Amianto alla Pirelli, due anni e ancora niente motivazioni

Il 19 dicembre 2016 il Tribunale di Milano ha assolto 9 ex manager Pirelli per 28 casi di operai morti o ammalati, secondo l’accusa, a causa dell’amianto. A 2 anni dalla sentenza “non risultano ancora depositate le motivazioni del verdetto della Dr.ssa Anna Maria Gatto”. Lo scrivono il Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro, Medicina Democratica e l’Associazione italiana esposti amianto in una segnalazione ai vertici del Tribunale, spiegando che la prescrizione corre e che non possono impugnare.

Gli ex dirigenti dell’azienda vennero assolti con formula piena il 19 dicembre 2016 nel processo cosiddetto “Pirelli bis” con al centro le accuse di omicidio colposo e lesioni gravissime per quasi 30 casi di operai morti o ammalati a causa dell’amianto, dopo aver lavorato negli stabilimenti milanesi dell’azienda tra gli anni 70 e 80. Le motivazioni avrebbero dovuto essere depositate dopo 90 giorni (i termini sono stati poi prorogati più volte). Ora le tre associazioni hanno deciso di depositare una “segnalazione” al presidente del Tribunale Roberto Bichi e al presidente della quinta sezione penale Ambrogio Moccia (Anna Maria Gatto è ora a Pavia).

Due settimane e mezzo di “lavoro” nel magazzino italiano di Piacenza

Come in un videogame Luigi Franco, per MillenniuM, è diventato uno delle migliaia di lavoratori somministrati che, tra Black Friday e Natale, hanno superato i tornelli di Amazon. È il primo caso di un giornalista italiano riuscito a “imbucarsi”, con il badge verde che attende di diventare blu (il colore degli assunti). Tra il dio-target e gli immaginari orwelliani, quali sono le reali condizioni dei lavoratori?

I palazzi del potere di Bruxelles e le “porte girevoli”

Metà dei commissari europei che hanno lasciato la politica con le elezioni del 2014 è stata arruolata da organizzazioni impegnate nel lobbismo a Bruxelles, mentre il 30 per cento dei 171 eurodeputati che hanno trovato un nuovo impiego con la fine della legislatura è finito nel libro paga di enti registrati come lobby. Il conteggio di Transparency International rivela la dimensione del problema delle “porte girevoli”, attraverso le quali politica e affari si mischiano in modo insidioso, a danno dei comuni cittadini. Il caso dell’ex presidente della Commissione José Manuel Barroso, andato 20 mesi dopo la fine dell’incarico alla presidenza non esecutiva della filiale europea di Goldman Sachs, una potenza del lobbismo Ue, è solo il più noto. Un’inchiesta di Sofia Basso su Fq Millennium, in edicola domani, scava in molte altre vicende, e dà conto della scarsa incisività delle contromisure adottate finora.

Il mensile diretto da Peter Gomez propone diverse inchieste e approfondimenti che spiegano come mai l’Unione europea sia oggi così in crisi, assediata dal fronte populista che punta a fare il pieno di voti alle elezioni di maggio 2019. La gestione Juncker è raccontata attraverso “la grande rapina” da mille miliardi l’anno, quanto vale l’elusione fiscale dei grandi gruppi – da Apple e Google – che approfittano di accordi fiscali privilegiati per abbattere a cifre irrisorie le imposte che dovrebbero pagare nei Paesi – Italia compresa – dove producono i profitti. E la Mecca di questi accordi – come ricostruisce il giornalista investigativo Leo Sisti in Il Paradiso dei ricchi (Chiarelettere) – è proprio il Lussemburgo, di cui l’attuale presidente della Commissione europea è stato padrone politico assoluto per decenni.

Alla corte di Juncker si consumano intrighi di cui l’opinione pubblica è all’oscuro, come le manovre spregiudicate che hanno portato il tedesco Martin Selmayr a diventare segretario generale, il vero uomo forte della Commissione europea secondo le fonti di alto livello consultate da Fq MillenniuM. Storture e abusi che rischiano di appannare i vantaggi che l’Unione ha portato in questi anni, dalle norme sulla sicurezza dei prodotti all’abbattimento delle tariffe telefoniche per le chiamate in altri Paesi membri.

E che finiscono per fornire sostegno al fronte sovranista non certo immune da pecche, come mostra l’approfondimento sul regime di corruzione legalizzata su cui si regge l’Ungheria di Viktor Orbán. “È facile attribuire la responsabilità dell’ascesa dei fronti populisti e delle destre agli immigrati e ai rifugiati”, afferma lo scrittore Petros Markaris in un lungo articolo che racconta come, dietro le statistiche economiche in miglioramento, dopo la cura della Troika molti greci continuino a “soffrire e lottare per la sopravvivenza”. Secondo il giallista, famoso anche in Italia per le gesta del commissario Kostas Charitos, la crisi dell’Ue è dovuta soprattutto alla “politica economica che hanno attuato i partiti tradizionali di centrodestra e centrosinistra dal 1990 a oggi”.

Scandali legalizzati come quello delle “porte girevoli”, in questo quadro, minano ulteriormente la credibilità delle istituzioni europee e delle loro scelte. Da Google a Uber, da Ubs a Bank of America, troppi sono i grandi gruppi che reclutano in massa ex commissari, ex parlamentari, ex funzionari freschi di dimissioni. Per non parlare dei circa mille esperti dell’Ema, l’agenzia che controlla la sicurezza dei medicinali in Europa, che hanno interessi diretti o indiretti nell’industria farmaceutica. Niente di illegale. Ma la posta in gioco riguarda l’eterno scontro tra interesse pubblico e interesse privato. “I casi di revolving door e di conflitto di interessi tra i funzionari pubblici – dice a Fq Millennium la mediatrice europea Emily O’Reilly – possono essere molto dannosi per l’opinione pubblica, perché danno l’impressione che il business abbia un accesso privilegiato a chi fa le leggi che poi influenzano la nostra vita di tutti i giorni”.

Francesco Gaetano Caltagirone. L’ottavo Re di Roma: affari d’oro, giornali e sindaci sotto scacco

Cemento, mattone, grandi opere e finanza. E a condire il tutto una rete di quattro giornali che regnano da anni su Roma, Napoli, Venezia, Ancona cui si aggiungono il Quotidiano di Puglia e la stampa free press Leggo. Il Messaggero, Il Mattino e Il Gazzettino sono gli alfieri del regno editoriale di Francesco Gaetano Caltagirone, l’“ottavo Re di Roma”, il potente palazzinaro che da sempre è uno degli imprenditori più liquidi d’Italia. Nella sua cassaforte ultima, la holding Fgc che sta in cima allo sterminato ginepraio societario che conta quattro società quotate, da Caltagirone Spa a Cementir Holding fino a Caltagirone editore e Vianini, e un centinaio di partecipazioni non quotate, giacciono più di 830 milioni di liquidità, tra conti correnti e depositi a breve. Una potenza di fuoco formidabile che consente alla famiglia dell’immobiliarista divenuto industriale del cemento e banchiere di dormire sonni tranquilli. Una ricchezza cumulata nel tempo e che vede la finanziaria della famiglia romana governare un piccolo impero: con la Fgc che siede su un patrimonio netto di 1,8 miliardi che arriva a 3,3 miliardi con le quote di terzi.

Il gioiello della corona è la Cementir holding posseduta al 65% dalla Caltagirone Spa, la prima quotata in cima alla catena, controllata a sua volta dalla Fgc con il 54% e dal fratello di Francesco Gaetano, Edoardo con il 33,3%. Il grande produttore di cemento opera ormai in oltre 15 Paesi nel mondo. Da lì viene il grosso del fatturato dell’intero gruppo. Più di 1,1 miliardi di euro con un margine industriale oltre il 20% e che assicura utili per una settantina di milioni. Di recente la società si è sbarazzata delle attività italiane (in perdita) riuscendo a vendere Cementir Italia con un incasso di 315 milioni. I soldi in parte sono stati investiti in un gruppo americano leader nel “cemento bianco” quello a più alta redditività. Cementir ormai fa affari fuori d’Italia. Soprattutto nei Paesi scandinavi e in Turchia, dove il gruppo pagherà dazio quest’anno alla svalutazione della lira turca. L’altro braccio quotato è la Vianini Spa che ha assorbito le attività di Domus nella gestione immobiliare. Poca cosa in termini di ricavi, così come la Vianini Lavori delistata qualche anno fa che lavora nelle commesse pubbliche. Ha quote nel Consorzio per la Metro C di Roma, così come le aveva per la Metro B. Fatturato che gira attorno a 140 milioni di euro con utili per 14 milioni e zero debiti. Non male dato che l’intero comparto dei grandi contractor è nel ciclone di una crisi senza precedenti. Ma la grande ricchezza, oltre a Cementir, e poco visibile perché distribuita nel grande ginepraio delle decine e decine di società non quotate del gruppo è il portafoglio immobiliare, la genesi della famiglia romana.

Nel bilancio consolidato della Fgc Spa, quella che ha cassa liquida per oltre 800 milioni e patrimonio netto per 1,8 miliardi ecco spuntare gli immobili di pregio. Da via Barberini a via Nazionale, a via del Corso, a via Bissolati fino a due grattacieli nel centro direzionale di Napoli. I palazzi di prestigio del centro di Roma sono dei Caltagirone che li hanno a bilancio per 1,5 miliardi. L’altra grande passione del 75enne capostipite è la finanza, o meglio le banche. Il Caltagirone banchiere è stato un po’ ovunque. Ha assaporato il profumo delle banche nella stagione dei furbetti del quartierino con l’assalto alla Bnl. L’Opa francese gli regalò una maxi-plusvalenza di oltre 300 milioni. Investiti poi in Mps. Nella banca senese Caltagirone era azionista di peso e vicepresidente durante la sciagurata gestione Mussari. Uscirà dalla banca a inizio del 2012 con pesanti perdite. Adocchia poi Unicredit dopo l’amara vicenda Mps. Entra nel capitale con uno degli ennesimi aumenti, finirà per perdere 42 milioni, uscendone.

Ora la nuova passione si chiama Generali. Caltagirone è in realtà entrato nel Leone da tempo e dal 2010 ne è vicepresidente. Ora però ha schiacciato l’acceleratore: ha comprato per tutto il 2018 piccoli pacchetti ed è titolare di una quota ormai vicina al 5%. Con lui Del Vecchio e i Benetton che insieme al vecchio Calta insidiano Mediobanca primo azionista con il 13%. L’investimento è di circa 1 miliardo e il patriarca sa che ogni anno porterà a casa oltre 60 milioni di soli dividendi. E poi il piede dentro l’Acea, il forziere del Comune di Roma dove i Caltagirone posseggono ora il 5% del capitale dopo aver girato una loro quota ai francesi di Suez di cui sono a loro volta divenuti azionisti con il 3,9% destinato a salire al 6%. Che ci fa la famiglia nel capitale dell’Acea posseduta al 51% dal Comune? Anche qui la caccia è al dividendo, ma si sfrutta anche il peso politico di una partecipazione pubblica.

Dentro a tutto ciò, o meglio fuori, c’è la Cenerentola dei giornali. Il business è ovviamente gracile: la Caltagirone editore vede il fatturato scendere ogni anno. A fine 2017 i ricavi erano a 144 milioni con margine industriale nullo e una perdita per 29 milioni. Nel 2016 la perdita è stata di 62 milioni. Oltre 90 milioni bruciati per i ricavi in calo e soprattutto le svalutazioni delle testate. Il Gazzettino è stato svalutato da solo per 28 milioni, Il Messaggero è in carico a bilancio per 90 milioni e tutte le testate sono valutate poco più di 200 milioni. Valori che rischiano di essere troppo elevati data la congiuntura pessima. Eppure il partito dei sindaci ha sempre da temere dai giornali della casa. Ne sa qualcosa Ignazio Marino a Roma o il fuoco di sbarramento iniziale sulla Raggi.

O l’atteggiamento non certo tenero con De Magistris. Quando c’è in ballo un piano urbanistico nelle città dove Caltagirone ha la sua sfera d’influenza, o quando c’è da fare la guerra ai Parnasi di turno (sui cui terreni dovrebbe sorgere il nuovo stadio della Roma) ecco che avere i primi giornali di Roma, Napoli e Venezia ha il suo peso. Per Caltagirone i costi quanto a perdite dei suoi giornali sono noccioline rispetto al ruolo che svolgono. Ma pur sedendo su liquidità per oltre 800 milioni, quando c’è da ristrutturare i giornali con esuberi e prepensionamenti pagati dallo Stato ecco che i giornali di Calta sono sempre in prima fila a chiedere stati di crisi ed esuberi. Forse il Re Mida se li potrebbe pagare da solo, senza andare col cappello in mano a bussare a Inps e Inpgi.

La Tv delle ragazze, il cambiamento ha il fiato corto

Trentennale di Striscia la notizia, trentennale della Tv delle Ragazze. Per la satira non sono tempi memorabili, casomai commemorabili. Se Striscia, non avendo mai staccato, tiene botta, e ne dà (qual è il Giuseppe Conte originale e quale Dario Ballantini? Borges non avrebbe saputo fare di meglio), su Rai3 gli stati generali della Tv delle ragazze in versione over, per dirla con Maria, hanno avuto qualche problema al rientro, come si dice nell’ippica. Giusto non voler rifare se stesse, lasciare solo qualche ospite di riguardo sul divanone della Dandini, la prima artigiana della qualità, inevitabile e provvidenziale ricorrere ai tocchi di classe di Lella Costa, Carla Signoris, Sabina Guzzanti; decisamente scontati sia i monologhi tardo Zelig sia gli sketch filmati stile Premiata Ditta.

La satira non si fa senza allearsi con lo spirito del tempo, ma il tema è stato svolto con la caricatura a senso unico del governo del cambiamento, con tanto di piattaforma Monroe e contratto di conduzione tra Dandini e Martina Dell’Ombra. Si fa presto a dire cambiamento, un po’ meno a realizzarlo. Vale per la politica e per la satira. Ma come Striscia, Crozza e soprattutto Barbara Lezzi insegnano, l’angolo satirico deve girare a 370 gradi; altrimenti si rischia di arroccarsi nella ridotta vetero-femminista e vetero-de sinistra. Si dirà: ma la sinistra si è già distrutta da sé. Vero, ma la satira non deve aver paura di sparare sulla croce rossa, a maggior ragione se la croce è rossa.

Comunicazione, stravince Salvini per gli errori altrui

Sempre più incapaci d’interpretare e capire la realtà, giornali e vecchi partiti arrancano anche davanti alla figura di Matteo Salvini. Dell’uomo che ha riportato la Lega al governo ci viene presentato solo il lato anti-immigrati, da molti definito razzista o addirittura fascista, e viene ignorato il resto. Ma se si vuole analizzare sul serio la comunicazione del leader del Carroccio e cercare di capire perché, secondo i sondaggi, oltre il 30 per cento degli elettori stia con lui, occorre fare uno sforzo in più. Bisogna cioè mettere da parte le proprie convinzioni politiche o etiche (anche per chi scrive l’antirazzismo è un valore assoluto) e guardare con occhio distaccato cosa fa e cosa dice il vicepremier.

Basta, per esempio, una scorsa rapida alla sua pagina Facebook per rendersi conto di come i suoi post non siano incentrati sulla rabbia o sulla paura, ma al contrario mantengano in prevalenza un tono bonario, amichevole, teso a dimostrare che gli italiani fanno parte di un’unica grande comunità. Una comunità a cui lui si propone come una sorta di “piccolo padre”.

Gli oltre tre milioni di fan di Salvini ogni giorno vengono inondati da messaggi che si chiudono con il saluto “bacini”, “ciao amici” e con faccine sorridenti. I seguaci del “Capitano”, come lo chiamano i suoi, sono costantemente informati su cosa mangia, dei bigliettini contenuti nei cioccolatini acquistati al bar; leggono elogi alle forze dell’ordine per le operazioni antimafia; lo vedono ritratto con bambini e persino persone di colore. Quando poi qualcuno lo critica o lo insulta, Salvini risponde misurando le parole. Così di Nanni Moretti scrive: “Il regista radical-chic è tornato e mi affianca a un dittatore sanguinario. Quanta pazienza… Comunque, anche a Nanni inviamo un bacione”, e quando i manifestanti protestano contro il decreto Sicurezza, lui posta le foto dell’evento e commenta: “‘Salvini uomo di merda’, e sul cartello ‘meglio CLANDESTINI che con Salvini’. Sempre bello ricevere complimenti… ma io non mollo. Un bacione”. A volte compaiono nei post riferimenti quasi subliminali a frasi di Mussolini (“Tireremo dritto”, “Tanti nemici, tanto onore”), ma si tratta di parole entrate nel gergo comune, la cui valenza è forse colta solo dagli estremisti di destra (che ovviamente apprezzano). La parte dei cattivi viene invece lasciata ai follower: il vicepremier dà in pasto ai social le immagini degli avversari e le loro frasi. Saranno i seguaci, se vogliono, a insultarli. Il sistema di comunicazione salviniano è insomma raffinato e moderno. Tutto l’opposto di quello di altri politici ancora impegnati ad attaccare personalmente a testa bassa il nemico. Lo dimostra anche la campagna per la manifestazione di domani a Roma, incentrata sulla frase “lui non ci sarà” pubblicata sotto i volti di chi lo avversa.

Questo tipo di propaganda ha effetti importanti. I giornali e i politici che criticano Salvini appaiono non credibili agli occhi di chi frequenta i suoi social. Tra ciò che loro scrivono di lui e ciò che i follower leggono su Facebook o gli sentono dire, c’è sproporzione. E paradossalmente, ogni volta che sui media qualcuno riprende una sua frase sulle “ruspe” o sui social, e c’è chi gli dà del razzista, quel qualcuno finisce per fare il suo gioco. Perché le critiche diventano medaglie: o perché chi lo segue le trova infondate o perché invece chi è per davvero xenofobo pensa di avere la conferma di star sostenendo la persona giusta. Così, per netta inferiorità degli avversari, sul terreno della comunicazione Salvini vince. Sempre.

Italia e Francia hanno un giallo in comune

Perché il giallo sia il colore associato al Movimento 5 Stelle è una domanda a cui la risposta esatta finora non è stata data, se si esclude l’ovvio rimando alle stelle del simbolo: eppure un suggerimento arriva involontariamente da Oltralpe, dove la protesta che sta mettendo a soqquadro la Francia e la carriera politica di Emmanuel Macron, ha scelto di vestire lo stesso colore. I cosiddetti Gilet gialli prendono il nome dal giubbotto catarifrangente che i conducenti di autoveicoli sono obbligati a indossare in tutte le condizioni di ridotta illuminazione per rendersi visibili.

E proprio nella scelta di questo appellativo, risiede il minimo comune multiplo che renderebbe verosimile accostare l’eterogeneo movimento dei gilet francesi e il Movimento 5 Stelle delle origini sotto il segno del giallo: l’invisibilità sociale. Quello che accomuna infatti questi ritagli di ceto medio, siano essi riversati in un boulevard grazie a un passaparola sui social o raccolti in una piazza italiana per un meet up, è la sensazione di star perdendo quella posizione intermedia nella gerarchia sociale che è sempre spettata loro di diritto e, peggio ancora, che questo stia avvenendo nell’indifferenza delle istituzioni. Che il tranquillo procedere di una democrazia derivi in buona parte dallo stato di salute in cui versa il suo ceto medio lo aveva già vaticinato Aristotele; il quale si era anche premurato di avvisarci che nelle eccessive disuguaglianze sta acquattato il rischio di una democrazia violenta. Si può dire che Aristotele avesse visto giallo. Quello che sta accadendo in Francia è un fenomeno decisamente più ampio di una protesta legata all’aumento delle accise sulla benzina, e fingersi ciechi, come finora ha fatto il presidente francese, altro non fa che accrescere quel vissuto d’invisibilità che ha portato queste persone a sbracciarsi sugli Champs Elysees con l’obiettivo di essere finalmente messe a fuoco. “Non è un movimento sociale tradizionale”, ripetono continuamente i commentatori, e di fatto non potrebbe esserlo, data la molteplicità di fattori che sono intervenuti a piegare la classe media: si tratta di una moltitudine variegata che nell’eccessiva pressione fiscale trova un collante temporaneo per dare forma alla propria insoddisfazione, e che, soprattutto, s’incontra nell’assoluta sfiducia nei confronti delle istituzioni. Davanti a questo gruppo sociale che ripudia le vecchie classi dirigenti, che si scaglia contro la sordità delle élite, che amplifica la voce delle aree periferiche del Paese, quelle zone rurali completamente dimenticate dall’ottimismo autoreferenziale delle oligarchie cittadine, è difficile non pensare alle radici del Movimento pentastellato. La parabola discendente di Macron, ultimo treno della politica istituzionale mascherata da cambiamento, del resto, ricorda incredibilmente la discesa agli inferi di Matteo Renzi e della sua rottamazione, che nel giro di un paio d’anni sono diventati il simbolo della vecchia politica da sfiduciare. La protesta delle campagne francesi sembra rimandare inoltre al grido del Mezzogiorno italiano, che ai Cinque Stelle ha affidato il compito di denunciare l’esistenza di un Paese nel Paese.

Ma proprio qui risiede la differenza tra l’Italia e la Francia: se gli italiani hanno deciso di tramutare una spinta insurrezionale in un tentativo politico, con tutte le evidenti difficoltà attuali di tenere insieme al governo istanze molto diverse tra loro, i francesi sembrano rifiutarsi, almeno per ora, di contemplare qualsivoglia forma di mediazione che permetta di tradurre la rivolta in proposta. Questo rischia di farci assistere al paradosso dei paradossi: la politica europeista e illuminata di Macron potrebbe trasformarsi in un “populismo popolare” talmente ingovernabile da far sembrare sereno persino il clima politico italiano.

La vera sfida del pd: il confronto

Chi è decisamente critico con l’attuale governo e sollecito per la qualità della nostra democrazia, che non può prescindere da una opposizione protesa a un’alternativa, spes contra spem, non può essere indifferente alla sorte del Pd e dunque al suo prossimo congresso. Anche se le premesse sono tutt’altro che promettenti. Penso al suo clamoroso, colpevole, forse irrimediabile ritardo (Parisi ha parlato di masochismo: solo pochi giorni separano la sua effettiva chiusura dalle cruciali elezioni europee). Penso alla proliferazione di candidati improbabili, concepiti per presidiare una quota di potere e per inibire ai candidati più accreditati il quorum del 50 per cento, così da fare fallire le primarie per la leadership rimessa poi, a norma di statuto, all’assemblea del partito e dunque agli accordi tra i capicorrente. Vecchie logiche, vecchi giochi di potere, l’opposto della chiara e forte investitura di una guida espressiva di una riconoscibile proposta politica e persino identitaria per un Pd da rifondare. Penso al convitato di pietra Matteo Renzi che ancora conta eccome, ostenta distacco, occhieggia ad altre iniziative politiche fuori o oltre il Pd, distribuisce i suoi su un paio di candidati, Minniti e Martina, ma nella sostanza, con tecnica ostruzionistica, mira a boicottare il congresso trattenendo in ostaggio il partito. Ancora, penso alla circostanza, denunciata da Prodi, che la quantità dei candidati è inversamente proporzionale alla chiarezza delle loro piattaforme politiche e della tematizzazione delle rispettive differenze. Perché il confronto tra loro dovrebbe essere il cuore del congresso. Un confronto che si concentri sui nodi politici giudicati dirimenti. Due in particolare.

Primo: un giudizio sulla disfatta del 4 marzo e, ovviamente, sul corso politico legato alla leadership di Renzi. Nodo ineludibile. È l’opposto della bizzarra tesi di Delrio, secondo il quale non ci si deve dividere sul corso renziano. Un irenismo esorcistico, una retorica unitaria che è l’opposto del franco, aperto confronto politico necessario. E che, non a caso, si concreta nel sostegno alla candidatura di Martina cui si è associato Richetti, comprensibilmente reticenti sul punto, essendo stati rispettivamente il vice e il portavoce di Renzi.

Secondo: un giudizio circa gli attori politici in campo e la relazione da stabilire con essi. La legge elettorale proporzionale e la misura del Pd palesemente archiviano la vocazione/ambizione maggioritaria specie nella sua velleitaria versione renziana (e già veltroniana) di un Pd autosufficiente. Non però, suppongo, l’aspirazione a partecipare a un’alternativa di governo. Interloquendo con chi? Posso comprendere che i passaggi congressuali esaltino l’orgoglio identitario (già ma quale identità? ci tornerò), e tuttavia è difficile sottrarsi al dovere di misurare differenze e/o affinità in rapporto alle altre forze politiche: 5 Stelle, Lega, quel che resta di FI e dei soggetti a sinistra del Pd. Per paradosso, Renzi, che non corre in prima persona e anzi traguarda oltre il Pd, è il più chiaro: per lui Lega e 5 Stelle sono la stessa cosa, suscettibili di essere iscritti sotto la medesima cifra di “estrema destra” e semmai ci si deve proporre l’obiettivo di rappresentare quell’area di centro moderata e liberale che non si riconosce nel governo. Se non con FI, conquistando i suoi ex elettori. La cosa ha una sua plausibilità. Solo porta con sé un corollario e una domanda. Il corollario: il centrosinistra non è il suo orizzonte strategico.

La domanda, cui dovrebbero rispondere i candidati: è coerente o compatibile con lo statuto ideale del Pd? Appunto: quale? All’annuncio della sua candidatura Zingaretti sembrava orientato a un dialogo con i 5 Stelle, salvo poi temperare se non correggere la sua posizione. Eppure come non scorgere le differenze che ogni giorno di più si manifestano quali conflitti insanabili tra i partner di governo? E come non considerare le differenze e il disagio che attraversano elettori ed eletti pentastellati (cui Fico dà voce)? Una opposizione intelligente e di movimento (non aventiniana) – come hanno argomentato, tra gli altri, Cacciari e Carofiglio – si insinuerebbe in tali vistose contraddizioni, offrirebbe sponde a chi non si rassegna all’egemonia di Salvini, che può maramaldeggiare anche grazie all’inerzia del Pd. A meno che… A ben vedere, un’alternativa c’è per il Pd: quella suggerita dal Foglio, in nome del cosiddetto “partito del Pil”, di un patto (solo tattico?) con la Lega per negarsi programmaticamente di nuovo al confronto in caso di crisi della maggioranza così da dischiudere a nuove elezioni dall’esito già scritto, una maggioranza di destra a guida Salvini (le simulazioni di D’Alimonte la danno per sicura). La battuta renziana circa le scuse da chiedere a Berlusconi rivela quantomeno un sentimento…

Conosco l’obiezione: il Pd non può consegnarsi all’egemonia dei 5 Stelle. Preoccupazione essa sì figlia di minoritarismo e di subalternità, di sfiducia in se stessi e di ottusa cecità verso l’identità irrisolta e polimorfa del M5S. Con il 10 per cento (non il 18) il Psi di Craxi fu il dominus della vita politica italiana per tutto il decennio Ottanta, avendo a che fare non con i 5 Stelle ma con signori partiti quali Dc e Pci. Buona o cattiva che fosse la sua politica, Craxi la sapeva fare, facendo valere il proprio “potere di coalizione” (Bobbio). Qui purtroppo sta la differenza.

Mail box

 

Violenza nel calcio: dobbiamo chiudere gli stadi

Se dovessimo applicare la filosofia di Ancelotti, la Juventus una volta giunta a Firenze avrebbe dovuto fare inversione di marcia e tornarsene a Torino, a meno che cantare “Noi non siamo napoletani” venga considerato razzismo mentre “-39 Scirea brucia all’inferno” è solo satira. Se si vuole veramente moralizzare il calcio chiudiamo gli stadi quando un arbitro viene pestato.

Enzo Bernasconi

 

DIRITTO DI REPLICA

In relazione all’articolo “Scali del Garda regalati: il favore dei Comuni a Save” pubblicato il 5 dicembre, vorremmo precisare che, diversamente da quanto sostenuto, lo studio di Legambiente “Ecosistema Urbano 2018”, non contiene alcun collegamento tra il posizionamento più basso di Verona e l’attività del Catullo. E non potrebbe del resto essere così. Evidenziamo come sia errato mettere insieme dati di traffico dal 2000 al 2017. Dal 2007, picco massimo del Catullo, all’ingresso di Save ad ottobre 2014, l’aeroporto di Verona aveva infatti perso il 26% dei passeggeri, con una flessione media annua del 3%. Lo scenario che Save aveva dovuto fronteggiare era quello di un aeroporto con 2,7 milioni di passeggeri nel 2014, che aveva perso quote di mercato a favore degli aeroporti limitrofi, Bergamo e Bologna, come rilevato dalle percentuali di crescita di questi due scali riportate nell’articolo. Il tutto aveva portato ad oltre 60 milioni di perdite di bilancio. È evidente come il 2015 rappresenti l’anno di transizione, in cui Save ha messo in atto strategie per riportare in attivo traffico e bilanci di Catullo. Il 2016 è l’anno in cui è avvenuto il salto di qualità, con un forte recupero del traffico, risalito a 2,8 milioni di passeggeri (+8%), a fronte di una media nazionale del +5%. Il trend è proseguito nel 2017, che ha chiuso con 3 milioni di passeggeri (+10%, più media nazionale che è stata del 6,4%). Il 2018 si concluderà con 3,4 milioni di passeggeri (+12%). Dall’ingresso di Save, l’aeroporto di Verona è tornato al suo picco storico del 2007, crescendo complessivamente del 33%, con una media annua del 10%. La posizione finanziaria netta della società di Catullo è passata da -32.4 milioni nel 2011 a +15.6 nel 2017. Venendo all’acquisizione da parte di Save del 2% delle quote del Comune di Villafranca, ricordiamo che la procedura seguita era stata sottoposta ad Enac ed al Ministero dei Trasporti che avevano stabilito la non necessità di una procedura ad evidenza pubblica in ragione di quanto disposto dal Dm 521 del 1997 relativo all’affidamento della gestione aeroportuale. Detto tutto questo, non stupisce che l’articolo dipinga un quadro ampiamente inesatto e del tutto di parte, visto che a firmarlo è proprio quel Dario Balotta, Presidente dell’Osservatorio Nazionale Liberalizzazioni e Trasporti, che a suo tempo presentò il ricorso all’Anac citato nell’articolo. Sarebbe stato opportuno che tale conflitto di interesse fosse evidenziato.

Gruppo Save

Far parte di un centro di ricerche come l’Onlit non costituisce un conflitto d’interessi nel valutare una gestione e se le regole del settore vengano rispettate. L’aver segnalato all’Anac che l’ingresso della SAVE non era conforme alle leggi e direttive (come poi è stato confermato) fa parte della nostra mission. Ricordo che la Catullo (ora gestita da Save) aveva promesso il rilancio degli scali di Verona e Brescia con importanti investimenti. A oggi nessun investimento è stato fatto e per di più lo scalo bresciano di Montichiari rimane fantasma. Nessun dubbio che la gestione inefficiente della Catullo per decenni ha portato a perdite importanti e al dissesto. Comunque oggi dopo 4 anni di gestione SAVE rimane in una situazione finanziaria molto grave con un livello di indebitamente che non consente di fare gli investimenti necessari al rilancio. Ecco il vero fallimento della Save come partner industriale. In merito al traffico passeggeri dello scalo di Verona, il 2015 ha visto un -7% sotto la guida di SAVE per poi crescere ma con traffico low cost domestico che non era negli obiettivi utili al territorio. Nel periodo 2015-2017 sotto completa gestione SAVE, ha recuperato mediamente del 3.5% l’anno mentre il settore in Italia nel medesimo periodo è cresciuto del 5.5%. Siamo quindi ben al di sotto della media nazionale.

Dario Balotta

 

Gentile direttore, ho letto con un certo stupore l’articolo a firma Gaia Giuliani del 5 dicembre sulla vicenda Almaviva, nel quale mi viene addebitato un presunto conflitto di interessi. Le segnalo che ho rassegnato le mie dimissioni dall’incarico di “esperto” del ministero del Lavoro in data 8 novembre 2018, mediante una email inviata al sottosegretario Durigon che vi allego. Vi prego di dare atto di questo fatto, in modo da superare ogni polemica relativa mia posizione personale. Saluti cordiali

Avv. Giampiero Falasca

Gentile Falasca, prendiamo atto della sua lettera di dimissioni. Ci limitiamo a notare che martedì la circostanza non pareva nota al ministero: gli uffici del sottosegretario Durigon hanno infatti risposto a una email del “Fatto” affermando che il suo lavoro al ministero non riguardava Almaviva e dunque non c’erano conflitti di interessi, senza fare alcun accenno alle sue dimissioni. Si spera che ora il suo addio sia chiaro anche a loro e provvedano, dunque, a togliere il suo nome dal sito del ministero del Lavoro.

Ga. Giu.

 

I NOSTRI ERRORI

Nelle “3 domande” di ieri a Giovanna Maggiani Chelli abbiamo pubblicato per errore una foto sbagliata. Ce ne scusiamo con l’interessata e con i lettori.

FQ

Sempre più poveri. Contro il razzismo ci vuole il lavoro

Siamo ancora poveri: per l’Istat oltre un italiano su quattro è esposto al rischio di finire – se non c’è già – in miseria. Non ha funzionato nessuna delle “cure” promesse da tutti quelli che dicevano che avrebbero fatto ripartire il Paese: quanta gente ha davvero aiutato il Rei del Pd? Purtroppo a dare manforte a quello che scrive l’Istat ci pensa la Coldiretti: quasi 3 milioni di italiani sono stati costretti a chiedere aiuto per mangiare. Non oso immaginare la vergogna che hanno provato queste persone quando si sono trovate costrette a chiedere aiuto anche andando alle mense dei poveri, mentre prima conducevano una vita normale fatta di lavoro e piccole gioie quotidiane. Spero davvero che il governo Conte-Di Maio-Salvini agisca in modo concreto perché ha promesso di “abolire la povertà” e faccia pure qualche altra cosa. Mi sembra per esempio una buona idea quella di tassare le cosiddette rimesse dei migranti. Siamo in Italia e dobbiamo pensare prima agli italiani, cosa che finora si è fatto poco, anche a costo di sembrare razzisti.

Fausto Antinelli

 

Caro Fausto, parlare di “noi” e “loro” è un meccanismo assai rassicurante quando difficoltà e paura avanzano. Nello stabilire ogni volta delle “nuove” frontiere, si tenta di allontanare il pensiero che a sedere a quelle mense della Caritas, sempre più frequentate da italiani, un giorno potrebbe esserci un nostro familiare, un giorno potremmo esserci noi. Per la logica stessa della precarietà, e per la crisi del ceto medio che vediamo in tutto il mondo. Ma chiedere di pagare di più ai cittadini stranieri REGOLARI – che in molti casi sono diventati cittadini italiani, dopo aver atteso anni – non risolverà i problemi dei tanti che si ritrovano costretti a chiedere aiuto per mangiare. Prendiamo il caso dell’emendamento della Lega al decreto fiscale che prevede un prelievo aggiuntivo dell’1,5% su tutti i trasferimenti di denaro verso i Paesi extra-Ue. Per la Fondazione Moressa, tra commissione e prelievo, verrebbe così trattenuto circa il 7% degli importi delle rimesse, un costo altissimo per i lavoratori stranieri. Il tutto mentre a livello internazionale si lavora perché l’incidenza delle commissioni sui money-transfer non superi il 3%. Il risultato? I cittadini stranieri – bengalesi e filippini, per lo più, gli stessi che puliscono le nostre case e curano i nostri anziani – si rivolgeranno ai circuiti illegali che, a parità di servizio, si arricchiranno a scapito dello Stato. E la guerra tra poveri, a prescindere dal colore della pelle, chiediamoci se cesserà. O se semplicemente diventeremo un po’ più poveri tutti.

Maddalena Oliva