“Mio padre e io non parlavamo, ma l’uno poteva percepire il disagio crescente dell’altro”.
(da Le tre del mattino di Gianrico Carofiglio – Einaudi, 2017 – pag. 35)
Sarà pure sincero il vicepremier Luigi Di Maio quando dice che “è giusto fare le pulci anche ai miei familiari”, dopo la bufera che ha travolto suo padre Antonio, imprenditore edile, accusato di aver impiegato lavoratori in nero e di aver commesso abusi edilizi e reati ambientali. Ma francamente a quel povero genitore avrebbe potuto essere risparmiata la gogna mediatica a cui è stato sottoposto in diretta su Facebook per scagionare il figlio, ammettendo pubblicamente i propri errori e chiedendo scusa. Sono cinque minuti e 28 secondi di una messa in scena, chiaramente predisposta e costruita a tavolino, che equivalgono a una pena supplementare, un supplizio da non augurare a nessun padre anche a prescindere dalle sue colpe effettive.
Si può comprendere che l’ex premier Matteo Renzi e l’ex ministra Maria Elena Boschi, figli di altri due genitori che – a torto o a ragione – si sono ritrovati sotto il tiro delle accuse e delle polemiche, abbiano reagito auspicando al padre di Di Maio di non essere travolto dalla stessa “ondata di fango”. Formalmente, almeno in termini giudiziari, loro ne sono usciti indenni. Resta tuttavia il disagio, la compassione, quello spirito di umana commiserazione di fronte a un padre che si umilia, o viene indotto a umiliarsi, per discolpare il figlio.
Mettiamo da parte, per una volta, gli aspetti penali o civili di queste tre storie diverse. Diverse soprattutto perché il “family drama” di Di Maio – com’è stato ribattezzato dal New York Times – riguarda fatti precedenti all’attività del vicepremier pentastellato e al suo stesso ingresso in politica, implicando semmai una questione di consapevolezza e quindi di coerenza da parte sua; mentre negli altri due casi si tratta di vicende che in un modo o nell’altro hanno interferito con l’impegno governativo di Renzi e di Boschi. Lasciamo stare qui le responsabilità giudiziarie dei rispettivi genitori, rimettendoci alle sentenze definitive della magistratura, per riflettere piuttosto sui legami e sui rischi che accomunano i personaggi politici e i loro parenti più stretti.
“Le colpe dei padri ricadono sui figli”, ammonisce la Bibbia. Ma in altre pagine dell’Antico Testamento si legge anche che “non si metteranno a morte i padri per una colpa dei figli, né si metteranno a morte i figli per una colpa dei padri: ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato”. L’esegesi cattolica spiega così il senso di questa apparente contraddizione: se i genitori saranno stati permissivi o distaccati nell’educazione, otterranno figli irresponsabili o indifferenti; se non si saranno comportati onestamente, avranno figli disonesti; se non avranno dato amore, non ne riceveranno in vecchiaia.
La vita politica, si sa, non usa fare sconti a nessuno. Né ai padri né ai figli. Ma queste tre storie, per quanto diverse fra loro, lasciano un fondo di amarezza che coinvolge nella dimensione pubblica i rapporti familiari più intimi. Non si fa fatica a immaginare che anche i genitori di Renzi e di Boschi, insieme ai propri figli, abbiano sofferto dentro di sé per le vicende che li hanno investiti. Ma quel padre condannato alla gogna mediatica, costretto a leggere la sua confessione pubblica quasi fosse un ostaggio o un prigioniero delle Brigate rosse, rimarrà nella nostra memoria collettiva come l’icona di un imbarbarimento civile alimentato dalla lotta per il potere e dal clima di odio che incombe sulla vita politica nazionale.