La demolizione del ponte Morandi inizierà il 15 dicembre con l’allestimento del cantiere e avverrà attraverso uno smontaggio meccanico con l’uso di esplosivo. E non vedrà Autostrade per l’Italia (Aspi) tra le protagoniste dell’operazione sul viadotto crollato alla vigilia di Ferragosto che ha provocato 43 morti”. Ad annunciare il cronoprogramma è il sindaco-commissario straordinario Marco Bucci, presentando in procura il progetto. Coinvolte dieci aziende, non meno ha spiegato Bucci, “perché non ne esiste una sola in grado di fare tutto, devono essere consorzi di aziende. Le tecnologie sono separate, specifiche, e devono essere uniformate”. E, appunto, non comparirà Autostrade, la società controllata dalla famiglia Benetton, che gestisce il tratto del ponte crollato a Genova. Per la demolizione verranno usate tre tecniche: le gru, la strand jack con la quale si appoggia sui lati del ponte un macchinario che ne taglia dei pezzi e li fa cadere a terra e l’esplosione per alcuni pezzi particolari. Il commissario straordinario Bucci si è mostrato molto determinato anche nella tempistica della ricostruzione: “Si inizia il 31 marzo prossimo e voglio vedere in piedi il nuovo viadotto entro il 31 dicembre 2019”.
Il Tesoro è tagliato fuori dal negoziato Ue
La situazione è inedita: il ministero del Tesoro è tagliato fuori dal processo di revisione della manovra che serve a trovare un compromesso con la Commissione europea. Alti funzionari di via XX Settembre che di solito in questo periodo dell’anno non trovano il tempo neppure per rispondere al telefono, vengono avvistati a convegni marginali: hanno tempo da impiegare. È tutto in mano a palazzo Chigi.
Le nuove voci sulle possibili dimissioni del ministro dell’Economia Giovanni Tria hanno chiarito il senso della nota di sabato scorso firmata Luigi Di Maio e Matteo Salvini che indicava il premier Giuseppe Conte come unico negoziatore con Bruxelles. Lo scopo non era solo dargli legittimità politica con il pieno appoggio di Lega e M5S, ma anche togliere ogni titolo al Tesoro per gestire la pratica. Cosa singolare perché poi la gestione operativa saranno tutta del ministero, anche se le decisioni vengono prese a palazzo Chigi. “Noi non stiamo parlando con nessuno, forse lo stanno facendo altri, ma noi non lo sappiamo”, dice una fonte vicina a Tria.
Il Consiglio europeo del 13-14 dicembre si avvicina: sarà quella l’ultima occasione per Conte di trovare un compromesso politico che possa evitare, o almeno ammorbidire, la procedura d’infrazione per debito eccessivo che oggi pare scontata. Ma dietro le indiscrezioni a mezzo stampa sembra che ci sia poco di concreto. Fonti della Commissione spiegano in privato che di spazi per un accordo ce ne sono davvero pochi. Anzi, molti Paesi premono per una punizione esemplare.
Al di là delle chiacchiere, i numeri sono questi, secondo l’analisi dell’ex capo economista del Tesoro Lorenzo Codogno, che oggi guida la società di consulenza LC Macro: la Commissione europea vuole un miglioramento del saldo strutturale (il deficit al netto del ciclo economico e delle una tantum) dello 0,1, mentre il governo lo peggiora di 1,2. Anche portando il deficit nominale del 2019 dal 2,4 per cento al 2, l’effetto espansivo della manovra sul saldo strutturale scenderebbe da 1,2 a 0,8, comunque 0,9 punti di Pil (16,2 miliardi di euro). Troppo, anche considerando che il governo potrebbe ottenere un po’ di flessibilità pari a 0,2 per la ricostruzione di Genova. “La mia conclusione è che non c’è modo di evitare la procedura di infrazione senza un ulteriore rinvio dei piani di spesa”, riassume l’ex capo economista del Tesoro Codogno.
Ma posticipare quota 100 sulle pensioni e reddito di cittadinanza – cosa che comunque i due vicepremier continuano a escludere in pubblico – ridurrebbe anche l’impatto positivo sul Pil. Secondo l’Istat, per esempio, il reddito di cittadinanza vale fino a uno 0,3 di crescita nel 2019. Ma se parte a giugno o settembre, la spinta ai consumi e quindi al Pil sarà ovviamente minore. Il rischio aritmetico è che rimandare le misure di stimolo alla crescita facendo partire subito quelle penalizzanti (per esempio l’aumento del carico fiscale per le imprese ) riduca il dato già asfittico di crescita del Pil 2019: 1,5 per cento per il governo, intorno all’1 secondo le stime indipendenti. Un Pil più basso renderebbe deficit e debito in proporzione più pesanti.
In questa grande confusione l’unica rassicurazione sembra arrivare dai mercati: lo spread è a 288, comunque molto alto, ma sotto la soglia psicologica di 300. Almeno finché il dialogo tra palazzo Chigi e Commissione resta aperto. Ma il momento della verità si avvicina.
Tria-Conte, al G20 la rottura ma per ora niente dimissioni
Il separato in casa non ha nulla in comune con i coinquilini. E dietro alle minacce di dimissioni fatte trapelare ci sono anche un paio di incidenti, recentissimi. Ma i coinquilini del ministro dell’Economia Giovanni Tria, cioè i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, sanno bene di doverselo tenere, chissà per quanto. Perché non hanno un’alternativa, e perché non possono permettersi uno strappo del genere.
Soprattutto ora, con la legge di bilancio che è un simulacro e la trattativa con l’Europa che sta andando male. Anzi peggio, visto che i commissari di Bruxelles chiedono un taglio draconiano alla manovra, molto sotto il 2 per cento del rapporto tra deficit e Pil. Mentre il governo gialloverde invece vorrebbe scendere al 2,2, massimo al 2,1. Destinando il deficit risparmiato agli investimenti, per dare un po’ di fiato al Pil, cioè alla crescita.
Insomma, la partita si è fatta complicata per il mediatore, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Così bisogna innanzitutto coprirsi sul fronte interno, e in primis con Tria: “benedetto” dal Quirinale, e non è proprio un dettaglio. Così ieri tutti i poli del governo gialloverde, da Palazzo Chigi a Di Maio e Salvini, ostentano totale fiducia nel ministro e giurano che a inventare frizioni e scontri sono stati i giornalisti con “ricostruzioni fantasiose”. Invece “il governo è compatto” e “Tria è in piena sintonia con l’esecutivo”. E lui, il professore, sancisce la tregua: “Le dimissioni sono un’ipotesi che non esiste”. Ma la melassa istituzionale non copre le cicatrici. E dalla pancia della maggioranza traboccano aneddoti e umori, che confermano il fossato tra il ministro e i partiti di governo.
Ad esempio, dai 5Stelle raccontano di una difficile convivenza tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e Tria al G20 di Buenos Aires dello scorso fine settimana. Con il titolare di via XX settembre che viene accusato di essere “scappato in avanti” nelle interlocuzioni con i commissari europei. E anche da lì sarebbe nata la nota di domenica scorsa dei due vicepremier che ha delegato tutta la trattativa con l’Europa a Conte. Estromettendo Tria dalla partita. Ma c’è anche altro. “Mentre Conte tratta, è tornato a parlare di manovra dell’1,9 per cento” sussurrano ancora dal Movimento. E allora, ecco le voci sulle sue dimissioni sul Corriere della Sera. E la sua esclusione dal vertice sulla manovra di due giorni fa. Schermaglie. Perché Lega e M5S sanno che il ministro per ora è intoccabile. E lui ne è perfettamente consapevole.
Per questo, far girare indiscrezioni sul suo addio è stata un’arma tanto immediata quanto proficua. E sempre per questo, il ministro continua ad andare dritto su suoi puntigli, come il negare le deleghe ai sottosegretari al Mef. Ma il nodo cruciale rimane la trattativa con i commissari europei. Su cui ora incombono nuvoloni neri dopo l’ottimismo dei giorni scorsi, perché la distanza tra le parti pare essersi dilatata. Con Bruxelles nettamente contraria alla linea dei gialloverdi, che vorrebbero solo limare il deficit e rafforzare con 3 o 4 miliardi in più gli investimenti. “Se il Pil non cresce nei primi mesi del 2019 andiamo a sbattere, e allora dobbiamo far partire un po’ di cantieri” è il ragionamento nella Lega come nel M5S. Dove si sono rassegnati da tempo al sì alle grandi opere, dal Terzo Valico alla Pedemontana, anche per dare un segnale agli imprenditori. Mentre sul Tav la linea dei grillini era e resta quella di prendere tempo, rinviando la grana il più possibile.
Però da Bruxelles vogliono molto di più. “Pretendono di farci scendere fino all’1,8” accusano dal governo. E la lettura dei 5Stelle è che la commissione si è indurita anche per le difficoltà di Angela Merkel e Emmanuel Macron. “Vogliono metterci in difficoltà perché noi siamo popolari nel nostro Paese, a differenza dei loro leader di riferimento”. E allora, che si fa? “I toni non cambiano, Conte vuole moderazione. Ma così è complicata”. Almeno quanto prevedere quale sarà la vera legge di Bilancio per l’Italia del 2019.
Beppe Grillo stronca la linea Torino-Lione: “Serve ai costruttori”
Con il Tav”ci guadagnerà soltanto chi lo costruirà”, la parola “progresso” implica una “nozione sociale” di miglioramento della qualità della vita che “nulla c’entra con il Tav”. Lo scrive Beppe Grillo in un post in cui, rivolgendosi alle recenti manifestazioni per il Tav, sottolinea: “È curioso come, a difendere un buco mai fatto in val di Susa, troviamo persone che riferiscono di appartenere a tutto lo spettro delle realtà produttive”. E il fondatore del Movimento 5 Stelle attacca: “Il Tav non è una bandiera, neppure una coccarda oppure un trattato di qualche parruccone: è una realtà fisica enorme, costosa e inquinante”. Grillo cita anche Pier Paolo Pasolini, chiarendo la differenza tra sviluppo e progresso: il primo va a beneficio delle aziende, e per il Tav finirà che “ci guadagnerà soltanto chi lo costruirà”. “La vera curiosità – scrive Grillo – è rivolta a questa brava gente che mette il Pil insieme al progresso, compie questo gioco di prestigio. Ma perché? La ragione è soltanto una, fare qualcosa di inutile e costoso crea un senso di rassicurazione in molte persone. È lo status symbol a costo zero per chi lo acclama, perché il menefrego della neonata classe del Pil è il vero, nuovo, menefrego di oggi“, conclude.
Ecotassa, nessuna stangata per le famiglie
La tassa sulle nuove auto non elettriche che saranno comprate dal 2019 è morta ancora prima di nascere. Questa una delle poche certezze che emerge dalla due giorni di caos vissuta nella maggioranza gialloverde. Ma a confermare che la Panda, la Renault Clio o la Lancia Ypsilon, vale a dire le auto più vendute in Italia, non sono più a rischio ecotassa non sono tanto le dichiarazioni concilianti verso costruttori, consumatori e alleati di governo rilasciate da Luigi Di Maio, quanto il muro issato da Matteo Salvini che non intende lasciar passare la norma. “Il mio impegno è che non si pagherà un euro in più per nessuna macchina che si andrà a comprare. Chi ha la macchina a benzina non può essere penalizzato”, ha ribadito ieri pomeriggio Matteo Salvini. Un’eco-rissa esplosa tra Lega e Cinque Stelle che deve ancora rientrare del tutto, mentre nel mezzo – come sempre – il premier Giuseppe Conte che ha invocato “un supplemento di riflessione”, rinviando la spinosa questione “al passaggio Senato”.
È lì che si metterà mano al meccanismo del bonus malus, voluto dal sottosegretario allo Sviluppo economico, Davide Crippa (M5S) e inserito in un emendamento leghista sulla pesca, di cui dovrebbe restare solo il bonus, vale a dire 900 milioni di euro in tre anni per incentivare l’acquisto delle vetture che non inquinano e tenere la tassa solo per le auto superlusso. “Io non voglio mettere alcuna tassa sulle auto familiari di cui gli italiani hanno bisogno per spostarsi. Troveremo il modo per migliorare la norma, che non significa fare marcia indietro. Se qualcuno pensa di far litigare il governo su questa norma si sbaglia. Con questi livelli di inquinamento spaventosi, vanno premiate le tecnologie”, ha precisato Di Maio.
Nel Nord d’Italia ieri mattina sono infatti ripartiti i blocchi al traffico a causa delle polveri sottili oltre i limiti di legge, con i diesel di vecchia concezione necessariamente fermi. Del resto anche se gli italiani, secondo l’Osservatorio Nomisma sulla mobilità smart e sostenibile, si dicono attenti ai problemi ambientali e sono pronti a passare alle auto elettriche, chiedono altresì prezzi più accessibili, incentivi e le colonnine di ricarica praticamente assenti lungo le strade italiane con le auto elettriche e ibride che rappresentano attualmente solo il 4,4% del totale delle vendite.
Intanto per trovare una soluzione condivisa su incentivi ed ecotassa, Di Maio ha convocato l’annunciato tavolo sul settore auto con costruttori e consumatori per martedì prossimo. Non c’è, infatti, associazione di categoria che non abbia espresso il proprio disappunto, compresa quella a tutela delle auto elettriche. Per Motus-E “anche se va premiata la norma che si pone il problema di centrare l’obiettivo di riduzione dell’impatto ambientale creato dal vetusto parco circolante, non si devono colpire gli acquirenti delle nuove auto meno costose”.
Ed è a quel tavolo che il leader cinquestelle dovrà rassicurare anche gli operai Fca della sua Pomigliano preoccupati per la possibile tassazione. Insomma, molta diplomazia che sembra però essere mancata alla sottosegretaria all’Economia M5S Laura Castelli. Intervenuta a Radio Capital ha ribadito che la norma tutelerà chi ha un’utilitaria e che le famiglie saranno salvate. Ma, quando le è stato fatto notare che Panda 1.2 euro 6 costerebbe 300 euro di tassa in più, Castelli ha risposto: “Potrebbero scegliere di comprare la Panda 1000”. Peccato che non la fabbrichino più.
Pensioni d’oro, evasori, Tav: il Contratto è già stracciato
Matteo Salvini dice che il contratto di governo va rivisto. Che potrebbe essere “ri-tarato” (dopo le elezioni europee – è sottinteso – dove conta di andare all’incasso). Quella del Capitano pare un’ironica professione di modestia, perché la Lega ha iniziato a minare e rivedere i termini del contratto con i Cinque Stelle quasi subito dopo averlo firmato. E molto prima della polemica sull’ “ecotassa” per le auto inquinanti. Piccole e grandi resistenze del Carroccio si sono verificate, e continuano a verificarsi, su una serie di punti cruciali.
Auto inquinanti. Come si diceva, l’ultima sfida è su un emendamento grillino alla legge di bilancio che introduce un sistema di incentivi e disincentivi fiscali per l’acquisto delle auto, a seconda delle performance ambientali. Per Salvini, “con me e con il sostegno della Lega, l’ecotassa non passerà mai”. Il programma sul punto stabilisce quanto segue (articolo 27): “È necessario avviare un percorso finalizzato alla progressiva riduzione dell’utilizzo di autoveicoli con motori alimentati a diesel e benzina, al fine di ridurre il numero di veicoli inquinanti (…). È prioritario utilizzare strumenti finanziari per favorire l’acquisto di un nuovo veicolo ibrido ed elettrico”.
Pensioni d’oro. È all’articolo 26 del programma: “Per una maggiore equità sociale riteniamo necessario un intervento finalizzato al taglio delle cd. pensioni d’oro (superiori ai 5.000,00 euro netti mensili) non giustificate dai contributi versati”. Per i Cinque Stelle è una misura decisiva, per la Lega (e parte dei suoi elettori) molto meno. I grillini avevano provato a inserirla nel decreto fiscale, il Carroccio ha fatto resistenza: ha fatto abbassare la soglia a 4.500 euro e poi l’ha fatta rinviare. Ora se ne parla in manovra. Giovedì Di Maio ha annunciato l’accordo con termini entusiastici: “Il taglio delle pensioni d’oro entrerà nella legge di bilancio al Senato, la settimana prossima. Passiamo dal 25% al 40%”. Davvero Salvini depone le armi?
Alta velocità. Qui il contratto è già stato abbondantemente ritradotto. In origine prevedeva questo (articolo 27): “Con riguardo alla Linea ad Alta Velocità Torino-Lione, ci impegniamo a ridiscuterne integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”. Poi, come per le altre grandi opere, gialli e verdi hanno deciso di affidarsi allo studio sui costi-benefici. Intanto però la Lega mette le mani avanti. Salvini e Giorgetti domani incontrano 12 imprese Sì Tav al Viminale. E il Capitano ripete: “Io tifo per il sì sempre e comunque. Aspettiamo l’esame dei tecnici ma l’Italia ha bisogno di più infrastrutture”.
Carcere per chi evade.
Altro cavallo di battaglia grillino, fissato al punto 11 del contratto: “Sul piano della lotta all’evasione fiscale, l’azione è volta a inasprire l’esistente quadro sanzionatorio, amministrativo e penale, per assicurare il ‘carcere vero’ per i grandi evasori”. La norma era stata infilata dai Cinque Stelle come emendamento al decreto “spazzacorrotti”, ma è stata cancellata dopo l’ennesimo braccio di ferro con la Lega: il 15 novembre, dopo una convulsa trattativa serale, Salvini e i suoi avevano rinunciato alla dichiarazione integrativa (il condono) nel decreto fiscale, ottenendo in cambio il rinvio a data da destinarsi della stretta sugli evasori.
Interessi di B. La legge sul conflitto d’interessi è una delle ragioni di vita del Movimento 5 Stelle dagli anni dei V-Day. La Lega, invece, sui fatti dell’alleato con cui governa città e regioni è comprensibilmente molto più cauta.
Il conflitto d’interessi sarebbe al punto 6 del contratto gialloverde ma Salvini ha detto più volte, pubblicamente, che “non è una priorità”.
Il Capitano fa muro anche su altre materie che riguardano Arcore e che (non a caso) sono rimaste fuori dal programma di governo: i Cinque Stelle avevano pronto un emendamento al Bilancio per riassegnare tramite asta parte delle frequenze tv in eccesso per il digitale terrestre. Avrebbe sfavorito Mediaset, e la Lega si è opposta: per ora non se ne fa nulla. Anche i tetti pubblicitari in televisione sono uno degli argomenti privilegiati dei frequenti vertici tra Salvini e Berlusconi. Se n’è parlato anche quando i due hanno trovato l’accordo su Marcello Foa alla presidenza della Rai.
Battaglie perse. Ci sono anche riforme previste dal contratto che il Carroccio ha subìto, ma non passivamente: le perplessità leghiste sulla trasparenza dei partiti e delle fondazioni, sul Daspo ai corrotti e soprattutto sul blocco della prescrizione dopo il primo grado, hanno ostacolato l’approvazione del decreto anticorruzione alla Camera, ma non sono bastate a fermarlo (a meno di sorprese al Senato). Poi ci sono le stoccate sulla legge simbolo dei grillini: il reddito di cittadinanza. Così ne ha parlato, per esempio, Giancarlo Giorgetti il 2 novembre: “Ha complicazioni attuative non indifferenti”.
“Sento Renzi e incontro Silvio ma con Di Maio durerò 5 anni”
Pubblichiamo un estratto dell’intervista di Andrea Scanzi e Luca Sommi al ministro dell’Interno Matteo Salvini, andata in onda ieri sera a Accordi&Disaccordi sul Nove.
Oggi la Lega sarà in Piazza del Popolo, a Roma, per un’adunata al grido “Prima gli italiani”.
Sommi: Quante persone vorrebbe in piazza?
Vorrei una bella piazza, mi piace che si chiami piazza “del Popolo”. Non so quante persone ci stiano. Sarà una manifestazione di ringraziamento: sarò io a ringraziare per l’immenso onore che mi stanno dando facendomi fare il ministro della sicurezza (sic)di questo Paese..
Sommi: Mattia Feltri ha scritto che la manifestazione sancirà che la Lega è ormai nazionale e non più del Nord.
Beh, adesso anche quando vado al Sud incontro centinaia di persone che sperano nella Lega. Dieci anni fa non l’avrei mai fatta una manifestazione a Piazza del Popolo, ma ora se passeggio per strada mi dicono “Daje Mattè, daje Mattè”.
Scanzi: Non si pente di aver lanciato la manifestazione con la campagna “Io non ci sarò”?
Un sorriso allunga la vita, non ci vedo nulla di male. Mi spiace solo che Pamela Andersson, mio mito giovanile, ce l’abbia con me.
Scanzi: Ma anche lei, come i 5 Stelle, crede che questo governo sia vittima di un pregiudizio? Confindustria, per esempio, era più mansueta con chi c’era prima?
Mi sembra sia nei fatti, come è nei fatti che il 90%delle imprese italiane abbia meno di 10 dipendenti e che quindi non sia rappresentato dai grandi. Abbiamo iniziato a dar risposte a loro, detto questo domani aprirò il ministero a Confindustria, Confartigianato, Concommercio, Confesercenti per ascoltarli.
Sommi: Anche il Nord produttivo non ama alcune delle vostre riforme. Il reddito di cittadinanza, per esempio.
In Lombardia c’è da tempo un reddito di autonomia per i non autosufficienti, per i disabili, per chi è uscito dal mondo del lavoro. Non faremo un contributo per stare a casa, ti devi formare e alle domande di lavoro devi rispondere. È un esperimento, vediamo se funzionerà, fatecelo fare. Tra un anno potremo essere giudicati.
Scanzi: Quindi tra un anno ci sarà sempre questo governo?
Anche tra quattro.
Scanzi: Ma quanto può durare la strategia delle due ruspe, governo coi 5 Stelle e territori col centrodestra?
Patti chiari, amicizia lunga. Mi sono messo in gioco col M5S quando Meloni e Berlusconi mi hanno detto “Vai pure”. Abbiamo fatto un contratto e voglio rispettarlo. A livello locale governiamo col centrodestra.
Scanzi: Ma come fa a far passare leggi sulla giustizia che sono schiaffi in faccia a B.?
Lo spazza-corrotti non riguarda Berlusconi. Verrà approvato entro Natale, conto che complichi la vita a corrotti e corruttori.
Sommi: A proposito, sulla storia dei fondi della Lega lei ha querelato Belsito ma non Bossi. Perché?
Perché gli porto affetto e riconoscenza, se sono qua è perché lui tanti anni fa mi ha affascinato.
Scanzi: A maggio Berlusconi ti diceva di andare coi 5 Stelle, ma oggi cosa le dice?
Eh no, ora mi dice di mollare tutto e tornare indietro.
Sommi: Quando lo ha visto l’ultima volta?
Pochi giorni fa, abbiamo parlato delle elezioni in Sardegna. Non è contento di cosa fanno i miei alleati, però io ho preso un impegno e lo mantengo.
Sommi: Ma è vero che nella fase del contratto Renzi era terrorizzato che voi e i 5 Stelle non riusciste a fare il governo?
Ci sentivamo, ma non vi racconto certo cosa mi diceva.
Scanzi: Sperava che sareste andati a sbattere.
Di sicuro non aveva voglia di tornare a votare.
Scanzi: la sensazione è che voi e i 5 Stelle andavate d’accordo fino alla famosa “manina”, poi qualcosa si è rotto. Sbaglio?
Ci sta che ci sia un’incomprensione. Non accettai il fatto che la Lega potesse essere accusata di truccare le carte in giro per i ministeri.
Sommi: Ma se Di Maio fosse coinvolto nei problemi del padre dovrebbe dimettersi?
Non mi faccia fare il giudice, lo lascio giudicare a lui e alla sua coscienza. Non mi risulta che sia così e quindi il problema non si pone.
Sommi: Lei farebbe il candidato dei sovranisti alla Commissione europea?
Ora faccio il ministro, se poi mi chiedono di cambiare da dentro quest’Europa…
Sommi: Lei in questi giorni ha fatto arrabbiare Armando Spataro, annunciando un’operazione di polizia.
Ho ringraziato le forze dell’ordine perché al mattino mi è arrivato messaggio dal capo della Polizia con scritto: “Operazione effettuata”.
Scanzi: Quindi ha sbagliato Gabrielli?
No, mi prendo tutte le colpe, ma se leggo “operazione effettuata” io stringo la mano a chi l’ha svolta.
Sommi: Chiarisca una volta per tutte: cosa pensa del fascismo?
Io sono per libertà e democrazia, sono antifascista e anticomunista, contro tutti i totalitarismi.
Sommi: E Casapound?
Non è un mio modello, come ritengo assurdo ci siano ancora falci e martello in giro.
Scanzi: Lei però da giovane era un Comunista Padano.
Al liceo sì, ma se quando hai 18 anni non sei rivoluzionario, c’è qualche problema.
Scanzi: Le piace Berlinguer?
Molto, ogni tanto vado su Youtube a guardarmi non solo Berlinguer, ma anche Moro, Almirante. Idee diverse, ma una passione che invidio.
Zedda, il partito sardo d’azione con la Lega, poi autonomisti e Pds
Quasi stabilita la griglia di partenza per le regionali sarde (che si dovrebbero svolgere in una data compresa tra metà e fine febbraio). Oltre a Desogus (m5s, articolo qui sotto) per il centrodestra c’è Christian Solinas, del Partito Sardo d’Azione, indicato dalla Lega. L’investitura di Solinas non è stata indolore. Fino all’ultimo un’area di Fi ha remato contro.
Anche il centrosinistra vara una formula “allargata” e punta tutto su Massimo Zedda, il primo cittadino di Cagliari corteggiato da altri 130 sindaci che gli chiedevano di diventare il “sindaco della Sardegna”. Volendo fare una campagna “dal basso” ha annunciato una campagna elettorale senza big di partito e molto “low profile”. In corsa c’è anche il polo dell’Autodeterminazione, composto da sigle autonomiste e indipendentiste con un candidato ufficiale: il funzionario della commissione Ue Andrea Murgia. Nel centrosinistra, infine, le diplomazie non hanno mai smesso di lavorare sul fronte Pds, il partito ideatore delle “primarias” che saranno celebrate dal 6 al 16 dicembre e che dovrebbero esprimere il quinto candidato in gara, il leader del movimento Paolo Maninchedda.
Manutenzione di strade e binari: le vere priorità
La rete stradale si sbriciola. Da oggi per un mese, per la manutenzione di un viadotto tra Rho e Terrazzano, verrà chiusa al traffico un’importante arteria, la tangenziale ovest di Milano. Regioni e Province hanno piani manutenzione pronti, ma Enti pubblici e società non sanno dove trovare le risorse necessarie. Quanti danni stanno provocando alle imprese i ponti chiusi per esempio sul fiume Po? Sarebbe interessante saperlo, per avere un’idea di quali sono le priorità d’intervento. Dopo l’incidente di Pioltello, sono emerse gravi carenze manutentive della rete ferroviaria tradizionale, ma la priorità dell’assegnazione delle risorse viene sempre data ai costosi 1.000 km dell’alta velocità.
Sul fronte delle manutenzioni ci aspettano tempi bui a causa delle pessime gestioni di Anas, concessionarie autostradali, regioni e del gruppo FS, e alla carenza di risorse pubbliche, che le concessionarie autostradali hanno usato per allargare i loro imperi societari. Gli imprenditori riuniti a Torino hanno ignorato l’avvertimento della Banca d’Italia, cioè che esistono “vincoli di capacità molto più stringenti che in altre industrie a rete quali il settore elettrico, del gas o delle telecomunicazioni”. L’imperativo è stato: servono “contemporaneamente” tre tunnel ferroviari, Frejus, Terzo Valico e Brennero. Piano spropositato non fosse altro perché abbiamo la rete interna meno utilizzata d’Europa sia per le merci che per i passeggeri.
Ci sono invece altri interventi, meno onerosi, che potrebbero migliorare la competitività del traffico ferroviario. Inutile arrivare velocemente a Torino se poi il nodo lo si può attraversare a 30 km all’ora e solo di notte. Mentre si sta completando una delle autostrade più inutili, l’Asti-Cuneo (sui costi stendiamo un velo pietoso), le Fs gestiscono la linea internazionale Ventimiglia-Genova con tratti a binario unico e restrizioni sulla velocità e sui pesi che ne fanno una pessima linea regionale. Un collo di bottiglia inspiegabile.
I partecipanti alla manifestazione di Torino non hanno pensato che prima di avere tre nuovi cuori sarebbe meglio avere un sistema circolatorio efficiente (i 20 mila km di rete interna). Quello del mezzogiorno, se potenziato e attrezzato sotto il profilo tecnologico, potrebbe aumentare di qualità e capacità. Gli imprenditori chiedono allo Stato il Tav Torino-Lione (cantieri costosi, tempi biblici, appalti discutibili) ma intanto spediscono le loro merci su gomma visto che il Tir costa il 30% in meno.
Da un anno è aperto il traforo del Gottardo ma quando i treni arrivano al confine si impantanano in una rete satura (la Domodossola e la Chiasso) e sono costretti a fermarsi e mettere sui Tir le merci. Nonostante il nuovo traforo (che pomperebbe 400 treni al giorno) i traffici sono rimasti gli stessi dello scorso anno quando non esisteva. Le linee di confine sono sature e il nodo di Milano che le collega è intasato dai treni Tav, con conseguenze negative per i treni pendolari e merci. Milano resta intasata anche dalla strozzatura della A4 Pero-Agrate. Invece, politica e imprese hanno voluto fortemente due costosissime autostrade inutili, semivuote e con tariffe doppie rispetto alla rete tradizionale, per il decongestionamento di Milano: la Brebemi e la Tem.
Una linea ad alta inutilità: i numeri del grande spreco
Ma la linea ad alta velocità tra Torino e Lione serve a qualcosa? La saturazione della linea storica, al contrario di quanto accaduto nel caso del Gottardo in Svizzera, non è stata neppure sfiorata (e nessuno sarà chiamato a rispondere dell’ingente investimento sostenuto un decennio fa per ammodernare la galleria esistente).
traffico.Si è registrata una crescita del numero di veicoli pesanti in transito al traforo stradale del Frejus che nel 2017 sono risultati pari a 740 mila unità. Tale valore è identico a quello di vent’anni fa e pari alla metà dei flussi che lo hanno attraversato, senza alcuna criticità, nei primi anni del secolo quando venne chiuso il tunnel del Monte Bianco e tutti i mezzi pesanti scelsero il percorso lungo la Valsusa. L’attuale capacità disponibile è sovrabbondante e sarà ulteriormente incrementata con l’apertura al traffico della seconda canna del traforo stradale del Frejus. Anche qualora l’attuale ripresa dovesse proseguire non si verificherebbero criticità per almeno mezzo secolo. Ogni giorno percorrono l’autostrada tra Torino e il confine francese circa 11.000 veicoli contro i 33.000 che interessano la Torino-Piacenza: si tratta dunque di una infrastruttura poco utilizzata, specie nella tratta più occidentale.
COSTI PERDUTI. L’unico elemento rilevante che risulta oggi modificato rispetto a dieci anni fa è l’entità dei cosiddetti costi “affondati” ovvero quelli già sostenuti e che andrebbero perduti in caso di stop. Per opere preliminari sono già stati spesi circa 1,5 miliardi. Al netto di tale spesa, il costo ancora da sostenere per il tunnel risulta pari a 8,6 miliardi.
LA PERDITA. In base alla valutazione elaborata da Andrea Debernardi e Marco Ponti, la realizzazione del progetto completo della linea determinerebbe una perdita economica di poco inferiore ai 7 miliardi; una precedente analisi dell’economista francese Rémy Prud’homme perveniva a un risultato molto più negativo: -20 miliardi. Nel caso di costruzione del solo tunnel di base (costo ipotizzato di 7,7 miliardi) il risultato negativo sarebbe dimezzato: -3,4 miliardi. Fermare oggi il progetto risulterebbe quindi ancora conveniente perché, quasi certamente, i costi a consuntivo risulteranno più elevati di quelli stimati a preventivo. Una ricerca condotta nei primi anni Duemila e nella quale sono stati analizzati i dati di oltre 200 grandi opere in tutto il mondo ha mostrato come nel caso dei progetti ferroviari lo scostamento medio dei costi sia pari al 45%. Se per il Tav lo sforamento risultasse di quest’ordine di grandezza, la perdita economica crescerebbe di altri 3-4 miliardi e ancor di più se lo scostamento fosse paragonabile a quello delle altre tratte ferroviarie ad alta velocità realizzate nel nostro Paese.
Penali. Ci sono penali da pagare se si fermano i lavori? Non esiste alcun documento europeo sottoscritto dall’Italia che preveda penali in caso di ritiro dal progetto, gli accordi bilaterali tra Francia e Italia non comprendono alcuna clausola che accolli a una delle parti, in caso di recesso, forme di compensazione per lavori fatti dall’altra parte sul proprio territorio, la questione del risarcimento alle imprese danneggiate in caso di appalti aggiudicati e successivamente annullati (oggetto, per il Tav, di regolamentazione specifica ampiamente restrittiva) non si pone: ad oggi, non sono stati banditi né, tanto meno, aggiudicati appalti per opere relative alla costruzione del tunnel di base.
Fondi Ue. Infondata è anche l’affermazione secondo cui l’eventuale rinuncia imporrebbe all’Italia la restituzione all’Unione europea dei contributi ricevuti per la realizzazione dell’opera. Infatti i finanziamenti europei sono erogati solo in base all’avanzamento dei lavori (e vengono persi in caso di mancato completamento nei termini prefissati), sì che la rinuncia di una delle parti interessate non comporterebbe alcun dovere di restituzione di contributi (mai ricevuti) bensì, semplicemente, il mancato versamento da parte dell’Europa dei contributi previsti. Ad oggi i finanziamenti europei ipotizzati sono una minima parte del 40% del valore del tunnel di base e che ulteriori (eventuali) stanziamenti dovranno essere decisi solo dopo la conclusione del settennato di programmazione in corso, cioè dopo il 2021 (e dopo le elezioni europee di maggio 2019).