Sui conti tutto sospeso, per ora di concreto c’è solo lo spread

Il giudizio sulla politica economica del governo Conte è inevitabilmente sospeso in attesa della revisione della legge di Bilancio che avverrà al Senato per cercare di evitare la procedura d’infrazione per debito eccessivo. Per ora di concreto c’è soltanto lo spread, la differenza di rendimento tra titoli italiani a 10 anni e omologhi tedeschi, è salito dai 130 punti del dopo voto a marzo fino ai circa 300 stabili di queste settimane. Colpa soprattutto di una notevole incertezza sulle scelte di fondo della politica economica. A luglio il governo conferma gli impegni del governo Gentiloni con la Commissione Ue, a ottobre dichiara guerra con 2,4 per cento di deficit rispetto al Pil per tre anni, pochi giorni dopo rivede al ribasso il deficit per gli anni 2020 e 2021 ma si dichiara inflessibile sul 2019, infine apre una trattativa dagli esiti ancora incerti che segue però una linea economicamente suicida: rinviare le misure con impatto positivo sul Pil (quota 100 e reddito di cittadinanza) ma applicando subito quelle che invece hanno impatto negativo. Difficile che così il rapporto tra deficit e Pil migliori. Le misure simbolo di politica economica erano tre: flat tax (sparita, c’è solo un’agevolazione per le partite Iva), quota 100 (nessun testo di legge, incertezza se permanente o a finestre), reddito di cittadinanza (nessun testo di legge). Per dare un giudizio definitivo c’è poco.

Sei mesi di Salvimaio: luci e ombre

Detta in maniera maccheronica può suonare in questo modo: ubi Salvimaior minoranza cessat. Ché appena sei mesi di governo gialloverde hanno accentuato la desertificazione dell’opposizione renzusconiana. Al di là del 60 per cento di populisti e sovranisti si avvista infatti solo un arcipelago frastagliato e piccolo, in cui Confindustria e Chiesa hanno deciso di intervenire in maniera diretta ritenendo evanescente l’operato di Pd e Forza Italia.

L’esecutivo grilloleghista è come la Fortezza Bastiani, assediata da tartari che almeno per il momento non arriveranno. E così finisce che il primo bilancio dell’insolito Conte I del cambiamento è quello che contiene al suo interno l’uno e il suo contrario. Maggioranza e opposizione allo stesso tempo. Non poteva andare diversamente, vista la natura contrattualistica e non politica dell’accordo partorito dopo tre mesi di stallo e di trattative, dal 5 marzo a tutto maggio.

La questione è che i due elettorati di Lega e M5S assemblano bacini di consenso maturati su opposte istanze geo-ideologiche: il Nord di destra che vuole meno tasse e tante opere pubbliche; il Centro-sud già democristiano e berlusconiano che reclama il reddito di cittadinanza pentastellato. Di qui l’andamento tormentato di questi primi sei mesi, esploso sul nodo Tav, giusto per fare l’esempio più attuale. In questa somma di contraddizioni e anche di debolezze (il ruolo del premier; il peso dei ministri tecnici a partire da quello dell’Economia, Tria; la dura reazione dell’Unione europea alla manovra) la realtà, che piaccia o no, ha imposto sinora un dominatore unico che aspira a prendersi il Paese: Matteo Salvini.

La forza del Capitano leghista non è il frutto di una concreta e incisiva azione politica ma combina un antico professionismo della politica con un’inaudita esposizione mediatica. Insomma il suo carisma funziona al netto dei fatti, davvero pochi. Lo dimostra l’incredibile rimonta nei confronti dell’alleato giallo: dal 17 per cento del 4 marzo ai sondaggi stratosferici di queste settimane che danno il Carroccio ben oltre il 30 per cento. Per i Cinquestelle di Di Maio non sarà facile recuperare da qui alle Europee del 26 maggio, decisive il Conte I.

“Tutte le altre porte erano chiuse, avevano paura che entrassero ancora più spettatori”

“Le porte di sicurezza laterali, nel momento in cui è stato diffuso lo spray al peperoncino, erano chiuse. Gli addetti della security non consentivano l’uscita da quel varco, ma indicavano soltanto quello posteriore”. In pratica si tratta della porta che immetteva nel cortile esterno dove è avvenuta la strage, la cosiddetta “area fumatori”, dove decine di giovani sono rimasti schiacciati. A parlare è uno dei giovani clienti presenti venerdì sera nella discoteca Lanterna Azzurra. Tutti chiusi e sigillati dentro la sala principale, la pista da ballo, in attesa dell’inizio dello spettacolo: “Non ti fanno uscire – aggiungono Rudy Giancamilli e Nicolas Cecconi, 18 anni –, temono che il timbro stampato sul braccio venga copiato a pelle con altri ragazzi fuori. In occasioni simili sei costretto ad aspettare dentro. L’unica alternativa è uscire sul retro per prendere una boccata d’aria”.

Una serata il cui apice era la performance del rapper Sfera Ebbasta, uno show-case e non un concerto: l’artista avrebbe cantato qualche canzone per poi incontrare i fans per foto, selfie e una manciata di autografi. Lo spettacolo era fissato per le 23.30, ma a pochi minuti dall’una dell’artista non c’era alcuna traccia. La stessa sera il controverso rapper era impegnato in un concerto all’Amd, l’Altromondo Studios, mitico locale di Riccione. Alcuni testimoni bene informati affermano che Sfera Ebbasta a mezzanotte passata, ossia non più di mezz’ora prima dell’orrore di Corinaldo, si stava ancora scatenando sopra il palco della discoteca romagnola. Tra l’Adm e la Lanterna Azzurra, nella sperduta campagna alle porte di Corinaldo, il rilevatore satellitare segnala oltre 72 chilometri con un tempo di percorrenza di almeno un’ora. Aggiungendo a questa tempistica di base i tempi tecnici aggiuntivi, fine del concerto, saluti, ultime foto coi fans, ostacoli e rallentamenti vari, appare evidente come Sfera Ebbasta avrebbe incontrato il pubblico della discoteca dell’anconetano non prima delle 2. Due ore e mezzo oltre l’orario stabilito da calendario. Un’attesa lunghissima e non casuale forse. Quella sera al Clubbing Lanterna Azzurra c’erano soprattutto minorenni, bambini addirittura. L’unica vittima adulta, Eleonora Girolimini, 39 anni, si trovava nel locale assieme al marito e al figlio di 11. Il coniuge della donna ha attaccato l’organizzazione dell’evento sostenendo che l’attesa, esagerata, avrebbe spinto gran parte dei ragazzi a bere. L’uomo ha parlato di tanti giovani ubriachi e agitati e di un’atmosfera pesante, con il locale strapieno. In un video diffuso ieri, un ragazzo presente venerdì sera al Lanterna Azzurra ha addirittura messo in dubbio l’effettiva presenza del rapper.

Due concerti, o meglio due show quasi in contemporanea, uno effettivamente andato in scena, mentre sul secondo resta un enorme punto interrogativo. Sfera Ebbasta, una volta informato di quanto accaduto, mentre, in autostrada, stava raggiungendo Corinaldo, ha deciso di fare marcia indietro. Postumo soltanto un messaggio di dolore e di solidarietà per la tragedia di Corinaldo e l’invito ai giovani a vivere gli eventi con serenità.

Gas urticante in discoteca. È minorenne e si sa chi è

Biglietti venduti per la serata-evento con il rapper Sfera Ebbasta a Corinaldo: quando le cifre ballano pericolosamente. Il comandante provinciale dei carabinieri di Ancona Cristian Carrozza, titolare dell’inchiesta sul disastro della discoteca Lanterna Azzurra, smentisce il premier Giuseppe Conte e il capo della procura di Ancona, Monica Garulli. Sia Conte che il magistrato hanno parlato di 1.400 tagliandi venduti, ma ieri Carrozza ha abbassato la cifra a 680 tra venduti sul posto, 500, e online, 180.

In attesa di dipanare una scomoda matassa, la Procura di Ancona avrebbe emesso i primi provvedimenti, indagando i tre gestori della discoteca, oltre al minorenne che avrebbe spruzzato il gas urticante nell’ambiente.

Ulteriori dettagli arriveranno oggi, grazie alla conferenza stampa organizzata di concerto con la Procura generale e gli inquirenti. La lista degli indagati potrebbe allungarsi di parecchio e includere, presto, altri nomi, come, ad esempio, i responsabili della security in servizio l’altra notte. Alle indagini collaborano anche i vigili del fuoco, i quali stanno analizzando, attraverso personali misure di valutazione emerse dai video interni alla discoteca acquisiti in questi due giorni, la reale presenza di persone. Emergono però conferme sul fatto che la maggior parte dei giovani stivati dentro l’unica sala aperta venerdì sera per lo show-case del trapper, avrebbero avuto accesso grazie ad un normale biglietto con consumazione inclusa a 22 euro. Quando, l’altra notte, gli inquirenti sono arrivati sul posto, il grosso dei giovani era stato evacuato dalla discoteca. I soccorritori erano già all’opera per strappare giovani vite alla morte, a terra già i corpi delle vittime coperti con i teli e attorno il caos più totale. Impossibile conteggiare un numero di presenze congruo. Da qui la decisione di controllare fisicamente il numero dei tagliandi staccati.

Visioni diverse restano anche sul fronte delle sale effettivamente aperte o meno venerdì sera. Gli inquirenti sostengono che l’unica attiva fosse quella principale, la sala da ballo, con una capacità regolare di 460 posti. Off limits le altre due, più piccole, una nel seminterrato, l’altra di fianco alla consolle. Assieme portano la capienza massima consentita a 852 posti: “Al massimo saranno state presenti 800 persone” ha affermato Marco Cecchini, uno dei tre gestori della discoteca. Di fatto confermando comunque un’irregolarità.

L’altro fronte delle indagini riguarda il fattore scatenante della tragedia, il momento in cui lo spray al peperoncino è stato spruzzato dentro la sala stragonfia. I video diffusi in rete e acquisiti dagli inquirenti, evidenziano la presenza di un giovane con il volto coperto da una maschera, mentre agita quella che sembra una bomboletta spray. Il ragazzo sarebbe stato fermato già ieri sera anche per detenzione di droga. Le immagini non confermano l’uso dei spray in quel frangente, ma intanto i carabinieri avrebbero identificato il responsabile.

Si tratta di un minorenne della zona a cavallo tra le provincie di Ancona e Pesaro che si trovava in compagnia di altri amici. I carabinieri non hanno la certezza assoluta sulla responsabilità del giovane. Negli ultimi giorni si è parlato addirittura di una ragazza come l’autrice del gesto per difendersi da una violenza. Uno dei gestori ha affermato che lo spray sarebbe stato usato dopo il tentativo di furto di una catenina da parte di un suo collaboratore. Insomma una serie di contributi discordanti capaci solo di aumentare la confusione. Intanto ieri tre dei sette ragazzi ricoverati in prognosi riservata nelle rianimazioni dell’ospedale regionale di Ancona si sono risvegliati, palesando un netto miglioramento del quadro loro quadro clinico. Sono un quattordicenne di Senigallia, una quindicenne di Fano e un ragazzo di 17 anni di Ostra.

“Ho sostenuto Macron, ma è solo un imbecille”

Professor Fitoussi, un aggettivo per definire Emmanuel Macron.

Imbecille.

Jean-Paul Fitoussi, economista francese di origini tunisine, vive a Parigi ma frequenta Roma. Dalla sua casa il rumore delle bombe carta, il fumo dei lacrimogeni, le cariche della polizia paiono inesistenti. L’analisi sui gilet gialli, la protesta che ha incendiato la Francia e ha azzerato la reputazione politica del presidente Macron parte proprio da questa considerazione.

Parigi non conosce la Francia, e chi abita a Parigi non sapeva che milioni di francesi vivono difficoltà più estreme di quelle ipotizzabili. Ci si sveglia stupiti di questa rabbia, ma un politico che non conosce il suo Paese che dirigente è?

Professore, lei è stato un sostenitore di Macron.

Di più. Mi sono esposto, ho firmato un appello a suo favore. Lo ritenevo in gamba, capace di dare alla Francia ciò che chiedeva: un nuovo corso, una nuova classe dirigente.

Invece?

I francesi si sono accorti della verniciatura, neppure fatta bene, di un muro pieno di crepe. Stesso potere dietro il paravento di un giovane uomo.

Si è usata la parola “golpe” per definire il clima francese. Fa rabbrividire l’idea che la crisi politica possa infragilire quella democrazia così antica fino a immaginare come plausibile un esito violento.

È una analisi superficiale e non attuale. La Francia ha spalle solide e il presidente della Repubblica può dormire sonni tranquilli. Se vuole resterà fino al compimento dell’ultimo giorno del suo mandato. Altrimenti si può dimettere se intuisce di non avere sufficiente caratura e forza politica.

Ritiene plausibili le dimissioni?

Non sono in grado di dirlo. Auspico invece che cambi in fretta la sua politica.

Partiamo dal punto centrale: cosa ha fatto Macron per guadagnare questa protesta così dura, così estrema, anche violenta?

Macron aveva annunciato che il suo programma era costituito da due parti. Apriva alla destra, all’elite, alla borghesia imprenditoriale, garantendo la riduzione delle tasse sul capitale finanziario. E offriva però alla sinistra, al popolo, un miglioramento delle condizioni economiche. L’aiuto alla destra c’è stato subito. I ricchi e i ricconi si sono visti alleggerire le tasse sui capitali, ha lasciato intatte solo quelle sul patrimonio immobiliare. Ai poveri invece ha servito il nulla. Già questa, da sola, era una condizione pericolosa.

Troppo lontano dai nuovi poveri.

Troppo chiuso in città. Parigi è stato il suo orizzonte. Ma la Francia è grande ed è più povera di quel che a Parigi si pensa. Le fabbriche chiudono, la povertà si allarga, i servizi diminuiscono. L’aumento della benzina è stata una vera provocazione contro coloro che nelle campagne devono utilizzare l’auto anche per spostamenti che in città non sono immaginabili. Quella provocazione, frutto dell’ignoranza sulle condizioni del territorio, ha scatenato la protesta. La gente ha pensato: questo qui toglie le tasse ai ricchi e le mette a noi poveri.

Ma poi il governo ha fatto marcia indietro.

Tardi, troppo tardi. Tre settimane ha impiegato per capire che il fuoco sarebbe divampato perché la società dei margini, quella nascosta alla vista, nel frattempo è divenuta il cuore pulsante della Nazione, la colonna vertebrale della Francia.

Tutte le banlieue unite.

Le campagne e le periferie. La classe operaia e quella piccolo borghese. La condizione disastrata di un ceto sociale, quello proletario, ha contaminato altri ceti. È salita verso le fasce prima meglio protette: gli impiegati. L’immiserimento si è allargato e ha coinvolto altri soggetti, altre categorie. Questo governo non ha visto, al pari dei precedenti.

Questo presidente era il nuovo.

Infatti io credo che chi è sceso in piazza si sia sentito pienamente tradito. Altrimenti perché tutta questa rabbia? Macron era la nostra carta per il futuro: abbiamo scommesso sul giovane talentuoso. Immaginavamo che cancellasse la burocrazia politica ingobbita e insaziabile.

È il più classico degli scontri: popolo contro l’elite.

Ma no! Mica in Italia governa il popolo? L’esecutivo si dichiara populista, ma è un carattere della sua politica. La differenza tra Italia e Francia è che gli italiani hanno mandato al governo partiti e movimenti nuovi, mentre in Francia hanno creduto di mandarli. Da questa scoperta sono nate le proteste.

In Italia la protesta non è tracimata nelle piazze. Almeno fino a questo momento.

Perché i partiti di governo fanno quello che avevano promesso. A politiche di destra, come quelle fiscali, si uniscono leggi più di sinistra. La riforma delle pensioni, il reddito di cittadinanza.

L’opposizione ritiene invece il reddito di cittadinanza una misura puramente assistenziale che non giova alla crescita economica.

La natura umana rifiuta l’idea dell’assistenza. La gente cerca un lavoro non una paga gratis, la somministrazione di una elemosina di Stato. Sa che in Francia, dove i servizi sociali sono più forti e capillari, molti che avrebbero diritto rifiutano di ritirare l’assegno?

Da noi si pensa il contrario. Molti rinunceranno a cercare il lavoro, garantiti dall’assegno.

E si sbaglia di molto. La stragrande maggioranza ritrova la dignità, l’identità sociale e la libertà solo col lavoro. Negli anni Trenta ci fu un dibattito sull’opportunità di erogare l’indennità di disoccupazione. Si riteneva che anche quella fosse una misura puramente assistenzialistica. I fatti poi ci hanno dimostrato il contrario.

Il suo giudizio sul governo italiano?

Alcune azioni e decisioni, penso a quelle sull’immigrazione e sui diritti civili, non mi sono affatto piaciute. Sono immorali. La manovra finanziaria è invece perfettamente sostenibile. Tutto questo dibattito mi sembra un fuor d’opera. La crescente povertà deve spingere i governi a trovare risposte immediate e anche d’emergenza. Se hai fame devi mangiare. Altrimenti guardate cosa succede qui. Guardate a Macron.

Lei ha firmato per lui all’Eliseo.

E ho sbagliato. E come me tanti francesi. Hanno capito in ritardo che non era l’uomo nuovo.

È finita la sua stella?

Bah, cosa vuole che le dica. Magari se capisse in fretta…

Dovrebbe mutare totalmente la sua politica.

La sua presidenza non è a rischio. All’Eliseo ci rimarrà, se vorrà.

Se la protesta si allarga?

Penso che tutto rientrerà.

E Macron?

Farà come gli altri politici. Resisterà anche a dispetto dei santi.

Soldi, simbolo, volti “nuovi”: “Report” indaga sul Carroccio

Da “Prima il nord” a “Prima gli italiani”, dall’indipendenza della Padania all’espansione al sud: com’è cambiata la Lega di Salvini? Con quali volti? E con quali soldi? Questa sera Report ritorna sul partito del vicepremier con “Nel nome di Matteo”, un lungo viaggio attraverso la penisola, per tentare di fare luce sulla trasformazione di quella che un tempo era la Lega Nord. Le inchieste giudiziarie hanno travolto il partito, sull’ex segretario Umberto Bossi pesano due condanne – a Milano in primo grado per approriazione indebita e a Genova in appello per truffa aggravata ai danni dello Stato – e la Cassazione ha da poco confermato il sequestro dei 49 milioni di euro di rimborsi elettorali ottenuti sulla base di presentazioni al Parlamento di rendiconti ritenuti dalla Procura irregolari.

In attesa che dal Lussemburgo arrivino novità – forse già oggi –, la squadra di Sigfrido Ranucci – Claudia Di Pasquale con la collaborazione di Carla Rumor – è stata in Sicilia, Calabria, Campania e Puglia alla ricerca dei volti nuovi del partito, che nuovi però non sembrano. Molti dei coordinatori hanno un passato in Forza Italia, qualcuno anche nei Verdi. Ma, soprattutto, a fronte de “La mafia mi fa schifo” che il segretario ripete ogni qualvolta si reca al sud, nelle rete familiare di alcuni ci sono parenti ingombranti. È il caso di Domenico Furgiuele, deputato leghista di Lamezia Terme, il cui suocero Salvatore Mazzei è stato condannato per tentata estorsione aggravata da metodo mafioso e sottoposto a una confisca di beni per 200 milioni di euro.

Tutti sotto il nome di Salvini, ma con quale simbolo? E come fare a tesserarsi? A quel che vedremo stasera, non tutto è così chiaro.

Due piazze e due misure: così i giornali hanno raccontato le marce pro e contro

Due pesi, due misure. Certo, va tenuto conto che la cronaca di ieri, con la tragedia di Ancona, ha inevitabilmente condizionato la ripartizione degli spazi delle notizie in prima pagina. Eppure, a un mese di distanza, i maggiori quotidiani italiani hanno scelto di diversificare la eco data a due manifestazioni nella stessa città (Torino), sullo stesso tema (Tav) ma con schieramenti opposti.

Si parte da Repubblica: il giorno dopo la manifestazione delle madamine che il 10 novembre ha portato in strada circa 30 mila persone, sceglie di pubblicare in prima pagina e in posizione centrale una foto della piazza dall’alto. “La città si ribella all’isolamento”, è il titolo. Nel catenaccio al titolo principale si parla di 40 mila persone in piazza. All’interno, tre pezzi occupano interamente le pagine 4 e 5. E ieri? Gran parte della prima pagina è giustamente occupata dal caso di Ancona. Tav è in un riquadro basso, un titolo: “A Torino anche i no tav fanno il pieno” e poi un virgolettato, quasi che i numeri non siano un fatto ma una opinione: “Siamo più delle madamine”. All’interno un solo pezzo a pagina 12.

Stessa dinamica per il Corriere della Sera. A novembre, foto dall’alto della piazza, il titolo “Torino riempie la piazza di Sì Tav” e i richiami ad altri due articoli di commento e analisi. Ieri, un titolo chiaro e defilato sotto quello della manifestazione romana di Matteo Salvini. “Sfilano migliaia di No Tav. Il M5s non può tradire”. All’interno, il peso è lo stesso. Diversa la posizione. Da pag 6 e 7, la piazza Tav arriva alle pagine 18 e 19, dopo Salvini.

La Stampa, che di Torino è il quotidiano storico, l’11 novembre dedicava alla manifestazione dei Sì Tav una intera sovracopertina. “Torino, l’altra Italia”, in basso un editorale dal titolo “Una sfida per la modernità”. Nello stesso involucro, storie e volti di chi era in piazza a protestare. All’interno, la manifestazione ha occupato ben cinque pagine tra cronaca e interviste. La prima pagina di ieri, invece, ha in rilievo la notizia di Ancona. Al centro riporta due foto simmetriche, quasi appartenessero alla stessa notizia: una riproduce solo un piccolo squarcio del corteo di Torino con le bandiere dei No Tav, l’altra le bandiere e alcuni manifestanti dell’evento della Lega a Roma. Immagini unite sotto lo stesso titolo: “La marcia dei No Tav riempie la piazza di Torino. E Salvini seduce i romani”. Il richiamo al commento interno ( “Il momento delle scelte”) dà giustizia alla manifestazione nell’incipit: “Imponente e pacifica….ha avuto un indubbio successo”. Ma lo squilibrio, e quindi il posizionamento, seppur mai esplicitato, è evidente. Per i No Tav, tre pezzi nelle pagine 6 e 7. E un box in cui si prova a spiegare che le due piazze sono “imparagonabili” e che non ha senso parlare di numeri.

“Torino, i no Tav fanno il pieno” è invece l’esile titolo che compare (a ben cercarlo) sulla prima pagina del Sole 24 ore di ieri. Un mese prima, in occasione della manifestazione dei Sì Tav c’era invece la canonica foto della piazza vista dall’alto, in evidenza a centro pagina e con il riferimento, in didascalia, al numero dei partecipanti.

A chiudere, la cronaca nazionale de Il Messaggero. Se a novembre in prima pagina c’erano sia la foto che il titolo “La piazza dei Sì Tav, trentamila in piazza per chiedere sviluppo” e tre pezzi su due pagine, ieri non è sembrato ci fosse spazio per la protesta dei No Tav. Neanche uno piccolino. Certo, in apertura c’era la visita di Papa Francesco alla redazione del quotidiano, e in seconda battuta la tragedia di Ancona. Ma quando si è dovuto scegliere tra i gilet gialli e i No Tav, evidentemente è risultato più interessante ciò che accadeva oltre confine. Per Torino c’è stato spazio solo a pagina 12. Un pezzo.

E Salvini chi riceve il giorno dopo? Gli affaristi del “Sì”

“Sono favorevole al Tav. Io sono sempre per andare avanti”. A 24 ore dalla manifestazione di Torino, che ha portato in piazza 60mila persone contrarie all’Alta Velocità, Salvini ha invece ribadito con fermezza la linea della Lega, e quindi la spaccatura con l’altra metà del governo, contraria all’infrastruttura. E, perché fosse chiara la sua posizione, il vicepremier ha convocato al Viminale quindici associazioni delle categorie produttive che avevano invece preso parte alla manifestazione pro Tav. Da Confindustria a Legacoop, da Ance a Confcommercio, da Confesercenti a Confagricoltura, tutti al ministero di domenica mattina per illustrare “le ragioni e le premure del mondo di chi produce sulla crescita che è nell’interesse del Paese”, secondo il presidente degli industriali, Vincenzo Boccia.

Due ore “positive, un incontro concreto e proficuo” per il ministro che vuole ricucire il rapporto con le imprese. Sul tavolo del Viminale, non soltanto il Tav, ma anche la manovra economica. “Auspichiamo che nella prossima manovra venga posta una maggiore attenzione al tema degli investimenti, con politiche di strategia di lungo termine per un settore che dovrebbe essere posto tra le priorità delle scelte economiche del nostro Paese”, ha affermato il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti. “Servono investimenti infrastrutturali per sanare carenze che pesano sugli scambi commerciali e sul turismo e che fanno perdere al nostro Paese circa 34 miliardi di euro di Pil all’anno”, gli ha fatto eco il vice presidente vicario di Confcommercio, Lino Stoppani.

Salvini ha rassicurato gli industriali anche a proposito dei rapporti con l’Europa, così come gli è stato richiesto da Boccia: “Come abbiamo indicato a Torino, il governo ha di fronte a sé un’emergenza: superare quanto prima la procedura di infrazione. Aver dato un mandato forte politico al premier è un elemento essenziale, proprio per tentare di arrivare a una soluzione. E lo vediamo come un fatto positivo”.

Salvini sa che sul Tav si gioca una partita fondamentale per il proseguimento dell’azione di governo. E ieri pomeriggio, ospite di Lucia Annunziata su Rai3, dopo il colpo al cerchio ne ha dato uno alla botte: “Sono favorevole a nuove opere e infrastrutture da nord a sud, l’Italia ha bisogno di crescere, sono favorevole al Tav. Poi c’è un contratto di governo, stiamo aspettando il rapporto sul Tav e sui costi, vedremo… io sono sempre per andare avanti”. Nuovo appuntamento dell’esecutivo con gli imprenditori domani, quando l’altro vicepremier, Luigi Di Maio, li incontrerà al ministero dello Sviluppo economico per inaugurare l’annunciato tavolo sulle Pmi.

“Il fronte No Tav era un po’ stanco. Le madamine lo hanno svegliato”

“Le madamine hanno svegliato il leone, hanno ridato una carica di orgoglio e di senso di mobilitazione in una valle che dopo un quarto di secolo rischiava senza dubbio di affidarsi a un meccanismo di delega. Una certa stanchezza era ormai fisologica, anche rispetto alla constatazione che la controparte non si muoveva di un millimetro. Il 10 novembre ha risvegliato molte energie”. Alla fine, dunque, il sociologo Marco Revelli, storico sostenitore del movimento NoTav, finisce per ringraziare la manifestazione pro Sì delle ormai celebri “madamine”. Senza di loro la grande marcia di sabato a Torino non sarebbe riuscita così bene.

Professor Revelli, lei a novembre coniò l’immagine di una “piazza della città perduta tradita dagli imprenditori”. Per quella di sabato invece, che parole sceglie?

Devo dire che ho visto una piazza che veicolava un forte messaggio di speranza e di futuro. Una piazza giovane – al contrario di quella del 10 novembre – sostanzialmente refrattaria alle semplificazioni e agli slogan, con un forte bisogno di verità di fronte alle tante post verità che hanno invaso in questo mese le pagine dei principali quotidiani italiani, piene di manipolazioni di dati e di artificiose operazioni di storytelling. La piazza di sabato invocava semplicemente il rispetto dei fatti: le basi statistiche su cui il progetto Tav fu concepito si sono rivelate infondate, i volumi di traffico non sono cresciuti e i costi, alla fine, saranno insostenibili, senza contare l’impatto sul sistema idrogeologico delle valli. Sabato il sindaco di un Comune francese, dove stanno scavando una galleria di servizio come quella di Chiomonte, ci ha raccontato che il suo paese è praticamente senz’acqua. Ma in piazza c’era soprattutto un clima di serenità, non c’è stato nemmeno uno slogan aggressivo o volgare.

Quindi da una parte il male e dall’altra il bene? O qualche sfumatura possiamo concederla?

Io non idealizzo nessuno. Mi limito ad osservare cha da una parte c’era l’espressione di un sistema che ha fallito nella gestione di questo territorio e che, piaccia o no, ne rappresenta il declino: quasi una manifestazione da ancien régime nel senso ottocentesco del termine, in cui mi è parso di vedere soprattutto corporazioni che rivendicavano risorse pubbliche per uso privato, che non hanno saputo innovare e che pensano che l’indotto del tunnel di base del Tav possa portare loro qualcosa. Dall’altra, invece, c’era una piazza che non pretende di avere una soluzione in tasca, ma che cerca una via alternativa al buco in cui si è cacciato questo territorio, soprattutto per non pagare il prezzo di errori commessi da altri.

Dal fronte del Sì si è detto che il 10 novembre è stata una manifestazione al 100% torinese, a differenza di quella di sabato.

Non trovo negativo che ci fossero, per esempio, il vicesindaco di Napoli e delegazioni di altri territori che cercano di difendersi da situazioni simili. Sicuramente c’era una forte componente valsusina, ma senza la mobilitazione di Torino a certi numeri – fossero 50 o 100 mila non importa – non ci si arriva. Personalmente ho visto una partecipazione che è andata molto al di là delle aspettative.

Quali saranno le conseguenze politiche? Chi ne trarrà beneficio?

È bene che il fronte che resiste al Tav non si illuda e non segua troppo le beghe interne al governo. E poi, francamente, non era una piazza a 5 stelle, era una piazza senza padroni.

Senza padroni ma decisamente di sinistra. O no?

Ormai fatico a individuare cosa sia la sinistra. Certo, era una piazza che condivideva una serie valori che erano stati della sinistra. Una piazza orfana della sinistra, questo sì.

Dia una sua personale previsione. Tra cinque anni il Tav Torino Lione sarà…?

Spero che tra cinque anni il progetto sia finito in soffitta, sarebbe un segnale di razionalità. Ma viviamo in un mondo totalmente irrazionale che forse saremo ancora a discutere sulle discenderie.