“Cattivi, spaventati e sempre più single”. Ecco l’Italia del “sovranismo psichico”

È un Paese spaventato, deluso, impoverito, quello che emerge dal cinquantaduesimo rapporto del Censis 2018. Un Paese in preda “al sovranismo psichico”. Attanagliato dalla paura che, come si sa è un sentimento che fa emergere tutti gli istinti primari come quello della difesa costante, la cattiveria. “Cattiveria” è la parola chiave che sostituisce il “rancore” del 2017. Paura del diverso, dell’altro da sé, dello straniero che viene percepito, non come opportunità di crescita e confronto, ma come invasore, e, dunque, minaccia. Per il 75% degli italiani gli immigrati fanno aumentare la criminalità e per il 63% sono un peso per il sistema di welfare. Il 69% non vuole avere come vicini di casa i rom o persone con dipendenze da droga o alcol e il 52% è convinto che si faccia più per gli immigrati che per gli italiani. Non a caso il 96% delle persone ha un basso titolo di studio e l’89% ha la certezza che la loro condizione attuale non migliorerà.

Dati sconfortanti che emergono da una delusione profonda, come spiega il direttore generale del Censis, Massimiliano Valerii: “Una prima forte delusione è quella di aver visto sfiorire la ripresa che l’anno scorso e fino all’inizio di quest’anno era stata vigorosa, con un Pil negativo nel terzo trimestre di quest’anno dopo 14 mesi di crescita consecutiva. L’altra è che l’atteso cambiamento miracoloso promesso dalla politica non c’è stato, oltre la metà degli italiani afferma che non è vero che le cose siano cambiate sul serio. E adesso è scattata la caccia al capro espiatorio: dopo il rancore, è la cattiveria che diventa la leva cinica di un presunto riscatto”. Paura, cattiveria che attecchiscono nel brodo della ingiustizia sociale in un Paese in cui solo il 23% ritiene di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori mentre il 67% guarda al futuro con timore o incertezza. La grande emergenza è il lavoro. Scompaiono i giovani laureati occupati (nel 2007 erano 249 ogni 100 lavoratori anziani, oggi sono appena 143).

Secondo il Censis l’Italia è il Paese europeo “con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori (il 23% contro una media europea del 30%). Cresce l’individualismo, il 63% crede che ognuno debba provvedere a se stesso, alla difesa dei propri interessi. Non è casuale che ci si sposi sempre meno e ci si lasci sempre di più. Dal 2006 al 2016 i matrimoni sono diminuiti del 17,4%, passando da 245.992 a 203.258. Le separazioni, dalle 80.407 del 2006 sono passate a 91.706 del 2015 (+14%). E cresce la “singletudine”: le persone sole crescono del 50,3% fino al 2017 e oggi sono poco più di 5 milioni. In sintesi, continua Valeri, prevalgono “una coscienza infelice, una speranza senza compimento”. E la domanda “da dove e da cosa ripartire?” trova risposta in: “Lavoro, lavoro, lavoro”. Il lavoro come unica fonte di dignità, indipendenza e capacità di costruire il futuro.

Accoglienza, raccolta fondi per gli “sfrattati” di Salvini

Solomon è abituato alle mischie, a Rieti ha giocato a rugby ed è sceso in campo anche all’Olimpico prima di un match del Sei Nazioni. Ma ora si sente solo contro tutti, o quasi. È nato in Ghana 30 anni fa. Faceva il tassista fino al giorno in cui fu aggredito a colpi di armi da fuoco da chissà quale banda. Da lì è cominciato il suo inferno in patria. Quindi la decisione di partire, di attraversare il continente e di arrivare nella Libia in guerra. Anni di clandestinità. Lì ha incontrato Abdegal, che il continente lo aveva attraversato partendo dalla Nigeria, lasciando alle spalle una storia che oggi non ha nemmeno voglia di raccontare. Solomon e Abdegal si innamorano e insieme affrontano il viaggio in mare verso l’Italia nell’aprile 2017. Lei rischia un parto gemellare in mezzo al canale di Sicilia ma per fortuna Heman ed Hemal nascono due mesi dopo, a Rieti. E sono loro ad accoglierti, facendo il dovuto baccano che si conviene alla loro, età in questo piccolo appartamento del centro città, preso in affitto alla cooperativa sociale Il Volo a cui Solomon e Abdegal sono stati affidati dopo lo sbarco in Sicilia, poco più di un anno fa.

Non potranno più farlo per molto. Anzi, in teoria da questa casa dovrebbero già essere fuori dal mese scorso, i Servizi sociali del Comune hanno consentito di prolungare l’accoglienza per un mese ma il 14 dovranno andarsene.

Il motivo è semplice, si chiama “decreto sicurezza”. Solomon e Abdegal si erano visti riconoscere la protezione umanitaria, ma per l’Italia di Salvini le loro storie non valgono più nulla: col decreto la protezione umanitaria è stata abolita per il futuro; chi ce l’ha perde il diritto di entrare nel sistema di seconda accoglienza Sprar e se, come Solomon e Abdegal, aspetta quel posto in un Centro di prima accoglienza, perde anche quello. E pazienza se il motivo principale di quella concessione ride beato di fronte agli stessi cartoni animati che guardano i bambini di pura genia italiana.

“Vorrei solo poter lavorare – sospira Solomon – potermi prendere cura di mia moglie e dei miei figli”. Un normalissimo desiderio che tuttavia, in questo ordinato tinello intriso di aromi di spezie, appare impossibile anche per chi è abituato alle mischie. A Solomon e Abdegal è stata revocata la protezione umanitaria, il che impedirà loro di essere inseriti nel circuito Sprar, ossia l’accoglienza gestita dai Comuni che offre corsi di lingue e altri percorsi di integrazione: ora vale solo per gli immigrati che hanno ottenuto l’asilo o la protezione internazionale. Senza Sprar niente casa, nessun corso, nessun tirocinio retribuito. Fino ad oggi Solomon si è arrangiato con qualche lavoretto, ora rischia di ritrovarsi in strada con tutta la famiglia.

“Il decreto è una giungla – racconta Roberta Dionisi di In Volo –. L’unica possibilità che abbiamo è tentare di trasformare quando scadrà il loro permesso umanitario in permesso per motivi di lavoro, ma in questo momento il lavoro è un miraggio”. Il rischio, concretissimo, è solo quello di finire in strada il 14 dicembre. “Qui a Rieti fa freddo – dice Solomon in un misto italo-inglese – noi non conosciamo nessuno che possa ospitarci”. Abdegal non parla, ma i suoi occhi dicono tutto.

L’unico sorriso lo si strappa chiedendo dei vicini: “Qui ci vogliono bene, ogni giorno qualcuno viene a giocare con i bimbi”. Ed è naturale crederlo. Meno naturale è pensare che a minare la “sicurezza” degli italiani possano essere persone come loro. Suona il campanello. Solomon si affaccia dalla finestra, scende e torna su carico di pacchi.

Cibo e vestiti, glieli lasciano sul pianerottolo: “È un amico – racconta –, gli ho dato una mano al lavoro. Il decreto Salvini ha lasciato Solomon e la sua famiglia senza una prospettiva concreta, da un giorno all’altro. Ma non tutto è perduto. È iniziata una campagna di “disobbedienza civile” sotto forma di crowdfunding.

È il progetto UMANItalia di In Migrazione, una cooperativa che gestisce un piccolo Centro di accoglienza. “Il governo toglie ai migranti i servizi essenziali per costruirsi una concreta autonomia personale e lavorativa? E allora ci pensiamo noi: lavoriamo a un progetto per dare continuità ai servizi che erano garantiti da personale qualificato quando erano finanziati dal ministero dell’Interno, migliorandoli ed accrescendoli in qualità. Come? Contribuendo”, spiega Simone Andreotti di In Migrazione, autore di solidi dossier sul sistema dell’accoglienza prima e dopo Salvini. I soldi che il governo non paga più li mettono i privati: con 35 euro si può garantire un giorno di accoglienza a un bambino. Con 450 un tirocinio formativo in azienda a un adulto. Con mille euro si mantiene un bimbo per un anno. La famiglia di Solomon è tra quelle che potrebbero essere “adottate”. Un modo, con buona pace di Salvini, per aiutarli a casa loro. Si, perché quella oggi è la casa di Heman ed Hemal, nati a Rieti, Italia, nel luglio 2017. E sono pure battezzati.

Rai, il Tar rinvia a luglio la decisione sulla nomina di Foa

Una mezza vittoria per Marcello Foa, che però resta sulla graticola. Il Tar del Lazio ha bocciato la richiesta di sospensiva in seguito al ricorso di Rita Borioni, ma ha rimandato la decisione sulla legittimità della sua nomina al prossimo 3 luglio. Il ricorso della consigliera di amministrazione di area Pd contesta la legittimità della sua elezione a presidente della Rai dato che il nome di Foa è stato ripresentato al Cda e poi in commissione di vigilanza dopo che la stessa vigilanza aveva bocciato la sua candidatura. Da qui il ricorso, che è ancora in corso e terrà Foa sulla graticola fino a luglio. Ma comunque fino ad allora potrà andare avanti. L’annullamento della sua nomina è un rischio talmente elevato che nelle scorse settimane a Viale Mazzini si era pensato di eleggere un vice presidente (Giampaolo Rossi) che faccia le veci di Foa in caso di decadenza. Ieri, intanto, il presidente della Rai è entrato nel board dell’Ebu (executive broadcasting union), l’organizzazione che raggruppa i rappresentanti di tutte le tv pubbliche europee, di cui la Rai ha sempre avuto la vice presidenza. Mentre Foa è entrato solo come consigliere.

Il progetto Bassetti: così la Chiesa prepara il ritorno in politica

Il cardinale Gualtiero Bassetti è l’uomo che spinge per il ritorno dei cattolici in politica e non proprio per il semplice e sterile ritorno di un partito cattolico, scomparsa l’egemonia culturale con la Democrazia Cristiana e smorzati i rantoli dei cartelli elettorali sempre più piccini che per oltre vent’anni hanno alimentato la diaspora nella seconda Repubblica. Il fiorentino Bassetti è un prete di provincia, di una frazione di Marradi, appennino toscano, oratoria non arzigogolata, cita spesso Giorgio La Pira, don Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi, spedito a Piombino nell’epoca agitata dell’industria siderurgica, arcivescovo metropolita di Perugia, capo dei vescovi italiani nominato da papa Francesco.

Oggi i cattolici e pure la Chiesa rischiano l’irrilevanza nell’Italia degli arrabbiati, per usare un’espressione di Camillo Ruini, menzionato con discrezione dai vertici Cei e forse con un po’ di pudore perché il ruinismo – una presenza a tratti invadente per l’autonomia politica – appartiene al passato. Quello che la Cei di Bassetti persegue è l’ambizione di rianimare il pensiero cattolico in politica, adesso che il dialogo con il governo dei gialloverdi di Giuseppe Conte è inesistente, mentre la destra moderata e la sinistra progressista sono in agonia. Nel vuoto che circonda i gialloverdi, in assenza di interlocutori e di autorevoli politici di professione, per contrastare soprattutto l’ascesa di Matteo Salvini, la Conferenza episcopale asseconda i movimenti che, per banalizzare, si creano dal basso. Come l’associazione “Insieme” di Giuseppe Simoni, vescovo emerito di Prato. Come il ruolo più attivo dell’istituto don Luigi Sturzo o della comunità di Sant’Egidio. Come le battaglie culturali di Leonardo Becchetti, Alessandro Rosina, Mauro Magatti, e tanti altri sociologi, economisti, intellettuali.

I vescovi con le chiese deserte comprendono lo spirito del tempo che ha distrutto i riferimenti classici, le categorie storiche e i cosiddetti corpi intermedi, sono consapevoli che il rientro dei cattolici in politica debba passare per i laici e non per il clero. Perché, spiegano sommessi, anche il clero è screditato. Allora il progetto di Bassetti, che sarà all’ordine del giorno del consiglio permanente Cei di gennaio, prevede la nascita di una strumento – un partito mascherato? – per intervenire nel dibattito politico e per formare i futuri politici. Un anno fa, ancora prima di Salvini al governo, durante un convegno su La Pira, Bassetti ha condensato il suo manifesto politico in poche righe: “Solo con una politica che abbia veramente a cuore la dignità della persona umana e che utilizzi il bene comune come unico criterio di scelta, si possono trovare delle soluzioni responsabili e realiste alle grandi sfide del mondo moderno: ai temi dello sviluppo, del disarmo, della mobilità umana, della bioetica, della convivenza di culture e religioni diverse, degli equilibri ecologici”.

Il sentimento che attraversa la Chiesa per un più forte impegno in politica – “di umanità e santità”, per dirla con La Pira – non riguarda soltanto il vento leghista che avanza, ma anche il rapporto con il pontificato di papa Francesco. Jorge Mario Bergoglio s’è trasferito a Roma con un doppio (pre)giudizio negativo: la Curia troppo italiana che trama (e non s’è sbagliato) e la Cei schiacciata dal Vaticano. Il cardinale Angelo Bagnasco ha tentato di muovere la Cei con la stessa efficacia dell’illustre predecessore Ruini, ma s’è scontrato con la figura ingombrante di Tarcisio Bertone, il Segretario di Stato di Joseph Ratzinger, il vice-papa.

Francesco ha riportato la Cei al centro dell’agone politico con scarsi risultati, quasi disinteressato alle vicende interne italiane, e adesso la Chiesa è marginale, dà l’impressione di essere afona pure se grida. Con la promozione-rimozione di Angelo Becciu, il sostituto agli Affari generali in Segreteria di Stato rimpiazzato dal venezuelano Edgar Pena Parra, il Vaticano ha ridotto l’influenza dall’altra parte del Tevere. E dunque la Cei è costretta a uscire dalle sagrestie, a parlare ai fedeli che sono cittadini e ai cittadini che sono o possono diventare politici. I vescovi hanno investito le residue speranze sui Cinque Stelle, ma il governo gialloverde è percepito lontano. Così la Chiesa si organizza per dare un’opposizione all’Italia.

L’indiscrezione sulle primarie: riecco l’ex premier?

Matteo Renzi potrebbe puntare alla tripletta: vincere le primarie del Pd del 2019, dopo i quasi plebisciti interni nel 2013 e nel 2017. Lo riporta l’Huffington Post. Da parte sua non arrivano né conferme né smentite, ma basta una voce di corridoio, una frase detta a mezza bocca per far pensare ai suoi che forse gli può togliere le castagne dal fuoco, dopo aver – più o meno indirettamente – portato Marco Minniti a rinunciare alla propria candidatura. Tanti renziani temono di diventare corpi estranei dentro un Pd a guida Zingaretti se Renzi lascia dai dem. Intanto proseguono i tentativi di Luca Lotti, Ettore Rosato e Lorenzo Guerini di trovare un candidato renziano per non lasciare vacante la loro casella, visto che appena ieri sembrava realistico che Renzi uscisse per fondare il suo partito “macroniano”. Dalle altre parti proseguono gli appelli all’unità, tramite Graziano Delrio – “La sfida è ricostruire la fiducia” – e Martina che auspica un “congresso delle idee”. Zingaretti nel frattempo tenta di costruire un ponte con Carlo Calenda, anche lui in odore di uscita dal Pd, per lanciare un messaggio: sarebbe un segretario inclusivo.

Questa è la vignetta che Vauro ieri ci ha inviato e che mi sono permesso di contestare perché è sbagliata, cioè basata su un fatto non vero: e cioè che Toninelli (su cui i nostri vignettisti Vauro, Mannelli, Natangelo, Disegni, Mora, Franzaroli e anche, più modestamente, il sottoscritto si sono esercitati con frizzi e lazzi come e quando volevano) si sia convertito da No Tav a Boh Tav. Se Vauro leggesse il giornale che ospita le sue vignette, saprebbe che è in corso un’analisi costi-benefici sul Tav come su tutte le opere pubbliche, disposta da Toninelli, al termine della quale il governo valuterà quali opere siano utili e quali inutili. E, a quanto ci risulta, l’analisi sul Tav dirà che è totalmente inutile e diseconomico. Ma, appunto, un ministro, se commissiona uno studio, prima di pronunciarsi ne attende l’esito. Queste banali osservazioni hanno molto irritato Vauro, che mi ha sfidato a non pubblicare la sua vignetta. E io, essendo il direttore del Fatto (che è un giornale, non una buca delle lettere), ho raccolto volentieri la sfida. Lui se n’è lagnato su Fb, facendone un caso di Stato. Ecco dunque a voi la vignetta del presunto scandalo, casomai qualcuno provasse a spacciare per censura la normale decisione di un direttore di contestare a un collaboratore un fatto non vero.

“Ho pianto, vivo un dolore” “Mica so se Renzi mi chiama”

Aperto al mondo, estroverso, con una significativa massa corporea, il milanese Emanuele Fiano è stato deputato renziano di primissimo complemento, membro della seconda segreteria del matador fiorentino. Oggi segue un pallido percorso revisionista, tenuemente afflittivo. Chiuso di carattere, gran lavoratore, di mezza età e mezza altezza, il palermitano Michele Anzaldi, esperto di comunicazione, vive da parlamentare la renzianitudine con sobrietà e un qualche disincanto.

Fiano: Ero in aula, è accaduto tutto d’un colpo. Quando lo stress si accumula, e anche il dolore (la notizia delle dimissioni di Minniti è stato un colpo fortissimo), non restano che le lacrime. Anche un evento privato angoscioso mi ha indotto nel pianto liberatorio. I miei compagni di gruppo mi si sono fatti intorno. Viviamo un lutto politico.

Anzaldi: Quando hanno saputo della rinuncia di Minniti sono sbiancati in volto, tutti a domandarsi: mamma mia che succede? Era il loro destino a fargli paura o quello del partito? (Opterei per la prima considerazione).

Fiano: Io resto nel Pd. È la mia casa e la mia vita.

Anzaldi: Il Pd è distrutto, finito.

Fiano: Questo mondo ha bisogno della sinistra.

Anzaldi: Minniti ha fatto tre dichiarazioni. La prima che non era renziano, la seconda anche, la terza pure. Sarà concesso a Matteo Renzi di dire: ma bello mio, se questa è la considerazione che hai di me allora sai che c’è? Bye bye.

Fiano: Ho avuto una grande passione per la stagione di Matteo, oggi gli chiedo sempre se ha preso decisioni diverse dalla storia del Pd, di spiegarle, di condividerle, di non farle durante il congresso del Pd.

Anzaldi: Nel partito nessuno fa più nulla. Non solo non si parla più di politica, ma nemmeno si lavora. Possibile che sulla questione delle auto ibride siamo stati solo in tre ad essere intervenuti?. E gli altri?

Fiano: C’è un mondo nuovo e ci sono temi urgenti che hanno bisogno di una risposta. Ho capito che qualcosa andava storto quando i Cinquestelle hanno portato in Parlamento precari, giovani, laureati disoccupati. Era un mondo che ci apparteneva.

Anzaldi: Non dimentico che è stato Paolo Gentiloni a portarmi qua dentro ma non dimentico che è stato Renzi a togliermi dal frigo. Mi avevano messo in un frigorifero e lì stavo.

Fiano: Io non dimentico che la politica è passione.

Anzaldi: Renzi taglia teste come se fossero cocomeri, quindi che ne so se mi porterà con lui, se farà qualcosa, se andrà via oppure no. So che è uno dei pochi che si dà da fare.

Fiano: Sono affranto, mi sono stati vicini mia moglie, i miei figli.

Anzaldi: A me non piace il signorsì. Se Renzi un giorno dice: bastoniamo quel coglione, un suo portaordini dirà: “Sì, è un fascista di merda”. E l’ultimo della fila pur di fare l’inchino proporrà di tagliargli la testa. Io sono di diverso parere. Se Renzi fa una cazzata bisogna dirglielo. E lui magari apprezzerà anche.

Fiano: È la nostra unità a rischio. Ma quale bene più supremo c’è? Oggi è il Pd e guardi, glielo dico col cuore, domani magari, dovessero presentarsi le occasioni, potremmo valutare in quale modo presentarci, sotto quale forma, con quale coalizione.

Anzaldi: Renzi si fa il suo partito? Embè? Il cinque, il sei il sette o il dieci per cento? È comunque una cosa. Qui c’è il deserto. Manca una testa che diriga, delle menti che organizzino l’opposizione, un metodo di lavoro. Ciascuno fa quel che gli pare. Ma dove ti imbarchi, andiamo!

Fiano: So che l’avventura politica presto o tardi finirà ma non ho paura del domani. Verrà il mattino e il sole sorgerà di nuovo, diceva mio padre. Sono architetto, qualcosa mi inventerò.

Anzaldi: Mica so cosa farò? Mica so se Renzi mi chiamerà? Le ho detto che con lui ho un rapporto di lealtà ma non di fedeltà. Capisco però le sue buone ragioni. E dai, Minniti, muovi il culo dalla sedia. Sei candidato alla segreteria? E incontra i sindacati, incontra la Fnsi che è sotto botta, fatti vedere, sentire. Invece tre dichiarazioni. Per dire cosa? Che non era renziano.

Fiano: Io ho pianto per Berlinguer, la politica è anche sentimento, passione pura. La politica è corpo, è fegato. La politica ti riempie la vita.

Anzaldi: Quando Minniti si è ritirato c’era chi piangeva ma c’era anche chi rideva. Uno su tutti: Zingaretti. Grazie, ora corre da solo!

Fiano: I grandi temi della contemporaneità: dall’immigrazione, all’ecologia, al potere di internet. Dico ai miei compagni: dobbiamo esserci ora che siamo dentro lo snodo della storia. Ripeto sempre: leggete i libri, leggete cosa è successo tra il 1929 e il 1932 (ma non ho alcuna sicurezza che leggano i libri).

Anzaldi: Io ho lavorato con Rutelli, poi con Gentiloni, infine con Renzi. Mi sono sempre occupato della comunicazione e si trottava. Adesso mi sa dire l’ufficio stampa che fa? Battagliamo in tre o quattro, il resto della truppa è assente. Spettatori di un film, ecco cosa siamo divenuti.

Fiano: Trovo un po’ astratta la discussione sul domani. Pensiamo all’oggi.

Luigi, la Campania, l’ordine e i condoni

Tra azzardatisillogismi aristotelici e curiose leggi di contrappasso va letta con il sorriso sulle labbra l’ennesima perla che ci regala la cronaca in Campania. Chi è Luigi Di Maio? È il vicepremier M5S di Pomigliano d’Arco, iscritto all’elenco pubblicisti dell’Ordine dei giornalisti della Campania grazie a molti non indimenticabili trafiletti sul basket minore, al quale i reporter di mezza Italia stanno facendo le pulci anche per le vicende degli abusi edilizi (alcuni condonati, altri no) nella casa e nei terreni di famiglia. E chi presiede il consiglio disciplinare dell’Ordine dei giornalisti campani chiamato a giudicare il pubblicista Di Maio – la convocazione è prevista a febbraio – per le frasi sui giornalisti “infimi sciacalli”? Un gentile signore di 80 anni che si chiama Maurizio Romano, in passato firma di altissimo livello delle cronache sportive, raggiunto ieri dall’ordinanza di demolizione numero 176 del Comune di Piano di Sorrento: dovrebbe ripristinare lo stato dei luoghi alterato da presunti abusi edilizi in una casa di vacanza di sua proprietà, come anticipa il blog Talepiano.it. E il cerchio degli abusi si è chiuso. “C’è un’istanza di condono” precisa Romano al Fatto Quotidiano. La casa dei Di Maio invece è stata già condonata da 12 anni.

Alla Scala la confusione regna sovranista

Prima della prima, il rito scaligero si ripete sempre uguale a se stesso. Abiti, ceroni, dichiarazioni a margine, flash e passerelle: cinque minuti di notorietà che costano fino a tremila euro (cifra che quasi mai garantisce l’eleganza). Quest’anno però è il primo dell’era gialloverde: la confusione regna sovrana, anzi sovranista.

Grande assente il ministro Matteo Salvini, impegnato in un’impegnata conversazione con Barbara D’Urso a Pomeriggio 5. In compenso ci sono, oltre alla presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, il ministro della cultura Alberto Bonisoli e un provato Giovanni Tria. Oggetto, suo malgrado, delle originali esternazioni dei banchieri e del gran mondo della finanza, che si augura all’unisono un “compromesso con Bruxelles”. Si aggira un po’ spaesato il presidente della Rai Marcello Foa, ma c’è anche l’amministratore delegato Fabrizio Salini. In scena ci sono i barbari dell’Attila di Verdi, la metafora leghista è così facile che ammiccano perfino quelli che al massimo arrivano al flagello di Dio di Abatantuono (e non sono pochi).

Chissà se hanno capito quando Attila, nel primo atto, severo declama ai Romani: “Dove l’eroe più valido è traditor, spergiuro, ivi perduto è il popolo e l’aere stesso impuro”. Si parla del Risorgimento, l’atmosfera è più quella della Resistenza. Entra il presidente Sergio Mattarella, il teatro lo acclama con quattro minuti di applausi commossi. Il culmine del patriottismo si tocca con l’Inno di Mameli: tutti a cantare con la mano sul cuore, la democrazia va salvata, prima di partire per il weekend in Engadina. Nell’intervallo Emma Marcegaglia commenta (seriamente): “C’è tanta voglia di istituzioni”.

Todo cambia: se ne accorgono i coniugi Passera, un tempo calamite dei flash, ora costretti a far la fila per entrare, come pure Mario Monti e Pier Carlo Padoan, che passano più o meno inosservati. Durante l’intervallo, nel salottino dietro al palco reale, il presidente Mattarella conversa con la senatrice a vita Liliana Segre, che gli ricorda la promessa di venire in visita al museo della Shoah a Milano. Il padrone di casa, il sindaco Giuseppe Sala, spiega al capo dello Stato che nella mattinata ha assegnato gli Ambrogini d’oro, con l’applauso più lungo tributato proprio a Liliana Segre, che non rinuncia alla battuta: “Vogliamo fare il confronto con quello lunghissimo a lei, presidente?”. E comunque alla fine, con 14 minuti, vincono Verdi e il regista Davide Livermore.

Fuori inizia a piovere. I centri sociali organizzano il consueto presidio di testimonianza antagonista. Il Cantiere porta in piazza con coerenza filologica una ruspa di latta e cartone e fa volare uova e ortaggi contro la polizia. Dagli studi televisivi Salvini non rinuncia a una rima con cretini: “Mi hanno segnalato che alla prima della Scala ci sono i soliti cretini dei centri sociali che hanno buttato uova e ortaggi contro le poliziotte e i poliziotti, dovrebbero sciacquarsi la bocca, quei ragazzi rischiano la vita per 1200 euro al mese, spero passino del tempo in galera. Se le facessero al tegamino, le uova”.

B. lancia la campagna acquisti sui grillini: “Stanno arrivando”

Prima li corteggia. E poi li insulta. Non proprio una grande strategia quando si vorrebbe dare vita a un governo di centrodestra, con Salvini che molla Di Maio e l’aiuto di una cinquantina di responsabili da pescare tra i deputati grillini. Gli stessi che ieri pomeriggio Silvio Berlusconi, davanti alla platea della kermesse forzista all’Ergife, ha stigmatizzato così: “Tempo fa avevo detto che i 5 Stelle nelle mie aziende li avrei presi solo per pulire i cessi. Ora nemmeno per questo…”. Risate, applausi. E ancora: “I miei parlamentari raccontano scene raccapriccianti: alla Camera girano persone scollacciate, con i jeans bucati, senza cravatta. È gente che non ha mai lavorato in vita sua e si vede…”. Altri applausi. “Quando vedo Toninelli ho i brividi e spengo la tv…”. Ovazione.

Tutto ciò accade proprio mentre un deputato grillino è appena sbarcato in Forza Italia. Matteo Dall’Osso, ingegnere elettronico, malato di sclerosi laterale amiotrofica, alla seconda legislatura, ha lasciato il gruppo pentastellato per quello forzista perché si è visto bocciare un emendamento dai suoi che elargiva fondi alle persone con handicap: “I 5 Stelle umiliano i disabili, passo a Forza Italia”, il suo annuncio a sorpresa.

Ieri mattina Dall’Osso si è pure fatto un giro all’Ergife in compagnia di Antonio Tajani. Alcuni dicono che la regista dell’operazione sia Renata Polverini. Altri danno il merito a Mara Carfagna. Dall’Osso, intanto, rischia di pagare una penale di centomila euro al M5S anche se Luigi Di Maio sulla questione non si sbilancia: “Voglio capire prima cosa è successo, conosco Matteo, non è una persona che fa queste cose e Forza Italia è la cosa più lontana da lui. Voglio capire perché ha fatto questa scelta”. Dopo il capo, anche le solite “fonti” fanno sapere alle agenzie che la penale non è all’ordine del giorno, ma non mancano, al solito, le accuse secondo cui Dall’Osso era pure in ritardo coi contributi mensili al Movimento tanto che, lunedì scorso, gli era arrivato un sollecito di pagamento.

Berlusconi, nonostante gli insulti al gruppo grillino, lo accoglie a braccia spalancate. “Sono contento che una persona perbene e stimabile sia venuta tra noi. La penale di cui si parla è incostituzionale e non pagherà nulla”. E altri ne verranno, dice l’ex Cavaliere, che ha i suoi argomenti per sedurre i parlamentari: “Da noi non dovranno versare alcun contributo mensile, potranno tenersi tutto lo stipendio”, sussurra. “Di grillini ne arriveranno altri, sia alla Camera che al Senato”, conferma Carfagna in un’intervista. Insomma, la campagna acquisti berlusconiana è iniziata e ricorda un po’ quella contro Prodi di 10 anni fa. Operazione che, a suo dire, avrebbe la benedizione pure del Quirinale.

“In un recente incontro Mattarella mi ha detto che, in caso di caduta del governo gialloverde, prima di mandare il Paese alle urne ci darebbe la possibilità di provare una maggioranza di centrodestra”, rivela l’ex premier. Costringendo il Colle a intervenire: “Nei suoi colloqui il presidente della Repubblica non ha mai espresso opinioni in merito a scenari politici futuri”, la nota serale. Per ora, però, notizie certe di trattative in corso con altri pentastellati non ce ne sono. Ma abboccamenti sì. Molto forti nelle ultime ore. Anche se il malcontento che in Parlamento serpeggia tra i grillini riguarda soprattutto quelli più di sinistra, che mal digeriscono Salvini, figurarsi Berlusconi. Che però continua a gettare ami: “Molti di loro sono al secondo mandato, poi la pacchia è finita. Da noi questa regola non c’è…”.

Per il resto è un Berlusconi affaticato e ripetitivo. Anche le battute hanno il sapore dell’amarcord. Si diverte da matti, però, a punzecchiare la Lega: “Vedo che Salvini ogni due ore posta una notizia sul web. Però quando vedo quello che mangia, che beve… mi sembrano tutte stronzate…”, dice. E poi via col partito del Pil, con l’inno alle imprese e al lavoro contro “questi che ci vogliono portare alla rovina”, con l’inno all’Europa. Non manca nemmeno qualche storiella delle sue, ma prima della fine la sala è già vuota per metà.