L’indagato per Mediolanum fu allievo del legale di Silvio

Roma è una città piccola. E così accade che uno degli indagati per il caso Mediolanum, l’avvocato Francesco Marascio, sia stato allievo, anche se più di quindici anni fa, di un altro legale, Andrea Di Porto, che invece oggi è nel collegio difensivo dell’ex premier Silvio Berlusconi, sempre per la vicenda che riguarda le quote detenute nella banca.

IL professor Di Porto è completamente estraneo alle indagini. A differenza del suo ex allievo Marascio, accusato dai pm Paolo Ielo, Stefano Rocco Fava e Fabrizio Tucci di corruzione in atti giudiziari perché “quale intermediario, prometteva denaro a giudici del Consiglio di Stato che deliberavano la sentenza depositata il 3 marzo 2016”.

Si tratta della decisione che dà ragione a Silvio Berlusconi nella querelle con la Banca d’Italia che dopo la condanna definitiva per frode fiscale dell’ex premier e la conseguente perdita dei requisiti di onorabilità, gli impone di cedere il 20 per cento di Banca Mediolanum (valore circa un miliardo). Berlusconi ricorre al Tar e perde. Presenta ricorso in appello al Consiglio di Stato che dapprima, nel dicembre 2015, gli concede una sospensiva, poi, con un altro collegio, gli dà ragione.

Su questa sentenza, emessa il 3 marzo 2016, è stata aperta un’inchiesta. Che conta a oggi tre indagati: un ex funzionario di Palazzo Chigi, Renato Mazzocchi, al quale durante una perquisizione disposta nell’ambito di un’altra inchiesta a luglio 2016 trovarono circa 230 mila euro in contanti e alcune sentenze, come quella Mediolanum; Roberto Giovagnoli, giudice estensore della sentenza che a marzo 2016 diede ragione a Silvio Berlusconi e, appunto, l’avvocato Marascio.

Ma c’è un mandante? Per chi avrebbe fatto da “intermediario” – come lo definisce l’accusa – Marascio? Le indagini della Procura sono ancora in corso, e per ora non c’è nulla in mano agli investigatori che riconduca a Silvio Berlusconi. Nessun flusso di denaro o altre prove che portino all’ex premier o a persone a lui vicine.

Intanto Il Fatto ha scoperto che l’avvocato Marascio è un ex allievo del professor Andrea Di Porto. Si tratta, come detto, di uno degli avvocati che oggi segue, con altri, Berlusconi nel caso Mediolanum. La Procura non ha mai contestato alcun reato a Di Porto. Il professore al Fatto spiega di non avere rapporti con Marascio da più di 15 anni: “Marascio si laureò con me, non ricordo l’anno, grossomodo ai primi del 2000 quando io insegnavo Istituzioni del Diritto romano alla Sapienza. Subito dopo la laurea venne nel mio studio come praticante, stette alcuni mesi e andò via. Non ricordo l’anno preciso ma una quindicina di anni fa, era il 2001 o 2002 credo”.

Da quel momento, spiega Di Porto, non hanno più avuto rapporti lavorativi e tantomeno hanno parlato delle vicende legate a Mediolanum: “Nel modo più assoluto”, ribadisce il professore.

Si riunisce il Giglio Magico. Matteo: “Non mi candido”

Matteo Renzinon sarà candidato alle primarie per la segreteria del Pd. Dopo il ritiro del sostegno a Minniti, che aveva così deciso di tirarsi indietro dalla contesa, erano circolate voci che volevano l’ex premier di nuovo in corsa al congresso. Ieri però lo stesso Renzi ha fatto chiarezza con un post su Facebook: “Candidati al congresso, mi hanno scritto in tanti. Grazie del pensiero, ma non lo farò. Ho vinto due volte le primarie con il 70% e dal giorno dopo mi hanno fatto la guerra dall’interno. Mi sentirei come Charlie Brown con Lucy che gli rimette il pallone davanti per toglierlo all’ultimo istante. Non mi ricandido per la terza volta per rifare lo stesso. Chiunque vincerà il congresso avrà il mio rispetto e non il logorio interno che ho ricevuto io”. Oggi i renziani si riuniranno per decidere cosa fare. L’appoggio a Martina sembra la possibilità più concreta, ma resta comunque sul tavolo l’opzione di un candidato di area. In corsa ci sarebbero Lorenzo Guerini e Ettore Rosato, oltre alle fedelissime Teresa Bellanova e Anna Ascani.

Rai, riecco i primi esterni: i portavoce di Salini e Foa (che sceglie un ex di B.)

Dopo il giro di nomine di reti e tg, in Rai iniziano ad arrivare i primi nomi esterni. E fanno il loro ingresso in Viale Mazzini per salire direttamente al settimo piano, quello nobile, dove lavorano l’amministratore delegato, Fabrizio Salini, e il presidente, Marcello Foa. Iniziamo da quest’ultimo.

Prima ha preso come capo staff Pierpaolo Cotone, ex direttore dell’ufficio legale cui è stato prorogato il contratto (di 240 mila euro l’anno) per altri 24 mesi. Nomina che ha provocato più di un malumore perché Cotone (autore dei pareri legali che hanno permesso a Foa di essere eletto dopo la bocciatura in Vigilanza) era in procinto di uscire dall’azienda per andare in pensione. Nell’ufficio di Foa, come portavoce, è poi arrivato Marco Ventura: capo autore a Uno mattina (da esterno), Ventura è un giornalista stimato, ex inviato del Giornale, che dal 2008 al 2011 ha fatto parte dello staff di Berlusconi a Palazzo Chigi, dove curava i rapporti internazionali.

Due esterni sono in arrivo anche dalle parti di Salini. Si tratta di Marcello Giannotti, che l’ad ha preso come portavoce, e Alberto Matassino, che si occuperà di nuovi progetti televisivi. Giannotti, classe 1964, giornalista e autore di diversi libri sulla tv, arriva dall’agenzia di comunicazione Mn Italia, ma è transitato pure da Tim, Sky e Stand by me, la società di Simona Ercolani dove Salini ha lavorato detenendo anche delle quote. Matassino, invece, con un passato in Fox, viene dalla Fandango di Domenico Procacci, dove è general manager. A entrambi verrà fatto un contratto da dirigente a tempo determinato legato alla durata in carica dell’ad.

Un portavoce a testa per Salini e Foa, dunque, entrambi (Giannotti e Ventura) presi all’esterno e a chiamata diretta, nonostante Viale Mazzini sia dotato di un ufficio comunicazione dove, tra le diverse aree, lavorano 120 persone. Nello staff dell’ad, poi, come racconta il blog Lo specialista, dovrebbero arrivare altre due persone, ma interni Rai: Francesca De Rosa per curare i rapporti con le reti, e Lorenzo Ottolenghi.

New entry e riposizionamenti non sono finiti: in attesa di decidere come muoversi sui vertici di Rai fiction, Pubblicità e Cinema, c’è anche da riempire il posto da capo ufficio stampa lasciato libero da Luigi Coldagelli, cui è scaduto il contratto. Prima di Natale, infine, arriverà l’infornata dei vicedirettori dei Tg per cui, nelle varie redazioni, tra promozioni e conferme, è in corso una lotta serrata.

Renzi senior diffida le Iene: “Non potete mandarmi in onda”

Vietato paragonare papà Renzi a papà Di Maio. La diffida è arrivata domenica ai rappresentanti legali di Mediaset e di Italia 1, poche ore prima della puntata delle Iene. Mittente lo studio legale di Luca Mirco, l’avvocato di Tiziano Renzi e Laura Bovoli, i genitori dell’ex premier e segretario del Pd. L’oggetto era il servizio delle Iene che doveva raccontare le vicende legali di alcune società – in passato di proprietà di Renzi sr. e da lui amministrate – che hanno avuto contenziosi legali con loro ex dipendenti (spesso immigrati). Un reportage degli stessi giornalisti – tra cui Filippo Roma – che nelle scorse settimane hanno realizzato i servizi su Antonio Di Maio e i suoi dipendenti. Il servizio prende spunto da un’inchiesta di Giacomo Amadori e de La Verità. Domenica è stato bloccato, andrà in onda invece stasera.
L’avvocato diffida: “Dal propalare notizie false e diffamatorie in relazione a ‘presunti’ quanto inesistenti rapporti di lavoro nero tra il dottor Renzi, società dallo stesso amministrare o controllate. Dall’utilizzare immagini o documentazione illecitamente acquisita e relativa a ipotizzati quanto immaginari abusi edilizi”. Fino al passaggio che, appunto, pare vietare ogni accostamento tra papà Renzi e il genitore di Luigi Di Maio: “Diffida dal mandare in onda servizi… contenenti improvvide associazioni tra fattispecie di recente attualità politica totalmente differenti nei fatti, nei presupposti e nelle ipotesi di illeciti prospettati”. Era stato lo stesso Tiziano Renzi su Facebook a raccontare di essere stato avvicinato dalle Iene mentre andava a messa. E aveva chiosato: “Non ho pagato lavoratori in nero come ha confessato di aver fatto il padre di Di Maio”.
Le inchieste della Verità e le carte giudiziarie depositate presso il Tribunale di Genova raccontano una realtà più complessa. A cominciare da una querela presentata nel giugno scorso da Evans Omoigui, un immigrato nigeriano. Evans, insieme con un collega, scrive così nella denuncia: “Noi due immigrati nigeriani e molti altri nigeriani e ragazzi di colore che hanno lavorato per Tiziano Renzi e i suoi amici ci siamo fidati perché continuavano a dirci che avevano grosse amicizie nella Polizia di Stato e avrebbero potuto farci avere facilmente i permessi di soggiorno”.
A quanto risulta al Fatto le accuse per millantati crediti contenute nella querela sono state archiviate dai pm genovesi, mentre il filone sui rapporti di lavoro sono oggetto di approfondimenti (Renzi non è indagato). In quegli anni genovesi Tiziano Renzi si occupava di distribuzione dei giornali con una galassia di società e cooperative che sono passate mille volte di mano. È di quel periodo anche l’accusa di bancarotta fraudolenta che si è conclusa con l’archiviazione di Renzi senior e con il patteggiamento delle persone che da lui hanno rilevato le società. Ma quelle attività hanno lasciato anche strascichi legali presso il tribunale del lavoro (quindi non penali). Come la causa intentata e vinta da un altro immigrato, Monday Alari che aveva citato in giudizio diverse società tra cui la società Arturo per alcuni fatti accaduti, dice la sentenza, “dal novembre 2005 al maggio 2006 e dall’ottobre 2006 all’aprile 2007”. Secondo i documenti ufficiali Renzi è stato amministratore della società fino al marzo 2007. Il giudice, escludendo la responsabilità di un’altra società chiamata in causa, afferma che questa non utilizzava le prestazioni di immigrati senza permesso di soggiorno. Aggiunge: “Diverso è il discorso per il lavoro svolto a favore della Arturo (che viene condannata al pagamento al lavoratore di 15 mila euro in solido con un’altra impresa). Un passaggio che ha sollevato l’ipotesi di un arruolamento di immigrati senza permesso.
Luca Mirco, avvocato dei Renzi, raggiunto dal cronista respinge i dubbi di chi parla di lavoro nero e commenta: “Bisogna essere cauti. Quella sentenza è intervenuta quando la società è stata messa in liquidazione e poi sciolta. Non sono stati sentiti gli amministratori che non hanno avuto la possibilità di difendersi”.

Capitano, nuntereggae più!

”Caro Salvini, nuntereggae più!”. Stavolta è la famiglia del compianto Rino Gaetano a prendersela con la Lega, rea di aver filodiffuso a tutto volume l’immortale Ma il cielo è sempre più blu durante la manifestazione di sabato in piazza del Popolo. “Questo è solo l’ennesimo episodio che ci viene segnalato in questi anni e di cui siamo stufi. Rino non è di destra né di sinistra – si sono lamentati Anna Gaetano, sorella dell’artista, e suo figlio Alessandro – e non ha colori politici. Perché devono farsi forza usando lui e la sua musica?”. Da qui il veto a Salvini e a tutta la politica per le piazze che verranno. E come se non bastasse, la famiglia si è pure rivolta a Sony, che gestisce i diritti della canzone, per vedere se fosse possibile far qualcosa per tutelare l’indimenticato Rino. Segno che è vero, anche altri in passato avevano utilizzato qualche canzone, ma associare Rino al Carroccio proprio no. D’altra parte, cari leghisti, potevate anche immaginarvelo che la famiglia non avrebbe gradito: Gaetano ad esempio amava il Sud, si incantava con l’emigrante che cantava le canzoni, prendeva il 109 per la Rivoluzione. Mica per piazza del Popolo.

Stadio della Roma, per Lanzalone deciso il giudizio immediato

L’ex presidentedi Acea Luca Lanzalone andrà a processo col giudizio immediato. Lo ha stabilito ieri la gip di Roma, accogliendo le richieste del pubblico ministero nell’ambito dell’indagine sul nuovo stadio della Roma, in cui Lanzalone è accusato di corruzione. Il processo inizierà il 5 marzo, senza che vengano celebrate le udienze preliminari. Secondo la procura, il gruppo immobiliare di Luca Parnasi avrebbe tentato di “oliare” i vari passaggi dell’approvazione del progetto dello stadio, mettendo in atto una corruzione che la gip ha definito “sistemica”.

Per arrivare all’approvazione del progetto, Parnasi si sarebbe servito, tra gli altri, proprio di Lanzalone, che per la giunta capitolina seguiva la trattativa sulla modifica del piano e che in cambio dell’aiuto fornito avrebbe ricevuto incarichi e consulenze dal valore di 100mila euro. Lanzalone si trova agli arresti domiciliari dal giugno scorso. Nell’indagine sono coinvolte altre 19 persone, tra cui Luca Parnasi, per i quali il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il pm Barbara Zuin devono ancora formulare l’eventuale richiesta di rinvio a giudizio.

M5S, esplode un’altra volta la grana delle “restituzioni”

A inizio anno, in piena campagna elettorale, erano state la miccia di uno psicodramma. Una catena di guai e simil-lutti, con parlamentari espulsi (e poi comunque rieletti) e altri sotto inchiesta, perché rei di essere venuti meno all’impegno degli impegni: quello di ridare indietro buona parte degli stipendi e di rendicontare ogni singola spesa con annesso scontrino.

Mesi dopo, per il M5S di governo le restituzioni rappresentano una ferita che torna a pulsare. Perché decine di parlamentari (di cui almeno dieci senatori) non hanno effettuato le restituzioni sugli stipendi percepiti fino a settembre, e sono in ritardo anche sulle rendicontazioni. Un gruppo trasversale tra Camera e Senato, fatto di eletti che in non pochi casi si sentono trattati male “perché con queste regole ci resta poco”. Una frase che ricorre, in un gruppo parlamentare composto in questa legislatura da tanti tra professionisti e docenti.

In silenziosa ma evidente rivolta, anche perché è rimasto l’obbligo di presentare i famosi scontrini. Un enorme fastidio, a detta quasi unanime dei parlamentari. E ovviamente, anche una forma di controllo. Ma Davide Casaleggio, raccontano, a suo tempo non ha voluto sentire ragioni. Così ecco che il problema riemerge. E in fondo l’avvisaglia si poteva rintracciare anche nel caso di Matteo Dall’Osso, il deputato appena emigrato in Forza Italia, cui giorni fa avevano mandato un sollecito di pagamento. Però Dall’Osso non era certo l’unico inadempiente. Perché alla scadenza del 18 novembre, in diversi non avevano restituito i seimila euro previsti come forfait per i mesi di luglio, agosto e settembre. Mentre ieri è scaduto il termine per le rendicontazioni relative a tutta una serie di spese. Ed è qui che entrano in gioco i detestati scontrini, da “caricare” con copia ottenuta via scanner sul web. Una rogna rimasta anche con le nuove regole, partorite a giugno proprio dopo il deflagrare del caso restituzioni con i servizi de Le Iene. In base al regolamento attuale, ogni parlamentare può tenere un’indennità massimo di 3250 euro mensili, più 3mila euro per vitto, alloggio e spostamenti, che scendono a 2mila euro per i residenti in provincia di Roma. Poi invece ci sono 300 euro da destinare obbligatoriamente ogni mese alla piattaforma web Rousseau, quella gestita da Casaleggio.

E da qui si passa alle altre spese: dagli stipendi per i collaboratori ai soldi per gli eventi sui territori. Tutto ciò che non viene speso va restituito (anche se con tempi larghi). E soprattutto, le uscite vanno giustificate con gli scontrini, una per una. Con una regola di fondo: ogni mese bisogna mettere da parte per le restituzioni almeno 2mila euro (i soldi si versano ad ogni trimestre). Però i parlamentari sono inquieti, per norme che vivono come una gabbia. E un big lo dice dritto: “A Casaleggio era stato chiesto di rendere le cose più semplici ma non ha ascoltato…”. Così spuntano lamentele contro il “motore” di Rousseau. “Non siamo mica la sua azienda” sibila un senatore. Anche perché ci sono disparità. Ad esempio, un presidente di commissione guadagna come un eletto senza cariche, nonostante le tante ore di lavoro in più. E ci sono anche i singoli, dolorosi casi. Come quello di un senatore a cui la moglie ha chiesto un assegno di mantenimento in base a ciò che percepisce dal Senato e non a ciò che restituisce. Ergo, rischia di “rimanere con quasi nulla”, come rimarca un collega. Preoccupato, non a torto.

I giorni ruggenti del Tg2 più salviniano di Salvini

Fuori i partiti dalla Rai, dicevano. Lettera morta del contratto di governo: “Maggiore trasparenza, eliminazione della lottizzazione politica e promozione della meritocrazia”. I primi mesi della Rai gialloverde superano ogni immaginazione. Due manifesti: il Tg1 filogovernativo e il Tg2 ultrasalviniano. Da quando al timone c’è Gennaro Sangiuliano – che su Facebook si dichiarava “caro amico” del Capitano – la seconda rete è militante. E in queste settimane sta dando il massimo.

Le mani del Capitano

Il 26 novembre il Tg2 celebra la prode impresa del ministro dell’Interno (con il comune di Roma e la regione Lazio, ma poco importa): l’abbattimento di una villa abusiva sequestrata al clan Casamonica nel 2013. Il Capitano indossa un caschetto e aziona la prima ruspa. Il Tg2 delle 13 gli dedica un titolo di apertura e ben due servizi. Il linguaggio è semplicemente epico: “Il rumore sordo e la polvere (…) A guidare la ruspa c’è Matteo Salvini, casco bianco e mani ferme sui comandi. Demolitore e ricostruttore, così si definisce il ministro. In questa battaglia che, sottolinea, non ha colore politico, ma è per dire che vincono i buoni, sempre e ovunque”.

Decreto e difesa

Il 27 e il 28 novembre sono i giorni del decreto sicurezza (o decreto Salvini).

Martedì 26, è la notizia del giorno: Sangiuliano gli dedica il primo titolo e i primi due servizi del Tg (ore 20:30). “Questa sarà la vera rivoluzione, parola di Matteo Salvini. Il decreto sicurezza, bandiera politica e di governo per il ministro ottiene la fiducia: 336 sì. Niente spot, concretezza, che va dalla lotta alla mafia all’immigrazione. (Salvini in viva voce) ‘Io penso che sia un grande passo in avanti per un’Italia più sicura. Accogliente con chi merita accoglienza”.

Il giorno dopo si aggiunge la cronaca nera da Arezzo, dove il commerciante Fredy Pacini spara e uccide un ladro. Nel Tg2 serale i primi 9 minuti sono tutti, di fatto, sull’agenda di Salvini: 5 servizi tra decreto sicurezza e legittima difesa.

Alcuni estratti. Il primo: “È un applauso ad accogliere Fredy Pacini di ritorno nella sua azienda, in attesa dell’autopsia e dell’interrogatorio. Prima di allora Fredy Pacini non parlerà. Neanche al ministro Salvini, che oggi lo ha chiamato. (parla l’avvocato di Pacini) ‘Lui è veramente dispiaciuto di non averci potuto parlare ma ci parlerà sicuramente in questi giorni’”. Nel secondo c’è l’intervista a Graziano Stacchio, benzinaio che ha sparato a un ladro, e icona leghista: “Quando giudichiamo che uno non deve farsi giustizia da sé, è retorica. Questa non è giustizia, è autodifesa (…). Possiamo abbandonare uno che dopo essere stato depredato per anni reagisce così?”. Il terzo: “Una telefonata a Fredy Pacini per dirgli (…): ‘Noi siamo con lui’. E la solidarietà del ministro diventa battaglia politica, manifesto d’intenti”.

La folla oceanica

Sabato la manifestazione della Lega a Roma viene oscurata dalla tragedia di Corinaldo, ma la copertura del Tg2 è eccellente: tre servizi e oltre 5 minuti di scaletta. La scrittura commuove: “È la piazza del silenzio e della costruzione, la piazza di Matteo Salvini (…). Questa è la piazza del buonsenso e della normalità, lo ripetono tutti, lo dice Salvini, mano sul cuore e colonna sonora (in sottofondo la Turandot)”.

Il secondo video è una diretta dell’inviata in Piazza del Popolo: “Più di una volta il ministro ha voluto ricordare le vittime di Ancona. Ha detto: io oggi andrò ad Ancona, non perché devo ma perché lo sento (…). Una piazza pienissima, si parla di centomila persone (non più di trentamila, ndr), 220 i pullman arrivati, tre treni speciali”.

Il terzo servizio arriva proprio da un pullman (Napoli-Roma). “Sono le 7 e 30, hanno tra i 20 e i 25 anni, parte qui la giornata dei giovani leghisti campani. Qualcuno lavora, qualcuno no, sono tutti simpatizzanti”. La politica è sacrificio: “ Cosa molto importante: si sono tutti autotassati per pagare il pullman che li porterà a Roma”. Gli eroi della Lega son tutti giovani e belli: il Tg2 li mostra mentre cantano l’inno di Mameli. “Ecco la cronaca dettagliata e puntuale di un viaggio breve come distanza chilometrica ma dalla valenza sociale e politica molto significativa”. Soprattutto sociale. Coro sul bus: “Matteo Salvini là là là là là là là”. E chiusura con ingresso in piazza: “C’è solo un capitano, un capitano”.

Perquisiti a Bergamo i “contabili” della Lega

Perquisizioni a Bergamo. E un testimone chiave in Lussemburgo. L’inchiesta della Procura di Genova a caccia dei 49 milioni spariti dai conti della Lega arriva allo snodo decisivo. È un fascicolo per riciclaggio su cui non risultano iscritti nomi. Nessuna delle persone citate in questo articolo è indagata.

Ieri gli uomini del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Genova si sono presentati a Bergamo, in via Angelo Maj 24. Un indirizzo centrale nella geografia della nuova Lega disegnata da Matteo Salvini. Qui, tanto per cominciare, ha sede lo studio di commercialisti di Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba. Si tratta di due astri nascenti del Carroccio: sono stati nominati rispettivamente direttore amministrativo e revisore dei gruppi parlamentari. Il primo alla Camera, il secondo al Senato.

C’è un filo che li collega direttamente ai nuovi vertici leghisti: Giulio Centemero, parlamentare e cassiere del Carroccio, detiene una quota della società Manzoni&Di Rubba, nata intorno al loro studio professionale.

Ma basta leggere l’elenco di incarichi e partecipazioni dei tre commercialisti per trovare agganci al mondo leghista. Centemero tra l’altro ha avuto incarichi in Radio Padania ed Mc (editrice del sito www.ilpopulista.it). Manzoni era in Editoriale Nord (La Padania). Mentre Di Rubba figura quale amministratore unico di Pontida Fin (che gestisce il patrimonio immobiliare del Carroccio).

Via Maj è importante anche per altre ragioni: qui aveva sede l’associazione Più Voci (ne parleremo più avanti). E qui soprattutto ha sede un gruppo di sette società create tra il 2014 e il 2016 (tenute a battesimo dal bergamasco Alberto Maria Ciambella, il notaio preferito della Lega), in piena era salviniana. Alcune sono già inattive. Tra queste la Growth and challenge di cui è amministratore unico proprio Centemero. La società guidata dal cassiere leghista, come le altre, è controllata attraverso fiduciarie italiane e holding lussemburghesi. Le azioni erano in mano a una società italiana, la Seven, a sua volta controllata dalla Sevenbit che come presidente del cda vede Angelo Lazzari. Un nome che ricorre in alcune delle sette società. Non basta: la Sevenbit in passato è stata in mano alla Ivad, fondata nel 2008 nel Granducato sempre da Lazzari che fino al 2016 risultava essere socio di riferimento (poi è passata a una fiduciaria padovana).

Niente di illegale, fino a prova contraria, ma proprio su questa ragnatela di società e sui loro spostamenti bancari vogliono fare chiarezza le Fiamme Gialle coordinate dai pm genovesi Paola Calleri e Francesco Pinto.

Lazzari collega Bergamo con il Lussemburgo. Il finanziere di Sarnico (Bergamo) è anche amministratore della Arc Asset, una finanziaria che ha sede nel Granducato. Con lui, nei documenti lussemburghesi, risulta Vito Mancini. Poche settimane fa i pm genovesi si sono recati proprio alla Arc Asset per una rogatoria internazionale che ha portato a raccogliere molto materiale. In quell’occasione i magistrati hanno appunto sentito Mancini: un colloquio che pare aver fornito spunti interessanti per rimettere in ordine il materiale finora raccolto tra Italia (dalla sede Sparkasse di Bolzano, dove la Lega negli anni passati ha aperto e subito chiuso dei conti, fino a Bergamo) e Lussemburgo.

Ma non è l’unica inchiesta che crea grattacapi alla Lega e a Centemero: nelle scorse settimane, infatti, i pm romani hanno inviato alla Procura di Bergamo, guidata da Walter Mapelli, gli atti del fascicolo sul costruttore Luca Parnasi. Dall’inchiesta sullo Stadio della As Roma sono emersi sostegni da parte dell’imprenditore all’associazione Più Voci (si parlava di 250mila euro). I pm bergamaschi hanno così aperto un fascicolo per illecito finanziamento ai partiti che finora non ha indagati.

Due inchieste, al centro sempre Bergamo. Città cara alla Lega: da qui viene Roberto Calderoli, uno dei pochi sopravvissuti alla stagione di Umberto Bossi che sono approdati alla sponda del nuovo corso.

Ma i vertici del Carroccio ieri hanno evitato la polemica dura. Salvini ha cercato di ostentare tranquillità: “Ognuno faccia il suo lavoro, non c’è nulla da trovare né da cercare. Spero facciano in fretta”.

Casalino, Odg archivia istruttoria su audio contro i tecnici Mef

Il Consiglio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha archiviato l’istruttoria su Rocco Casalino relativa al messaggio audio nel quale definiva “pezzi di merda” i tecnici del ministero dell’Economia. L’Odg lombardo, a cui è iscritto il portavoce del premier Conte, era chiamato a verificare “nell’ambito dell’autonomia riconosciutagli”, se le dichiarazioni, il loro tenore e l’uso del linguaggio fossero stati “pertinenti, continenti e compatibili” con gli articoli 2 e 11 della legge professionale. Ed evidentemente così era, stando alla decisione presa dai componenti. L’Ordine aveva aperto l’istruttoria a fine settembre dopo la pubblicazioni su vari quotidiani online dell’audio di Whatsapp nel quale Casalino aveva parlato di una “mega-vendetta” contro i funzionari del Mef, guidato da Giovanni Tria, nel caso in cui non fossero stati trovati i fondi per il reddito di cittadinanza. Casalino si era difeso spiegando che si trattava di una “conversazione privata” con due giornalisti (Pietro Salvatori e Alessandro De Angelis, inviato e vicedirettore dell’Huffington Post che hanno smentito di aver diffuso loro l’audio) e che “non c’era nessun proposito concreto”.