Il bluff di Panzironi, il guru della dieta che fa vivere 120 anni

Non c’è bisogno di esser medici per curare il cancro, l’Alzheimer o il diabete: “Una persona di media intelligenza capisce i libri di medicina”. Sulla base di queste convinzioni Adriano Panzironi, che nella vita fa il giornalista e non il medico, da anni millanta di aver scoperto una dieta rivoluzionaria. Ben più di una dieta, in realtà: uno stile di vita miracoloso che promette allungare la vita fino a 120 anni. Si chiama Life120 e comprende libri, sito e una linea di prodotti – pillole, integratori, ecc. – per “viver sano e guarire da decine di malattie”.
Se non fosse un business milionario sulla pelle degli adepti, potrebbe anche solo essere simpatico folklore. Il problema è che migliaia di persone in Italia credono al guru Panzironi, per altro già smascherato lo scorso anno da un’inchiesta de Le Iene. E così affidano a lui e al suo metodo le possibilità di guarire da gravi malattie, cancro compreso. Gli affari per Panzironi vanno più che bene, tanto che dopo il suo primo libro Vivere 120 anni, la verità che nessuno vuole raccontarti, ha da poco pubblicato Vivere 120 anni, le ricerche, promosso in questi giorni dall’autore in tv e nelle librerie.

Ma su cosa si basa la miracolosa dieta? Panzironi parte da qualche assunto vero, già patrimonio dalla comunità scientifica (vedi l’articolo di Luca Sommi nella pagina a fianco). E cioè che alcuni alimenti, se assunti in quantità eccessive, possono essere pericolosi per la salute. Zuccheri e carboidrati, per esempio, che portano chi segue la dieta Panzironi a rinunciare per sempre a pasta, pane, riso, mais, legumi, tuberi. Per poi compensare gli squilibri con i “magici” prodotti di Life120, tutti disponibili sul sito dell’azienda. I flaconcini contengono vitamine, antiossidanti, omega3, pasticche piene di pepe, curcuma e zenzero, elementi necessari a curare (ma anche a prevenire) diverse malattie gravi. Per avere un’idea del giro d’affari, ciascun “paziente” potrebbe assumer pillole per anni, o anche per tutta la vita. Alcune confezioni costano 40 euro, altre 20, altre 15, comunque abbastanza perché un seguace del metodo spenda almeno un centinaio di euro a fine mese. Per non parlar del libro: Panzironi afferma di aver venduto con il primo manuale 250mila copie. Calcolatrice alla mano, tutto compreso, si arriva a un business da diversi milioni di euro.

Panzironi spiega l’efficacia del suo metodo con una visione del tutto personale della natura: “Non vedrete mai un leone calvo o una giraffa con la cellulite, se gli animali mangiano quello che prevede la natura non si ammalano”. E l’uomo, ovviamente, non può esser da meno. Il Panzironi-pensiero è ben sintetizzato da una carrellata dei suoi articoli. “Hai problemi di erezione? E se tutto dipendesse da quel che mangi?”. “La calvizie è causata dal consumo di latte e da quello che mangiamo”. “Morbo di Alzheimer? E se dipendesse dalla nostra alimentazione?”. “La depressione si può curare senza farmaci”. “Dalla candida si può guarire senza farmaci”. “La gotta non dipende dal consumo di carne, ma dai carboidrati”. “5 milioni di diabeti in Italia? Tutta colpa della dieta mediterranea”. “Le malattie cardiocircolatorie sono causate dalla dieta mediterranea”.

Insomma, un complotto mondiale, o almeno mediterraneo, di cui è complice la ministra della Salute Giulia Grillo, che nei giorni scorsi ha dedicato a Panzironi un post su Facebook chiedendo all’Agcom di intervenire sulle continue ospitate tv del guru. “Siamo sotto attacco – ha arringato i suoi sul social Panzironi – la ministra si dimostra in linea coi poteri forti”. O, forse, solo con il buon senso.

Quando noi italiani del Sud eravamo i “clandestini”

Caro Coen, tu alla Scala (sul luogo del delitto), io nella “tua” Francia. Precisamente a Tolosa, a dividere strade e monumenti del centro con i lunghi cortei degli “indecifrabili” (moderna rivoluzione o ricorrente jacquerie?) gilet gialli, per poi spostarmi a Castelnaudary. Cuore dell’Occitania e patria indiscussa del cassoulet. Dodicimila abitanti, migliaia di ettari coltivati da moderne aziende agricole, il suo circondario fu scelto da buona parte degli emigranti italiani soprattutto dopo la fine della Grande guerra. Servivano braccia per l’agricoltura e noi arrivammo in massa. Affamati di lavoro e pane. Una storia che qui si ostinano a non dimenticare. Sono alla Hall aux grain, tutti i posti occupati per assistere allo spettacolo Italiens quand les emigres c’etait nous del gruppo “Incanto”. In sala i figli dei figli dei figli degli emigranti italiani. Una parte di quei 5 milioni di italo francesi che non hanno mai dimenticato le loro radici.

Lo spettacolo nasce dal talento di Rocco Femia, giornalista, autore e infaticabile animatore culturale, emigrato una ventina di anni fa dalla Calabria. Sul palco un’orchestra di eccezionali musicisti, un coro di trenta persone, un maxi-schermo che lascia scorrere le immagini dei viaggi della speranza e Rocco che fa da voce narrante. Racconta di quando eravamo noi i “clandestini”, e non vola una mosca. Tanti occhi devono essere asciugati dalle lacrime di commozione quando l’orchestra e i cantanti intonano i canti della nostalgia. Eravamo così, come quelli che oggi respingiamo. I neri e gli zingari, gli ultimi cantati da De André, Dalla, Pippo Pollina. È un pubblico di persone mature che, però, si alza in piedi per applaudire quando sullo schermo appare la bella foto dell’abbraccio tra Mimmo Lucano e Aboubakar Soumahoro. Bella serata. Poi torni in Italia e la tv trasmette le immagini di un tizio che arringa la folla con parole d’odio e con una felpa della Polizia addosso. Che tristezza.

Milano, alla Scala l’Internazionale risuona ancora prima della prima

Caro Fierro, torno sul luogo del delitto: 50 anni dopo quel 7 dicembre 1968: umido, gelido, acre per lo smog. In scena, alla Scala, la “prima” di Sant’Ambrogio, rito borghese di Milano. Don Carlos di Verdi. Ma va in scena, anche, la Contestazione. Mario Capanna col megafono che ogni tanto gracchia condanna l’ostentazione dei ricchi, quando ad Avola i braccianti si battono per 300 lire in più. Sotto l’eskimo, gli studenti celano uova, cachi, ortaggi. Li lanceranno e passeranno alla storia del Sessantotto. Passo per vicolo santa Caterina. Costeggia la basilica romanica di san Nazaro. Oltre l’osteria La Pergola, il muro ospita una scritta in vistosi caratteri medievali: “Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti” (Gramsci, 1917). Di fronte, una bottega etnica. Con murale: ammasso di case alte e sottili. In mezzo, un migrante di colore. Sguardo triste, naso rosso da clown. Titolo: “Il confine è labile”.

Via Festa del Perdono è deserta: il portone della Statale, sbarrato. Nessun presidio, né revival. Come allora, in questo 7 dicembre 2018 piovono minuscole goccioline, l’aria è acida. Però fa meno freddo: l’inverno mite del cambiamento climatico. Oltre via Larga, il centro brulica di gente e di luci. Di transenne e di mille agenti mobilitati per garantire la sicurezza della Prima (ancora Verdi, stavolta l’Attila). Piazza della Scala è “zona rossa”. In tutti i sensi: una batteria di fari arrossa la facciata di Palazzo Marino. Cordoni di agenti isolano il teatro, tengono a distanza gli attivisti dei centri sociali. Slogan contro la Lega, il decreto sicurezza, la “casta globale”. E una finta ruspa, per sfottere il Trump del Giambellino (che ha disertato l’Attila e i fischi). Ecco Mattarella, quattro ministri, uno stuolo di lor signori. Urla, strepiti dei manifestanti. Vola qualcosa, ma i bersagli sono troppo lontani. Con commovente impegno un trombone ed una cornetta intonano l’Internazionale. “Nostalgici”, commenta un passante. No. Irriducibili.

L’ossessione per la famiglia rafforza le disuguaglianze

Un paradosso sembra caratterizzare l’Italia da quarant’anni: il permanere di una cultura fortemente familista e una progressiva contrazione della famiglia. Il nostro Paese, con una media di 1,35 figli per donna, è una delle regioni al mondo con il più basso tasso di fecondità. Tanta famiglia nella cultura, nei discorsi e nell’immaginario anche istituzionale del cattolicissimo Paese del Family day ma poca famiglia nelle scelte riproduttive e nei percorsi di vita.

I dati Istat più recenti mostrano che la famiglia costituita da una coppia con un paio di figli conviventi rappresenta ormai appena un terzo di tutte le famiglie con figli (con buona pace delle pubblicità dei biscotti, le famiglie composte da madre, padre e due figli sono il quindici per cento del totale). Negli ultimi vent’anni, le separazioni sono aumentate di quasi il 70 per cento e i divorzi sono quasi raddoppiati. Infine, il radicamento del fenomeno migratorio: il diffondersi dei ricongiungimenti familiari e delle coppie miste contribuiscono a rendere ancora più articolato il quadro contemporaneo.

Maria Castiglioni e Gianpiero Dalla Zuanna hanno recentemente suggerito (La famiglia è in crisi, Falso!, Laterza 2017) una chiave interpretativa di come il basso tasso di fecondità e gli squilibri di genere si connettano al forte familismo nei valori e nell’immaginario sociale. La nostra società è articolata intorno a “legami forti” familiari, nonostante i rilevanti cambiamenti citati. In Italia si esce più tardi da casa dei genitori (secondo Eurostat, oltre 31 anni per gli uomini, mentre gli svedesi se ne vanno a 19,7 anni e i francesi a 24,8); quando lo si fa si va comunque ad abitare vicino alla famiglia di origine (il 70 per cento delle persone con più di 30 anni risiede a meno di 10 chilometri dalla madre quando questa è ancora in vita, in Francia e Germania la percentuale è al 45), si provvede ai bambini sotto i tre anni e ai grandi anziani perlopiù a casa e in famiglia; infine, le norme fiscali e il sistema di protezione sociale tendono a sostenere la continuità familiare tra generazioni più che altrove. Tutto questo è alimentato dall’idea che la famiglia sia e debba essere la principale forma di sostegno nella transizione all’età adulta e nelle sue successive fasi della vita.

L’aiuto intergenerazionale su cui si basa il modello del “più famiglia” è un fattore di protezione in fasi di criticità economiche o di necessità di cura. Ma questo è vero quando una famiglia alle spalle c’è, quando ha le risorse sufficienti e quando è possibile abitarvi vicino. Non sempre è così: famiglie numerose, immigrati, giovani che possono contare su genitori o nonni benestanti non ricadono in questo modello. Questo sistema ha come conseguenza il fatto di confermare le disuguaglianze e limitare la mobilità sociale, oltre che quella territoriale.

Se dunque un intervento politico vuole andare nella direzione di un appianamento delle disuguaglianze, di un maggiore benessere dei cittadini e di una sostenibilità del sistema pensionistico (già oggi una persona ogni cinque ha più di 60 anni), è necessario definire subito alcune priorità. Innanzitutto, il ricambio generazionale: un punto sul quale vale la pena di riflettere è il gap tra figli che si vorrebbero avere e figli che alla fine si riescono a fare. Questo gap è rivelatore di un insieme di fattori, come le condizioni culturali, strutturali ed economiche, il costo diretto di ciascun figlio, il suo costo-opportunità, le aspettative rispetto al proprio corso di vita, la fiducia in un lavoro stabile. I dati ci dicono che siamo un Paese in cui le donne rischiano più che in altri in Europa di uscire dal mercato del lavoro e contano su strumenti di conciliazione ancora frammentari e disomogenei sul territorio. Inoltre, quando la conquista dell’autonomia abitativa avviene tardi e non ci sono strumenti che aiutano i giovani a relazionarsi con un mercato immobiliare tarato su garanzie che solo un lavoro a tempo indeterminato può dare, il passaggio a un’età adulta diventa un’esperienza sempre più lenta e difficoltosa. Ed è più difficile raggiungere negli anni successivi il numero di figli desiderato: siamo il Paese con più alta proporzione di donne che diventano madri dopo i 40 anni.

Una disoccupazione giovanile doppia rispetto alla media europea, il difficile accesso al lavoro anche con un alto titolo di studio, la necessità di una maggiore mobilità territoriale, l’incremento della povertà minorile, la scarsa istituzionalizzazione dei grandi anziani concorrono ad aumentare il carico sulle famiglie italiane: un welfare assistenziale orientato all’aiuto monetario nelle responsabilità familiari rappresenta un intervento debole che finisce per compensare squilibri e asimmetrie. Ed è chiaro che la direzione da prendere è quella del contrasto alle disuguaglianze e dell’adozione di misure che garantiscano una maggiore redistribuzione della ricchezza.

Quanto più la politica de-familiarizzerà alcune funzioni, tanto più essa redistribuirà tra pubblico e privato i costi degli squilibri demografici e ridurrà le disuguaglianze. E questo non potrà che giovare alla famiglia stessa, vecchia o nuova che sia.

La P2? Roba da uomini, mi spaventa!

Io di questa P2 non ho capito nulla. Pare sia una faccenda tra maschi, almeno quanto riporta la lista più famigerata d’Italia. Dicono sia una setta, una loggia massonica con obbiettivi poco chiari. Allora ho chiesto a Manolita, contando sulle sue doti di tuttologa: “Esattamente non lo so nemmeno io. Credo sia una specie di lista, composta da persone di varie estrazioni tutte interessate a conquistare il potere”. Come la massoneria storica? “No, la massoneria, quella vera, era una cosa seria. Anche Garibaldi era massone, fu lui a promuovere l’ingresso delle donne nel Grande Oriente, consapevole del loro fondamentale apporto all’unità”. Manolita si accalora quando parla del Risorgimento e ha scritto una sua personale lista di massonesse popolari e nobildonne: filatrici, cucitrici e ricamatrici accanto a uomini muratori. Ma questi di Licio Gelli invece chi sono? “Gente meno illustre: politici, industriali, militari, giornalisti che si affratellano non per salvare l’essere umano, ma per contare di più nella vita politica del Paese, rispetto ai massoni veri qui la posta in gioco è molto diversa, la faccenda si configura pericolosa. Eppure una donna c’è: Tina Anselmi, una delle poche che ha avuto a che fare con questa gente. È grazie a lei e alla commissione parlamentare da lei voluta e presieduta che questa lista di maschi, criminali o sprovveduti, non si sa bene, ha visto la luce”. “Grazie Manolita, c’è solo da sperare che non si dileguino nell’ombra!”. Io me li immagino incappucciati, intonacati, con le candele tutti in fila a recitare formule esoteriche, a mangiare, a bere e alla fine mezzi ubriachi a cantare le loro canzoni, perché in Italia tutti i Salmi finiscono in gloria. Quale sarà il loro inno? “…Siam gli allegri murator, ci aiutiam sì ci aiutiam, mai nessun ci dividerà tralla là là là…”. Cantata a cappella ovviamente.

 

Ecco i gilet gialli, come i Bagaudi della Gallia antica

La Francia, antica Gallia, è sempre stata terra di ribellioni, sedizioni, sommovimenti. Nell’antichità fu teatro delle famose rivolte dei Bagaudi (bacaudae, termine probabilmente derivato dal bretone bagad indicante “banda”, “truppa”), che infiammarono il nord sino alle sponde della Loira impegnando severamente l’impero romano. Alla base del movimento dei bacaudae stava la grave crisi economica nelle cui spire era finita anche l’antica prosperosa provincia della Gallia nei secoli III-IV d.C. I bacaudae, formati essenzialmente da masse rurali, pastori ed ex-militari, impoveriti dalla crisi e dal regime fiscale romano, reagirono contro le autorità imperiali. Numerose furono le rivolte, praticate mediante guerriglia.

Una prima fiammata fu spenta da Massimiano, generale romano di fiducia di Diocleziano, e a questa ne seguirono altre. Nel 407 d.C., i bacaudae costrinsero il generale Saro a consegnare il bottino raccolto nella campagna di Gallia per un passaggio sicuro attraverso i passi alpini da loro controllati. Nel 451 d.C., i loro capi Eudossio e Timastione cercarono un alleato addirittura in Attila e nei suoi feroci Unni. Oggi, le immagini della Parigi sconvolta dalla rivolta dei gilet gialli colpiscono drammaticamente. C’è qualcosa di profondo che si sta muovendo e non tutto sembra all’insegna di rivendicazioni di spazi più larghi di democrazia e di partecipazione. Parigi, simbolo europeo dei diritti civili, della tolleranza, della libertà, rischia di perdere questi connotati e diventare la capitale della strategia della paura. E, si sa, dopo la caduta dell’impero romano i secoli non furono affatto radiosi.

C’è ancora chi non spara ai ladri e non se la prende con i migranti

Sandro Veronesi si è accorto che i “normali” sono rimasti pochi. Ne scrive a Roberto Saviano, (uno di loro, ormai non tanti), raduna e indica in questo suo libro-messaggio (Cani d’Estate, La Nave di Teseo) alcuni nomi di coloro che potrebbero ancora abbaiare.

Invia al ministro dell’Interno di questa Repubblica una raffica di messaggi per ricordargli, anche con sincera solidarietà, i reati che sta compiendo (ovvio che lo fa per salvare o la coscienza o il futuro giudiziario del ministro predetto). Facile identificare “i normali” di questa che è ormai, a tutti gli effetti, una storia di fantascienza. “Normali” sono gli ostinati estranei a una nuova, triste civiltà in cui non si è veri cittadini finchè non si spara al ladro (ma sparare è stupido buonismo, se non becchi un organo vitale e uccidi), finchè il controllore non insulta, nel sistema di comunicazione del treno, “i rom rompicazzo”), finchè un sindaco come quello di Lodi non decreta di affamare i bambini “stranieri”, finchè un sindaco, come quello di Riace, non viene arrestato e (benchè eletto, come raccomanda sempre Salvini) viene espulso dalla città perchè aveva deciso di accogliere i migranti (reato punibile con incriminazione ed esilio) e stava distribuendo un pò di felicità.

Ecco un reato non tollerabile in un Paese governato con infinita cupezza, in cui ogni decisione è togliere, tagliare, multare, abolire, cacciare, espellere. L’importante è che qualcuno paghi, per ragioni che si trovano sempre: i migranti per essere venuti senza il visto d’ingresso che si può ottenere nelle prigioni libiche, i rom benchè siano italiani da secoli, gli occupanti abusivi perchè vengono “prima gli italiani” (molti dei quali sono già in quelle case, e molti dei quali non ci andrebbero neppure con forti incentivi).

Il tripudio dello sgombero riempie i cuori della nuova civiltà, e la ruspa rappresenta il mondo che verrà appena sapranno governare. Faranno di tutto per voi, per mantenervi infelici. I pochi “normali” che si ricordano ancora della felicità, almeno come speranza, si raccolgono stremati, come una pattuglia di scout stranamente sopravvissuta, intorno al libro di Sandro Veronesi. Ma per ora si ascolta solo la lingua del mondo spiccio di Salvini, di Di Maio e del curatore di cordoglio Giuseppe Conte. Credo che dovremmo seguire la consegna dell’autore (a cui dobbiamo molto): abbaiare insieme.

Socrate, Gesù, Alessandro Magno: la Storia è una rottura generazionale

Iparenti meno prossimi sono proprio i più intimi, il padre e la madre: “Quale bambino”, si domanda Zaratustra, “non avrebbe ragione di piangere per i suoi genitori?”.

Friedrich Nietzsche fa un ammonimento a se stesso. Cestina, tra le ingenuità, il divieto biblico – “Tu non ucciderai” – e ai décadents raccomanda una rottura rispetto all’ascendenza: “Voi non procreerete!”. Anche la preghiera più sentita, il Pater, segna una cesura verso il continuum genealogico – “lo spezza”, dice Peter Sloterdijk, filosofo – e un padre differente, che sta nei cieli, si accompagna a un figlio differente.

Nel Corano è così recitato: “Da Lui veniamo a Lui torniamo”. Nella civiltà cristiana questa prossimità celeste si alimenta – grazie all’esemplarità dei santi, Francesco d’Assisi su tutti – con l’imitatio Christi, e ancora Sloterdijk, nel suo I figli impossibili della nuova era, un’indagine sul ruolo del bastardo nella frattura generazionale, così s’interroga: “Ogni persona ragionevole non farebbe bene a fare ritorno in Lui e ‘in lui’ il più presto possibile?”.

L’editrice Mimesis ha dato alle stampe la traduzione italiana di questo saggio – Sull’esperimento anti-genealogico dell’epoca moderna è il sottotitolo – attraverso cui, Sloterdijk, autore celebrato di Critica della Ragion cinica e di Sfere, già rettore a Karlsruhe della Staatliche Hochschule fur Gestaltung, indaga i processi generazionali e i loro esiti teorici. Socrate, Edipo, Gesù – ma anche con il Sikander, ovvero Alessandro il Macedone, con Giove Ammone, suo diretto padre, ancor più che il genitore Filippo – i modelli fondati da antenati remoti, trovano un’altra scelta.

Le riproduzioni decisive, infatti, trovano fonte sempre nell’oltretomba, ma gli imperativi rituali, veicoli di doveri essenziali, nella frattura “bastarda”, adottano un’ulteriore opzione. E così è nel palcoscenico della storia.

Il passaggio dal mondo degli avi a quello dei discendenti è una catena di imitazioni confidante in una stabilità che eviti, in qualunque modo – al prezzo di una totale appartenenza – un’esclusione mortale: “Non esistono pensieri più bui”, scrive il filosofo, “di quelli per cui i divini antenati, a cui si deve ciò che si è, non siano stati altro che gocce nell’oceano di possibilità migliori”.

L’avvento del bastardo – la cesura generazionale, la frattura che sorge dalla scoperta di un altro mondo possibile – riavvolge il filo genealogico al punto di “non lasciare intentato nulla di ciò che favorisca, per quanto lo riguarda, l’ascensione al cielo”.

La crisi immedicabile dell’umano è nell’estrema misura del possibile. Il possibile si misura nell’esatto computo di ciò che sta in terra. La paternità è radice, gea è generatrice. L’ulteriore decantazione impegna l’oscuro oggetto della continuità.

Appunto, Francesco, un figlio impossibile in questa nostra nuova era: “Finora su questa terra ho chiamato Pietro Bernardone padre mio, d’ora in avanti io voglio dire Padre nostro che sei nei cieli…”.

Fortnite, lo sfasciafamiglie. “Quel gioco mi sta facendo pensare sul serio al divorzio”

Gentile Selvaggia, grazie per aver parlato della piaga Fortnite. A casa mia, oltre ad aver avvelenato l’equilibrio familiare, questo maledetto videogioco ha causato problemi economici che ho scoperto poco a poco, non senza traumi. Mio figlio ha 14 anni, va bene a scuola, fino allo scorso anno nel tempo libero giocava ai videogiochi ma andava anche all’oratorio a giocare a basket e leggeva anche i suoi manga, i suoi Topolino, i suoi Piccoli Brividi. Era un ragazzino normale. Quando è arrivato Fortnite ho capito che era successo qualcosa di serio perché rinunciava all’oratorio per giocare e quando non giocava, parlava di Fornite. Solo di Fortnite. Piano piano ha fatto conoscere il gioco anche al padre che ormai, come me, si sentiva escluso da qualsiasi conversazione e sfera di interessi del figlio (una sola a dire il vero). Piano piano è finita che il sabato non si andava neanche più al mare o a fare un giro in centro perché i due giocavano insieme. Ho cominciato a discutere di questo con mio marito e alla fine, con due nemici in casa, abbiamo stabilito che due ore al giorno di Fortnite erano il limite consentito. La situazione si assesta (apparentemente) finché a fine maggio 2018 non mi chiama la banca chiedendomi se le ripetute e analoghe transazioni notturne sulla mia carta fossero effettivamente operate da me. Negli ultimi tre mesi – non controllo mai l’estratto – erano stati risucchiati 150 euro al mese, quindi 450 euro. Il tutto finiva nelle casse della “Epic Game”, ovvero quelli di Fortnite. Vado da mio figlio e me lo sbrano. Lui nega. Piange. Per un giorno tiene il punto. Poi il giorno dopo mi chiede scusa. Gli tolgo Fortnite. L’oratorio. Gli amici. Un giorno – non so perché – gli prendo il telefono. In un Whatsapp scrive a un’amica: “Non posso venire alla tua festa, ho dovuto dire una bugia a mia madre per salvare mio padre, poi ti spiego”. Insomma Selvaggia. Era stato mio marito a fregarmi la carta di credito. Io dormivo, lui si alzava e giocava a Fortnite, spendendo soldi miei. E aveva convinto il figlio a prendersi le responsabilità sai in cambio di cosa? Di soldi da spendere su Fortnite appena finita la punizione ovviamente. Credimi, ho pensato più questa volta al divorzio di quella in cui ho scoperto i suoi sms con la toilettarice del nostro Labrador.

Silvia

Cara Silvia, se sono nel tunnel di Fortnite credo che per te l’unica soluzione per recuperare autorevolezza in quella famiglia sia la seguente: iscrivi a Fortnite, allenati a lungo e segretamente e uccidili entrambi-marito e figlio- in battaglia.

 

“Il dramma dopo 25 anni da sposati: che le regalo?”

Cara Selvaggia, ti scrivo come si scriveva una volta alla posta di Cioé, ovvero alla ricerca di una divina rivelazione su una domanda conturbante e che non ti senti di rivolgere direttamente a un familiare o a un amico stretto se non omettendo che quella domanda riguarda te. Il mio problema é questo: sono sposato con mia moglie da quasi vent’anni, questo è il nostro venticinquesimo Natale assieme e ogni anno, in una crisi sempre crescente, ho meno idee su cosa regalarle. Non ho voglia di parlarne con nessuno perché subito si andrebbe a parare sui soliti capi d’accusa: l’abitudine, l’entusiasmo o questi concetti da romanzo rosa. La verità è che è un fatto di matematica: venticinque anni sono 25 Natali, è vero, ma pure 25 compleanni e 25 anniversari. Fanno 75 regali, a cui vanno poi aggiunti tutti quelli fuori dalla logica delle feste comandate, gesti estemporanei, souvenir, voglie improvvise e, soprattutto, regali finalizzati al farsi perdonare qualcosa (che poi è la categoria più affollata di tutte). Nel mio caso ci sono vari fattori che aggiungono coefficiente di difficoltà: non sono abbastanza ricco da fare sì che ogni gioiello che possa permettermi sia abbastanza spettacolare da non fare risultare ripetitiva la categoria “roba che brilla”, non sono abbastanza povero da rendere anche una scatola di caramelle vuota “un pensiero”. Vedi cosa vuol dire la crisi della middle class? Ecco. Ho poi questo complesso legato al fatto che ci tengo che ogni regalo abbia un significato, una ragione e uno scopo, in collegamento con le sue passioni o i suoi concupimenti. Ma dopo 25 anni, metti pure che le piaccia cucinare, bere, mangiare, leggere, scrivere, fare sport, guardare film, pescare, praticare parapendio alpino o allevare capre tibetane, vuoi che anche ogni eventuale capriccio o bizza non sia già stato coperto da un regalo ad hoc? In più lei ha questa peculiarità che, quando desidera qualcosa, generalmente se lo compra. In sostanza, Selvaggia, sono disperato. Dietro l’angolo c’è il classico “beauty-pieno-di-cagate-perché-non-sapevo-che-diavolo-regalarti” che in genere è un punto di non ritorno per tutte le future recriminazioni quindi, ti prego, illuminami con qualcosa a cui non avevo pensato. Siamo in tanti qui fuori, e abbiamo le ore contate. In tutti i sensi.

Anonimo italiano

Caro anonimo, considerando che tu dopo, quanti saranno, una centocinquantina di regali hai già esaurito la fantasia, e lei te ne avrà fatti altrettanti con l’aggravante che ti ha dovuto pure perdonare qualcosa, vi suggerisco di scambiarvi le buste come le zie con i nipoti al pranzo della vigilia e tanti saluti.

 

Inviate le vostre lettere a: il Fatto Quotidiano
00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2.
selvaggialucarelli @gmail.com

Lode a Mandzukic, il più forte di tutti

Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di Georgina, la compagna di CR7 e madre di Alana Martina, la quartogenita dell’asso portoghese. E alzi la mano chi non ha mai saputo nulla delle vicissitudini amorose di Paulo Dybala, l’altro bomber juventino passato dal fidanzamento con Antonella Cavalieri a quello con Oriana Sabatini, entrambe modelle argentine. Delle ultime due sappiamo ormai tutto grazie alle ospitate nei salotti-tv stile Barbara D’Urso; in quanto a Georgina, CR7 la sta mostrando ovunque, persino sul red carpet di Venezia. Ebbene, la domanda è: c’è qualcuno che sappia qualcosa della compagna di Mario Mandzukic, il terzo bomber del tridente juventino? E anche Mandzukic è forse impegnato nella caccia all’ultima starlette televisiva? La risposta, in entrambi i casi, è no.

Il 32enne croato si comporta nella vita privata esattamente come in campo: poche parole, molti fatti; e bisognerebbe fare un monumento a Mario per la discrezione cui impronta la sua esistenza. Il numero 17, alla sua quarta stagione juventina, ha giocato fino a ieri con Higuain e Dybala, oggi anche con CR7. Mediaticamente parlando è sempre stato all’ombra di tutti; ma per rendimento ha sempre vinto alla grande. Per far spazio a Higuain al centro dell’attacco, Allegri gli chiese un giorno di trasformarsi in un Domenghini da fascia sinistra: obbedisco, rispose Supermario. Che sgobbando come un mulo ha continuato a fare quello che né Higuain né Dybala, i bambinelli del presepe, si dimostravano capaci di fare: i gol importanti.

Non era certo necessario vederlo segnare il gol-vittoria in Juventus-Inter 1-0 per accorgersi che Mario è un mostro di efficacia e bravura. Vale comunque la pena ricordare alcune cose di lui. Si dice spesso che “quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”, ma nessuno sa farlo meglio di Supermario. Al Bayern, Mandzukic ha vinto una Champions segnando un gol in finale (2-1 al Dortmund); e in finale diChampions ha segnato anche con la Juventus, due anni fa, nel match perso 1-4 con il Real Madrid. Assieme a Vasovic e CR7, Mandzukic è il solo attaccante al mondo che può vantarsi di avere fatto gol con due club diversi in finali-Champions.

All’Atletico Madrid, Mandzukic ha vinto una Supercoppa di Spagna firmando il gol-vittoria (1-0) contro il Real Madrid. Con la Croazia, Mandzukic ha giocato l’ultima finale del Mondiale (persa 2-4 contro la Francia) firmando anche in quella occasione il suo gol. Nella classifica cannonieri in Champions League, Mandzukic è a quota 28 gol (in 70 partite, media 0,40) davanti mostri di bravura come Van Persie (27), Suarez (24) o Bale (20), per non parlare di un bomber sopravvalutato come Higuain (23), uno che quando il gioco si fa duro se la fa sotto, proprio come a Cardiff due anni fa.

Mandzukic ha vinto 3 titoli in Croazia con la Dinamo, 2 in Germania con il Bayern, 3 in Italia con la Juve. Persino negli anni in cui non arriva a giocare finali importanti, come alla Juve la scorsa stagione, le imprese portano comunque la sua firma; come quella del Bernabeu, con la Juve che si porta sul 3-0 in casa dei blancos trascinata dal croato. Brutto a vedersi, forse: Mandzukic però è sempre il più bravo di tutti.

P.S. La sua fidanzata è polacca, si chiama Ivana Mikulic, è una studentessa. Il mondo dello spettacolo non le interessa.