Smacco diplomatico per il Capitano della Lega: il presidente israeliano Reuven Rivlin non incontrerà il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che martedì e mercoledì sarà in visita in Israele. Lo scrive l’edizione online del quotidiano Haaretz: l’ufficio del presidente ha fatto sapere che l’agenda di Rivlin è già piena di impegni. Non un buon viatico per la missione di Salvini. Il giornale israeliano sottolinea un passaggio di un’intervista di Rivlin alla Cnn, nella quale il presidente afferma che “il neofascismo è completamente opposto allo spirito, ai principi e ai valori su cui è stato fondato lo stato di Israele”. Rivlin – è bene specificarlo – non si riferisce esplicitamente a Salvini, ma è Haaretz a collegare la sua frase alla decisione di non incontrare il ministro dell’Interno italiano. Lo stesso Haaretz, uno dei più importanti quotidiani locali, nei giorni scorsi ha definito Salvini “persona non gradita in Israele”, accusandolo di non far nulla per nascondere “la sua nostalgia del fascismo”. In Israele, Salvini incontrerà il primo ministro Benjamin Netanyahu, visiterà il memoriale dell’Olocausto e farà tappa alla sinagoga italiana di Gerusalemme.
Noi e i ragazzi: adesso espelleteci tutti
Sono bastati un comunicato su Facebook e una pagina di pubblicità su Il Manifesto per risvegliare una società civile che, fino all’ultimo, aveva sperato nella cancellazione del decreto n. 113/2018 sul tema dell’immigrazione. La promulgazione della legge Salvini non ha scoraggiato un gruppo di famiglie bolognesi che ospitano dei ragazzi africani arrivati in Italia da minorenni e che, nel giro di poche ore, ha reagito così: “Non metterete in pericolo la vita e la felicità di ragazzi che parlano italiano, lavorano, studiano, vogliono vivere e amare nel nostro paese. Questo decreto è ignobile e noi lo combatteremo in tutte le sedi, dalla Corte Costituzionale fino alla Corte Europea di Strasburgo. Se vorrete cacciare questi preziosi giovani dovrete farlo espellendo anche noi”.
Le “famiglie accoglienti” sono quelle che avevano partecipato a un progetto del Comune di Bologna partito tre anni fa: 9 mesi in una famiglia per migliorare l’integrazione dei ragazzi, poi rimasti nelle famiglie italiane. Ora i combattivi bolognesi non intendono rinunciare a questi nuovi figli venuti da lontano e definiscono il decreto Salvini “una legge palesemente incostituzionale e produttrice di insicurezza”. Per loro, il definanziamento degli Sprar, i sistemi decentrati di accoglienza diffusa, sopprime proprio lo strumento che aveva garantito condizioni dignitose ai migranti e sicurezza nelle strade: sono i Centri di accoglienza straordinaria, strutture semi carcerarie che impediscono di studiare o lavorare, che creano la marginalità e la piccola criminalità.
Attorno a loro si è formato spontaneamente un movimento nazionale. La casella di posta famiglie.accoglienti.bologna@gmail.com si è rapidamente intasata di messaggi come questi: “Ho letto il vostro appello che condivido in pieno. Come potremmo aiutarvi?” (Napoli). “Vi ringraziamo per la disponibilità” (Genova). “Desidero ringraziarvi e unirmi a voi come famiglia ospitante che si candida per essere espulsa insieme ai nostri preziosi figli africani” (Bologna).
Una pediatra scrive: “Avrò cura di appendere il manifesto nella sala d’aspetto del mio
ambulatorio a Trieste”. Un gruppo di famiglie di Reggio Calabria offre “tutto il nostro appoggio alla vostra iniziativa” e chiede di “fare sentire ancora più forte e incisivo il nostro dissenso”. “Aderiamo con profonda convinzione alla vostra lettera. Espellete anche noi” (Milano). “Qui a Roma la situazione è terribile: i ragazzi africani sono lasciati alla vita di strada. Grazie per quello che fate per tutti noi, è importante che ci sia solidarietà per un paese migliore” (Roma). Anche le zone leghiste si muovono. Una famiglia di Gallarate scrive: “Solidali con voi, ci uniamo alla vostra battaglia”. Un cittadino di Varese aggiunge: “In questo momento è importante che ci sia qualcuno che si muove”.
*Professore, Scuola di Economia e Scienze politiche di Padova
“Luigi stai sereno”: il messaggio del Capitano
Il pensoso dibattito di questi giorni sul Salvini in piazza del Popolo, a Roma, è banalmente riassunto nel nuovo assioma della “Lega nazionalista”. In realtà, la piazza vista ieri ci dimostra che la Lega di oggi è un fenomeno ben più complesso. Innanzitutto, il boom del Carroccio è legato esclusivamente al carisma del suo leader. Se non ci fosse Salvini non esisterebbe questa Lega: è lui, il Capitano, l’uomo forte che unisce dal nord al sud. Paradossalmente, il vicepremier nonché ministro dell’Interno fa come al solito professione di umiltà e grida che di “unti del Signore ne abbiamo visti fin troppi”.
Il punto è che antropologicamente, ancor prima che politicamente, è proprio lui il nuovo unto del Signore. Non è solo una questione di scenografia e di colonna sonora, come le note abusate della Turandot pucciniana, ma anche di sostanza. L’ambizione del futuro è esplicitata da quel “prima forza del Paese” e da quel parlare “a nome dei sessanta milioni di italiani” riecheggiati ai piedi del Pincio. Salvini sta mettendo in piedi un polo nazionale a trazione leghista che già sogna Palazzo Chigi. Per questo suona come una riedizione dell’“Enrico stai sereno” renziano, la promessa di durare cinque anni con i grillini. Per la serie: “Luigi stai sereno”. Tutto va in questa direzione e Salvini deve solo decidere quando capitalizzare il consenso leghista incredibilmente raddoppiato nei primi sei mesi di governo. Persino la clamorosa morbidezza dei toni di ieri consolida il sospetto. In vari passaggi del discorso, il sovranismo hard del Salvini razzista e odiatore che conosciamo ha lasciato il posto a un più rassicurante qualunquismo travestito da buonsenso e condito da citazioni buoniste. È un’evoluzione tipica dei leader carismatici all’acme del successo. La nuova Lega è ancella del salvinismo. Più che al nazionalismo siamo al culto della personalità.
Roma, Salvini festeggia la nuova Lega pigliatutto
A Roma la Lega festeggia il compimento della sua trasformazione: quello di Salvini è diventato un partito pigliatutto. Piazza del Popolo è la dimostrazione fisica che il ventre leghista è sempre più ampio, sui social e in strada, senza confini tra nord, centro e sud. Bandiere e striscioni arrivano da Venezia e Bologna come da Eboli, Lamezia Terme, Nocera Terinese (Catanzaro), Vico Equense (Napoli); sventolano da più parti i quattro mori della Sardegna. E poi la composizione sociale: s’incontrano borghesi, ceto medio e medio basso; generone romano e imprenditori del nord, agricoltori, impiegati, disoccupati e anche molti giovani, almeno per gli standard delle sempre più deserte piazze dei partiti.
C’è chi vuole la guerra a Bruxelles e chi chiede solo meno tasse. C’è chi porta un presepe e chi mostra un quadro col ritratto del Capitano. C’è l’anima sociale e quella moderata: gli orfani di Berlusconi e i cuori neri (“Matteo lo vorrei ancora un po’ più fascista”, dice una nutrizionista dell’Eur, quartiere di Roma Sud). Salvini, a osservare il microcosmo della piazza, sembra capace di rappresentare l’intero spettro della destra nazionale italiana. E al suo leader questo strano popolo adorante pare concedere credito illimitato.
Sul palco colorato del nuovo blu di partito, Salvini è anticipato dai ministri leghisti e dai governatori Luca Zaia e Attilio Fontana, e poi accompagnato da alcune decine di sindaci del Carroccio. Quando tocca a lui, lo introduce il “Nessun dorma!” di Puccini, proprio come a Pontida. Nell’arco di cinque minuti e senza alcun imbarazzo, cita Mussolini (“tanti nemici, molto onore”), De Gasperi, Martin Luther King e Giovanni Paolo II. Ma nel complesso è un Capitano sobrio, pacato, quasi moderato, e non solo per la tragedia di Corinaldo che si è consumata poche ore prima. La manifestazione ha un’impronta precisa: quella di un partito di governo, non più di lotta. Alle sue spalle si legge la grande scritta “L’Italia rialza la testa!”, ma colpisce l’occhio soprattutto lo slogan accanto, poco salviniano: “Sei mesi di buonsenso”. La ripete più volte la parola “buonsenso”, in mezzo a continui riferimenti religiosi e pochissimi momenti polemici. È un Salvini quasi buonista, che interrompe la sua campagna elettorale permanente proprio nel giorno della piazza, e anzi ringrazia “Luigi” (Di Maio) e gli altri amici Cinque Stelle. Non punta alla prossima sfida ma si guarda indietro: mette in fila le bandiere politiche piazzate in questo primo scorcio di legislatura, le vittorie concrete, con particolare enfasi sul decreto sicurezza. E non si lascia sfuggire nemmeno una delle classiche sparate contro gli “euroburocrati” di Bruxelles: questi sono giorni di trattative (se non di retromarce).
Per la Lega, insomma, è l’ultimo atto di una mutazione impressionante. Un cambio di pelle che iniziò a manifestarsi tre anni fa, proprio nella stessa Piazza del Popolo. Il 28 marzo 2015 fu la festa del nuovo Carroccio nazionalista, radicale e assolutamente “no euro”. Salvini divise il palco con Giorgia Meloni e con CasaPound. La manifestazione era contro il governo Renzi e quel premier “servo sciocco di Bruxelles”, in piazza fioccavano senza imbarazzo i saluti romani. C’era una prateria da occupare, in fondo a destra. Con lo stesso fiuto politico che l’ha portato a resuscitare un partito defunto e (di fatto) a guidare un governo pur avendo solo il 17% dei voti, oggi il Capitano sembra prepararsi a una nuova virata.
Appurata l’egemonia su media e social network, ieri la risposta della piazza “vera” per la Lega è stata piuttosto incoraggiante, anche se i numeri non si avvicinano neanche agli “80mila” manifestanti annunciati dalla comunicazione salviniana (e non si allontanano da quelli del corteo di tre anni fa). Piazza del Popolo, divisa a metà, è molto gremita nella parte vicina al palco, ma le presenze si diradano sensibilmente mano a mano che ci si attraversa nell’altra direzione. Devono essere grosso modo gli stessi numeri che hanno fatto, nello stesso luogo, Pd e Cinque Stelle. I conti veri presto si faranno alle urne.
De Gregorio, Razzi e gli altri: le altre compravendite di B.
Quando i numeri non tornano, si fanno tornare: c’è una lunga letteratura politica sui tentativi di Silvio Berlusconi di “ampliare”, diciamo, il suo gruppo parlamentare facendo campagna acquisti negli altri partiti. Ci provò già nel 1994 – l’ha raccontato il leghista Mario Borghezio – quando il primo governo del Cavaliere fu costretto alle dimissioni dopo l’uscita dalla maggioranza del Carroccio. Berlusconi avvicinò alcuni dei “barbari sognanti” di Umberto Bossi per annetterli a Forza Italia, ma non gli andò bene. Molto meglio, invece, gli è andata 14 anni dopo: nel 2008, pur di far cadere il governo Prodi, B. era disposto a mettere mano pesantemente al portafogli. Lo dice una sentenza di Tribunale: il fondatore di Forza Italia ha corrotto con tre milioni di euro l’allora senatore dipietrista Sergio De Gregorio, per farlo passare dall’Italia dei valori al centrodestra. Condannato in primo grado, prescritto in appello, il Cavaliere riuscì comunque nell’obiettivo, prosciugando la risicatissima maggioranza di Prodi al Senato. Anche perché i parlamentari “persuasi” in un modo o nell’altro da Berlusconi a non votare la fiducia al Professore furono molteplici (tra loro Marco Pottino, Albertino Gabana, Giuseppe Scalera). Stesso copione, ma all’inverso, a fine 2010: il destino del governo Berlusconi pareva segnato dopo lo strappo con Gianfranco Fini. E invece il premier in poche settimane realizzò un clamoroso ribaltone politico. Riuscì a costruirsi una nuova maggioranza facendo la spesa tra i “peones” nei gruppi parlamentari degli altri partiti (e soprattutto, di nuovo, nell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro). Illustri sconosciuti guadagnarono per la prima volta la luce dei riflettori: Antonio Razzi, Domenico Scilipoti, Massimo Calearo, Bruno Cesario. I famosi “responsabili” che cambiarono casacca giusto in tempo per il voto di fiducia. Cesario pochi mesi dopo fu nominato sottosegretario all’Economia dallo stesso Cavaliere, Calearo divenne suo consigliere personale a Palazzo Chigi per il commercio estero. Razzi e Scilipoti ottennero la ricandidatura in posizione blindata con Forza Italia e divennero personaggi famosi a livello nazionale.
Corruzione, per gli italiani è un fatto normale
“Il problema non sono la mafia e i corrotti, siamo noi. Possibile che gli italiani non riescano a cambiare le cose? Il tema non è la legalità ma la responsabilità di ciascuno di noi nel denunciare”. Don Ciotti, il fondatore dell’associazione Libera, continua a ripeterlo da decenni. Ma la difficoltà nell’innescare quel meccanismo virtuoso non c’è stato e, almeno nell’immediato, non ci sarà perché troppo diversa resta la sensazione a pelle che si prova rispetto al concetto di integrità o di corruttibilità lungo lo Stivale. È questa la foto dalle tinte fosche scattata dal Rapporto “LiberaIdee” su percezione e presenza della corruzione in Italia presentato da Libera in occasione della Giornata Internazionale contro la Corruzione. Il focus si basa su oltre 10mila interviste.
Numeri alla mano, oltre il 70% degli italiani ritiene molto o abbastanza diffusa la corruzione a livello regionale, contro un 20% scarso di risposte relativamente ottimiste. Ma a colpire è soprattutto la diversificazione territoriale: se nel Trentino la corruzione sembra invisibile, in Sicilia si registra una percentuale da prefisso telefonico (2,5%) di quanti pensano che la corruzione sia poco diffusa o pressoché assente. La Campania è, invece, la Regione dove gli episodi di corruzione non vengono denunciati perché per il 37,85% degli intervistati vengono ritenuti un fatto normale. In Calabria, invece, quasi un cittadino su due è a conoscenza di persone che hanno ricevuto o offerto tangenti. E, senza che nessuno se ne possa meravigliare, la sfera politica diventa il principale bersaglio della sfiducia: la metà degli intervistati ritiene che governo, Parlamento e partiti siano coinvolti nella corruzione. Trasmettono più fiducia, invece, gli amministratori locali.
Mentre il settore degli appalti – con oltre il 40% – si conferma “area sensibile” al rischio corruzione. E non ne sono immuni il mondo dell’imprenditoria (oltre il 30%) e della finanza (15%). Un dato che conferma come la “corruzione spicciola” sia molto meno diffusa di quanto si pensi. Chi potrebbe o dovrebbe denunciare ha paura delle conseguenze (quasi 80% delle risposte), c’è chi ritiene corrotti anche gli interlocutori cui dovrebbe rivolgersi (36%) e c’è chi pensa che comunque non succederebbe nulla (32%), con un quinto degli intervistati che giudica addirittura normale la corruzione. Colpisce, inoltre, che le azioni ritenute più efficaci da intraprendere per combattere la corruzione si risolvano in atti individuali: denunciare (51%), rifiutarsi di pagare (27%), votare per gli onesti (20%), mentre minore peso hanno l’iscriversi in associazioni, il partecipare a manifestazioni o firmare petizioni (tutte intorno al 15%). “Le istituzioni devono interrogarsi sul proprio ruolo difensivo per chi ha un vissuto e non si sente tutelato rispetto al percorso di denuncia”, commenta Alberto Vannucci, componente dell’ufficio di presidenza di Libera e professore di Scienza politica all’Università di Pisa.
C’era una volta il “no al ribaltone”: quando il Caimano era contro la campagna acquisti
Un tempo era contrario, e lo mise anche nero su bianco. Nel 2000 Silvio Berlusconi fece stampare un libretto per i candidati di Forza Italia alle elezioni regionali. Dentro c’era anche la parola ribaltone, con la seguente definizione: “Consentirebbe un mercato di vario genere. Di parlamentari, di voti e di poltrone”.
Il ribaltoneè un’ossessione per l’ex Cavaliere da quando, il 22 dicembre 1994, dovette salire al Quirinale per dimettersi da presidente del Consiglio. Due giorni prima era stato affossato dalla mozione di sfiducia presentata dagli alleati Lega nord e Partito polare italiano. E per Berlusconi, dietro le scelte di Umberto Bossi, all’epoca segretario federale leghista, e Rocco Buttiglione, segretario dei popolari, c’erano i timori per l’avviso di garanzia – che era in realtà un invito a comparire – fattogli recapitare il 21 novembre 1994 dai magistrati del processo “Mani pulite”.
E lo disse così: “Questo è un ribaltone per arrivare a votare in Parlamento una clausola di mia ineleggibilità o incompatibilità, tale da impedirmi la rielezione”. Successivamente il senatore della Margherita Luigi Petrini smontò la sua teoria, spiegando che Bossi aveva “strappato” per un mero calcolo tattico, ossia per non far scomparire la Lega nella coalizione di centrodestra.
Sta di fatto che prima della rielezione nel 2001 l’allora Cavaliere si premurò di tutelarsi contro il rischio di una cambio di maggioranza.
E per questo sottopose ai suoi alleati (An, Ccd-Cdu, Partito repubblicano, nuovi socialisti) una sorta di vincolo di mandato, chiedendo a tutti i componenti della Casa della Libertà di firmare un documento in cui promettevano di dimettersi se si fossero rovesciati rapporti di forza in Parlamento, così da portare a nuove elezioni. Mentre i deputati del Polo laico Marco Taradash e Giuseppe Galderisi gli chiesero di fare una norma “anti-ribaltone” da inserire in Costituzione.
Tattiche di conservazione del potere che nel tempo fecero arrugginire i rapporti con i compagni di strada, ossia Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini, con cui ruppe definitivamente nel 2010 (e che sostituì con la pattuglia di Responsabili di cui parliamo qui sopra, ndr).
L’anno seguente il governo andò in crisi di fronte all’Unione europea e allo spread stellare, a novembre non c’era più la maggioranza. Game over. Nel 2011 Berlusconi che odiava i ribaltoni era stato ribaltato.
Metodo Dall’Osso: incontro con B., intervista (e film)
Luogo e ora dell’appuntamento li racconta Renata Polverini a Il Tempo: giovedì alle 18.30, palazzo Grazioli. La durata dell’incontro la nota ancora lei, mediatrice tra le parti, a chi le ha parlato il giorno dopo: un’ora e mezza. Novanta minuti che a Silvio Berlusconi sono serviti per fare gol. E che gol. Lo annuncia il mattino dopo, venerdì, Il Giornale di famiglia: il deputato Matteo Dall’Osso lascia i 5 Stelle e passa a Forza Italia.
Per comprendere il “capolavoro”, così lo chiamano, che ha portato in 96 ore un volto simbolo del Movimento tra le braccia del nemico giurato, bisogna tornare a domenica scorsa, nell’aula della commissione Bilancio di Montecitorio.
Sono le 19.30. Il presidente Claudio Borghi comunica, tra le altre cose, che il gruppo M5S sottoscrive due emendamenti alla manovra presentati dal collega Dall’Osso. Entrambi riguardano la disabilità, tema assai caro al deputato affetto da sclerosi multipla. Firma gli emendamenti anche mezza Forza Italia, compresa la Polverini. Con Dall’Osso c’è anche tutto il gruppo Pd.
All’una di notte la relatrice, la leghista Silvia Comaroli, chiede ai firmatari di ritirare gli emendamenti e annuncia, in caso contrario, parere negativo del governo. Boschi, Serracchiani e Polverini chiedono all’esecutivo di ripensarci. È a quel punto che il 5 Stelle Davide Tripiedi prova a fare da paciere: non servono strumentalizzazioni, dice, le questioni care a Dall’Osso verranno affrontate in un altro provvedimento. Enza Bruno Bossio, anche lei Pd, fa notare il paradosso: sono loro a difendere dai grillini il collega con cui ci sono stati così tanti “contrasti”.
Ha ragione. Solo ad agosto, Dall’Osso aveva avuto uno scontro piuttosto acceso con la stessa Boschi. Lei se l’era presa con il governo che aveva istituito un ministero ad hoc per la disabilità, lui le aveva cordialmente fatto notare: “Finora nessuno ci ha cagato di striscio e adesso vi lamentate: ma andatevene affanculo”. Era già successo due anni prima con Maurizio Gasparri, oggi suo collega di partito, reo di una “battuta disgustosa”: “Questo è il Family day non l’handicappato day”, disse l’allora vicepresidente del Senato. “Io, che sono handicappato – gli rispose Dall’Osso – le assicuro che sono capace di mandarla affanculo”.
Domenica, di parole grosse non ne volano. Dall’Osso, in silenzio, abbandona i lavori della commissione: Boschi sostiene che l’abbiano costretto, Borghi smentisce. Lunedì il deputato torna alla carica e chiede al governo di cambiare idea almeno su uno dei due testi, quello che prevede la revisione delle banche dati per l’accesso dei disabili alle Ztl. Si autoregistra in un video: “Non lasciatemi solo – dice ai colleghi M5S – Faccio conto sulla mia parte empatica per farvi notare queste incongruenza: regalate, anzi date – si corregge, ndr – soldi ai cittadini che non lavorano e non pensate a chi non può lavorare. Se il governo mi vuol votare contro, me lo deve spiegare. Siamo stati eletti al motto di nessuno deve rimanere indietro”. A quel punto il sottosegretario Claudio Durigon propone di accantonare la questione: Dall’Osso è soddisfatto, lo vede come il primo passo di un ripensamento. Sono le 16.20.
Martedì la commissione torna a riunirsi. E a sera, respinge la proposta del deputato: lui dice di averlo appreso dai resoconti di Montecitorio. Mercoledì è nero: alcuni colleghi lo incontrano, lui nemmeno li saluta. Prova a contattare Luigi Di Maio, che – sostiene – non gli dà udienza. Renata Polverini gli è vicina: sono amici da tempo, è lei che gli ha regalato il bastone che lo aiuta a camminare. “Mi ha chiesto lui di organizzare l’incontro”, dirà la deputata forzista che, giovedì, lo accompagna nella residenza romana di Silvio Berlusconi. Chissà se avrà raccontato anche a lui di quel progetto – su cui ancora nei giorni scorsi aveva chiesto lumi ai big del Movimento – di realizzare un film sulla sua vita. Il primo sipario, l’ex Cavaliere gliel’ha aperto all’hotel Ergife: “Quando pubblicai la mia storia on line – ha detto Dall’Osso dal palco della convention di Forza Italia – il Movimento neanche esisteva. E adesso, spintaneamente, sono uscito”.
Tutor, sorrisi ed ex Dc: così Silvio punta i 5Stelle
Silvio li manda come apostoli tra gli eretici, a Cinque Stelle. E come mezzo per redimerli raccomanda innanzitutto cortesia, più o meno aziendale: con sorrisi, complimenti e mezze frasi buttate lì, sulla maggioranza che verrà. Il repertorio d’ordinanza del forzista che prova a reclutare grillini, nel Parlamento di fine 2018. Dove tanti berlusconiani bussano alle porte di Matteo Salvini, che però fa spallucce.
Ma c’è anche il percorso inverso, quello dei forzisti a cui Berlusconi ha chiesto di fare campagna acquisti in quello che bolla come il grande Satana, ossia nel M5S, per arrivare a una nuova maggioranza di centrodestra. “Fantasie, Salvini non tornerà mai con Berlusconi, perderebbe troppi voti” rispondono dai Cinque Stelle. Dove raccontano che Luigi Di Maio abbia ripetutamente rassicurato negli ultimi giorni sulla fedeltà dell’altro vicepremier. Però B. non ha altre strade, ed è un ostinato. E soprattutto sa che nel corpaccione del Movimento c’è malumore per le restituzioni. Perché in diversi si lamentano per i 3mila euro al mese del proprio stipendio da ridare indietro, a cui vanno sommati i 300 euro destinati alla piattaforma web Rousseau, gestita da Davide Casaleggio. Non a caso, Berlusconi ha ricordato come nel suo partito non esista l’obbligo delle restituzioni.
E allora i suoi cercano di infilarsi nel varco, guidati dall’ex governatrice del Lazio Renata Polverini: brava nel tessere rapporti trasversali, perché “è una alla mano” come riconosce un grillino della vecchia guardia. Ma a sovrintendere è la vicepresidente della Camera Mara Carfagna, da cui l’eventuale 5Stelle in bilico deve passare per l’ultimo colloquio: quello prima dell’incontro con lui, con Berlusconi. Ed è l’iter seguito dal grillino appena approdato in Forza Italia, Matteo Dall’Osso. “Ho riscontrato l’interesse di tanti 5Stelle per Fi” ha assicurato ieri la forzista a Repubblica. Mentre da dentro il Movimento ovviamente ribaltano la lettura: “Forza Italia prova a prendersi i nostri, alla Camera come in Senato”. Ma come? Un deputato del M5S al primo mandato racconta: “Un collega di commissione mi ha avvicinato un paio di giorni fa, facendomi i complimenti. ‘Sei bravo, vedo come lavori’. Poi mi ha parlato del caso di Dall’Osso e di cosa ne pensassi. Sembrava quasi un colloquio di lavoro, con toni e termini aziendali. Ho capito che voleva arrivare a farmi una proposta, e ho sviato volutamente il discorso”.
E nell’ultima settimana di colloqui del genere ce ne sono stati diversi. Finiti talvolta con un caffè in buvette, con contorno di frasi ambigue sul prossimo futuro politico. Ed è la conferma di uno schema, perché a ogni forzista è stato chiesto di fare da tutor a un grillino con cui ha fatto conoscenza, preferibilmente in commissione. E di provare a blandirlo, convincendolo che questo governo durerà poco. Però la tela di Fi non si snoda solo così. Raccontano di non meglio precisate telefonate da Milano, ad alcuni parlamentari, per invitarli a eventi o comunque per stabilire contatti.
Dirette anche a eletti nei collegi uninominali, teoricamente più permeabili perché saliti solo all’ultimo momento sul carro del Movimento. Ma le vie del corteggiamento forzista non finiscono qui. Perché Fi e Berlusconi restano simboli difficilissimi da deglutire, anche per i 5Stelle più tiepidi o di nuovissimo conio. Così oltre ai forzisti eletti sono entrati in campo anche ex parlamentari, non solo di Fi. Esponenti dell’Udc o di altre schegge del mondo simil-democristiano, richiamati in missione, sempre per conto di Silvio.
Narra un altro deputato a 5Stelle, un veterano: “Un ex collega della mia regione mi ha spiegato per almeno un quarto d’ora che è tempo di creare un gruppo di responsabili in Parlamento, per cambiare maggioranza evitando però un nuovo voto. E non ha usato giri di parole, mi ha detto chiaramente perché era seduto su quel divanetto assieme a me”. Ed è il ritorno di un grande classico dell’era berlusconiana, i responsabili. Una variabile del gioco, che in Senato si fa più delicato. Perché a Palazzo Madama la maggioranza ha solo sei voti di margine, a cui si aggiunge qualche ex M5S che solitamente vota in linea con il governo.
Non a caso, nel gruppo grillino a Palazzo Madama hanno fatto una serie di colloqui di verifica. E il responso è che il gruppo tiene. “Fi non può davvero prendersi i nostri” è la convinzione. E qualche controllo è in corso anche alla Camera, dove i vertici hanno ricevuto molte segnalazioni. “Ma noi siamo tranquillissimi” assicura il vicecapogruppo dei 5Stelle a Montecitorio, Francesco Silvestri. Che non pare scomporsi: “Non vedo dove sia la novità in questa vicenda, visto che questo è sempre stato l’atteggiamento di Forza Italia, la cultura dei berlusconiani. Dato che non hanno più voti o idee provano a crescere in Parlamento in questo modo”.
E a seminare, come teorizza un testimone di un altro partito: “Berlusconi spera che il governo vada in crisi con le Europee. E aspetta, fiducioso”. Perché certi sorrisi e certi discorsi sono una promessa. Per il futuro.
E Salvini convoca al Viminale i gestori delle discoteche
Da Ancona a Genova, ”non esistono fatalità, come per il ponte Morandi”. E “non servono nuove leggi, ma la coscienza di rispettarle”. Così il vicepremier Matteo Salvini è intervenuto sulla tragedia di Corinaldo: “Chiederemo il conto a tutti” per il “mix di incoscienza e stupidità”, ha detto. Il ministro si è recato ad Ancona dopo aver lasciato la manifestazione della Lega in piazza del Popolo a Roma, che ha aperto con un minuto di silenzio in rispetto alle vittime. “Da genitore è mio dovere esserci”, ha affermato una volta arrivato in prefettura, “penso a mio figlio, quando esce per andare ai concerti. E ai genitori di quei ragazzi miei coetanei”. E sull’uso dello spray urticante ha aggiunto: “È uno strumento di difesa, anche il mattarello può essere pericoloso”. Intanto per domani al Viminale è in programma un incontro con i gestori delle discoteche: “Domani aprirò il Viminale a tutti gli addetti di categoria dei locali da ballo. Non sono tutte mele marce i gestori”, ha detto Salvini, promettendo così di tornare a Torrette “per abbracciare i 7 ragazzi gravi e le loro famiglie”.