Sesso in cambio di favori in Tribunale, arrestato un pm

Prestazioni sessuali in cambio di favori in tribunale. È quanto emerso da un’inchiesta della Procura di Potenza che ha portato all’arresto di Emilio Arnesano, sostituto procuratore di Lecce, e di altre cinque persone tra dirigenti Asl e avvocati. Il magistrato, scrive la Procura, “vendeva, in più procedimenti, l’esercizio della sua funzione giudiziaria in cambio di incontri sessuali e altri favori”. Dalle indagini è emerso in particolare il rapporto “corruttivo, consolidato e duraturo” che il pm intratteneva con un avvocatessa. Arnesano, secondo gli investigatori, avrebbe pilotato dei procedimenti in cui erano coinvolti alcuni assistiti della donna, ottenendo in cambio prestazioni sessuali. Per lo stesso motivo avrebbe aiutato una sua amica a superare l’esame di abilitazione alla professione, contattando un avvocato. Con lui, componente della commissione d’esame, i tre avrebbero concordato le domande dell’orale. L’inchiesta ha avuto origine da un provvedimento di dissequestro di una piscina del dirigente dell’Asl Giorgio Trianni. Ad Arnesano, titolare del procedimento, era stata richiesta l’archiviazione in cambio di soggiorni gratuiti e battute di caccia.

Veneto, sindaci in rivolta contro il Capitano

Grandi opere, manovra e autonomia. Gli amministratori locali di centrodestra nel Veneto sono anime in pena, preoccupati che la Lega, partito di riferimento della coalizione – almeno nei territori – abbandoni sul più bello i loro affari, dimenticandosi degli industriali, del cemento, degli imprenditori. È il partito del Pil, che non vuol sentir parlare di assistenzialismo e di stop alla Tav, alla Pedemontana e a tutto ciò che è benzina per le industrie.

E così, oltre ai mal di pancia del governatore Luca Zaia, che ha sostenuto le proteste degli imprenditori contro il governo, in queste ore Matteo Salvini è alle prese con le lamentele – tra gli altri – dei sindaci di Rovigo, Verona e Vicenza, pronti anche loro ad affiancare in piazza le associazioni delle imprese.

Nel fronte di “Quelli del sì” (così si sono ribattezzati i manifestanti del 13 dicembre a Milano) c’è Luigi Brugnaro, primo cittadino di Venezia dal 2015: “Devo proprio dirlo – ha scritto su Facebook –, le categorie economiche, che rappresentano le aziende e il mondo del lavoro, hanno ragione, vanno ascoltate. Io sto con Confindustria, io sto con chi lavora e produce!”. Concetto ribadito da Federico Sboarina, sindaco di Verona che interrogato dal Corriere del Veneto impallidisce all’idea di fermare le grandi opere: “Le infrastrutture sono fondamentali per la nostra zona quanto lo è l’Arena. Ecco perché sono profondamente Si Tav e sono d’accordo con chi sta facendo il modo che il problema del completamento venga concluso positivamente”.

Per convincere il governo ci sono la diplomazia e la piazza. Alla prima pensa Massimo Bergamin, leghista della prima ora e sindaco di Rovigo, che incarica la sua categoria di portare “al governo le istanze del territorio”.

Striscioni e megafoni convincono invece Francesco Rucco, eletto a giugno a Vicenza, che, ancora al Corriere del Veneto, conferma: “Alle manifestazioni di piazza le imprese non mi hanno ancora invitato, ma ci andrei. Anzi, potremmo andarci come fronte dei sette sindaci veneti uniti. Le infrastrutture vanno fatte senza se e senza ma”.

A togliere il sonno ai veneti c’è poi la questione autonomia. Matteo Salvini, il ministro per gli affari regionali Erika Stefani e persino Luigi Di Maio – di recente in visita in Veneto – continuano a promettere che entro la fine dell’anno arriverà in Consiglio dei ministri il testo per l’autonomia della Regione, ma il territorio inizia a spazientirsi.

Il testo dell’intesa è fermo da due mesi sui tavoli dei ministri del Movimento 5 Stelle, che ancora non hanno dato il via libera, poco convinti della sostenibilità economica dell’operazione e impauriti dell’impatto politico, in termini di consenso, che avrebbe fuori dal Nord. Anche su questo il Partito del Pil aspetta risposte. Soprattutto dai leghisti.

Spataro contro Anm: “Sorpreso dal silenzio sul caso Salvini”

“Io non ho alzato i toni. Ho soltanto ricordato le competenze esclusive dell’autorità giudiziaria”. Il giorno dopo la discussione che ha animato la magistratura e le sue correnti, il procuratore di Torino, Armando Spataro, torna sulla polemica a distanza col ministro Salvini, che martedì mattina aveva annunciato un’operazione di polizia rischiando di compromettere, a dire del magistrato, gli arresti.

L’operazione condotta dalla Squadra mobile torinese è terminata soltanto mercoledì sera con l’arresto a Padova di uno degli indagati. Nove sono gli arrestati sui 15 destinatari della misura. Spataro ha voluto ricordare che la Procura era l’“unica competente in ordine alla direzione delle indagini, al rilascio della delega per la esecuzione di provvedimenti cautelari e alla gestione e autorizzazione alla diffusione delle conseguenti informazioni”. Il procuratore si è poi detto “sorpreso” dal silenzio della Giunta dell’Anm e dalle parole del presidente Francesco Minisci, che mercoledì invitava a portare avanti il confronto “abbassando i toni”. “Non ci sono toni da abbassare da parte mia”, ha affermato Spataro.

L’Anm non ha difeso il magistrato e questo non è piaciuto, ad esempio, all’Anm Liguria, per la quale il silenzio rischia di “delegittimare il ruolo stesso dell’associazione”, e ad Area: “Ci sembra incredibile che possa passare sotto silenzio, o essere in qualche modo giustificato, l’intervento di un ministro – sostiene la corrente progressista della toghe –. Ma ancora più incredibile ci sembra ignorare le reazioni scomposte e il tono di dileggio”. Secondo Area queste reazioni sarebbero “unicamente da stigmatizzare” perché “se consentiamo oggi queste modalità facciamo diventare normali certi toni che sino ad ora erano ignoti nei rapporti tra istituzioni, giungiamo a legittimare un imbarbarimento che danneggerà tutti”.

Caccia ai segreti leghisti tra bariste e portinaie

“Prima di voi è arrivata la Finanza, tempo fa. Cercava quello che cercate voi, la Lega”, dice il custode. Perché dei movimenti del partito di Salvini e degli inquirenti a caccia dei soldi scomparsi ne sanno più loro, custodi e portinaie. Via privata delle Stelline 1 a Milano è stata l’ultima sede legale del Carroccio in era Salvini, domicilio di convenienza in attesa di quella definitiva tornata in via Bellerio, come da nuovo statuto della ‘Lega per Salvini’ del 22 novembre. Nella palazzina, presso lo studio del commercialista Michele Scillieri, il partito del vice-premier è rimasto meno di un anno.

Una sede fantasma, come ha dimostrato un servizio de ilfattoquotidiano.it. Lo stesso Salvini ha dichiarato allora di non avere idea di dove fosse quella sede visitata – si apprende ora – dalle Fiamme Gialle che cercano di ricostruire i passaggi di denaro sui conti della Lega. Un fascicolo per riciclaggio finora senza indagati. Nessuna delle persone citate in questo articolo è indagata. Per gli investigatori però è essenziale ricostruire i complessi legami societari tra le figure che ruotano nell’universo del nuovo Carroccio. Diversi fili legano lo studio del commercialista milanese con uno di Bergamo, in via Angelo Maj, dove ha sede anche l’associazione “Più Voci”, fondata da tre commercialisti vicini al vice-premier: Giulio Centemero, Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba. Il primo è parlamentare e tesoriere del partito. Manzoni e Di Rubba invece sono stati nominati rispettivamente direttore amministrativo e revisore dei gruppi parlamentari.

Tra le società domiciliate in via delle Stelline 1 infatti troviamo la Taaac, di cui è amministratrice unica una barista di Clusone nel bergamasco: Vanessa Servalli (non indagata), che come ha già riportato il Fatto è moglie del cugino di Di Rubba. Quando a luglio l’abbiamo raggiunta per chiederle cosa ci facesse la sua società allo stesso indirizzo della Lega, non ha voluto commentare. Mentre al giornale è arrivata una diffida a non rivolgersi più “in modo insistente, inopportuno e minaccioso” alla signora; diffida firmata dall’avvocato Maria Chiara Zanconi, che condivide lo studio con Roberto Zingari, ovvero l’avvocato che ha concordato per conto della Lega con i pm liguri il pagamento dei 49 milioni in rate da 100mila euro per 76 anni.

Servalli guida Taaac – costituita presso Alberto Maria Ciambella, notaio di fiducia della Lega – ma la proprietà della piccola società è di una fiduciaria che ha come amministratore Giorgio Balduzzi, un altro commercialista di Bergamo. L’Espresso ha parlato di lui come di uno dei due soci fondatori di una società di Malta, ammessa a beneficiare del cosiddetto regime offshore (legale). Balduzzi ha spiegato: “Dal 2010 al 2015 ho investito tempo per capitalizzare società che investissero in piccole imprese italiane. Non riuscendoci in Italia, abbiamo provato all’estero, Malta, Lussemburgo, America”. Anche di qui arriviamo allo studio di Bergamo, perché Balduzzi dal 2014 al 2016 ha rappresentato la Seven Fiduciaria nella costituzione di sette società, alcune con sede in via Maj (ne parleremo più avanti).

Non è il solo filo in una galassia di decine di società. La stessa Servalli dalle visure risultava, tra l’altro, amministratore unico della società ‘Non solo auto’ che si occupa di affitto di autovetture. Il 70% delle quote è proprietà della Dea Consulting che fa capo a Di Rubba. La sede, oltre che a Clusone, è in via Maj.

Ecco il filo che vogliono ripercorrere gli investigatori: Milano, Bergamo e da qui in Lussemburgo (niente di illegale, fino a prova contraria) dove la Finanza ha compiuto nei giorni scorsi atti in rogatoria presso la Arc Asset che ha tra i suoi amministratori l’italiano Angelo Lazzari. Perché in via Maj hanno sede, appunto, sette società (nate quasi tutte tra 2014 e 2016 e costituite presso il notaio Ciambella). Tra queste la Growth and challenge di cui è amministratore unico Centemero; a 4 anni dalla costituzione risulta inattiva. La società guidata dal cassiere leghista, come le altre, è controllata attraverso fiduciarie italiane e holding lussemburghesi. Le azioni erano in mano a una società italiana, la Seven, a sua volta controllata dalla Sevenbit che come presidente del cda vede Lazzari. Quello della Arc Asset dove si è presentata la Finanza.

Finanziamento illecito: Verdini rinviato a giudizio

Rinviato a giudizio l’ex deputato Denis Verdini, accusato di finanziamento illecito ai partiti, nel filone dell’inchiesta di Messina sulla compravendita di sentenze. Avrebbe ricevuto 300 mila euro dall’avvocato dell’Eni Piero Amara, affinché sponsorizzasse la nomina dell’ex giudice Giuseppe Mineo al Consiglio di Stato. Verdini avrebbe quindi consegnato il curriculum del magistrato a Luca Lotti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Nomina poi bloccata a causa di un procedimento disciplinare ai danni del togato. Mineo, a giudizio per corruzione in atti giudiziari, avrebbe favorito in alcune sentenze al Consiglio di Giustizia amministrativa in Sicilia i clienti di Amara, ottenendo in cambio dall’avvocato un aiuto economico di 115 mila euro, per le cure mediche dell’ex politico Giuseppe Drago. Il pm Giancarlo Longo accusato di corruzione, per aver ricevuto denaro e favorito Amara in diversi procedimenti penali, patteggia una pena di 5 anni. Dovrà dimettersi dalla magistratura e rinunciare a parte del trattamento di fine servizio come risarcimento dei danni allo Stato (30 mila euro), più l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e legale per i prossimi 5 anni.

Il codice Berlusconi o della genialità del male

Tra delinquenti c’è sempre un’intimità ontologica, oltre che lombrosiana. Così dalla cronaca di Milano salta fuori una notizia che è nemesi sublime e grottesca del Delinquente con la maiuscola, secondo i giudici di questa Repubblica: “Silvio Berlusconi ha una naturale capacità a delinquere”. A Milano, dunque, l’altro giorno c’è stata una retata di spacciatori albanesi, per fortuna non sputtanata da alcun tweet di Salvini. Incredibile la scoperta degli investigatori.

Per comunicare fra di loro, gli spacciatori arrestati, nove albanesi e due italiani, usavano un codice cifrato. Una parola di dieci lettere cui assegnare un numero da 0 a 9. Come racconta l’inserto meneghino di Libero, il codice serviva a far circolare numeri di cellulari “puliti” per poi conversare senza essere intercettati. Gli investigatori sono letteralmente impazziti per comprendere la parola chiave. Alla fine però ci sono riusciti e la soluzione del mistero era Berlusconi. Dieci lettere precise precise. B-0, e-1, r-2, l-3, u-4, s-5, c-6, o-7, n-8, i-9.

In base a questo cifrario uno dei banditi comunicava il numero di cellulare pulito agli altri trafficanti. Se il numero, per esempio, era 3476798012 (l’abbiamo scritto a caso), il messaggio era il seguente: Luocoinber. Un modo semplice, se non rozzo. Epperò si tratta pur sempre di individuare la parola chiave. Berlusconi, appunto.

In fondo non bisogna mai sottovalutare la genialità del male, in questo caso albanese. Le dieci lettere del cognome Berlusconi devono aver rappresentato un suono affine, se non familiare. E d’ora in poi altre gang potrebbero seguire l’esempio dei loro colleghi catturati dalla Squadra mobile di Milano. Addirittura, combinando insieme i reati di mafia, corruzione e frode fiscale si potrebbe creare un sofisticato alfabeto mettendo insieme tre cognomi azzurri: Berlusconi, ovviamente, e poi Dell’Utri e Previti. Sono in tutto venticinque lettere cui si possono assegnare altrettante lettere in ordine alfabetico (a, b, c e così via) per comunicare in santa pace, al riparo dalle odiate intercettazioni. Anzi, al posto del bavaglio invocato da lustri contro il Grande Orecchio giustizialista, anche i parlamentari azzurri potrebbero adottare questo codice per scriversi tra di loro. La privacy sarebbe finalmente salva.

Lucano, “in nome dei princìpi” diventa “socialmente pericoloso”

“Lucano non può gestire la cosa pubblica, né gestire denaro pubblico mai e in alcun modo. Egli è totalmente incapace di farlo e, in nome di principi umanitari e di diritti costituzionalmente garantiti, viola la legge con naturalezza e spregiudicatezza allarmanti”. Il giudizio tranciante è del Tribunale del Riesame di Reggio Calabria che, a metà ottobre, ha disposto il divieto di dimora per il sindaco “sospeso” di Riace, Mimmo Lucano. Sulla scia dell’inchiesta della Procura di Locri e diversamente da quanto stabilito dal gip che aveva cancellato 14 richieste di arresto, il Riesame demolisce il “modello Riace” pur alleggerendo la misura cautelare dei domiciliari.

Arrestato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e per alcune irregolarità nell’affidamento del servizio rifiuti, Lucano è indagato pure per la gestione dei fondi per l’accoglienza dei migranti. Accuse che il gip aveva smontato, ma che il Riesame ha inteso comunque vagliare, nel provvedimento secondo cui Lucano è “quantomeno afflitto da una sorta di delirio di onnipotenza e da una volontà pervicace e inarrestabile di mantenere quel sistema Riace rilucente all’esterno, ma davvero opaco e inverminato da mille illegalità al suo interno”.

Anche se “non vengono messi in discussione i buoni propositi o l’impianto valoriale iniziale del Lucano”, per i giudici il sindaco “è socialmente pericoloso”. “Ha perso la bussola e il senso dell’orientamento della legalità – scrivono – tanto da far prevalere sugli scopi e le ragioni umanitarie la voglia di apparire e di presentare all’esterno un sistema che era tutt’altro che perfetto”. Un atteggiamento che sarebbe dettato da un “tornaconto politico elettorale”. Riportando, infatti, alcune intercettazioni registrate dalla Finanza, il Riesame spiega che Lucano “in più di un’occasione avrebbe fatto la conta dei voti” delle persone impiegate nelle associazioni. Persone che sarebbero state “assunte per il ritorno politico-elettorale”. In una conversazione Lucano critica la gestione dei fondi da parte delle associazioni che si occupano dei migranti, ma “ormai con le spalle al muro”. “Ce l’hanno con me – dice – perché hanno capito che ho un atteggiamento diverso sul fottimento dei soldi, perché finora mi hanno preso per il culo e non ho detto niente… ormai mi conviene stare zitto perché mi date i voti, se dobbiamo parlare chiaro”.

Case acquistate e ristrutturate con i soldi Sprar e Cas senza alcuna rendicontazione. Ma anche un frantoio che “mai risulta avere funzionato”. Per il Riesame, il sindaco “piegava l’intero ente comunale al suo volere, al punto che non era dato ad alcuno contestare le sue violazioni di legge”. “Avrei fatto tutto questo per interesse politico? – commenta Mimmo Lucano –. E quale sarebbe la mia straordinaria carriera? Essere sindaco di un piccolo Comune carico di problemi? Più vado avanti e più capisco le ombre che si addensano su questa storia. Le persone che sono venute a Riace hanno visto tutta un’altra storia. Ho fiducia nella giustizia”.

Cucchi, fu depistaggio. Un’altra tegola sull’Arma

Il depistaggio sulla morte di Stefano Cucchi, ucciso di botte da alcuni carabinieri, a Roma, è stato confermato ieri in aula al processo che vede imputati, a vario titolo, cinque esponenti dell’Arma. Ci sono state due importanti deposizioni, frutto di un supplemento di inchiesta che ha portato a nuovi indagati: il luogotenente Massimo Colombo accusato di falso ideologico, comandante della stazione Tor Sapienza, dove fu portato Cucchi in camera di sicurezza e l’appuntato Gianluca Colicchio, testimone, l’unico che nel 2009 tenne la schiena dritta e si scontrò con il maggiore, oggi tenente colonnello, Luciano Soligo, anche lui indagato per le note di servizio modificate su quanto accaduto la notte dell’arresto. “Non ho mai visto Cucchi – ha detto Colombo, interrogato dal pm Giovanni Musarò –. Solo la mattina del 16 ottobre ho appreso che nella notte i carabinieri della Stazione Appia avevano portato nelle nostre camere di sicurezza un detenuto e che non si era sentito bene, tanto che era stato chiamato il 118”. A chiamare l’ambulanza era stato Colicchio che, però, non avvisò il suo comandante, Colombo, come avrebbe dovuto. Circostanza confermata dallo stesso Colicchio.

Per i carabinieri di Tor Sapienza tutto fila liscio fino al 26 ottobre 2009 quando, conferma in aula Colombo, “mi telefonò il maggiore Soligo (comandante della Compagnia Montesacro e suo diretto superiore, ndr) che mi invitò a raggiungerlo. Nel suo ufficio mi disse che Cucchi era morto, la Procura aveva aperto un’inchiesta e che i militari in servizio quella notte avrebbero dovuto fare un’annotazione di servizio”. Cioè Colicchio e Francesco Di Sano, anche lui indagato per falso. I due carabinieri scrissero le loro note ma a Soligo non piacquero: “Mi disse – racconta Colombo – che erano estremamente particolareggiate e che si esprimevano valutazioni medico-legali che non competevano a loro”.

Soligo, secondo Colombo, parla al telefono con un superiore del “Gruppo Roma”, dice in continuazione: “Sì, signor colonnello”, che poteva essere sia il Colonnello Alessandro Casarsa sia il Tenente Colonnello Francesco Cavallo (indagato). Colombo racconta pure di aver aperto i file delle note di Colicchio e Di Sano “al maggiore Soligo e poi li trasmisi a Cavallo”, che gli rispose via email: “Meglio così”. Infatti, le due note erano state modificate: quella di Di Sano con il suo assenso e quella di Colicchio no. Lo ha raccontato ieri lo stesso carabiniere, ricordando di aver protestato con Soligo: “Andai via convinto che restasse agli atti la mia prima nota”. Colicchio ieri, come ad aprile, ha disconosciuto in aula la versione taroccata della sua nota: “In particolare disconosco il passaggio in cui c’è scritto che Cucchi ‘dichiarava di soffrire di epilessia, manifestando uno stato di malessere verosimilmente attribuito al suo stato di tossicodipendenza…’”.

Il rifiuto di Colicchio di falsificare la nota lo ha confermato ai giudici il maresciallo Ciro Grimaldi: “Lo incontrai il 27 ottobre 2009, era arrabbiatissimo. Mi disse: ‘Mi volevano fare cambiare l’annotazione, ma li ho mandati aff…’”.

E arriviamo al 30 ottobre 2009, quando erano partite le indagini della Procura di Roma per la morte, il 22, di Cucchi. Quel giorno si svolge una riunione non verbalizzata al Comando provinciale dei carabinieri con il generale Vittorio Tommasone, Casarsa, Soligo, il maresciallo Mandolini, comandante della Stazione Appia a cui appartengono i carabinieri imputati per la morte di Cucchi e imputato di falso e calunnia, nonché tutti gli altri carabinieri coinvolti. Per Colombo, le modalità di quella riunione furono da “alcolisti anonimi, nel senso che ciascuno doveva raccontare”. Udienza dopo udienza, processualmente emerge quello che ormai è chiaro a tutti: Cucchi è morto per le botte dei carabinieri e alcuni superiori li hanno coperti, tradendo, anche loro, la divisa.

Rom pestata in metro: il racconto social della giornalista Rai

Accusandola di aver tentato di borseggiarlo, un uomo ha aggredito nella metro di Roma una giovane nomade, che aveva con sé una bimba di circa 3 anni. È accaduto ieri nella stazione San Giovanni, A raccontare il fatto su Facebook è Giorgia Rombolà, giornalista di Rai News 24: “Nasce un parapiglia, la bambina cade a terra. Ci sono già i vigilantes a immobilizzare la giovane (e non in modo tenero), ma a quest’uomo non basta. Vuole punirla. La picchia violentemente, anche in testa. Cerca di strapparla ai vigilantes tirandola per i capelli. Ha la meglio. La strattona fino a sbatterla contro il muro. La bimba piange, lui la scaraventa a terra”. Rombolà interviene e a bordo del treno la giornalista si ritrova circondata: “Un tizio che mi insulta dandomi anche della puttana dice che l’uomo ha fatto bene, che così quella stronza impara. Due donne (tra cui una straniera) dicono che così bisogna fare. Argomento che c’erano già i vigilantes. Dicono chissenefrega della bambina. Io litigo, sono circondata. Urlano anche dai vagoni vicini. Mi chiamano buonista del cazzo. Intorno nessuno che difenda non dico me, ma i miei argomenti. Vado alla ricerca di uno sguardo che seppur in silenzio mi mostri vicinanza. Niente”.

“Io sto con la Valle di Susa: lì ho visto vera democrazia”

Ha dato la sua voce al movimento No Tav e alla Val di Susa. L’ha fatto in un documentario, Archiviato, sulle ingiustizie subìte da alcuni attivisti, e lo fa alla vigilia della manifestazione di domani a Torino. Elio Germano, 38 anni, attore, volto noto del piccolo e grande schermo, da anni sostiene la lotta contro la Torino-Lione: “Sarà una decina di anni, ma non ricordo esattamente”, dice al termine di una giornata di lavoro sul set.

Elio Germano, sarà alla manifestazione domani?

Purtroppo per ragioni di lavoro non potrò esserci fisicamente. Sto finendo di girare il film su Antonio Ligabue diretto da Giorgio Diritti. Rassicuro tutti che non sarò alla manifestazione di Matteo Salvini. Mi unisco a quelli che non ci saranno. L’8 dicembre è una giornata importante: dal 2010 è la giornata delle battaglie in difesa della terra che riunisce anche No Tap e No Muos. Ci saranno manifestazioni in tutte le città per queste realtà nate dal basso, senza sigle politiche alle spalle. È giusto partecipare a queste manifestazioni.

Perché?

Perché da 25 anni in Valle di Susa ci si informa e mi fa impressione ascoltare discorsi in cui si fanno passare gli attivisti No Tav come persone contrarie a tutto per ideologia e contrarie al progresso. Loro per primi si sono rivolti a tecnici qualificati per capire le questione. Quei giudizi sono qualcosa di molto violento nei loro confronti e mi fa male vedere trattare così delle persone molto umili.

Cosa le piace del movimento No Tav?

La sua meraviglia, come quella di tanti movimenti che nascono dal basso, è che le persone si vedono, si incontrano, si parlano. Uno Stato dovrebbe sostenere queste relazioni, vero senso della democrazia. Da esterno vedo che poi la vertenza in sé diventa meno importante. Le persone scoprono un nuovo modo di vivere e abitare un territorio. Quando un barbiere fu arrestato (per gli scontri dell’estate 2011, ndr), il concorrente chiudeva qualche volta per andare a tenere aperta l’attività dell’altro e non fargli perdere i clienti.

È stato spesso in Val di Susa?

Sì. Con il mio gruppo, le Bestierare, sono anche andato a suonare al Festival dell’Alta felicità a Venaus, dove non c’erano soltanto i soliti del giro tipo me, Zulu, Moni Ovadia e Ascanio Celestini. Ci sono stati anche Nino Frassica, Vinicio Capossela e artisti che sono stati a Sanremo. Lì si esibiscono gratuitamente, come al Primo maggio di Taranto. Mi sono fermato con la mia famiglia nel campeggio libero. Si crea anche qui un ambiente di persone che si aiutano l’una con l’altra. Gli artisti che girano e conoscono tante realtà riconoscono subito una realtà sincera ed emerge il vero senso di ciò che si fa, più di quanto avvenga a un concerto pagato. Fare una battaglia insieme ci fa stare insieme e ci fa vivere un mondo dimenticato.

Oltre al Festival, che idea si è fatto della Torino-Lione?

Lì c’è già una linea sottoutilizzata. Se l’interesse reale fosse far passare le merci potrebbe essere potenziata. Abbiamo già sperperato molti soldi per quanto è stato fatto finora, ad esempio per le spese militari per tutelare il cantiere che sembra una sorta di “Area 51”. Se si volesse modernizzare questo paese e metterlo in sicurezza c’è un elenco di opere da fare. In Molise quasi tutti i treni vanno a gasolio!

Nell’ultimo mese però ci sono molte persone che hanno manifestato a favore del Tav.

Mi sembra molto più ideologico chi guarda al profitto. Penso che nessuno dei compagni della Val di Susa abbia degli interessi personali, mentre ce l’hanno i sostenitori. Gli imprenditori si sono mossi perché saranno loro i primi beneficiari e riceveranno i fondi pubblici.

C’è stata anche una piazza di cittadini, quella del 10 novembre.

Lo stesso giorno a Roma c’è stata una grande manifestazione delle donne contro il ddl Pillon e non se ne è quasi parlato. Questo dimostra la scarsa sincerità di questa operazione. Bisogna pompare la manifestazione dei Sì Tav a Torino.