La riforma migliore del governo M5s è una non riforma: lo stop al bavaglio alle intercettazioni concepito dal Pd dopo il caso Consip. Bene anche lo spazza-corrotti. Finalmente i finanziamenti alle fondazioni e associazioni politiche dovranno essere pubblicati come quelle ai partiti. Così le “elargizioni” come quelle di Parnasi alla Eyu vicina al Pd o alla Più Voci, vicina alla Lega, saranno controllabili dall’opinione pubblica.
Bene anche le norme sull’agente sotto copertura e il giro di vite sulla corruzione e il traffico di influenze.
Meno bene le nomine. La “fiducia personale” ha prevalso talvolta sulla competenza. Il ministro Alfonso Bonafede non ha spiegato per esempio perché, dopo aver fatto balenare la sua nomina, non abbia scelto Antonino Di Matteo come capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria. Alcuni boss al 41 bis avevano fatto sapere di non gradire il pm della Trattativa. Bonafede però non li ha irritati. Il ministro ha nominato Francesco Basentini, della corrente Unicost. Basentini non ha la stessa esperienza di Di Matteo su mafia e 41 bis ma era pm a Potenza quando lì lavorava anche il giudice Leonardo Pucci, amico di Bonafede dai tempi dell’università. Ora Pucci è vicecapo gabinetto, Basentini sta al Dap, Bonafede è ministro. Di Matteo continua a fare il pm.