Lp, l’ultima dei romantici punkettoni

Laura Pergolizzi in arte Lp si è rivelata in tutta Europa nell’estate del 2016 grazie al brano Lost In You, una ballad scarna e intensa capace di trainare ben 200.000 copie dell’omonimo album. In realtà la cantautrice americana di origini italiane (nonni napoletani e siciliani) ha all’attivo cinque dischi, l’ultimo dei quali è stato pubblicato ieri e si chiama Hearth To Mouth.

Dopo una lunga gavetta come turnista, Laura ha scritto brani per autentiche star del pop, da Rihanna (Cheers) a Christina Aguilera (Beautiful People). Il Dna musicale di Laura è principalmente rock, lei stessa ha ammesso di essere cresciuta “a pane, Queen, Led Zeppelin ed Elvis”. “Ho iniziato a scrivere tantissime canzoni mettendo in ciascuna di esse tutta me stessa” racconta, “ho scritto molto sulla relazione con la mia ragazza, sulla sua fine, sulle tenebre nelle quali sono passata fino a ritrovare la luce. Credo che le canzoni valgano più di tante parole”.

Il nuovo album alza l’asticella della ricerca sonora e della qualità della produzione – ancora affidata a Mike Del Rio – e narra di relazioni sentimentali passate e vissute. Si parte con Dreamcatcher, zeppa di sovraincisioni, un intreccio tra The Sensual World di Kate Bush e Deep Sea Diver di Bat For Lashes. When I’m Over You è disegnata con un piano spettrale su cassa in quattro, tipico innesto rock americano anni Ottanta, ispirato da Journey e Foreigner. La voce in falsetto rende tutto più sensuale ed è un segno indelebile e riconoscibile presente in gran parte dei brani.

One Night In The Sun, dal sapore intimista, ha atmosfere maudit, quasi un gospel all’incontrario. Girls Go Wild spiazza con un basso pulsante: sarà probabilmente un singolo radiofonico estivo. La ballad per antonomasia dell’album è Dreamer, con echi di costruzioni care a Meat Loaf e Pat Benatar. Ciò che più rende amabile Lp è la sua indole punkettona, talvolta ferocemente esibita, spesso nascosta tra le righe: è la sua vera cifra stilistica.

Basta ascoltare il capolavoro Special: squarcia il ventre con un assolo degno di What’s The Frequency Kenneth? dei R.e.m, con i migliori ingredienti della new wave post punk. Un delirio adorabile. La scelta del primo singolo, in rotazione radiofonica da ieri, è caduta su Recovery: nel videoclip vediamo Lp distrutta, seduta in una stanza di hotel completamente sottosopra, con i pensieri rivolti all’amante, forse ormai divenuta ex: “All’improvviso un ricordo e il tempo è come un nemico, così glaciale”.

Per chi vuole incontrarla, Lp sarà presente oggi a Roma alla Discoteca laziale alle 16 per il firmacopie (e domani alle 16 a Milano alla Mondadori di piazza Duomo). Inoltre stasera alle 22 su Radio 2 Live presenterà in esclusiva le nuove canzoni dal vivo.

Profezia di Proust: “La Grande Guerra è feroce fantascienza”

A pochi giorni dallo scoppio della Grande Guerra c’era già chi vaticinava: “Milioni di uomini stanno per essere massacrati in una Guerra dei mondi paragonabile a quella di H.G. Wells, solo perché uno sbocco sul Mar Nero è vantaggioso per l’imperatore d’Austria”. Non è un oracolo qualunque, è Marcel Proust, profetico e ieratico come una Pizia nel tempio di Delfi: al pari della sacerdotessa, lo scrittore viveva chiuso in una stanzetta perennemente profumata, non dai vapori dell’alloro ma dai fumi dell’oppio, che – credeva lui – gli alleviavano l’asma e certo gli regalavano il dono della preveggenza.

La previsione non scontata dei milioni di morti e della guerra come feroce romanzo di fantascienza si trova in una lettera al cugino e consulente finanziario Lionel Hauser, una delle trenta lettere digitalizzate e ora disponibili a tutti sulla piattaforma Corr-Proust (proust.elan-numerique.fr/letters/all), nata dalla sinergia tra l’Università dell’Illinois e l’Ateneo di Grenoble. Il prezioso carteggio – tra il 1914 e il 1918 – è solo il primo a essere pubblicato e divulgato online: i ricercatori stanno, infatti, catalogando e digitalizzando le oltre 6.000 missive del grafomane autore della Recherche, prolisso pure nelle private corrispondenze.

A Hauser il 43enne Proust (1871 – 1922) scrive nella notte tra il 3 e 4 agosto 1914: di giorno preferisce dormire, fino alle quattro del pomeriggio circa, senza contare la cagionevole salute, per cui persino “per il mio libro sono stato intervistato a letto”. Oltre a esprimere al banchiere le sue preoccupazioni economiche – la guerra, e il conseguente ribasso delle Borse, gli brucia i risparmi –, Marcel confida le sue paure sui “giorni terribili che stiamo attraversando: i miei poveri interessi mi sembrano del tutto irrilevanti… Spero ancora, io che non sono un credente, in un miracolo che fermi all’ultimo questa macchina letale. Mi chiedo come un cattolico praticante come l’imperatore Francesco Giuseppe possa apparire davanti a Dio dovendogli riferire delle milioni di vite umane sacrificate”.

Con il compositore Reynaldo Hahn, uno dei suoi tanti amorazzi, si lascia andare a confidenze più intime, persino sugli ex: “Ho davvero adorato Alfred (Agostinelli, morto pochi mesi prima pilotando un aereo e probabile modello dell’Albertine della Recherche, ndr). Non è sufficiente dire che l’ho amato, e non so perché lo scrivo al passato perché lo amo ancora… Ma con lui non mi sento obbligato a un dovere come quello che mi lega a te, anche se ti amassi mille volte di meno”. Quanto all’omosessualità, chiede all’amico la massima riservatezza: “Se mai vorrò formulare queste cose sarà con lo pseudonimo di Swann. Quando leggerai All’ombra delle fanciulle in fiore, riconoscerai l’anticipazione e la profezia di ciò che ho vissuto”.

Proust è molto preoccupato, inoltre, per le sorti del fratello Robert (che presta servizio come chirurgo, ma tornerà sano e salvo e verrà insignito anni dopo della Legion d’Onore, ndr): “È partito per Verdun”, scrive a Louis de Robert, “ma sul fronte il fuoco non è mai cessato. Tutti i miei più cari amici sono in prima linea”. Per consolarsi spedisce lettere a un altro spasimante, Lucien Daudet, figlio del più famoso Alphonse: “Tutto può essere tollerato quando pensiamo al martirio dei soldati: siamo così commossi dal loro sacrificio… Spero che tu non abbia troppi amici tra i ‘Morti d’onore sul campo’: piangiamo persino gli estranei”.

Poi manda messaggi a Cocteau per complimentarsi con Picasso; se la prende coi “moderni D’Artagnan”; spettegola sui colleghi che, insensibili alla tragedia, si lanciano in paragoni con le commedie di Molière. Non mancano, infine, le riflessioni sulla letteratura, in tempi in cui l’odio per il nemico straborda dalle trincee alle accademie, ai giornali, alle arti. Tutti ce l’hanno con Wagner, ma “se invece di essere in guerra con la Germania lo fossimo con la Russia, cosa si direbbe di Tolstoj e Dostoevskij?… Non possiamo privare, non dico i nostri musicisti, ma i nostri scrittori del prodigioso e fecondo ascolto del Tristano, della Tetralogia… Arte e Guerra! Ci viene detto di poesie che fomentano la guerra, ma io non ci credo troppo”.

I militari più Bonvi di tutti 50 anni di Sturmtruppen

Lui cantava: “O Guccinen sì bellen e perduten”. L’altro sospirava: “Bonvi, se i duri americani bevessero Lemonsoda, avresti un tasso alcolico diverso”. Franco Fortunato Gilberto Augusto Bonvicini, bellissimo, biondo, imberbe, sbraitava: “Guccio, voglio fare una satira del militarismo. Ohi, quello assurdo. A me, i soldati piacciono. Abbiamo fatto il militare insieme, ho pensato di disegnare dei tedeschi. Li chiamerò Sturmtruppen. Dammi una mano per le battute”. E l’altro, spilungone, nero, barbuto: “Si può fare. Qualche battuta posso trovartela”.

Francesco Guccini tornando dal funerale dell’amico scrisse Lettera, ora continua a sospirare: “Nelle prime Sturmtruppen c’è qualcosa anche di mio”. Il biondo, Bonvi, se ne è andato il 10 dicembre 1995, travolto dall’auto di un ubriaco. Da ieri fino al 7 aprile 2019 lo fanno rivivere in una mostra come piaceva a lui, ridendo, gozzovigliando fra colori e matite. Sturmtruppen 50 anni. È il mezzo secolo da che, 23 novembre 1968, i soldatini tedeschi di Bonvi uscirono su Paese Sera: prime strip su un quotidiano italiano; poi furono pubblicate in undici lingue, finirono nell’Urss di Breznev. Milioni e milioni di copie. La stampa italiana in strip(tease) fece il giro del mondo. Palazzo Fava a Bologna dove adesso le ricordano è uno dei più nobili: ad affrescarlo furono i fratelli Carracci, padri del Barocco. Ci hanno esposto Giorgio Morandi, Raffaello, i fiamminghi. Sturmtruppen sono solo una sigla, per i giovani: come l’Armata Brancaleone. L’operazione bolognese vuole cercare di darle forma e presente, storia e riflessione: a farlo non è la sinistra, è una banca, Genus Bononiae della Fondazione Cassa di Risparmio.

Sotto gli Ercoli del XVI secolo, sfilano 250 disegni di Bonvi. Soldatini tedeschi ma non nazisti. La guerra come macelleria fisica e mentale. Opere a fumetti di uno cacciato praticamente dall’esercito perché da sottotenente aveva trainato con un carro armato l’auto in panne, poi era sconfinato in Jugoslavia. Divenne simbolo mondiale di pacifismo, antimilitarismo. Ma, figlio di militari, come ultima opera, disegnò l’Almanacco dell’Esercito, fu fatto capitano ad honorem all’Accademia di Modena, con regalo un fucile d’epoca (inutilizzabile). “Ci saranno anche ricostruzioni, come piacevano a mio babbo – racconta Sofia Bonvicini, architetto e curatrice –. Le trincee, i tavoli, le divise. E gli altri suoi personaggi: il detective Nick Carter che creò per Gulp – Fumetti in tv, Cattivik, Cronache dallo spazio profondo”.

Sturmtruppen germogliarono al Grande Italia, ora è una boutique: era il bar dove a Modena nacquero il beat, l’Equipe ’84, Guccini, i reggiani Nomadi, il rabbioso Pierangelo Bertoli e la bionda Caterina Caselli. Valerio Manfredi da Piumazzo proclamava: “Conquisteremo il mondo. Venderò libri a milioni e ci faranno film”. Gli accademici di cui era assistente a Storia lo costrinsero a diventare ricco e famoso come Valerio Massimo. Il bambinetto Vasco Rossi lanciava occhiate dalle vetrine: crebbe a Bologna, sotto le Due Torri, in casa del geometra Franco Bonvicini. Facevano colazione a loro modo al Roxy Bar, vite spericolate. Guido Silvestri era assistente di studio: divenne Silver di Lupo Alberto.

Le Sturmtruppen sono un’Armata diventata grande fra amicizie perdute e ritrovate. “No, Je Ne Regrette Rien” cantava Edith Piaf dal mangianastri portato alla Certosa di Bologna nel dicembre 1995 da Guido De Maria, il vate di Bonvi, uomo di tv e pubblicità. “Disegna bene. Vedi un poco” glielo portò Guccini in studio, a Modena. Il maestro-poeta e il geometra-disegnatore cominciarono con la pubblicità dell’Amarena Fabbri, “Salomone pirata pacioccone”. Fra gnocco fritto a casa di De Maria, “Danke” e “Bitte” di amici balenghi, nacquero le Sturtruppen, poi “Cronache del dopobomba”, fantascienza nera a fumetti. Hugo Pratt intanto immortalava l’amico, di cui fu testimone di nozze, in Una ballata del mare salato: è l’ufficiale tedesco di marina Slutter, disincantato e leale fino alle morte. Staino da regista lo dirigeva in Cavalli si nasce, ufficiale borbonico, modenese e antimeridionale. Salvatore Samperi, che nel ’68 fece famoso Lou Castel con Grazie zia e dopo un mito Laura Antonelli di Malizia, girava Sturmtruppen con un meglio del cabaret italiano, Cochi-Renato-Boldi-Teocoli-Toffolo-Andreasi-Jannacci-Robutti-Smaila, più Corinne Cléry e Bonvi.

Bonvi fu travolto da un’auto mentre andava a cercar di vendere suoi disegni e raccattar soldi per Magnus, Roberto Raviola, malato di cancro, padre di Kriminal, Satanik, Alan Ford, uno straordinario Tex, uno dei pochi italiani al Musée de la bande dessinée in Angoulême. Picari nel pubblico e nel privato, vivevano soli in una locanda. Correvano per i corridoi su due immensi tricicli, sghignazzando come Jack Nicholson in Shining. Raviola morì qualche mese dopo Bonvi.

Il geometra modenese era stato eletto consigliere comunale Pci nell’85. Pesce fuor d’acqua, fece approvare il primo progetto di moschea e si batté per molte, anche sconclusionate libertà. Se ne andò due anni dopo, dopo una seduta di 14 ore. “Troppi imbecilli”. Uscì dall’aula cantarellando “L’estate sta finendo, e il Bonvi se ne va”. Però poi bussò alla porta di un amico e chiese: “Aiutami a scrivere una lettera al sindaco Imbeni. A lui voglio bene e devo spiegare”. A Modena gli hanno dedicato il Bonvi Parken, con sagome dei suoi non eroi. Umberto Eco lo citava nei suoi studi sulla televisione: “Si inventò la flagranza di piretro, per pubblicizzare un insetticida. Quando sentì sua mamma elogiarne il profumo, sbottò: ‘Ma dai, me lo sono inventato io’. E sua madre: ‘Bugiardo! Lo dice la tivù’”. Sua madre lo aveva segnato, alla nascita, agli uffici anagrafi di Modena e Parma. Due comuni, due nascite, due tessere annonarie della guerra.

Su Kiev è flop. Ancora linea moderata per Moavero

Si chiude con un nulla di fatto sull’Ucraina, il vertice Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione che ha concluso ieri l’anno di presidenza italiana. Fallimento doppio per un’organizzazione che dovrebbe trovare soluzioni di pace “da Vancouver a Vladivostok”, ma che si deve arrendere alla contrapposizione tra interessi russi e interessi occidentali. Il ministro degli esteri russo, Serghey Lavrov, ad esempio, ha definito “senza prospettive” l’ipotesi di una missione di monitoraggio Osce nel mar d’Azov, teatro dello scontro navale tra Russia e Ucraina e ha poi aggiunto che “al momento l’Ue si comporta in modo aggressivo e russofobo” e “noi faremo di tutto per ridurre la dipendenza economica dai partner occidentali”. Dal canto suo il ministro degli esteri ucraino, Pavlo Klimkin, non ha fatto mancare i suoi attacchi a Mosca anche se i due si sono comunque allo stesso tavolo e hanno avuto un colloquio a quattrocchi.

In questi vertici, però, oltre la sostanza c’è la forma e c’è uno schermo fatto di capacità di tessere dialogo e di stilare documenti che non avranno nessuna traduzione concreta ma indicano lo stato della diplomazia internazionale. Da questo punto di vista la presidenza italiana si ritiene molto soddisfatta per la quantità e qualità dei documenti approvati. In particolare per quello a difesa dei “giornalisti in pericolo” che gli Stati Uniti volevano respingere ma, dopo essere stati rassicurati che non si trattava di un attacco a Trump, hanno approvato. Così come il documento contro la violenza sulle donne. Il ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, conferma così una politica estera molto dialogante, per nulla associata agli strappi che, ad esempio, M5S e Lega chiedono vero l’Europa, in una sostanziale continuità con il passato, particolare gradito anche al Quirinale.

Tutte “le guide” dei Gilet anti-Macron

Parigi attende il quarto atto della protesta dei Gilet gialli. Oggi musei, teatri e grandi magazzini restano chiusi, i negozi barricati, i parigini restano in casa. Per scongiurare gli sfregi e le violenze di sabato scorso, nelle strade sono mobilitati 8 mila poliziotti. Il governo teme l’uso di armi e parla di individui che vogliono “rovesciare il potere”. E certo non aiutano a stemperare il clima le immagini di ieri di decine di liceali in ginocchio, ammanettati faccia al muro o con le mani sulla testa dalla polizia dopo le proteste in periferia, vicino Mantes-la-Jolie.

Ai Gilet non basta che il governo abbia annullato la carbon tax. Chiedono più giustizia sociale e fiscale e posso andare avanti perché hanno la simpatia dei francesi. Un noto cantante, Francis Lalanne, ha proposto di rappresentarli alle elezioni europee. In piazza ogni categoria porta le proprie richieste, ma chi si mobilita è unito su bersaglio: Emmanuel Macron.

Éric Drouet e i Gilet arrabbiati. Sono quelli che dovrebbero raggiungere Parigi nonostante gli appelli alla “calma”. Uno dei loro volti più noti è Éric Drouet, 33 anni, autotrasportatore di Melun, nella regione della Capitale. Era stato lui a lanciare l’appello per l’“Atto 2” del 24 novembre. Dalla cabina del suo camion Éric si filma, dice che bisogna continuare la lotta, e poi posta i video su “La France en colère”, che conta più di 235 mila abbonati. L’altro giorno in diretta su Bfm tv è andato troppo oltre, lanciando un appello a “marciare” sull’Eliseo: “Se arriviamo all’Eliseo sabato, entriamo”. Stamattina però è in tribunale. I giudici hanno aperto un’inchiesta per “incitamento al crimine”.

Jacline Mouraud e i Gilet gialli liberi. Sono quelli che bloccano nel buon umore raccordi e caselli autostradali. Con loro c’è Jacline Mouraud, la bretone il cui video di invettive contro Macron è stato visto milioni di volte. Ieri lei e il mediatico Benjamin Cauchy, 38nne commerciale di Tolosa, hanno preso la parola per dire no alla violenza: “La Francia dei dimenticati si deve esprimere nelle regioni”. I Gilet “liberi” vogliono il dialogo con il governo ma sono anche bersaglio di minacce dai più radicali. Ieri sera alcuni di loro hanno incontrato il premier Philippe.

Gli studenti solidali e gli incappucciati. I Gilet hanno la solidarietà degli studenti che da sei giorni bloccano i licei. Sono circa 400 gli istituti occupati. Nelle scuole si protesta contro la riforma della Maturità e il rincaro delle tasse di iscrizione per gli stranieri. Ma dalle scuole denunciano anche l’aumento delle tasse che un giorno dovranno pagare come i loro genitori e scandiscono “Macron démission”. Il movimento è stato infiltrato da “incappucciati”, sfociando in disordini e feriti.

Sindacati: Philippe Martinez. Dicono di non voler inseguire un movimento nato apolitico, ma lo appoggiano e hanno cominciato a manifestare. Prima rivendicazione: l’aumento del minimo salariale. “Bisogna fare sciopero, i Gilet Gialli devono unirsi”, ha detto ieri Philippe Martinez, segretario della Cgt, a Le Monde. Martinez invita i suoi a raggiungere il movimento ma condanna la violenza: “Non diciamo che bisogna marciare sull’Eliseo, ma il governo sta giocando col fuoco”. Intanto è stata fissata la data per lo sciopero generale: il 14 dicembre.

Dopo-Merkel, Cdu sceglie AKK: licenza di mediare

Sarà ancora una volta una donna a guidare il maggior partito conservatore tedesco: Annegret Kramp-Karrenbauer. È questo il risultato uscito dal congresso di Amburgo della Cdu. Con una risicata maggioranza del 51,7%, raggiunta dopo un ballottaggio che le ha dato un distacco di appena 35 voti dal rivale Friedrich Merz, la segretaria generale della Cdu prenderà il posto di Angela Merkel alla guida del partito, per la prima volta dopo 18 anni. A.K.K., come la chiamano in molti, è la beniamina di Merkel ma non il suo clone.

Il suo profilo è più conservatore e meno socialdemocratico rispetto a quello giocato dalla cancelliera in questi anni. Con lei ha non ha vinto la continuità ma il cambiamento nella continuità, per rovesciare le parole di Tomasi di Lampedusa. E in questo caso la novità è rappresentata da un ritorno alle radici della Cdu, le radici cristiane e conservatrici di un partito ancora radicato nella base della società, e non solo nei consigli di amministrazione dei gruppi industriali.

Kramp-Karrenbauer sarà leale con Merkel, nessuno ne dubita, e questo allontana il rischio di una caduta anticipata del governo. Sul suo possibile futuro da cancelliera, invece, per il momento c’è molta più cautela. Ma già dal discorso di oggi al congresso si è visto che la Germania non avrà a che fare con una mini-Merkel. La retorica di A.K.K. è più forte e a tratti emozionante, come la cancelliera non è mai stata, e i contenuti sono chiaramente più decisi. “Forza” e “coraggio” sono state le parole chiave del suo discorso, in un’orazione incentrata sull’orgoglio cristiano-democratico. “Leggo sui giornali che c’è una Cdu sociale e una Cdu liberale”, “un’ala dei lavoratori e un’ala dei datori di lavoro, ma per me c’è una sola Cdu, la mia Cdu” ha detto, suscitando un profluvio di applausi dei 1001 delegati di Amburgo.

Con Kramp-Karrenbauer i valori tornano a giocare un ruolo politico, lo testimoniano le sue posizioni sull’aborto, ribadite oggi al congresso, e la sua contrarietà al matrimonio omosessuale (ma non è contraria all’adozione da parte delle coppie gay). Sul tema dell’accoglienza dei migranti ha mostrato di avere idee chiare: chi delinque deve andarsene, non importa da dove venga. Anche questo la distanzia da Merkel e dal suo continuo richiamo ai diritti civili garantiti dalla costituzione. Per AKK le paure del suo elettorato – che è andata a conoscere personalmente in un tour in bicicletta con il marito l’estate scorsa – hanno diritto di ascolto e di cittadinanza nel partito.

Diciotto anni di Merkel alla guida del partito, però, non sono passati senza lasciare traccia. “Tenere insieme” le diverse anime del partito sono il lascito più significativo della cancelliera, ribadito anche oggi nel suo discorso di addio. “Riunire e governare insieme” ha detto Merkel, con un gioco di parole che viene bene solo in tedesco (zusammenfuehren und zusammen fuehren). Questo non è solo un motto coniato per un congresso che ha visto anime diverse rivaleggiare fino all’ultimo, è stato anche uno stile di governo.

Mediare fino alla stremo è stata la forza della cancelliera. Lo stesso imprinting ha segnato anche le prime mosse da leader della Cdu dell’ex segretaria generale quando oggi, dopo le votazioni, ha offerto ai suoi rivali di collaborare insieme nella nuova riorganizzazione del partito. Al termine del discorso di addio di Merkel, dopo un applauso lungo dieci minuti, il ministro-presidente dell’Assia, Volker Bouffier, le ha regalato davanti alla platea e a nome di tutti la bacchetta del direttore d’orchestra, Kent Nagano, usata in un concerto alla Filarmonica di Amburgo. In qualche modo, l’elezione di Annegret Kramp-Karrenbauer sembra ancora l’ultima pagina di una partitura diretta da Merkel.

Huawei è un rischio pure per Bruxelles

Il giorno dopo l’arresto in Canada di Meng Wanzhou, chief financial officer di Huawei e figlia del fondatore dell’azienda tecnologica, sulla quale pende una richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti legata a un’indagine su presunte violazioni delle sanzioni imposte all’Iran, non ha chiarito molto il merito della vicenda ma ha però scatenato una lunga serie di reazioni che forniscono un quadro del posizionamento globale su quello che, ha assicurato ieri la Casa Bianca, è un problema di sicurezza nazionale. Per le fonti ufficiali, insomma, niente a che vedere con gli accordi commerciali e con la sempre crescente predominanza cinese nelle tecnologie di nuova generazione, come il 5G.

“Sul caso Huawei dobbiamo essere preoccupati perché Pechino ha fissato nuove regole in base a cui le imprese cinesi devono cooperare con l’intelligence e non è un buon segno quando le imprese devono aprire i loro sistemi ai servizi segreti”, ha detto il vicepresidente della Commissione Ue al digitale, Andrus Ansip, ammettendo però che “di fatto non sappiamo molto di questo caso, ma naturalmente dobbiamo avere paura”. Il rischio, per l’azienda, è che si generi l’effetto domino in un momento cruciale per il mercato legato allo sviluppo del 5G.

Intanto, secondo i media locali, Tokyo sarebbe pronta a vietare l’utilizzo da parte della sua amministrazione di attrezzature dei gruppi cinesi Huawei e Zte. Il portavoce dell’esecutivo nipponico, Yoshihide Suga, ha segnalato che il Giappone “coopera strettamente con gli Stati Uniti” sui temi della sicurezza informatica mentre la Cina ha fatto sapere di essere “profondamente preoccupata” anche perché sia Huawei e Zte operano legalmente in Giappone da lungo tempo, con un giro d’affari importante. “Speriamo che il Giappone fornisca alle aziende cinesi presenti nel Paese parità di condizioni e non faccia nulla per minare la fiducia reciproca e la cooperazione bilaterale”, ha detto Geng Shuang, portavoce del ministero degli Affari esteri.

Sulla questione dell’arresto, invece, è intervenuta la Russia che ha attaccato gli Usa. “Ritengo che sia ancora una volta un fenomeno della linea di applicazione extraterritoriale delle leggi nazionali – ha detto il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov –. In Canada, su richiesta americana, si è agito in questo modo, è una cosa inaccettabile. Un atteggiamento di grande arroganza politica e da superpotenza che nessuno accetta e che viene condannata dagli alleati degli Usa. Bisogna porre fine a tutto questo”.

Ieri, intanto, Wall Street è affondata su Huawei per i timori per la fragile tregua con la Cina sui dazi. Il Dow Jones ha perso il 2,19%, il Nasdaq il 2,68%.

La reazione dell’azienda è arrivata soprattutto sulle posizioni espresse dal commissario Ansip, mentre circolava la notizia secondo cui nella settimana trascorsa avrebbe accettato le condizioni imposte dalla Gran Bretagna per procedere con i progetti sullo sviluppo del 5G: “Siamo sorpresi e delusi – ha replicato l’azienda – e respingiamo categoricamente ogni accusa secondo cui rappresenteremmo una minaccia alla sicurezza”.

Le mail riservate che accusano Facebook: “Pratiche scorrette”

Due sanzioni comminate ieri dall’Antitrust italiana contro Facebook per 10 milioni di euro: “La società induce ingannevolmente gli utenti a registrarsi senza informarli adeguatamente in fase di attivazione dell’account dell’attività di raccolta dati con intento commerciale e delle finalità remunerative”.

La misura arriva poche ore dopo la pubblicazione di 250 pagine di documenti interni, scambiati tra dirigenti e dipendenti di Facebook, tra le diverse squadre di sviluppo del social network e tra quest’ultimo e altre aziende. Email riservate, rese note due giorni fa da un parlamentare britannico, Brian Collins, e fornite dalla società proprietaria di Pikinis, una app per rintracciare donne in bikini su Facebook che è in causa con Menlo Park per i presunti danni subiti dalle modifiche sulla privacy introdotti dal social nel 2014. Le carte mostrano, secondo Collins, diverse storture del sistema, dalle pratiche sulla monetizzazione dei dati degli utenti a quelle anticoncorrenziali, dagli accordi con aziende come Netflix e Airbnb per l’accesso agli amici degli iscritti.

Si parte dal 2013: Mark Zuckerberg riceve una mail. “Twitter ha lanciato Vine oggi, che consente di girare brevi segmenti video per creare un singolo video di 6 secondi – scrive Justin Osofsky il 24 gennaio -. A meno che nessuno sollevi obiezioni, chiuderemo l’accesso alle API (gli strumenti operativi, ndr) dei nostri amici oggi”. In pratica suggerisce di impedire agli utenti di Twitter di poter raggiungere, tramite Vine, gli amici di Facebook. “Yap, go for it” è la risposta di Mark Zuckerberg. Tradotto: “Certo, procedi”.

Vine chiuderà nel 2016 senza mai raggiungere il successo. Nel 2015, Facebook discute della possibilità di accedere alla cronologia chiamate degli utenti e del modo di informarli. Il tema è considerato ad alto rischio PR (Pubbliche relazioni, ndr). “Ragazzi, come sapete tutto il team di sviluppo sta pianificando l’aggiornamento delle autorizzazioni su Android” si legge in uno scambio tra alcuni dipendenti. Si spiega che si includerà la richiesta di autorizzazione per accedere al registro delle chiamate, sarà fornito uno strumento per attivare “una funzione che ti consente di caricare continuamente la tua cronologia degli sms e delle cronologie delle chiamate su Facebook da usare migliorando cose come PYMK (persone che potresti conoscere, ndr), il calcolo dei coefficienti, la classifica dei feed ecc”. Sono consapevoli delle criticità d’immagine, “ma il team addetto alle pubbliche relazioni si è già portato avanti”. La discussione prosegue, fino alla soluzione: “Sulla base dei test iniziali, sembra che questo ci consentirebbe di aggiornare gli utenti senza sottoporli alla finestra di dialogo (per le autorizzazioni, ndr) di Android”.

Dalle carte viene fuori che la monetizzazione è un importante, e controverso, tema per l’azienda. Tanto che nel 2012 Zuckerberg ipotizza di ricavare una media di 10 centesimi l’anno per utente dall’accesso ai sui dati. “Ho riflettuto molto sul (…) modello di business della piattaforma questo fine settimana (…) se lo rendiamo così gli sviluppatori possono generare entrate per noi in modi diversi”. Un possibile modello strutturato in modo che “l’accesso con Facebook sia sempre gratuito. La trasmissione di contenuti a Facebook è sempre gratuita. Leggere qualsiasi cosa, compresi gli amici, costi un sacco di soldi. Forse nell’ordine di $ 0,10/utente ogni anno (…). L’idea di base è che qualsiasi altra entrata che generi per noi ti fa guadagnare un credito per qualunque costo che derivi dall’uso della piattaforma”. Incluse le pubblicità profilate. In un post su Facebook, Zuckerberg ha sottolineato che la questione non ha nulla a che fare con i dati degli utenti.

“È simile al modo in cui agli sviluppatori viene addebitato l’uso di servizi cloud come Amazon Web Services. Non abbiamo mai venduto i dati di nessuno”. È però sempre del 2015, una serie di mail in cui Konstantinos Papamiltidas, responsabile degli accordi con le piattaforme terze, scrive che Facebook ha inserito in una “whitelist” società come Netflix, Airbnb, Lyft, Badoo e altre app di incontri online per evitare loro il blocco sulla privacy del 2014 che impedisce ad aziende come Cambridge Analytica di accedere alle informazioni degli amici. Per loro Facebook avrebbe fatto un’eccezione, non costringendole a usare la nuova e più restrittiva Api ma assicurandogli quella riservata agli amici, Hashed Friends Api. “Come promesso, trovate in allegato i documenti per la Hashed Friends Api utilizzabile per il social ranking – scriveva Papamiltidas ad Airbnb -. Fateci sapere se possa interessarvi, perché sarà necessario firmare un accordo”.

Per Zuckerberg, i documenti presentati sarebbero “accuratamente scelti. Le estensioni concesse – ha spiegato – erano di breve durata e impiegate solo per evitare che le persone perdessero accesso a specifiche funzioni durante gli aggiornamenti delle app”.

Piccole larve in cerca di vita

Il muro di confine taglia il paesaggio lunare come una lama. Di qui, il Messico, dall’altra parte, il luccicante Sogno Americano. Ed è proprio il sogno, quella speranza – più volte vana – di una vita migliore, il motore che spinge i migranti ad attraversare Paesi, a percorrere migliaia di chilometri con addosso la loro vita racchiusa in uno zainetto. Verso gli Stati Uniti.

Siamo a Tijuana, terra di confine, e come spesso accade, di traffici illeciti e di banditi. Qui, dove si respira l’America ma si parla ancora spagnolo, percorro la zigzagante autostrada verso Tijuana’s beach. Lasciata la città e le sue baracche, attraverso il Canyon del Matadero (nome che evoca la macellazione degli animali): un territorio di passaggio controllato ripetutamente da vedette americane e, da questo lato del border, da roboanti furgoncini messicani.

Da lontano vedo muoversi piccole figure. Uomini in uniforme che, come caricati a molla, cercano la loro preda: una manciata di migranti intenti a fare il grande salto. “Para! Para!” urlo al tassista che impaurito inchioda. Scendo velocemente dalla macchina, e cerco un punto panoramico per riuscire capire cosa stia succedendo.

Il confine appare come un lungo serpente senza testa: in pancia, un gruppo di migranti intrappolati fra il muro e il filo spinato. Sono riusciti ad attraversare il primo ostacolo, e a calpestare il territorio americano, ma questo non basta. Con le nuove leggi restrittive sull’immigrazione dell’amministrazione Trump, negli ultimi mesi il confine è stato rinforzato, cosparso di filo spinato. Chilometri di terra diventati l’incubo de los gringos.

Su e giù lungo la scoscesa collina, a ogni passo scendo nel girone infernale costeggiando il muro verso fondo valle. Si sentono le voci dall’accento honduregno. E i pianti dei bambini, tra gli sguardi atterriti delle loro madri e la stazza dei militari americani che, giunti sul posto, si piazzano davanti a loro, come a volere bloccare ulteriormente il passaggio.

Con il muro fra me e la realtà – come se non volesse farmela vedere, farmi raccogliere questi frammenti di vita – cerco un buco lacerato nelle lamiere metalliche per inserire il braccio, o almeno l’obiettivo. Le parole, le voci, invece passano, attraversano. “Non potete oltrepassare il filo spinato. Se i vostri figli si feriranno, vi manderemo in carcere. E sarà peggio per voi” dicono i militari alle giovani donne. Il tempo scorre lento fra minacce e speranze infrante, quando, dopo circa due ore, oramai esasperate, le donne desistono. Per un momento erano riuscite ad agguantare la speranza, ma ora, che è persa, bisogna tornare indietro, e attraversare ancora una volta il muro: in direzione contraria, però, verso il Messico.

Attraverso un pertugio invisibile ai più, esce il piccolo Kevin e le sue esili gambe seguite penzoloni dal resto del corpo, afferrato dal braccio della madre. Xinia ha solo 19 anni ma molti chilometri alle spalle. Una dopo l’altra escono Mirna, Darielle e Fabiola, seguite dai loro bambini. E poi ancora Ashley e Oliver, rispettivamente 10 e 7 anni: loro soli, senza le madri già entrate mesi fa nel territorio americano. Dall’Honduras si sono uniti alla Caravana, con il desiderio di ricongiungersi alle lori madri. Spaventate dal timore della deportazione, risalgono la collina con sguardo attonito alla ricerca della polizia di confine, questa volta messicana.

“No nos vamos a deportar, ven por favor!” parole che rompono il ghiaccio e spezzano l’incubo del rimpatrio. Ora tutto sembra più semplice, e il tempo riprende il suo corso. Finalmente riesco a guardare negli occhi le donne, prima che l’oscurità scenda nel Canyon.

Mirna beve assetata. Quarantatré anni, e una vita che molti noi non riuscirebbe nemmeno a concepire. Ha avuto solo un giorno per lasciare tutto quello costruito, per abbandonare affetti e speranze, per non correre il rischio di essere uccisa dai sicari per non aver pagato il pizzo per il suo piccolo negozio. Ventiquattro ore di tempo per prendere l’unica figlia rimasta a casa, e migrare verso il Sogno Americano. “In Honduras non posso più tornare, hanno ucciso mio figlio e strangolato mia madre, mi rimane solamente lei…”, indicando la figlia di 10 anni. La figlia si chiama Mirna: porta il suo stesso nome. Come volesse darsi, lei, Mirna, la madre, una seconda possibilità. “Almeno lei si merita di vivere lontano dalla violenza. Almeno lei si merita una vita”.

Caro Attila, la pacchia è finita: Unno vale Unno

Questo Attila immortalato da Giuseppe Verdi passa per un gran briccone, ma in realtà ha avuto solo un gran culo. Andava, veniva, faceva e disfaceva a capo delle sue orde barbariche di follower senza che nessuno gli dicesse niente. Nessun controllo alle frontiere, né Orbán né Salvini; anzi, al solo vederlo apparire, i più se la davano a gambe. Soprattutto, non c’erano i social network, sola igiene del mondo digitale, custodi unici del Politicamente Corretto. Ci provasse ora il re degli Unni a farsi chiamare Flagellum Dei e a mettersi in testa quell’elmo con le corna che farebbe inorridire Enzo Miccio; la Rete ci metterebbe un bit a renderlo virale, Mario Adinolfi lo aspetterebbe sotto casa. Si vantava di radere al suolo ogni cosa: “Dove passo io, non ricresce un filo d’erba”. Complimenti. Provi ora a demolire una sola villetta condonata, lo dica alla Confindustria che è contro le grandi opere. Nella vita privata, peggio che mai. Frustava a sangue i suoi cavalli, comoda la vita, tanto non c’erano gli animalisti. Pare avesse qualche dozzina di mogli; vada a vantarsi con Asia Argento, magari da Giletti, e poi ne riparliamo. Girava voce che si fosse fatto servire arrosto, conditi con il miele, un paio dei suoi figli. Bravi, ci riprovi adesso, poi quando lo viene a sapere il Moige sono cavoli suoi. Insomma, la prima della Scala insegna: i grandi del passato, se vogliono sopravvivere nel presente, devono darsi una regolata. La pacchia è finita, caro Attila. Unno vale Unno.