È un Paese spaventato, deluso, impoverito, quello che emerge dal cinquantaduesimo rapporto del Censis 2018. Un Paese in preda “al sovranismo psichico”. Attanagliato dalla paura che, come si sa è un sentimento che fa emergere tutti gli istinti primari come quello della difesa costante, la cattiveria. “Cattiveria” è la parola chiave che sostituisce il “rancore” del 2017. Paura del diverso, dell’altro da sé, dello straniero che viene percepito, non come opportunità di crescita e confronto, ma come invasore, e, dunque, minaccia. Per il 75% degli italiani gli immigrati fanno aumentare la criminalità e per il 63% sono un peso per il sistema di welfare. Il 69% non vuole avere come vicini di casa i rom o persone con dipendenze da droga o alcol e il 52% è convinto che si faccia più per gli immigrati che per gli italiani. Non a caso il 96% delle persone ha un basso titolo di studio e l’89% ha la certezza che la loro condizione attuale non migliorerà.
Dati sconfortanti che emergono da una delusione profonda, come spiega il direttore generale del Censis, Massimiliano Valerii: “Una prima forte delusione è quella di aver visto sfiorire la ripresa che l’anno scorso e fino all’inizio di quest’anno era stata vigorosa, con un Pil negativo nel terzo trimestre di quest’anno dopo 14 mesi di crescita consecutiva. L’altra è che l’atteso cambiamento miracoloso promesso dalla politica non c’è stato, oltre la metà degli italiani afferma che non è vero che le cose siano cambiate sul serio. E adesso è scattata la caccia al capro espiatorio: dopo il rancore, è la cattiveria che diventa la leva cinica di un presunto riscatto”. Paura, cattiveria che attecchiscono nel brodo della ingiustizia sociale in un Paese in cui solo il 23% ritiene di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori mentre il 67% guarda al futuro con timore o incertezza. La grande emergenza è il lavoro. Scompaiono i giovani laureati occupati (nel 2007 erano 249 ogni 100 lavoratori anziani, oggi sono appena 143).
Secondo il Censis l’Italia è il Paese europeo “con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori (il 23% contro una media europea del 30%). Cresce l’individualismo, il 63% crede che ognuno debba provvedere a se stesso, alla difesa dei propri interessi. Non è casuale che ci si sposi sempre meno e ci si lasci sempre di più. Dal 2006 al 2016 i matrimoni sono diminuiti del 17,4%, passando da 245.992 a 203.258. Le separazioni, dalle 80.407 del 2006 sono passate a 91.706 del 2015 (+14%). E cresce la “singletudine”: le persone sole crescono del 50,3% fino al 2017 e oggi sono poco più di 5 milioni. In sintesi, continua Valeri, prevalgono “una coscienza infelice, una speranza senza compimento”. E la domanda “da dove e da cosa ripartire?” trova risposta in: “Lavoro, lavoro, lavoro”. Il lavoro come unica fonte di dignità, indipendenza e capacità di costruire il futuro.