso parlamentare.

A oggi Salvini ha fatto solo due leggi che non risolvono niente anzi peggioreranno la situazione, ma sembra il vero kingmaker del governo (aiutato da un’informazione che vede il cambiamento come il fumo negli occhi).

Cosa ci guadagni il Movimento 5 Stelle non è dato saperlo, se dobbiamo dare retta ai sondaggi direi che ci sta rimettendo. Mi auguro che il prosieguo di questa compagine governativa (che allo stato non ha alternative) mostri la fuffa venduta da Salvini perché pensare alla restaurazione dei soliti partiti fa veramente venire voglia di emigrare.

Leonardo Gentile

 

Veronesi, il moralizzatore che rimpiange Berlusconi

Ai capricci e allo sbattere di piedi degli intellettuali non c’è mai fine. Si aggiunge anche lo scrittore Sandro Veronesi, con l’ultima sparata di pochi giorni fa, in cui parlava un parallelo con il nuovo governo giallo-verde e sosteneva di rimpiangere un Berlusconi, affermando: “Sarei pronto a firmare col sangue un ritorno del Cavaliere!”. Sembrava essersi messo d’accordo con l’ex rottamatore che in una diretta Facebook asseriva che il Pd avrebbe dovuto chiedere scusa a Berlusconi.

Sandro Veronesi c’aveva già provato questa estate a fare il moralizzatore-disobbediente civile sulla vicenda di nave Diciotti, scrivendo una lettera aperta a Saviano in cui diceva che era giunto il momento di “salvare i corpi” dei naufraghi e salire su quella nave.

Ma lo sa Veronesi che da intellettuale fare terrorismo psicologico non è come scrivere un romanzo? Perché nel romanzo prevale la fantasia.

Massimo Testa

 

DIRITTO DI REPLICA

Caro direttore, è con profondo rammarico che le scrivo per chiederle di rettificare titolo e contenuto di una intervista pubblicata sul Fatto e ripresa qualche ora fa sul sito dell’HuffPost Italia, in cui si sostiene che io abbia definito il presidente francese Emmanuel Macron come “un imbecille”.

Non è il mio pensiero e, tra l’altro, non sono solito usare insulti per definire chicchessia. Il termine “imbecille” non è stato da me mai pronunciato, né in riferimento a Macron né in riferimento ad altri. Le chiedo quindi cortesemente di provvedere a una immediata rettifica e la ringrazio per la cortese attenzione.

Distinti saluti.

Jean Paul Fitoussi

 

Se non l’avesse detto, non l’avrei scritto. Detto ciò, prendo atto della precisazione.

A.Cap.