Vergogna a Madrid? Tra un mese ce ne sarà un’altra in Arabia, e noi complici

 

Caro Fatto, ma la finale di Coppa Libertadores a Madrid tra Boca e River, non l’avete trovata surreale? In campo e dopo mi è sembrato di vedere solo l’osceno dell’indifferenza, l’osceno dell’ignoranza rispetto a tutto quello che è avvenuto: dirigenti e giocatori a festeggiare (comprese le esultanze scomposte), quello che è stato uno dei funerali del pallone.

Guglielmo Dodici

 

“Siamo un paese di minorati mentali”, aveva titolato il quotidiano argentino “Olè”. Si riferiva ai disordini (giocatori feriti a sassate e altro) che avevano impedito la disputa della finale di ritorno della Coppa Libertadores River-Boca a Buenos Aires, alla mamma che aveva nascosto i fumogeni sotto il vestito della figlioletta per superare i controlli, alla decisione delle istituzioni – mancando il coraggio di dare partita persa al River – di andare a giocare la partita dall’altra parte del globo certificando al mondo l’incapacità di garantire l’ordine pubblico per una partita di pallone. Paese di minorati mentali. Già. E però, gentile Guglielmo, sappia che di Paesi così ce ne sono tanti, non solo l’Argentina. Se le disgustose scene viste ieri al Bernabeu di Madrid, le capriole di giubilo dei vincitori e l’indifferenza di tutti per la Grande Vergogna andata in scena, le hanno fatto impressione, si annoti questa data: 16 gennaio 2019. Quel giorno, alle 18:30 ora italiana (ore 20:30 locali) al King Abdullah Sports City Stadium di Gedda, in Arabia Saudita, verrà dato il fischio d’inizio di Juventus-Milan, valida per la Supercoppa italiana. L’Arabia è il Paese sotto accusa per la bestiale uccisione del giornalista oppositore Jamal Khashoggi: ma Juventus e Milan (con la benedizione del governo italiano, che con l’Arabia ha un interscambio annuo di 8 miliardi di euro) andranno ugualmente in campo per divertire il principe ereditario Mohammad bin Salman e dividersi a fine match, alla faccia del sangue versato, 7 milioni di dollari. Noterà le stesse capriole e gli stessi salamelecchi visti l’altroieri. Italian style, stavolta.

Paolo Ziliani

Castelli di gaffe, la sottosegretaria che inventa le auto

Uno dei problemi atavici dei 5Stelle riguarda la classe dirigente. Tale vulnus, che si ripercuote fatalmente anche sul Salvimaio, non potrà mai essere superato sino a quando il M5S crederà che basti vincere le “Parlamentarie” con 30 preferenze per avere un rappresentante affidabile. Se è vero – ed è vero – che la politica di professione ha perlopiù fallito, è altrettanto certo che il mito del “cittadino comune” sia una sciarada: se ti va bene becchi un Di Maio o un Bonafede, benché pure loro tutt’altro che infallibili com’è ovvio che sia, ma se ti va male finisci con uno sprovveduto qualsiasi ministro o sottosegretario. Se la Lega sta regalando a questo governo i Siri e i Rixi, come pure le Pucciarelli, i Fontana o quell’altro capo di gabinetto convinto che il cambiamento climatico dipenda da Satana (daje), anche i 5Stelle vantano fenomeni rari. Per esempio Carlo Sibilia, sottosegretario all’Interno, complottista in servizio permanente tra allunaggi negati e matrimoni proposti tra più di due persone (viva le orge!) o specie diverse (non sia mai che uno non possa sposarsi un lama in santa pace). C’è poi Enrico Esposito, vicecapo dell’ufficio legislativo del ministero dello Sviluppo economico, che nel 2013 scriveva su Twitter: “Non c’è modo migliore di onorare le donne mettendo una mignotta in quota rosa” (ce l’aveva con Michaela Biancofiore). Casalino continua a dividere, Toninelli continua a sabotarsi da solo.

Altro talento fulgido pare essere Laura Castelli, sottosegretaria all’Economia. Nel suo passato si trovano “battute” su olio di ricino e giornalisti “cancro da estirpare” (vamos). Ciclicamente la Castelli va a Otto e mezzo e ogni volta regala argomenti ai tanti detrattori dei 5Stelle. Si presume che, quando la vede in tivù, il primo a bestemmiare sia proprio Di Maio. Il Corriere della Sera ha riassunto perfidamente così il suo curriculum: “Laura Castelli, 32 anni, oggi sottosegretaria all’Economia, vanta un diploma in ragioneria e una laurea triennale in Economia aziendale. Esperienze lavorative? Qualche mese in un centro di assistenza fiscale, oltre alle domeniche passate come steward allo stadio di Torino”. No-Tav convinta e proveniente dalla sinistra radicale o sedicente tale, è stata eletta deputata nel 2013 e poi ancora nel 2018. Per un po’ si è parlato di lei come ministro delle Infrastrutture, quindi è finita all’Economia come sottosegretaria. Nella precedente legislatura fece sognare le masse quando, a domanda diretta su cosa avrebbe votato in caso di referendum sull’euro, rispose che “non si dice cosa si vota”. Bella mossa. Come pure rispondere a Padoan “Questo lo dice lei!”, dopo che l’ex ministro aveva semplicemente affermato da Vespa che se lo spread schizza i mutui prima o poi ne risentono per forza. Chissà: se la Castelli avesse incontrato Galileo, gli avrebbe forse gridato “Questo lo dice lei!” di fronte alle sue strane teorie su Terra e Sole. Sempre da Lilli Gruber, pochi giorni fa, Laura Castelli ha tragicamente balbettato sul caso “tessere già in stampa” relative al reddito di cittadinanza. Chi credeva che fosse quello il grado massimo di masochismo politico-mediatico, si è però dovuto ricredere. Parlando a Radio Capital, la Castelli ha consigliato a chi si lamentava dei costi della Panda 1200 di comprarsi la Panda 1000. Quasi come una novella Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena. Altra bella mossa. Piccoli particolari aggiuntivi: la Panda 1000 non esiste e la Panda 900 (il modello più simile a quello evocato dal sottosegretario) costa più della 1200. Quando si dice sbagliare tutto. E continuare a farlo.

Falce e carrello la rivoluzione al carrefour

Uno spettro si aggira per l’Europa, e soprattutto per la Milano della borghesia che ama ancora Matteo Renzi. Non è però il celeberrimo spettro del comunismo del Manifesto di Karl Marx e Friedrich Engels: è lo spettro dei centri commerciali.

Uno dei punti programmatici del neonato movimento milanese “Per l’Italia con l’Europa”, contenuto in un recentissimo loro Manifesto, forse meno famoso di quello del 1848 ma destinato sicuramente a sorti magnifiche e progressive (anche se non progressiste), recita infatti – testualmente – che “i centri commerciali danno colore e vita e possono diventare centri di aggregazione per i giovani e gli anziani in alcune periferie, altrimenti vuote e abbandonate. Oltre che creare lavoro, sono i benvenuti anche di domenica”.

Filosofi del carrello vuoto per i proletari, ma da ammirarsi in chi se lo può permettere pieno, e riscopritori dell’incubo ad aria condizionata, gli ambrosiani di “Per l’Italia con l’Europa” sono gli stessi che hanno chiesto ai cittadini meneghini di appendere alle finestre delle loro case le bandiere europee. Trattasi dunque di un movimento, o comitato civico, oppure salottino, di sciuri e sciure, che, oltre a predicare l’alienazione e ghettizzazione sociale dei giovani e degli anziani delle periferie negli ipermercati, sostiene poi di battersi “per superare le divisioni ideologiche, in particolare il vecchio steccato destra-sinistra”. In tutto ciò sono già stati benedetti con un articolo da La Stampa, il medesimo giornale su cui scriveva Norberto Bobbio, che credeva invece alle distinzioni tra destra e sinistra.

In sintonia ideale e di ceto con le “madamine” Sì-Tav di Torino, questi rivoluzionari dell’Esselunga o di Carrefour tengono a precisare che “le imprese che creano lavoro e le banche che le finanziano non sono nemiche del popolo”. Tanto che per sostenere la loro associazione, ambrosiana & europeista, si può fare un versamento alla Banca Sella.

Altri loro amici, con gli industriali e i banchieri, sono quelli del Partito democratico, che tuttavia invitano a darsi una mossa. Lo scrivono sul profilo Facebook di “Per l’Italia con l’Europa”, ricco di tante altre belle trovate. “Mentre il governo ci porta allo sfacelo economico – dicono comunque i Nostri – il principale partito di opposizione affonda sempre più nei giochi e giochetti di pre-tattica congressuale. Dirigenti del Partito democratico, svegliatevi! Tornate in voi! Mettetevi attorno a un tavolo e fate un piano di emergenza che dia voce forte all’opposizione democratica ed europeista!”. E che, naturalmente, incrementi le vendite nei centri commerciali destinati a detenere il popolo.

I Gilet Gialli d’Italia e la contesa con l’ue

Molto difficilmente, e non solo per ragioni contingenti, in Italia scoppierà una rivolta come quella francese dei gilet gialli. Epperò la dura e violenta protesta antimacroniana è diventata centrale nel nostro dibattito politico negli ultimi giorni. Non solo. Dal premier Conte al ministro dell’Interno Salvini, la suggestione italica di rivendicare o quantomeno giustificare ideologicamente le manifestazioni transalpine può diventare argomento di pressione, in zona Cesarini, nella trattativa finale con l’Unione europea sulla manovra. Non si sa con quale esito.

In ogni caso sono fondamentalmente tre i motivi per cui i gilet gialli restano solo un’arma tattica e strumentale per Cinquestelle e Lega.

Il primo. Il giallo della protesta, in Italia, c’è già stato e ha colorato lo scorso 4 marzo la nuova cartina elettorale, con ampie macchie nel centro-sud, vero motore del 32 per cento del M5S. E questo è senza dubbio un merito dei pentastellati: aver costituzionalizzato la rabbia sociale che va dai ceti medi in giù, come in parte accennato ieri dallo studioso Piero Ignazi su Repubblica. Un po’ come accadde nel 2006, decisamente con numeri diversi, con l’ingresso in Parlamento dei no global grazie a Rifondazione comunista di Fausto Bertinotti. Non a caso, una frase di Conte dai quotidiani di ieri illumina al meglio questo aspetto: “Noi siamo l’argine alla violenza”. Insomma, a Parigi i gialli stanno in piazza, in Italia a Palazzo Chigi. Per quanto riguarda il M5S va fatta un’altra notazione, confermata dal colloquio di Beppe Grillo con Stefano Feltri sul Fatto di domenica scorsa.

Sia Grillo, sia poi Alessandro Di Battista hanno salutato con entusiasmo i fratelli francesi che indossano il gilet con l’amato colore della vittoria del 4 marzo. Grillo è stato a modo suo acutamente paradossale: “I gilet gialli hanno venti punti di programma, non parlano solo di tasse, vogliono il reddito di cittadinanza, pensioni più alte… tutti temi che abbiamo lanciato noi, ma sui giornali finiscono per aver contestato le tasse sulla benzina, cioè l’unica cosa giusta che ha fatto Macron”. Di Battista ha invece esaltato la rinnovata carica contro la globalizzazione: “Credo che il Movimento 5 Stelle debba dare il massimo supporto a questo movimento di cittadini francesi che chiede diritti, salari giusti, la fine dell’impero delle privatizzazioni e il controllo della finanza da parte degli Stati”. Il punto, allora, è come questa spinta movimentista col gilet giallo possa conciliarsi con il realismo di governo di Conte e Di Maio. La prima risposta arriverà alla fine della dura trattativa con l’Ue e investirà soprattutto l’agognato reddito di cittadinanza. E senza dimenticare che la piazza No Tav di sabato scorso a Torino era trasversale e senza un leader riconoscibile.

Il secondo. Ovviamente, il riflesso catarifrangente dei gilet gialli attira pure l’altro alleato di governo, quel Matteo Salvini che sempre sabato ha battezzato in piazza a Roma la sua nuova Lega, partito pigliatutto legato al culto della personalità del Capitano. Anche Salvini ha voluto notare che in Italia non c’è protesta “perché ci siamo noi a parlare con tutti”.

È altrettanto vero, però, che il leader leghista vanta un’altra parte in commedia: quella di rappresentare interessi diffusi e forti – si pensi al partito del Pil e degli affari – che fanno pendere più dalla parte di Macron che dei rivoltosi. Forse la sintesi verrà dall’eventuale nuovo compromesso con i redivivi corpi intermedi (imprese e sindacati) e soprattutto dal risultato delle prossime elezioni europee, dove la Lega incasserebbe sì un risultato clamoroso ma poi tenterebbe un accordo coi moderati del Ppe. La sensazione è che Salvini, con il suo catch-all party, partito pigliatutto, appunto, stia annacquando il suo originario sovranismo con dosi abbondanti di opportunismo politico, cercando di mettere insieme il gilet giallo con il partito del Pil.

Il terzo.Una protesta come quella francese, in teoria, avrebbe infine bisogno di una sponda dall’opposizione esistente nell’attuale Parlamento. Colpisce invece che nel Pd non sia stata fatta una riflessione che sia una, su quanto sta accadendo dai nostri vicini transalpini. Certo, la mutazione genetica del Pd in partito del centro storico o della Ztl accentua la vocazione macroniana del renzismo o dell’ambizioso Carlo Calenda. Ma studiare, capire, valutare il movimento francese sarebbe forse utile per una forza che aspira a recuperare milioni di voti persi a sinistra a favore di Cinquestelle e astensionismo. Ne uscirebbe fuori un dibattito molto più interessante di quello noioso e grottesco sui candidati alle primarie o sul ruolo di Renzi. Ma la mancanza di analisi è totale, se Marco Revelli è arrivato a dire che nemmeno sul manifesto hanno capito niente dei gilet gialli. Un buio profondo, a sinistra.

“Studio su misura, poca famiglia: così il pensiero muore”

In questo modo si sancisce la totale separazione dell’istruzione dalle famiglie”: Francesco Bruni è un linguista, professore emerito di Storia della Lingua Italiana alla Ca’ Foscari di Venezia.

Professor Bruni, il ministro diramerà una circolare per chiedere ai docenti di assegnare meno compiti a casa durante le vacanze di Natale. Che ne pensa?

Che si scarica sulla scuola il cento per cento della responsabilità dell’istruzione dei figli quando invece avrebbe bisogno dell’aiuto delle famiglie per formare correttamente i ragazzi. Non si può delegare tutto agli istituti. E invece i genitori diventano sempre più i primi difensori dei ragazzi, anche quando prendono un voto basso. C’è una pressione molto forte. Le violenze contro i docenti sono solo la punta dell’iceberg.

Gli studenti sono troppo tutelati?

Nelle statistiche Ocse-Pisa, l’Italia non è in una buona posizione per capacità di scrittura, comprensione dei testi e matematica. In questo contesto, certamente il fatto che tra le mura domestiche si decida di disinteressarsi della conoscenza non è un buon segno. Inoltre, con la famiglia si potrebbe trascorrere il tempo dell’istruzione, non solo quello di vacanze e passeggiate. Potrebbe essere lo studio un momento costruttivo da trascorrere tutti insieme. L’iniziativa del ministro riguarda le vacanze di Natale, certo, ma potrebbe essere il preludio a misure simili per le vacanze estive e, in generale, per i compiti a casa.

In molti criticano i metodi di insegnamento: troppe nozioni da mandare a memoria…

È un’argomentazione che mi fa molto ridere. L’imparare a memoria è una pratica oramai sparita da un pezzo nella maggior parte dei casi. Inoltre, se così fosse, non si capisce come mai quando gli studenti arrivano alle scuole superiori e all’università si portino dietro un bagaglio culturale e nozionistico molto molto leggero. I miei colleghi professori se ne lamentano continuamente: non sanno scrivere, non hanno un lessico ricco nè capacità di sintesi. Insomma, non mi preoccuperei di questo problema che, di fatto, non c’è.

Cosa manca, allora?

I ragazzi hanno bisogno di studiare e approfondire idee fondamentali. Berlinguer, nella sua riforma della scuola, aveva dato molto peso alla storia del 900. Oggi non la conoscono, non sanno nulla di Mussolini. Agli studenti non farebbe male stare a casa e riflettere e, persino, a imparare. Qui dovrebbero essere incoraggiati a leggere, e a leggere cose che abbiano un significato, che diano un’idea, pongano un problema serio, dalla saggistica alla letteratura: serve a renderli più consapevoli. Sa qual è il problema?

Quale?

Sono abituati a vivere ognuno nel proprio io, a ragionare solo in base al proprio perimetro e a quello dei loro social. La sfida ora è riuscire a far interessare i ragazzi a qualcos’altro che non sia uno smarphone che conoscono già. Magari a uno studio con un interesse e un significato. Bisogna fare in modo che non dicano mai: “Ma a me che importa di Caporetto?” Tutto si concentra sull’io, mentre invece c’è bisogno di guidarli al confronto con il mondo e con la storia. La scuola, finora, è stato l’ascensore sociale per eccellenza. Ha emancipato almeno due generazioni, un traguardo che non si può negare. Ma sembra che pian piano vi si stia rinunciando.

Vanno a sciare…

Non va bene dipingere lo studio a casa come un vincolo negativo. I compiti a casa sono anche il simbolo di una dose minima di regole in un contesto che è cambiato totalmente. Un punto fermo, in pratica. La tragedia di Ancona, con bambini di 11 anni in una discoteca e a quell’ora, ci interroga: è questa l’attività alternativa che devono vivere i ragazzi? Sono davvero i compiti il problema? Non vedo questi giovani gemere sotto il peso di dieci e venti libri da studiare. Il loro problema, oggi, non è certo la scuola.

“La scuola italiana è bulimica e noiosa Le pause servono”

“I periodi di vacanza devono servire per esperienze non legate alla didattica scolastica”: a dirlo è Raffaele Mantegazza, professore associato di Pedagogia interculturale all’Università Bicocca di Milano.

Professore, troppi compiti a casa?

La scuola sta occupando sempre più il tempo dei nostri ragazzi con una efficacia che non è proporzionale allo sforzo. La quantità e la qualità non vanno di pari passo. Si demanda ciò che dovrebbe essere appreso in classe e i compiti a volte sono ripetitivi e noiosi, alcuni anche poco utili didatticamente.

Ci faccia un esempio.

I libri dei compiti per le vacanza delle scuole elementari: sono brutti, non stimolano la mente, sono banali, ripetitivi, ambientati sempre al mare o in montagna. Non c’è uno sforzo di creatività, oltretutto in un periodo come quello estivo in cui voglia di fare i compiti comprensibilmente è già poca. Sono poi pura ripetizione. Nessuna rielaborazione originale delle esperienze fatte in classe né ricerca personale. Così i ragazzi li scaricano dal web.

Qual è l’alternativa?

Pochi ma belli: pochi compiti, che occupino poco spazio ma che siano coinvolgenti, più possibile personalizzati, legati alla realtà del ragazzo e alle sue esperienze. Dalle interviste alle pagine di diario: portare nella scuola ciò che è fuori. Ecco, di solito si porta la matematica a casa. Chiediamo invece di portare da casa qualcosa in classe, per poi magari farne una analisi. E non diamo i voti sui compiti. Che se li ha fatti la zia, poi si dà un voto alla zia.

Come si può invertire la rotta?

Con la qualità: l’eccessiva dispersione di tempo, usato male, è negativa. Meglio mezz’ora di concentrazione totale invece che due ore dispersive, tra distrazioni e cinque diverse materie, che poi magari le si fanno tutte male. La scuola oggi è bulimica, troppo grassa: deve fare meno cose e farle bene.

Basta lezioni e nozioni a memoria, insomma?

Basta farle in modo vessatorio. Bisogna coinvolgere gli studenti: quando insegnavo alle superiori, avevo chiesto a due miei alunni di imparare a memoria “A Silvia” di Leopardi. Ne hanno fatto una versione rap: così l’hanno imparata, hanno colto la musicalità, l’hanno capita, l’hanno elaborata e si sono divertiti. E hanno faticato. Come un giocatore: deve imparare a memoria lo schema, ma lo fa perché si diverte a giocare.

E le vacanze? Sono sacre?

Distinguerei: le vacanze di Natale sono un momento magico. Al di là delle credenze, c’è comunque un’atmosfera particolare e arrivano in un momento dell’anno in cui i ragazzi hanno già messo molte energie nella scuola e aspettano la partenza del nuovo quadrimestre. Sarebbe quindi ottimo se leggessero un libro o guardassero un film e poi lo raccontassero in classe. Come pedagogista non credo che in due settimane si dimentichi tutto quello che si è imparato: significherebbe che è stato appreso male. Le vacanze di Pasqua poi durano ancora meno.

E l’estate?

Siamo un Paese mediterraneo, se li tieni fino al 30 giugno a scuola, come dicono molti, i ragazzi li fai arrosto. Anche qui: magari pagine di diario, libri da leggere. Non credo che se non fai matematica per tre mesi la dimentichi. Magari i primi giorni di scuola fai un ripasso, ma l’importante è che i ragazzi tengano la mente occupata. Una volta ho fatto fare reportage fotografico di Milano a ferragosto. Ha pensato comunque alla scuola ma gli è piaciuto.

C’è chi sostiene che ore di studio forniscano un metodo di lavoro.

Al liceo classico, c’è chi trascorre 5 ore sui compiti di greco: probabilmente neanche Esopo lo faceva! Il metodo è uno strumento, una strada, per un obiettivo che da adulti è lo stipendio o l’amore per il lavoro che si fa: di questo passo rischiamo di crescere come meri esecutori ignari del senso e del fine di ciò che fanno.

Niente compiti per Natale? – Tra i banchi

“Arriverà a breve una circolare per sensibilizzare le scuole e il corpo docente affinché vengano diminuiti i compiti per le vacanze di Natale”: ad annunciarlo, ieri, il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, intervenendo a un incontro del Garante dell’Infanzia. “Vorrei – ha aggiunto il ministro inserendosi con un punto fermo in un dibattito, quello sui compiti a casa, che va avanti ormai da un anno – dare un segnale perché questi giorni di festa siano un momento di riposo per gli studenti e le famiglie. Spero che durante le vacanze possano stare insieme a fare altro. A volte, invece, i compiti gravano sugli impegni familiari”.

“Il vecchio boss arrestato vive fuori dal mondo”

I boss della nuova Cupola? “Reduci nostalgici di un passato che non esiste più”. La famiglia Mineo? “Tutti ammazzati per una calunnia, avevano rapporti con Pietro Marchese e Giovannello e Pino Greco”. Il patriarca Settimo, definito l’erede di Totò Riina? “Lo conosco dall’inizio degli anni 70, mi ha sorpreso sapere che cerca di riorganizzare la Cupola, come ha dimenticato che gli hanno ammazzato tutti i fratelli?”. Parola di Franco Di Carlo rintracciato telefonicamente all’estero, in Cosa Nostra per 50 anni, il collaboratore di giustizia che più di tutti si è avvicinato ai misteri del dialogo tra mafia e Stato indicando i nomi degli agenti dei Servizi che lo andarono a trovare in carcere, in Inghilterra, alla vigilia delle stragi, chiedendogli un contatto in Sicilia. Oggi, dice, la mafia non è più quella di una volta, e quella mafia, anzi, non esiste più e “non può mai più esistere perché è stata distrutta da quella mente diabolica e malata di Riina, e dai suoi vigliacchi consiglieri che per la paura di contrastarlo hanno acconsentito di attaccare le istituzioni, le stesse di cui noi da sempre facevamo parte esternamente”.

Di Carlo, perché vigliacchi?

Perché non hanno avuto il coraggio civile di contrastarlo come ho fatto io nel 1982, pur pagando le conseguenze di essere messo fuori da Cosa Nostra con tutte le calunnie che mi sono potute cadere addosso.

Oggi Mineo vuole ricostituire la Cupola…

Questo fatto mi ha sorpreso, la sua famiglia è stata distrutta solo perché, con il lavoro di oreficeria, aveva rapporti con Giovannello Greco, Pietro Marchese e Pinuccetto Greco. Allora, negli anni 70, erano tre ragazzi che rapinavano i rappresentanti di preziosi indicati dai fratelli Mineo, e quando si è scoperto che volevano eliminare Riina e parte dei suoi amici, i Mineo sono stati accusati di avere finanziato la fuga all’estero di Giovannello Greco e di suo cognato Pietro Marchese, sospettati di avere fatto parte del complotto. Ma era una calunnia: ignorando tutto questo, i Mineo si erano limitati a pagare un debito a quelli a cui Greco e Marchese avevano venduto la refurtiva e solo per questo sono stati ammazzati tutti. Oggi Settimo Mineo come ha fatto a dimenticare che gli hanno ammazzato tutti i fratelli ed egli stesso è sfuggito a un attentato?

Lo stesso concetto vale per i familiari di Salvatore Inzerillo, i cosiddetti perdenti, che però, secondo le indagini, avevano rapporti con questi boss della nuova Cupola. Come possono convivere con i cosiddetti vincenti?

Vincenti? Sono tutti sepolti nelle patrie galere, o morti per vecchiaia o per malattia nelle carceri. I Mineo non erano né vincenti né perdenti, Francesco Inzerillo e suo cognato Tommaso, i due citati nelle indagini, come potrebbero convivere con i figli e i nipoti di quelli che li hanno distrutti ammazzando tre fratelli, uno zio e un ragazzo ancora piccolo, figlio di Totuccio?

Però è sempre mafia, con il controllo del territorio, l’intermediazione parassitaria nelle attività economiche, l’usura, le scommesse, l’omertà diffusa di commercianti che preferiscono anche non denunciare l’imposizione di assunzioni… Che potenzialità hanno questi nuovi boss nel ricostituire la commissione regionale di Cosa Nostra, il massimo organo decisionale?

Dipende a quali soggetti si possono rivolgere, perché ci sono province e province. Per esempio a Trapani, per quello che mi risulta, non penso che li riceverebbero se andassero a tastare il terreno, come si suol dire, perché è l’unica provincia che mantiene una serietà organizzativa di Cosa Nostra. Questo perché da sempre a Trapani si poteva fare parte sia di Cosa Nostra che della massoneria, e come è risaputo della massoneria non fanno certo parte spacciatori di droga o raccoglitori del cosiddetto pizzo miserabile da 100 euro come succede a Palermo e in provincia di Palermo. Non a caso è la provincia di Matteo Messina Denaro, latitante da 25 anni.

E dunque?

A mio parere, questi non hanno capito che i tempi sono cambiati, ed è cambiata soprattutto la tecnologia. Adesso Cosa Nostra non ha più segreti per nessuno, una volta dicendo mafia si evocava un fantasma, con tutto il suo carico di fascinazione misteriosa e di paura. Oggi è così avanzata la tecnologia d’indagine che gli investigatori possono arrivare quasi a leggere e controllare anche il tuo pensiero. E oggi come oggi, con trent’anni di esperienza, una Procura come quella di Palermo non darà più scampo a soggetti che vivono di nostalgia di riorganizzare.

Imputato al maxi-processo, 80 anni, si è detto che Settimo Mineo è stato scelto per le sue abilità di mediazione. Negozio in corso Tukory, vita tranquilla da pensionato, la sua copertura era insospettabile, dalle 15.30 alle 17.30 di ogni giorno faceva persino il doposcuola ai bambini della parrocchia di padre Cosimo Scordato. Lei l’ha conosciuto?

Conosco Settimo Mineo dall’inizio degli anni 70, da quando aveva il negozio di oreficeria in via Oreto, io ero più amico dei fratelli, anche loro affiliati alla famiglia di Pagliarelli, guidata da Ignazio Motisi. I Mineo erano amici di tutti e mi ricordo di essere andato a casa loro nel periodo di Natale, per partecipare a qualche festa nella villa dove abitavano, nella zona di viale Francia a giocare a carte tutti insieme con i fratelli Bono, Cocò Salamone, i fratelli Enea e tanti altri (tutti ambasciatori di Cosa Nostra a Milano negli anni 70, in rapporti con gli imprenditori milanesi rampanti, tra cui Silvio Berlusconi, ma questa è un’altra storia, ndr).

Saluzzo, padre uccide a bastonate il figlio disabile

Un padre ha ucciso il figlio disabile, probabilmente a bastonate. È successo ieri pomeriggio a Saluzzo. La vittima aveva 42 anni ed era affetta da una grave disabilità. Sull’accaduto sono in corso le indagini dei carabinieri che hanno fermato il padre e ora lo stanno interrogando. L’omicidio è avvenuto nell’appartamento in cui padre e figlio vivevano, in via Macallè, a pochi passi dal municipio di Saluzzo. È stato lo stesso padre ad avvertire i carabinieri. Gli inquirenti hanno interrogato l’uomo per far luce sul movente alla base dell’omicidio L’intera area è ora presidiata dai carabinieri e dalla polizia municipale in attesa dell’arrivo del magistrato e del medico legale.

La vittima è Luca Cadorin, 41 anni, che viveva con il padre e la madre. La famiglia Cadorin molto conosciuta in città, dove per anni aveva gestito un importante mobilificio. Soltanto tre anni fa la famiglia aveva vissuto un’altra tragedia: il fratello della vittima era morto d’infarto, mentre si trovava a Venezia per il matrimonio di un amico.

Inscenarono “rogo dei pentiti”, identificate cinque persone. C’è anche un minorenne

C’è anche un minorennetra le cinque persone che nel rione Savorito di Castellammare di Stabia (Napoli), durante la notte dell’Immacolata, hanno dato fuoco a una pira di legno e a un manichino sotto uno striscione “così devono morire i pentiti, abbruciati”, trasformando un’antica tradizione popolare in un inquietante messaggio di camorra avvenuto tra gli applausi e le grida di esultanza di numerosi spettatori. Polizia e carabinieri ne hanno identificati quattro, i loro nomi sono sulla scrivania del pm della Dda di Napoli Giuseppe Cimmarotta che nei giorni scorsi ha eseguito quattordici arresti contro esponenti e fiancheggiatori di quattro clan camorristici operanti tra Castellammare e i Monti Lattari, tutti accusati di estorsione aggravata dal metodo mafioso.

Le indagini proseguono a ritmo serratissimo, ieri è stato sentito un imprenditore vittima del racket, titolare di un supermercato. Secondo le primissime risultanze investigative sull’episodio del ‘falò di camorra’, i cinque proverrebbero da una zona di piazza di spaccio controllata dalla famiglia Imparato, una cellula del clan D’Alessandro. Gli inquirenti sono certi che ci sia una correlazione tra gli arresti e l’incendio ‘messaggio di morte’ ai pentiti. Sarebbe stata una reazione scomposta alle 249 pagine di un’ordinanza di custodia cautelare costruita su numerose intercettazioni e pedinamenti, ma anche sulle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia. Uno di lungo corso, Salvatore Belviso, che si è pentito nel 2011, uno più recente, Renato Cavaliere. Sono due dei killer del consigliere comunale Pd Gino Tommasino, ucciso per strada nel 2009. I due descrivono l’imprenditore Adolfo Greco, il nome più pesante tra gli arrestati, come soggetto ad essi contiguo “nel lasso temporale 2006-2009”, ma a sua volta vittima del racket del clan. Ieri il sindaco Gaetano Cimmino (Forza Italia) ha annunciato che nelle prossime ore inviterà Matteo Salvini: “Scriverò al ministro dell’Interno affinché venga a trovarci per dare un segnale”.