Caro energia, partiti e sindacati: “Servono interventi più robusti”

Il day after del nuovo pacchetto di interventi anti-rincari energetici da 4,4 miliardi, senza nuovo deficit, è un proliferare di reazioni politiche che giudicano insufficiente la norma sulla tassazione dei profitti delle aziende energetiche. E poche informazioni si hanno in più rispetto a quanto spiegato l’altro ieri dal premier Mario Draghi. Alla prima bozza circolata venerdì al termine del Consiglio dei ministri, ieri sera se ne è aggiunta un’altra che non riporta le cifre del taglio dell’accisa che consentirà di abbassare di 25 centesimi il costo alla pompa. Mentre all’articolo 37 fornisce qualche dettaglio sul contributo straordinario contro il caro bollette. Parliamo del meccanismo di tassazione degli extraprofitti che hanno realizzato le aziende energetiche e che rappresenta l’unica entrata del provvedimento (varrebbe secondo le stime 4 miliardi).

A finanziarlo sarà in gran parte il prelievo una tantum per le aziende. La nuova norma prevede un contributo straordinario del 10% sul margine “fra operazioni attive a fini Iva e operazioni passive a fini Iva tra il primo ottobre 2021 e il 31 marzo 2022 rispetto allo stesso periodo del 2021”. Ma si pagherà solo se ci sarà un incremento superiore a 5 milioni di euro, mentre il contributo non è dovuto se l’incremento è inferiore al 10%. Le aziende dovranno comunicare i dati delle fatture emesse e ricevute, spiegare cioè quanto gas hanno comprato a prezzi di mesi o anni fa e quanto ne hanno rivenduto ai prezzi stratosferici di adesso, e pagare il contributo entro il 30 giugno. Fin qui pure disposizioni burocratiche. Perché l’intervento è tutt’altro che agevole. Ad annunciare la norma è stato Draghi in conferenza stampa. E anche se il premier lo ha bollato come “un intervento redistribuivo di giustizia sociale”, resta complesso da realizzare. Lo si sta già vedendo con il meccanismo per tassare gli extraprofitti delle rinnovabili. Sempre che non venga bloccato dalle aziende che parlano di problemi di costituzionalità.

Intanto la misura scontenta i più per l’eccessiva timidezza. “I guadagni da extraprofitti che, per il governo sono pari a 40 miliardi, sono una cifra stratosferica che rende incomprensibile e timida la decisione di prelevare solo il 10%”, commenta il portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli. “Il caro bollette è così significativo che non sarà sufficiente un singolo intervento, mentre quello sulle accise è molto modesto”, spiega il leader M5S Giuseppe Conte. Dello stesso tenore il leader del Pd Enrico Letta (“Bisogna essere pronti ad ulteriori misure”) e Stefano Fassina di Leu (“Timidi sugli extraprofitti”). Anche per il segretario Cisl Luigi Sbarra “i provvedimenti sono insufficienti”. E se lo stanziamento da 20 milioni per la riduzione dei pedaggi autostradali a sostegno dell’autotrasporto ha fatto sospendere la protesta dei camionisti nel porto di Cagliari, a lamentarsi più di tutti è Assopetroli che chiede rassicurazioni al governo sulla “fortissima svalutazione che subiranno i carburanti quando la prossima settimana ci sarà il taglio delle accise”.

“In Russia chiudiamo”: il bluff dei grandi marchi

“Sì sì, siamo aperti e riforniti”, dice la commessa del negozio Loro Piana di San Pietroburgo. “Se ha visto un capo particolare può mandarci la foto via whatsapp”. Detto-fatto, gli mandiamo il video di Putin che arringa la folla di Mosca (“ci vogliono occidentalizzare”), stretto in un bel giaccone da un milione e mezzo di rubli dello storico marchio italiano, per l’80% proprietà della multinazionale francese del lusso Lvmh. Pier Luigi Loro Piana in persona assicura: “Il gruppo di cui facciamo parte ha già messo in atto tutte le azioni per prendere le distanze e per essere solidali con le posizioni europee rispetto alla tragedia umana che stiamo vivendo”. Da inizio marzo infatti Lvmh, come gli altri marchi del lusso europeo, hanno annunciato di aver interrotto le forniture in Russia e chiuso a tempo indeterminato le loro boutique. Ma eccola lì quella di Loro Piana, aperta e “rifornita” come nulla fosse, tra i 300 negozi del mall “Galeria”, un gigantesco tempio del consumismo nel cuore dell’ex Leningrado, la città natale di Putin.

Qui come a Mosca il 25esimo giorno di guerra è un giorno qualsiasi. Il boicottaggio strombazzato da molti brand occidentali non si vede proprio e i russi facoltosi possono continuare lo shopping. Un cittadino italiano che si è stupito ha deciso di farci un video col telefono (da oggi disponibile sul nostro sito): “Vedi, è aperto il negozio della Nike e quello di Lagerfeld che ha detto che chiudeva tutto. Sono aperti Boggi, Patrizia Pepe, Furla, Pinko, Trussardi, così come Armani e Loro Piana, appunto. Solo Swatch, Hugo Boss e Adidas hanno chiuso. Timberland, New Balance e Replay sono aperti. Questa è la verità”. Una verità paradossale: Armani, per dire, dona 500mila euro e vestiti ai profughi ucraini, ma fa il 30% di sconti ai clienti russi. Il Gruppo ci fa sapere che sta valutando “alcune misure sulla base della propria struttura distributiva, gestita con partner locali. Il canale e-commerce ha cessato le spedizioni per la Russia”. Gli uffici stampa di altre aziende retail confermano che i contratti locali difranchising non contemplano la chiusura “unilaterale” per motivi geopolitici: l’unica opzione è non rifornirli, farli chiudere per esaurimento scorte. Insomma, scese in guerra contro Putin, le aziende capitalistiche occidentali dimostravano di avere quasi un’anima. Ma quella del commercio, a quanto pare, vince sempre.

La questione sta scatenando furibonde polemiche un po’ ovunque. In Francia 15 grandi aziende in bilico tra restare e lasciare sono state ricevute da Macron in persona. Negli Stati Uniti è in corso un braccio di ferro da giorni con Burger King, che si è rifiutata di chiudere gli 800 locali che ha in Russia.

La campagna di boicottaggio era partita subito dopo l’invasione, sull’onda delle sanzioni e della caccia agli yacht oligarchici, al traino degli annunci di ritiro dell’industria pesante. Via via che General Motors, Exxon, Bp, Ford, Apple, Warner Bros annunciavano disinvestimenti e chiusure, si aggiungevano brand di settori più effimeri, come moda, gioielleria e retail.Ma poi chiudono davvero?

Il sospetto viene a un decano della Yale School of Management. Jeffrey Sonnenfeld aveva avviato un elenco di chi chiude e chi no. Il 28 febbraio la sua lista viene ripresa da Cnbc: molte società identificate tra quelle rimaste in Russia vedono le loro azioni scendere dal 15% al 30%, in un giorno in cui gli indici di mercato chiave erano scesi solo del 2-3%. L’effetto reputazione sui listini non perdona. L’iniziativa fa da volàno alla campagna, l’elenco s’allunga a 400 imprese. Nel frattempo però dipendenti, clienti, fornitori iniziano a segnalare uffici e negozi che restano aperti. “Hanno sollevato una cortina fumogena facendo donazioni ai rifugiati, ma continuando la loro attività come al solito”, denuncia allora il professore, che al “russian-free” crede davvero, memore del successo che negli anni ’80 ebbe il ritiro volontario delle società dal Sud Africa, in segno di protesta contro l’Apartheid. Sonnenfeld e i suoi ricercatori allora raffinano l’elenco e salta fuori che solo 150 aziende hanno bloccato le attività in Russia, 180 hanno mantenuto l’opzione per la restituzione, 80 hanno fatto un “ridimensionamento”, 178 hanno ridotto giusto gli investimenti futuri (non specificati), pur continuando operazioni commerciali sostanziali. Infine 33 “company” – tra cui Decathlon, Auchan, Lg Electronics, Renault – si sono opposte alle richiesta di uscire dal mercato o ridurre le attività.

Nel megastoredi San Pietroburgo si vede il negozio della Nike, forse il più iconico brand sportivo a stelle e strisce. La società dell’Oregon è stata anche la più risoluta nelle sue decisioni: a inizio marzo ha annunciato un milione di dollari al Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia e per sostenere i soccorsi. Poi la chiusura dei portali di vendita online, poi dei punti vendita di proprietà in gestione diretta. Ma a San Pietroburgo il negozio è aperto. Due giorni fa abbiamo chiesto a Nike Inc spiegazioni, non sono arrivate.

Mosca ci minaccia: “ State attenti al gas…”

Dalle blandizie alle minacce di ritorsioni per le sanzioni economiche in appena 52 giorni: dopo l’invasione russa dell’Ucraina e le sanzioni occidentali, il dialogo tra Roma e Mosca s’è trasformato in uno scontro aperto. Alla stretta nelle relazioni commerciali e finanziarie con la Federazione russa, decisa da Usa, Ue e altri Paesi e alla quale l’Italia ha dato piena adesione, ora il Cremlino risponde con i “pizzini” sui rischi per le forniture energetiche e le imprese nazionali.

Era il 26 gennaio, solo quattro settimane prima dell’inizio dell’“operazione speciale”, l’invasione dell’Ucraina, ma già da due mesi Mosca aveva ammassato decine di migliaia di soldati alla frontiera con l’Ucraina. Al contestato summit in videoconferenza della Camera di commercio italo-russa, per due ore e mezza i capi di 16 aziende italiane avevano interloquito direttamente con Vladimir Putin e altri otto ministri russi, oltre che con il numero uno del colosso petrolifero Rosneft e con l’amministratore delegato del Fondo sovrano di Mosca. “La Russia è un fornitore affidabile di risorse energetiche per i consumatori italiani”, aveva affermato il presidente russo. “Le aziende energetiche italiane continuano a collaborare con Gazprom sulla base di contratti a lungo termine e oggi hanno la possibilità di acquistare il gas a prezzi molto inferiori rispetto a quelli del mercato”. Ieri dal Cremlino si è invece passati agli avvertimenti: “Non vorremmo che la logica del ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire, che ha dichiarato la ‘totale guerra finanziaria ed economica’ alla Russia, trovasse seguaci in Italia e provocasse una serie di corrispondenti conseguenze irreversibili”, ha dichiarato Alexei Paramonov, direttore del Dipartimento europeo del ministero degli Esteri russo in un’intervista. Alla domanda se la Russia interromperà la fornitura di gas all’Italia in risposta alle sanzioni occidentali, Paramonov è stato cauto: “La questione della risposta a misure restrittive di portata senza precedenti e illegittime dal punto di vista del diritto internazionale sulla Russia da parte degli Stati Uniti e della Ue è in fase di elaborazione da parte del governo della Federazione russa. Mosca non ha mai usato le esportazioni di energia come strumento di pressione politica. Le compagnie energetiche russe hanno sempre adempiuto pienamente ai loro obblighi. Continuano a farlo anche adesso. Sappiamo che c’è molta preoccupazione per il futuro di queste consegne. Tenuto conto della significativa dipendenza di Roma dagli idrocarburi russi, che raggiungono il 40-45%, il rifiuto dei meccanismi affidabili di trasporto dei vettori energetici sviluppatisi in molti decenni avrebbe conseguenze estremamente negative per l’economia italiana e per tutti gli italiani”. Dopo aver ricordato il sostegno dato all’Italia nella pandemia, Paramonov ha poi attaccato il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, definendolo “uno dei principali ‘falchi’ e ispiratori della campagna antirussa nel governo italiano”.

Secca la replica della Farnesina che ha respinto con fermezza “le dichiarazioni minacciose di Paramonov” e ha invitato il ministero degli Esteri russo ad “agire per la cessazione immediata dell’illegale e brutale aggressione nei confronti dell’Ucraina”. “L’Italia, con i partner europei e internazionali continuerà a esercitare ogni pressione affinché la Russia torni nel quadro della legalità internazionale”. “Non diamo peso alla propaganda. Incoraggiamo invece ogni passo politico e diplomatico che metta fine alle sofferenze del popolo ucraino”, ha risposto Guerini che ha raccolto messaggi di solidarietà da tutte le forze politiche. Ma l’avvertimento russo non può passare inosservato: Roma ha molto da perdere (e molto sta perdendo e continuerà a farlo) nella guerra economica con Mosca. Nel 2021 il gas russo ha rappresentato il 40% dell’import di metano, dal quale l’Italia dipende non solo per la produzione di elettricità (per il 42% nel 2020), ma anche per intere filiere industriali, che dopo il triplicamento dei prezzi stanno fermando le produzioni, come nella chimica di base.

Ma non basta. Nel 2021 l’Italia era ottava tra i principali partner commerciali di Mosca, con esportazioni per 7 miliardi e import per 12,6 nei primi 11 mesi. Secondo dati dell’Istituto Tagliacarne delle Camere di commercio, sono più di 15mila le imprese italiane che esportano in Russia, tra le quali 2.200 – con circa 23.700 addetti – concentrano nella Federazione oltre la metà delle loro vendite all’estero. In prima linea c’è il Nord-Est, cui fa capo il 43% delle vendite. I settori più esposti sono calzaturiero (il distretto marchigiano ha un’esposizione quasi doppia rispetto alla media italiana), alimentare, moda, mobili, legno, metalli. Buona parte di questi traffici si stanno già pesantemente riducendo come effetto delle sanzioni e a questi va aggiunta la produzione in conto terzi per imprese estere che esportano in Russia.

Se il tessuto è composto di piccole e medie imprese, ci sono anche molti “campioni nazionali” molto esposti: dai colossi energetici (Eni, Snam) ai gruppi industriali (Pirelli, Prysmian, Marcegaglia). Non a caso l’Italia è tra i primi 15 Paesi in termini di investimenti diretti (oltre 4 miliardi di euro) in Russia. Tra i maggiori progetti italiani ci sono le infrastrutture dell’Anas, le fabbriche di pneumatici auto di Pirelli, la costruzione di un pastificio di Barilla. Non va poi dimenticato il peso dell’import da Mosca in alcuni settori. Ad esempio quello del grano tenero, del quale l’industria nazionale è strutturalmente deficitaria per circa due terzi (il 64%) del fabbisogno: la Russia rimane il principale esportatore di cereali a livello mondiale. Ma anche i fertilizzanti, il nichel, l’alluminio e il carbone.

Quanto alla finanza, le banche italiane sono le più esposte al mondo, con 25 miliardi di euro, nei confronti della Russia. Intesa Sanpaolo ha un’esposizione di 5,1 miliardi, in parte formata da crediti a clientela e banche erogati da controllate locali (1,1 miliardi), mentre il resto del gruppo è esposto per 4 miliardi, al netto di garanzie all’export per un miliardo. Tra i debitori russi, ci sono anche controparti nel mirino delle sanzioni, per 200 milioni. UniCredit Russia, 14esima banca del Paese, ha una esposizione di 7,8 miliardi. L’esposizione transfrontaliera verso clienti russi è di 4,5 miliardi, al netto di garanzie di circa 1 miliardo. A ciò si aggiungono 300 milioni di derivati, che portano la perdita potenziale a un miliardo.

Il South Carolina reintroduce la fucilazione

Una sedia di acciaio, con dei lacci di cuoio per bloccare testa, braccia e caviglie del condannato a morte. Tutto intorno le pareti ricoperte di lamiere, anche quelle di acciaio. Tutte tranne una, di fronte alla sedia, a circa quattro metri. È l’unica con una finestra, rettangolare, dalla quale tre cecchini sono pronti a sparare. È la nuova “camera della morte” della South Carolina che ha dato il via libera ufficiale alla fucilazione come uno dei metodi di esecuzione dei detenuti nel braccio della morte, diventando il quarto negli Usa ad autorizzarla. Vi si potrà ricorrere se il condannato rifiuta la sedia elettrica, quest’ultima già prevista nell’ordinamento dello Stato fin dal 1912, quando si pose fine all’impiccagione. La misura shock era stata approvata a maggio dell’anno scorso per superare le difficoltà nel reperire il mix di veleni necessario per le iniezioni letali, dopo che molte case farmaceutiche e tanti Paesi nel mondo hanno vietato la loro esportazione negli Stati Uniti per motivi umanitari. Per questo, l’ultima volta che il boia è entrato in azione in South Carolina risale al 2011.

Ma l’Ucraina non sta salvando l’Europa (e gli Usa nemmeno)

Tra le varie vulgate che si stanno diffondendo sulla guerra in Ucraina, s’impone quella che richiama alla presa d’atto che l’Ucraina stia difendendo l’Europa essenzialmente perché “dopo toccherà a noi”. Per questo dobbiamo mandare armi controcarro, ma non solo, dobbiamo mandare aerei da bombardamento come anteprima dell’operazione di punizione strategica che gli Stati Uniti, la Nato e l’Unione europea devono prepararsi a condurre per ricacciare i russi dall’Ucraina e possibilmente spingerli oltre gli Urali, il confine naturale tra Europa civile e Asia barbara. Le forze ucraine civili e volontarie (dell’esercito regolare non si parla mai) starebbero eroicamente sacrificandosi per consentire agli americani d’intervenire e liberare ancora una volta l’Europa. E, di nuovo, insorti e “resistenti” potranno essere le fanterie della Nato utili anche a fare cose che ufficialmente le democrazie non possono fare. D’altra parte è dovere degli europei riconoscere che sono stati salvati e liberati dagli Stati Uniti e quindi ora devono restituire il debito combattendo in prima linea al fianco dell’Ucraina. I ragionamenti non fanno una piega. Nel caos della narrazione a senso unico che detiene il monopolio dei nostri cervelli tutto è legittimo. Rimane però da chiarire che tra i principali alleati che hanno liberato l’Europa dal nazismo e dal fascismo c’erano anche i russi e con loro gli ucraini a metà comunisti e metà nazisti. Se non ci fossero stati i russi i lager sarebbero stati coperti per sempre. Molti americani ed europei ancora oggi non credono alle immagini di Auschwitz. Durante gli ultimi anni di guerra Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti non volevano liberare l’Europa, e nemmeno volevano “soltanto” la debellatio della Germania: ne volevano la distruzione completa. I bombardamenti a tappeto sulle città tedesche avevano molto a che fare con la distruzione totale piuttosto che la neutralizzazione della capacità bellica. Alla fine della guerra Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione sovietica approvarono il piano Morgenthau (Segretario al Tesoro Usa) che intendeva far tornare la Germania alla “pastorizia”. Morgenthau già prima dell’ingresso statunitense in guerra aveva predicato la distruzione del popolo tedesco e della sua capacità produttiva e riproduttiva. Nella pratica, la direttiva JCS 1067 dei comandi militari alleati di occupazione applicava, anche se in versione ridotta, le proposte di Morgenthau. Di fatto nell’immediato periodo postbellico le epurazioni, le criminalizzazioni e le spoliazioni del patrimonio industriale tedesco si aggiunsero alle distruzioni belliche. In quel periodo furono registrati oltre 100.000 suicidi fra la popolazione tedesca e all’inizio del 1947 quattro milioni di soldati tedeschi erano ancora utilizzati per lavori forzati in Gran Bretagna, Francia e Unione sovietica. La prostrazione della Germania impediva però qualsiasi tentativo di risollevare il resto dell’Europa e quindi eliminava la fonte di illimitati guadagni che il dopoguerra doveva portare agli Stati Uniti. Il piano Morgenthau fu sostituito dal piano Marshall e la gestione degli aiuti alla ricostruzione divenne la priorità statunitense. Quando gli americani si resero conto che senza Germania non si sarebbe mai potuto guadagnare un dollaro dall’Europa e consapevoli che essa non poteva essere delegata al compito per l’ovvia opposizione della Gran Bretagna e dell’Unione sovietica, fu dato sostegno all’idea europea di una qualche forma di unitarietà. Allo stesso tempo si accentuò l’ostilità nei riguardi dell’Urss e si cominciò a parlare di minaccia espansionistica e contenimento militare. Allora, come oggi. In realtà si trattava della continuazione della guerra economica e finanziaria intrapresa prima della guerra nelle parti del mondo che non avevano più né economia né finanza. Dalla fine della guerra fredda e in particolare con l’istituzione della moneta unica, l’Unione europea è apparsa non solo come cliente e nemmeno come alleato (il nemico di oggi sarà il cliente di domani e l’alleato di dopodomani), ma come competitore. E in una mentalità prettamente mercantilistica come quella anglo-sassone la competizione è bene accetta solo se sei il più forte. Lo disse Clinton, molti anni fa. L’Ucraina non sta salvando l’Europa, sta cercando di salvare sé stessa e in questo l’Europa deve aiutarla a riflettere sul suo futuro e sul nostro. Non c’è Ucraina senza Europa e viceversa, ma la strada che stiamo percorrendo va verso l’annullamento di entrambe, da parte di entrambe.

“Ormai fuggire da Kiev costa fino a 15 mila euro”

Diecimila euro, a volte anche 15. Nel giro di pochi giorni, con l’acuirsi dello scontro in Ucraina, alcune aziende di private security che si occupano di esfiltrare chiunque voglia lasciare il Paese, hanno aggiornato il proprio listino prezzi. Il motivo è semplice: con l’aggravarsi della situazione i rischi sono aumentati e con essi anche i costi degli equipaggiamenti, del materiale medico e dei fixer, ucraini ma anche russi che forniscono un supporto per i viaggi verso Polonia, Moldavia o Romania. Così chi si rivolge a queste società per sfuggire dalla guerra, se fino a poco fa pagava circa 3mila euro, ora deve essere disposto a sborsare molto di più. Nei giorni scorsi, raccogliendo la testimonianza di un italiano a capo di una società di sicurezza privata che opera in Ucraina, il Fatto ha raccontato quello che è diventato un altro business del conflitto. Lo stesso imprenditore ora ci spiega come in queste ore organizzare i viaggi sia diventato molto più complesso. Sono circa 202 le persone che la sua società ha fatto uscire dall’Ucraina dal 28 febbraio: sono cittadini dell’Unione europea e non, “molti con doppio passaporto, come quegli ucraini che hanno fatto fortuna all’estero e allo scoppio della guerra si trovavano nella loro nazione”.

Rispetto alla settimana scorsa tutto è cambiato: “In queste ore – spiega l’imprenditore – stiamo consegnando materiale medico ed equipaggiamenti protettivi al nostro personale a Kiev, ma arrivare in città è sempre più complicato, soprattutto nella parte est. I russi stanno cercando di stringere intorno ai grandi centri urbani e i loro controlli stanno aumentando, mentre comincia a esserci scarsità di materie prime, a differenza degli armamenti che invece continuano ad arrivare a grandi numeri”. “Inoltre – aggiunge l’imprenditore – si sta verificando pure un aumento dei cosiddetti foreign fighters su entrambi i fronti, e ciò rende la situazione più complicata, perché è più semplice parlare con le truppe regolari anziché con milizie non inserite in una struttura di comando precisa”.

Così per raggiungere una coppia che doveva lasciare Kiev, il team dell’imprenditore italiano (“quattro fixer, supportati da altro personale locale”) ci ha messo ben tre giorni: “Abbiamo dovuto aggirare alcuni check point dei russi e solo dopo giorni siamo riusciti a portare questa coppia a Leopoli”.

I rischi per le aziende di private security (“Rispetto all’inizio della guerra ora sono solo due o tre quelle in grado di arrivare in città”) sono aumentati e non poco e così anche i costi: “I prezzi dei viaggi sono cresciuti tantissimo – spiega l’imprenditore – perché sono aumentate le richieste dei fixer, ma anche i costi delle materie prime come la benzina, l’accesso ai materiali di supporto. Ovviamente dipende dalle zone di azione, ma andare nell’area di Kiev è un’attività ad altissimo rischio e quindi il personale sul campo chiede un compenso maggiore. Il costo finale dei viaggi può arrivare a 10/15 mila euro. Ovviamente se la mia azienda parla direttamente con il cliente finale ci sono dei costi, ma se la richiesta arriva da un’azienda simile alla mia e questa è stata ingaggiata a sua volta da un’altra società, i prezzi lievitano ancora”.

Pochi posti letto e zero controlli: l’accoglienza profughi è nel caos

La crisi ucraina ha scatenato la corsa alla solidarietà. Ma dopo 24 giorni di guerra, senza un coordinamento, la macchina degli aiuti rischia di affondare nel caos. Mancano i posti letto per migliaia di persone già arrivate in Italia. Ogni Regione si muove senza una guida comune. I flussi sfuggono a controlli, sanitari e di sicurezza. Sono segnalati disagi in varie città italiane. Alla frontiera polacca è anche peggio: “C’è tanta generosità, ma la situazione sta sfuggendo di mano – denuncia Roberto Falletti, volontario dell’associazione “La Memoria Viva”, attiva nell’hub di Przemysl – Ogni giorno migliaia di persone escono dalla stazione e si mettono nelle auto di chi capita. Rischiamo di trovarci con bimbi e donne spariti. È tempo che il governo italiano assuma il coordinamento”. Nella cittadina al confine tra Polonia e Ucraina circolano già voci su persone scomparse: “In effetti le donne sono molto spaventate, i controlli sono minimi”. Enrico Pittaluga, attore della compagnia teatrale Generazione Disagio, è uno dei tanti italiani partito con un gruppo di volontari. Sul suo profilo invita a non improvvisare e ad affidarsi ad associazioni strutturate: “Le operazioni sono in mano a volontari della Protezione civile del Lazio, arrivati per proprio conto”. Come Giovan Battista Marchegiani: “Il nostro governo è assente. Alcuni imprenditori si sono rivolti a me perché non sapevano come inviare gli aiuti”.

Non ci sono meno incognite sull’accoglienza interna. A Roma un vigile del fuoco impegnato sul campo riferisce di rifugiati “in coda per ore” in alcuni dei principali punti d’arrivo, “al buio, senza una tenda”, in attesa di destinazione: “Situazioni indegne”. A Milano non va molto meglio, racconta Cesare Mariani, dell’associazione Naga: “Ci sono badanti che ospitano persone nella casa dell’anziano che curano, colf che da due settimane vivono insieme a dieci parenti in un bilocale. Così il sistema non può reggere”. I numeri parlano chiaro. Da una parte ci sono gli ucraini in fuga dalla guerra: 53.699 quelli arrivati fino a venerdì, secondo il Viminale. Dall’altra parte i posti letto pubblici disponibili: “8mila in tutto”, dice al Fatto la Protezione civile. La differenza fa circa 45mila: persone a cui oggi lo Stato italiano non può offrire un tetto. Nonostante il nuovo decreto appena approvato con aiuti per 65mila persone. Per fortuna ci sono i privati: parrocchie, associazioni, cittadini comuni, immigrati ucraini. Dal 24 febbraio secondo l’Unhcr sono già scappate dall’Ucraina 3,3 milioni di persone. Molti potrebbero arrivare in Italia, dove vivono 236mila ucraini, la seconda comunità più numerosa dopo la Polonia. Non era mai successo che in Italia arrivassero così tante persone in così poco tempo. Il 3 marzo l’Ue ha deciso di attivare una direttiva (la 55 del 2001) mai usata finora, che garantisce agli ucraini un permesso di un anno assimilabile a quello dei rifugiati. La Germania ha finora registrato 197mila profughi. In Francia ne sono arrivati circa 15mila. La Spagna ha messo a disposizione 21mila posti, di cui 12mila sono già stati occupati. Il Regno Unito post Brexit, invece, ha concesso solo 6500 visti per ricongiungimento familiare: non si entra senza già avere un posto dove andare.

A breve però potrebbe partire un’iniziativa di sostegno a famiglie, associazioni e Comuni disposti a offrire ospitalità. Uno schema simile dovrebbe essere adottato presto anche da noi. L’idea, dice il capo della protezione civile, Fabrizio Curcio, è “prevedere un aiuto economico per le famiglie, ma attraverso le associazioni”. “È importante che lo schema sia sostenibile – dice Oliviero Forti, responsabile politiche migratorie per la Caritas –, che nel rimborso siano compresi vitto e alloggio ma anche i vari costi di consulenza, dalla mediazione linguistica al supporto burocratico”.

Di certo la solidarietà mostrata verso i profughi ucraini in Italia finora è stata immensa, ma non è scontato che duri a lungo. La maggior parte degli sfollati è ospitata da connazionali, parenti o amici. “Serve una cabina di regia e un commissario centrale che coordini le Regioni, come per il Covid – suggerisce un veterano della Protezione civile italiana – e non può essere un militare”.

Scontri con i russi casa per casa, civili come topi nei rifugi

Mariupol è sottoterra. È l’ora più pericolosa dell’assedio iniziato due settimane fa nella città martire ucraina: le truppe russe la accerchiano da ogni lato sul Mar d’Azov. Insieme alle divise del Cremlino, si agitano, impunite, milizie cecene per la città. La stringono, la soffocano e la penetrano: i combattimenti tra le forze di Mosca e quelle di Kiev proseguono casa per casa, strada per strada, razzi e proiettili non risparmiano nessuno. Nei podval’, nei sotterranei degli edifici, nei bunker di epoca sovietica, si nascondono migliaia di civili intrappolati sotto il tappeto di fuoco che infuria sulle loro teste. Il sindaco Vadym Boichenko denuncia: migliaia di residenti sono stati portati in remote città della Russia, “deportati come fecero i nazisti durante la seconda guerra mondiale”. “Nell’ultima settimana – dice Boichenko – diverse migliaia di residenti di Mariupol sono stati portati in Russia. Gli occupanti hanno portato via illegalmente persone dal distretto di Livoberezhny e da un rifugio antiaereo nell’edificio di un club sportivo, dove più di mille persone, soprattutto donne e bambini, si nascondevano dai bombardamenti”. In queste ore le truppe dei plotoni dell’Azov si scontrano con “l’arma caucasica” di Putin, in arrivo da Grozny. A guidare i ceceni, i “kadyrovzy” – come chiamano i fedelissimi armati del caudillo Ramzan Kadyrov – c’è Adam Delimkhanov, braccio destro del leader ceceno. Avrebbe però varcato la frontiera ucraina, per guidare assalti nelle zone limitrofe, anche Daniil Martynov, ex ufficiale dei corpi speciali dell’Fsb, addestratore di squadre d’élite in arrivo dal Caucaso.

Lo strazio dei civili di Mariupol è remoto, la blokada è totale ma invisibile: non mancano solo acqua e cibo, ma anche elettricità e connessione telefonica. Però la tragedia non rimane muta: la raccontano quanti sono fuggiti in tempo dal perimetro mortale degli scontri che arrivano sempre più vicini al centro. Dei quattrocentomila abitanti non rimangono solo spettri sotto terra: c’è chi è riuscito a salvarsi grazie ai corridoi umanitari. Mostrano foto di case diventate tutte dello stesso colore: nero carbone, nelle cui cantine sono rimasti nascosti per giorni “in attesa della morte”. Quasi 7mila persone, tra loro almeno 2mila bambini, hanno lasciato le strade crivellate del porto meridionale attraverso un corridoio umanitario per raggiungere ieri Zaporizhzhia, ha detto la vicepremier ucraina Iryna Vereshchuk all’agenzia Ukrinform. Altre vie sicure di fuga dalle trincee sono state interrotte o bloccate dal proseguimento dei combattimenti. Mancano forniture proprio quando l’emergenza diventa totale. Gli aiuti umanitari non riescono però a raggiungere non solo Mariupol, ma anche Sumy e Kharkiv, ormai circondate, ha riferito allarmato il coordinatore delle emergenze del Programma alimentare mondiale, Jakob Kern. Due giorni fa, delle fiamme che avvolgono i cittadini di Mariupol, a Putin ha parlato il presidente francese Macron. Ieri ha fatto lo stesso il primo ministro del Lussemburgo, Xavier Bettel, che ha raggiunto il presidente russo al telefono: “Le immagini che arrivano sono intollerabili”. L’impianto siderurgico più grande d’Europa, punto nevralgico dell’economia di Kiev prima che scoppiasse il conflitto il 24 febbraio scorso, è al centro di violenti scontri e versioni contrastanti. A est del centro della città c’è l’acciaieria Azovstal, detta anche Azov Steel: finita in mani russe tre giorni fa, sarebbe poi tornata in controllo dei gialloblu. Ha riferito Vladislav Sobolievskyi, membro del battaglione Azov, che “il nemico non è arrivato così lontano”. Secondo altre fonti, però, l’acciaieria invece sarebbe già distrutta: le forze ucraine non sono riuscite a intervenire per difendere la fabbrica, ha riferito il Kyiv post. Che “il gigante economico è distrutto, andato perso” l’ha confermato il consigliere del capo del ministero degli Affari interni Vadym Denisenko.

Il capo del battaglione Azov: da leader ultrà a “Eroe dell’Ucraina”

La volontà di Putin di “denazificare” l’Ucraina passa nelle intenzioni del Cremlino anche dall’annientamento del battaglione Azov. Circa mille uomini attivi all’interno dell’esercito ucraino perché inquadrati nella Guardia Nazionale. A guidarli c’è Denis Prokopenko, ex ultras della Dinamo Kiev, poi paramilitare e da cinque anni comandante del battaglione. Ieri sui canali Telegram russofili si è diffusa la notizia che il presidente Volodymyr Zelensky abbia conferito a Prokopenko la più alta onorificenza militare “Eroe dell’Ucraina”. Non c’è stata conferma ufficiale di Kiev, ma nemmeno una smentita. In passato tra i due ci sono state burrasche, Prokopenko fu molto critico con Zelensky, gli rifiutò persino il saluto alla commemorazione di piazza Maidan di tre anni fa. L’invasione russa, per forza di cose, li ha trasformati in alleati. Da venti giorni le truppe di Mosca hanno circondato Mariupol e a guidare la difesa ucraina è Prokopenko. Come Zelensky, l’ex ultras parla al mondo attraverso videomessaggi. Una delle sue ultime testimonianze dalla città ucraina in guerra, pubblicata su YouTube, ha avuto più di 250 mila spettatori.

Nei suoi dispacci, l’ufficiale del battaglione Azov paragona Mariupol a Srebrenica – la città martire durante il conflitto in Bosnia nel 1995 – e ripete la parola “genocidio”. Un termine molto utilizzato su entrambi i fronti. L’ultimo video di Prokopenko sono due minuti fitti di informazioni dal campo e di accuse alla Russia. Mentre parla in inglese, perché il suo pubblico è fuori dall’Ucraina, si sentono colpi di artiglieria. Elmetto e giubbetto antiproiettile non ha mostrine, ma solo due pezzi di nastro adesivo blu, segno di riconoscimento dell’unità. Chiede armi, no-fly zone e invita i volontari stranieri a unirsi all’esercito ucraino. Il battaglione Azov prima della guerra radunava 22 nazionalità, nel 2015 il gruppo era ancora paramilitare, solo con una recente legge le forze di difesa territoriale sono state fatte entrare nell’ordinamento dell’esercito. All’accusa di essere filonazisti, Prokopenko replica che solo il 10 o 20% dei militari si riconosce in questa definizione. Eppure, il simbolo stesso del gruppo è un Wolfsangel, insegna che era stata usata dalle SS nella Germania di Hitler. In un rapporto delle Nazioni Unite, il battaglione Azov viene ritenuto responsabile “tra settembre 2014 e febbraio 2015 di saccheggi di abitazioni di civili, nonché attacchi ad aree civili”. Dall’altra parte della barricata, le due repubbliche autoproclamate di Donetsk e Lugansk, filorusse, accusano i militari di Azov di stupri. Oggi però Prokopenko è diventato un eroe della resistenza ucraina, racconta alla Cnn dell’attacco a Mariupol e della condizione dei civili che “vivono nei bunker, escono solo per cucinare in strada”. Non è più solo un militare, ma anche un portavoce, un personaggio. Per questo i suoi nemici – in particolare il ceceno Kadyrov – gli hanno messo sulla testa una taglia. Mezzo milione di dollari. Il leader ceceno guida 10 mila soldati, ritenuti i più sanguinari del mondo, è un fedelissimo di Putin. Al momento sembra si trovi alla periferia di Kiev, ma la dichiarazione contro il comandante del battaglione Azov potrebbe anticipare un cambio di strategia. Da una parte i militari ucraini che cospargono i loro giubbetti di grasso di maiale e dall’altra i miliziani ceceni che pregano Allah prima di andare in battaglia. Entrambe le immagini sono state diffuse dai due gruppi in preparazione allo scontro.

Zelensky chiede a Putin un incontro, ma Mosca frena: “C’è la regia Usa”

L’Ucraina ha fretta: vuole finire la guerra, sottrarsi al giogo dell’invasione, bombardamenti, combattimenti, caduti, vittime, almeno quattro milioni di persone in fuga. La Russia, però, nicchia. Nella notte tra venerdì e sabato, il presidente Zelensky chiede un incontro all’omologo russo Vladimir Putin per parlare di pace, ma Mosca replica che bisogna prima concordare un’intesa: il vertice non serve a negoziare un accordo, ma a suggellarlo. Il messaggio di Zelensky non è remissivo, anzi è bellicoso: “È l’unica possibilità per la Russia – dice – di ridurre i danni causati dai propri errori. È tempo di incontrarci (…) è tempo di ripristinare l’integrità territoriale e la giustizia per l’Ucraina. Altrimenti, le perdite della Russia saranno tali che il Paese impiegherà diverse generazioni per riprendersi”. Un’evidente iperbole. Per il capo negoziatore russo, Vladimir Medinsky, le delegazioni dei due Paesi devono prima concordare il testo di un trattato da fare siglare ai ministri degli Esteri e approvare dai governi. L’incontro tra i presidenti servirebbe a ratificare quanto già convenuto.

Il ministro degli Esteri russo, Lavrov, fornisce una analisi della proposta di Zelensky: “Ha suggerito di tenere dei colloqui e il nostro presidente ha accettato, tuttavia c’è la sensazione costante che qualcuno – molto probabilmente gli Stati Uniti – stia tenendo la mano della delegazione ucraina, impedendole di accettare le richieste che consideriamo minime”. A questo punto, l’Ucraina si arrocca: i colloqui potrebbero durare “settimane”, anche se ci sono segnali che la posizione russa sia diventata “più adeguata”, osserva il capo negoziatore ucraino Mykhailo Podoliak, che aggiunge: “Non possiamo rinunciare a nessun territorio”. Tutte le ipotesi fatte nei giorni scorsi appaiono labili: la pace per Pasqua, o addirittura entro 10 giorni. Podoliak, ora, stempera: “Ciò che potrebbe accadere in pochi giorni è un cessate-il-fuoco”. Intanto, la Duma, la Camera bassa del Parlamento russo, lancia un appello ai Paesi occidentali, perché non mandino più in Ucraina “armi e mercenari”: se vogliono la pace mandino, piuttosto, “aiuti umanitari”. Chiosando il colloquio di ieri tra i presidenti di Usa e Cina Joe Biden e Xi Jinping, il ministro Lavrov si dice convinto che la cooperazione tra Mosca e Pechino uscirà rafforzata da questa crisi: “Credo che l’interazione si rafforzerà – lo cita così Interfax –, poiché l’Occidente sta calpestando ogni pilastro del sistema internazionale e noi, due grandi potenze, dobbiamo ovviamente pensare a come andare avanti”. Lavrov, inoltre, accusa l’Occidente di non volere che Kiev accetti le richieste di Mosca. I disegni d’espansione della Nato restano vivi: ieri, una delegazione statunitense era in Kosovo, per discutere l’interesse del governo di Pristina ad aderire al programma Nato Partnership per la pace, anticamera di un ingresso nell’Alleanza. Sul fronte di guerra, nuovo allarme anti-aereo a Leopoli. L’Ucraina dice che un altro generale russo è caduto in battaglia. La Russia afferma di aver utilizzato nel conflitto missili ipersonici Kinzhal, super-arma di ultima generazione, per distruggere un deposito di munizioni sotterraneo nell’ovest dell’Ucraina. Sono agibili diversi corridoi umanitari: i russi dichiarano d’avere fatto uscire dal Donbass quasi 300 mila persone “senza l’aiuto di Kiev” e di averne “portate in salvo” in Crimea altre 15 mila circa da Zaporizhzhia, dove c’è il coprifuoco. Zelensky stima a 190 mila le persone salvate grazie ai corridoi umanitari e ne conta sette attivi: sei nella regione di Sumy e uno nella regione di Donetsk. Ma il presidente ha accusato Mosca di bloccare la fornitura di aiuti alle città assediate “nella maggior parte delle aree”.

Nella regione di Kiev, un colpo di mortaio russo sul villaggio di Makariv ha ucciso sette persone e ne ha ferite altre cinque, riferisce la polizia locale. Due bambini e una donna sono stati trovati morti sotto le macerie dopo bombardamenti sulla città di Rubizhne, nella regione di Lugansk, secondo fonti dell’esercito ucraino. E l’agenzia di stampa ucraina Unian racconta che una ‘nonnina’ ucraina avrebbe messo fuori combattimento otto invasori con una torta avvelenata. In Norvegia, dove proseguono le manovre della Nato, presenti unità italiane, quattro militari Usa hanno perso la vita in un incidente aereo. Da venerdì s’erano persi i contatti con un velivolo dei marines.