Conte va sul posto, le parole del Papa e di Mattarella

“Non si può morire così”. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è intervenuto sul gravissimo incidente avvenuto in discoteca a Corinaldo (Ancona). È “una tragedia che lascia impietriti – ha detto il capo di Stato –. Si dovrà fare piena luce sull’accaduto, accertando eventuali responsabilità e negligenze”. A diffondere i nomi dei cinque adolescenti e della madre di 39 anni che hanno perso la vita è stato invece il vicepremier Luigi Di Maio: “Faremo massima chiarezza sulla dinamica della vicenda e individueremo i responsabili”, ha scritto in un post. Papa Francesco ha dedicato un pensiero durante l’Angelus: “Un ricordo e una preghiera per i ragazzi morti, e auguri ai feriti”. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, si è recato sul posto. “È assurdo morire così”, ha detto e ha assicurato che “al Governo spetta il compito di prevenire e fare in modo che non accada più” e dopo il vertice in prefettura ha spiegato: “Sono stati venduti 1.400 biglietti. Pare sia stata utilizzata una sola stanza su tre, con una capienza di circa 469 posti”.

Itunes, social e 10 mila euro a “ospitata”: il successo Trap

Sfera Ebbasta è l’artista italiano più rappresentativo del genere musicale “trap”, una evoluzione del rap nata all’inizio degli anni 2000 negli Usa. Il suo singolo “Tran Tran” ha 61 milioni di visualizzazioni su YouTube, il suo ultimo album Rockstar è triplo disco di platino grazie soprattutto ai download da Itunes (bambini e adolescenti per lo più, che fanno poi ore di fila nei megastore per scattare un selfie con il proprio idolo). Sono infatti i social network l’habitat naturale dei trapper – non a caso molti sono contrattualizzati da nuovi brand internazionali della moda come Supreme e Off-White per le sponsorizzazioni – luoghi virtuali dove avviene la diffusione orizzontale di contenuti tra YouTube, Spotify e soprattutto Instagram (Sfera ha quasi 2,5 milioni di follower), e dove il loro target, adolescenti e preadolescenti, passa la maggior parte del tempo libero.

“Questo genere musicale ha molti più fan tra i preadolescenti di quanti non ne avesse il rap, le foto di Sfera e le copertine dei suoi dischi ricordano l’estetica dei cartoni animati, i testi sono semplificati nei contenuti e nella scelta delle parole, i trapper non usano le figure retoriche che invece erano la caratteristica distintiva del rap”, spiega Claudio Biazzetti, che scrive di musica trap per Rolling Stone. Nonostante le visualizzazioni, le posizioni in classifica e le collaborazioni con brand della moda, Sfera Ebbasta guadagna soprattutto con i live. Non solo veri e propri concerti, con tutti i controlli all’ingresso che sono previsti per i grandi eventi, ma soprattutto tappe capillari in ogni provincia, “ospitate” in piccoli locali e discoteche. “I tour dei trapper sono massacranti, fanno più di mille date, guadagnando anche 10 mila euro per una serata in discoteca, dove non sono previsti controlli delle borse”, continua Biazzetti. Altrimenti si sarebbero accorti dello spray al peperoncino…

Il boom del gas urticante per gioco, almeno undici precedenti (oltre Piazza San Carlo)

Torna, ciclicamente, perché è economico, legale e semplice da acquistare, anche per i giovanissimi visto che si può vendere ai ragazzi dai 16 anni in su. E perché è un’arma senza esserlo, pensato per difendersi da tentativi di violenza e crimini. Invece, nel pieno di quello che chi conosce il mercato definisce un incremento di vendite mai visto prima, il gas urticante è utilizzato per scatenare il panico durante feste, eventi e concerti o per le bravate a scuola. Un boom tra il 2017 e il 2018, dove quasi ogni mese la cronaca ha registrato qualche caso di uso improprio. Il più eclatante, a piazza San Carlo a Torino, durante la partita di Champions tra Juventus e il Real Madrid. Era il 3 giugno del 2017, ci furono un morto e mille feriti.

I concerti. Andando a ritroso da ieri, si arriva al 7 novembre, poco più di un mese fa. All’Alcatraz di Milano qualcuno lo spruzza nelle prime file durante l’esibizione del rapper Achille Lauro, facendo fuggire almeno un centinaio di persone. L’8 settembre, a Mondovì, in provincia di Cuneo, si diffonde tra gli spettatori del festival musicale Wake up. Sul palco c’è proprio Sfera Ebbasta. Era successa la stessa cosa, esattamente un anno prima e nello stesso posto, durante l’esibizione di Ghali. E ancora, il 31 agosto 2017, alla Festa Pd di Ponte Alto (Modena), sempre un concerto di Sfera Ebbasta è stato interrotto dalla fuga generale degli spettatori, sempre per lo spray, poi a dicembre del 2017 a Ravenna. E di nuovo a Cinisello Balsamo. Il 5 marzo dello stesso anno tocca al Lingotto durante il Reload Music Festival, un concerto maratona di musica elettronica. Un mese prima, a gennaio, stessa storia al teatro Concordia di Venaria, a Torino, durante il concerto dei rapper Gué Pequeno e Marracash. Dinamica che si ripeterà a quello di Sesto San Giovanni. A poche ore di distanza, qualcuno aveva fatto lo stesso in un centro sociale di Roma. A ottobre, sarà interrotto anche il concerto di Elisa.

I giovanissimi sembrano essere il filo conduttore, anche se, ieri, uno dei responsabili delle pubbliche relazioni della discoteca di Ancona dove sono morti in sei, che gestisce l’immagine di diversi locali della Bassa Romagna, ha ipotizzato che si tratti di un metodo utilizzato dalle baby gang per derubare i coetanei o per facilitare la fuga quando, dopo aver raccolto un discreto bottino, devono dileguarsi facilmente.

Scuola.È di sicuro il luogo dove poter verificare la portata di una tendenza tra i giovanissimi. E infatti la cronaca che precede la giornata di ieri, e che va oltre i concerti, vede lo spray al peperoncino protagonista delle bravate tra i banchi: a Brescia, due settimane fa, sei studenti sono rimasti intossicati per quello che è poi stato definito uno spruzzo accidentale partito dalla bomboletta di una delle alunne della scuola superiore. La settimana prima un caso in un liceo di Milano. A metà ottobre, a La Spezia, è stato evacuato un istituto di quasi mille studenti perché era stata diffusa una gran quantità di spray urticante nei corridoi. E ancora, il 4 ottobre a Lodi, il 21 settembre a Palermo, il 18 settembre a Mantova. Nel 2017, in pochi mesi c’erano stati incidenti simili a Moniga del Garda, Villafranca , Cesenatico, Casalpusterlengo .

“È stato un attimo, un cumulo di corpi oltre la balaustra”

Le lacrime di rabbia versate nel chiuso della sua cameretta da A.V, 15 anni, di Senigallia di fronte a quella risposta categorica della mamma alla sua richiesta di essere accompagnata a Corinaldo, alla discoteca Lanterna Azzurra ad ascoltare Sfera Ebbasta: “No, tu non vai”, oggi sono lacrime di riconoscenza. Ci aveva provato anche mamma Eleonora Girolimini, insegnante, anche lei di Senigallia, figlia del gestore del famoso Bano, ristorante sul lungomare, che negli Anni 70 fu il primo a fare gli spaghetti agli scampi, a convincere la figlia, 11 anni fra poco, a rinunciare ad andare. Poi di fronte alla sua insistenza aveva ceduto pensando che sarebbe stata un occasione per condividere quell’esperienza con il marito. Lei è morta. Ora è la piccola, che ha riportato una ferita al ginocchio, è voluta a andare all’obitorio a salutare per l’ultima volta la mamma, a consolare il padre, come racconta il parroco della Chiesa San Pietro Apostolo. Eleonora aveva solo 39 anni e lascia quattro figli, di cui due gemelli. “I miei figli sono rimasti senza mamma, uno prende ancora il latte, non so come farò, non riesco a rendermi conto” confida ad un amico, fra le lacrime, disperato il marito Paolo che poi si lascia andare allo sfogo: “Il concerto sarebbe dovuto iniziare alle 22, invece niente. Quel posto era strapieno di ubriachi, imbottiti di alcolici”.

Raggiungiamo Lanterna Azzurra nella campagna di Corinaldo, nata negli Anni 60 come balera, rimasta chiusa per molti anni e poi trasformata in discoteca che deve il successo ai concerti rap. Qui, dove per ascoltare Sferra Ebbasta, vero nome Gionata Boschetti, considerato un fenomeno musicale con oltre un milione di follower su Instagram, erano arrivate ben 1400 persone, prevalentemente giovani fra i 14 e 16 anni, contro le 870, o, forse, meno che la discoteca poteva contenere. “Una struttura vecchiotta di proprietà della famiglia Micci di Corinaldo” ci spiega il sindaco, Matteo Principi che, visibilmente commosso, guarda le luminarie e dice: “Resteranno spente”.

“Mancava l’aria non riuscivamo a respirare, mi bruciava la gola, tossivo” ci racconta Matteo, 16 anni e occhi scavati nelle occhiaie. “Improvvisamente hanno iniziato a spingere verso l’uscita di sicurezza posteriore del locale che dà sul cortile dove si esce a fumare ma i buttafuori ci dicevano di restare dentro dove c’era una puzza di veleno. La gola bruciava e non si respirava. Fuori c’erano ragazze e ragazzi che cadevano a terra svenuti. In un attimo un cumulo di corpi che scivolavano oltre la balaustra. D’estate faccio il bagnino e ho cercato di praticare la respirazione bocca a bocca. Un ragazzo che era rimasto incastrato cercava di afferrarmi la caviglia, ho provato a prendere le sue mani ma non ci sono riuscito”. “L’anno scorso è successo anche alla discoteca Mammamia di Senigallia, io c’ero – racconta Mario, 17 anni –. L’aria era diventata irrespirabile. Per fortuna la sicurezza ha aperto subito le porte per consentirci di uscire ma c’è stato chi è svenuto ed è stato portato via in ambulanza”.

Di fronte all’obitorio dell’Ospedale Universitario di Ancona, Torrette, una donna cammina come un automa: “Era mia figlia – ripete –, aveva 14 anni, è morta”. Anche lei, come molti altri genitori che avevano accompagnato i figli in discoteca, attendeva che uscisse in auto, riparandosi dal freddo con la coperta di pile.

La figlia adolescente di Luca Pagliari stavolta non era andata: “Ma quando il mio amico Riccardo ha udito lo squillo del telefono – racconta – il cuore gli è arrivato in gola: ‘Papà qui c’è stata una tragedia, io per fortuna sono scappata dalla parte giusta’. Era Laura, sua figlia di 15 anni. Le nostri notti – dice ancora Luca Pagliari – sono fatte di sonno leggero accompagnato dall’angoscia al pensiero che tuo figlio è stipato come un maiale in un allevamento intensivo. Finché non senti il rumore della chiave nella serratura della porta di casa. Allora ti rilassi e pensi: “È andata bene anche questo giro. Forse noi genitori dovremmo essere meno succubi dei nostri figli, sappiamo che dentro quei capannoni travestiti da discoteche c’e poco da stare tranquilli, ma poi i ragazzi ci sputano in faccia una frase che utilizzano come un lasciapassare: ‘Guarda che ci vanno tutti, non posso essere il più sfigato!’”.

Inferno all’una di notte. La strage dei ragazzini nell’ex balera Anni 60

Le balaustre della porta di sicurezza sul retro della discoteca Lanterna Azzurra, nella campagna di Corinaldo, in provincia di Ancona, sono venute giù come fuscelli sotto il peso di un fiume di persone. Questo il frangente decisivo che nella notte tra venerdì e ieri ha provocato una strage di ragazzini. Il bilancio parla di sei vittime complessive: Daniele Pongetti, 16 anni, Asia Nasoni ed Emma Fabini, 14 anni tutti di Senigallia, Mattia Orlandi, 15 anni di Frontone e Benedetta Vitali, 15 anni di Fano. Circa 120 sono invece i feriti: sette in condizioni gravissime, ora ricoverati in prognosi riservata nell’ospedale regionale di Ancona.

Il bilancio delle vittime, purtroppo, potrebbe aumentare. Era di Senigallia anche Eleonora Girolimini, 39 anni, la sesta vittima. L’altra sera, assieme al marito aveva accompagnato uno dei tre figli, di 11 anni, al concerto del rapper Sfera Ebbasta; anche lei è stata schiacciata nel cedimento delle due recinzioni in ferro obsolete, ricoperte da arbusti. Mancano una manciata di minuti all’una, quando qualcuno, forse una ragazza minorenne, stando agli inquirenti, inizia a spruzzare dello spray urticante al peperoncino. Presto all’interno, poi fuori dalla porta di servizio utilizzata dai fumatori, si scatena l’inferno.

Le decine di giovanissimi che già si trovavano all’esterno, osservano la massa umana sprofondare di un paio di metri dopo il cedimento delle balaustre. Continuano a bere, scherzare, fumare e ridere, come se niente fosse accaduto. Nessuno si è reso conto della tragica situazione. Decine di corpi che si ammassano, uno sopra l’altro. Solo le grida e i lamenti delle persone coinvolte, alcune già in fin di vita, riescono a scuotere quei ragazzini in arrivo da ogni parte della regione per godersi una serata di trap.

Un’ora più tardi, al nostro arrivo, la scena dell’orrore dal retro della discoteca, nata alla fine degli anni ’60 come balera, si è trasferita sul piazzale opposto, davanti all’ingresso. Sul retro della disco resta solo un cimitero di calzature, quelle perse dai feriti. Una dozzina di équipe mediche del 118, composte da medico, infermiere e, se necessario, anestesista, si occupa dei feriti più gravi, tra manovre rianimatorie e stabilizzazioni. Lì a fianco i soccorritori hanno posato un lenzuolo sopra i corpi delle vittime. Una, due, fino a sei.

Sembrano le immagini scioccanti post attacco alla scuola di Columbine, con schiere di ragazzine singhiozzanti e maschi adolescenti decisi a farsi giustizia da sé. Si respira tensione. Verso le 2.30 i carabinieri accompagnano un ragazzo dentro la stanza scelta per ascoltare i testimoni. La cosa non passa inosservata e subito il fronte più agitato inizia a scagliarsi contro il sospetto di aver innescato la fuga impazzita, rischiando il linciaggio: “È stato lui a spruzzare lo spray al peperoncino!” urla un giovane in maniche corte e il viso incattivito mentre cerca di farsi spazio tra i carabinieri che, a fatica, riescono a tenere a bada lui e un gruppo di esagitati. Pochi minuti dopo è un ufficiale, appena uscito dalla stanza, a gettare acqua sul fuoco: “Non è stato lui, non c’entra niente”. Iniziano ad arrivare i genitori, i parenti stretti.

E sono scene strazianti. Per consentire un intimo e irreversibile saluto ai propri cari, distrutti, membri delle forze dell’ordine dei soccorsi si stringono a cerchio, abbracciandosi. Nel frattempo le indagini – condotte dal procuratore della Repubblica di Ancona Monica Garulli, da quello del Tribunale dei minorenni Giovanna Lebboroni e dal Procuratore generale Sergio Sottani – sono entrate nel vivo e si muovono seguendo due tronconi. Da una parte mettere le mani su chi ha spruzzato il peperoncino; gli inquirenti hanno reperito nella discoteca una bomboletta sospetta e presto potrebbero chiudere il cerchio su chi l’ha azionata, anche se il locale è privo di telecamere di sorveglianza.

Il reato ipotizzato, in questo caso, sarebbe quello di morte come conseguenza di altro reato. Dall’altra il sovraffollamento di pubblico rispetto alle norme di legge e qui i gestori della discoteca rischierebbero l’omicidio colposo. Il locale è stato posto sotto sequestro.

Adesso qualcuno dovrà spiegare agli inquirenti come mai i gestori della Lanterna Azzurra di Corinaldo abbiano venduto circa 1.400 biglietti d’ingresso, nonostante la sala scelta per il concerto consentisse di staccare al massimo 460 tagliandi. A pieno regime la discoteca può ospitare 852 persone del pubblico nelle tre sale di cui è dotata e, in ogni caso, i responsabili sarebbero in difetto: “Abbiamo venduto meno di mille biglietti, non abbiamo nulla da temere, sapremo spiegare le nostre ragioni” è la risposta di Marco e Quinto Cecchini, padre e figlio, gestori della società assieme ad un terzo soggetto.

A loro difesa sono arrivate anche le parole di Alberto Micci, proprietario dell’immobile, secondo cui nessuna irregolarità sarebbe stata commessa. Peccato che l’altra notte uno dei ragazzi scampati alla tragedia ci abbia mostrato il tagliando n. 1.350. Biglietti abbastanza onerosi, da un minimo di 20 euro per l’acquisto per i minorenni, 22 euro per la scelta online, 28 euro da botteghino e 30 euro con l’opzione “tavolo”.

Il concerto di Sfera Ebbasta era stato fissato per le 23:30. Secondo alcuni il rapper dopo mezzanotte era ancora sul palco di una nota discoteca di Riccione e prima di arrivare a Corinaldo, una volta informato della strage di giovani, ha deciso di tornare indietro.

Tap, Muos e trivelle: la giornata dei cortei degli ambientalisti

Non ci sono solo i 60mila di piazza Castello, a Torino, che hanno sfilato contro la linea Torino-Lione. Dalla Sicilia al Veneto, dalla Puglia alla Basilicata passando per l’Abruzzo sono stati centinaia di migliaia gli italiani che hanno sfilato per salvare il pianeta e dire no alle grandi opere inutili. Una giornata di cortei nata in concomitanza con la conferenza sul clima Cop24 in corso fino al 14 dicembre a Katowice in Polonia. Vari comitati locali, impegnati nella difesa dell’ambiente, hanno avviato a partire dallo scorso settembre un programma di unione delle lotte territoriali che culminerà con la manifestazione che si svolgerà il 23 marzo a Roma.

A Padova, varie associazioni – tra cui quelle contro le grandi navi a Venezia, il Mose e la Pedemontana Veneta – hanno marciato dalla stazione centrale a Piazza Garibaldi in difesa del clima. Gli organizzatori hanno stimato oltre 6mila partecipanti. Per la questura erano tra i 2mila e i 2500.

In Abruzzo, invece, sono stati organizzati due appuntamenti per ribadire la contrarietà al tratto Sulmona-Foligno della Rete Adriatica Snam, che trasporterà il gas di Tap in Emilia Romagna. I NoHubdelGas hanno organizzato un sit-in a Pescara e un corteo a Sulmona, dove è prevista la realizzazione di una centrale di compressione del gas.

In centinaia hanno manifestato pure in Sicilia, a Niscemi, contro il Muos, la base militare americana. A Venosa, in Basilicata, i NoTriv hanno sfilato contro le multinazionali del petrolio, chiedendo verità e giustizia per l’ingegnere Gianluca Griffa e l’ex generale Guido Conti, entrambi deceduti per presunto suicidio.

A Melendugno, in Salento, i NoTap – insieme ai comitati tarantini e brindisi che si battono contro l’Ilva, Cerano e Colacem – hanno realizzato un corteo dal centro cittadino fino a uno dei cantieri del consorzio internazionale che sta costruendo il gasdotto, sotto la costante sorveglianza di un elicottero della polizia e di vari agenti impegnati a riprendere i volti dei manifestanti. Presenti circa un migliaio di persone, incluse numerose famiglie con bambini.

In strada va in scena la frizione gialloverde. I militanti 5S: “Purtroppo abbiamo Salvini”

Voci della piazza, voci di lotta, voci di una giornata come ai vecchi tempi. E commenti di governo, di istituzioni che la piazza, questa Torino di decine di migliaia di manifestanti, di popolo, proprio non riesce a comprendere. “Saremo centomila”, dice il sociologo Marco Revelli. Eppure, sebbene siano davvero in tanti, per Sergio Chiamparino, già sindaco di Torino, attuale governatore del Piemonte, più che favorevole al Tav, la faccenda naturalmente è un’altra. A caldo dichiara: “Le manifestazioni No Tav a Torino e della Lega a Roma hanno messaggi diversi che si condizionano a vicenda, in alcuni casi si integrano, trasmettendo un’immagine di un Paese chiuso su se stesso, incattivito, rinunciatario. Il combinato disposto delle due iniziative dice che anche in Piemonte c’è bisogno di una forza alternativa sia alle politiche della paura sia a quelle della decrescita”.

Di tutt’altra idea è Francesca Re David, segretaria nazionale della Fiom-Cgil, che partecipa alla manifestazione. “C’è una piazza pienissima – afferma la dirigente del sindacato dei metalmeccanici da sempre schierato con i No Tav – fatta intanto dalle donne e dagli uomini della Val di Susa: di gente, insomma, che da trent’anni si batte contro un’opera inutile e dannosa. Gente che da 30 anni chiede un confronto democratico con le istituzioni e che, invece, non è mai stata ascoltata”.

Chiamparino coglie nel corteo imponente, allegro, pacificamente combattivo che attraversa la città, l’altra faccia dell’adunata leghista di Roma. È la stessa Torino anti-Tav a smentirlo. Sono i militanti dei 5 Stelle, venuti senza le bandiere del movimento. Quando si domanda loro se i 5 Stelle al governo con la Lega stiano tradendo le promesse elettorali, a cominciare dal Tav, rispondono: “Purtroppo governiamo con la Lega. Però non siamo noi che stiamo tradendo, sono loro che stanno tradendo il popolo italiano”. Tuttavia, sbotta un grillino che sfoggia un foulard con la scritta No Tav, “tra poco ci saranno le elezioni, a partire dalle europee, e saranno un banco di prova per tutto, soprattutto per il governo”. Aggiunge poi un terzo militante 5 Stelle: “Non si tratta soltanto di distaccarsi dalla Lega, ma di fare valere gli 11 milioni di voti che abbiamo preso alle elezioni contro i 6 milioni della Lega”. E magari pensare di dare uno sbocco politico di sinistra a quella sinistra dispersa, ma viva e giovane, in piazza a Torino. Una piazza, nota ancora la Re David, “senza rappresentanza parlamentare, certo, ed è vero che è in Parlamento che si fanno le leggi. Però anche e soprattutto una piazza di sinistra con molte facce, con tante espressioni autonome: una sinistra che vuole fare politica, ma non cerca una rappresentanza partitica”.

Di una manifestazione fatta da “giovani, donne, professionisti, cittadini, dalla Val Susa e non”, parla Chiara Appendino. Per la sindaca di Torino sono “persone che vogliono ribadire che un futuro disegnato su un modello di sviluppo alternativo, sostenibile e collettivo è possibile. E che non può essere rappresentato dalla linea Torino-Lione”, che ritiene un’ opera del passato. “Si tratta di una prospettiva che condivido pienamente, motivo per cui non ho mai esitato a ribadire la mia contrarietà all’opera e la vicinanza a chi condivide queste istanze”.

Anche la “decrescita infelice”, citata ironicamente da Chiamparino, trova in piazza una risposta molto seria. Come quella del gruppo Decrescitafelice.it. Nel volantino che distribuiscono si legge: “Il distruttivo modello basato sull’ideologia di una crescita infinita e a qualsiasi costo sta collassando sotto il peso della propria insostenibilità”. Partirà da qui, anche da questa “decrescita” possibile, l’unione della sinistra dispersa o tradita con i 5 Stelle che non vogliono tradire se stessi?

In piazza la sinistra orfana dei partiti: “Basta farci del male”

Com’è difficile oggi essere di sinistra in Italia, ma soprattutto in una Torino che, come quella di ieri, non esisteva più da tanti anni. Lo capisci alle 16,06 all’angolo di via Cernaia con corso Siccardi: il corteo dei 60 mila è a metà del suo cammino verso piazza Castello, la stessa delle madamin da surclassare. Lì, a pochi passi, il 18 dicembre 1922, le squadracce nere devastarono la Camera del Lavoro e uccisero 11 antifascisti.

L’uomo si stacca dai portici e avanza, ha ancora le mani callose dei lavoratori di una volta, prende per un braccio il deputato e segretario nazionale di Sel, Nicola Fratoianni, e ride: “Nicola, oggi è una bella giornata, no? Ma sai quanti striscioni di partiti che si richiamano al comunismo ho contato? Sei, e forse ne ho dimenticato qualcuno: quando la smetteremo di farci del male?”. Fratoianni ride anche lui, poi all’improvviso si fa serio e si zittisce, guardando la gente che sfila. Tacciono anche Giorgio Airaudo, storico segretario torinese della Fiom, e il suo successore Federico Bellono, che poi parlerà dal palco.

Sono i dirigenti e i militanti di ciò che rimane della sinistra: che osservano quelle facce passare, riconoscono e sono riconosciuti, stringono mani, rivedono donne e uomini di una storia comune, ricevono saluti e abbracci affettuosi e li ricambiano. E anche la gente del corteo (e quella che segue tutto da sotto i portici, come a Torino accade solo per la sfilata del 1° maggio) è così, e dice e fa le stesse cose. Tanti giovani, tantissimi, la maggioranza: come non ti saresti mai aspettato, come non capitava più da un tempo infinito. Poi il popolo della Valsusa, i suoi sindaci con la fascia e tutti i gonfaloni, innalzati su un unico camioncino, nessuna bandiera di partito, meno che mai quelle del M5S: salvo il finale del corteo, quello dei sei “partitini” comunisti. In mezzo la Fiom che innalza anche i simboli della Cgil sopra la testa di Francesca Re David, la segretaria nazionale. I centri sociali, per una volta, hanno rinunciato a tutto: dispersi nel movimento, si sarebbe detto una volta, attenti a non fornire provocazioni, a non segnare il corteo che tuttavia è gestito dalla regìa silenziosa e discreta di Askatasuna e dei suoi capi, Lele Rizzo e Giorgio Rossetto. I cartelli parlano quasi tutti di No Tav, ma anche di scuola, territorio, ambiente e sanità; contro il profitto, il mercato e la guerra; usano qualche rara battuta sulle madamin del Sì Tav, ma senza malizia o volgarità.

Perché c’è molta sinistra, quasi tutta sinistra, in quel “serpente” che ha ancora la coda in piazza Statuto e la testa già sotto il palco davanti a Palazzo Reale, dove gli interventi sono appena cominciati. A smentire quei paralleli azzardati tra una piazza romana tutta leghista e una torinese tutta a Cinque stelle, a decretare l’incapacità del Pd e dei suoi intellettuali nell’interpretare i segni dei tempi. E a far rievocare ai più vecchi il corteo torinese dell’autunno 1973 dopo il golpe in Cile o la manifestazione dei metalmeccanici per il contratto del 1979.

Giornata di sole, in riva al Po: giornata felice, ma anche senza risposte. Nei silenzi e nelle aspettative di quella sinistra che, eppure, sorride e sfila contenta. “Com’è stato possibile che si siamo lasciati scappare tutto questo?…”, mormora Airaudo prima di entrare in piazza Castello. E le stesse parole sembra di coglierle sulle labbra di quella platea così diversa: di giovani e ragazzi, di popolo valsusino, ma anche dei cinquanta-sessantenni che paiono ritrovarsi all’improvviso, come in tanti cortei o in tanti eventi di un tempo che fu. Precari di oggi; ex operai o in pensione o diventati piccoli artigiani e commercianti al minuto, ma che non hanno dimenticato la fabbrica, il sindacato, il partito; insegnanti, piccola borghesia. Felpe e jeans sdruciti, cappotti un po’ lisi e demodé e però dignitosi, ma anche Barbour e pantaloni di velluto in tono. E intellettuali simbolo della sinistra torinese e certamente meno scontati di un Marco Revelli o di un Luca Mercalli, come l’americanista Gian Giacomo Migone.

Perché le domande della sera, mentre tutto torna allo shopping natalizio, rimangono sempre le stesse. Potrà mai trasformarsi davvero in una piattaforma politica la sola battaglia contro un treno veloce? E per chi potrà mai votare la sinistra di questo 8 dicembre 2018 torinese? Non lo sa Alberto Perino, uno dei leader No Tav della Val di Susa, che dal palco chiede ai Cinque stelle di non tradire e avverte la Lega: “Siamo pronti a metterci davanti alle loro ruspe”. Ma non lo sa neppure Sergio Chiamparino, il governatore piemontese del Pd che punta a farsi rieleggere trasformando, a sua volta, il Sì Tav in una piattaforma politica e che risponde ai 60 mila di piazza Castello citando il teorema di Ezio Mauro sulle manifestazioni parallele di Roma e di Torino. Proprio mentre un ragazzo si ferma sotto le finestre del suo ufficio nel palazzo della Giunta regionale di piazza Castello e innalza un cartello: “Chiamparino, guarda quanti siamo”.

La marea dei 60 mila No Tav. Da Torino segnale al governo

“Sono almeno il doppio delle madamine”. Non lo dicono soltanto i No Tav. Ma anche i negozianti del centro di Torino; lo ripetono i cronisti. Lo garantiscono i custodi del museo che si affaccia su piazza Castello, questo rettangolo di quattro ettari diventato nell’ultimo mese il ‘metro’ per misurare il consenso. Qui il 10 novembre c’erano i sostenitori della grande opera e ieri è andata in scena la rivincita. E se le madamine pare avessero raccolto 30mila persone, stavolta dovremmo essere intorno ai 60mila. Ma ecco la sorpresa: la Questura, che aveva stimato 25mila madamine, ieri parlava di appena 20mila No Tav. Mistero, perché quando la folla occupava piazza Castello, il corteo ancora riempiva via Micca e buona parte di via Cernaia. Difficile che i manifestanti fossero meno di 60mila.

Vittoria? “Il successo di oggi inizia e finisce qui. Era indispensabile per noi, ma è duro credere che le piazze decidano davvero la sorte del Tav. Ci sono interessi immensi in campo”, commenta Andrea, un duro e puro del movimento che ha avuto anche qualche rogna per la sua lotta. È un po’ lo stesso pensiero di Alberto Perino, volto storico dei No Tav, con la sua voce che dopo mille cortei è diventata una specie di megafono: “Un corteo bello e colorato”, quasi urla. Ma che cosa succederà adesso? “Se va bene, congeleremo l’opera per un po’; se andrà male, riprenderanno a scavare”. Insomma, non basta vincere la battaglia dei cortei? “La Lega non ha un becco di un quattrino, vuole sedersi sulle poltrone che contano. Strizza l’occhio al potere. Sono i Cinque stelle quelli che vogliono cambiare. Lo avevano scritto nel loro programma, ora non devono arrendersi”. Un passaggio che apre molte porte, in attesa dell’analisi costi-benefici decisa dal gvoerno. Tira un sospiro di sollievo Chiara Appendino, sindaca di Torino, schierata coi manifestanti, messa alle corde dagli imprenditori del Sì: 3mila si sono riuniti in città nei giorni scorsi.

Ma da ieri il Tav non è più soltanto una questione piemontese. Bastava osservare le bandiere, ascoltare i cori. Non è ancora un’alleanza politica, ma qualcosa più che un semplice “no” a un treno.

In mezzo al corteo sfila il vicesindaco di Torino, Guido Montanari (che viene contestato al grido “siete complici di Salvini): “I No Tav non sono contro tutte le grandi opere, ma contro quelle fatte male. Il Tav è vecchio e inefficace. L’Italia paga la fetta più grande dei costi, mentre la Francia ha la parte maggiore del percorso”. Non è solo Montanari, c’è una sfilza di amministratori M5S, come il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin (anche lui prova a cancellare l’immagine di movimento dei no): “Noi diciamo sì a investimenti in sanità, scuole e riassetto idrogeologico; no ai soldi cacciati in opere folli come Tav e Mose”. Difficile, però, non notare il peso di queste presenze: i 5Stelle contro un’opera che piace alla Lega. La manifestazione di ieri che crea un crepa nell’alleanza gialloverde, ma suscita dibattito anche nel M5S. Risveglia gli elettori con il cuore a sinistra che chiedono un ritorno alle origini. Un po’ forse sul filo dell’intervento di Beppe Grillo dei giorni scorsi che pareva rivolto anche ai suoi: non sappiamo dove si sta andando. E ieri in tanti attendevano il suo arrivo. Grillo non si è visto, ma ha parlato da Roma: “Ci dovremmo vedere con questi costruttori che stanno lì a protestare perché il loro progresso è il cemento? Se gli togli il calcestruzzo non hanno un’idea a morire”.

Ma guardate bene le bandiere che sfilavano ieri: era tempo che non si vedevano tanti giovani in corteo. Ventenni, ma anche 30/40enni magari con i figli in braccio che sventolano un pupazzo di Paperino. Gente senza vessilli o stemmi. Ma anche tante bandiere rosse, come non se ne vedevano da anni. “Io sono comunista. Sono venuto qui perché mi sento a casa a difendere i beni comuni,”, dice Ivan Repetto, operaio di Potere al Popolo. E ci sono pure schegge della stagione arancione, come Enrico Panini, vicesindaco di Napoli. Che dal palco lancia un discorso che va ben oltre il Tav: “Noi diciamo no alla svendita del territorio e dei beni comuni, ma urliamo sì alla crescita che guarda agli uomini”. Fino a quella frase che a molti passa inosservata: “Noi guardiamo a voi compagne e compagni”, applauso.

Certo, ci sono le bandiere dei centri sociali, gli anarchici. Ma ci sono anche, perfino di più, comitati di quartiere, sindacati, sindaci francesi e una manciata di gilet gialli. E tante associazioni, soprattutto ambientaliste, il mondo verde che nella società esiste, ma in politica non ha voce.

“È molto più facile riunire tutto questo in una piazza che in un movimento politico. Abbiamo molta strada da fare”, sorride Luca Tesei avvolto in una bandiera di Legambiente. Ma la forza del corteo di ieri la sentivi addosso camminandoci in mezzo e la pressione della gente ti spingeva avanti.

Il (vero) partito del Pil

Siccome la marcia No Tav di ieri a Torino è andata infinitamente meglio di quella Sì Tav dei forzapidinleghisti nascosti dietro le famose sette madamine, i giornaloni ne parleranno molto meno, i sociologi non saluteranno la nascita di una nuova classe sociale o di un nuovo partito o di una nuova opposizione, e nessuno si azzarderà a dire le sciocchezze che tutti dissero un mese fa: e cioè che, quando molta gente va in piazza a chiedere una cosa, il governo deve farla immantinente, altrimenti è la fine della democrazia e l’inizio del regime. Ed è giusto così, visto che abbiamo un Parlamento appena eletto che ha espresso una maggioranza assoluta che ha prodotto un governo perfettamente legittimo che è pienamente autorizzato a realizzare i suoi punti programmatici. Le manifestazioni di piazza sono tutte importanti, sia che vi sfilino 25 mila persone, sia 50 mila, sia 100 mila, sia che dicano sì sia che dicano no a qualcosa. Ma, finché la sovranità apparterrà al popolo, ciò che conta saranno i voti del Parlamento e le decisioni del governo che ne è espressione. Se il Tav Torino-Lione si farà o (più probabilmente) non si farà, sarà perché il governo (composto da ministri No Tav e Sì Tav) si affideranno al giudizio pool di esperti in opere pubbliche che hanno incaricato di raffrontarne i costi e i benefici.

Questo criterio scientifico-economico contraddice platealmente le dicerie catastrofiste sulla fine della scienza e sul trionfo dell’incompetenza. Che, almeno sulle grandi opere, andrebbero applicate ai governi di prima: quelli che buttavano paccate di miliardi di soldi nostri per opere pubbliche faraoniche senza mai ascoltare la voce degli esperti. I quali peraltro, dati alla mano, avevano sempre sostenuto nelle aule dei politecnici, in pubblicazioni scientifiche, in articoli su siti specializzati (come lavoce.info) e su giornali indipendenti (come il nostro e pochissimi altri) l’assoluta inutilità del Tav Torino-Lione. Che però, essendo un’opera costosissima e di lunghissima realizzazione, con uno scavo di quasi 60 km in una montagna piena di amianto e materiali radioattivi, diventerebbe sommamente dannosa. Ed essendo fortunatamente ferma da vent’anni alla fase preliminare, cioè ai famosi tunnel geognostici ed esplorativi (peraltro già costati quasi 2 miliardi), non ha neppure l’handicap di essere già in fase avanzata di costruzione (il tunnel di base, cioè dell’opera vera e propria, è ancora addirittura in attesa dei bandi di gara): dunque può e deve essere bloccata prima di cominciare. Per dirottare quei fondi su opere davvero utili.

E su veri posti di lavoro, cioè sul vero Pil. Le alternative le ha elencate ieri, nel nostro speciale, Dario Balotta: manutenzione della rete autostradale e ferroviaria (la meno utilizzata d’Europa sia per le merci sia per i passeggeri), il potenziamento della Ventimiglia-Genova e delle ferrovie meridionali da terzo mondo, ma anche di strozzature e colli di bottiglia sulle linee di confine a Nord, come quelle di Domodossola e la Chiasso che rendono praticamente inutile il nuovo traforo del Gottardo, lo scioglimento di nodi inestricabili come quelli stradali e ferroviari di Milano, il potenziamento dei disastrati treni-pendolari. Opere a basso costo e ad alta occupazione. Altro che un secondo treno merci fra Italia e Francia, ribattezzato da Grillo “acceleratore di mozzarelle”. Che questa baracconata pensata negli anni 80 con previsioni sballate e comunque disattese 30 anni dopo, non serva a nulla non lo dicono soltanto gli abitanti della Val di Susa, che da sempre si oppongono a quell’obbrobrio per ragioni di sopravvivenza. O attivisti storici come Beppe Grillo. Lo sanno anche personaggi insospettabili, che però oggi preferiscono sorvolare o voltare gabbana, perché opporsi al Tav non fa fine. Nel 2017, su lavoce.info, Carlo Cottarelli, principe di tutte le spending review, firmava l’appello di Marco Ponti e di altri 41 professori del Politecnico di Milano all’allora ministro Delrio (“Meno arbitrio nell’uso delle risorse pubbliche”): “Analisi indipendenti evidenziano come… la nuova Torino-Lione e la linea Napoli-Bari mostrino flussi di traffico, attuali e prospettici, così modesti da poter escludere che sia opportuno realizzarle nella forma prevista”. Firmato Ponti (oggi capofila del pool di Toninelli per l’analisi costi-benefici), ma anche Cottarelli.

Persino Renzi l’aveva capito, infatti nel suo libro Oltre la rottamazione (2013) definiva le opere come il Tav Torino-Lione “non dannose, ma quasi peggio: inutili. Sono soldi impiegati male. Prima lo Stato uscirà dalla logica ciclopica delle grandi infrastrutture e si concentrerà sulla manutenzione delle scuole e delle strade, e più facile sarà per noi riavvicinare i cittadini alle istituzioni. E anche, en passant, creare posti di lavoro più stabili”. Parole sante. Nel dicembre 2017, buon ultimo, lo scoprì persino Paolo Foietta, commissario di governo (Gentiloni) dell’Osservatorio per l’asse ferroviario Torino-Lione: “Non c’è dubbio che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Ue, siano state smentite dai fatti, soprattutto per effetto della grave crisi economica… Lo scenario attuale è, quindi, molto diverso da quello in cui sono state prese a suo tempo le decisioni… La domanda che i decisori devono farsi è: ‘Al punto in cui siamo arrivati, avendo realizzato ciò che già abbiamo fatto, ha senso continuare come previsto allora? Oppure c’è qualcosa da cambiare? O, addirittura, è meglio interrompere e rimettere tutto com’era prima?’”. Ecco, bravo, la terza che hai detto.