Miracolo di Roma: è ancora in sala (e già su Netflix)

Un po’ di chiarezza. Il Leone d’Oro di Alfonso Cuarón, Roma, è targato Netflix, che lo diffonderà sulla propria piattaforma dal 14 dicembre, ma dal 3 al 5 dicembre è approdato nelle nostre sale distribuito dalla Cineteca di Bologna. Ebbene, quel triduo s’è allargato, Roma è ancora programmato e, lasciano trapelare dal servizio streaming, a discrezione dei singoli esercenti potrà esserlo anche dopo il 14, aprendo dunque a una diffusione theatrical-VOD contemporanea, come tra mille polemiche fu per Sulla mia pelle, il film sul caso Cucchi di Alessio Cremonini. Vedremo in che misura, ossia quante sale lo manterranno in tenitura, ma qualcosa pare essere cambiato dal 12 settembre di Cucchi, e a favore di Netflix.

Purtroppo, ché è risoluzione anti-trasparenza, la società di Reed Hastings non comunica dati su utenti, visioni, e nemmeno dà contezza degli spettatori in sala e relativi incassi: per Roma abbiamo visto sui social le code davanti ai cinema, e sappiamo che la proiezione a Pietrasanta alla presenza di Cuarón, che lì vive, mercoledì sera ha registrato il sold out (500 posti).

Ma che film è quello che Netflix cavalca come proprio cavallo di Troia agli Oscar? Emblematica è la decisione dell’American Film Institute (Afi), che annualmente distingue il meglio della produzione cinetelevisiva stelle & strisce, di tributargli uno Special Award, volendo ricompensarlo sebbene sia un film messicano, ovvero in lingua straniera. Categoria in cui, al contrario di Dogman di Matteo Garrone, lo troviamo nominato ai 76esimi Golden Globes, i riconoscimenti della stampa estera accreditata a Hollywood: Roma incassa tre candidature, anche per regia e sceneggiatura.

Regista, sceneggiatore, appunto, nonché produttore, direttore della fotografia e montatore, Cuarón vi riversa in bianco e nero 65mm i ricordi formato famiglia a Città del Messico, nel quartiere residenziale Roma, tra il 1970 e il ’71, addossandoli all’abbandono di due donne, la biochimica Sofia (Marina de Tavira) e la domestica Cleo (Yalitza Aparicio), da parte dei compagni, il medico fedifrago Antonio e il giovane Firmin, che mette incinta la ragazza e si dà. È girato da Dio, la sequenza del massacro dell’Halconazo probabilmente non ha eguali nel 2018, ma Cuarón vi distilla un senso di colpa borghese e denuncia una carenza d’empatia che gli inibiscono forse lo status di capolavoro. Del resto, i premi, sopra tutto Oltreoceano, non certificano i capolavori, anzi. E di premi il 56enne Alfonso ne sa a pacchi, lui e i sodali connazionali Alejandro González Iñárritu e Guillermo Del Toro (era presidente di giuria a Venezia, per Netflix ora farà l’agognato Pinocchio) si sono spartiti quattro degli ultimi cinque Oscar per la regia: Cuarón nel 2014, per Gravity; Iñárritu nel 2015 e nel 2016, per Birdman e The Revenant; del Toro quest’anno per La forma dell’acqua. Sì, dice bene il proverbio: Roma non fu fatta in un giorno.

 

Boss a Broadway, pure l’epifania è da vera star

Quando lo show è quasi terminato, Springsteen racconta del ritorno nel quartiere natale, a Freehold, in cerca del grande albero dove aveva giocato da bambino. Scopre che lo hanno tagliato. A terra resta l’intrico delle radici, e un po’ di polvere. Bruce ci passa sopra la mano, confessa che lì il suo cuore “si è fermato per un attimo prima di ripartire”. Accetta la lezione: l’aria e lo spazio, spiega al pubblico, erano ancora riempite “dall’anima e dalla presenza del mio amico”. In quell’istante impara che nulla di ciò che è caro va perduto. Come “…la mia stessa famiglia andata via da queste case ora piene di sconosciuti: ma in qualche modo restiamo ancora qui”, dice in un sussurro. “Viviamo nelle storie e nelle canzoni che in quel momento e in quel luogo abbiamo vissuto insieme, nel mio clan, nel mio sangue, nella mia gente”.

La strada verso casa è percorsa, dunque. Lì, in quella cittadina del New Jersey dalla quale da ragazzo era fuggito per inseguire i sogni di rock’n’roll, il Boss si sente sempre “circondato da Dio”. Come se ascoltasse il richiamo della chiesa lì accanto, prima di chiudere il recital con Born to run intona davanti alla platea del Kerr Theatre il Padre Nostro. È un passaggio spiazzante, ma lecito. Serve una benedizione che ci tenga a contatto con i nostri cari fantasmi. Perché Springsteen on Broadway, l’evento live che il rocker ha proposto nel teatro-bomboniera di Manhattan dal 12 ottobre 2017, non è un semplice concerto unplugged in solitario, né la mera recitazione di passaggi della sua autobiografia. È la commovente epifania di un artista indelebilmente americano, ma fottutamente universale.

Lo spettacolo, che chiuderà i battenti il 15 dicembre dopo quasi 250 repliche, è un’affabulazione attorno agli spettri che ci ossessionano. Novello Amleto, Bruce evoca il padre Douglas, di cui descrive la depressione, che lui stesso ha ereditato, un male profondo di vivere che il figlio ha combattuto suonando sempre più forte e il genitore affondando nel silenzio dopo l’ennesima bevuta. “Emuliamo quelli di chi non riusciamo ad avere l’amore”, riflette. “Una sera, dopo morto, l’ho sognato: era in prima fila a un mio concerto, io scendo accanto a lui, gli carezzo un braccio e dico: papà, quello in fiamme sul palco sei tu”. I fantasmi: la madre Adele, fiduciosa nella vita, che lo svegliava a secchiate d’acqua gelida per farlo andare a scuola ma gli aveva trasmesso l’amore per il ballo. “Anche ora, che soffre di Alzehimer, sa di essere una persona che adora la danza”.

Non basta: Springsteen chiama in causa Elvis, visto in tv una domenica del ‘56, la promessa di una vita meno banale di quella confezionata per i ragazzini dell’epoca. E allora al piccolo Bruce serve una chitarra presa a nolo per replicare le pose di Presley: “Ci facevo tutto meno che suonare”. Ma un giorno, a sette anni, nel giardino sul retro di casa, di fronte agli amichetti, Springsteen sente “l’odore del sangue”, e comincia l’avventura che a tempo debito lo porterà con il manager alla prima esplorazione coast to coast del Paese, 72 ore di guida a turni “e non avevo neppure la patente, proprio io che ho cantato di essere ‘nato per correre’”. Uno dei suoi classici “trucchi da illusionista”, ironizza. “Non ho mai avuto un lavoro onesto, da cinque giorni alla settimana… fino a oggi. Però sono stato bravo a scriverne!”.

Sì, come a diventare l’aedo dei reduci dal Vietnam (grazie al libro del veterano Ron Kovic), “ma io e altri due amici riuscimmo a non partire. Quel giorno alla visita di leva lo vivemmo come il nostro funerale. Due dei migliori rocker del New Jersey morirono in guerra: quando vado a Washington cerco sempre i loro nomi sul memoriale ai caduti. E mi chiedo chi sia partito al posto mio”.

Tra le canzoni (quindici, sempre le stesse a costruire la trama), il monologo di Springsteen chiama in causa altre ombre: quella dello scomparso sassofonista della E Street Band Clarence Clemons (“gli parlo ogni sera”), quella delle certezze matrimoniali (e qui entra in scena Patti Scialfa per duettare in due brani, “perché si sta insieme per affrontare le tempeste che di sicuro prima poi arrivano”); quella dell’America steinbeckiana di Tom Joad, la Grande Depressione di Furore; quella del presente delle “marce piene di odio” innescate da Trump (Bruce teme di vedere il tycoon rieletto nel 2020); e quella della giovinezza irrimediabilmente trascorsa: l’unica cosa che rimpiange alla soglia dei 70 anni, è “il tempo in cui la vita si stendeva davanti a te come una pagina bianca”.

Dal 16 dicembre, all’indomani della chiusura della “residency” newyorchese, Netflix trasmetterà il documentario Springsteen on Broadway, che diventa anche un doppio cd audio, con le narrazioni tra un brano e l’altro. Poi il Boss affronterà un nuovo giro di boa: smentito un tour con la E Street Band, vedrà la luce il suo album “da cantautore” in stile anni Sessanta. Sarà un altro modo per percorrere a ritroso il sentiero, in cerca di riparo sotto le fronde di quell’albero.

Attico a Roma e la casa in Corsica: sigilli al tesoro di Diotallevi

Un patrimonio sterminato con un valore che sfiora i 25 milioni di euro. Un appartamento nel cuore di Roma, a due passi dalla Fontana di Trevi, una villa sull’Isola di Cavallo in Corsica, un complesso turistico a Olbia, ma anche opere d’arte e auto. Tutti beni che da oggi non sono più nella disponibilità di Ernesto Diotallevi, figura legata, secondo gli inquirenti, alla mafia siciliana e alla Banda della Magliana. Il provvedimento è stato disposto dai giudici della quarta sezione penale della Corte d’Appello della Capitale. I giudici descrivono Diotallevi come un personaggio “legato a Cosa Nostra e alla Banda della Magliana”, i cui precedenti penali dimostrano “l’abilità e intelligenza di Diotallevi nello sfuggire ai ‘rigori della legge’, la cautela nel suo operare e nel contempo la ‘statura’ criminale che andava crescendo in modo tale che non ha mai riportato condanne per traffico di stupefacenti, usura o riciclaggio”. “Non è mai stato condannato – aggiungono – per associazione a delinquere e associazione mafiosa a fronte di fatti, non ipotesi o favole o asserzioni di principio che trovano supporto sia nelle dichiarazioni di varie ‘importanti collaboratori di giustizia’, sia nelle sentenze di assoluzione o di parziale condanna”.

“Essere presunti innocenti non autorizza tutto”

L’anatema di Mario Mori contro i suoi nemici? “L’inutile acredine di un signore anziano”. Il progetto della scuola avellinese di Antonella De Donno (sorella del colonnello condannato con Mori nel processo sulla Trattativa) che ha invitato l’ex capo del Sisde a tenere una lezione sulla legalità? “Rasenta la farsa. Do per scontato il principio della presunzione di innocenza, ma questo non significa che una sentenza di primo grado non possa avere un qualche significato nella storia personale dell’imputato, tanto da non rendere opportuno farlo diventare insegnante di etica pubblica”.

Dopo il lugubre augurio scagliato dal generale contro i suoi avversari (“Spero di vivere a lungo per vederli morire”), parla il pm della Trattativa, Vittorio Teresi, oggi presidente della Fondazione Borsellino, che dice di non essersi mai sentito nemico personale di Mori: “Il processo per noi è finito, non abbiamo neanche presentato ricorso in appello”.

Dottor Teresi, che lezione di legalità può impartire un ufficiale dei carabinieri con questo passato?

Non lo so, ma ci vorrebbe qualcuno capace di filtrare le iniziative delle scuole. Un direttore di scuola non può assumersi la responsabilità di invitare chiunque, senza un minimo criterio di scelta sull’opportunità. La scuola è troppo importante.

La preside della scuola di Serino, Antonella De Donno, sorella di Giuseppe, si giustifica dicendo che “nessuno può essere considerato colpevole fino a sentenza definitiva”.

Sono d’accordo, ci mancherebbe altro, ma il punto non è questo. Che un soggetto sia non colpevole fino a sentenza definitiva non significa che una sentenza di primo grado non possa avere un significato nella storia personale dell’imputato, tanto da rendere inopportuno farlo diventare insegnante di etica pubblica. Ma che la preside fosse la sorella di De Donno non lo sapevo. Mi spiego molte cose.

Già, ma a organizzare tutto è stato un giudice onorario esperto del Tribunale di sorveglianza di Salerno, tale Sante Massimo La Monaca.

Non credo alle targhe e alle etichette, non è assolutamente detto che un giudice onorario abbia l’attrezzatura e l’esperienza culturale per organizzare queste cose.

L’anatema di Mori contiene parole dure, lei si è mai considerato un nemico del generale? Che effetto le ha fatto sentire queste parole?

Se devo dire la verità, le parole di Mori non mi hanno fatto un grande effetto. Non mi sono mai sentito nemico di nessun imputato. Mai in quarant’anni di professione. Per me, una volta avuta la sentenza, e non dovendo fare ulteriore attività professionale, specie se ho deciso di non presentare appello, il processo è chiuso.

La Procura di Palermo dunque non ha impugnato la sentenza della Corte d’assise sulla Trattativa?

No, non l’abbiamo fatto.

Mori allude a un accanimento del pm, sostiene che se l’inquirente continua a parlare dopo la sentenza, trasforma l’argomento in una questione “personale”. Che ne pensa?

Il generale mette in dubbio l’opportunità di parlare dopo la sentenza, per me invece si può parlare in pubblico di una sentenza di primo grado, purché si sottolinei che non è definitiva, e purché si stia attenti a restare nell’ambito della descrizione dei fatti, senza indulgere nelle considerazioni. Se io descrivo i fatti ricostruiti in sentenza, rendo un servizio a chi non può leggere 5 mila pagine, ma è curioso di conoscere la ricostruzione processuale. Si tratta di un fatto divulgativo, niente di personale.

Generale in cattedra, il day after di Serino: “Mario Mori chi?”

Alle undici di mattina, a Serino (Avellino) le strade sono deserte. Anche prendere un caffè dalle parti del municipio risulta complicato. Il bar di fronte al Comune è chiuso, mentre in un altro il titolare è uscito lasciando i clienti al bancone. È un giovedì come tutti gli altri per gli abitanti di Serino, gente che vive di agricoltura e ristorazione. È un giovedì qualunque anche a Palazzo di Città, dove al primo piano, il sindaco Vito Pelosi riceve i cittadini, mentre al piano superiore, nell’aula consiliare, gli studenti dell’istituto comprensivo (che si trova a fianco al Comune) stanno partecipando al secondo dei sei incontri del progetto sulla legalità organizzato dall’amministrazione comunale, dalla scuola, dall’Osservatorio permanente per la cultura della legalità e della sicurezza, presieduto da Sante Massimo La Monaca (giudice onorario esperto del Tribunale di Sorveglianza di Salerno) e dalla Bcc di Serino.

È passata una settimana da quando, ospite del primo incontro del ciclo di iniziative rivolto ai ragazzi, il generale Mario Mori, 79 anni, ha detto ai cronisti locali prima di salire in cattedra: “Io mi curo per vivere a lungo, perché devo veder morire qualcheduno dei miei nemici”. Con lui c’era anche l’ex ufficiale dei Ros, Giuseppe De Donno, fratello della preside della scuola. L’ex capo del Sisde, condannato in primo grado a 12 anni nel processo sulla trattativa Stato-mafia, non fa nomi ma il pensiero corre veloce al pm Nino Di Matteo, sotto scorta perché già minacciato da Cosa Nostra. Poi la notizia lanciata dal Fatto ha stravolto la tranquillità di un paese abituato al silenzio di montagna. “Ecco qua, avete creato il caso. Mi stanno chiamando tutti i giornali”, il sindaco Pelosi non ha ancora letto il Fatto. Apre il giornale. “È una bugia – dice – il progetto non è costato 2.000 euro, ma 1.500 e la Bcc non ha finanziato alcuna cena. Lo scriva, la cena l’ha pagata il sindaco di tasca propria”.

Sembra che le dichiarazioni di Mori possano passare in secondo piano, purché si faccia chiarezza sui soldi. Ma l’argomento Mori non si può evitare e, alla fine, dichiara: “Sono dichiarazioni personali e chi le ha fatte se ne assume le responsabilità. Una cosa è certa: non sono state fatte davanti ai ragazzi, ma al di fuori del Comune. Non sono stati fatti nomi e ritengo che le dichiarazioni di Mori e l’incontro siano due cose separate. E poi, io sono garantista e saranno i tre gradi di processo a stabilire la verità.

Quindi, se dovessi invitare di nuovo Mori e De Donno lo rifarei”. Poco prima, in attesa di essere ricevuto dal primo cittadino, un giovane commenta così: “Certa gente si sente autorizzata a dire ciò che vuole perché gli italiani non conoscono la storia”. Al secondo piano di Palazzo di Città, un gruppo di ragazzi sta guardando un cortometraggio sul cyberbullismo. Un professore abbandona l’aula prima della fine e dribbla così la domanda: “Non conosco né Mori né le sue dichiarazioni. Ho finito il mio orario di lavoro e vado a volare. Sono un parapendista”.

All’interno dell’aula la dirigente scolastica Antonella De Donno segue attentamente il convegno. È la sorella dell’ex ufficiale dei Ros. Il suo umore cambia di fronte alle telecamere di Irpinia Tv. La domanda la agita e chiede di spegnere la telecamera. “Non abbiamo invitato Mori e De Donno per dimostrare la loro innocenza, ma perché sono un esempio vivente di legalità e onestà. All’interno nessuno ha fatto nomi, poi i giornalisti invece di chiedere a Mori del convegno lo hanno incalzato sulle sue vicende giudiziarie. Tutti nella vita hanno dei nemici e lui forse si è lasciato andare”. Maledetti giornalisti, così cattivi che il giudice onorario La Monaca non sa dire se si sente offeso o meno dalle parole di Mori. Si trincera dietro un “no comment” e tutto ripiomba nel silenzio dei monti.

Mosca e Kiev ai ferri corti, ci si consola con l’Armenia

Al vertice Osce, che si svolge tra ieri e oggi a Milano sotto la presidenza italiana, si è discusso positivamente di Armenia e Azerbajan, ma non di Ucraina. Per quanto la gestione del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi punti a una soluzione del conflitto in corso – la Osce gestisce una missione di monitoraggio civile dal 2014 – la giornata è stata segnata dalla battaglia verbale tra il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov e quello ucraino, Pavlo Klimkin.

Quest’ultimo non ha lasciato spazio al dialogo accusando la Russia di “comportamento destabilizzante”. “Vi è un gruppo ristretto di Paesi che usa il metodo di ricatti e minacce” contro la Russia, ha risposto immediatamente Lavrov, aggiungendo che “il sostegno del colpo di Stato in Ucraina ne è un’esemplare conferma”. Per Lavrov, “gli accordi di Minsk sono l’unica base, che non ha alternativa, per comporre la crisi in Ucraina, ma sono costantemente sabotati dal regime di Kiev”.

Wess Mitchell, rappresentante degli Usa, si è schierato nettamente con l’Ucraina, accusando la Russia di provocare una crisi umanitaria e confermando così l’atteggiamento assunto dall’inizio della crisi. Un ruolo dialogante, invece, quello della Ue con l’Alto rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini, che ha giudicato positivi e fruttuosi i bilaterali con i due contendenti.

Dopo l’introduzione iniziale di Moavero, che ha invitato l’Osce a guardare di più al Mediterraneo in chiave strategica, la giornata si è sviluppata in vari incontri bilaterali con colloqui ovviamente meno burrascosi delle dichiarazioni pubbliche, ma comunque senza risultati tangibili. L’unico riguarda la dichiarazione congiunta di Armenia e Azerbaijan, finalizzato alla soluzione di un conflitto storico, enfatizzato dall’Italia in cerca del classico bicchiere mezzo pieno.

Una “mini-Merkel” dopo Angela?

Al 31esimo congresso della Cdu, per la prima volta, dopo 18 anni, si sfideranno tre candidati per prendere il posto di Angela Merkel. La segretaria generale, Annegret Kramp-Karrenbauer, l’avvocato di successo Friedrich Merz e il ministro della Salute Jens Spahn. In gioco c’è molto di più della sola presidenza del partito cristiano-democratico, c’è il trono della Merkel, cioè la candidatura a futuro cancelliere, e sullo sfondo la tenuta dell’attuale legislatura.

La scelta della Merkel di abbandonare la guida del partito e mantenere la funzione di cancelliera fino a fine mandato, dopo la sconfitta elettorale in Assia, ha aperto le porte a scenari di transizione insoliti per la politica tedesca. Se ad Amburgo i 1001 delegati del partito eleggeranno un candidato non in continuità con la linea politica di Merkel, ci si troverebbe con una cancelliera dimezzata e le elezioni anticipate diventerebbero un’ipotesi concreta. La corsa tra i candidati è ufficialmente una sfida a tre, ma negli ultimi giorni è sempre più chiaro che si tratterà di una sfida a due, tra Annegret Kramp-Karrenbauer e Friedrich Merz, mentre il terzo candidato, Jens Spahn, rincorre nei sondaggi. Kramp-Karrenbauer – o A.K.K. come si definisce su twitter – è considerata la delfina di Merkel da quando la cancelliera l’ha chiamata dal Saarland, dov’era ministro-presidente del piccolo Land di confine, per farle occupare il posto chiave di segretaria generale della Cdu. La stampa tedesca l’ha definita una “Mini-Merkel” ma lei cerca di scrollarsi di dosso questa etichetta. Cattolica, conservatrice, sposata e madre di tre figli, Karrenbauer ha un piglio concreto e decisionista che piace alla base del partito. Può contare sul sostegno delle donne della Cdu e sul sostegno dell’associazione dei lavoratori cristiano-democratici. A.K.K. rappresenta l’ala sociale del partito e il “tour di ascolto” della base della Cdu, fatto in bicicletta l’estate scorsa, le ha fatto vincere le simpatie di chi non la conosceva. Sui migranti ha dichiarato spesso di voler voltare pagina rispetto alla politica di Merkel e questo aspetto la accomuna agli altri due candidati.

Completamente diverso è invece Friedrich Merz, considerato l’ex rivale storico di Merkel. “La giovane promessa della Cdu”, capo-gruppo del partito al Bundestag nei primi anni duemila e poi eurodeputato ha deciso di lasciare il Bundestag e la politica nel 2009, dopo aver perso la battaglia con Merkel. Da allora si è rifatto un nome come avvocato di successo nel mondo dell’economia, avendo la possibilità di sedere nei più importanti consigli di vigilanza della Germania. Non ultimo il consiglio di Black Rock, il colosso delle società di investimento, dove è consigliere dal 2016. L’ala economica del partito lo sostiene dalla prima ora, perchè Merz rappresenta meglio di tutti gli altri il volto neo-liberale della Cdu. Dietro il suo ritorno in politica – a 9 anni di distanza – c’è la figura di un altro titano della politica tedesca: Wolfgang Schäuble

Il terzo candidato, Jens Spahn, è l’attuale ministro della Salute della Cdu. Omosessuale dichiarato, sposato con il suo compagno, Spahn è considerato fuori gara anche per la sua giovane età. Spahn fa parte della nuova ala conservatrice del partito, da sempre critica con Merkel e le sue aperture alla politica dell’Spd.

La Nato in Ucraina? Sarebbe troppo lenta

L’Ucraina è uno dei 13 Paesi associati alla Nato. La maggior parte dei suoi abitanti però vorrebbe che il Paese ne diventasse membro a pieno titolo per sentirsi più protetto dalle aggressioni. Il problema è che la Nato non sembra voglia rispondere con celerità e in modo efficace sul proprio fianco orientale dove ci sono anche i Paesi baltici, ossia gli Stati membri che più di altri manifestano la volontà di tornare sotto la protezione russa.

Sull’arretratezza della Nato nel versante orientale sono stati effettuati alcuni studi. Uno dei più completi è quello della Rand Corporation, tra i più autorevoli istituti, non profit, di ricerca statunitense a livello internazionale .

La Nato dovrebbe, secondo gli analisti, continuare a rafforzare il posizionamento delle forze di terra e dell’artiglieria pesante. La riconfigurazione e la realizzazione di ulteriori investimenti, il miglioramento degli inventari delle attività di trasporto e delle procedure di attraversamento delle frontiere, potrebbero, almeno in parte, colmare le lacune. Secondo la Rand Corporation, gli alleati dell’America dovrebbero essere più attivi. Paesi come la Germania, la Francia e il Regno Unito devono essere in grado di dispiegare molte più forze di terra sul campo di battaglia

Le forze della Nato devono aspettarsi che, in caso di guerra, lo spazio aereo sopra il territorio russo e le sue forze di terra verranno difesi con ogni mezzo. Per poter contrastare efficacemente, le forze aeree e terrestri dovrebbero essere in grado di “raggiungere” lo spazio aereo nemico non appena iniziassero le ostilità. Questo però può essere fatto a patto che elabori nuove e più moderne piattaforme di ricognizione. Allo stesso tempo, la Nato deve potenziare gli investimenti in velivoli stealth (invisibili ai radar) di quinta generazione, migliorare i sistemi di disturbo elettronico e missili radar homing a lungo raggi. Inoltre dovrebbe investire nuove risorse per dispiegare artiglieria a lungo raggio soprattutto in Polonia e nei Paesi baltici. Dopo la fine della Guerra Fredda, è venuto meno l’impegno a mantenere attive le procedure che garantivano il funzionamento delle linee di rifornimento e di trasporto dei mezzi militari in Europa attraverso percorsi prestabiliti in tutti gli stati membri della Nato.

Ciò è dovuto al cambiamento della percezione delle minacce. Senza più il timore di una guerra su vasta scala, non è stato aumentato il potere di deterrenza. Le funzioni e le capacità logistiche sono state spesso esternalizzate a società private, portando a una riduzione delle capacità di trasporto organico. Inoltre, l’odierno cattivo stato della mobilità militare Nato è causato dal fatto che alcuni dei suoi attuali stati membri, specialmente a Est, non hanno l’infrastruttura che esisteva nei Paesi occidentali.

Paesi come la Polonia e gli stati baltici facevano parte del Patto di Varsavia, dove le infrastrutture militari erano più leggere di quelle utilizzate dalla Nato. Si aggiunga l’ambiente operativo sempre più complesso che ha cambiato il rapporto tra logistica e strategia. Oggi è necessaria una logistica flessibile adatta a campi di battaglia non tradizionali, spesso remoti, con infrastrutture danneggiate o distrutte.

Dalla fine della guerra fredda, la logistica militare in Europa è spesso passata in secondo piano rispetto alla politica e alla strategia. È dirimente che la Nato riesca a dispiegare rapidamente le truppe e le attrezzature militari in un’area prima che si trasformi in una vera e propria crisi aperta. Inoltre, la maggior parte della potenza di combattimento statunitense precedentemente stanziata in Europa si è trasferita negli Stati Uniti e tutti gli stati membri dell’Alleanza che possono contribuire con forze pesanti dovranno spostarle di centinaia di chilometri.

Lo scontro sul 5G anima i dossier dell’intelligence e della Casa Bianca

Èun affare immenso, stimato in 500 miliardi di dollari di Pil in più, di potenza internazionale e di sicurezza nazionale. È la stima che viene fatta dalla società di consulenza Accenture sull’impatto che la nuova tecnologia 5G, la banda iper-larga, capace di viaggiare a 20 gigabytes al secondo, rendendo millesimali i secondi di attesa per scaricare dati e contenuti da Internet, avrà sul Pil mondiale.

Gli Stati uniti arrancano: At&t o Verizon programmano di arrivare a far partire la banda 5G nel 2020. I cinesi hanno investito solo nel 2018 800 milioni di dollari e la banda figura nel piano quinquennale che il Partito comunista cinese ha presentato per il 2016-2021.

Ma per rendersi conto dei nervi tesi con cui gli Stati Uniti affrontano la questione Huawei basta leggersi il Rapporto investigativo sulla sicurezza nazionale e i rischi posti da Huawei e Zte (l’altro colosso cinese della telefonia) risalente al 2011, cioè all’era Obama. Già allora si ribadiva come “le telecomunicazioni occupano un posto prioritario nella sicurezza del nostro Paese” e si elencavano diverse raccomandazioni al governo: “Gli Stati Uniti devono guardare con sospetto la continua penetrazione nel mercato delle telecomunicazioni delle compagnie cinesi”. Poi: “Il settore privato è fortemente incoraggiato a considerare i rischi di lungo termine associati a fare affari con Zte o Huawei”. Seguono le raccomandazioni a investigare sulle pratiche scorrette, e l’invito alle compagnie cinesi a divenire maggiormente aperte e a sottoporsi al controllo di terze parti.

La nevrosi statunitense doveva avere più di un motivo di forza per tradursi poi, nel giugno di quest’anno, in un documento del Dipartimento al Commercio della Casa Bianca intitolato Come l’aggressione economica cinese minaccia le tecnologie e la proprietà intellettuale degli Stati Uniti e del mondo.

L’argomento è stato oggetto dei colloqui tra Donald Trump e Xi Jinping a Buenos Aires nel corso del G20 della scorsa settimana e riguarda in generale un campo strategico per lo sviluppo del capitalismo cinese e per la difesa, da parte di quello statunitense, delle sue postazioni. Si sottolinea, ad esempio, il fatto che Huawei sia stata fondata da un ex ufficiale cinese “dovrebbe destare molte preoccupazioni per la sicurezza nazionale”. Huawei, inoltre, finanzia molti programmi di ricerca nei campus statunitensi e “ha una partnership con l’Università di Berkley in California per ricerca sull’intelligenza artificiale e aree correlate”, che hanno tutte “importanti applicazioni militari nel futuro”.

Non c’è solo Huawei nel mirino. “Ad esempio, si legge, l’azienda cinese Baidu ha creato l’istituto per “l’apprendimento approfondito” nella Silicon valley in modo da competere con Google, Apple, Facebook e altri nel campo dell’intelligenza artificiale”.

Il documento della Casa Bianca stima in una forchetta tra i 180 e i 540 miliardi di dollari il costo annuo dei furti di segreti commerciali. Huawei è solo la punta di un iceberg che agisce molto in profondità.

Altro che dialogo Usa-Cina Lady Huawei in manette

Altro che tregua commerciale Usa-Cina, 90 giorni senza atti ostili per discutere e negoziare, sanciti dal bilaterale, a margine del G20 argentino, tra i presidenti Usa, Donald Trump e cinese Xi Jinping. Mentre i due leader parlavano, veniva arrestata a Vancouver, in Canada, su esplicita richiesta degli Stati Uniti, Meng Wanzhou, Chief financial officer di Huawei, il colosso delle telecomunicazioni cinese, ma soprattutto la figlia del fondatore del gruppo, Ren Zhengfei, ex ingegnere dell’Esercito di Liberazione popolare cinese.

La tempistica degli eventi incerta, su fusi orari diversi, rende quasi impossibile, per il momento, darne una spiegazione logica, perché l’arresto di Meng era già avvenuto, o stava avvenendo, mentre Trump e Xi s’incontravano. E anche se la notizia è filtrata solo ieri, grazie al quotidiano canadese The Globe and Mail, è improbabile che i due leader non ne siano stati informati in tempo reale.

La portata dell’arresto e l’intreccio degli eventi hanno sconcertato le Borse di tutto il mondo: cadute quasi libere dall’Asia all’America, passando per l’Europa, Milano la peggiore nell’Unione. Ora, gli Usa vogliono che il Canada estradi Meng, sospettata di violazioni delle sanzioni contro l’Iran, reintrodotte di recente dal- l’Amministrazione Trump, senza tenere conto del parere d’alleati e partner. Pure questa è una matassa di elementi difficile da dipanare: gli Usa contestano a una cittadina cinese di avere violato una loro legge facendo affari con un Paese terzo e la fanno arrestare in un altro Paese terzo. Rischiando di rendere insicuri dei propri movimenti, uomini d’affari non solo cinesi, ma europei o russi che hanno avuto e magari hanno tuttora contatti e contratti con l’Iran, nel pieno rispetto delle proprie leggi nazionali e del diritto internazionale, ma non delle disposizioni statunitensi.

L’arresto della Meng è stato confermato a The Globe and Mail dal portavoce del ministero della Giustizia canadese, Ian McLeod: la donna è ora in attesa dell’udienza, che dovrebbe svolgersi oggi.

Appena reso pubblico, l’arresto è diventato un caso diplomatico: l’ambasciata cinese a Ottawa ha inoltrato una protesta formale nei confronti di Canada e Usa, negando che la Meng abbia violato leggi statunitensi o canadesi e chiedendo la liberazione della Cfo di Huawei.

Dando un segno tangibile dell’irritazione cinese, l’ambasciatore Lu Shauye ha annullato in extremis e senza spiegazioni un’audizione in programma ieri davanti alla commissione Esteri della Camera, uno dei rami del Parlamento di Ottawa. La Huawei ha diffuso una nota dai toni moderati: definisce “non specificate” le accuse nei confronti della sua dirigente e si dice non al corrente “di alcun atto illecito commesso dalla signora Meng”, confidando che “i sistemi legali di Canada e Usa raggiungano una giusta definizione” del caso.

Fin dall’aprile scorso, il Wall Street Journal aveva scritto che il gruppo cinese, il cui valore stimato è di 100 miliardi di dollari, era sotto osservazione da parte del Dipartimento della Giustizia Usa per possibili violazioni delle sanzioni anti-Iran, successivamente ulteriormente inasprite. I sospetti risalgono a fine 2010. Huawei è un perno della penetrazione mondiale industriale e tecnologica della Cina. Il presidente Xi è appena rientrato in patria da una serie di visite all’estero: a Lisbona, martedì, aveva assistito alla firma di 17 accordi di cooperazione bilaterale tra Cina e Portogallo, uno dei quali per lo sviluppo delle reti 5G nel Paese, in cooperazione tra Huawei e Altice.

L’attacco degli Usa al gigante delle telecomunicazioni cinese, fondato nel 1987, arriva pochi mesi dopo la chiusura della disputa che ha messo in difficoltà un altro gigante della tecnologia cinese, Zte. L’accusa era di avere violato le sanzioni nei confronti dell’Iran e della Corea del Nord: gli Usa l’hanno ritirata in cambio dell’impegno a pagare una multa da un miliardo di dollari e a cambiare in toto la squadra dirigente.

Secondo il South China Morning Post, un giornale di Honk-Kong, la Meng, che come molti cinesi s’è scelta pure un nome occidentale, Sabrina, aveva tuttavia informato il suo staff che “Huawei potrebbe accettare il rischio di una temporanea non conformità” delle sue scelte con le norme fissate da altri Paesi. Le parole della Meng, che suonano come un’ammissione di parziale colpevolezza, almeno dal punto di vista degli Stati Uniti, sono contenute nella trascrizione, diramata ai dipendenti, di una comunicazione fatta il 29 ottobre. La Meng avrebbe parlato di diversi quadri normativi, più o meno rigidi, distinguendoli in “linee rosse e gialle”. Le prime di Stati con regole chiare, da rispettare “rigorosamente”- la Cina non è citata ma può essere riconosciuta -. Le seconde sono invece più sfumate: Huawei, in questi casi, potrebbe muoversi sul filo normativo, mettendo in conto “costi” derivanti da eventuali violazioni.