Ma mi faccia il piacere

Compro una vocale. “Berlusconi mobilita Fi: ‘C’è il rischio recessione. Siamo il partito del Pil’” (il Giornale, 5.12). Più che del Pil, del pilu. E ora, subito le erezioni anticipate.

Delusioni. “Il Messaggero è l’unico giornale che leggo” (papa Francesco, 9.12). Non c’è più religione, E ora chi lo dice a Scalfari?

Dovere di cronaca. “Speraggio prende forma, le gru al lavoro sui rami. L’albero di Natale arrivato l’altra notte in piazza Venezia: è in fase di ‘montaggio’”, “Speraggio, ramo dopo ramo batte anche l’ironia del web. Così l’abete non sarà Spezzacchio” (il Messaggero, 4.12). “Albero intero o rami tagliati. San Pietro batte il Campidoglio. Arrivato l’abete in piazza Venezia: le fronde innestate con le viti. ‘No al mostro Frankenstein’” (Repubblica, 4.12). “Il Natale di Spezzacchio. Alto più di 26 metri, a Roma il successore di Spelacchio: ‘I rami? Segati per il trasporto’” (Corriere della sera, 4.12). “Spezzacchio, staffe per riparare i rami”, “I rami rotti già riparati (con le staffe). Spezzacchio star, dal web alla piazza” (Corriere della sera, 5.12). Cari “colleghi”, sicuri di stare bene?

Sul serio. “Minniti pronto ad abbandonare la corsa: o Renzi fa sul serio o non mi candido” (Corriere della sera, 5.12). Ma il tuo problema è proprio che Renzi fa sul serio.

Tavolino a tre gambe. “Non farò accordi a tavolino” (Maurizio Martina, ex segretario reggente Pd, Corriere della sera, 7.12). In effetti, per fare accordi, bisogna essere almeno in due. Non in nessuno.

Calcoli scientifici. “Centomila persone a Roma per Salvini. Sabato la manifestazione nella Capitale” (Libero, 6.12). Primo caso al mondo di una manifestazione di cui, due giorni prima che si svolgesse, si conosceva già il numero esatto dei partecipanti (poi, per la cronaca, ne sono arrivati 30mila).

L’ipercritico. “Caro Salvini, ti sbagli. Abbiamo sempre criticato i governi” (Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, il Dubbio, 7.12). Uahahahahahah.

Prima e dopo la cura. “Qui siamo al Family Day, non all’handicappato day” (Maurizio Gasparri, FI, vicepresidente del Senato, 2.2.2016).
“Gasparri deve dimettersi per sempre dalla politica. Sarò handicappato ma le assicuro che sono capace di mandarla affanculo” (Matteo Dall’Osso, deputato M5S malato di Sla, a Gasparri, 3.2.2016). “Io, disabile grillino, tradito dal Movimento passo con Forza Italia”, “Penso che Forza Italia, per i valori di libertà e solidarietà che promuove e l’attenzione verso le categorie più deboli quali i bambini orfani, possa garantire l’attenzione verso i disabili… Sono stato accolto da una nuova famiglia e ho la convinzione che il presidente Berlusconi mi consentirà di lavorare liberamente per gli altri, per gli ultimi, per coloro che hanno difficoltà ma molto da dare. Parafrasando Giorgio Gaber: voglio essere libero perchè voglio partecipare” (Matteo Dall’Osso, il Giornale, 7.12). Citando Giorgio Gaber: “Non temo il Berlusconi in sé, ma il Berlusconi in me”.

La lista. “Emiliano non è più iscritto al Pd ma è il candidato del Pd. Renzi è un senatore del Pd ma si candiderà con un suo partito. Minniti è candidato alla segreteria indipendente da Renzi ma si ritira (forse) perché non ha l’appoggio di Renzi. Bello. Altre idee?” (Carlo Calenda, Pd, ex Italia Futura di Montezemolo, ex Lista Monti, ex ministro dello Sviluppo, 5.12). Sì, per esempio uno che nove mesi fa si iscrive al Pd e subito dopo propone di scioglierlo. Tipo Calenda, per dire.

Il pallottoliere. “I Cinque Stelle rischiano di ritornare verso quel 10 per cento che avevano nel 2015” (Eugenio Scalfari, Repubblica, 2.12). Ah, sì, quando avevano il 25 per cento.

Il titolo della settimana/1. “Traballa pure il balcone dove i grillini festeggiavano. Lavori in corso sotto la terrazza di Palazzo Chigi, sulla quale si esultava sull’ok alla ‘manovra del popolo’. Un segnale dello stato di salute del Movimento” (Libero, 2.12). Che siano tutti in sovrappeso?

Il titolo della settimana/2. “Di Maio, Conte, Fico e Taverna: quei grillini simbolo del malcostume” (il Giornale, 3.12). Mica tutti possono permettersi Berlusconi, Previti, Dell’Utri e Cosentino.

Il titolo della settimana/3. “Alle Ogr in nome di 13 milioni di lavoratori. Sono 12 le associazioni che hanno aderito alla manifestazione Sì Tav di domani” (La Stampa, 2.12). Ma non saranno 26 milioni? O magari 39? O forse 52? O eventualmente 65?

“B. finì di cantare e papà Dino gli diede 10mila lire di mancia”

L’ironia, il disincanto, il cinismo reale o presunto, il marcato laicismo (“l’ho tenuto d’occhio e papà è morto come ha vissuto: da ateo”); il piacere, senza dimostrarlo, di rappresentare una parte importante del cinema e della cultura, il sottile sapore di potersene fregare dell’ufficialità; quasi tutto questo Marco Risi lo racchiude in una battuta di benvenuto a casa sua, mentre si sofferma su un quadro degli anni Cinquanta: “Credo sia falso, una delle fregature affibbiate a mio padre; non importa, mi piace molto”.

Seduto sul divano, gambe accavallate, pantalone beige e maglione blu portati con la naturalezza di chi ha la sua divisa, quando parla di Dino Risi, Alberto Sordi, Vittorio Gassman o Federico Fellini, e poi di Carlo Vanzina (“amici da quando abbiamo 12 anni”), non cambia mai il tono della voce, cela le emozioni, magari narra per immagini, come se stesse dietro la macchina da presa; quella macchina da presa che ha unito i due amici prima per le affinità famigliari, poi con la passione per il cinema, e ora perché lo stesso Marco Risi ha girato Natale a 5 stelle (trasmesso da Netflix), ultimo film pensato e scritto dai fratelli Vanzina, prima della morte di Carlo.

È una pellicola basata molto sulla attualità politica.

Hanno intuito il momento, e si sono ispirati a una commedia di Ray Cooney: sono salito su un treno e nominato immediatamente macchinista.

Dubbi?

Impossibile, volevo troppo bene a Carlo, e mi sono divertito nonostante la grossa scommessa: abbiamo iniziato a girare il 20 agosto, il 26 ottobre siamo riusciti a consegnare il film.

Le fa impressione non vederlo in sala?

Mi toglie una responsabilità: nessuna ansia per gli incassi, nessuna telefonata connessa; qui non sapremo nulla, Netflix non comunica gli ascolti.

Critiche su di lei?

Qualcuna, senza sapere che mai avrei voluto girare un film di Carlo, perché voleva dire che non poteva più lui.

Enrico Vanzina, da produttore, era presente per le riprese?

Sempre, mi studiava per capire come mi muovevo, magari temeva gli girassi un altro Muro di gomma. Ma dopo i primi giorni si è rilassato.

Anche con lui vi conoscete da decenni…

Senza aver mai lavorato insieme su un set, invece con Carlo ho condiviso Polvere di stelle e Finché c’è guerra c’è speranza e poi, nei primissimi anni Ottanta, in un periodo nel quale stavo lì solo a giudicare, guardare e decidere quale doveva diventare il mio primo film, è stato lui a sottrarmi dal torpore mentale: “Mi aiuti con Eccezzzziunale veramente?”

Poi il suo debutto è stato “Vado a vivere da solo”.

Non avrei voluto iniziare così, mi sembrava giovanilistico, però poi è stato divertente.

Rimasto nell’immaginario collettivo.

Non nel mio; vabbè, scherzo.

Il suo percorso ha toccato spesso temi civili.

Ero attratto da narrazioni diverse e amavo gli ambienti chiusi: Soldati 365 giorni all’alba si sviluppa quasi solo dentro una caserma, Mery per sempre in un carcere…

Maresco ha detto: “Va bene l’impegno civile, ma i ragazzi di ‘Mery’, finito il film, sono tornati allo spaccio”.

Ce l’ha un po’ con me e io con lui.

Come mai?

Per Maresco solo i siciliani possono girare film sulla Sicilia, meglio se lui e Ciprì.

Una delle sue pellicole meno conosciute è “L’ultimo capodanno”.

Un disastro.

È piaciuto a suo padre?

È stata la prima e unica volta in cui gli ho dato la sceneggiatura, con tanto di sentenza finale, disse: “Se fossi al posto tuo, farei di tutto per non farlo”.

Forse aveva ragione, dato il risultato.

Non ne aveva capito le potenzialità comiche. “Guarda che fa ridere”. “Se ci riesci vuol dire che sei bravo”.

Chi vinse?

All’anteprima, con il mondo del cinema presente, sono stato tutto il tempo a fissare le sue reazioni.

E?

Accanto a lui c’era Giuliano Montaldo, che anni dopo mi ha rivelato: “Dal collo alla testa è rimasto immobile; dal collo ai piedi era un fremito totale”. Però, a fine proiezione, mi ha guardato e ho riconosciuto negli occhi il suo lampo di soddisfazione.

Lei lo criticava mai?

In un’intervista mi ha definito il “suo critico più severo”.

Era vero?

A 16 anni all’uscita dalla proiezione del Giovane normale, sentenziai: “Mi sembra che Capolicchio faccia troppe faccette”. Risposta: “Ah, bravo. È vero”.

Paura nel dirgli le cose?

Un po’, bisognava stare attenti nel cogliere il momento: una importante palestra per il resto della vita.

Quale?

Spesso le persone non capiscono i tempi, non sanno quando è il momento d’intervenire e quello di ascoltare; come dirlo, quando dirlo, e tutto questo poi si proietta nel cinema, nel conoscere come narrare una vicenda, da dove partire e come chiudere, fasi lunghe e corte.

Allenamento e orecchio.

Quando ti dilungavi troppo papà ti fermava, preferiva la sintesi: “Titolo”. “Cosa?”. “Dimmi il titolo” (si ferma, torna con la mente a poco prima) . Per il Giovane normale mio padre voleva Carlo Vanzina come protagonista.

Ed era bravo come attore?

Bravissimo. Esistono dei filmini girati ad Amalfi, nella villa di Ponti, dove Carlo dava grande prova.

E non ha continuato…

Amava più la regia, controllare, essere lui l’artefice.

Non per timidezza.

Per niente, lo sono molto più io: una volta mi sono piazzato in uno dei miei film come comparsa; in fase di montaggio mi sono eliminato.

Sta scrivendo un libro su suo padre.

È su di noi, perché nessuno sa niente di lui, e non lo conosceranno neanche dopo averlo letto. Se mai uscirà.

Titolo.

“Forte respiro rapido”.

Tradotto?

Aveva l’abitudine di riportare su un diario tutto quello che gli accadeva: le medicine, gli affaticamenti, le volte al bagno, e “Forte respiro rapido” sono le ultime parole scritte in stampatello e per la prima volta con una grafia tremante; su quella pagina c’è la data successiva alla morte.

Non si rendeva conto del tempo?

No, voleva guadagnare un giorno di vita.

Secondo Sordi alla fine ogni artista viene dimenticato.

(Marco Risi è cresciuto con il gotha del cinema, rapporti quasi mai solo professionali, eppure si raccomanda: “Per favore non riporti mai solo il nome, meglio il cognome”) Sordi non era per niente scemo. Anzi. E mi piaceva tanto: a lui mi sentivo legato affettivamente, e più passa il tempo e più lo scopro.

Più di Gassman?

Gassman per me è stato come un secondo padre, era evidentemente più fragile anche se lo mascherava, ma capivi la verità dopo cinque minuti; Sordi era più enigmatico, chiuso, lontano, e dentro aveva qualcosa che non mostrava a nessuno, forse neppure a se stesso.

Infatti su di lui circolano molte leggende…

Chi è stato Sordi è intuibile dalla reazione alla morte di Fellini, il suo non andare al funerale: “Non volevo che le telecamere frugassero sul mio volto il dolore per la morte di un amico”; in questa frase esce Sordi, non quello dipinto come arido.


Secondo Vittorio Cecchi Gori era un po’ monocorde.

Una volta l’ho sentito recitare alla radio delle poesie di Papa Wojtyla, senza alcun accento romano, giusto una leggerissima inflessione, ed era veramente bravo, tanto che poi l’ho detto a Gassman.

Risposta?

“Non è possibile”.

Sordi molto religioso.

Alla fine pure Gassman; mio padre controllava tutti e mi diceva: “Hai visto quello? All’ultimo ha avuto paura, non si sa mai”.

Alla Renato Guttuso.

Infatti ero curioso di papà. Ma non ci ha mai pensato, coerente con tutta la sua vita; un giorno mi telefona la Antonelli: “Ho parlato con papà”, “Laura, è morto”, “Sì, ma ci ho parlato ed è arrabbiato con te”. “Come mai?”. “Perché non credi”. “Ma che dici, se era lui il primo a non credere!”. “Lo so, ma ora è accanto a papino”. Per lei papino era Dio.

Andava a trovare la Antonelli a Ladispoli?

Una donna bella, brava, buona, gli ultimi anni finita in un appartamentino terribile; la prima volta che sono entrato in quei pochi metri quadri, così spogli e crudi, dallo stupore ho aperto l’armadio e dentro ho trovato solo una giacca trapuntata.

Niente che richiamasse al suo essere stata diva.

Ha donato o perso tutto, anche i gioielli di Belmondo o la collana di perle che le avevo regalato.

Siete stati insieme.

Due anni.

Beppe Fiorello la ringrazia sempre per aver insistito con lui come attore.

Si presentò al provino per L’ultimo capodanno completamente impreparato, non ci credeva; gli dissi: “Non rompere, vai a casa, studia e torna domani”. Chissà altrimenti che fine avrebbe fatto…

Ha visto lungo…

In realtà mi ha spinto molto Niccolò Ammaniti, lo aveva conosciuto in una discoteca di Rimini e lì aveva intuito qualcosa, poi a noi serviva una specie di gigolò e nel suo sguardo dell’epoca c’era una sorta di fissità da scopatore.

Com’è questo sguardo?

Umido, di quelli che hanno un obiettivo preciso e poi aveva un bel culo, e il che non guastava, visto che doveva apparire nudo… L’ultimo capodanno ha portato molta fortuna agli attori, nessuna al film.

Cast di primissimo livello.

Sono diventati famosi dopo: oltre a Beppe Fiorello, anche Monica Bellucci, Claudio Santamaria, Marco Giallini…

“La Bellucci è una grandissima paracula”, parole sue.

Perché ha capito come funziona la vita: è una sveglia, simpatica, intelligente e ovviamente bella.

Anche lei nuda nel film.

Era preoccupata, per arrivarci abbiamo passato molto tempo al telefono: “Almeno fammi tenere le mutandine”. “Funziona se resti completamente indifesa”. Alla fine si è convinta, è rimasta solo con il reggiseno totalmente inutile: aveva due tette straordinarie… ah, anche con i tacchi.

Fondamentali.

Senza i tacchi non fa neanche la doccia.

Chi sono gli attori?

Una volta sono andato negli Stati Uniti con Christian (De sica) per realizzare delle interviste sul cinema; a un certo punto pongo la stessa domanda a Cassavetes, e lui risponde: “Persone fragilissime”.

È d’accordo?

Su questo ho girato un film, Tre tocchi. L’attore è l’unico mestiere che dipende solo ed esclusivamente dagli altri: non può decidere quasi nulla, viene scelto, provinato, poi esaminato durante le riprese, quindi corretto, tagliato. È in balia dei sentimenti esterni, poi però deve dimostrare di averne sul set, e magari neanche gli appartengono.

L’attore che ha visto maggiormente soffrire?

Quello che sta a casa.

Carlo Vanzina.

Ci siamo conosciuti verso i 12 anni, poi l’amicizia è scoppiata ai 15 ed è proseguita tutta la vita: continuavamo a sentirci e andavamo al cinema insieme. Carlo sin da bambino annotava su un quaderno i dati del film che aveva visto, e si ricordava tutto.

Parlavate durante la proiezione?

No, al massimo, se cominciava bene, ci davamo di gomito e la frase di rito era “già me piace”. Un po’ ci influenzavamo, ma sostanzialmente la pensavamo allo stesso modo.

Si è mai ritrovato nei film di Vanzina?

Don Buro di Vacanze in America è ispirato ai miei racconti del prete delle superiori, anzi il film stesso è tratto da un nostro viaggio scolastico del 1967: i fratelli Risi e Vanzina accompagnati dalle rispettive madri.

Conosceva Fellini?

Ricordo un’esperienza quasi surreale: un giorno mi fermo con papà in un bar di via Veneto; all’improvviso, come fosse un film, vedo passare Fellini. Ci vede. Si ferma. Si siede con noi e subito racconta cosa gli era successo poco tempo prima: durante un’intervista va a prendere un bicchiere d’acqua e sbaglia la presa, lo manca. Un medico di fronte se ne accorge, si precipita su di lui, lo butta a terra e gli alza le gambe: “Fossi in lei farei dei controlli, quel gesto potrebbe rappresentare il segnale di un piccolo ictus”. Era vero.

Suo padre lo scambiavano per Agnelli.

È capitato spesso che lo chiamassero “avvocato”; una volta gli si avvicina una signora: “Mi scusi, ma lo sa che mio marito ha lavorato per lei 35 anni?”. “Come si chiama suo marito?”. “Alfonsini Alberto”. “Ah, ottimo elemento”.

E lei scoppia a piangere.

Non si sottraeva.

Un’altra volta andiamo a Milano per l’Ambrogino d’oro, decidiamo di prendere il treno; entrati in stazione vediamo uno dei controllori fissarci, dopo un po’ trova il coraggio e si avvicina: “Certo avvocato, se pure uno come lei prende il treno vuol dire che questo è un grande Paese”. Saliti sul treno, mentre andavamo al vagone ristorante, la gente si affacciava e io gli facevo strada “venga avvocato, venga”; e lui: “Non fare lo stronzo”, ma arrotava la erre, proprio come Agnelli.

Ha conosciuto Berlusconi.

Papà gli diede diecimila lire.

In che senso?

Ad Arcore, in una serata per il cinema italiano, dopo aver mangiato, Confalonieri si piazza al pianoforte e Berlusconi al suo fianco intona un paio di canzoni; alla fine dell’esibizione papà si avvicina e gli dà la banconota.

La reazione?

Spezzata in due e una metà l’ha consegnata a Confalonieri. Il finale è sempre suo; intanto dalla televisione è sparito La stanza del Vescovo (film del 1978 di Dino Risi)

Come mai?

Perché c’è un personaggio evirato di nome Berlusconi.

Cecchi Gori vuole rigirare con lei il “Sorpasso”.

Gli voglio bene e pochi giorni fa è stato qui, e insieme lo abbiamo rivisto; però è un’idea folle, non si può: lì c’è il fascino del bianco e nero, le canzoni di quel tempo erano perfette per raccontare un clima, oggi è complicato pure individuare un’auto così; per non parlare del protagonista. Un capolavoro. Un film premonitore.

Con la morte di Trintignant.

Ci penso e forse, inconsapevolmente, con quel finale hanno raccontato un passaggio fondamentale di questo Paese: lì è finita l’innocenza ed è iniziato il cinismo. Siamo diventati dei Bruno Cortona.

Anni fa ha dichiarato di uscire pochissimo.

Oggi anche meno, a parte il cinema: quando ho comprato casa, l’ho scelta perché ho tre sale intorno a me; dal grande schermo non prescindo.

(Come quando accanto a sé, gomito a gomito, aveva Carlo Vanzina)

Russiagate, Mueller punta su Cohen: “Contatti con il Cremlino sin dal 2015”

“Questa è una illusione di collusione, non c’è alcuna pistola fumante. Dopo aver speso 30 milioni, non abbiamo alcuna collusione russa. Non c’è nulla da impeachment”: così il presidente Donald Trump torna a dare addosso all’indagine Russiagate sulle presunte collusioni del suo staff in campagna elettorale con emissari del Cremlino. Non così la pensa il procuratore speciale Mueller (a destra nella foto) che conduce le indagini e punta, fra gli altri, sull’ex avvocato di Trump, Michael Cohen. Secondo Mueller, il legale continua a fornire “informazioni pertinenti e veritiere”. Come questa: nel novembre 2015, circa cinque mesi dopo che Trump avviò la sua campagna per la presidenza, Cohen avrebbe parlato con una “persona fidata” della Federazione Russa che offrì allo staff del tycoon “sinergia politica” e “sinergia a livello governativo”. Cohen ha riferito che la persona non identificata “ha ripetutamente proposto” un incontro tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin. Ieri intanto la conferma che Il capo dello staff della Casa Bianca, John Kelly, si dimetterà per i pessimi rapporti con il presidente.

Febbre a 90° con l’incubo dei barras bravas argentini

Con il fiato sospeso. Il pericolo è l’invasione dei tifosi argentini violenti. Madrid, nei giorni del lungo ponte che qui è cominciato il 6 dicembre, è stata presa d’assalto; principalmente da turisti di ogni dove che si mescolano ai madrileni sempre pronti a uscire quando è festa e c’è il sole. I sostenitori di Boca Juniors e River Plate, le due arcinemiche argentine finaliste della Coppa Libertadores sospesa due volte e appaltata in Europa, ci sono. Ma mostrano il volto migliore, almeno fino alla serata di sabato in due hotel dove si trovano i punti di raduno. Nella periferia nord, i xeneises (genovesi), come si conoscono quelli del Boca, occupano un anonimo albergo circondato da palazzoni di gente incuriosita dai chiassosi canti e dai balli incessanti. I genovesi ci tengono a dimostrare di essere la tifoseria con il cuore più grande del mondo, “molto più dei napoletani, che comunque sono i secondi”, dicono alcuni ragazzi arrivati da Buenos Aires, venerdì.

Cantano canzoni dai testi a tratti sentimentali – cuando me muera, no quiero flores, sino una bandera azul y oro (quando morirò non voglio fiori, ma la bandiera azzurra e oro, colori del Boca) – intercalate da continui riferimenti ai putos del River, che, dicono, hanno causato il quilombo (il casino) che è costato l’umiliazione di far giocare in Europa la finale più incredibile che il calcio argentino avesse mai visto.

A un paio di chilometri, nel lussuoso Eurostar Madrid Tower, cinque piani nel terzo grattacielo più alto della città, i tifosi del River dormono ancora, mentre decine di poliziotti in tenuta antisommossa si chiedono che cosa ci stiano a fare lì e numerosi giornalisti aspettano che i milionari – appellativo nato quando la squadra, fondata come la rivale nel proletario quartiere di Boca, si trasferì a Belgrano, il più prestigioso quartiere di Buenos Aires – si facciano vedere. Corre voce che l’appuntamento per loro sarà nella centralissima Puerta del Sol e lì ci spostiamo tutti, mentre la polizia è in attesa di ordini. In tutto, 4.000 agenti. Qualche ora dopo in effetti la Puerta del Sol diventa bianca e rossa, colori ereditati da Genova, mentre i tifosi del River mettono in mostra un repertorio trascinante e tutti cantano come a un concerto, non cori, ma vere canzoni. Intonano Sos cagón (sei un cagasotto), un classico che comincia con il riferimento alle origini umili dei xeneises. Los bosteros son asi, Son los mas amargos del mundo entero (gli spalatori di letame sono così, sono i più tristi del mondo intero). I petardi cominciano a farsi sentire, la birra scorre, l’atmosfera è vibrante. I loro rivali nel frattempo hanno preso il controllo della centrale Piazza Cristoforo Colombo (ancora Genova…) e rivaleggiano in doti canore. Se non fossero gli stessi che poi si aizzano fino allo scontro fisico, si direbbe una sfida tra due mondi musicali.

Nonostante i cori e le risate, lo stato d’allerta è visibile. Quasi ottomila argentini sono arrivati in aereo pagando cifre folli per i biglietti, mentre per la partita si attendono i rinforzi dei club locali, sette del Boca e sei del River. Del resto Madrid è stata scelta anche perché la Spagna è il paese straniero con più argentini residenti, oltre a garantire un sistema di sicurezza di altissimo livello, che ha già dato prova di sé in altri eventi a rischio.

Lo spettro che si aggira è quello dei barras bravas, i tifosi scalmanati ritenuti ben peggiori degli hooligans inglesi, responsabili della violenza della finale mancata e della completa degenerazione del calcio argentino. Non è chiaro quanti di loro siano nella capitale: due del Boca sono stati pescati e rimandati indietro. Forse non si faranno vedere fino al fischio d’inizio al Bernabeu. Madrid incrocia le dita.

Il premier Philippe: “Nessuna tassa può spezzare il Paese”

Il primo ministro Édouard Philippe prova a mediare: “È il tempo del dialogo, è iniziato con i dibattiti in entrambe le assemblee, gli incontri sul campo, a Matignon dove ho avuto l’opportunità di incontrare una delegazione di questi connazionali. deve continuare, la nazione francese deve ritrovarsi, nessuna tassa può minacciare l’unità nazionale”. Tutti aspettano che Emmanuel Macron, in silenzio da giorni, si pronunci; potrebbe farlo domani. Nel frattempo le opposizioni si scatenano. Per Jean-Luc Mélenchon, leader della sinistra radicale, che appoggia il movimento sin dall’inizio, la manifestazione di ieri è stata una nuova occasione per criticare il governo: la “campagna di intimidazione” degli ultimi giorni è stata “un fallimento”, ha scritto in un tweet sin dalla mattina. Per poi tornare in giornata ad attaccare Macron e chiedere di tornare alle urne: “La dissoluzione dell’Assemblea nazionale è una conclusione ragionevole”.

Da Bruxelles, Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, i cui iscritti si sono mischiati ai Gilet in più di una occasione ha chiesto a Macron “risposte forti”: “Il presidente deve smetterla di restare barricato nell’Eliseo. Deve ascoltare la sofferenza dei francesi e dare le risposte che attendono da quattro settimane”.

Per l’ex candidato socialista all’Eliseo, Benoît Hamon, fondatore del movimento Génération.s, l’errore del governo finora è stato “di trattare la crisi dei Gilet Gialli come una crisi sociale classica”. Dei commenti sono arrivati anche dall’estero. Dagli Usa Donald Trump ha twittato: “È una triste giornata per Parigi. Non è forse tempo di mettere fine al ridicolo e costoso accordo sul clima e restituire i soldi alla gente abbassando le tasse?”. Persino il presidente turco Erdogan si prende una rivincita: “Quelli che hanno accusato di repressione la nostra polizia dovrebbero vedere cosa sta facendo, proprio ora, la loro polizia”. L’Europa, per Erdogan non ha superato “il test della democrazia, dei diritti umani e della libertà”.

“Macron dimissioni!”. I Gilet gialli: “In strada fino a Natale”

I Gilet Gialli si inginocchiano con le mani dietro la testa davanti ad un posto di blocco della polizia che impedisce l’accesso alla place de la Concorde. Bloccati dagli scudi degli agenti altri si inginocchiano sugli Champs Elysées, sui Grands Boulevards, alla Porte Maillot. Il gesto, che ricorda gli studenti fermati dalla polizia a Mantes-la-Jolie e obbligati a piegarsi nel cortile del loro liceo, è diventato il nuovo simbolo della protesta.

È stato il quarto sabato di tensione a Parigi. Circa 10 mila Gilet hanno manifestato nella capitale riunendosi sin dal mattino sugli Champs Elysées. “La strategia della paura usata dal governo non ci fermerà. Vogliono solo impedirci di manifestare – dice uno di loro – ma noi torneremo, sabato prossimo e pure a Natale se necessario”.

Per raggiungere la famosa avenue bisognava armarsi di pazienza e camminare. Non circolavano né bus né metro. Colonne di manifestanti confluivano sulla rue de Rivoli, facendosi controllare una prima volta al livello del Louvre. In città sembrava che ci fosse il coprifuoco: negozi sprangati, teatri e musei chiusi, strade svuotate. Si accedeva agli Champs Elysées solo dopo aver passato un altro controllo. Dopo le violenze e gli sfregi di sabato scorso, la prefettura ha cambiato strategia. Sono stati mobilitati 8.000 agenti, il doppio rispetto alla settimana scorsa. Una dozzina di blindati stazionavano davanti ai luoghi più a rischio.

Molti dimostranti sono stati fermati a monte, ai caselli delle autostrade e nelle stazioni, e non sono mai arrivati in centro. Centinaia di mazze da baseball, bocce, martelli, spranghe di ferro, anche armi, sono state sequestrate. In serata si contavano più di 550 fermi solo a Parigi. Sugli Champs Elysées c’era la frangia “moderata” dei Gilet. Alcuni hanno dovuto fare delle collette per raggiungere la capitale ma dovevano esserci per dimostrare che oltre alla collera e alle violenze ci sono le rivendicazioni. “Macron restituiscici i soldi” e “Macron dimissioni”, dicevano gli slogan. Alcuni distribuivano rose ai poliziotti e si fermavano a parlare con loro. Un giovane ha messo la musica e si cantava Bella Ciao. Un Gilet, intervistato da un giornalista asiatico col casco Press, come nelle zone di guerra, diceva: “Bisogna tassare i ricchi, la proposta del governo di tassare i giganti de web può essere una soluzione”. Altri erano in place de la République a dare la mano a chi aveva fatto la Marcia per il clima, la sola manifestazione autorizzata ieri in città. I Gilet “arrabbiati” che Éric Drouet avrebbe voluto far marciare sull’Eliseo erano lontani e tentavano di bloccare il raccordo di Parigi. I casseurs invece si battevano sotto l’Arco di Trionfo e sulle strade laterali dando fuoco ad alcune auto e saccheggiando dei negozi. Più di 50 persone sono rimaste ferite.

Anche a Marsiglia, Bordeaux, Tolosa si sono verificati incidenti. Il passaggio dei tir è stato bloccato alla frontiera a Ventimiglia. Circa 125mila Gilet sono stati contati dalle autorità in tutto il Paese, con più di mille fermi. Al termine di una giornata tesa, il bilancio è stato tutto sommato meno pesante della scorsa settimana. Quanto Parigi può ancora tenere? Emmanuel Macron, che non ha più preso la parola dal G20 di Buenos Aires, dovrebbe intervenire nelle prossime ore.

La strategia dell’Eliseo era di evitare ogni intervento prima della nuova giornata di mobilitazione per non “gettare nuovo olio sul fuoco”. Negli ultimi giorni ogni volta che si è fatto vedere in pubblico Macron è stato fischiato. Ma ora i Gilet pretendono di sentire cosa ha da dire: “È necessario che Macron si esprima, che sia il presidente di tutti i francesi”, aveva detto venerdì Jacline Mouraud, uno dei volti della protesta, dopo aver incontrato il premier Philippe insieme a una piccola delegazione.

“Theresa May è in bilico, i premier inglesi di solito vengono cacciati”

Michael Dobbs è un politico e uno scrittore, dai suoi tre romanzi con protagonista Frank Underwood è nata la serie House of Cards, ora è uscito in Italia il primo libro di una serie con protagonista l’ex soldato diventato politico Harry Jones, Il giorno dei Lord, sempre per Fazi: un gruppo di terroristi prendono in ostaggio il Parlamento inglese, con tanto di regina e principe Carlo (un amico di Dobbs, sono nati lo stesso giorno). Ma oggi il Parlamento, dove Dobbs siede tra i Lord forte della sua lunga militanza nel Partito conservatore, è ostaggio soprattutto del voto sull’accordo tra Londra e Ue sulla Brexit previsto per martedì alla House of Commons, la Camera elettiva.

Sir Dobbs, perché lei è fin dall’inizio pro-Brexit?

Noi siamo un’isola, abbiamo un approccio diverso. Siamo europei, siamo legati all’Europa, ma abbiamo un’altra visione dell’essere europeisti, non compatibile con la richiesta di una Unione sempre più stretta che arriva da Bruxelles.

Quindi meglio rompere?

Questa Europa è ideologica, incredibilmente burocratica, inefficiente e anti-democratica. E la maggioranza degli inglesi è convinta che dobbiamo stare fuori ma a fianco dell’Unione europea, per essere anche più amici di prima.

La Brexit però sta per fare la prima vittima: la premier Theresa May.

Domani sarò a Londra per seguire il negoziato dalla House of Lords. E martedì voterà la House of Commons, che quasi certamente boccerà l’accordo. Theresa May, che conosco bene, è in una posizione molto, molto delicata. È difficile dire se possa sopravvivere politicamente al voto di martedì. Non so cosa succederà nel futuro, ma so cosa è successo in passato: i primi ministri inglesi non sanno mai quando è il momento di andarsene e di solito vengono cacciati da Downing Street, negli ultimi cento anni soltanto due premier si sono dimessi nel momento scelto da loro. Theresa May farà la stessa fine? Tendo a scommettere sulla storia invece che sulle ambizioni dei leader.

Lei ha lavorato a lungo con l’altro primo ministro donna, Margareth Thatcher .

E ricordo bene il paternalismo che le veniva riservato dai suoi colleghi uomini. Io non ho avuto problemi a lavorare per lei ma mi sono convinto che per una donna sia molto più difficile essere primo ministro in una politica così maschile. La cosa interessante è che quando Theresa May è diventata primo ministro, nel 2016, nessuno ha notato il fatto che fosse una donna. Un segno dei tempi.

Lei ci credeva che saremmo arrivati davvero alla Brexit?

Nel 2016 l’élite liberal priva di ogni connessione con il mondo reale continuava a ripetere che la Brexit non ci sarebbe mai stata, ma nel resto del Paese, fuori da Londra, si percepiva altro. Ho deciso di scommettere sulla Brexit, che era data 4 a 1. E ho fatto un po’ di soldi. Quindi: grazie, Brexit.

Ma l’ex premier David Cameron non è un liberal, anzi, ha usato il referendum per cercare di risolvere le faide interne al partito conservatore.

Cameron è un mio amico di lunga data, ma è un perfetto componente di quella élite liberal che in tutti i Paesi europei vive in una bolla, separata dal mondo reale. È questo il problema principale alla base dei guai dell’Europa: l’élite ha perso ogni connessione con il popolo. Per rimettere le cose a posto bisogna ricostruire questo legame, alla base della democrazia. E io penso che l’Unione europea sia proprio il simbolo di questo distacco. Io amo l’Europa, ma l’Unione europea non è l’Europa. L’Ue è una istituzione politica e le istituzioni crollano quando non riescono a raggiungere gli obiettivi per le quali sono state costituite.

Forse alcuni politici hanno ascoltato poco il popolo ma altri lo hanno ascoltato troppo, come quelli che hanno promesso 350 milioni di sterline a settimana per la sanità se avesse vinto la Brexit…

Dovete rassegnarvi al fatto che la maggioranza degli inglesi, 17 milioni di persone, ha votato per la Brexit: non era un giochetto tra politici, era il popolo che si esprimeva. Se crediamo alla democrazia, dobbiamo accettare il responso di elettori che non sono stati imbrogliati dai politici ma hanno scelto sulla base di decenni di esperienza ddi come funziona il rapporto tra Gran Bretagna e Unione europea. E quindi la Brexit ora ci deve essere.

Più storie, inchieste e idee: il Fatto cambia (un po’) abito

Un vestito nuovo per contenuti di sempre maggior qualità. Un giornale di 24 pagine ogni giorno. Ma le 1440 pagine in più all’anno che stiamo per offrire ai nostri lettori e lettrici non rappresentano solo una questione di quantità.
Da martedì 11, infatti, il Fatto quotidiano migliora il suo aspetto, aumenta le pagine complessive e rinnova una buona parte della grafica per affrontare un mercato editoriale sempre più complicato ed esigente, scommettendo sui propri contenuti e sulla voglia di fare informazione.
L’idea è di conciliare la quantità con la qualità. E così troverete pagine sempre più fitte in cui far confluire le nostre Inchieste, a cui dedicheremo più attenzione e più mezzi. Costruiremo più Dossier con pagine disegnate appositamente per questo obiettivo, coinvolgendo in questo lavoro il nostro numero speciale del Lunedì. Racconteremo con cadenza settimanale le nostre Storie, cosa che abbiamo già cominciato a fare, per avere un occhio puntato non solo sulla politica e sulla cronaca, ma anche sulla società e sul costume. Vi daremo più pagine di Lettura per immettere punti di vista diversi e analisi complete in un mondo dell’informazione dominato dall’omologazione al pensiero unico, ma anche dalla rapidità e dalla semplificazione imposte dai social network, cioè sempre più bisognoso di bussole più raffinate per orientarsi. Con forze limitate, per nulla paragonabili a quelle dei grandi giornali (prigionieri però dei loro conflitti d’interessi), proveremo a stare al passo con l’informazione dalle Città, valorizzando di più l’informazione locale dei nostri corrispondenti. Daremo una maggiore compattezza alle nostre pagine di Esteri, selezionando una storia principale ogni giorno e cercando poi di offrire quante più notizie sarà possibile dal mondo. A partire dalla settimana successiva, poi, ci sarà anche un nuovo Lunedì in linea con questo disegno.
La carta stampata vive una fase di grande trasformazione. I giornali sono oggetto di polemiche forti con attacchi inaccettabili ai giornalisti che rischiano la vita (anche se politicamente altri tipi di attacchi sono meritati) e con notizie e cronache che spesso obbediscono agli interessi dei grandi editori-prenditori più che a quelli dei lettori. Il Fatto continua a destreggiarsi in questo labirinto e finora è riuscito a fare informazione e a produrre analisi e opinioni che, a dispetto dei nostri detrattori, è sempre frutto di un lavoro di squadra e di una totale indipendenza da poteri, lobby e gruppi organizzati.
È con questo patrimonio che abbiamo scelto di affrontare la fase più complicata della storia dell’editoria, con un mercato sempre in calo e noi che cerchiamo di reggere, rilanciando sul binomio quantità e qualità. Se ci riusciremo, lo giudicherete ovviamente voi, lettori e lettrici, con il vostro atto di fede laico e quotidiano, in edicola e in abbonamento. Grazie.

Le avvocatesse in posa (se belle)

Da qualche giorno, a Napoli tiene banco su social e giornali una polemica attorno all’operazione, coordinata dall’avvocato del foro partenopeo Sergio Pisani, che vede alcune avvocatesse fotografate per un calendario di beneficenza. Un’iniziativa per raccogliere fondi per Save the Children che dovrebbe sensibilizzare sul tema “violenza sulle donne”. Il primo mese – gennaio – è dedicato all’art. 24 della Costituzione, quello del diritto inviolabile di difendersi in giudizio; gli altri undici, ad altrettanti articoli del codice penale con particolare riguardo alle varie forme di violenza che riguardano le donne (obblighi di assistenza familiare, stalking, violenza sessuale). Le prime foto circolate in rete, però, tratte dal backstage del fotografo Giancarlo Rizzo, hanno suscitato qualche critica, dapprima su Facebook, poi sui giornali locali.

“Sgallettate che non sanno cosa significhi indossare la toga: senza dignità e senza cervello”. C’è chi parla di “prostituzione forense”, chi invoca provvedimenti dell’Ordine, chi sottolinea le “avvocatesse trasformate in modelle” (che critica sarebbe però? Anche gli uomini fanno i calendari, dai pompieri australiani che si fanno fotografare a torso nudo con i cuccioli in braccio, ai calciatori del Vicenza in posa per aiutare i boschi dell’altopiano colpiti dalla catastrofe maltempo di novembre, al gruppo di amici inglesi che per raccogliere fondi contro il tumore si fa ritrarre in mutande). “Forse pensano al calendario Pirelli,” dice Pisani, che presenta l’iniziativa del calendario “Donna inDifesa” ricordando “scherzosamente”, sul suo profilo Facebook, che “noi avvocati belli il brutto non riusciamo proprio a capirlo. W la bellezza in tutte le sue manifestazioni, anche quella interiore”. “Qui però non ci sono pose sexy o ammiccanti”, ci tiene subito a precisare il giovane avvocato. In effetti tutte le avvocatesse sono vestitissime, in toga. E proprio l’uso della toga sarebbe, per qualcuno, lo scandalo (il penalista Gaetano Perna si è detto sconcertato perché “la toga è sacra”).

Insomma, l’impressione è che come ci si muova, se ci sono di mezzo donne, si sbagli. Nude non va bene, vestite con la toga neanche. Ma vediamole queste foto. Un’avvocatessa ferma il braccio di un uomo che offre caramelle a un bambino; un’altra, incinta, mostra un assegno; una abbraccia una signora nera sua coetanea come fossero due amiche. Un po’ didascaliche, certo. E c’è chi nota che al centro degli scatti ci siano solo giovani professioniste, per di più di aspetto piacevole (ma la violenza sulle donne non guarda in faccia).

Le foto che, personalmente, mi lasciano un po’ perplessa, sono quelle che riguardano gli specifici articoli sulla violenza. Perché qui le avvocatesse sono ritratte con i capelli scarmigliati e gli occhi pesti, un cappio al collo, ammanettate, buttate a terra, corrucciate mentre l’ombra di un uomo incombe inquietante. E siccome da anni si riflette sui modi per parlare pubblicamente di questi argomenti, sia per quello che riguarda il linguaggio usato dai giornali, sia sulle campagne di comunicazione sociale riguardo la violenza di genere, spiace constatare che ancora una volta si replichino modi ormai superati e riconosciuti come poco efficaci. La donna vittimizzata, ritratta nel momento dell’umiliazione, debole, impaurita, con i lividi, a occhi bassi, impotente, nella comunicazione ha fatto il suo tempo. Ora, in tutto il mondo, si punta sulla prevenzione, sul riconoscimento dei diritti, sulla necessità della lotta.

Queste foto, poi, ingenerano un po’ di confusione: è una comunicazione che riguarda i maltrattamenti contro le donne, o i maltrattamenti contro le avvocatesse? Perché a vederle ritratte così, il dubbio viene. E allora, va bene il tema forte e che se ne parli (e se ne sta parlando, anche se solo tra maschi), ma sorge anche la domanda: esiste un problema “avvocatesse” a Napoli? E sembra assurdo che un calendario dedicato a Lidia Poët, prima donna ammessa all’Ordine degli avvocati – poi radiata perché nel 1883 era ritenuto sconveniente che una donna portasse la toga, quindi finalmente riammessa dopo lunga battaglia – possa nel 2019 far insorgere per “uso improprio della toga”. Per i magistrati di allora, sussisteva il rischio che “si vedessero talvolta la toga o il tocco dell’avvocato sovrapposti ad abbigliamenti strani e bizzarri, che non di rado la moda impone alle donne, e ad acconciature non meno bizzarre”. È passato più di un secolo, e questo calendario, che come si legge nella presentazione, vuole “impugnare simbolicamente quella decisione mettendo in risalto la figura della donna avvocato, non più soggetta alle stupide discriminazioni di un tempo ed oggi sempre più protagonista delle più nobili delle professioni” sta riportando il dibattito su professioniste sotto attacco per la loro bellezza. Roberta Maiello, 30 anni, che sul calendario posa per gennaio, ha spiegato al Corriere del Mezzogiorno: “Non mi aspettavo la cattiveria di alcuni commenti. Tra noi ci sono anche parecchie mamme e per i loro figli non è stato bello vedere certe frasi sgradevoli. Noi che volevamo denunciare la violenza, ci siamo trovate a essere vittime di una violenza verbale francamente inaccettabile. Nessuno di noi ha velleità artistiche. È solo un’iniziativa benefica. Punto e basta”.

Tralasciando i commenti più sessisti pure comparsi sui social e considerandoli beceri cascami, ahimè, “fisiologici” – critiche su una spalla scoperta durante il backstage, critiche su “fanciulle” inconsapevoli manovrate da un collega – viene da chiedersi cosa potrebbe dare fastidio in un’iniziativa del genere.

 

Ma cosa c’è dietro lo scontro sul calendario e gli attacchi alle avvocatesse? Purché se ne parli…

Per Nicola Quatrano, magistrato in pensione oggi avvocato, il calendario è di cattivo gusto in quanto si rischia di “abusare degli abusati”: dietro alla dichiarazione dell’avvocato Gaetano Perna sull’uso delle toghe, non vede misoginia, come apparirebbe a una prima lettura, ma il dubbio che un’operazione del genere possa servire a fare pubblicità ad alcuni professionisti e sia invece molto poco incisiva per le vittime. La violenza di genere esiste, ormai il problema è noto, adesso bisognerebbe puntare sui mezzi per prevenirla, insomma. Quanto alla situazione delle avvocatesse a Napoli, Quatrano nota che il mondo dell’avvocatura, al contrario di quello della magistratura, è ancora molto “maschilizzato”. “L’utenza, dovendo scegliere, preferisce ricorrere agli avvocati uomini, per una diffidenza assolutamente ingiustificata.” Per la dottoressa Elena Coccia, storica penalista esperta in diritto di famiglia, un certo sciovinismo presente anni fa, ormai è del tutto scomparso e le avvocate lavorano esattamente come i loro colleghi, magari dedicandosi più a certi temi piuttosto che ad altri, ma in sostanziale parità di condizioni. “Il problema semmai riguarda i giovani, donne e uomini. E riguarda l’impoverimento generale. Si fa fatica a farsi pagare, si lavora a piccole cause, da parte dell’Ordine e della Cassa degli Avvocati non è stato previsto nessun tipo di sostegno in questi anni di crisi. Le donne, come al solito, faticano di più. In questo senso, come nella società in generale, le giovani avvocatesse sono più penalizzate: quando si tratta di fare figli, o fronteggiare malattie, sono ancora loro a pagare di più.”

Quanto alle polemiche legate al calendario, dice: “Ben vengano tutte le azioni a sostegno di un tema così importante, da qualsiasi parte arrivino. Però non devono restare limitate a una sola occasione: bisogna lavorare al rispetto dei diritti delle donne globalmente, su tutti i fronti.”

Non solo con iniziative estemporanee, insomma, o che rischiano di rimanere a un livello superficiale, di mera comunicazione di principi generali su cui in fondo si è tutti d’accordo. Si fa presto a mettere un “no alla violenza contro le donne” qua e là (magari nel proprio profilo Facebook), una foto di scarpe rosse, il “muro dell’indifferenza” di certe trasmissioni televisive, il segno rosso sul viso il 25 novembre, la foto di una donna con una lacrima, una rosa stropicciata: a tutto ciò va accompagnata una continua azione di vigilanza e di contrasto.

Anche perché nuovi attacchi ai diritti delle donne incombono e Napoli, come Milano, Roma, Genova, Venezia, Bologna e tantissime altre città d’Italia, è scesa in piazza per contrastare il decreto Pillon. Per le donne che da anni si battono contro la violenza, il decreto, con la sua idea astratta e superata di famiglia, è un attacco alla libertà e ai diritti civili di donne e bambini: costituisce un percorso a ostacoli per le coppie che hanno la necessità di separarsi, penalizza i figli non ascoltando il loro parere e i loro sentimenti, li obbliga a passare del tempo con il genitore con cui non vogliono stare, impedisce il recupero dei crediti maturati per il mantenimento, obbliga le donne a rimanere in uno stato di pericolo nella stessa casa dell’aggressore maltrattante, mette le donne in condizioni di essere ricattate, minacciate di ritorsioni sull’affidamento dei figli, impedisce l’emersione della violenza.

È incredibile che nel 2019 si debba perdere tempo con un decreto così punitivo e fuori dal mondo, che andrebbe ad aggiungere una violenza istituzionale a quella terribile che già ogni giorno riempie le cronache.

*Scrittrice e traduttrice