I boss della nuova Cupola? “Reduci nostalgici di un passato che non esiste più”. La famiglia Mineo? “Tutti ammazzati per una calunnia, avevano rapporti con Pietro Marchese e Giovannello e Pino Greco”. Il patriarca Settimo, definito l’erede di Totò Riina? “Lo conosco dall’inizio degli anni 70, mi ha sorpreso sapere che cerca di riorganizzare la Cupola, come ha dimenticato che gli hanno ammazzato tutti i fratelli?”. Parola di Franco Di Carlo rintracciato telefonicamente all’estero, in Cosa Nostra per 50 anni, il collaboratore di giustizia che più di tutti si è avvicinato ai misteri del dialogo tra mafia e Stato indicando i nomi degli agenti dei Servizi che lo andarono a trovare in carcere, in Inghilterra, alla vigilia delle stragi, chiedendogli un contatto in Sicilia. Oggi, dice, la mafia non è più quella di una volta, e quella mafia, anzi, non esiste più e “non può mai più esistere perché è stata distrutta da quella mente diabolica e malata di Riina, e dai suoi vigliacchi consiglieri che per la paura di contrastarlo hanno acconsentito di attaccare le istituzioni, le stesse di cui noi da sempre facevamo parte esternamente”.
Di Carlo, perché vigliacchi?
Perché non hanno avuto il coraggio civile di contrastarlo come ho fatto io nel 1982, pur pagando le conseguenze di essere messo fuori da Cosa Nostra con tutte le calunnie che mi sono potute cadere addosso.
Oggi Mineo vuole ricostituire la Cupola…
Questo fatto mi ha sorpreso, la sua famiglia è stata distrutta solo perché, con il lavoro di oreficeria, aveva rapporti con Giovannello Greco, Pietro Marchese e Pinuccetto Greco. Allora, negli anni 70, erano tre ragazzi che rapinavano i rappresentanti di preziosi indicati dai fratelli Mineo, e quando si è scoperto che volevano eliminare Riina e parte dei suoi amici, i Mineo sono stati accusati di avere finanziato la fuga all’estero di Giovannello Greco e di suo cognato Pietro Marchese, sospettati di avere fatto parte del complotto. Ma era una calunnia: ignorando tutto questo, i Mineo si erano limitati a pagare un debito a quelli a cui Greco e Marchese avevano venduto la refurtiva e solo per questo sono stati ammazzati tutti. Oggi Settimo Mineo come ha fatto a dimenticare che gli hanno ammazzato tutti i fratelli ed egli stesso è sfuggito a un attentato?
Lo stesso concetto vale per i familiari di Salvatore Inzerillo, i cosiddetti perdenti, che però, secondo le indagini, avevano rapporti con questi boss della nuova Cupola. Come possono convivere con i cosiddetti vincenti?
Vincenti? Sono tutti sepolti nelle patrie galere, o morti per vecchiaia o per malattia nelle carceri. I Mineo non erano né vincenti né perdenti, Francesco Inzerillo e suo cognato Tommaso, i due citati nelle indagini, come potrebbero convivere con i figli e i nipoti di quelli che li hanno distrutti ammazzando tre fratelli, uno zio e un ragazzo ancora piccolo, figlio di Totuccio?
Però è sempre mafia, con il controllo del territorio, l’intermediazione parassitaria nelle attività economiche, l’usura, le scommesse, l’omertà diffusa di commercianti che preferiscono anche non denunciare l’imposizione di assunzioni… Che potenzialità hanno questi nuovi boss nel ricostituire la commissione regionale di Cosa Nostra, il massimo organo decisionale?
Dipende a quali soggetti si possono rivolgere, perché ci sono province e province. Per esempio a Trapani, per quello che mi risulta, non penso che li riceverebbero se andassero a tastare il terreno, come si suol dire, perché è l’unica provincia che mantiene una serietà organizzativa di Cosa Nostra. Questo perché da sempre a Trapani si poteva fare parte sia di Cosa Nostra che della massoneria, e come è risaputo della massoneria non fanno certo parte spacciatori di droga o raccoglitori del cosiddetto pizzo miserabile da 100 euro come succede a Palermo e in provincia di Palermo. Non a caso è la provincia di Matteo Messina Denaro, latitante da 25 anni.
E dunque?
A mio parere, questi non hanno capito che i tempi sono cambiati, ed è cambiata soprattutto la tecnologia. Adesso Cosa Nostra non ha più segreti per nessuno, una volta dicendo mafia si evocava un fantasma, con tutto il suo carico di fascinazione misteriosa e di paura. Oggi è così avanzata la tecnologia d’indagine che gli investigatori possono arrivare quasi a leggere e controllare anche il tuo pensiero. E oggi come oggi, con trent’anni di esperienza, una Procura come quella di Palermo non darà più scampo a soggetti che vivono di nostalgia di riorganizzare.
Imputato al maxi-processo, 80 anni, si è detto che Settimo Mineo è stato scelto per le sue abilità di mediazione. Negozio in corso Tukory, vita tranquilla da pensionato, la sua copertura era insospettabile, dalle 15.30 alle 17.30 di ogni giorno faceva persino il doposcuola ai bambini della parrocchia di padre Cosimo Scordato. Lei l’ha conosciuto?
Conosco Settimo Mineo dall’inizio degli anni 70, da quando aveva il negozio di oreficeria in via Oreto, io ero più amico dei fratelli, anche loro affiliati alla famiglia di Pagliarelli, guidata da Ignazio Motisi. I Mineo erano amici di tutti e mi ricordo di essere andato a casa loro nel periodo di Natale, per partecipare a qualche festa nella villa dove abitavano, nella zona di viale Francia a giocare a carte tutti insieme con i fratelli Bono, Cocò Salamone, i fratelli Enea e tanti altri (tutti ambasciatori di Cosa Nostra a Milano negli anni 70, in rapporti con gli imprenditori milanesi rampanti, tra cui Silvio Berlusconi, ma questa è un’altra storia, ndr).