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Giusti gli incentivi “green”, ma senza penalizzare nessuno

Sono d’accordo con quanto scritto dal direttore Travaglio in un recente editoriale a sostegno di una politica che incentivi l’acquisto di veicoli non inquinanti. La strada dell’ecobonus è giusta; può senz’altro essere migliorata in modo da non penalizzare chi non ha la possibilità di comprare un’auto elettrica nell’immediato, ma la direzione da seguire è quella. Al tempo stesso è necessario favorire lo sviluppo delle infrastrutture di supporto, per agevolare l’utilizzo e abbassare i costi. È inutile lamentarsi del riscaldamento globale, dello smog e delle patologie connesse, se poi varie categorie ostacolano i provvedimenti per rendere l’aria più respirabile.

Antonio Maldera

 

Vecchiaia è anche libertà: usiamo meglio il nostro tempo

Fini è tornato a parlare di vecchiaia, cosa che gli riesce bene. Purtroppo parlando di Seneca, morto a 69 anni, si è dimenticato di dire che ha scelto lui di morire, da perfetto stoico, tagliandosi le vene con sommo disprezzo per il dolore. Dunque non può rientrare nella casistica sulla durata media della vita nell’antichità, come risulterebbe dalle riflessioni del giornalista. Peraltro, a differenza di lui, credo che la vecchiaia – se vissuta senza gravi malattie – sia un’opportunità di libertà da non perdere. La consapevolezza che il tempo manca ci spinge a farne un uso parsimonioso, stando soltanto con chi ci piace o magari anche solo con gli animali, che non sanno fingere per loro natura, a differenza di molti umani.

Adriana Rossi

 

Ricordate al ministro Salvini che ci deve difendere lui

A fronte dei periodici fatti di cronaca che vedono privati cittadini farsi giustizia da soli, mi appaiono stonati i messaggi di solidarietà mandati dal ministro dell’Interno, l’onorevole Matteo Salvini, ai protagonisti. È mai possibile che nessuno gli ricordi che adesso è lui che deve garantire la sicurezza dei cittadini proprio per evitare che, giusto o sbagliato che sia, le persone debbano provvedere in proprio. Inoltre invece di solidarizzare come con il gommista di Arezzo dovrebbe prendere atto che non sta svolgendo bene il suo incarico. Altro che riprendere i suoi tweet, la stampa gli deve ricordare di limitarsi a parlare solo di quello che sa e di lavorare di più, come fa la gran parte della gente per bene in questo Paese.

Roberto Grillanda

 

Grazie per l’informazione documentata e seria sul Tav

Vi ringrazio per averci illustrato nel dettaglio la questione TAV. Considero il vostro numero odierno un numero storico. Dopo tutte le panzane che sono state raccontate sull’argomento, come penali da pagare e altri disastri se non si fosse fatta, spero che i vostri più che documentati articoli possano costituire una pietra tombale su questa sciagurata impresa.

Vincenzo Bruno

 

DIRITTO DI REPLICA

Tre piccole precisazioni: 1) Non considero il nostro giornale come una “buca delle lettere”. Ho voluto farne parte come redattore perché convinto che “I satiristi sono sacri (almeno qui al Fatto)”, titolo di un editoriale del direttore Marco Travaglio dell’agosto 2016, e perché Il Fatto è “un giornale nato per pubblicare ciò che nessuno pubblicherebbe mai in una stanza conformista e bigotta”, di Marco Travaglio dal medesimo editoriale. 2) Leggo il giornale che “ospita” le mie vignette: “Io un No Tav? Assolutamente no. Sono dalla parte degli italiani e non accetto gli sprechi”, Danilo Toninelli da Il Fatto quotidiano online del 5 Dicembre 2018. 3) Non ho “sfidato” nessuno a non pubblicare la mia vignetta, anzi, ho messo per iscritto il fatto che il direttore possa decidere in tal senso, rientra nel suo pieno diritto. Nel mio rientra quello di poter contestare questa decisione e ribadisco ambedue i concetti.

Vauro

 

I satiristi sono sempre sacri, tant’è che il “Fatto” ne ha in squadra un numero spropositato rispetto agli altri giornali e li ha sempre lasciati totalmente liberi (pubblicammo, addirittura a scatola chiusa, l’intero numero di “Charlie Hebdo” dopo la strage in redazione). “Il Fatto” è nato per pubblicare ciò che gli altri non pubblicano quando non vogliono dire la verità, non quando non vogliono dire bugie. La libertà di satira non c’entra nulla con la libertà di bufala. E non pubblicare un pezzo o una vignetta sbagliati non è censura: è un’opera buona (in ogni caso la vignetta in questione è stata pubblicata). Naturalmente Toninelli non c’entra nulla: l’abbiamo attaccato e sbeffeggiato in decine di articoli e vignette, e continueremo a farlo. Ma per quello che fa e dice, non per quello che qualcuno si inventa o fraintende. Quando un giornalista prende una cantonata o non scrive in italiano o usa un linguaggio criptico, oppure un satirista fa una vignetta sciatta, o poco divertente, o sconclusionata, o incomprensibile, o male informata, spetta al direttore l’ingrato compito di farglielo notare e chiedergli di riscrivere meglio l’articolo o di mandare una vignetta più azzeccata. Capita a tutti di sbagliare. Basta scendere dal piedistallo, applicare a se stessi l’ironia che si usa per gli altri e riconoscerlo serenamente. È tanto difficile ammettere di avere sbagliato vignetta?

m. trav.

Il Censis, Gramsci e la media cultura italiana dei media

Giuseppe De Rita, a capo dell’azienda familiare detta Censis, fa un lavoro che invidiamo molto. In sostanza ogni anno deve, spenglerianamente, ridurre l’Italia a un aggettivo o due, più qualche formuletta di rito per introdurre un lungo rapporto spannometrico che innervi pensosi titoli di giornale e non meno comprese chiacchiere tv. Com’è stata l’Italia negli ultimi 10 anni? Facile col bignamino del Censis: nel 2009, per dire, era “in apnea”; nel 2010 “appiattita” e non riusciva a ripartire; nel 2011 “fragile, isolata ed etero diretta”; l’anno dopo “sopravvive”, ma è un po’ incazzata. E nel 2013? Com’era l’Italia nel 2013? Pronti: “Sciapa e infelice”. Nel 2014? “Impaurita”, “sfiduciata”, “corrosa”, dedita a una cosa detta “attendismo cinico”. Nel 2015 il Paese era “in letargo esistenziale collettivo”, ma certi gruppi erano ripartiti. Nel 2016 gli italiani, “ricchi ma sfiduciati”, s’erano buttati nella “seconda era del sommerso”. Nel 2017 l’Italia era “rancorosa” e oggi “incattivita” e in preda a “sovranismo psichico” come abbiamo letto a giornali unificati (seguiranno i talk). Ora, c’è un passaggio in cui Gramsci parla delle “cattive tradizioni della media cultura italiana”: “L’improvvisazione, il ‘talentismo’, la pigrizia fatalistica, il dilettantismo scervellato, la mancanza di disciplina intellettuale” etc. Questo per dire che non può stupire – anche se questa conclusione potrebbe essere frutto di “attendismo cinico e psicosovranismo come se fosse antani” – che i difetti della “media cultura” siano quelli della “cultura dei media”: la media quella è.

L’Italia solidale si coalizzi contro il partito dello Schifo

 

“Dicono che chissenefrega della bambina, tanto rubano anche loro, anzi ai piccoli menargli e ai grandi bruciarli. Io litigo ma sono circondata. Mi urlano anche dai vagoni vicini. E mi chiamano comunista di merda, radical chic, perché non vai a guadagnarti i soldi buonista del cazzo”.

Dalla pagina Facebook di Giorgia Rombolà, giornalista di Rai News24, insultata alla fermata della metro a Roma dopo aver protestato per l’aggressione subìta da una giovane rom, che tentava di borseggiare un passeggero, e dalla sua bambina

 

Non penso che Matteo Salvini si sia sentito minimamente in colpa nell’apprendere di quanto accaduto a Roma (c’è un’ampia rassegna stampa in proposito). In questi casi possono esistere due punti di vista opposti. Ovvero: di questi ladri rom non se ne può più. Così come dei migranti irregolari che ciondolano per le nostre strade e a nostre spese. Salvini non ha fatto altro che raccogliere e convogliare politicamente la rabbia della gente per la diffusa insicurezza, frutto del buonismo dei governi precedenti (il Censis denuncia un’Italia “spaventata e incattivita”, ma anche qui si parla dell’origine del problema o della conseguenza?). E dunque, meno male che adesso al Viminale governa lui. Oppure. L’insicurezza purtroppo esiste, ma Salvini non ha fatto altro che alimentare di proposito la rabbia delle persone per accrescere il proprio consenso. Egli specula cinicamente sulla paura. Anzi, Matteo Salvini è “il Ministro della Paura”. Che è il titolo del libro scritto da Antonello Caporale per spiegare e documentare la natura della marea leghista che sta ricoprendo l’Italia, sempre più alta. C’è tutto in quelle pagine, se vogliamo veramente comprendere come possa, appunto, accadere che nella Capitale, in un luogo pubblico, una giovane donna italiana venga ricoperta di insulti e a lungo minacciata per non avere consentito che una borseggiatrice rom, e la figlia di tre anni, fossero sottoposte a forme di giustizia sommaria (malgrado i vigilantes le avessero già fermate) da un gruppo di violenti.

Come è stato possibile – si chiede nell’introduzione Tomaso Montanari – che diventasse dominante “l’ideologia forte e terribile dello schifo, del primato degli italiani, dell’odio per i migranti e del fare ordine in casa propria? Con il ribaltamento escludente di una identità nazionale fondata invece sulla cultura: e dunque per sua natura inclusiva, o pacificamente modificabile”. Al punto in cui siamo finiti, la reazione “umana” di Giorgia Rombolà – e di quanti ogni giorno sono testimoni di analoghi soprusi razzisti e subumani – meriterebbe molto di più di una generica indignazione. O della solita solidarietà rituale. Occorre invece che l’Italia buona delle associazioni solidali, delle famiglie, dei gruppi dell’accoglienza, dei cattolici che si richiamano al messaggio di Papa Francesco facciano massa critica e trovino il modo di reagire davanti alla feccia. Con il coraggio della non violenza. Come ha fatto Giorgia. Denunciando pubblicamente lo schifo di quelli là. Non sarà facile. Il mite Salvini di governo che ieri si rivolgeva alla folla inneggiante di piazza del Popolo ha citato, ecumenico, De Gasperi, Papa Giovanni e Martin Luther King. Poi ha detto “basta odio”. Lui ha già dato.

Dio, che ci ama, perdona. Il suo dono è Gesù: siamo pronti ad accoglierlo

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:

Voce di uno che grida nel deserto:

Preparate la via del Signore,

raddrizzate i suoi sentieri!

Ogni burrone sarà riempito,

ogni monte e ogni colle sarà abbassato;

le vie tortuose diverranno diritte

e quelle impervie, spianate.

Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio! (Luca 3,1-6).

Il Vangelo odierno termina con l’antica promessa nuovamente ribadita da Giovanni Battista: Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio! L’annuncio del profeta Isaia, che mantenne viva l’attesa, lasciava intendere che bisogna colmare un’assenza. Il Battistrada prepara, accompagna in questo cammino, anzi ci propone gli stessi messaggi di speranza dell’antico profeta, i quali annunciano la lieta notizia. Ma è già stato raccomandato di ascoltare le parole e di guardare ai gesti che l’Inviato compie. Dio mostrerà lo splendore a ogni creatura sotto il cielo! Ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui, rassicura il profeta Baruc (5,6). Guardiamo in alto, verso oriente, perché imminente è la comparsa dell’orientale Lumen!

Il Precursore è una voce, autorevole e credibile, ma non è ancora la Parola perché non ne ha l’efficacia e la forza. Invita la coscienza a disporsi sinceramente per riconoscere il proprio peccato e a rendere stabile, opzione voluta il desiderio di cambiamento. Mediante espressioni immaginifiche il Battista predica un battesimo di penitenza: ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. Emerge l’urgenza dell’impegno per il rinnovamento delle coscienze, la conversione (metànoia) della mentalità; è un girarsi (ebr. shub) per ritornare a un autentico rapporto con il Dio di Abramo e dei profeti. Tutti gli uomini, pertanto, sono sollecitati ad allargare il cuore non solo nel riconoscersi peccatori, ma ad accogliere il perdono dei peccati da Colui che sta per venire. Così, il figlio di Zaccaria, Giovanni, preparato dalla Parola nel silenzio e dalle aspre prove del deserto è inviato al popolo perché è giunto il tempo di ottenere ciò che si è sperato, d’incontrare l’Atteso, di riconoscere Colui nel quale si è creduto. Dio, che ci ama, perdona: il Suo dono è Gesù Cristo.

Anche la solennità storica, con cui l’evangelista Luca inizia il brano, significa la fine di ogni strapotere religioso, il venir meno dell’alterigia politica dei ricchi, la condanna dell’oppressione dei poveri da parte dei dominatori, di tutti potentati il trono dei quali sarà rovesciato. È fornita, quindi, una precisa connotazione temporale alla vicenda del Battista e alla nascita a Betlemme di Gesù, il salvatore. I nomi di questi illustri e discussi personaggi sono la consegna di un profondo e genuino significato teologico, che sottolinea la fedele realizzazione della promessa di Dio fatta a Israele.

Comprendere la sovranità di Dio sul tempo, per il tramite di Gesù, ci è assolutamente necessario per non restare distratti dal presente, schiacciati dal male e dalla paura della morte che come ostacoli ci impediscono di tornare a Lui. La consapevolezza dell’apostolo Paolo ci rassicura, però, che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento. Tuttavia, è necessaria la cooperazione per il Vangelo e crescere secondo il suo criterio del magis, del di più nel discernimento spirituale e nella pratica dell’amore fraterno.

* Arcivescovo emerito di Camerino – San Severino Marche

La globalizzazione ci porta alla guerra? Il Prodi che ci serve

Romano Prodi non è un No euro, un No global, un No Tav, un No vax. Ha battuto due volte Silvio Berlusconi alle elezioni, ha governato a lungo l’Italia e l’Europa, ha guidato l’Iri per otto anni, è un economista con una vasta esperienza internazionale, in viaggio verso gli 80 anni. Insomma, varrebbe la pena di ascoltarlo quando parla del mondo anziché cercare di carpirgli l’ultima sapida battuta sul congresso del Pd. Qualche settimana fa ha detto: “Si accusa l’Europa perché non fa nulla. Quando faceva politica la gente non era contro l’Europa: la possiamo salvare se le prossime elezioni saranno politiche. Se ci saranno elezioni europee con una battaglia politica chi vince avrà una delega europea, non nazionale. E c’è bisogno di Europa perché Cina e Usa ci massacrano”. Ci massacrano: il linguaggio di Prodi riflette il clima di guerra in cui si è cacciato il mondo. Si scrive competizione globale, si legge nazionalismo. Gli approssimativi leader politici che ci incitano a essere competitivi fingono di non sapere che siamo in un gioco infame in cui se un altro è più competitivo di te sei morto. Ci massacriamo, tutti contro tutti.

Dalle colonne del Corriere della Sera Wolfgang Munchau avverte gli italiani: “Berlino e Parigi vi tagliano fuori”. La competizione globale stratifica i nazionalismi. C’è chi predilige la guerra dei mondi, chi quella di quartiere. Tutti immaginano schieramenti e strategie. Europa contro Cina e Usa? Francia e Germania contro Italia? Lombardia contro Campania? Quest’ultima antica e ridicola guerra dei bottoni si rinnova nel virile confronto tra i due vicepremier fratelli-coltelli. Quale che sia il livello prescelto, è inevitabile. Se si compete per chi mangia di più può anche funzionare. Ma se c’è in palio la vita o la morte economica di nazioni, popoli o individui, finisce male. Può essere guerra mondiale o condominiale, guerra civile o bianchi contro neri, ma guerra sarà. Gli apprendisti stregoni della competizione hanno evocato un mostro che non sanno controllare.

Adesso Donald Trump si è accorto che spendere 716 miliardi di dollari all’anno per armare gli Stati Uniti “è folle!”, così ha twittato. Nell’era della globalizzazione – che nelle premesse dei suoi sacerdoti pacificava il pianeta costringendo tutti i selvaggi (anche con cravatta) a deporre il fucile per competere su qualità e costi dei prodotti – un politico rozzo come Trump è costretto a invocare un “significativo alt alla grande e incontrollabile corsa alle armi” che lo vede impegnato con Cina e Russia.

Prodi ha spiegato domenica scorsa a Paolo Bricco sul Sole 24 Ore che la coazione a competere tutti i giorni ha determinato nel mondo due fenomeni, “il desiderio di autorità” e una “inedita fase di prevalenza della politica sulla economia”. Il capitalismo americano è appeso agli annunci sorprendenti di Trump. In Cina, “Xi Jinping ha definito le linee di concentrazione e di espansione interna e all’estero delle grandi imprese cinesi, elaborando una strategia precisa e lucida e sottolineando il loro legame e la loro dipendenza dal potere politico”.

Con buona pace dei liberisti all’italiana, pagati a vario titolo dagli industriali perché servivano ad abbattere i sindacati, bisognerà pur dire una buona volta che i sindacati sono sconfitti e il liberismo ormai serve solo a certi economisti o sedicenti tali per elemosinare il gettone ai convegni confindustriali. La libera competizione globale è una figata solo se vinci, anche perché se perdi è per sempre. Trump, Putin e Xi infatti, per non sbagliare, competono con le cannoniere, bene che vada con i dazi. È ora di pensare a una via d’uscita più elegante della guerra. Con urgenza: c’è il funerale della globalizzazione e l’Europa non sa cosa mettersi.

Chi ha paura di Radio Radicale

L’idea non è sbagliata dal punto di vista di gente legata da un contratto al solo scopo di farsi votare a vicenda le promesse elettorali, anche a costo di sfigurare il Paese. Parlo di Lega e Cinque Stelle che hanno incluso nei loro progetti (tutti a base di tagli, multe e punizioni, per il loro salvadanaio elettorale) anche un bel taglio alla somma che finora un Paese non ancora del tutto incivile, ha rimborsato a Radio Radicale.

Ho usato la parola “rimborsato” perché è la parola giusta. Radio Radicale non fa ciò che fa in quanto pagata, ma è pagata perché fa ciò che fa, e che è l’unica radio a fare. Che cosa? Trasmette tutte le sedute di Camera e Senato (persino in questi giorni, che sono puro film noir, ci pensate?), le sedute accessibili delle Commissioni parlamentari e praticamente tutte le dichiarazioni, i discorsi, gli eventi e le interviste di coloro – simpatici e antipatici, sgrammaticati o no – che hanno importanza e interesse per tutti. Ma vi dà anche la rassegna stampa quotidiana italiana e di molti luoghi del mondo (compresa la stampa turca e africana), le sole notizie affidabili sull’Unione Europea da Bruxelles e collegamenti con Cina, Stati Uniti, Germania, Birmania e altri luoghi di crisi della terra (sempre, cercando e narrando diritti negati, condanne ingiuste e personaggi da conoscere e da ricordare).

Ci sono anche alcune straordinarie rubriche, tra cui una sui media, una sul cinema, una sull’ambiente. Tante sulle carceri perché in Italia sono tortura. Qui torna in ballo Pannella, che non è svanito nella memoria di molti italiani e il cui ricordo ci spiega l’ossessione di Radio Radicale (e della sua leader politica Rita Bernardini) per le condizioni di vita dei detenuti.

Un Paese si spiega dalle condizioni delle sue carceri, diceva Marco Pannella. Erano i bei tempi in cui, con Emma Bonino, dopo avere vinto da soli questioni come il diritto a decidere delle donne, del divorzio e dei gay, i Radicali, questo piccolo partito con poche forze, molte voci e una immensa passione, hanno messo al centro dell’attenzione di un Paese sbadato il tema dei diritti umani e civili, della legalità, del diritto alla conoscenza come perno di tutto il lavoro culturale, sociale, politico.

Lascio una pausa di intervallo al lettore per consentirgli di dire “Sì, ma le stesse cose le hanno fatte anche…”, sapendo che non potranno indicare un solo nome. Tipico e triste della vita pubblica italiana è che nessun leader o partito si sia mai occupato, davvero e costantemente, di diritti umani e civili e di diritto alla conoscenza e che la Rai, allora o adesso, si sia mai smossa dalla tecnica delle interviste senza seconda domanda, in cui il personaggio di turno, senza obiezioni, usa l’opportunità per un discorso in più che gli piace. Ora si può capire che un partito fondato sul “vaffa” di Grillo e sui milioni di tessere in stampa per il reddito di cittadinanza annunciate da di Di Maio abbia poco interesse al diritto alla conoscenza.

Si può capire che l’eroe della nave Diciotti, reduce dalla cattura del bandito di Riace, non abbia molta voglia di trasparenza. Ma almeno Conte, che ha occhio per la bella figura, potrebbe intestarsi il suo decimo di potere per fare in modo che non si compia il delitto di colpire come un nemico Radio Radicale. Ascoltarla almeno un giorno darebbe molte notizie sia di ciò che non arriva sulle fonti normali, sia sul come funziona una radio moderna e libera che non lascia fuori nessuno.

Conviene al regime, che maltratta persino i magistrati, come il procuratore Capo di Torino Spataro mentre è al lavoro? Benché ben poco ascoltato e gradito, io mi permetto di dire loro che conviene. Conviene come difendere l’acqua di cui sono (o sembrano, almeno i Cinque Stelle) difensori sinceri. Una cosa pulita e senza nomine Rai, garantisce sugli eventi accaduti, sulle parole dette.

E sarà difficile, finché c’è e funziona (qualsiasi taglio comprometterebbe l’intera macchina, che assomiglia allo strano e funzionante orologio messo in moto dal bambino Hugo nel film di Martin Scorsese), sostenere che non c’è più luce di democrazia in Italia.

Movimenti a destra: Augello e i suoi vanno con la Meloni

Continua la campagna acquisti di Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia prosegue l’allargamento del suo partito in vista della costituzione, dopo le europee, di un nuovo movimento conservatore alternativo alla Lega di Salvini. In Parlamento gli onorevoli di Fdi si preparano ad aprire le porte al gruppo che fa capo all’ex senatore Andrea Augello, già sottosegretario del governo Berlusconi. La formalizzazione del “patto federativo” Meloni-Augello dovrebbe arrivare nelle prossime ore. L’ex senatore di “Idea”, cresciuto nel Movimento Sociale e poi in Alleanza Nazionale, poi passato a Forza Italia, nella passata legislatura si è messo in luce soprattutto per il tenace lavoro nella commissione d’inchiesta sulle banche. Ora Augello raggiunge la Meloni per rafforzare il nuovo progetto politico dell’ex ministra: un’alleanza politica che nei suoi piani dovrebbe permetterle di schiodarsi dalle percentuali attorno al 4% a cui è relegata da tempo Fratelli d’Italia. Alla quale dovrebbero partecipare, tra gli altri, Giovanni Toti, Raffaele Fitto, Nello Musumeci e Francesco Storace.

Fratelli d’Italia tenta di smontare la “salva cognato”

Continua la battaglia di Fratelli d’Italia per disinnescare la legge “salva Conticini”, varata dal governo Gentiloni agli sgoccioli della sua esistenza. Ieri la Camera ha accolto nella Manovra un ordine del giorno in tal senso presentato dal deputato Giovanni Donzelli. La vicenda è quella che riguarda i tre fratelli Conticini, uno dei quali cognato di Matteo Renzi, a vario titolo finiti in un’indagine per la presunta sottrazione di almeno 6,6 milioni di euro di Unicef e altre organizzazioni benefiche destinati al sostegno dei bambini in Africa.

La modifica normativa, voluta dal governo Gentiloni rende, tra gli altri, il reato di appropriazione indebita procedibile solo a querela: è questa l’ipotesi d’accusa per Alessandro e Luca Conticini, mentre Andrea – il cognato di Renzi – è sotto inchiesta per riciclaggio per il versamento di una parte dei soldi ad alcune società come la Eventi 6 della famiglia Renzi.

Il punto è che l’Unicef la denuncia non l’ha mai fatta: “Grazie alla nostra iniziativa il governo si impegna così ad agire nei confronti di Unicef perché sporga querela: è una delle società che sarebbero state maggiormente danneggiate avendo donato 3,8 milioni di milioni di euro alla società partner Play Therapy Africa. In caso contrario l’Italia dovrà tagliare i fondi all’Onu per la parte destinata all’Unicef”, afferma Donzelli. E ancora: “Ci auguriamo che il governo porti a termine l’ordine del giorno approvato oggi nel caos di una finanziaria che non ci piace”.

Lo farà? Se il buongiorno si vede dal mattino, i segnali non sono proprio incoraggianti. Perché Fratelli d’Italia ci aveva già provato al Senato a incidere sulla vicenda. In quel caso, con un emendamento di Ignazio La Russa, Luca Ciriani, Giovanbattista Fazzolari. Avevano proposto di reintrodurre la procedibilità d’ufficio in alcuni casi specifici, come truffa, frode informatica e appropriazione indebita aggravata. Non sarebbe stato ovviamente retroattiva, ma avrebbe potuto agire su altri filoni d’inchiesta. Ma alla fine era stato dichiarato inammissibile dal presidente della Commissione Giustizia, Stefano Borghi.

Stavolta il governo ha preso un generico impegno. Da vedere come andrà a finire. Peraltro, ieri Fratelli d’Italia ha provato a pungolare la maggioranza senza risultati su una questione sensibile, rispetto alla quale, la Lega e il partito di Giorgia Meloni sono d’accordo. Ovvero, il Global Compact. Francesco Lollobrigida ha presentato un ordine del giorno contro il finanziamento per il Global compact e la sua sottoscrizione: “Votare a favore di questo ordine del giorno permetterà di impegnare il Governo a non creare i presupposti per questa sottoscrizione”, ha spiegato in Aula il deputato di Fdi. A votare contro Pd, M5s, Leu, ma anche Lega. “Noi siamo contrari al Global Compact. L’odg in oggetto parla di fondi sul Global Compact. Ma nella manovra questi fondi non ci sono”, ha detto il capogruppo del Carroccio, Riccardo Molinari. “Ci sarà una seduta ad hoc in cui il Parlamento sarà interessato del tema e darà un indirizzo chiaro al governo. Sarà quella sede o un odg infilato nel bilancio per fare polemica politica?”.

Va detto che la seduta non è ancora calendarizzata.

Il Congresso del Pd si gioca tutto qui: che si fa coi 5Stelle?

“È iniziato il fuoco amico”. Nell’area di Nicola Zingaretti, non ancora segretario del Pd, ma a questo punto ultra-favorito per il congresso, si ragiona così. Che cosa è successo? Ieri mattina, Massimiliano Smeriglio, da sempre vicino al governatore del Lazio (è il vicepresidente della Regione) e coordinatore della sua campagna, dice in un’intervista al Manifesto che il suo candidato si deve ispirare a Bernie Sanders. E sul rapporto con i Cinque Stelle: “Nella condizione attuale penso che bisogna proporre un disgelo, verificare se ci sono, qua e là nei comuni, e poi a livello nazionale le condizioni di fare pezzi di strada insieme. Sarebbe anche un modo per rompere il blocco nazionalista e populista che ha preso in ostaggio il paese”. Tanto basta per trasformare l’8 dicembre nel giorno dello scontro dentro al Pd su una futuribile alleanza con il Movimento. Con praticamente tutti gli ultras renziani pronti a utilizzare le parole di Smeriglio per “svelare” le reali intenzioni di Zingaretti.

“Smeriglio porta a un’alleanza con M5S. Invece il nostro compito è opporci con forza a questo governo – dice Lorenzo Guerini – e costruire l’alternativa al nazional- populismo di Lega e 5 stelle”. Per Luciano Nobili “la linea Smeriglio equivale alla fine del Pd”. E via di questo passo, è un fuoco di fila di dichiarazioni che va avanti per tutto il giorno. Si inserisce pure Carlo Calenda, al quale Zingaretti ha chiesto di fare da capolista alle Europee: “Se la tua posizione è questa lo devi chiarire. Ambiguità su questo punto non sono accettabili. Almeno per me”. Il Governatore, alla fine, risponde: “Ho detto fino alla noia che non ho alcuna intenzione di allearmi con il Movimento 5 Stelle. Dobbiamo recuperare con la politica l’elettorato che ci ha abbandonato. Questo è un impegno etico il resto sono chiacchiere e fango”.

In realtà, il tema è caldo: Smeriglio ha parlato di propria iniziativa, ma le alleanze saranno al centro della battaglia congressuale. C’è anche un altro effetto delle dichiarazioni di Smeriglio: diventano l’occasione per gli ultras renziani di provare a radicalizzare le posizioni. E di utilizzare anche il no all’M5s come arma di pressione nei confronti dell’ex segretario per convincerlo a candidarsi ancora una volta.

Il film “Matteo 3” che ancora non si è iniziato a girare è un copione nel cassetto da mesi: i fedelissimi del senatore di Scandicci pensano da sempre che l’unico candidato possibile della loro area sia lui. L’interessato ha più volte preso in esame l’idea, e più volte l’ha scartata. “Non mi candido”, ha detto ancora ieri agli amici. La valutazione resta delicata: perché stare dentro al Pd vuol dire mantenere il simbolo, ma soprattutto quel che resta dei soldi e della struttura. Uscire è un rischio molto alto: per questo l’ex segretario non pensa a un altro partito, ma a una lista in solitaria, abbandonando quasi tutti i suoi per evitare zavorre.

Il 12 dicembre scade il termine per presentare le candidature. Pare che tra gli elementi di valutazione ci sia stato un sondaggio di Swg, di cui però nessuno dà il dettaglio. Ma esistono delle valutazioni riservate recente sia di Swg che di Ipsos che dicono che oltre il 60% degli elettori del Pd attribuisce la responsabilità della sconfitta del Pd a Renzi. Non proprio un buon viatico per un’eventuale candidatura. “Renzi si ripresenta? Nicola ha già la colonna sonora ‘Ancora tu’”, è la battuta che gira tra i Zingaretti boys.

“Noi e i Gilet gialli francesi vogliamo le stesse cose”

“Non mi sono stancato della politica, la guardo dalla giusta distanza”. Beppe Grillo deve rinunciare al giro che aveva previsto tra gli stand della fiera “Più libri più liberi”, a Roma, per l’assalto di giornalisti (“dentro siete malvagi”) e curiosi. È venuto a presentare il giallo Palermo Connection (Fazi) sulla trattativa Stato-mafia di Petra Reski, una giornalista tedesca che Grillo conosce da anni, già un decennio fa presentava dal blog le sue inchieste sugli affari della criminalità organizzata in Germania.

A pranzo, in un angolo del centro congressi Nuvola disegnata da Massimiliano Fuksas, Grillo parla soprattutto dei temi che gli interessano: non tanto il governo, o Matteo Salvini, quanto i tunnel per spedire le merci senza gravità che stanno sperimentando a Dubai, lo spreco dei container che si muovono vuoti da una parte all’altra del mondo, i laboratori di ricerca che la Nasa vuole costruire sulla Luna, e poi tutta quella classe dirigente potenziale ma sconosciuta che lui racconta dal suo nuovo blog: imprenditori come Valfredo Zolesi che a Livorno gestisce la Kayser Italia, fornitrice di tecnologia per l’Agenzia spaziale italiana. Ma anche Catia Bastioli di Novamont (con fama di renziana) che dai cardi ottiene bioplastiche non inquinanti. Grillo esonda con il solito entusiasmo da spettacolo, ma si capisce anche che crede molto in questi cervelli che sta mettendo in rete, in Italia e all’estero, di visionari: quasi un’operazione complementare a quella “rivoluzione antropologica”, come la chiama lui, che ha portato persone normali e senza competenze particolari in Parlamento e al governo. “Ci sono grandi talenti ma manca la politica, e se la politica non indica una strada, finisci vittima del cambiamento tecnologico, dobbiamo prima di tutto metterci d’accordo su che vita vogliamo”, spiega. Una capacità di visione che oggi il Movimento Cinque Stelle non riesce a coltivare, troppo preso dalle battaglie quotidiane con alleate e oppositori. “Dobbiamo rimettere al centro l’ambiente, il clima, i grandi temi”, suggerisce il garante, o “l’elevato”, come si presenta nei suoi ultimi video sul blog.

La Francia di Emmanuel Macron dimostra che non è così facile usare la politica economica per innescare cambiamenti strutturali: alzare le tasse sulla benzina aiuta l’ambiente, ma fa infuriare gli automobilisti, che, con la divisa dei gilet gialli, stanno terremotando la politica francese. Ma Grillo non ha dubbi: “I gilet gialli hanno venti punti di programma, non parlano solo di tasse, vogliono il reddito di cittadinanza, pensioni più alte… tutti temi che abbiamo lanciato noi, ma sui giornali finiscono per aver contestato le tasse sulla benzina, cioè l’unica cosa giusta che ha fatto Macron”. Perché il prezzo della benzina, spiega Grillo con un ragionamento da economista, “dovrebbe essere molto più alto se consideriamo le esternalità negative prodotte dalle automobili, almeno il doppio di quello che paghiamo oggi”. Per questo la politica dovrebbe dire: “Entro quattro anni la benzina andrà a quattro euro, il primo anno sale di un euro, il secondo di un altro euro e così via, regolatevi di conseguenza, solo così si innesca l’innovazione”. La proposta dei Cinque Stelle di tassare le auto con emissioni sopra i 110 grammi per chilometro e detassare quelle ibride o elettriche è dunque coerente con gli auspici di Grillo. Difficile che venga abbandonata.

Il fondatore ha però chiare anche alcune complessità: “Se hai una macchina che consuma la metà di prima e la benzina costa il doppio, spendi uguale. Ma siamo passati dalle lampadine a incandescenza ai led che sono 100 volte più efficienti e ne abbiamo approfittato per installare cento led per ogni lampadina: il cambiamento deve essere prima di tutto culturale, la tecnologia non basta”.

Del governo Conte Grillo parla poco e niente. Ha una stima assoluta per Luigi Di Maio, liquida gli attacchi per le irregolarità nell’impresa gestita dal padre con una battuta (“la carriola era senza assicurazione”), ma aggiunge anche: “Ce la siamo cercata, quando dicevo onestà, onestà spiegavo che non te lo devi dire da solo che sei onesto, te lo devono dire gli altri”.

L’unico tema governativo che accende Grillo è quello del reddito di cittadinanza. Mentre i Cinque Stelle di governo sono ossessionati dagli obblighi e dai controlli cui devono sottostare i futuri beneficiari del sussidio, Grillo torna al tema originario, la povertà, scomparso dal dibattito politico sulla misura: “Non è che con 780 euro al mese fai molto, i soldi sono un modo per dare un identità: ti chiami Giorgio Paletti e prendi il reddito di cittadinanza, quando te lo danno è come dirti: ehi Giorgio, come è andata questo mese? E Giorgio ritrova un po’ di fiducia perché si sente riconosciuto, così farà qualcosa in più”. I poveri, spiega Grillo, “vogliono essere vivi, non trasparenti, non invisibili, quando urlavano davanti a casa mia bastava parlarci dieci minuti e tornavano persone, con i loro drammi, certo, ma persone normali che cercavano soltanto qualcuno cui raccontare la loro storia, che li riconoscesse”. Tutti i problemi tecnici sono superabili “le imprese devono finanziare la formazione come fanno le banche coi mutui: il datore di lavoro ti presta i soldi per formarti, quando sei ponto inizi a lavorare per lui e ti scala l’investimento dallo stipendio”. Anche la burocrazia è superabile: “In Giordania i profughi siriani fanno la spesa al supermercato poi avvicinano l’occhio a un lettore e il conto viene scalato dalla somma che hanno a disposizione, possiamo riuscire a fare qualcosa anche noi”.

“Noi” però significa in realtà “loro”, quelli al governo, perché Grillo è tornato a fare il comico: “Lo avevo chiarito fin dall’inizio a Gianroberto Casaleggio che sarei tornato al mio lavoro, anche se mi sono quasi giocato la carriera, la gente ora fatica a riabiturarsi a vedermi come un comico quando viene a sentirmi”. Perché Grillo, al netto dell’affetto per Di Maio, continua a immaginare una politica senza leader, “modello blockchain”, una utopia (o distopia per chi è affezionato alla democrazia rappresentativa) che funziona così: “Si concordano le regole all’inizio e poi queste funzionano in automatico, tutta l’intermediazione viene eliminata, in una logica peer to peer. Facciamo un esempio: mi vendi una macchina ma non hai rispettato le caratteristiche concordate e mi hai rifilato un bidone, la blockchain blocca in automatico il pagamento. Viceversa: smetti di pagare le rate, la blockchain ti blocca la macchina, funziona tutto in rete, nessuno decide nulla, sono le regole a produrre effetti”. In attesa della politica-blockchain, però, il destino del Movimento sembra ancora legato ai suoi leader attuali. Di Maio, certo, ma anche Grillo, sia pure “alla giusta distanza”.