“Ritrovarmi dove non avrei mai potuto immaginare anche solo qualche settimana fa è la prova concreta che il M5S non c’è nulla di preconfezionato”. Non sono casuali le prime parole di Francesco Desogus, fresco vincitore delle regionarie on line del M5S in Sardegna, che al loro avvio nelle scorse settimane avevano messo a dura prova l’organizzazione del Movimento e sollevato un vespaio di polemiche fra i militanti. Cinquantotto anni, funzionario pubblico cagliaritano, Desogus succede nel ruolo di candidato alla presidenza della Regione al già designato Mario Puddu, uscito di scena dopo la condanna in primo grado per abuso d’ufficio per una vicenda legata al disegno della pianta organica del Comune di cui era sindaco. Allestite in tutta fretta, le nuove regionarie on line il 26 novembre avevano però escluso il secondo dei più votati nelle precedenti consultazioni, quelle che ad agosto avevano incoronato proprio Puddu con quasi duemila voti. Luca Piras, professore associato di finanza aziendale dell’ateneo cagliaritano, aveva ottenuto il secondo piazzamento con più di 460 preferenze: naturale riprovarci, ma al dunque la sua candidatura era stata respinta senza apparenti motivazioni. In una recente uscita pubblica lo stesso Mario Puddu aveva spiegato che la decisione era stata assunta dallo staff romano del M5S “a tutela innanzitutto dell’interessato”. La motivazione, mai resa ufficiale, starebbe nell’aver tentato di stringere accordi pre-elettorali all’interno di alcuni meet-up, pratica non consentita dal regolamento e categoricamente smentita dallo stesso Piras. Un’esclusione che resta dunque inspiegabile per la “base” e per gli oltre 700 militanti che al secondo turno delle regionarie hanno deciso di disertare il voto per protesta. Veleni sotterranei legati ai presunti gruppi di influenza dentro il Movimento in Sardegna, con una marcata caratterizzazione territoriale: una sorta Game of Thrones in salsa cagliaritana che vedrebbe nelle mani di pochi (su tutti la deputata Manuela Corda, a cui Puddu è molto vicino) l’accentramento decisionale a scapito della cosiddetta “democrazia diretta”. Il sospetto di mancata trasparenza nel percorso delle regionarie era stato alimentato dalle dichiarazioni dello stesso Piras, che subito dopo il voto sulla sua pagina Facebook aveva parlato di “motivazioni politiche” dietro la sua esclusione. “In mancanza di motivazioni documentate – aveva scritto – considero violato il mio diritto alla difesa”. Da Roma però si è preferito non intervenire in una questione locale, ma che non va sottovalutata: fu per le stesse dinamiche divisorie che alle scorse regionali del 2014 Grillo non concesse il simbolo del Movimento agli attivisti sardi che rimasero quindi al palo, fuori dal Consiglio regionale. Stavolta probabilmente non andrà così: Desogus appare candidato affidabile e capace: sin dalla prima ora nel Movimento, gode di una stima guadagnata sul campo e spesa per anni nella formazione politica del Movimento in Sardegna. Basterà a placare i malumori interni?
Speciale NO Tav – La Storia
Un sogno, una visione con sconfinamenti nel delirio. Feticismo travestito da razionalità. Un’impostura con lampi di genialità comunicativa. La folgorazione è stata l’invenzione del nemico, il movimento No-Tav, “quelli del no a tutto che ci vogliono riportare al calesse e alla candela”. Il Tav Torino-Lione è una sceneggiata sul nulla che da trent’anni nutre un piccolo esercito di politicanti, ingegneri, geometri, millantatori, studiosi, e sedicenti esperti a vario titolo. Sfornano relazioni, commissionano studi, organizzano convegni. Luca Rastello, valoroso giornalista morto troppo presto, raccolse anni fa la lancinante confessione di un ingegnere del giro: “In breve, non è necessaria l’opera. Lo sono i soldi che derivano da cantieri e progetti. Il Tav è un Momendol economico. Come le Olimpiadi”.
Da trent’anni danno sfogo alla loro sindrome Jimby (just in my backyard) dando letteralmente i numeri. E ogni volta che si imbattono nella realtà la combattono con tirate ideologiche da terrapiattisti. “Prima di bloccare la Torino-Lione devono passare sul mio corpo”, disse Sergio Chiamparino quattro giorni dopo la nascita del governo Conte. O Tav o morte. “Fermare la Tav – professa il governatore – vuol dire privare Piemonte e Nord Ovest per i prossimi 50 anni di un flusso di merci che se non passa da qui si sposterà a nord delle Alpi”. Come se treni diretti dall’Ucraina al Portogallo potessero fertilizzare l’economia padana percolando euri a ogni passaggio. Anche Sergio Marchionne picchiava duro: “Rinunciare al Tav vuol dire rendersi responsabili di cancellare l’Italia dalla cartina dell’Europa”, tuonò prima di cancellare la Fiat dalla cartina dell’Italia.
In principio fu Ercole Incalza, intellettuale organico della “sinistra ferroviaria” nei mitici anni ‘80, artefice dell’alta velocità nelle Fs di Lorenzo Necci, poi tecnico di riferimento del partito del cemento e ministro ombra dei Lavori pubblici nella Seconda Repubblica. Era il 1989. A Berlino crollava il Muro e in Italia cadeva Ciriaco De Mita. Il potere della Fiat era al culmine. Cacciato Vittorio Ghidella, che sapeva fare le automobili, Gianni Agnelli e Cesare Romiti proiettavano verso l’autodistruzione il loro impero provinciale ramificato in finanza, editoria, costruzioni, assicurazioni, turismo, chimica, impiantistica, farmaceutica e ferrovie. Torino contendeva alla Milano da bere di Bettino Craxi il titolo non di “capitale morale” (ché di morale c’era rimasto poco) ma di capitale “vicina all’Europa”, come cantava Lucio Dalla.
Incalza fu il primo a lanciare l’idea. Al di là delle Alpi i francesi avevano fatto il Tgv (Train à Grande Vitesse) per coprire in tre ore i 750 chilometri tra Parigi e Marsiglia. Mentre in Italia si progettava un collegamento analogo tra le principali città (Milano, Roma, Napoli), un collegamento veloce con Lione avrebbe permesso a Torino di agganciarsi al sistema Tgv e ai sudditi di Agnelli di andare a Parigi in tre ore e mezza.
Umberto Agnelli fondò il “Comitato promotore alta velocità”. Non parlava della nuova ferrovia veloce – accanto a quella ancora in funzione voluta da Cavour – come di un monumento alla dinastia Agnelli. Ma come di un progetto lungimirante e necessario per sventare l’incombente emergenza: interi popoli ansiosi di varcare le Alpi in breve tempo avrebbero fatto esplodere la vecchia linea. Il fratello dell’Avvocato lo disse davvero, nel 1990: “Ai soli valichi alpini si prospetta un aumento di traffico del 100 per cento nei prossimi dieci anni, e del 200 per cento per il 2015. È risaputo che la rete attuale non è in grado di assorbire simili incrementi”. Era risaputo. Allora ogni torinese dabbene, passeggiando sotto i portici di via Roma, ogni tanto sospirava: “Non è in grado”. La passione fu premiata. Il primo incarico di progettazione preliminare del nuovo tunnel sotto le Alpi fu affidato alla Fiat Engineering. Agnelli e i suoi epigoni davano letteralmente i numeri . Prevedevano che il Tav avrebbe portato ogni anno 14,7 milioni di passeggeri e per questo l’opera era necessarissima.
L’anno scorso il Commissario straordinario di governo per la Torino-Lione Paolo Foietta, un lobbista che se la tira da tecnico neutrale, ha scritto in un documento ufficiale una frase agghiacciante: “Non c’è dubbio che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, siano state smentite dai fatti (…). Occorre quindi lasciare agli studiosi di storia economica la valutazione se le decisioni a suo tempo assunte potevano essere diverse”. No. Non potevano essere diverse. Secondo l’ultima ottimistica stima dell’Osservatorio per l’asse ferroviario Torino-Lione, ente pubblico asservito alla lobby del cemento, se tutto va bene i passeggeri saranno 4,5 milioni. Un terzo delle previsioni originarie. Ma, come diceva Enzo Jannacci, “ciapp’istess”, il grande affare non si deve fermare.
Mistero gaudioso. Visto? Si parlava solo di passeggeri. Le merci sono un’invenzione della propaganda anni ‘90. Quando andò al governo l’Ulivo di Romano Prodi, consulente di Necci e Incalza per l’operazione Tav, c’erano in maggioranza i Verdi che tiravano calci. Fu inventata per loro la favola che il Tav toglieva le merci dalla strada. Così, a fini ecologici, la Milano-Roma è stata costruita con dose tripla di cemento per adeguarla al peso dei treni merci. In dieci anni quei binari non hanno visto un solo carro merci. Però raccontano che la Torino-Lione serve per le merci, è l’anello mancante del Corridoio 5 che, dicono, Bruxelles pretende. Come se nel “sogno europeo” ci fosse il Continente attraversato da treni di baccalà diretti da Lisbona alle cuoche ucraine in attesa da millenni di friggerselo.
Qui c’è un problema. Se un treno merci finisse per sbaglio sulla linea Tgv si spaccherebbero i binari. Siamo gli unici al mondo a baloccarsi con l’idea di una linea ad alta velocità che porti anche le merci. Infatti il Corridoio 5 è solo un mito da delirio terrapiattista. Nel 2013 Luca Rastello andò con Andrea De Benedetti a cercarlo a Lisbona, Barcellona, Lione, Trieste e poi in Slovenia, Ungheria e Ucraina. Ne uscì un libro (Binario morto, Chiarelettere) con una diagnosi infausta. Non c’era niente: “Aspettavamo di trovare binari gremiti, convogli zeppi, cantieri crepitanti. Tutto apparecchiato per accogliere l’ospite senza il quale la festa non poteva avere inizio: il Tav”. Invece c’era solo “un corridoio deserto”.
Eppure continuano a raccontare di un’Europa spazientita dagli italiani che non si decidono. Balle. Sergio Pininfarina, che ereditò da Agnelli l’apostolato della Torino-Lione, nel 2004 raccontò all’amata Stampa i suoi salti mortali per superare le “ritrosie” dei francesi che non ne volevano sapere (allora come oggi): “Il primo ministro Jean-Pierre Raffarin ha bloccato tutto. Poi, grazie all’azione del governo italiano, abbiamo rovesciato la situazione”. Preceduto da una visita dell’avvocato Agnelli al presidente Chirac, Berlusconi fece il capolavoro tafazziano con l’accordo del 5 maggio 2004, accollandosi due terzi del costo di un tunnel per due terzi in Francia.
Così poterono continuare a inseguire il sogno della ferrovia inutile che collegherà l’Italia al nulla. Dicevano: “Andremo da Torino a Barcellona in quattro ore”. Trent’anni dopo il treno più veloce da Lione a Barcellona impiega otto ore. E il collegamento più rapido tra Torino e Barcellona è Flixbus: 12 ore in autobus e passa la paura. Direte, ma i voli low cost? Non esistono. L’aria è un’infrastruttura con cui non si mangia.
Il Partito del Pilu
L’altra sera, intervistato da Corrado Formigli come la Pizia di Delfi in procinto di rompere le acque e sgravare l’oracolo, un tizio in evidente stato confusionale litigava con la grammatica e la sintassi italiane cercando di compitare qualche pensierino di senso compiuto. Era Vincenzo Boccia, nientemeno che presidente della Confindustria. E meno male che la qualifica era scritta nella didascalia in sovrimpressione, sennò uno spettatore distratto avrebbe potuto scambiarlo per un parcheggiatore abusivo in fregola di dottrine economiche. Questo tipografo ereditario salernitano ignoto ai più ascese due anni e mezzo fa alla guida di Confindustria a maggior gloria del renzismo, di cui cantò le lodi per qualche mese, fino alla débâcle referendaria del 4 dicembre. Avendo previsto un’epocale catastrofe per l’Italia in caso di vittoria del No, l’Italia conobbe puntualmente l’anno di maggior crescita degli ultimi 10 anni. Il che, parafrasando un celebre detto di Gianni Agnelli sulla Fiat, confermò l’unica legge davvero scientifica dell’economia nostrana: ciò che va bene per Confindustria va male per l’Italia, e viceversa. Basta rammentare i moniti, le geremiadi, le ricette per la crescita e lo sviluppo degli ultimi presidenti, da Abete a Fossa, da D’Amato a Montezemolo, dalla Marcegaglia a Squinzi fino a Boccia, per rendersi conto del loro terrificante potere jettatorio.
Appena benedicono una legge, è già certo che farà flop, mentre le uniche riforme che hanno qualche speranza di funzionare sono quelle che essi scomunicano senz’appello (cosa peraltro rarissima: fino a ieri Confindustria ordinava, i governi obbedivano, Confindustria elogiava e l’Italia sprofondava). Ora questi simpatici buontemponi con l’aquilotto nello stemma, il culetto al caldo e il cappello in mano sotto Palazzo Chigi, da sempre governativi nel Dna, si atteggiano a squatter emarginati e montano sulle barricate, manco fossero un centro sociale, solo perché han trovato un governo che non prende ordini da loro. Minacciano cortei e marcette, mandano avanti improbabili madamine, lanciano “manifesti”, inscenano “stati generali”. I loro giornaloni li hanno ribattezzati “Partito del Pil” e “rappresentanti di 13 milioni di italiani” (i loro sventurati dipendenti, mai interpellati da nessuno). Definizioni che devono metterli di gran buonumore, visto che la gran parte di loro il Pil ha contribuito a desertificarlo. Più che imprenditori (gente che rischia i propri soldi per realizzare idee innovative), sono prenditori (gente che intasca i nostri soldi per realizzare progetti pleistocenici).
Infatti, fra tutte le battaglie che avrebbero potuto ingaggiare per rilanciare l’economia, hanno scelto il Tav Torino-Lione: un treno merci da 20 miliardi, pensato trent’anni fa, che non serve a nulla perché dovrebbe affiancarne un altro che parte ogni giorno da Torino a Modane vuoto all’80-90%. Se si interpellano a uno a uno i soci di Confindustria, rispondono tutti che del Tav se ne infischiano. Ma Boccia se ne va in giro a spacciarlo per la panacea di tutti i mali, anche se fino alla marcetta della madamine ne aveva parlato due sole volte in vita sua. E ora mena vanto perché Salvini l’ha invitato al Viminale per un caffè (sono soddisfazioni). Il fatto più curioso è che qualcuno, ammesso e non concesso che riesca a capire cosa dice, lo prenda ancora sul serio. Confondendolo con la “rinascita della borghesia” o col “partito del Pil”. Negli ultimi vent’anni alcuni fra i maggiori azionisti di Confindustria hanno letteralmente distrutto le rispettive aziende, mandandole a picco o vendendole all’estero per manifesta incapacità ad amministrarle, malgrado l’assistenzialismo di Stato, i salari più bassi d’Europa e un sistema contrattuale ormai simile allo schiavismo. Da Alitalia a Telecom, da Parmalat a Cirio, da Merloni-Indesit a Loro Piana e Bulgari, da Sai (Ligresti) ai Riva (Ilva), da Mps alle altre banche decotte, dal crollo di Fiat-Fca nel mercato dell’auto al declino di Mediaset, giù giù fino alle memorabili imprese autostradali dei Benetton. Fate la somma dei buchi e avrete il calcolo di quanto ci è costato, in termini di Pil, il Partito del Pil. Uno sproposito, cui vanno aggiunte centinaia di miliardi di finanziamenti, provvidenze, rottamazioni, sgravi fiscali e prestiti-ponte (mai restituiti) pubblici.
Eppure queste Cassandre con le tasche degli altri continuano a predicare la “cultura della crescita” come se loro ne sapessero qualcosa. E come se l’Italia non fosse sempre sull’orlo della bancarotta proprio perché è stata sempre amministrata come le loro aziende. O come la Confindustria. Sotto la sfortunata presidenza Boccia, la confederazione degli industriali italiani s’è fumata definitivamente il suo giornale, Il Sole 24 ore, e s’è vista arrestare il presidente siciliano Antonello Montante, noto simbolo dell’antimafia finito in manette per mafia. Il Sole, da sempre in mano al Partito del Pil, ha accumulato 340 milioni di perdite in dieci anni, passando dai 570 milioni di fatturato nel 2008 agli attuali 220 e taroccando pure i dati sulle copie vendute e sugli abbonamenti. Intanto il Partito del Pil non si accorgeva di ciò che molti suoi soci, siciliani e non, sapevano da anni: e cioè che Montante, orgoglio e vanto della Confindustria “legalitaria”, trafficava coi mafiosi (contribuendo però almeno lui al Pil che, com’è noto, ora ingloba i proventi della criminalità organizzata: l’unico settore merceologico dove non ci batte nessuno). Ieri un povero deputato di Forza Italia, ergendosi a mosca cocchiera del fantomatico Partito del Pil, ha detto fra le risate generali: “Più Pil per tutti”. E tutti hanno visto il vero padre del Partito del Pil(u): Cetto Laqualunque.
Guido Buzzelli, la follia che scorre sotto la patina della normalità
Che anni che dovevano essere quelli per i pochissimi che come Guido Buzzelli riuscivano ad attraversarli senza lo sguardo offuscato dall’ideologia. Ci sono tanti spunti che rendono Annalisa e il diavolo uno dei volumi migliori pubblicati nel 2018, tra questi la capacità di catturare quella scintilla di energia degli anni Settanta italiani che ha acceso tanti animi artistici – da Leonardo Sciascia a Elio Petri – ribelli alla cappa degli opposti conformismi. Quelle di Buzzelli sono storie pubblicate soprattutto su Linus e i suoi supplementi, tra 1973 e 1979, quando il fumetto riusciva a graffiare la società con immediatezza e coraggio incomparabili rispetto alle mediazioni richieste dall’industria del cinema o da quella libraria. Buzzelli usa la cifra del grottesco, che poi significa cogliere la follia sotto la superficie della normalità. Che si tratti di un vecchio cui spunta una coda da diavolo, di personaggi usciti dai suoi fumetti che si materializzano di notte per psicanalizzarlo o di un suo doppio con cui si trova a mettere in piedi uno spettacolo che rivela il teatro della vita, Buzzelli sembra sempre filtrare con la follia. A cominciare da quell’ossimoro che è il suo tratto, guizzante, incompiuto eppure controllatissimo, genio puro imbrigliato. E la convivenza degli opposti è ciò che affascina Buzzelli: l’Agnone è un po’ agnello un po’ leone, i due sposini che celebrano la prima notte di nozze sono contesi tra due diavoli e un angelo imbelle. E grottesca e ossimorica è anche la grande adunata in piazza del Popolo innescata da un burlone che con un semplice volantino e qualche frase sulla fratellanza ha innescato speranze e partecipazione: potrebbe esserci uno sberleffo più radicale alla stagione delle grandi manifestazioni? Guido Buzzelli è morto nel 1992. Peccato, chissà come disegnerebbe questi tempi di cinismo mascherato da indignazione.
E se Mowgli non fosse come siamo abituati a conoscerlo?
Dimenticate l’immagine idilliaca della giungla in India dove “ti bastan poche briciole, lo stretto indispensabile e i tuoi malanni puoi dimenticar” dove un piccolo orfano cresce in mezzo ad animali parlanti allegri e spensierati. La storia di Mowgli come l’ha creata Rudyard Kipling è totalmente diversa dalla fiaba Disney di cinquant’anni fa. “I libri della giungla” sono un lungo romanzo di formazione dove l’essere umano deve scontrarsi con la Natura selvaggia della foresta, dei suoi nemici ma anche dei suoi amici, che sono pur sempre animali. È questa la chiave di lettura del nuovo film prodotto da Netflix e diretto da Andy Serkis, che cala in un’atmosfera cupa le avventure di Mowgli. Chi vuole conoscere le vere storie così come le ha inventate l’autore può procurarsi la raccolta edita da Mondadori intitolata proprio “I libri della giungla” dove, oltre alle avventure del cucciolo d’uomo, di Baaghera e Baloo, ci sono anche altri gli racconti inseriti da Kipling nei “Libri”, quello della mangusta Rikki-Tivvi-Tavi che lotta contro i cobra a occhiali e del piccolo Toomai che assiste alla “danza degli elefanti”. A corredo, le tavole dell’artista inglese Stuart Tresilian che negli anni ‘30 e ‘40 illustrò diversi libri di Kipling, recandosi allo zoo per ritrarre da vicino i suoi soggetti animali.
La surrealtà di Dalì celata tra i Sassi
A Matera è arrivato Salvator Dalì. Alcune sue opere, quelle monumentali, da qualche giorno si incontrano per le vie della città. L’Elefante spaziale svetta nella sua maestosità, incuriosendo i passanti. L’orologio molle de La Danza del tempo posto di fronte a un panorama mozzafiato è già un’attrazione, così come il Piano Surrealista. Ma il cuore della mostra è all’interno dei cosiddetti Sassi, le tipiche cavità in pietra che caratterizzano Matera. Dalì – La persistenza degli opposti espone oltre duecento tra sculture, illustrazioni, opere in vetro, libri illustrati e arredi, con una parte interattiva e un docufilm.
La mostra è stata allestita tra le mura del complesso rupestre di Madonna delle Virtù e San Nicola dei Greci. Un luogo sacro, costruito, o meglio scavato nella pietra, intorno all’anno Mille. “Matera e Dalì hanno tanto in comune, soprattutto il tempo – spiega Patrizia Minardi, coordinatrice per le attività internazionali della Dalì Universe, che gestisce una delle più grandi collezioni private dell’artista –. Per l’artista scorre inesorabile, è relativo, “molle” appunto. Per la città, che ha 8 mila anni di storia, il tempo è conservazione e ne preserva la sua unicità”. Gli elementi della mostra, che ritroviamo nella città sono tanti. Come il pieno e il vuoto, le cavità nascoste che in Dalì sono cassetti contenenti emozioni, sentimenti, paure. Il sacro e il profano, la scienza (come in Omaggio a Newton) e la religione, l’involucro duro e il contenuto molle, la realtà che si mescola alla surrealtà.
Lo sa bene Beniamino Levi, collezionista d’arte e presidente della Dalì Universe, che ha conosciuto personalmente l’artista negli anni Sessanta, durante una mostra nella sua galleria: “Dalì era un uomo di grande intelligenza e cultura, ma detestava il denaro. Non usciva mai di casa con i soldi in tasca, delle finanze si occupava soltanto sua moglie Gala Éluard. Con lei e il suo segretario abbiamo lavorato molto. E se oggi Dalì vedesse questa mostra sarebbe felicissimo”.
L’esposizione, organizzata dal Circolo La Scaletta, si appresta a essere uno dei grandi eventi che vivrà Matera il prossimo anno, quando sarà Capitale europea della cultura. “Abbiamo scelto di organizzare una mostra di grande pregio – spiega Francesco Vizziello, presidente del Circolo –, che resterà per tutto il 2019 in un luogo che è già un’opera d’arte. Non parlo solo della città, ma del complesso rupestre interamente scavato nella roccia, scelto persino da Mel Gibson per girare l’ultima cena del suo film The Passion”.
Salvador Dalì – La persistenza degli opposti Matera, fino al 30.11.19
Sir Julian Barnes L’appagamento del disamore
Un diciannovenne senza particolari qualità ama, riamato, una quarantottenne incontrata al circolo del tennis. Costruire un racconto di centinaia di pagine sulle fondamenta di questa trama da rotocalco rosa è un’impresa da folli, o privilegio da dilettanti. Julian Barnes non è nessuna delle due cose – è invece uno scrittore di londinesissimo rigore e provata esperienza, ingegnoso quanto a tratti pedante – e dunque ha fatto l’impresa con l’irresponsabile sovranità dei grandi. L’unica storia (Einaudi, traduzione di Susanna Basso) è quel che dice il titolo: la sola storia d’amore, tra gli “avvenimenti tantissimi” della vita del narratore, che conti e che valga la pena raccontare. Altri personaggi intrecciano le loro vicende attorno al letto dei due amanti; ma sono elementi del paesaggio, quanto gli alberi e le auto del quartiere borghese del sobborgo di Londra in cui si svolgono i pochissimi fatti.
L’atroce banalità delle relazioni erotiche si coagula attorno a questa coppia insensata, il post-adolescente e la madre di famiglia; nella Gran Bretagna educata e ipocrita, anche lo scandalo prodotto dai loro incontri è fiacco, una pura reazione fisiologica che non arricchisce la relazione di nessuna coloritura trasgressiva. I due si amano perché si amano: ciò vuol dire che lui prova struggimento per le orecchie di lei, e si arrabbia per le offese che sono costrette a sentire. Quando sono soli, le batte il dito sugli “incisivi da coniglio”, e quando il marito glieli romperà sbattendole la testa contro una porta si troverà a piangere per “quei denti scaricati dentro qualche cassonetto di Wimpole Street”. Da qui, la rovina, come se il corpo di lei, perdendo pezzi, sparisse pian piano dalla geografia sentimentale di lui, che intanto cresce, amandola e conoscendola dunque perdendola, e dalle pagine stesse, mentre la scrittura di Barnes, addirittura fatua nella prima parte, si fa scura, sfinita, ossessiva. È una pena costante, questo romanzo; la feroce banalità del fare conversazione con chi si ama si trasforma lentamente nel dolore del non provare dolore per la fine dei sentimenti. “Ti rendi conto che l’amore intransigente non risparmia nessuno dei due”, dice il giovane cinquant’anni dopo, quando è al sicuro nel disamore eppure condannato a rimuginare le immagini che esso gli ha seminato dentro. Magistralmente, Barnes non dà conto di troppi dettagli – di lei sappiamo che è bionda: questo perché colui che l’ha amata non ha appigli oggettivi, non consistendo il suo amore, e nessun amore, in un elenco di pregi – ma disegna profili quasi evanescenti, perché sia chiaro che anche della persona più amata si ricordano quattro, cinque cose, una decina di frasi e un paio di espressioni del viso. “Dalla forza dei sentimenti dipendeva la misura della felicità, giusto?”, chiede provocatoriamente l’autore; eppure, mentre la donna perde i connotati mentali e fisici sotto l’effetto dell’alcol, il ragazzo conosce “l’appagamento dell’amare di meno”. “C’è un livello istintivo di amor proprio e di legittima difesa” che fa allontanare chi ama davvero, consegnandolo allo stato in cui anche l’amore più profondo lascia gli umani quando finisce: l’indifferenza ad esso a cui il semplice proseguimento della vita costringe, l’esigenza di ammazzare il tempo.
E se Muccino riadattasse “C’eravamo tanto amati”?
Si chiamerà I migliori anni della nostra vita il nuovo film che Gabriele Muccino girerà a giugno per Lotus Production e Leone Film Group portando sullo schermo una sceneggiatura da lui scritta con Paolo Costella e dirigendo Micaela Ramazzotti, Kim Rossi Stuart, Pierfrancesco Favino e Claudio Santamaria. La trama non è ancora stata annunciata ufficialmente ma la presenza nel cast di tre protagonisti maschili e di un’unica interprete femminile potrebbe legittimare l’ipotesi che si tratti del più volte annunciato adattamento ai nostri giorni di C’eravamo tanto amati, il capolavoro di Ettore Scola particolarmente amato da Muccino che ne aveva progettato negli anni scorsi anche un remake americano con Nicole Kidman.
I Manetti bros, al secolo Antonio e Marco Manetti, dirigeranno in estate un nuovo adattamento per il cinema di Diabolik prodotto da Mompracem con Rai Cinema in associazione con Astorina, la casa editrice delle sorelle Angela e Luciana Giussani creatrici nei primi anni 60 del celebre fumetto nero italiano. I due registi romani di Song’e Napule e Ammore e malavita firmeranno anche la sceneggiatura con Michelangelo La Neve e da Mario Gomboli.
Dopo il successo delle due serie tratte da I bastardi di Pizzofalcone è in cantiere una nuova fiction diretta da Alessandro D’Alatri e prodotta da Clemart e Raifiction per Rai1 tratta da ulteriori libri gialli di Maurizio De Giovanni. Questa volta al centro delle trasposizioni non sarà più l’ispettore Locajono ma il commissario Ricciardi, l’altro personaggio/feticcio dello scrittore dotato di poteri extrasensoriali che gli consentono di percepire le ultime parole e le ultime sensazioni delle vittime di morte violenta in azione e protagonista di vari suoi romanzi ambientati negli anni 30 nella Squadra Mobile della Regia Polizia di Napoli.
Fabrizio Corallo
“C’è un ladro in casa: è la banca”, Coniglio porta in scena il dramma dei truffati
Si intitola Un ladro in casa, ma non parla di topi d’appartamento né di legittima difesa; protagonisti sono i risparmiatori truffati dalle banche e il luogo della recita – almeno stasera – è molto significativo poiché qui, a Civitavecchia, si è ucciso un pensionato dopo aver perso 100 mila euro con Banca Etruria. “Tuttavia sul palco – spiega Fabrizio Coniglio, autore e regista della pièce, in scena con Stefano Masciarelli e Bebo Storti – non portiamo i suicidi e trattiamo solo casi di sentenze passate in giudicato, ovvero i risparmiatori traditi dai bond argentini, dai crac Parmalat e Cirio e dalle conseguenze del fallimento di Lehman Brothers”.
Lo spettacolo gira da sei anni e per imbastirlo ci sono voluti oltre sei mesi di ricerca: “Ho conosciuto decine di persone mandate sul lastrico dai loro promotori bancari: la drammaturgia parte da lì, dalle loro storie drammatiche. Molti, per fortuna, hanno poi fatto causa, vincendola e riuscendo a riottenere il 70-80% di quanto perduto, ma quasi dieci anni dopo. Il travaglio psicologico è enorme: quando si perde un capitale di questo tipo, non è solo il denaro è un’esistenza intera che va in fumo in funzione di quei soldi: chi li vuole per sé, chi per i figli, chi per tutelare la propria salute. Parliamo troppo dell’aspetto economico, ma ci sono vite intere in ballo: è come togliere gli organi a qualcuno”.
Il titolo rimanda all’assurda giustificazione di un’impiegata bancaria di fronte alle minacce di una signora raggirata: “‘Faccia conto che le sia entrato un ladro in casa’, si è sentita dire la poveretta col libretto prosciugato. Poi, però, ho pensato: sono tutti stronzi quelli della banca? Possibile? Ho scoperto che il mobbing nei confronti dei promotori è tra i più violenti e sommersi che ci siano nel mondo del lavoro. Ecco che allora diventa una guerra tra poveri, tra gli anelli più deboli della società. Un ladro in casa parla di tutti loro: è uno spettacolo di denuncia, certo, ma coi toni della commedia”.
“Le rane”, un pezzo di rara argenteria
È uno dei testi più politici degli ultimi anni, 2.500 anni: Le rane di Aristofane, altro che Brecht. Lo sapeva bene Luca Ronconi, che nel 2002 fu censurato perché l’allestimento esibiva i fantocci di Bossi, Fini e Berlusconi. Lo sa bene Luciano Canfora, che l’anno scorso ha licenziato per Laterza Cleofonte deve morire, un saggio sul commediografo ateniese che – armato di solo teatro – contribuì a far cadere la democrazia cittadina (di cui Cleofonte era esponente). E lo sa bene Giorgio Barberio Corsetti, regista di uno spettacolo felicissimo, che chiude ora la tournée dopo il debutto siracusano e un anno e mezzo di recite.
Lo spettacolo è felicissimo innanzitutto per la scelta dei protagonisti – Salvo Ficarra e Valentino Picone –, i quali, a cascata, si portano dietro altre virtù: sul palco, il meticciato tra alto e basso, avanspettacolo e teatro dell’assurdo; in platea, il meticciato degli spettatori, non tutti habitué, anzi, molti dei quali attirati dalla popolarità televisiva dei comici siciliani. Per dirla con gli spocchiosi, che su questo ci campano con i fondi dell’Unione europea, è una pregevole operazione di “audience development”.
Eppure la trama non è delle più attuali e spensierate: al netto del j’accuse del conservatore (“populista”?) Aristofane – che se la prende coi corrotti e i potenti, irride gli dèi e persino i poeti –, la riflessione è sul ruolo dell’intellettuale nella società. È per questo che si attiva il dio Dioniso (Ficarra), scendendo sin nell’Ade col fido Santia (Picone) per riportare ad Atene Euripide: solo un grande tragediografo può risollevare le sorti di una città in crisi e in guerra, quella del Peloponneso contro Sparta. Dall’Averno risalirà infine con Eschilo, ma questa è una polemica nella polemica, tra scrittori del V secolo avanti Cristo, sulla rappresentazione del male e la moralità dell’opera e del suo creatore.
Che un intellettuale possa salvare qualcuno, o addirittura qualcosa (un popolo, una città, la pace…), oggi suona quantomeno utopistico, e non basta cavarsela – come fa Corsetti – con un cameo finale di Pasolini che intervista Ezra Pound: purtroppo il confronto non regge, nemmeno con lui/loro, oltre a irritare per il colpo basso, o meglio troppo alto, che mal si sposa con il gioco fin lì condotto.
Divertito e divertente l’ensemble di attori (Roberto Rustioni, Gabriele Portoghese…), cantanti (il gruppo a cappella dei SeiOttavi), danzatori e marionettisti: funzionano bene sia la traduzione sia l’adattamento; il ritmo è sempre vivace, le gag pure, a parte qualche volgarità e grida di troppo.
Queste Rane sono davvero un prezioso “pezzo d’argenteria teatrale”: quella che si tira fuori una volta all’anno per le cene di famiglia allargate, molto allargate. Finalmente.
Le rane – Ficarra e Picone Regia di G. B. Corsetti – Roma, Eliseo, fino al 9 dicembre; Empoli, Excelsior, 11 dicembre; Brescia, Sociale, 12-16 dicembre; Pescara, Massimo, 18-19 dicembre; Ancona, Teatro delle Muse, 20-23 dicembre