Tav, l’Ue vuole i soldi indietro

Dopo il rinvio dei bandi di gara per il tunnel della Torino-Lione al 2019, l’Unione europea non esclude che l’Italia debba restituire una parte o tutti i fondi ricevuti per la grande opera, aumentando la pressione sulla componente M5S del governo. “Se necessario prenderemo in considerazione un nuovo calendario che consenta il mantenimento dello stanziamento dei finanziamenti”, scrivevano nei giorni scorsi il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli e l’omologa francese Elisabeth Borne in una lettera a Telt, società che sovrintenderà la realizzazione della galleria internazionale. Tuttavia Bruxelles “non può escludere che potrebbe essere costretta a chiedere all’Italia di restituire i contributi già concessi nell’ambito della Connecting Europe Facility” per il Tav Torino-Lione “se non saranno spesi ragionevolmente in linea con le scadenze previste dall’accordo di finanziamento” in base al principio “o si utilizza o si perde”. A spiegarlo ieri è stato il portavoce del Commissario europeo ai trasporti precisando che “nessuna cifra può essere indicata in questa fase” (l’Italia ha già ottenuto circa 500 milioni di euro) e che l’Unione europea ritiene la Torino-Lione “un progetto importante”, non solo per Italia o Francia, ma “per l’intera Europa”.

Poche ore dopo, in Senato, Toninelli ha ribadito che la sua interlocuzione con Borne e la Commissione europea “ha lo scopo di portare avanti” la condivisione dell’analisi costi-benefici “senza compromettere la disponibilità del finanziamento europeo”. Nel frattempo l’alleato di governo Matteo Salvini continua a dimostrare la sua differenza dall’ala M5S. Se ieri il presidente del Consiglio Conte, Luigi Di Maio e Toninelli hanno incontrato una delegazione di associazioni imprenditoriali e sindacali di Torino (deluse dalle risposte ottenute), domenica il leader della Lega e il sottosegretario Giancarlo Giorgetti incontreranno dodici presidenti delle associazioni che lunedì si erano riunite a Torino per esprimere il loro sostegno al Tav. D’altronde Salvini sul tema è chiaro e ieri al Forum Ansa ha ribadito di essere “sempre stato a favore delle grandi opere”.

I No Tav, secondo i quali “non ci sono governi amici”, si danno appuntamento domani alle 14 in piazza Statuto, a Torino, per una manifestazione che vuole essere una risposta a quella dei Sì Tav del 10 novembre scorso. Al movimento contrario all’Alta velocità si uniranno esponenti del M5S e dell’amministrazione di Torino, ma arriverà anche una delegazione da Napoli e un gruppo di “Gilets Jaunes” dalla Francia. “Per chi ci vuole contare non saremo mai abbastanza”, dice Lele Rizzo, esponente del centro sociale Askatasuna. “Da un lato c’è un’ideologia ottocentesca che serve a giustificare e rilanciare un tipo di economia materialmente insostenibile e socialmente ingiusta, dall’altro dati, fatti e argomenti”, ha affermato ieri Angelo Tartaglia, docente del Politecnico e componente del Controsservatorio Valsusa.

Desirée, l’italiano: “Gli psicofarmaci dati ai nordafricani”

Marco Mancini avrebbe ceduto a Yusif Salia gli psicofarmaci che hanno ucciso Desirée Mariottini, ma lo avrebbe fatto una settimana prima della morte di quel tragico 19 ottobre. È quanto lo stesso pusher italiano ha raccontato ai magistrati il 3 dicembre scorso, durante l’interrogatorio cui è stato sottoposto il 36enne, arrestato per cessione di sostanza stupefacente nell’ambito nell’inchiesta sulla morte della 16enne di Cisterna di Latina, avvenuta nello stabile abbandonato di via dei Lucani a Roma. L’uomo, difeso dall’avvocato Gabriele Galeazzi, ha collaborato a lungo con gli inquirenti e, pur rinunciando al Riesame, ha ottenuto da parte del gip Maria Paola Tomaselli gli arresti domiciliari. Una decisione arrivata, si legge nel dispositivo, “considerato che Mancini ha dato dimostrazione di aver acquisito consapevolezza del disvalore dei fatti contestatigli e ha contribuito, con le sue dichiarazioni, alla ricostruzione della drammatica vicenda”. Restano in carcere i quattro africani arrestati, Yusif Salia e Mamadou Gara per omicidio e violenza sessuale e Brian Minteh e Chima Alinno solo per la violenza.

Conte punta sul “cavallo” Haftar per portare a casa la conferenza

Un incontro “interlocutorio” dicono gli uomini di Khalifa Haftar, un “ulteriore passo verso la conferenza nazionale in Libia” sottolinea Palazzo Chigi. La visita del generale libico a Giuseppe Conte ieri a Roma, si presta a molte analisi e speculazioni. Per alcuni, ad esempio, è la conferma che l’Italia “ha cambiato cavallo” come titolava ieri l’Huffington Post diretto da Lucia Annunziata, tesi ripresa anche dal think tank Ispi.

L’Italia si è sempre spesa soprattutto per i rapporti con il governo riconosciuto internazionalmente, quello di Fayez al Serraj che controlla Tripoli, e poco altro, ma che controlla soprattutto la Oil National Company, quindi il petrolio, argomenta di interesse per il colosso italiano, Eni. Il governo Conte, invece, ha inaugurato una linea di attenzione molto forte verso la parte orientale e verso Haftar. Ma questo, assicurano a Palazzo Chigi, non vuol dire cambiare cavallo: “Se così fosse” è il ragionamento che si fa attorno a Conte, “sarebbe stato inutile lanciare la conferenza di Palermo”.

In realtà, l’Italia sta facendo un tentativo per portare a casa un’intesa tra le due parti e l’annuncio del presidente dell’Alta commissione nazionale per le elezioni, Imad al-Sayeh, che si terrà nella prima metà di gennaio il referendum sulla bozza di costituzione libica, viene visto con estremo favore. Però per fare l’intesa occorre mettersi d’accordo su due dossier decisivi: la sicurezza interna e l’economia. Ed è di questo che Haftar ha parlato con Conte. Secondo il quotidiano panarabo Al-Araby Al-Jadeed vicino al Qatar (quindi nemico di Haftar) il generale avrebbe chiesto il sostegno del governo italiano agli sforzi dell’Egitto per l’unificazione delle istituzioni militari libiche. Di fatto, la richiesta di essere il capo dell’esercito. L’informazione è di parte, ma fa il paio con quanto chiesto da Serraj nel suo viaggio presso la Nato dei giorni scorsi, quando ha perorato la causa dell’unificazione delle varie tribù militari, ma con “l’aiuto” occidentale. Quello di cui non si è discusso, assicurano da Palazzo Chigi, è dell’ambasciatore a Tripoli. L’Italia aveva richiamato l’ambasciatore Perrone per ragioni di sicurezza e la sede diplomatica è rimasta scoperta. Ma alla Farnesina sono convinti che entro Natale la postazione sarà coperta.

Caso Eni, pressioni da Mosca: “Il russo non va processato”

Che effetto potevano avere, sul processo Eni in corso a Milano, le pressioni del governo russo sul nostro ministero degli Esteri? Per rispondere è necessario dipanare un giallo internazionale che coinvolge i russi, la Farnesina, il ministero della Giustizia e la Procura di Milano.

La carambola inizia l’8 ottobre, quando il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, uno dei più stretti collaboratori del presidente Vladimir Putin, durante un incontro internazionale consegna un documento scritto in russo al suo omologo italiano, Enzo Moavero Milanesi. È una richiesta che riguarda un cittadino russo, Ednan Tofik Ogly Agaev, ex ambasciatore di Mosca in Colombia.

Agaev è un personaggio centrale nel processo milanese in cui è imputato di corruzione internazionale insieme a Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, e al suo predecessore Paolo Scaroni.

La storia è quella del mega giacimento petrolifero nigeriano Opl 245, che Eni ha ottenuto nel 2011 pagando 1 miliardo e 92 milioni di dollari. Neppure un cent restò nelle casse dello Stato nigeriano, perché i soldi furono girati e dispersi in una girandola di conti in giro per il mondo e finirono a governanti della Nigeria e a mediatori italiani e internazionali. Questa almeno è l’ipotesi dell’accusa, che li considera una supertangente e ha mandato sotto processo dodici persone, tra cui Descalzi, Scaroni e l’ex ministro del Petrolio nigeriano, Dan Etete, che si era preso il controllo di Opl 245 attraverso la società Malabu.

Consulente di Malabu e mediatore dell’operazione era Agaev, che poi ha raccontato ai magistrati italiani, Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, qualcosa dell’operazione. C’era un primo schema di pagamento, che prevedeva di pagare direttamente Malabu. Troppo rischioso, hanno convenuto i protagonisti, che sono così passati a un secondo schema: il miliardo e rotti è stato pagato da Eni (e dalla sua alleata Shell) su un conto del governo nigeriano, che poi lo ha girato ai conti di Malabu, dei politici e dei mediatori. “Safe sex”, ha spiegato Agaev ai pm italiani: all’operazione hanno messo il preservativo.

Ora i russi fanno pressioni per farlo uscire dal processo. Nel documento consegnato al nostro ministro dicono che “Agaev è una persona ben nota, ha ricoperto incarichi importanti nello Stato. Negli ultimi anni ha collaborato con famosi studi legali e partecipato a numerosi progetti internazionali. La parte russa è convinta che non ha compiuto alcun atto illecito. Speriamo dunque che le Autorità italiane dimostrino un approccio ragionevole e dopo le opportune verifiche trovino la possibilità di cambiare lo stato di Agaev da indagato a testimone”.

Che cosa fa il nostro ministro? Invece di mettere in archivio o buttare in un cestino la proposta indecente dei russi, il 17 ottobre la passa diligentemente al suo collega della Giustizia, Alfonso Bonafede: “In vista della predisposizione di una nota di risposta per il ministero degli Esteri russo, si sarà grati a codesto Ufficio se vorrà raccogliere con ogni consentita urgenza elementi informativi sulla vicenda e sullo stato del procedimento giudiziario che siano condivisibili con le controparti russe”.

Il 24 ottobre il direttore generale di via Arenula, Donatella Donati, gira la richiesta alla Procura di Milano: “Si sarà grati a codesta Procura se vorrà qui far pervenire, compatibilmente con eventuali esigenze di segreto investigativo, ogni utile e ostensibile dato conoscitivo sul procedimento penale in corso a carico del predetto”. Così la richiesta russa di approccio ragionevole arriva fin sulle scrivanie dei pm, i quali rispondono seccamente, inviando al ministero il decreto (pubblico) di rinvio a giudizio. Il ministro russo aveva sollecitato una risposta il 23 novembre, quando aveva incontrato Moavero al Forum Mediterraneo.

Ora è più facile tentare finalmente di rispondere alla domanda iniziale: che effetto potevano avere sul processo Eni le pressioni del governo russo sul nostro ministero degli Esteri? Nessuno, vista l’indipendenza della magistratura dal potere politico che vige in Italia, a differenza che nella Federazione Russa. Certo è che le dichiarazioni di Agaev sono, per ora, tra le più pesanti fonti di prova per l’accusa. Viste le ottime relazioni che Scaroni e i vertici Eni hanno in Russia, i malpensanti sono autorizzati a ipotizzare che il cambiamento di ruolo o addirittura l’uscita dal processo di Agaev avrebbe potuto indebolire l’accusa e rendere felici i vertici Eni.

 

Il Papa riforma il governo della Città del Vaticano

“Razionalizzazione, economicità, semplificazione”. Sono i tre principi che orientano la riorganizzazione complessiva del governatorato vaticano di Papa Bergoglio che viene messa in atto con un Motu Proprio con il quale Francesco rende questa sorta di “municipio” del piccolo Stato pontificio “sempre più idoneo alle esigenze attuali, al servizio ecclesiale che è chiamato a prestare alla missione del Romano Pontefice nel mondo e alla peculiare finalità istituzionale dello Stato della Città del Vaticano”. Nel documento diffuso ieri pomeriggio, che porta la firma del 25 novembre scorso e che entrerà in vigore il 7 giugno 2019, il Papa indica i criteri che animano la nuova legge sul Governatorato: “Funzionalità, trasparenza, coerenza normativa e flessibilità organizzativa”. La riforma mira, in sostanza, allo snellimento di una struttura complessa dalla quale dipendono i lavori per la manutenzione della Città del Vaticano, la gestione degli appalti, degli spacci, dei magazzini, come pure di uffici quali la Gendarmeria, la Floreria, l’Ufficio numismatica, i Musei vaticani, e anche la gestione dei giardini e delle Ville pontificie di Castel Gandolfo e la nettezza urbana.

E Grillo brindava: “Esce vapore acqueo!”

In principio fu l’idrogeno. L’arma di salvezza, secondo Beppe Grillo, contro il combustibile fossile causa di inquinamento, crisi economiche e conflitti: il petrolio. Nel suo spettacolo del 1995 La (cosiddetta) era tecnologica registrato a Bellinzona, in Svizzera, il comico era entusiasta per la “scoperta” fatta pochi anni prima da un falegname che viveva “nella valle dell’Emmental”, Markus Friedli. Grazie a un sistema casalingo di pannelli solari produceva energia elettrica e grazie a questa scindeva l’idrogeno dall’ossigeno e lo usava come carburante per il proprio furgone. “Dal tubo di scappamento esce vapore acqueo!”, urlava di gioia Grillo all’apice del climax. Per essere ancora più convincente fornì anche la prova provata: fece accendere il motore di un veicolo sul palco e, avvicinandosi al tubo di scappamento che aveva cosparso con il Vicks Vaporub, tirò grandi boccate per far vedere che “non c’era nessun inganno”.

Dalla metà degli Anni 90 Grillo cominciò a proclamare che la tecnologia delle automobili in vendita fino a quel momento – e in futuro – era il passato. “Da 30 anni tengono la macchina idrogeno nei cassetti per vendere il petrolio”, era il suo mantra. Del resto il comico genovese è stato un pioniere dell’auto “ecologica” in Italia, tanto che nel 2002 è andato davanti ai cancelli dello stabilimento Fiat a Mirafiori con un modello di Renault Twingo modificata grazie a un progetto finanziato da Greenpeace anni prima. Nel suo show Grillo traduce la battaglia in un messaggio di pace: “Se si consuma meno petrolio, si riducono a metà le guerre”. E non ha mai perso occasione di proporsi come ‘uomo immagine’ per riuscire a far produrre quella macchina ibrida: “Voi non perdete il posto di lavoro, gli industriali guadagnerebbero perché io vi prometto che ci metto la mia faccia gratuitamente”. Ma il mondo dell’imprenditoria italiana sembra non aver accolto l’invito: nonostante il progresso tecnologico, si continua a mettere in commercio le solite auto col motore a scoppio. Durante lo spettacolo BeppeGrillo.it del 2005 si scaglia contro l’allora amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, pur senza nominarlo esplicitamente, perché avrebbe “dissipato un capitale umano – e tecnologico – straordinario. Hanno inventato gli autobus elettrici, le macchine bifuel, costruiscono meccanismi che non fanno rumore” che non vengono immessi sul mercato. La ragione di queste scelte, secondo Grillo, risiedeva nel fatto che “la Fiat è diventata una finanziaria”, più interessata a vendere e comprare azioni che a produrre beni di consumo migliori. Per dare il buon esempio, il giorno del suo primo ingresso a Montecitorio, il 9 maggio del 2013, lo fece a bordo di una Kia ibrida. Bianca, per non confonderla con le “auto blu” dei deputati.

Scontro Lega-M5S: il governo si rimangia l’ecotassa su auto

“Non è una tassa sulle auto, ma un bonus per le elettriche, a metano e ibride. La miglioreremo al Senato”, dice Luigi Di Maio. Corre ai ripari Matteo Salvini: “L’ecotassa non avrà i voti della Lega”. Ma a ricordare che la nuova tassa sulle auto inquinanti è prevista nel contratto di governo, ma che nessuna macchina di piccola cilindrata verrà tartassata è il sottosegretario all’Economia Laura Castelli. Che, tuttavia, cercando di convincere gli alleati di governo della bontà dell’operazione commette un’imprecisione che finisce per rendere ancora più confusa la partita sul bonus malus per le auto in base alle emissioni di Co2. Ancora una volta, insomma Lega e M5S si trovano su due fronti diversi.

A scatenare la giornata di tensione è un emendamento alla manovra di bilancio, approvato nella notte tra martedì e mercoledì, che prevede incentivi dai 1.500 ai 6 mila euro per chi acquista – tra il 2019 e il 2021 – un’auto nuova con emissioni tra zero e 90 grammi per chilometro di anidride carbonica (elettrica, ibrida o comunque poco inquinante) e introduce di fatto una nuova tassa da 150 a 3 mila euro per chi sceglie invece le utilitarie. Le vetture cioè che presentano valori di emissioni superiori ai 110 grammi per chilometro. L’obiettivo è rendere sempre più conveniente l’acquisto di vetture meno inquinanti, così come previsto dal Piano strategico del governo per la mobilità sostenibile. Peccato che, segnala Utilitalia, senza incentivi ad hoc per una rete di colonnine di ricarica, l’obiettivo di diffondere l’eco-mobilità rischia di fare flop.

La tassa è una modifica che M5S è riuscito a far inserire a copertura di un emendamento leghista (articolo 49-bis) sulla pesca. La Lega, insomma, sapeva tutto. Ma, quando in mattinata scoppiano le polemiche sulla stangata, Salvini ne disconosce la paternità: “Sono assolutamente contrario. Bene tutelare l’ambiente ma senza imporre nuove tasse. Con me, con il sostegno della Lega, non passerà mai”. Fatto sta che i deputati leghisti la proposta l’hanno firmata e votata.

A pagare la tassa sarebbero i proprietari delle utilitarie più inquinanti, come la Panda, la Fiat 500X, la Renault Clio o la Lancia Ypsilon che sono tra le dieci auto più vendute in Italia nel 2018. Ad esempio, la Fiat Panda a benzina euro 6 (prezzo di listino circa 11mila euro) pagherebbe un’imposta di 300 euro, una cifra più alta di una grande berlina tedesca con motore diesel. I proprietari di una Bmw 518d, invece, sborserebbero solo 150 euro per il loro bolide 2.000 diesel euro 6 da oltre 53mila euro.

A smorzare i toni è arrivato quindi Di Maio: “In questo momento la norma è dentro la legge di bilancio, è un bonus per le macchine elettriche, a metano e ibride. Va migliorata”. Sparito quindi il “malus”, ma non la sovrattassa per le auto di grossa cilindrata come i suv e, soprattutto, le polemiche.

Le critiche sono arrivate dall’opposizione, dai sindacati, dalle imprese e dai consumatori. Il sottosegretario allo Sviluppo Davide Crippa (M5S) ha spiegato che con questo meccanismo diventerà sempre più conveniente acquistare vetture meno inquinanti contribuendo al miglioramento della qualità dell’aria delle nostre città. Di Maio ha anche annunciato di convocare per lunedì o martedì prossimi un tavolo tecnico al ministero dello Sviluppo Economico con i costruttori, a partire da Fca che potrebbe subire gli effetti negativi più evidenti da questa norma. Secondo un’analisi di Mediobanca, infatti, la nuova tassa potrebbe far crescere i prezzi dei modelli Fca del 2-6% e nel complesso il nuovo sistema di tasse ed incentivi basato sui livelli di CO2 avrebbe l’effetto “di rallentare l’andamento delle vendite in Italia”.

Nel pomeriggio ad alimentare le polemiche sono state anche le dichiarazioni del sottosegretario all’Economia Castelli la quale, ricordando e che la norma è nel contratto politico, ha ribadito “la volontà politica del governo di tenere la norma, perché non colpisce chi ha un’auto molto vecchia, né chi compra una macchina sotto una certa cilindrata”. Ma nel contratto di governo c’è un chiaro obiettivo: favorire il mercato delle vetture elettriche e conseguentemente la mobilitàsostenibile e non una sovrattassa che si applichi sulle vetture a benzina o diesel.

Ieri Salvini è arrivato perfino a minacciare di rivedere il contratto di governo. “Magari quello che abbiamo stabilito a maggio, a settembre del 2020 va ritirato”, ha detto. Le frizioni tra i due partiti non mancano ma Di Maio ha per ora e subito stoppato: “Il contratto è migliorabile solo se si modifica al rialzo”.

Deficit, ancora non c’è accordo per trattare con l’Ue

Martedì o mercoledì Giuseppe Conte dovrebbe incontrare a Bruxelles il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker per avanzare l’ennesima proposta italiana sul budget 2019, quella che dovrebbe bloccare la procedura di infrazione contro l’Italia e riportare la pace in Europa. Cosa gli dirà, però, non lo sanno né il premier, né i suoi vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Il deficit dovrebbe calare, ma quanto e come ancora non si sa (e in realtà esiste anche la possibilità che cali dal lato spesa corrente per aumentare nella parte investimenti, magari aumentando quelli per gli “eventi eccezionali”). Le posizioni di partenza, a parte i toni, sono ancora assai distanti: basti dire che l’Ue chiede in teoria una diminuzione del deficit strutturale di circa 16 miliardi e il governo italiano nella più rosea delle previsioni dei “trattativisti” non ha intenzione di andare oltre i 7 (portando il disavanzo netto attorno al 2% rispetto al Pil). Negoziato “complicato, ma non impossibile”, dice Conte. La dead line è il 19 dicembre: entro quella data Commissione e governi Ue si aspettano novità nero su bianco, meglio se attraverso un maxi-emendamento coi nuovi saldi già votato in Senato, dove la manovra arriverà lunedì.

Per uscire dalla povertà lavorare non basta più

Una notizia buona e una cattiva. Quella buona, fonte Istat, è che nel 2016 (ultimi dati disponibili) il reddito netto medio annuo delle famiglie in Italia è cresciuto del 2,1%, una crescita che interessa tutte le fasce di reddito ma che, sorpresa, è più accentuata nel 20% di famiglie più povere. Il rapporto tra il reddito medio del 20% più ricco della popolazione e il 20% più povero sarebbe calato da 6,3 (vuol dire redditi netti dei più ricchi superiori di 6,3 volte rispetto a quelli dei più poveri) a 5,9. Un andamento che sembra contraddire tutta l’attuale letteratura economico politica sull’aumento strutturale delle diseguaglianze.

La notizia meno buona emerge da un’ analisi un po’ più approfondita dei dati pubblicati ieri dall’istituto di statistica. E dice, in sostanza, che è stabile il numero di persone residenti in Italia a rischio povertà e che il lavoro non è più garanzia di vita dignitosa.

I rider che pedalano per 4 euro lordi a consegna, così come gli altri lavoratori della cosiddetta gig economy, i cassintegrati che hanno lavorato qualche ora in più alla settimana, i precari che lavorano a chiamata e i lavoratori part time, tanto più se hanno famiglie a carico o se sono stranieri continuano a essere, se non poveri, a rischio povertà. Quest’ultima è, secondo l’istituto di statistica, la condizione di chi ha un reddito disponibile annuo inferiore a 9.925 euro, 827 euro al mese.

Nel dettaglio, i dati pubblicati ieri, basati sull’ultima indagine Eu-Silc (Statistics on income and living conditions), mostrano che nel 2016 il reddito medio annuo per famiglia (esclusi gli affitti figurativi, cioè il reddito in più rappresentato dalla proprietà di un’abitazione) è stato di 30.595 euro. L’anno dopo, peraltro, il reddito medio dovrebbe essere ulteriormente cresciuto, visto che l’aumento Pil è passato dallo 0,9% all’ 1,5%.

Il 20% più povero, come s’è detto, guadagna posizioni rispetto ai ricchi, anche se siamo sempre sotto i livelli pre crisi (nel 2007 il 20% più ricco aveva un reddito solo 5,2 volte maggiore).

All’interno degli aggregati, nota l’Istat, è però “pressoché stabile” la percentuale di individui a rischio povertà: il 20,3% della popolazione. Pressoché stabile in queste statistiche significa uguale, visto che lo scarto indicato (dal 20,3% del 2016 al 20,6% del 2015) rientra in un intervallo di errore che va dal 19,5% al 21,1%.

Da notare, inoltre, che lo stesso Istat calcola che in Italia nel 2016 c’erano 4,7 milioni di individui in povertà assoluta, anche in questo caso “stabili” (dal 6,1% al 6,3%) rispetto all’anno prima.

Il Sud si conferma messo peggio del Nord, col 33,1% di persone a rischio povertà (contro il 13,7% al Nord ovest e il 10,2% al Nord est) così come sono svantaggiate le famiglie con almeno un componente straniero: 38,9%, contro il 18,1%.

Spiega Enrico Giovannini, ex ministro del Lavoro, nel governo Letta, ed ex presidente dell’Istat: “L’aumento del reddito nel 20% più povero della popolazione è un fatto positivo. Nel 2016 c’è stata una crescita dell’occupazione, hanno ricominciato a lavorare quanti erano stati espulsi o messi in cassa integrazione negli anni più gravi della crisi e questo fa aumentare il reddito medio, ma non fa necessariamente uscire dal rischio povertà. E non cambia la condizione delle fasce più disagiate, la cosiddetta ‘coda’ della distribuzione del reddito, dove la povertà è stata anche nel 2016 in leggero aumento”.

1 condono e 12 caffè. Ora la Lega vuole parlare alla sua base

Lo spettacolo, per così dire, non è dei migliori: una gestione così caotica della sessione di bilancio non si era mai vista. La manovra approda in aula alla Camera in forte ritardo, dopo una revisione in commissione Bilancio per sanare una dozzina di errori, e siamo solo alla prima lettura e al piccolo cabotaggio. Ieri è servito un nuovo vertice a Palazzo Chigi per gestire le modifiche. Gli alleati ormai procedono in ordine sparso: si sgambettano, litigano, ma aggiungono nuove misure per fare cassa guardando alla propria base elettorale. La Lega, per dire, ottiene che venga inserito un nuovo condono sulle cartelle esattoriali. I 5Stelle un aumento del prelievo sulle “pensioni d’oro”.

Da ieri è partita la maratona per approvare il testo, su cui il governo ha posto la fiducia, che sarà votata oggi. Se va bene si chiuderà domani. Poi passerà al Senato, dove entreranno tutte le modifiche rilevanti, dal Reddito di cittadinanza a Quota 100, compresi i tagli che recepiranno l’accordo con Bruxelles sul deficit che potrebbero ridurre l’impatto della manovra sui saldi di finanza pubblica. Si lavorerà anche dopo Natale per chiudere entro fine anno.

Il caos è presto detto. Su ordine della Ragioneria, il testo, già in aula, ieri è dovuto tornare in Commissione per correggere errori di copertura su almeno 15 emendamenti: dall’Iva sulle prestazioni in hotel all’edilizia sanitaria fino alle assunzioni in Corte dei Conti e Ispettorato del lavoro. È stato perfino approvato un emendamento che lima il fondo che finanzia Quota 100. Il presidente Claudio Borghi (Lega) ha disertato la seduta in protesta con il presidente della Camera Roberto Fico che ha cancellato le modifiche in tema di donazioni e farmacie, care alla Lega: misure ordinamentali che non dovrebbero entrare in manovra, dove però sono finite una pioggia di norme micro-settoriali, altrettanto vietate.

In questa confusione a Palazzo Chigi si sono riuniti il premier Giuseppe Conte, Matteo Salvini e Luigi Di Maio per decidere le modifiche da inserire in Senato. Il risultato sembra premiare la Lega. Il Carroccio ne esce con un nuovo condono che riguarderà le cartelle esattoriali, che potranno essere chiuse pagando un’aliquota forfettaria: “Sarà del 15% per le cartelle dai 30 ai 90 mila euro”, spiega Salvini, anche se sul tetto si discuterà ancora.

La norma arriva dopo che dal decreto fiscale era stata eliminata – previo ennesimo vertice – la misura che permetteva di integrare i redditi già dichiarati pagando sulla differenza solo il 20%. Una misura che, per la verità, piaceva solo a una piccola parte della Lega e dal gettito misero. La portata della nuova norma è invece rilevante. Le soglie per le cartelle sembrano pensate per venire incontro a quel mondo di piccole imprese, artigiani e professionisti da sempre bacino elettorale del Carroccio.

Anche la tempistica non è irrilevante. Da settimane Salvini è pressato da quel coacervo di interessi che sulla grande stampa passa come “Partito del Pil”, un agglomerato che racchiude Confindustria, Pmi, artigiani, associazioni varie e pezzi di sindacato con appigli istituzionali tra i governatori e i sindaci del Nord, che dalle grandi opere alle norme sul lavoro chiedono alla Lega di isolare l’alleato. Il primo passo Salvini lo ha fatto giovedì, ribadendo il suo favore al Tav e lasciando al capogruppo leghista alla Camera, il piemontese Riccardo Molinari, il compito di sbeffeggiare il ministro 5 Stelle Danilo Toninelli (“capisco gli imprenditori preoccupati dal suo atteggiamento ambiguo”); ieri è andato oltre, invitando al ministero lo stesso fronte – le 12 associazioni radunate da Confindustria a Torino lunedì scorso per difendere il Tav – per un incontro con lui e il plenipotenziario leghista per i rapporti con le imprese, Giancarlo Giorgetti. “Offrirò 12 caffè al Viminale”, ha spiegato il leader leghista, che solo due giorni fa aveva deriso il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia (“se vuole gli offro un caffè…”).

Una mossa, ça va sans dire, che non piace ai 5Stelle. Che hanno acconsentito al nuovo condono in cambio dell’aumento dal 25 al 40% del prelievo temporaneo sulle pensioni oltre i 90 mila euro.