“In questa casa si fanno i presepi”: la lezione di Natale in casa Cupiello

Non è questione di salvinismo, cioè di brandire il “santo presepe” come il rosario dal palco di un comizio, ma bisogna riconoscere all’ala tradizionalista e clericale dei cattolici di condurre una giusta battaglia contro la degenerazione creativa della Natività.

S’avvicina dunque il Natale e il politicamente corretto s’impadronisce ancora una volta del presepe, meglio del presepio per dirla alla maniera eduardiana di Natale in casa Cupiello. Così uno dei siti più combattivi del network anti-bergogliano, messa in latino, sta facendo una meritoria campagna per esporre al pubblico ludibrio i presepi più brutti ispirati dalla cronaca dell’era sovranista. Il punto, allora, non è l’importanza del messaggio politico anti-populista ma la sua realizzazione.

L’esempio più clamoroso, nella sua bruttezza, è un presepe di Lavagna, in provincia di Genova, (nella foto) propagandato su Twitter da Alberto Melloni, autorevole commentatore cattolico di matrice progressista. Una serie di mattoni all’ingresso della capanna e una scritta condivisibile: “Se alzi un muro pensa a quello che lasci fuori”.

Ed è qui che viene fuori la grande lezione di Natale in casa Cupiello. Vista l’orrenda fattura dell’opera di Lavagna, se presepio dev’essere non ci sono alternative artistiche alla tradizione classica: i pastori, il ruscello, Benino che dorme, i Magi, il bue e l’asinello, il muschio, le montagne di sughero o di carta. Il testo eduardiano viene citato superficialmente solo per il famoso tormentone tra padre e figlio: “Te piace ’o presepio?”. “Nun me piace”. In realtà il senso di questo botta e risposta si comprende solo alla fine, quando la tragedia si compie con la morte di Lucariello-Eduardo. Ché tutto finisce con il figlio Tommasino che dice al padre morente: “Papà, sì è bello ’o presepio”.

Il presepio della tradizione di Lucariello è un simbolo contro la disgregazione familiare – e qui siamo in presenza di un altro messaggio – epperò proprio il rito della ripetizione annuale, uguale ma sempre diversa, si trasfigura in un’emozione senza tempo e senza età.

Ergo, ai deformatori di presepi, va rivolta un’altra frase di Lucariello al figlio Tommasino: “Vattènne, perché in questa casa si fanno i presepi”.

In sciopero gli infermieri del settore privato

Braccia incrociate per 25mila infermieri della sanità privata nel Lazio. Venerdì manifesteranno davanti al palazzo della Regione per chiedere il rinnovo del contratto, fermo da 13 anni. Oggi un infermiere delle strutture private guadagna 200 euro in meno al mese rispetto al collega del pubblico. Con tipologie di assunzione che vanno dal contratto a tempo indeterminato a quello determinato, o a progetto se il servizio è in appalto a una cooperativa, e la collaborazione con partita iva. “Per mantenere il profitto i datori di lavoro riducono i reparti all’osso e sovraccaricano il personale”, denuncia Natale Di Cola, segretario generale della Fp Cgil di Roma e Lazio, che insieme a Cisl e Uil partecipa al tavolo delle trattative. Escluso dalla protesta il sindacato Nursind, che rappresenta oltre 40mila iscritti. “Ci tengono alla larga perché siamo scomodi, – attacca il segretario provinciale di Roma Stefano Barone – denunciamo contesti lavorativi insostenibili, infermieri che gestiscono al contempo due piani e che in caso di urgenze rischiano di non riuscire a intervenire in tempo. C’è invece chi fa finta di niente per interessi diversi da quello di tutelare i lavoratori”.

“Così ti faccio spendere meno in tasse”, i consigli non sempre in buona fede

Molti contribuenti, magari ritirando i moduli per le imposte di novembre e dicembre, anche quest’anno si sono sentiti fare discorsi del tipo: “Faccia un versamento nella previdenza integrativa entro dicembre, così ridurrà l’Irpef per il 2018”. Un consiglio non sempre in buona fede. Sistematiche sono infatti le iniziative delle reti di promotori e sim, ma ancor più di singoli venditori porta a porta, per agganciare consulenti fiscali, tributaristi, commercialisti, ecc. e trasformarli in segnalatori. Cioè per indurli, opportunamente prezzolati, a indirizzargli potenziali polli da spennare.

Un fiscalista ha anche gioco facile: conosce la situazione reddituale dei propri clienti e appare titolato a fornire soluzioni per pagare meno tasse. Il problema però è che per un’informazione completa dovrebbe anche dire: “Così facendo lei ridurrà l’Irpef dovuta per il 2018 e facilmente si darà la zappa sui piedi”.

È vero, infatti, che sarà minore l’imposta per l’anno in corso, portando in deduzione versamenti nella previdenza integrativa fino a circa 5.000 euro l’anno. Peccato che a fronte del risparmio immediato ci si intrappoli con le proprie mani in un meccanismo che mangerà soldi anno dopo anno. Addirittura per decenni, se uno è più o meno giovane. Dati sull’onerosità dei prodotti in questione sono pubblicati dallo stesso organo di controllo (Covip), utilizzando per altro l’edulcorato indicatore sintetico dei costi, l’Isc.

Secondo l’ultima relazione Covip essi risultano per i fondi pensione aperti mediamente dell’1,3 per cento sui dieci anni arrivando però anche al 2,8 per cento annuo, mentre sui trentacinque anni dell’1,2 per cento arrivando a toccare il 2,4 per cento. Ancor peggio per i piani individuali previdenziali, cioè le polizze vita travestite da previdenza integrativa dalla normativa del 2005 per fare partecipi del business anche le compagnie di assicurazioni. Con questi ultimi si arriva a costi percentuali rispettivamente del 4,1 per cento e del 3,5 per cento annuo. Ciò significa rimetterci in dieci anni il 34 per cento e in 35 anni il 71 per cento.

Una valutazione approfondita delle singola proposte richiede conteggi non banali. Però, salvo per chi è agli sgoccioli per andare in pensione, uno può fare conto che nel corso degli anni verrà alleggerito di una somma maggiore del tanto agognato risparmio fiscale. Il quale, come per le polizze vita detraibili di un tempo e ora per i piani individuali di risparmio (Pir), di fatto se lo pappa praticamente tutto l’industria parassitaria del risparmio gestito.

 

I Comuni battono cassa: è tempo di pagare Imu e Tasi

Svanita la possibilità di far rientrare anche le tasse sulla casa nella sanatoria del decreto fiscale, a circa 25 milioni di italiani non resta che mettersi le mani in tasca per versare entro lunedì 17 dicembre il saldo delle imposte locali: Imu e Tasi. Si tratta della seconda rata sulle seconde case (o se si possiede un unico immobile ma non ci si abita) dell’Imposta municipale unica che nel 2012 ha sostituito l’Ici e del tributo che copre le spese relative ai servizi indivisibili come l’illuminazione o la manutenzione delle strade.

Un po’ bastone e un po’ carota: i proprietari sborseranno – secondo i calcoli della Uil Servizio politiche territoriali – oltre 10,1 miliardi di euro, ma ancora per quest’anno non ci sono novità sul pagamento. Poi, dal 2019, le regole del gioco cambieranno perché la manovra ha previsto che le amministrazioni comunali possano confermare anche per gli anni 2019 e 2020 la stessa maggiorazione della Tasi se già disposta per gli anni 2016-2018 con delibera del consiglio comunale. In altre parole, in numerosi Comuni aumenteranno gli importi da pagare per due imposte che da anni generano caos, tra cambiamenti di nomi e di calcoli. Anche se, infatti, sono balzelli diverse agiscono però sulla stessa base imponibile con aliquote diverse e nella maggior parte dei casi sono rivolte alla stessa platea di persone. Di fatto, chi deve versarle ogni anno, si trova a sommare separatamente due porzioni della stessa imposta. In attesa della mazzata, le regole e lo slalom da seguire per il pagamento.

Imu. Sono esentati i proprietari delle abitazioni principali non di lusso e relative pertinenze, a patto che si abiti nella casa. Senza il requisito anagrafico, ed anche se non si possiedono altri immobili, si deve pagare come se fosse una seconda casa sia l’Imu che la Tasi. Si paga anche sugli immobili dati in uso gratuito (salvo la riduzione al 50% tra genitore e figli ma solo in presenza di requisiti molto stringenti), sulle pertinenze non della prima casa e sui terreni agricoli, anche se incolti, inclusi gli orticelli. Sono invece, esclusi, i fabbricati rurali strumentali, le case popolari, le abitazioni di housing sociale e quelle assegnate dalle cooperative indivise ai soci o agli studenti, l’immobile non di lusso appartenente a personale di polizia, forze armate o vigili del fuoco, le case possedute da soggetti ricoverati in permanenza in casa di cura purché l’immobile non risulti locato e solo se la delibera comunale prevede espressamente l’assimilazione all’abitazione principale.

Tasi. Se la casa è affittata l’inquilino deve pagare una quota della Tasi (tra il 10 e il 30% a seconda di quanto previsto dalla delibera comunale. A Roma, ad esempio, è pari al 20%), ma solo se non ha residenza e dimora abituale nell’immobile. Altrimenti non deve nulla. Mentre il proprietario pagherà comunque solo la quota a lui spettante senza sobbarcarsi quella dell’inquilino e senza l’obbligo di preoccuparsi di fornirgli i dati.

Quanto si paga. In linea di massima, l’importo da versare sarà pari a quello dell’acconto di giugno determinato in base alle aliquote in vigore nel 2017. Se il Comune non ha cambiato le aliquote né le altre regole del gioco, e non è variata la propria situazione patrimoniale, l’operazione saldo è semplice: basta riportare sul modello F24 (con cui è possibile compensare l’importo con eventuali crediti fiscali o contributivi) o sul bollettino gli stessi dati di giugno. E barrare la casella saldo al posto di quella acconto. Chi non paga o pagherà in ritardo l’Imu o la Tasi potrà avvalersi del ravvedimento. Si può fruire del “perdono” anche se è stato pagato meno del dovuto.

Come si paga. Si applicano le stesse regole di calcolo per determinare la base imponibile data dal valore catastale rivalutato del 5% (in altre parole bisogna moltiplicare la cifra per 1,05) e poi moltiplicato per un coefficiente variabile a seconda della tipologia dell’immobile. Per i fabbricati abitativi il coefficiente è 160, per gli uffici 80 e per i negozi 55. A questo punto, alla base imponibile va applicata l’aliquota del proprio Comune che è diversa per Imu e Tasi. Questa è, infatti, l’unica differenza di queste due imposte gemelle.

Il dato finale va poi rapportato alle quote e ai mesi di possesso dell’immobile (bastano 15 giorni per far conteggiare un mese intero). Chi possiede un immobile di lusso come prima casa usufruisce di un trattamento agevolato: va applicata un’aliquota ridotta (dal 2 al 6 per mille) deliberata dal Comune e una detrazione di 200 euro.

Esempio di calcolo della Tasi. Abitazione principale in cat. A/3 (proprietà 100%) con rendita catastale di 633 euro, due figli di 19 e 22 anni residenti e dimoranti; box in cat. C/6 (proprietà 100%) con rendita catastale di 70 euro. Aliquota Tasi al 3,3 per mille: 633 x 1,05 x 160 x 3,3 / 1000 – 110 (detrazione casa) – 60 (detrazioni figli) = 219,74 euro, di cui 100 euro già versati entro il 16 giugno e 100 euro entro il 16 dicembre.

Basta un mercatino di Natale per capire la nuova povertà

Come è vero che la letteratura può nascere per strada…Milano, festa di Sant’Ambrogio. Nella tarda mattinata prenatalizia il mercato di via Giulio Romano è un brulicare di umanità. Le bancarelle, allineate all’infinito, si allungano da Porta Romana fin verso la Bocconi. Con i personaggi che vi si muovono con naturalezza, potreste farci indifferentemente un presepio o un film di Fellini. E anche se siete di corsa è impossibile non avvertire un’atmosfera di mistero. Come se dall’attesa che sempre prepara il Natale potesse scaturire, lì, in quel momento, qualcuno o qualcosa di sconosciuto. Senza venire giù dalle stelle.

E infatti. A un certo punto l’attenzione viene attratta da un signore fermo sull’angolo di strada appena sotto il Pacinotti, l’istituto professionale oggi in vacanza. Ha un cappotto scuro, il bavero rialzato. Apparentemente oltre i settanta, ma un portamento eretto. A vederlo, l’uomo emana un senso di dignità, perfino una sottilissima sfumatura di alterigia. Non si capisce perché stia lì immobile, dentro quello scenario in continuo movimento. Commercianti ambulanti che annunciano la smobilitazione delle bancarelle, classiche massaie con i borsoni a rotelle, due signore che cantano tra sé le virtù di qualche Chanelle, famigliole dalle circonferenze cresciute a botte di calorie televisive, un rincorrersi di voci arabe. Camioncini posteggiati per obliquo, quale venendo da Offanengo, provincia di Cremona, quale venendo dalla provincia di Varese.

L’uomo sta fermo, come studiasse quell’andirivieni festoso. A guardarlo bene, il posto di osservazione che ha scelto è giusto dietro due bancarelle di frutta e verdura, rialzato sul marciapiede. Come avesse un proprio metro quadro elettivo dal quale scrutare la scena che va assottigliandosi. Tiene una borsa di tela sobriamente disegnata nella mano sinistra.

A un certo punto si muove. Uno dei due fruttivendoli ha iniziato a liberarsi degli scarti invenduti. E ha gettato qualche arancia ammaccata in una cassetta alle sue spalle. Il signore allora fa qualche passo. Va verso la cassetta. La guarda e fa un cenno di cortesia verso l’ambulante. Che a sua volta fa un cenno con il capo. Il signore raccoglie con discrezione le arance e le mette nella borsa. Il mercato non è privo di gesti di umanità. Perché nella bancarella accanto un giovane padre (così viene da immaginare) fruga tra oggetti colorati. Chiede lucine per il presepe, il commerciante magrebino spiega che le pile durano tre giorni. Poi dovrà ricomprarle, attenzione ai giorni di festa. Il giovane paga e subito il magrebino gli regala d’istinto un pacchetto di pile di riserva.

Intanto le cassette si vanno riempiendo di rifiuti. Il signore distinto e misterioso si china furtivamente e riempie a sua volta la borsa come se tra lui e le bancarelle aleggiasse un principio di proprietà transitiva. Si rialza con contegno e con contegno inizia a passeggiare, i luoghi della raccolta possibile stanno aumentando. Ma aumentano, ecco la scoperta, di qua e di là della strada, anche i gemelli e le gemelle del signore. Sarà l’orario dello speciale raccolto che fa da richiamo, sarà che il diradarsi della folla svela nuove figure sui marciapiedi che attendono la fine dello spettacolo per dare inizio al loro, pudico quanto è chiassoso il primo.

Chissà se si conoscono, chissà perché – e quando e come – ciascuno ha deciso che quello fosse il suo metro quadro di sopravvivenza. Mentre gli interrogativi si moltiplicano, il signore distinto riceve in mano dall’ambulante una banana, stavolta non deve piegarsi alla propria povertà.

Poi la strada si libera, i camioncini si riprendono l’invenduto. Per terra brillano cassette di legno o cartone affollate di cipolle, sedano, mandarini, finocchi, rapanelli. Splende addirittura un ananas. Fino a poco prima euro impossibili, ora bendidio per la settimana. Un ultimo furtivo e riconoscente inchino verso una cassetta amica, poi lascia la scena camminando eretto. Scivola verso chissà quale cucina o decoroso tinello. Esponente di un’umanità che sta un piano sotto i canti di Natale. Ma che non sembra appartenere alla letteratura sui miserabili: niente Parigi di Hugo né sguatteri di Molteni.

É un’umanità portatrice di una nuova povertà accumulatasi in silenzio. Fatta di chi conobbe un giorno gli orgogli del lavoro operaio. E perfino di chi un giorno, sapendo di grammatica e latino, insegnò a leggere e scrivere ai bambini. Meno male che ci sono i mercati.

“Cara Ferragni: voi influencer finirete, ma i miei tutorial no”

Lavora sul web e fattura milioni di euro, ma guai a chiamarlo influencer. Men che mai youtuber, lui coi video non c’entra nulla. “Scrivo guide semplici per rispondere alle domande della gente sulla tecnologia”. Come si installa una stampante? Come si elimina un messaggio da Whatsapp? Come si recupera una foto cancellata? Qualsiasi domanda informatica scritta con questa formula elementare su Google, restituisce tra i primi risultati il sito Aranzulla.it , creato nel lontano 2002 da Salvatore Aranzulla, che di anni ne ha solo 28 (allora ne aveva solo 12) e che con quell’intuizione è diventato la Bibbia vivente sulle tecnologie per milioni di utenti.

Salvatore Aranzulla, non ci dica che per avere successo adesso basta essere smanettoni e aprire un blog.

Non proprio. Mica è stato facile all’inizio.

E allora ci dica, come è partito?

Devo ringraziare mio cugino Giuseppe, che nel 2000 mi prendeva in giro perché lui aveva un computer in casa e io no. Iniziai a fare i capricci coi miei finché, un paio d’anni dopo, non me ne regalarono uno. Non avevo la più pallida idea di come si utilizzasse.

Ha imparato da solo?

Sì, abitavo a Mirabella Imbaccari, nel mezzo della Sicilia, figurarsi se avevo un tecnico a portata di mano. Risolvevo da solo i problemi al mio computer, poi ho iniziato a aiutare i miei compagni di scuola. Si era sparsa la voce e mi portavano a casa loro con la forza.

Sarebbe stata una vita più movimentata.

Quando ho visto che più persone mi facevano le stesse domande ho iniziato a stampare le risposte e a ri-utilizzarle. Avevo una cartellina con tutte le soluzioni ordinate: non ti funziona la stampante? Ecco a te. Vuoi masterizzare un cd? Un altro foglio. Aranzulla.it è iniziato distribuendo a mano le guide.

Quando arriva internet?

Nel 2002, e aprii subito il sito. Funzionava con una connessione lentissima e appena mi disconnettevo spariva dal web. Ogni volta che accendevo la linea sembrava decollasse un aereo.

In casa sapevano di questa sua passione?

Se ne sono accorti quando è arrivata la bolletta: una volta ci chiesero un importo che era tre volte lo stipendio di mio padre. Fu allora che mi tolsero la connessione, mi comprai un cavetto e usavo internet di nascosto ogni volta che i miei uscivano di casa.

Fin qui è un ragazzo come tanti. Cosa ha reso il suo sito una macchina da soldi?

La prima svolta è nel 2008, quando mi iscrissi al servizio Adsense. Ti permette di inserire un codice nel sito e da quel momento Google può vendere pubblicità nel tuo spazio. Non avevo idea di come sarebbe andata, era difficile quantificare, ma ricordo la sorpresa quando arrivò il primo assegno dall’America: era di quasi tremila dollari.

Non sono pochi, ma oggi su che cifre viaggia?

Adesso fatturo più di 3 milioni all’anno.

Il trucco?

A un certo punto ho smesso di scrivere pensando alle domande che mi ponevo io o che si facevano i miei amici e ho iniziato a analizzare le parole più ricercate dagli utenti sui motori di ricerca. Ho creato un sistema che individua le tendenze su Google: se tra le ricerche frequenti c’è “come scaricare musica da internet” o “come tagliare un video”, questo strumento me lo segnala. E le richieste della gente diventano i miei articoli, che nel titolo riprendono senza giri di parole quelle ricerche.

Oggi quante guide contiene il sito?

Siamo a novemila, lette ogni giorno da circa 700 mila persone. Aranzulla.it è tra i trenta siti più consultati in Italia.

Si ricorda la prima delle novemila?

Credo sia una cosa su come installare la stampante, erano i tempi in cui iniziavano a abbassare i prezzi e allora tutti se la mettevano in casa.

Ora che è milionario scrive ancora consigli per imbranati digitali?

No, da qualche anno ho smesso di scrivere io le guide, ma gestisco il sito, mi occupo dello sviluppo tecnologico, organizzo eventi e coordino i collaboratori esterni, che sono una decina.

E quando Aranzulla non sa fare qualcosa, a chi la chiede?

A volte cerco su Google e compare un vecchio articolo del mio sito, dove trovo la soluzione. Altrimenti chiedo ai miei collaboratori: loro sanno tutto.

Niente cambia in fretta quanto le tecnologie. Ci sarà sempre bisogno di un Aranzulla?

Credo di sì, le persone cercano sempre risposte semplici ai problemi di tutti i giorni. Quello che può cambiare sono i contenuti: fino a qualche anno fa scrivevamo soprattutto di computer, adesso c’è gente che non lo usa neanche più e ci dobbiamo occupare di cellulari, assistenti vocali e cose del genere.

Fa parte di una generazione in cui molti hanno fatto fama e soldi col web. Si sente un influencer?

Io mi baso sui contenuti, non sull’immagine. Ho molti dubbi sulla sostenibilità a lungo termine delle carriere da youtuber e influencer di moda. Hanno un ricavato immediato, ma non apportano un valore aggiunto. E poi operano su piattaforme messe a disposizione da terzi. Dico un paradosso: un giorno Facebook e Instagram possono svegliarsi e decidere di cambiare gli algoritmi o di chiudere il profilo a Chiara Ferragni. Io invece ho un mio sito, posso decidere che farne.

Lei ha solo 28 anni. Idee su che fare da grande? La tv? O magari la politica?

Tutt’altro: ho studiato pasticceria a livello professionale all’Alma di Gualtiero Marchesi. Il mio piatto forte sono le paste di mandorla siciliane, anche se qui a Milano non ho tutta l’attrezzatura per cucinare come vorrei. Ma un giorno chissà, qualche mezza idea ce l’ho.

A San Gimignano la battaglia per salvare il San Domenico

“Il 10 giugno 1944 i partigiani… liberavano da questo carcere 72 detenuti politici di varie nazionalità condannati dai tribunali fascisti. A ricordo di quanti hanno dovuto soffrire per la libertà di pensiero”. Visto il periodo “nero” che attraversa il Paese, c’è da credere che non sarà certo questa lapide e il rispetto per la sanguinante memoria della Resistenza a salvare il San Domenico. L’immenso complesso medioevale – prima castello, poi convento e infine carcere –, grande 36.000 metri cubi e 8.377 metri quadrati, cioè più di un decimo della città storica, aspetta di conoscere il proprio destino: alle 18 dell’11 gennaio prossimo sapremo, infatti, se il cuore di pietra di San Gimignano avrà trovato un padrone. Scade infatti quel giorno il bando della “concessione in project financing del risanamento e della valorizzazione del complesso”.

Il project financing è uno strumento che nasce per le grandi opere pubbliche: nelle quali l’imprenditore si accolla il costo e l’esecuzione in cambio di entrate future provenienti dalla gestione pro tempore dell’opera realizzata. Il rischio tipico di questo schema è che, per dirla col giurista Giuseppe Manfredi, “finiscano per essere realizzate opere pubbliche, od opere di pubblico interesse, che si risolvono solo in un profitto per l’impresa che le realizza, anziché per la collettività”. Non mancano gli esempi: dagli ospedali toscani alle autostrade del cosiddetto sistema pedemontano, alla realizzazione di parcheggi sotterranei (con, o senza, annessi centri commerciali) in piazze storiche di tutta Italia.

Eppure, è proprio questo discutibile strumento che la giunta Pd di San Gimignano (il cui sindaco, Giacomo Bassi, è arrivato alla fine del secondo mandato) ha deciso di usare per determinare il futuro del più importante degli spazi pubblici della piccola, mirabile città dalle diciassette torri, lentamente sfibrata da un turismo desertificante. L’idea è semplice: se una cordata di imprenditori si presenta, potrà prendersi per 70 anni tutto il complesso (senza canone), restaurarlo a proprie spese (con 22 milioni, su 59 dell’intero investimento: assai poco, in confronto ai profitti potenziali) e trasformarlo per oltre un terzo in albergo di lusso. Per il resto dello spazio, il bando prevede che possa essere subappaltato dai vincitori ad attività sociali e artigianali: ma a prezzo di mercato, e dunque di fatto fuori da ogni logica di possibile partecipazione dal basso.

La notizia è clamorosa soprattutto per chi conosce la storia delle battaglie civili che hanno restituito quel carcere monumentale alla città e alla sua vita. Il progetto del Viminale, infatti, era questo: farci un super albergo a 5 stelle, con parcheggio interrato. Quando il carcere venne chiuso, nel 1993, e quel disegno divenne pubblico, iniziò una dura lotta tra amministrazioni comunali e Demanio. Si mobilitarono comitati e intellettuali, ed era il 2004 quando Franco Cardini dichiarava all’Unità: “Privato è diventata la parola magica. Sono abbastanza allarmato da come vanno le cose. Sembra che l’erosione dall’interno dello Stato non risparmi più nessuno”.

Ancora nel 2009 l’amministrazione (sempre Pd) affermava con forza: “No alle privatizzazioni, per il San Domenico abbiamo vinto una dura e lunga battaglia per scongiurare che il vecchio convento fosse trasformato esclusivamente in un albergo, sottraendolo per sempre alla fruizione pubblica di una parte bellissima della città”. La battaglia fu vinta: perché il San Domenico passò dal Demanio ad una proprietà congiunta di Comune e Regione Toscana, e nel 2011 fu approvato un piano di valorizzazione esemplare, che prevedeva spazi per le associazioni, per la produzione culturale, per l’artigianato locale e per un uso pubblico preponderante: giardini di conservazione degli alberi da frutto più antichi della Toscana, teatro all’aperto, laboratori per artisti e artigiani, uno spazio museale e un piccolo bar e ristorante. Tutto questo appartiene al passato: l’eclissi del Monte dei Paschi e l’involuzione culturale del Pd inducono ora a pensare, accanto all’albergo per i ricconi, a “finalità culturali a redditività economica” (così il sindaco). Dai dividendi in coesione sociale e umanità a quelli in euro, insomma.

Ma c’è, a San Gimignano, chi è rimasto fedele a quel vecchio progetto, così carico di futuro: l’associazione Fiorile propone di rivolgersi a bandi europei e di mettere a posto l’enorme complesso, lasciandolo a disposizione della città. Perché, spiega, “il San Domenico è l’unica risorsa disponibile per affrontare alcuni nodi cruciali per il futuro della città e del suo territorio (spopolamento, specializzazione turistica, museificazione, relazione tra centro e territorio aperto): può servire alle politiche di ripopolamento del centro storico, a calmierare gli affitti commerciali, favorendo l’insediarsi di attività di artigianato di qualità”.

C’è da sperare che il bando vada deserto, e che si lasci alla prossima giunta una decisione così grave. Stregato dalla sua bellezza struggente, Walter Benjamin scrisse che chi vive a San Gimignano “dura fatica a rammentarsi di ciò che gli occorre per vivere, tanto il profilo di questi archi e di questi merli, l’ombra e il volo dei colombi e delle cornacchie gliene fa scordare il bisogno. Gli riesce difficile svincolarsi da questa sovraccarica realtà, di mattina pensare alla sera, e di notte al giorno”. Un sonno da cui i cittadini di San Gimignano potrebbero svegliarsi solo tra 70 anni, nel 2089.

“Altro che governo di sinistra: Sanchez espelle e deporta”

Gabriel ha 22 anni ed è arrivato a Ceuta dalla Guinea Conakry dopo un viaggio lungo due anni. Il 26 luglio scorso, assieme ad altri 602 migranti, per lo più subsahariani, è riuscito a valicare i due reticoli, alti sei metri e lunghi otto chilometri, che sigillano l’enclave spagnola dal Marocco. La più grande evasione al contrario che si ricordi tra Ceuta e Melilla, l’altra città iberica autonoma incastonata nella costa mediterranea. Africa ed Europa, inferno e purgatorio. Addosso, sulle gambe di Gabriel, le unghiate del filo spinato penetrato nella carne. Lo incontriamo davanti al centro d’accoglienza Ceti (Centro temporaneo per i migranti) e da lì, in autobus, arriviamo fino al varco frontaliero occidentale di Benzù, chiuso dal 2004. Sopra si erge, maestosa, la montagna della Mujer muerta, come la definiscono gli spagnoli di Ceuta: “Ci siamo nascosti per mesi nella Grande forêt (il bosco tra Fnideq e Castillejo in territorio marocchino a pochi chilometri dalla frontiera), poi quella notte il grande salto. Avvicinandoci verso la recinzione dal bosco, ci hanno consigliato di vestirci di scuro e di non alzare mai gli occhi al cielo quando sentivamo gli elicotteri della Guardia Civil, altrimenti avrebbero notato gli occhi e i denti bianchi. Da allora vivo dentro il Ceti in attesa del lascia-passare per la penisola. A casa, in Guinea, ho solo due sorelle, i genitori sono morti, se mi dovessero riportare lì sarebbe una sconfitta”.

Il Ceti è vicino ad un circolo di equitazione. Il recinto dello sgambatoio guarda sopra le baracche del Centro temporaneo dove i migranti possono uscire dalle 8 e rientrare entro le 23. Si avvicina un ragazzo del Camerun, Steven: “Sono mesi che aspetto il lascia-passare. Ormai non vado quasi più in città, che è a tre chilometri a piedi da qui. Giriamo come fantasmi, la gente ci schifa e la polizia non è buona con noi. Ogni scusa è buona per fermarci e, in molti casi, attaccarci”.

“Mi vida la déjé entre Ceuta y Gibraltar…”, “ho lasciato la mia vita tra Ceuta e Gibilterra” canta Manu Chao nella sua storica hit dal titolo emblematico, Clandestino. Per la prima volta, proprio nel 2018, la Spagna ha superato l’Italia per numero di sbarchi dalle coste nordafricane: dal 1° gennaio alla fine di novembre oltre 55mila persone sono state registrate dal governo spagnolo, contro le 22mila in Italia. Con la rotta libica resa impraticabile dal blocco delle partenze dei barconi e circa 700mila richiedenti asilo ingabbiati, il flusso di disperati si sta spostando ad ovest, attraverso Algeria e Marocco.

Il clamoroso tentativo di fine luglio è stato uno smacco per le super-attrezzate autorità frontaliere spagnole, dotate di telecamere termiche capaci di individuare la presenza di persone a chilometri di distanza. Un episodio eclatante, al punto da spingere il premier socialista Pedro Sanchez, in sella dal 2 giugno 2018, a praticare espulsioni e respingimenti in Marocco: “Il governo di Madrid ha mostrato la sua vera faccia – attacca Reduan Halid, attivista per i diritti umani e membro della piattaforma Alarm Phone –, riesumando un vecchio accordo del 1992 siglato dall’allora premier Felipe Gonzalez e dal re Hassan II: consente le deportazioni di migranti in caso di presunte violenze. Il 26 luglio le autorità hanno parlato di una ventina di agenti e militari feriti, di calce viva lanciata dai migranti contro di loro. I feriti più gravi sono stati tra i migranti, con almeno due morti. Non era mai successo prima. Governo progressista? Tutto il contrario, le espulsioni, i dinieghi per le domande di asilo sono aumentati, i controlli in mare sono ferrei e i naufragi nel tratto di mare tra Ceuta-Tangeri e Algeciras sono quotidiani”.

Oltre i migranti africani crescono i marocchini in fuga da un Paese dove non ci sono lavoro e futuro col governo che sta rimettendo obbligatoria la leva militare a 14 anni. I subsahariani passano al Ceti (in questi giorni oltre 900 per una capienza di 512 posti) per la registrazione, mentre i minori vengono accolti nel centro apposito. Diverso il discorso per i marocchini: “Per me conta la libertà, non voglio star in un centro, seguire le regole e il percorso normale. Ogni notte tento di superare i controlli per nascondermi dentro un camion o un container in partenza dal porto di Ceuta verso Algeciras. Ieri un nostro amico ce l’ha fatta”. Hamid, 15 anni, ci mostra la foto del fortunato, capace di eludere i controlli doganali. Lui, assieme ad un gruppo di coetanei, vive in mezzo agli scogli cubici messi a protezione del porto. Il giaciglio ricavato tra i cunicoli dei blocchi frangiflutti. Fa freddo, un freddo umido, e il vento non smette mai di soffiare: “Per battere il gelo ci copriamo bene – Youssef, un altro ragazzino cresciuto troppo in fretta, ci mostra i nove strati di vestiti –, da mangiare lo prepariamo qui usando il fuoco vivo. Chiediamo l’elemosina fuori dai negozi della città e coi soldi racimolati facciamo la spesa”.

Ogni secondo mercoledì del mese nella piazza principale di Ceuta si svolge il Circulo del silencio: “È l’occasione per fare il punto su cosa è successo nel mese precedente sul fronte dei diritti umani, tra migranti e le donne marocchine sfruttate – spiega Maite Perez Lopez, dirigente del centro San Antonio che offre lezioni di lingua spagnola e corsi di formazione per migranti –. Ci ritroviamo tutti insieme sperando di attirare l’attenzione della città. Purtroppo gli spagnoli di Ceuta, la maggior parte dei quali sono di origini marocchine, non vedono di buon occhio i migranti, il loro atteggiamento è aggressivo o di indifferenza e le cose stanno peggiorando”. Se i migranti non se la passano bene, a Ceuta, ci sono altri inferni.

Fiumi di donne marocchine, a caccia di un lavoro, seppur degradante, che consenta loro di sopravvivere: ogni giorno fanno la spola attraverso la frontiera di Tarajal II. Considerate lavoratrici di serie B, senza diritti e tutele, accudiscono anziani e famiglie spagnole “bene” in cambio di paghe misere per gli standard europei, dai 120 ai 250 euro a settimana. Ovviamente in nero: “Il sabato mattina lascio Fnideq, entro in Spagna e inizio il mio lavoro in casa di una famiglia per cui lavoro da qualche mese”. Aisha ha passato i cinquanta, vedova, i figli grandi, per campare fa la domestica. Nel 2017 ha perso il vecchio lavoro ed è rimasta disoccupata per mesi: “Ho pensato al peggio, sono andata in depressione, poi mi ha chiamata un’altra famiglia. Adesso sopravvivo”.

Eppure c’è chi sta ancora peggio. Le mujeres porteadoras, “spallone” nordafricane pagate una miseria per trasportare carichi pesantissimi sulla schiena attraverso la frontiera. Il sistema più economico per far passare merci da un continente all’altro. Le schiave del ventunesimo secolo. Pochi giorni fa, all’apertura dei cancelli della dogana spagnola (le porteadoras vengono fatte passare in un varco alternativo e oscurato al transito dei turisti, per non mostrare lo sfruttamento), in mezzo alla calca una donna è morta schiacciata, un’altra è in fin di vita.

Conte non sarà De Gasperi, ma per ora è insostituibile

Ma se Giuseppe Conte fosse stato il personaggio così insulso, inconsistente, senza arte né parte descritto (e deriso) dai molti antipatizzanti (per partito preso) della maggioranza gialloverde, pensate davvero che Sergio Mattarella gli avrebbe dato l’incarico di formare il governo, senza eccepire alcunché? Che l’uomo del Quirinale (come del resto il predecessore Giorgio Napolitano) sia oltremodo geloso delle prerogative costituzionali che attengono alla nomina di premier e ministri, è risaputo.

A partire dal caso di Paolo Savona, il professore indicato da Lega e 5stelle come ministro dell’Economia e, dopo non poco trambusto, retrocesso dal Colle (per certi suoi scritti anti-euro) ai più inoffensivi rapporti con l’Europa. Senza contare che se fossero emerse reali perplessità da parte di Mattarella, a sconsigliare in origine la candidatura a palazzo Chigi dell’avvocato di Volturara Appula avrebbe sicuramente provveduto il segretario generale della presidenza Ugo Zampetti. Forte dei buoni rapporti stabiliti con Luigi Di Maio nei tempi in cui Zampetti era segretario generale della Camera e il giovane figlioccio di Beppe Grillo faceva scuola guida alla vicepresidenza di Montecitorio. Se l’uomo del Colle ha detto sì è perché ha subito visto (o intravisto) in Conte le qualità giuste per svolgere un compito senza precedenti nella lunga storia repubblicana. Un presidente del Consiglio non votato direttamente dagli elettori (e questo si era già visto: da Monti, a Letta, a Renzi, a Gentiloni). Con accanto due vice, Di Maio e Matteo Salvini, indiscussi azionisti di maggioranza dell’esecutivo (già visto anche questo nella Prima Repubblica: il governo De Mita-Craxi affidato all’invisibile Giovanni Goria). Venuto dal nulla e completamente sconosciuto ai più (caso di cui non si ricordano precedenti). Chi doveva conoscerlo però lo conosceva. Il fatto che il professore avvocato Conte fosse, diciamo così, assai stimato (tenuto in palmo di mano, sostiene più di qualcuno) da Piero Guido Alpa – autorevole giurista, fondatore di un importante studio crocevia di potere e relazioni – faceva già di per sé curriculum (e senza ulteriori imbellettamenti). Conte sa di non essere De Gasperi ma nel corso del tempo ha saputo trovare una sua dimensione. Utile e, forse, al momento insostituibile. Garante del Contratto. Uomo di mediazione. Stile garbato, spendibile a livello internazionale (anche per la familiarità con la lingua inglese, dote non così comune tra i politici di professione). Il profilo giusto per trattare con la Ue un (onorevole) compromesso sulla manovra. Negoziato che svolge tenendosi continuamente in contatto con la coppia dante causa (che lo ha mandato avanti come vittima sacrificale di un possibile fallimento). E con il ministro Tria. E con il Quirinale. Esce dalle riunioni. Telefona. Prende appunti. E torna dentro. Da avvocato del popolo a parafulmine. Un duro mestiere. Ma qualcuno deve pur farlo.

La spartizione scientifica delle poltrone tra Carroccio e M5S

Il governo gialloverde ha dimostrato una considerevole fame di nomine, cioè di poltrone. La spartizione scientifica tra gli alleati di Lega e Movimento Cinque Stelle ha prodotto, per esempio, una strana continuità col passato con la promozione di Fabrizio Palermo in Cassa depositi e prestiti e la solita lottizzazione in Rai: un posto a te un posto a me, anche se il Movimento ha scelto l’apolitico Fabrizio Salini per amministrare l’azienda, mentre il Carroccio ha schierato il salviniano Marcello Foa per presiedere il Consiglio d’amministrazione.

Sui servizi segreti, il cambio ai vertici di Aise (il servizio segreto per l’estero) e Dis (il dipartimento di Palazzo Chigi che coordina i servizi segreti), è prevalsa la linea di Matteo Salvini, con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte molto defilato. Su Consob, a due mesi e mezzo dall’addio di Mario Nava, continuano le manovre di disturbo, ma Salvini e Di Maio hanno già un accordo sul profilo interno di Marcello Minenna. Il sottosegretario Stefano Buffagni è l’uomo delle nomine per i Cinque Stelle, il collega Giancarlo Giorgetti lo è per il Carroccio, poi decidono Di Maio e Salvini, senza dimenticare o sottovalutare il ruolo di Davide Casaleggio e dei suoi sensori infilati nel governo.