Spazza-corrotti e stop bavaglio però che figura con Di Matteo

La riforma migliore del governo M5s è una non riforma: lo stop al bavaglio alle intercettazioni concepito dal Pd dopo il caso Consip. Bene anche lo spazza-corrotti. Finalmente i finanziamenti alle fondazioni e associazioni politiche dovranno essere pubblicati come quelle ai partiti. Così le “elargizioni” come quelle di Parnasi alla Eyu vicina al Pd o alla Più Voci, vicina alla Lega, saranno controllabili dall’opinione pubblica.

Bene anche le norme sull’agente sotto copertura e il giro di vite sulla corruzione e il traffico di influenze.

Meno bene le nomine. La “fiducia personale” ha prevalso talvolta sulla competenza. Il ministro Alfonso Bonafede non ha spiegato per esempio perché, dopo aver fatto balenare la sua nomina, non abbia scelto Antonino Di Matteo come capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria. Alcuni boss al 41 bis avevano fatto sapere di non gradire il pm della Trattativa. Bonafede però non li ha irritati. Il ministro ha nominato Francesco Basentini, della corrente Unicost. Basentini non ha la stessa esperienza di Di Matteo su mafia e 41 bis ma era pm a Potenza quando lì lavorava anche il giudice Leonardo Pucci, amico di Bonafede dai tempi dell’università. Ora Pucci è vicecapo gabinetto, Basentini sta al Dap, Bonafede è ministro. Di Matteo continua a fare il pm.

Moavero e Trenta: le politiche più in continuità col passato

La politica estera e di difesa del governo giallo verde è forse quella più in continuità con i governi precedenti, tranne qualche dettaglio non indifferente. La forza delle due strutture, i legami internazionali, gli apparati che presiedono ai due ministeri sono vincoli importanti. Così come lo è l’alta vigilanza, discreta e costante, del presidente della Repubblica. La ministra Elisabetta Trenta ha però dato segnali importanti sul commercio di armi con lo Yemen e ha mostrato di voler mantenere una certa distanza dagli Usa contestando le sanzioni all’Iran. Quanto a Moavero Milanesi, il ministro degli Esteri è stato scelto proprio per la sua funzione di garanzia verso il Quirinale e l’Europa. Con la Conferenza di Palermo sulla Libia, i Dialoghi Mediterranei di Roma e la presidenza della conferenza Osce di Milano ha disegnato un profilo che non rinnega le alleanze storiche ma che si presenta come dialogante con tutti, soprattutto nel Mediterraneo. A differenza del passato è più marcata la vicinanza alla Russia (ma non dimentichiamoci di Prodi e Berlusconi) e sulla Libia si è intrecciato un rapporto più forte con la Cirenaica. Brucia la vicenda del Global compact sulle migrazioni su cui sia Moavero che Conte avevano dato garanzie internazionali sconfessate dalla Lega di Salvini. Il voto in Parlamento potrebbe far capire quanto pesa il lavoro fatto finora.

Buone cose e un paio di errori, ma la partita vera sarà sui rifiuti

Quanto a peso e ruolo del ministero dell’Ambiente, una sorta di Cenerentola del governo dacché esiste, Sergio Costa ha dei meriti: ha riportato nella sua sede naturale il piano contro il dissesto idrogeologico (1 miliardo nel triennio per ora), si è preso le competenze sulla Terra dei Fuochi (ora deve far funzionare il protocollo firmato a Caserta) e ha ottenuto per la prima volta di bandire un concorso per assumere oltre 400 profili tecnici in modo da rimandare il personale Sogesid che oggi presidia il dicastero a fare quello per cui è stato assunto, le bonifiche. Meritorio pure lo scioglimento della pessima Commissione Via (valutazione di impatto ambientale), che però è in proroga in attesa che venga costituita quella nuova. I momenti più bassi, soprattutto a livello mediatico, sono stati la normativa sui fanghi in agricoltura, con cui Costa ha dovuto mettere una pezza a un’emergenza creata da una sentenza della Cassazione e da anni di incuria, e il cosiddetto “condono per Ischia” voluto da Di Maio e solo parzialmente corretto dall’ex generale oggi ministro. Cosette rispetto al futuro. Costa ha la delega all’economia circolare, deve cioè impostare il nuovo ciclo dei rifiuti in un momento in cui il sistema è sotto stress: a gennaio arriverà la legge, poi bisognerà “spingerla” politicamente. Una mezza rivoluzione da fare con un alleato non proprio sensibile: è su questo che si gioca la partita.

Da Toninelli gaffe e zero idee: qui sta il peggio dei gialloverdi

Sui lavori pubblici il governo ha dato il peggio. Il Movimento 5 Stelle ha scelto per meriti politici, come la vecchia Democrazia cristiana, un ministro ignaro dell’argomento.

Danilo Toninelli con le sue gaffe è diventato quasi popolare ma ha tolto al governo gialloverde qualsiasi credibilità sul tema. Quello delle grandi opere è poi il terreno su cui Movimento 5 Stelle e Lega sono più lontani, con i grillini vagamente legati a radici ambientaliste e Matteo Salvini ancora avvinto all’edera berlusconian-cementiera.

Toninelli non sa niente e quindi non è in grado di convincere di alcunché l’alleato. Non ha capito che l’analisi costi-benefici sulle grandi opere non è il giudizio di Dio ma un confronto tra opzioni diverse. Dire “con i soldi della Torino-Lione conviene fare dieci centri intermodali” ha senso. Fingere di studiare se il Tav conviene o no in astratto vuol dire demandare le scelte al suk politico.

Infine, se il presidente del Consiglio Giuseppe Conte annuncia la revoca della concessione autostradale ai Benetton, la deve revocare. Sennò tutti immaginano che l’abbia detto per dire e che il governo, sulle Infrastrutture, non abbia un pensiero. E hanno ragione.

La promessa: migliorare i servizi. Eppure nessun aumento di fondi

Un miliardo di euro per la sanità, che però era già previsto nella precedente manovra e che non innesca quel cambiamento – almeno economico – che ci si aspettava nel comparto sanitario. Le risorse vere, oltre 2 miliardi, arriveranno a partire dal 2020. Certo, come ripete la ministra Grillo, anche solo assicurarsi quel miliardo “non era affatto scontato”, soprattutto considerando i tagli all’ultimo momento che ogni anno si sono abbattuti sulla voce sanitaria. Le criticità però sono tante e resta da vedere se lo stanziamento basterà a garantire un miglioramento. L’idea di fondo è che contribuiscano i molteplici interventi mirati, molti contenuti negli emendamenti appena approvati in commissione Bilancio alla Camera: dagli oltre 350 milioni al 2021 per ridurre le liste d’attesa (misura che dovrà essere approvata con le Regioni) al tavolo per la razionalizzazione della spesa e l’omologazione dei prezzi del materiale sanitario. Poi lo stanziamento di 900 nuove borse di specializzazione per i medici, il fondo per il superticket da 60 milioni, 4 miliardi in più per l’edilizia sanitaria. A sorpresa, è stato azzerato la settimana scorsa il Consiglio superiore di Sanità per mirare alla nomina di membri “di trincea” e oggi sarà presentata la programmazione della nuova governance farmaceutica con Mise, Mef e Regioni. Insomma, lavori in corso.

Gli sbarchi si sono ridotti ma aumentano gli irregolari

Se, da una parte, con i porti italiani chiusi e l’addestramento della Guardia costiera libica i migranti in fuga dal Nord Africa preferiscono la Spagna, dall’altra le maglie sempre più strette per l’asilo – i migranti titolari di protezione umanitaria si vedono di fatto sbarrata la porta dell’accoglienza col Decreto sicurezza diventato legge martedì scorso – alimentano spaventosamente le fila degli irregolari. Ai 533mila stranieri sul territorio nazionale senza alcun riconoscimento né tutela (+8,6% rispetto al 2017), vanno aggiunte le centinaia di migranti messe fuori dalle strutture come il Cara di Mineo, Isola Capo Rizzuto, Aversa, Rieti, Latina. Ma ad agitare le acque dei gialloverdi – lo schema è sempre lo stesso: Roberto Fico prende le distanze, Salvini risponde e Di Maio media – c’è anche lo stand-by del governo sul Global compact Onu sui migranti e il voto per l’emendamento che tassa l’1,5% in più le rimesse dei lavoratori stranieri, o quello che cancella gli stranieri regolarmente residenti tra i destinatari della “carta famiglia” (concessa solo a italiani e cittadini Ue con almeno tre figli tra i 18 e i 26 anni): entrambi di stampo leghista. Dal “Prima gli Italiani” siamo passati al “Solo gli Italiani”. Peccato che senza gli immigrati più di mezza Italia si fermi. E resta il Paese cupo, anziano, diffidente, ritratto dal Censis.

La Buona scuola è già smontata. Ma c’è la trappola regionalismo

Non c’è ancora nessuna riforma della scuola, eppure è già cambiato quasi tutto. Il ministro leghista Marco Bussetti, nemico giurato della Buona scuola renziana, si è presentato annunciando la fine della chiamata diretta degli insegnanti e con la speranza di coprire col concorsone del 2019 – aperto ai laureati e pensato su base regionale, senza più “l’esodo” dei docenti – il buco da oltre 30 mila cattedre con cui è iniziato l’anno scolastico. E rinunciando al Fit – formazione iniziale e tirocinio –, sostituito da un anno di “prova” per i vincitori.

Intanto in manovra è stato riportato dentro gli istituti – e non più in appalto a ditte esterne – il servizio di pulizia, con conseguente sblocco di 12 mila assunzioni. Occhio però a cosa accadrà con le autonomie regionali, perché se davvero Veneto, Lombardia e Emilia ottenessero le competenze sulla scuola – come già auspicato dal ministro – sarebbero guai per l’omogeneità dell’istruzione pubblica, con Regioni che si potrebbero permettere servizi, stipendi e strutture migliori a scapito dei territori più poveri. Nell’attesa, gli studenti hanno già a che fare con i primi cambiamenti: il prossimo esame di maturità non avrà la terza prova e l’alternanza scuola-lavoro è stata ridotta quasi della metà, mentre il governo promette di rivedere il numero chiuso a medicina. E dall’anno prossimo, giurano i leghisti, riecco l’educazione civica nelle scuole.

Mostruosità di Franceschini addio, però troppa confusione

“Il Pantheon resterà gratuito. Al contrario di quanto era stato stabilito dal mio predecessore nel 2017, non sarà introdotto alcun biglietto”: questa sacrosanta dichiarazione del ministro Alberto Bonisoli si segnala per incisività. Un ministro sobrio fino all’evanescenza, dopo la sfacciata propaganda a getto continuo del suo devastante predecessore, Dario Franceschini. E un ministro di cui è difficile dare un giudizio univoco: decisamente fuori strada nell’aver lasciato troppo potere all’establishment franceschiniano al Ministero, e in certe incomprensibili scelte di staff; ma poi coraggioso nell’assegnare la direzione generale più importante al più bravo e intransigente dei dirigenti del Mibac, Gino Famiglietti. Un ministro capace di fare gaffe memorabili (per esempio auspicando l’abolizione della storia dell’arte nelle scuole), ma anche capace di dare copertura politica ai vertici tecnici del Ministero quando si mettono giustamente di traverso, in nome della tutela, a progetti importanti, come la metropolitana di Napoli o l’aeroporto di Firenze. Per il resto, un po’ di confusione: si superano i bonus cultura: anzi no. Si assumono tutti i tecnici necessari: anzi un po’ meno. Si aboliscono le nefaste domeniche gratuite: ma poi si fa marcia indietro. Insomma, non c’è la svolta necessaria e annunciata: ma non si vedono più le mostruosità di Franceschini.

Ok ai Giochi e guerra al Coni: svuotato il potere di Malagò

Il governo è entrato a piedi uniti sul mondo dello sport: pur senza un ministero vero e proprio, in sei mesi il sottosegretario Giancarlo Giorgetti (col supporto del 5 Stelle Simone Valente) ha gettato le basi per una rivoluzione. A partire dall’attacco al Coni e al potere di Giovanni Malagò, promesso nel contratto di governo e subito mantenuto: la riforma inserita in manovra svuota il Comitato olimpico per dare il 90 per cento dei fondi pubblici in mano a una nuova partecipata statale, controllata da Palazzo Chigi. Tra polemiche e incontri, proseguono le trattative per definirne l’attuazione.

Prima era arrivato il sì alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina (senza Torino): un punto per la Lega, che ha convinto il M5S ad accantonare l’ostilità ai Giochi. Giorgetti ha regalato un mini-condono alle società dilettantistiche (alla fine la dichiarazione integrativa è saltata, resta la rottamazione delle cartelle). Ed è arrivato persino ad occuparsi di calcio e del caos ricorsi in Serie B: solo una minaccia, visto che il decreto non è poi stato convertito (la giustizia sportiva per ora mantiene la sua autonomia). La prossima misura (insieme al ministro dell’Istruzione Bussetti) sarà l’introduzione dei maestri di educazione fisica nella scuola elementare.

Tanta Cig per le crisi industriali, la Lega frena la lotta al precariato

Dopo le grandi opere, il tema lavoro è il più divisivo tra gli alleati. M5S è più vicino alle istanze di sinistra, la Lega a quelle di flessibilità delle imprese, specie del nord. Eppure il primo provvedimento concreto è stato il decreto dignità. Non è una rivoluzione ma è il primo di sinistra sul lavoro da oltre dieci anni. Il tetto ai rinnovi e il ritorno delle causali hanno smontato il decreto Poletti che ha fatto esplodere gli occupati a termine. Gli effetti si vedranno nei prossimi mesi ma la Lega già spera di cambiarlo, pressato da imprese e agenzie interinali. Ogni cosa è frutto di questa mediazione tra interessi agli antipodi. I 5Stelle hanno dovuto archiviare l’idea di ripristinare il jobs act e ingoiato i nuovi voucher, ma hanno fermato l’idea del Carroccio di rivedere la legge sul caporalato. L’innovativo progetto di un contratto dei ciclofattorini è affidato a un tavolo imprese-sindacati che non decolla (il governo farà una proposta dopo Natale). La riforma delle politiche attive (evitata dal jobs act) è affidata al Reddito di cittadinanza e allo sviluppo dei centri per l’impiego. Per ora il governo si è limitato a prorogare il bonus giovani e ha ripristinato la Cassa integrazione per cessazione eliminata dalla riforma renziana. Gli è tornata utile per le crisi più grosse, da Bekaert a Pernigotti, ma le vertenze sono decine. Chiuso lo psicodramma Ilva con un buon accordo, resta lo stallo Alitalia, con i suoi 12 mila dipendenti.