Un “povero” padre esposto alla gogna mediatica e social

“Mio padre e io non parlavamo, ma l’uno poteva percepire il disagio crescente dell’altro”.

(da Le tre del mattino di Gianrico Carofiglio – Einaudi, 2017 – pag. 35)

 

Sarà pure sincero il vicepremier Luigi Di Maio quando dice che “è giusto fare le pulci anche ai miei familiari”, dopo la bufera che ha travolto suo padre Antonio, imprenditore edile, accusato di aver impiegato lavoratori in nero e di aver commesso abusi edilizi e reati ambientali. Ma francamente a quel povero genitore avrebbe potuto essere risparmiata la gogna mediatica a cui è stato sottoposto in diretta su Facebook per scagionare il figlio, ammettendo pubblicamente i propri errori e chiedendo scusa. Sono cinque minuti e 28 secondi di una messa in scena, chiaramente predisposta e costruita a tavolino, che equivalgono a una pena supplementare, un supplizio da non augurare a nessun padre anche a prescindere dalle sue colpe effettive.

Si può comprendere che l’ex premier Matteo Renzi e l’ex ministra Maria Elena Boschi, figli di altri due genitori che – a torto o a ragione – si sono ritrovati sotto il tiro delle accuse e delle polemiche, abbiano reagito auspicando al padre di Di Maio di non essere travolto dalla stessa “ondata di fango”. Formalmente, almeno in termini giudiziari, loro ne sono usciti indenni. Resta tuttavia il disagio, la compassione, quello spirito di umana commiserazione di fronte a un padre che si umilia, o viene indotto a umiliarsi, per discolpare il figlio.

Mettiamo da parte, per una volta, gli aspetti penali o civili di queste tre storie diverse. Diverse soprattutto perché il “family drama” di Di Maio – com’è stato ribattezzato dal New York Times – riguarda fatti precedenti all’attività del vicepremier pentastellato e al suo stesso ingresso in politica, implicando semmai una questione di consapevolezza e quindi di coerenza da parte sua; mentre negli altri due casi si tratta di vicende che in un modo o nell’altro hanno interferito con l’impegno governativo di Renzi e di Boschi. Lasciamo stare qui le responsabilità giudiziarie dei rispettivi genitori, rimettendoci alle sentenze definitive della magistratura, per riflettere piuttosto sui legami e sui rischi che accomunano i personaggi politici e i loro parenti più stretti.

“Le colpe dei padri ricadono sui figli”, ammonisce la Bibbia. Ma in altre pagine dell’Antico Testamento si legge anche che “non si metteranno a morte i padri per una colpa dei figli, né si metteranno a morte i figli per una colpa dei padri: ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato”. L’esegesi cattolica spiega così il senso di questa apparente contraddizione: se i genitori saranno stati permissivi o distaccati nell’educazione, otterranno figli irresponsabili o indifferenti; se non si saranno comportati onestamente, avranno figli disonesti; se non avranno dato amore, non ne riceveranno in vecchiaia.

La vita politica, si sa, non usa fare sconti a nessuno. Né ai padri né ai figli. Ma queste tre storie, per quanto diverse fra loro, lasciano un fondo di amarezza che coinvolge nella dimensione pubblica i rapporti familiari più intimi. Non si fa fatica a immaginare che anche i genitori di Renzi e di Boschi, insieme ai propri figli, abbiano sofferto dentro di sé per le vicende che li hanno investiti. Ma quel padre condannato alla gogna mediatica, costretto a leggere la sua confessione pubblica quasi fosse un ostaggio o un prigioniero delle Brigate rosse, rimarrà nella nostra memoria collettiva come l’icona di un imbarbarimento civile alimentato dalla lotta per il potere e dal clima di odio che incombe sulla vita politica nazionale.

Abruzzo, dove l’election day è una chimera

Nella mia regione, l’Abruzzo, si voterà il prossimo 10 febbraio. La campagna elettorale si svolgerà nei mesi più freddi dell’anno: la scelta meno opportuna per favorire la partecipazione popolare. Non solo raccolta firme, comizi, affissioni, volantinaggi ma persino recarsi ai seggi in tanti comuni montani potrebbe risultare problematico visto che basta qualche nevicata a mandare in tilt collegamenti stradali e linee elettriche. Ma la cosa più grave è l’enorme spreco di denaro pubblico che deriva da questa scelta. Il 26 maggio ci saranno le elezioni europee e amministrative. Negli anni passati i governi regionali e nazionali hanno accorpato le votazioni in un election day per risparmiare. Questa volta lo chiediamo solo noi di Rifondazione Comunista, i Radicali e Sinistra Italiana. Il governo del presunto cambiamento invece tace, fa finta di non conoscere l’articolo 7 della legge 111 del 2011 che disciplina l’election day che per la prima volta fu introdotto nel 1999.

Eppure il M5S era nato per tagliare i costi della politica! La maggioranza di “centrosinistra” ha fissato la data sotto pressione di M5S e centrodestra che non vedono l’ora di votare. In Abruzzo il Presidente renziano D’Alfonso, che si è fatto eleggere senatore con candidatura blindata e un risultato elettorale disastroso come la sua giunta, ha ritardato le dimissioni fino a quando gli è stato possibile tra le polemiche. Il vicepresidente Lolli e il suo partito quindi non se la sono sentiti di proporre l’Election Day. La destra intima di andare a votare subito perché pensa di vincere. E così ragiona anche il M5S. Quanto costerà votare in date separate? Almeno 6-8 milioni.

Per questo abbiamo lanciato la proposta di accorpare le regionali con il voto del 26 maggio. La risposta ci ha fatto cadere le braccia. Gli esponenti abruzzesi del centrodestra sono insorti sostenendo che si sarebbe dovuto votare a dicembre. Certo ma i berluscones ora salvinizzati dimenticano che quando erano alla guida della Regione chiesero all’allora ministro Alfano di fare l’Election Day e a tal fine allungarono di mesi una legislatura finita, spostando la data da dicembre a maggio. Ora i finti smemorati invocano le urne con la neve. Si votò a dicembre solo dopo l’arresto di Del Turco e metà degli elettori rimase a casa. La stessa prepotenza partitocratica la mostrano anche i pentastellati. La candidata presidente Sara Marcozzi ha dichiarato che “8 milioni sono niente”. Peccato che siano 10 volte più di quanto hanno versato i cinque consiglieri pentastellati per il Restitution Day in pompa magna con Di Maio. I calcoli politici sono evidenti, ma è davvero vecchia politica anteporre i propri interessi di bottega a quelli della comunità: qualunque sia la convenienza politica non giustifica uno spreco di milioni di euro dopo anni di tagli nelle Regioni. Stessa situazione in Sardegna dove le elezioni regionali sono previste per il 24 febbraio. Solo la Basilicata ha optato per l’Election Day. Non ci rassegniamo a questa follia e speriamo si levino tante voci in Abruzzo, in Sardegna e in tutta Italia.

*Segretario nazionale di Rifondazione Comunista

Non è vero che è bello invecchiare

Allora è ufficiale. È stato certificato dalla Società di gerontologia e geriatria: la vecchiaia comincia solo a 75 anni esatti. Evviva. Io ho compiuto questa età lo scorso novembre, ciò vuol dire che a ottobre ero ancora giovane. Di questa decisiva certificazione ci informa sul Corriere del 2 dicembre Edoardo Boncinelli che, oltre ad essere un genetista, è un importante commentatore delle questioni che girano intorno alla vecchiaia e alla morte. Scrive Boncinelli: “Io vado proclamando che ho avuto una fortuna sfacciata a vivere in questa epoca. Per aver testimoniato di persona l’incredibile allungamento della nostra vita e, spesso, della nostra vita attiva. E combattiva”.

Innanzitutto bisogna spazzar via un equivoco in cui cade volutamente, e non innocentemente, la società scientifica che ci fa credere che in passato, diciamo prima della Rivoluzione industriale, la vita fosse cortissima, trenta o quarant’anni di meno di oggi. Questo è vero se ci si riferisce alla vita media che sconta l’alta mortalità natale e perinatale. Ma se si superava questo primo scoglio, che lasciava in vita i più robusti, la realtà era ben diversa. Noi non possiamo pensare che gli uomini del passato vivessero in media poco più di trent’anni quando, in genere, gli uomini si sposavano a 28 anni e le donne a 24. Non avrebbero avuto nemmeno il tempo di badare ai primi figli e tantomeno di farne altri. Invece ne figliavano moltissimi. Non c’è bisogno di tornare a un lontano passato per ricordare che i nostri nonni facevano sei, otto, dodici figli. Il confronto non va quindi fatto con la vita media ma con l’aspettativa di vita dell’adulto. E qui la differenza è molto meno clamorosa: in termini di aspettativa di vita abbiamo guadagnato circa dieci anni per gli uomini e dodici per le donne. Bisogna poi vedere come si vive questa dozzina d’anni di esistenza in più. Tutto l’articolo di Boncinelli gira intorno a uno dei totem dell’epoca: “vecchio è bello”.

I Latini più pragmatici, meno retorici e disposti a mentirsi addosso, sapevano bene che la vecchiaia, a qualsiasi età la si voglia far cominciare, è un periodo estremamente doloroso della vita. La chiamavano atra senectus, Terenzio scrive Senectus ipsa est morvus e Seneca che morì a 69 anni e quindi ne sapeva qualcosa aggiunge “e per soprammercato inguaribile”. Vita attiva e combattiva. Non scherziamo. Il dramma della vecchiaia non sta solo, e non è davvero poco, nell’inevitabile logoramento fisico. Sta nell’impossibilità di un progetto di vita, esistenziale, sentimentale, professionale. Manca il tempo. Manca il futuro. Manca la speranza. Manca qualcosa da aspettare se non la morte. I vecchi fanno di tutto per riempire questo vuoto che li separa dalla nobile signora con ogni sorta di attività di cui da giovani gli importava poco o nulla. Si estenuano in visite a mostre, a musei, a collezioni d’arte contemporanea oppure in viaggi improbabili su pullman a loro dedicati durante i quali qualcuno ci resta secco provocando il terrore generale.

Oltre ai problemi esistenziali dei vecchi, ci sono quelli dei loro figli. Conosco molte persone che hanno poco meno della mia età e che hanno genitori ovviamente anzianissimi raramente in grado di badare a se stessi. Praticamente non vivono più costretti fra l’accudimento dei vecchi e la loro vita personale.

Inoltre la vecchiaia portata alle sue estreme conseguenze, grazie anche all’accanimento terapeutico, comporta un grave problema sociale ed economico che già oggi è all’ordine del giorno e ancor più lo sarà in futuro: un numero sempre più ristretto di giovani deve accollarsi il mantenimento di anziani sempre più numerosi. La nostra, in Occidente, è una società di vecchi. Diceva lo psicoanalista Cesare Musatti quando aveva novant’anni e quindi era al di sopra di ogni sospetto: “Una società popolata in maggioranza da vecchi mi farebbe orrore”.

L’allungamento a dismisura della vita che suscita in molti tante speranze, nello stesso Boncinelli che agogna di arrivare a cento anni, è un problema, o meglio un dramma, che era già stato avvertito da Max Weber. In una delle lezioni raccolte nel Il lavoro intellettuale come professione scrive: “Il presupposto della medicina moderna è che sia considerato positivo, unicamente come tale, il compito della conservazione della vita… Tutte le scienze naturali danno una risposta a questa domanda: che cosa dobbiamo fare se vogliamo dominare tecnicamente la vita? Ma se vogliamo e dobbiamo dominarla tecnicamente, e se ciò, in definitiva, abbia veramente un significato, esse lo lasciano del tutto in sospeso oppure lo presuppongono per i loro fini”. Questa fondamentale domanda noi moderni continuiamo a lasciarla in sospeso. E ci attorcigliamo disperatamente, senza arrivare ad alcuna conclusione, intorno a quelli che i filosofi, quando esistevano ancora, hanno chiamato “i nuclei tragici dell’esistenza”: la vecchiaia, il dolore, la morte.

Mail box

 

Servono agenti e pene certe, non cittadini “giustizieri”

Matteo Salvini da bambino deve aver visto, come tutti noi, molti film western dove il buono a colpi di pistola uccideva sempre il cattivo e l’eroe non moriva mai. Purtroppo per lui e per noi la vita oggi non è più così, non siamo più nel far west dove le questioni si risolvevano con duelli a chi sparava per primo. Io non voglio difendermi da solo, vorrei che il ministro dell’Interno invece che pensare alle ruspe mussoliniane rafforzi le forze di polizia, aumentando il contingente e incentivandole. Vorrei che il ministro della Giustizia facesse leggi più severe per chi commette reati. Vorrei che giudici blandi non facessero arrestare i colpevoli di reati e la polizia dovesse farli uscire dalla porta di servizio. Io come molti italiani non sono Tex Willer, in uno scontro armato con i banditi otto volte su dieci avrei la peggio perché loro sono senza scrupoli e più preparati. Del resto non so se Salvini dopo aver ucciso un uomo anche se è un malfattore dorma sonni tranquilli, ma io no di certo. Sparare a una persona anche se viene a derubarmi, non è come sparare a una lepre o a un fagiano. Il forzuto leghista, assecondato da un partito che dimenticando i suoi valori si è messo al suo servizio, sta portando il paese a un punto di non ritorno se non viene fermato dalla società civile che ragiona.

Carlo Giglioli

 

Un popolo di poeti e santi diventati poveri e livorosi

Il Censis ha certificato quello che ognuno di noi verifica quotidianamente quando esce di casa e si rapporta con quello che una volta era chiamato “il prossimo”: siamo diventati un popolo di cattivi, di livorosi e di intolleranti. Il fatto grave è oltremodo preoccupante in quanto l’odio covato in anni di sempre maggiore insicurezza e impoverimento, a causa di uno storytelling fraudolento, viene indirizzato sempre di più verso il basso, verso i più deboli ed indifesi, migranti, rom o homeless.

Fatti come quello avvenuto nella metro di Roma raccontatoci dalla giornalista Rai Giorgia Rombolà che lo ha vissuto in prima persona sono, nella loro squallida crudezza, paradigmatici dell’assurda realtà che stiamo vivendo. Siamo arrivati al punto di auspicare il linciaggio di una piccola borseggiatrice. Sono stati bravi ad innescare la guerra tra poveri, adesso ci azzanniamo tra di noi per contenderci poche briciole.

Mauro Chiostri

 

Celebriamo il 4 dicembre: iniziava la nostra rivoluzione

Ogni epoca ha le sue date da ricordare, ma il 4 dicembre è passato sotto silenzio. Andrebbe ricordato che il 4 dicembre 2016 fu bocciata dagli italiani la riforma costituzionale di marca renziana. Un “no” dotato di un’incredibile carica rivoluzionaria. Nessuno ha manifestato, vuol dire che non è stata capita l’importanza ma è in quella data che è “nato” il governo gialloverde. C’è ancora tanto da fare per portare a termine l’opera, i gialloverdi – espressione di quella maggioranza – si ricordino dei “no” di quel lontano 4 dicembre.

Francesco Degni

 

Solidarietà ai magistrati onesti Ma lo Stato è al loro fianco?

Il docente di legalità vuole veder morire i suoi nemici, che si chiamano Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia. Questi valorosi, intrepidi magistrati a noi piacciano vivi, e al governo del cambiamento? E alle più alte cariche dello Stato? Il Presidente Mattarella pronuncerà una parola buona in favore di Di Matteo? Diteci da che parte state.

Ivan Garini

 

Il peso dei libri cresce, l’insegnamento diminuisce

Mi capita spesso di accompagnare il nipotino di quinta elementare a scuola e mi sono accorto che il peso dello zaino è diventato insostenibile. Sebbene aiutati dalle ruote ormai sono pesantissimi da trasportare, uno sforzo eccessivo per bambini ancora in via di sviluppo. Odio dire sempre “ai miei tempi”, ma ricordo bene che si andava a scuola con un diario e quattro quaderni legati con un elastico. In più, non posso non affermare che il peso della cartella è inversamente proporzionale alla preparazione degli insegnanti di oggi: si arriva in classe, si apre un libro, si legge e si commenta. Non basta, il libro dovrebbe essere letto e consultato a casa dopo una lezione orale e scritta dell’insegnante (cose d’altri tempi). La quantità di compiti a casa è impressionante e mette a dura prova nonni o genitori spesso non all’altezza. Abbiamo delegato alla famiglia quell’insegnamento e quella educazione che toccherebbero alla scuola. Negli altri paesi la scuola primaria è considerata la base della formazione – non solo scolastica – degli alunni.

Ezio Marino

 

Anglismi e pronunce sbagliate “violentano” la lingua

È per disperazione che mi ostino a denunciare il malvezzo di pronunciare alla televisione, per di più nel corso di telegiornali, oltre gli anglicismi che potrebbero essere evitati, anche parole latine storpiate con un’improbabile pronuncia inglese. Si arriverà mai a farla finita con questa ignoranza diseducativa? Perché la Rai, prima di impiegare i propri dipendenti nel servizio pubblico dell’informazione, non gli fa fare dei corsi di lingua italiana?

Filippo Bini

No, ci sono strumenti per difenderci. Basta volerlo

La tecnologia ci sta creando un sacco di problemi invece di aiutarci. Compriamo smartphone utili per parecchie attività quotidiane ma che dietro la convenienza nascondono degli “occhi elettronici” che spiano. Lo spionaggio informatico di cui è accusato Huawei, le multe a Facebook, gli scandali sui dati: questo mondo si sta rivelando quello che veramente è. Dopo averci illuso di poter rendere il mondo un po’ più piccolo e più libero con le nostre idee e le nostre passioni, si rivela tutta una macchina per fare soldi o per tenerci tutti sotto controllo. Nuove tecnologie per vecchi metodi. Avanguardia ma per interesse. Mi dico: come facciamo a “difenderci”? Sono una persona, non un dato.

Filippo Borsini

Gentile Filippo,non è tutto così semplice come lo descrive: quello che lei definisce “spiare” è spesso un procedimento molto più sottile, che si svolge sul confine scivoloso tra il legale e l’illegale, il concesso e il cavillo. La Cina non spia direttamente, non potrebbe mai ammetterlo. Nessuno potrebbe. Ma l’accusa che le viene rivolta è che alcuni sistemi abbiano delle apposite back door, delle porte di servizio, da cui all’occorrenza si potrebbe entrare per monitorare le comunicazioni. Questo, da solo, rappresenterebbe un problema di sicurezza nazionale (se si considera lo spionaggio tra paesi) e personale (se si considera la violazione della privacy tra singoli). Ad un secondo livello, c’è invece la questione economica, anche stavolta con diverse diramazioni: è interesse economico degli Stati Uniti riuscire in qualche modo a limitare lo sviluppo e la diffusione dell’ormai avanzata tecnologia cinese sul 5g, considerato un asset strategico nell’economia tecnologica e industriale dei prossimi decenni, è interesse economico dei social network riuscire in qualche modo a far fruttare la mole di in formazioni che ricevono in cambio di un servizio che forniscono gratuitamente. Difendersi è possibile: nell’ultimo anno Facebook ha correttamente applicato una nuova politica sulla privacy che rende chiaro e semplice capire cosa succede con i nostri dati e gestirli. Noi possiamo decidere di non usare questi servizi, di non collegarci ai social network oppure di studiare bene gli strumenti che abbiamo per difenderci e applicarli. Essere consapevoli di ciò che ci circonda è il primo passo, capirlo ci aiuta a governarlo. Pretendere trasparenza e attenzione da parte delle autorità è il secondo, soprattutto nei casi – come le reti 5g – in cui è difficile per l’utente verificare e controllare direttamente.

Virginia Della Sala

Omicidio Rostagno, sentenza in ritardo da quattro mesi

Sono trascorsi dieci mesi dalla sentenza d’appello del processo per l’omicidio di Mauro Rostagno, il sociologo ucciso da Cosa nostra nel 1988, ma, nonostante il termine scadesse lo scorso 20 agosto, non c’è ancora traccia delle motivazioni con cui la Corte d’assise d’appello di Palermo ha confermato l’ergastolo per il boss trapanese Vincenzo Virga e assolto l’altro imputato, Vito Mazzara, accusato di essere il killer. La denuncia è di Maddalena Rostagno, figlia del sociologo. “Caro Babbo Natale, sperando di ricevere molti libri in regalo, potresti anche porgermi le motivazioni della sentenza di secondo grado, decisa il 19 febbraio scorso, e il 20 agosto scadeva il termine per depositarle?”. Secondo la sentenza è stata la mafia ad uccidere Mauro Rostagno il 26 settembre 1988 ma ci sono ancora punti oscuri. Vincenzo Sinacori, fino agli anni 90 capo della famiglia di Mazara del Vallo, ha detto: “Rostagno è morto per le sue trasmissioni televisive, non perdeva occasione di attaccare Cosa nostra”. I giudici, evidentemente, non avevano ritenuto sufficienti per una condanna di Mazzarra le analisi delle impronte genetiche trovate sui resti del fucile.

Bonafede sulle nuove carceri: “Usiamo le caserme dismesse”

”Ho istituito una task force nel ministero per prendere in esame la possibilità di utilizzare le caserme dismesse” per realizzare nuovi carceri. Così il guardasigilli Alfonso Bonafede, ad una domanda, al termine del consiglio Giustizia, a Bruxelles. “Le caserme hanno un tipo di struttura che si presta tantissimo – ha spiegato –. Sto cercando un’interazione con altri ministeri, ma stiamo lavorando a questa possibilità già da due o tre mesi. Bisogna vedere quali sono le norme per arrivare con maggiore celerità e semplicità a quel risultato”. Lo stato cerca da anni, per lo più invano, di mettere sul mercato centinaia di edifici ex militari. Il ministro ribadisce inoltre: “Indulto e svuota carceri non ha mai portato ad esiti positivi, ai detenuti aprivi la cella, uscivano e andavano a delinquere di nuovo perché non avevano fatto un percorso di rieducazione. Noi invece, nel quadro della certezza della pena, investiamo su una rieducazione seria, che non è mai stata fatta in Italia. Quello che accade in un carcere è importante per i cittadini, perché se un detenuto lo rieduchiamo torna nella società e non delinque più”.

Area resta sola con Spataro: l’Anm rischia la crisi

Tira aria di divisioni fra magistrati dopo lo scontro tra il ministro dell’Interno Salvini, che annuncia via social un’operazione di polizia, ancora in corso, a Torino e il procuratore Spataro che si infuria pubblicamente per il comportamento non istituzionale del ministro che fa sempre il leader della Lega e festeggia l’imminente pensione del magistrato.

Il prossimo passo di queste divisioni fra toghe potrebbe essere la crisi della Giunta dell’Anm. Comunicati ufficiali e, soprattutto, mail interne mettono in evidenza che Area, la corrente progressista a cui appartiene Spataro è da sola a difendere “senza se e senza ma” il procuratore, a criticare senza remore il ministro Salvini, aprotestare per il silenzio dell’Anm, per il rifiuto degli altri componenti della Giunta di accettare la sua richiesta di un comunicato unitario, come sindacato delle toghe, in difesa di Spataro e dell’autonomia della magistratura. Area protesta anche per la presa di posizione del presidente Francesco Minisci considerata ecumenica: “Ricerca un’equidistanza rispetto a questioni e valori in relazione ai quali la posizione della magistratura associata non può che essere netta e precisa”.

Ieri sera è arrivata la reazione di Unicost, la corrente centrista a cui appartiene Minisci: “Ci riconosciamo nelle parole del presidente. Con toni moderati ed equilibrati è riuscito prontamente ad intervenire a tutela dei principi di autonomia e indipendenza che le garanzie costituzionali pongono a presidio della magistratura, al contempo evitando di scendere nel campo della contesa politica, e del connesso rischio di strumentalizzazione”. Minisci l’altro ieri aveva detto che “va ribadita la necessità che siano rispettati i ruoli previsti dall’ordinamento e le prerogative a ciascuno riconosciute, auspicando che ogni legittimo confronto e le connesse posizioni siano portate avanti abbassando i toni e rispettando i profili e i percorsi professionali”.

Ma se in queste ore una parte di Unicost sta provando a dialogare con Area, riservatamente, per evitare rotture plateali, resta netta la contrapposizione tra Area e Magistratura Indipendente, la corrente di destra. Mi ha criticato nei giorni scorsi sia Spataro, per aver accusato Salvini a mezzo stampa sia Salvini per i toni usati verso il procuratore. Non ha preso alcuna posizione, invece, Autonomia e Indipendenza, la corrente di Davigo. Nessun comunicato della corrente trasversale, nata da una scissione di Mi. L’unico a parlare è stato Davigo, per tanti anni collega di Spataro alla procura di Milano. Lo ha fatto, a livello personale, al plenum del Csm per ringraziarlo per quanto fatto per la giustizia, a cominciare dalla lotta al terrorismo. Ma Davigo non ha detto una parola sulla polemica politica.

Scorrendo diversi messaggi di magistrati in mailinglist, un gip siciliano se la prende con Area “ipocrita”: “Ma dove era davanti ai brutali attacchi a Nino Di Matteo e ai pm palermitani del processo sulla trattativa Stato-mafia , ad Annamaria Fiorillo (pm minorile del caso Ruby, ndr) e ai colleghi napoletani impegnati nel caso Consip fino a pochi mesi fa? Il silenzio dell’Anm, prosegue la mail, è chiaramente dovuto al doppiopesismo con il quale da anni tratta i singoli magistrati (e le loro attività giurisdizionali) in base ad appartenenza correntizia o alla simpatia nei confronti di governi amici”. Gli risponde a muso duro un pm antimafia che pure ha subito attacchi senza essere difeso: “Io mi vergognerei a sostenere tesi di questo genere. Non si tratta di cose lontanamente paragonabili con l’attacco ad un procuratore della Repubblica nell’esercizio delle sue funzioni e con un intervento che ha di fatto condotto alla mancata cattura di alcuni soggetti da arrestare. I fatti sono di una tale gravità che solo un malcelato collateralismo a questo governo può giustificare (?!!!!???) una presa di posizione del genere. Con buona pace di autonomia e indipendenza”. Un altro magistrato, evidentemente amareggiato leggendo le mail interne, scrive: “Il fatto che anche su questi elementari principi ci si divida per correnti è di uno sconforto infinito”.

La resa dei conti dentro l’Anm, se operazioni “ricucitura”, soprattutto di Unicost, non andranno a buon fine, andrà in scena il 15 dicembre quando si riunirà il cosiddetto Parlamentino.

Imprese, famiglie e scuole I migranti servono al Nord

Nei mesi scorsi nelle tre regioni-locomotiva della recente ripresa (oggi vicina a spegnersi), Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto la disoccupazione, maschile e femminile, è scesa a minimi del 6,3-6,6 per cento. Per contro in Calabria essa è rimasta al 21,6 per cento, oltre tre volte tanto. Un divario abissale. Nel Centro-Nord in generale, ma soprattutto in alcune regioni, gli immigrati costituiscono pertanto, in maniera indubitabile, una risorsa lavorativa fondamentale. Senza la quale si arretra soltanto. Il presidente della Confapi del Veneto, Carlo Valerio, ha rilevato che nella sua regione “non c’è manodopera industriale sufficiente per sostenere questo ritmo”, mostrandosi allarmato per un possibile calo dell’immigrazione che aggraverebbe questo problema di fondo. Eppure il Veneto è una delle regioni più xenofobe, più favorevoli alla politica di chiusura delle frontiere di Matteo Salvini. Qualcuno comincia forse a liberarsi delle sbronze elettoralistiche e a guardare finalmente con realismo ai problemi del sistema produttivo?

Sul versante agricolo il direttore della Coldiretti torinese, Michele Mellano, afferma, dati alla mano, che i 345.000 braccianti stranieri arrivati in Italia da 150 Paesi del mondo “non tolgono il lavoro agli italiani”. Essi sono soprattutto Romeni (30 %), Indiani (8-9 %), poi marocchini, albanesi, polacchi, bulgari, tunisini. Importanti non soltanto per la raccolta dei prodotti ortofrutticoli, ma anche per lavori di potatura, sarchiatura e altro. In Piemonte il 70 % dei braccianti è straniero. Gli immigrati risultano per metà (17-18.000) assunti a tempo indeterminato in quelle campagne. Analogamente in Emilia-Romagna e nella bassa Lombardia per gli allevamenti bovini e suini e in altri settor-chiave.

C’è poi un buon numero di stranieri, anche extra-comunitari, divenuti piccoli imprenditori: le imprese con un titolare non italiano sono balzate a 590.000, costituiscono ormai il 10 % del totale nazionale e, secondo l’Unioncamere, “crescono quasi cinque volte più della media, e da sole rappresentano il 42 % di tutto l’aumento delle imprese registrato nel 2017”. Fanno sorridere quelli che ancora rifiutano gli immigrati: questi ultimi, come lavoratori e come imprenditori, sono organicamente parte del sistema produttivo italiano. Poche balle. Essi spiccano nelle telecomunicazioni, nell’abbigliamento, nei lavori edili specializzati, nel settore della pelle, dei supporti per uffici, nel commercio al dettaglio, nella ristorazione, nel magazzinaggio e trasporti, nell’industria tessile. Prime dieci provincie (in percentuale sul totale) con stranieri a capo di imprese: Prato, Trieste, Firenze, Imperia, Reggio Emilia, Milano, Roma, Gorizia, Genova e Pisa, da un massimo del 28 % di imprese con titolare straniero ad un minimo del 12,5 %. E stanno crescendo a Napoli, Macerata e Terni. Per numero assoluto di imprese “straniere” sono invece in vetta Roma, Milano e Torino. Alla faccia degli italiani razzisti. Sarà bene che si sveglino e si tolgano i paraocchi.

In Emilia-Romagna una recente indagine ha accertato che con la “immigrazione zero” caldeggiata dal trust dei “cervelli” della Lega (e non solo), al 2035 la regione perderebbe un quinto dei suoi attuali residenti scendendo dagli odierni 4.454.000 a 3.583.000. I bambini in particolare si ridurrebbero del 44 % con una deprimente crisi delle nascite. A quel punto ci sarebbe anche un esodo di emiliano-romagnoli fuori regione. Bisognerebbe chiudere numerosi istituti scolastici e parecchi insegnanti finirebbero a spasso. Sparirebbero circa 800.000 emiliano-romagnoli in età lavorativa, mentre gli over 65 crescerebbero a quasi il 35 % della popolazione: addio sistema pensionistico. Con riflessi negativi a cascata sulla produzione, sul Pil regionale e nazionale, sulla competitività del sistema. Discorso che vale per tutte le regioni sviluppate.

Il dato più impressionante – sul quale Salvini e affini non gettano nemmeno uno sguardo ribadendo che “è finita la pacchia per gli immigrati!” – è rappresentato dalla crisi ormai cronica della natalità in Italia: una sola Provincia, Bolzano, che però riceve finanziamenti molto sostanziosi in forza del suo statuto speciale (e li impiega pure bene), ha presentato nel 2017 un saldo positivo nascite/decessi. La contigua Provincia di Trento è in bilico. Ma tutte le altre Regioni presentano saldi demografici decisamente negativi, alcune anche tenendo conto degli immigrati (che sono diminuiti pure loro): a cominciare da quelle del Sud che una volta registravano alte natalità. Record negativo in Molise (- 6,3 %) seguito da Sicilia (- 5,9 %), Basilicata (- 5,7), Abruzzo (- 5,3 %) al quale si appaia la Liguria da tempo la più “vecchia” fra le regioni italiane. L’Italia presenta un calo generale della popolazione mitigato, per il momento, dal lieve incremento degli stranieri (+1,4%). Che presto però sparirà.

Abbiamo sin qui parlato di manodopera agricola e industriale o dei servizi. Ma le colf? Le badanti? Stando ai dati ufficiali dell’Inps e dell’Istat rielaborati dalla Fondazione Moressa di Milano (ma in questo settore il lavoro sommerso certo non manca), i lavoratori domestici in Italia risultano 886.747, cresciuti del 42 % fra 2007 e 2015, dei quali soltanto il 17,1 % di italiani/e (in risalita con la crisi economica). Il restante 82,9 è quindi formato da Romeni/e, Ucraini/e, Filippini/e, Moldavi/e, ecc. Dei 886.747 lavoratori e lavoratrici domestiche, una metà abbondante sono colf e un’altra metà scarsa badanti. Ovviamente in aumento poiché cresce l’aspettativa di vita (di circa 5 anni di qua al 2065), cresce il fabbisogno di badanti, soprattutto nelle aree a più alto reddito e quindi gli studi fanno prevedere che ci vorranno altre/i 500.000 badanti già per il 2030. A cominciare proprio dalla Lombardia di Salvini con + 73.000, seguita da Emilia-Romagna + 52.000, Toscana, Lazio Veneto e Sardegna + 40.000 ognuna.

Non basta: la società italiana ha penalizzato sempre le donne. Difatti ci sono numerose famiglie con un solo genitore e sono formate in stragrande maggioranza dalla sola madre. Separata, divorziata o sola. In condizioni economiche sovente precarie, con redditi insufficienti. Perché almeno una parte di queste 893.000 italiane possa lavorare e guadagnare un reddito, ci vorranno reti più efficienti di asili, di scuole materne, di badanti (a Modena, per esempio, stanno sperimentando quelle “a tempo”, a Firenze quelle di condominio). Certo, per gli anziani verranno in aiuto i robot, ma ci vuole tutta una strategia politica complessiva dei servizi sociali e assistenziali, della scuola, delle imprese per concepire un progetto globale di società italiana meno diseguale, meno penalizzante per le donne, per l’infanzia, per gli anziani, più aperta ai giovani oggi come “irrilevanti”. Quale strategia se oggi siamo in preda ai furenti tatticismi elettoralistici, ad un esasperante giorno per giorno, dei maggiori partiti. Tali da precludere ogni riflessione di tipo generale sull’Italia e sul suo futuro, da qui a trent’anni (mica tanto). Italiani first? Ma cosa sta dicendo? Di cosa sta ancora vaneggiando? Della pura razza italica e ariana?

Migranti, si va verso proroga di tre mesi per la missione Sophia

Il governo si appresta a prorogare di tre mesi – e non di sei come chiesto dall’Ue – la missione Sophia che da tre anni cerca di fronteggiare i flussi di immigrazione irregolare nel Mediterraneo. Secondo quanto si apprende da fonti qualificate dell’esecutivo, sarebbe questa la conclusione del vertice di questo pomeriggio al quale hanno partecipato il premier Giuseppe Conte, i ministri dell’Interno Matteo Salvini, della Difesa Elisabetta Trenta e degli Esteri Enzo Moavero.

Presenti anche il capo della missione l’ammiraglio Enrico Credendino e il capo di stato maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli. La missione Sophia, che prende il nome dalla bambina nata sulla nave da un’operazione che salvò la piccola e la madre al largo delle coste libiche, è stata lanciata nell’aprile 2015 dall’Ue per colpire il traffico di migranti provenienti dalla Libia.

Nonostante i dubbi sull’operazione emersi nel governo italiano, e in particolare da parte del ministro dell’Interno Matteo Salvini, nel corso del vertice sarebbe emersa la necessità di concedere alla missione in scadenza il 31 dicembre altri tre mesi prima di prendere una decisione definitiva sul futuro di Sophia.