Dal supermarket al Viminale

Il genere è consolidato. Una bella intervista di 2 minuti nel Tg1 delle ore 20, il telegiornale più visto d’Italia. Ieri c’erano Renzi o Gentiloni o Boschi, oggi ci sono Conte o Di Maio o Salvini. Mercoledì è toccato al Capitano. Un minuto e 54, più un’altra decina di secondi per il lancio del servizio. Domande così: “Ministro Salvini, la manovra sta cambiando?”. Lui sembra leggere le risposte da un gobbo: “È nostro dovere ascoltare tutti e migliorare. Ci sono più soldi per i sindaci, più soldi per imprenditori e artigiani e per le forze dell’ordine. Stiamo reintroducendo la pace fiscale per liberare i troppi italiani ostaggi di Equitalia”. Anche per l’inflessione un po’ teatrale e il gesticolare di Salvini, sembra l’intervista finta di Gianni Minoli a Craxi prima delle elezioni del 1987. Non si svolge in un supermercato ma in un ufficio del Viminale. Il ministro ha libertà di slogan: “Entro l’inverno difendersi in casa propria o nel proprio negozio sarà legge”. Oppure: “È cambiato il mondo: meno 100 mila sbarchi, meno morti, meno sprechi, meno costi sociali, meno reati: un’Italia più sicura”. C’è anche lo spot sulla manifestazione di domani: “Sabato mattina in piazza del Popolo spero ci sia l’Italia bella, sorridente, pacifica, che ha voglia di guardare avanti”. Chi ha bisogno di comprare pubblicità se può farsi intervistare sul servizio pubblico?

A Matteo, il nostro lettore più attento

La cosa è nota da tempo: l’insuccesso può dare alla testa. Il problema di Matteo Renzi nella sua nuova vita di ex tutto è che non riesce ad abbandonare certe fissazioni della precedente, in particolare la politica e Il Fatto Quotidiano. Ieri, per dire, ci ha onorato della sua attenzione via Facebook: ”L’amicizia con Lucia e Alberto Aleotti c’è, non ho nessun problema, ma come si può legare la vicenda che li riguarda a me? Comunque ieri sono stati assolti in secondo grado e sul Fatto ho trovato un trafilettino a pagina 4, senza riferimenti al modo infame in cui diedero la notizia due anni fa, dicendo che lui era il testimonial del premier, l’amico”. Ieri abbiamo dato la notizia dell’assoluzione in appello dei padroni della Menarini, dopo la condanna in primo grado, in un’intera colonna a pagina 4 e, a suo tempo, sottolineammo (infami?) il rapporto tra Renzi e i due fratelli perché l’allora premier pensò bene di portare Lucia Aleotti, già sotto processo, nel suo primo viaggio da Angela Merkel e di proporre – per poi ritirarla – una norma fiscale che avrebbe “graziato” i suoi amici. Per informazione, comunichiamo al nostro attento lettore che Repubblica ha una brevina a pagina 29, La Stampa pure (pag. 21), Il Sole 24 Ore manco quella. Vince il Corriere della Sera che ha la notizia in prima: fossimo in Renzi, una telefonata di congratulazioni a Cairo la faremmo.

“Si sono dati alla macchia”. Dopo tre mesi Minniti ha capito che volevano fregarlo

“Si sono dati alla macchia”. Chi è vicino a Marco Minniti la riassume così, la breve storia triste della non candidatura dell’ex ministro dell’Interno. Loro – quelli che si sono dati alla macchia – sono ovviamente i renziani. E lui – Matteo Renzi – è passato in un amen dal ruolo di grande elettore di Minniti sul trono del Pd a quello di chi tramava per distruggere ciò che resta del partito (e poi andarsene via): “Volevano usare Marco per dividere e creare il caos”, ragiona oggi il minnitiano anonimo. L’hanno capito, dice, negli ultimi dieci giorni.

Un po’ tardi. Perché nel frattempo l’ex ministro ci ha messo la faccia, in un balletto che ha fatto male soprattutto alla sua credibilità. Questa, in estrema sintesi, la cronistoria. Il pressing renziano sul “candidato tentenna” inizia sotto traccia, ma con una certa insistenza, a settembre: l’ex ministro è considerato l’ultima carta per contendere il partito a Zingaretti. L’endorsement diventa ufficiale il 12 ottobre, con un appello pubblico firmato da 15 sindaci renziani (tra cui Dario Nardella, Matteo Ricci e Giorgio Gori): “Abbiamo bisogno di individuare un profilo forte e autorevole contro l’incompetenza e l’estremismo gialloverde. Marco Minniti, figura dal forte profilo democratico e unitario, potrebbe essere quella giusta per guidare il nostro partito”.

È l’inizio di un travaglio politico e mediatico. E di una scissione quasi psichiatrica: Minniti può vincere il congresso solo con l’appoggio di Renzi, ma non vuole essere identificato con Renzi. Ha bisogno dell’appoggio di tutti i renziani, ma non vuole contrattare con i renziani i termini della sua corsa e della futura segreteria . È candidato, ma non è candidato.

L’ex Lothar dalemiano pronuncia una lunga serie di “Sto riflettendo”. Il 16 ottobre dice che scioglierà la riserva dopo il Forum programmatico del Pd del 28 ottobre. Due giorni dopo ribadisce: “Ne parleremo al momento opportuno, nei prossimi giorni”. Il 20 ottobre è nel parterre della Leopolda renziana, ma assolutamente non ne vuole parlare (i riflettori della kermesse, d’altra parte, sono per Paolo Bonolis). Quando arriva il benedetto forum del 28 ottobre, Minniti spinge l’orizzonte un po’ più in là. È sibillino: “Io non scommetto sulla mia candidatura, però prendo atto del fatto che voi stiate scommettendo, e mi auguro che non perdiate i soldi”. Il 12 novembre a Nemo, su Rai Due, passa alle percentuali: “Mi candido al 51%”. Il 16 novembre è a Palazzo Vecchio a presentare il suo libro con Renzi e Nardella. Tutti si aspettano l’annuncio ufficiale, invece ne concede uno a metà, per negazione: “Se il mio impegno servirà a rendere più unito e più forte il Pd io non mi sottrarrò”.

Il grande giorno, finalmente, è il 17 novembre. La corsa viene lanciata con un’intervista su Repubblica, insieme a un’orgogliosa rivendicazione d’autonomia: “Io non sono lo sfidante renziano. In campo c’è solo Marco Minniti”. Renzi benedice l’operazione qualche giorno dopo in un’intervista al Tg2: “Marco Minniti è un perfetto candidato contro Matteo Salvini. Mentre Salvini parla di legalità e sicurezza, Minniti la pratica”.

E invece l’ex premier “si dà alla macchia”. Scompare. A Minniti era stato promesso un documento d’appoggio con le firme dei circa 100 parlamentari renziani. Non arriva. L’ex Lothar vorrebbe un impegno formale a non lasciare il Pd dopo il congresso. Non arriva nemmeno quello. C’è puzza di bruciato. Com’era iniziata, finisce. Diciotto giorni dopo, Minniti richiama Repubblica e chiude la malinconica campagna da non candidato: “Lo faccio per amore del Pd”.

La sinistra implode: dove andranno i suoi 6 milioni di elettori?

Non gioco più me ne vado, cantava Mina: potrebbe essere la canzone del cupio dissolvi Pd, di cui Marco Minniti è l’ultimo esempio. Soltanto diciotto giorni in corsa per la segreteria e, d’un tratto, non gioco più davvero. “Per salvare il partito”, sostiene, “un gesto d’amore per consegnare una leadership forte e determinata alle primarie”. Che, però, difficilmente sarebbe potuta essere la sua, come da sondaggi che lo vedevano di poco sopra il 30%, e di poco sotto Nicola Zingaretti (Minniti non sembra tipo da secondo posto).

Insieme all’ex ministro degli Interni, dalle parti del Nazareno sono in tanti a non giocare più. Due ex premier. Enrico Letta, esiliatosi a Parigi dopo l’estromissione da Palazzo Chigi (stai sereno un corno). Paolo Gentiloni, in modalità stand by e segreteria telefonica (lasciate un messaggio, sarete richiamati se mi gira). Senza contare uno storico ex segretario: Walter Veltroni, le cui improvvise dimissioni, nel 2009, restano tuttora un mistero doloroso (la sconfitta del partito in Sardegna? Via non facciamo ridere). E un padre fondatore: Romano Prodi, che alla parola Pd oggi ammutolisce. Non gioca più Gianni Cuperlo, autorevole coscienza critica (e autocritica) di cui si sono perse le tracce. Per non parlare di Pippo Civati e dei tanti che se ne andarono senza toccare palla.

Infine: Matteo Renzi. Se fossero vere le indiscrezioni che lo vogliono presto fuori dal Pd, alla testa di un movimento della “società civile” (non mi dire), verrebbe da chiedersi se il travolgente leader del 41%, oggi al culmine della discesa, non abbia deciso di autorottamarsi. Se anche portasse via, e non è detto, il 10% di quel 16% e rotti attualmente attribuito ai Democratici avrebbe soltanto certificato la sua irrilevanza politica. Riuscendo a distruggere definitivamente il Pd, che forse è la sua vendetta (La vita è un letto sfatto, io prendo quel che trovo e lascio quel che prendo dietro me: sempre Mina).

Al di là dei destini personali, la domanda riguarda le ragioni profonde dell’implosione caratteriale di un partito capace di fare più opposizione a se stesso che al governo.

Matteo Renzi regnante, fu proprio Cuperlo ad ammettere che se anche “troppe brave persone, troppe passioni e competenze, troppi voti” avevano abbandonato il partito, “perché incompatibili con tono, vocabolario, rudezza del Capo”, non vedeva un nesso decisivo tra “l’origine del nostro scontento e un corpo estraneo a noi”. Una progressiva fiacchezza, dunque, non imputabile soltanto alle reciproche insofferenze interne, o alla “generale manifestazione di sfiducia, che si è saldata con l’onda nazionalpopulista di cui abbiamo sottovalutato le dimensioni” (Gentiloni). Siamo probabilmente all’esaurimento di una spinta propulsiva che la sinistra italiana ha già conosciuto in passato (Pci). Capace però di rinascere dalle proprie ceneri (dal Pds ai Ds al Pd). Con due differenze. La continuità delle classi dirigenti che hanno tenuto in piedi la Ditta attraverso l’esercizio del potere, e qualche lifting. E il voto di chi si turava il naso, magari per non darla vinta a Silvio Berlusconi.

Adesso allo squagliamento dei vertici potrebbe seguire quello della base. Tra protagonismi e ripicche, di quei sei milioni di voti che il 4 marzo, malgrado tutto, diedero una chance al Pd, se ne occupa qualcuno?

Renzi gioca a sfasciare tutto. E stavolta molla anche i suoi

Luigi Marattin ha lo sguardo perso, assorto. Ma è un attimo: quando capisce di essere osservato, di scatto mette su il suo sorriso più sfavillante. Raffaella Paita cammina con gli occhi bassi. Emanuele Fiano discute animatamente con Franco Vazio, le facce che si fanno sempre più scure. Il ritiro di Marco Minniti e l’ipotesi che Matteo Renzi esca dal Pd, a gennaio, senza portarsi dietro praticamente nessuno dei fedelissimi, getta nel panico i suoi parlamentari. Che fare? Chi appoggiare al congresso? Come garantirsi un futuro in politica? Nel frattempo, quel che resta del Pd, si riorganizza, secondo la linea del salvare il salvabile. E Nicola Zingaretti parla già da segretario in pectore.

Matteo Renzi: triste, solitario y final? 

L’unico punto fermo dell’operazione dell’ex segretario è avere innescato l’ennesima bomba per far esplodere il Pd. La linea la dà un post Facebook della mattina: “Chiedetemi tutto ma non di fare il piccolo burattinaio al congresso del Pd. Da mesi non mi preoccupo della Ditta Pd: mi preoccupo del Paese”. Negli stessi momenti comincia a circolare l’iniziativa cittadini2019.it, sul modello di Ciudadanos in Spagna. Portavoce Gianfranco Passalacqua, ex collaboratore di Sandro Gozi. Il primo incontro è fissato per il 16 dicembre. Lo staff di Renzi smentisce che lui c’entri qualcosa. Ma con Gozi il senatore di Scandicci è appena stato a Bruxelles a parlare del suo movimento, che dovrebbe fare da cerniera tra sinistra e centro. Lancio a gennaio, tentativo di Renzi di candidarsi alle Europee (sogno pure di Gozi). Fatto? Fermi tutti, a Radio Zapping in serata l’interessato dichiara: “Di scissioni ne abbiamo viste già abbastanza, non è all’ordine del giorno, io sto lavorando a qualcosa di diverso”. Siamo all’ennesimo schema #Enricostaisereno? Ovvero, negare per confermare? Comunque sia, un movimento parallelo, una lista, un partito nel partito, coadiuvato dai comitati civici, è cosa certa. Sull’uscita, le cose si fanno nebulose: Renzi non ha voglia di portarsi dietro nessuno, neanche il Giglio magico più stretto (un nome per tutti: Maria Elena Boschi) per evitare zavorre. Però, ha bisogno di soldi: e allora, almeno 20 deputati e 10 senatori per costituire i gruppi parlamentari li deve scegliere. Per ora, si diverte a lasciare per l’ennesima volta il Pd appeso. È la sua strategia più sperimentata: giocare su più tavoli e far affondare tutti gli altri commensali.

Luca Lotti a guardia della bad company

Sulla candidatura di Minniti c’avevano messo la faccia soprattutto Luca Lotti e Lorenzo Guerini, con l’obiettivo di consegnargli la loro parte di partito, tenendosi le chiavi. Oggi si trovano a gestire una corrente minoritaria, abbastanza mal vista e pure senza leader. Di fatto abbandonati da Renzi. La prima scelta è quella di decidere se appoggiare un candidato (ovvero Maurizio Martina), o ripiegare su uno di bandiera. Tipo Guerini, che però questo sacrificio non lo vuole fare.

La variabile impazzita di Carlo Calenda

A far accelerare Renzi ci sarebbe stato anche un sondaggio commissariato dall’ex ministro dello Sviluppo economico su un suo eventuale partito di centro. Progetto che Calenda ha in mente da mesi, ma che sembra destinato a rimanere nel cassetto: Renzi l’ha bruciato effettivamente sul tempo ed è difficile immaginare che ci sia lo spazio per un soggetto come questo, figuriamoci per due. Tanto è vero che l’interessato smentisce. Mentre gli amici, Paolo Gentiloni in testa, gli stanno vivamente consigliando di lasciar perdere. E Zingaretti gli offre di fare il capolista (del Pd) alle Europee.

Quelli che restano: Zingaretti e Martina

La scelta del governatore del Lazio è non soffiare sulle polemiche e presentarsi come l’unico argine all’estinzione Dem. Per questo, si è saldamente legato a Gentiloni: gli ha proposto di fare il presidente del partito e pure il candidato premier (ruolo molto teorico, visto che il Pd viene dato al 15%). Con lui c’è Dario Franceschini e una serie di big. Alcuni dei renziani lo stanno corteggiando. Anche Martina e Richetti continuano la corsa (per ora) congiunta. Con loro il mondo del renzismo, autonomo o in disgrazia che dir si voglia: da Matteo Orfini a Graziano Delrio, passando per Debora Serracchiani e Tommaso Nannicini. Il dubbio che al congresso si arrivi davvero, però, resta.

Aridàtece Jim

Finirà che rimpiangeremo Jim Messina, il leggendario guru americano e globetrotter della comunicazione che, avendo già rovinato Obama, Rajoy e Cameron, fu ingaggiato da Renzi alla modica cifra di 400 mila euro all’anno perché non c’è il tre senza il quattro. Infatti, anche grazie ai suoi preziosi consigli, il Pd perse rovinosamente tutte le Amministrative, poi il referendum costituzionale, infine le Politiche. Dopodiché lo Statista di Rignano capì di riuscire tranquillamente a sparare cazzate da solo, e lo congedò. Ma oggi, visto com’è ridotto, potrebbe aver bisogno persino di lui: financo Jim gli farebbe notare che non è una proprio grande idea fondare un partito macroniano quando Macron non lo vota più neppure Brigitte. E c’è il rischio che, quando i suoi seguaci italiani saranno pronti a partire, lo spirito guida sia già fuggito a Varennes travestito da Luigi XVI. Se poi fosse vero che anche Carlo Calenda è pronto a uscire dal partito a cui si era iscritto inspiegabilmente sei mesi fa, pure lui per seguire le orme del genio transalpino, avremmo ben due partiti macroniani senza più Macron. Degno epigono della sinistra più ritardataria dell’orbe terracqueo. Cioè la nostra: blairiana quando gli inglesi a Blair tiravano le uova e le scarpe; clintoniana nel senso di Bill quando questi s’era già estinto e nel senso di Hillary quando le mancava giusto un po’ di sfiga per perdere persino contro Trump.

Negli ultimi anni il Pd ha tentato sgangheratamente di scimmiottare i 5Stelle. Prima con Renzi, che alle primarie si presentava come la bella copia di Grillo, salvo poi diventare la brutta copia di B.. Poi con Gentiloni, che abbozzò un abortino di reddito di cittadinanza (Rei, reddito di inclusione), talmente gracilino che – come ha detto Nanni Moretti – non l’ha notato nessuno. Intanto coglievano ogni occasione, vera e soprattutto falsa, per dire che i 5Stelle rubano come gli altri. Che, se fosse vero, sarebbe una ben magra consolazione. Ma purtroppo è falso. Diversi amministratori M5S sono finiti sotto inchiesta, e alcuni sotto processo, ma mai per ruberie di soldi pubblici. E, in caso di condotte moralmente indegne, sono stati comunque cacciati. Tipo i parlamentari che si avvalsero della facoltà di non rispondere ai pm (un diritto processuale, ritenuto però incompatibile col dovere di trasparenza), sulle firme false a Palermo. O il capo-gabinetto della Appendino che fece levare una multa a un amico. O la sindaca di Quarto (Napoli) che non aveva denunciato un’estorsione da un consigliere comunale. O il sindaco di Bagheria, nei guai per abusi edilizi e appalti pilotati.

Memorabile la campagna, alla vigilia delle elezioni, montata dal Pd sui servizi delle Iene che smascheravano una dozzina di parlamentari M5S morosi sul versamento – imposto dal codice interno – di parte dello stipendio al fondo per il microcredito delle piccole e medie imprese. Furono dipinti come ladri per aver fatto ciò che fanno tutti i parlamentari dal 1948, con l’unico effetto di far scoprire agli italiani ciò che la grande stampa gli aveva sempre nascosto: e cioè che i 5Stelle rinunciano a una parte del proprio stipendio per finanziare le piccole imprese; e chi viene beccato a tenersi tutto viene espulso su due piedi. Un lancio pubblicitario strepitoso (e tutto gratis). Notevole anche la polemica contro Di Maio, “primo ministro del Lavoro che non ha mai lavorato”, a parte vendere bibite allo stadio San Paolo di Napoli: il che, detto da un partito che si dice di sinistra, era un autogol da Guinness, visto che una sinistra che si rispetti dovrebbe fare qualcosa per i giovani del Sud che si arrabattano con piccoli lavoretti perché non trovano un’occupazione decente. Poi è partita, sempre dalle Iene, la sit-com di Casa Di Maio, col padre Antonio che faceva lavorare in nero tre operai e, si insinuava, forse anche il figlio Luigi, quando non era occupato a vendere bibite al San Paolo o a servire in tavola (senza contratto) in una pizzeria del suo paese. I migliori segugi di tv e giornaloni a caccia di sardanapaleschi abusi – dalla “piscina” che poi si rivelava una vasca montabile o gonfiabile, alla “villa col patio” che poi si scopriva essere una squallida tettoia con dietro due bombole a gas – assistiti via cielo da appositi droni e via terra da plotoni di vigili dell’inflessibile amministrazione comunale di Marignanella (che mai prima aveva notato nulla di abusivo, né a casa Di Maio né nelle proprietà adiacenti). E intanto la gente semplice si domandava: ma non ci avevano raccontato che Di Maio non faceva una mazza dalla mattina alla sera? Invece, guarda guarda, vendeva bibite allo stadio, serviva pizze, lavorava col padre e chissà cos’altro: più che fannullone, stakanovista.

Ieri i geniali comunicatori del Pd hanno lanciato l’ultimo boomerang contro la norma del M5S (prevista dal contratto di governo, ma invisa alla Lega) che incoraggia l’acquisto di auto ecologiche e penalizza quello di veicoli inquinanti. Una battaglia che accomuna tutte le forze di sinistra e ambientaliste del mondo: infatti il Pd non c’entra. In perfetta sintonia con FI e Lega, il renziano Michele Anzaldi bolla i 5Stelle come “i killer dell’auto italiana e del made in Italy”, perché – testuale – “l’unico Paese che ancora non produce auto ibride è l’Italia” e questa è “concorrenza sleale” perché “ben 24 colossi stranieri già producono auto ibride”. Volete mettere il privilegio di noi italiani di morire di smog più degli altri per difendere il made in Italy della Fca (con sedi fra Detroit, Londra e l’Olanda) che, bontà sua, non ha mai partorito un’auto ecologica? Un bel cancro made in Italy, che diamine. E poi tutti a chiedersi perché in Italia vincono i 5Stelle e in Germania i Verdi. Jim, ti prego, torna al Nazareno: spiegagli qualcosa almeno tu.

Graphic novel, un piccolo boom editoriale

Non sono più gli anni Novanta, quando i fumetti da edicola si vendevano a milioni di copie, ma in un settore che in generale continua ad arrancare c’è almeno una buona notizia: i graphic novel, cioè i fumetti con personaggi non seriali di solito venduti in libreria, si stanno affermando come uno dei pochi segmenti in crescita nell’editoria italiana.

Al festival Più libri, più liberi, a Roma, oggi viene presentata una ricerca realizzata dall’Associazione italiana editori in collaborazione con Nielsen che ha prodotto risultati sorprendenti: nel 2012 il valore del comparto “graphic novel, libri a fumetti e manga” valeva 8,7 milioni di euro annui. Nel 2017 è arrivato a 13,6 milioni. Stiamo parlando di una piccola fetta dell’editoria, oggi l’1,2 per cento del totale, ma la crescita è comunque vistosa. Si tratta quasi di un raddoppio del fatturato in cinque anni. E se guardiamo al numero delle copie, l’aumento è altrettanto rilevante: da 593.000 a 862.000. Una parte di questo successo si deve anche al contenimento dei prezzi di copertina: in media 14,67 euro nel 2012 che sono saliti fino ai 15,96 del 2016 per poi scendere a 13,90 nel 2017. I graphic novel non sono economici (ad abbassare la media nella categoria considerata ci pensano i manga): di solito sono edizioni rilegate, con copertina cartonata, costano come tre o quattro albi da edicola (quelli Bonelli o Marvel hanno prezzi base intorno ai 3,50 euro). Non sono alla portata di tutti i redditi, anche se i piccoli editori si sforzano di tenere prezzi più bassi di circa il 22 per cento rispetto ai grandi gruppi, ma il trend di crescita è chiaro.

Che cosa è cambiato in questi anni? C’è un grande impatto sulle vendite di alcuni best-seller: nel mondo del fumetto Zerocalcare (pubblicato da Bao Publishing) è l’equivalente di Checco Zalone al cinema, se c’è lui il fatturato complessivo si impenna. Ma è vero che c’è stato quello che la ricerca Aie-Nielsen chiama “uno sdoganamento culturale del genere”. Non è più considerato una bizzarria per appassionati, ma un genere letterario con piena dignità. Un fumetto di Gipi nel 2014 è addirittura arrivato in finale al premio Strega. Mentre le edicole chiudono e il fumetto popolare ne risente, il graphic novel conquista le librerie. I grandi gruppi editoriali lo hanno capito e ora hanno tutti una loro collana di fumetti. È un boom dai numeri limitati, ma pur sempre un boom.

Lupus in fabula: l’animale cattivo è riapparso in libreria

Tempo da lupi, non c’è dubbio. Nell’epoca in cui la narrativa mondiale fa i conti con la mancanza del Nobel, il #MeToo mette a rischio il politicamente scorretto nei thriller e i governi planetari riportano alla mente le epoche buie, non c’è niente di meglio che rifugiarsi nell’usato sicuro, cioè in una delle figure più controverse per eccellenza nella storia dell’uomo: il lupo, appunto. Animale intelligente, selvaggio antenato del nostro Fido da salotto, in continua lotta tra lo spopolamento, lo sterminio delle greggi e la morte cruenta (vedi l’impiccagione di Coriano, nel Riminese, quest’anno), è il nemico-amico per eccellenza. È il cattivo delle favole, quello che mangia Cappuccetto e sua nonna, ma è anche quello, anzi quella, che sfama Romolo e Remo rendendo possibile la nascita di Roma.

Da Esopo a Fedro, da Plauto ai giorni nostri: solo negli ultimi due mesi, abbiamo contato almeno una decina di titoli che riportano in copertina il maschio alfa, pardon il lupo, che vive in un branco piramidale al vertice del quale c’è proprio il maschio alfa. Nella sua reale pelliccia o sotto forma di metafora.

Giuseppe Festa, scrittore e musicista, ha pubblicato tra ottobre e novembre ben due volumi sul tema: I figli del bosco. L’avventura di due lupi alla scoperta della verità (Garzanti) e La luna è dei lupi (Salani). Nel primo racconta l’avventura di Ulisse e Achille, due cuccioli trovati soli nel bosco e affidati alle cure di Elisa. Una sorta di storia di Roma al rovescio. L’autore ha passato con Elisa e con i volontari del Centro Monte Adone sull’Appennino bolognese ben 15 mesi e giustamente ha messo a frutto questa bell’esperienza: nel secondo volume, racconta infatti ai ragazzi dai dieci anni in su la storia di Rio, un capo cui è affidata la sopravvivenza dell’intero branco sui Monti Sibillini, e dei due ricercatori Greta e Lorenzo.

Lo storico medievale Riccardo Rao, invece, nel suo Il tempo dei lupi. Storia e luoghi di un animale favoloso (Utet) ripercorre il mito, le credenze, la superstizione e la persecuzione della creatura che sta ripopolando l’Europa intera. E per fortuna: dal Medioevo a oggi, infatti, tra i racconti popolari di bambini allevati da lupi o di donne (delle Asturie) capaci di guidare i branchi, la storia è il racconto di uno sterminio: “Si conta che solo in Francia nel 1797 furono uccisi oltre cinquemila lupi”.

La “bestia cattiva” è solo lo spunto per il filologo Tommaso Braccini per ricostruire il Lupus in fabula. Fiabe, leggende e barzellette in Grecia e a Roma (Carocci). La letteratura orale nell’antichità difficilmente si è trasformata in pagina scritta, eppure un attento lavoro di ricostruzione ci restituisce la vita culturale di un tempo nelle sue sfumature meno conosciute.

Alle favole che tutti conosciamo hanno pensato invece Pierdomenico Baccalario e Davide Morosinotto in Attenti ai lupi. Le sette storie più spaventose dei fratelli Grimm (De Agostini). Cappuccetto Rosso, Hansel e Gretel, il Principe Ranocchio, Biancaneve: siamo sicuri che fossero adatte a far addormentare i bambini? “Le fiabe hanno i denti. Morsicano – scrivono gli autori –. Perciò il nostro consiglio è di posare questo libro per non toccarlo mai più”. Consigliato agli adulti dai nove anni in su.

C’è poi chi sbatte il lupo in copertina per costruire un – vero – noir. È il caso di Francesco Guccini (proprio lui) e Loriano Macchiavelli che in Tempo da elfi. Romanzo di boschi, lupi e altri misteri (Giunti) narrano l’omicidio di un giovane elfo e delle indagini di “Poiana”, ispettore della Forestale al tempo dell’assorbimento nell’Arma dei carabinieri. Oppure, per scavallare le Alpi, è il caso di Hervé Le Corre, noirista francese alle prese con Scambiare i lupi per cani (e/o): misteri, vendette, amore e violenza di un ex galeotto e della conturbante Jessica. O, ancora, de L’impero dei lupi (Garzanti), nel quale Jean-Christophe Grangé indaga sull’efferata uccisione a Parigi di tre ragazze turche.

E se nel vostro immaginario è rimasto solo Balla coi lupi e volete invece sfoggiare una cultura sull’animale del momento, potete ricorrere a Il lupo. Una storia culturale (Ponte alle Grazie), nel quale Michel Pastoureau ricostruisce documenti d’archivio, cronache, folklore, bestiari, cartoni animati, toponimi e proverbi. Perché, in fondo, homo homini lupus non è mai stato così attuale.

“Yoko cantava da cornacchia. Hendrix? Solo canne e flirt”

Si insultano da più di mezzo secolo. La prima volta fu il 15 febbraio 1965, la sera di inaugurazione del Piper. Vandelli se la ricorda bene. “Noi dell’Equipe 84 arrivammo mentre i Rokes erano alle prese con il soundcheck. Non ci cagarono affatto. Si comportavano da divi. Mi venne l’idea di proporre a Shapiro di fare un pezzo insieme noi e loro, dopo le nostre esibizioni. Bussai al camerino di Shel, gliene parlai. Lui stava leggendo un libro, alzò gli occhi e mi rispose: ‘Nessuno al mondo deve dirmi cosa fare!’. Urlai un sonoro vaffanculo e sbattei la porta”.

Shapiro ride: “Maurizio, io soffrirò pure di amnesie, ma è da allora che ripeti questa storia! Sei rimasto traumatizzato, lo capisco. Per questo ora abbiamo fatto un disco in coppia e affrontiamo il tour. È un atto umanitario nei tuoi confronti, mi fai tenerezza”.

E l’italiano: “Taci tu! Con quell’aria a metà tra il rivoluzionario e il rabbino! Io sono la tua vittima! E il tuo badante”.

No, non la smetteranno mai. Ma si divertono come pazzi. Non sembrano nemici giurati o rivali: ricordano semmai i vecchietti del Muppet Show, che dal palchetto prendono per il culo tutto e tutti, a cominciare da loro stessi. I due sono al Teatro San Domenico di Crema a rodare lo show: lunedì 10, dal Verdi di Firenze, parte il giro di concerti in coabitazione, naturale esito dell’album Love and Peace, dove hanno rivisitato (scambiandoseli, in varia misura) i rispettivi successi dell’età d’oro del beat. Hanno pure composto una cosuccia nuova, You raise me up, che fungerà da sigla di coda delle serate. “Proporremo un sacco di sorprese. Canteremo tutte le canzoni di Morandi! No, aspetta, questo è uno scherzo! Forse”. Battibeccano, giocano. Due eterni ragazzini hippie, scaraventati nel 2018 dalla macchina del tempo. Praticamente intatti.

Grazie a Dio, non si avverte il polveroso effetto della nostalgia.

Shapiro: “Se ci siamo messi insieme dopo decenni di sana ostilità non è certo per piangerci addosso. Siamo carichi di rabbia, energia e divertimento. Guardiamo avanti, il mondo sta cambiando ancora, i ragazzi di oggi devono darsi una svegliata”.

Vandelli: “Io mi sono armato comprando nuove chitarre e una mazza da baseball. Nel peggiore dei casi, la darò in testa a Shel”.

In realtà siete due alleati storici. Qual era il gruppo terzo incomodo, all’epoca?

Shapiro: “Mi rendo conto che suonerà poco umile, ma in Italia contavano solo i Rokes e l’Equipe 84. Sì, un paio di anni dopo arrivarono i Nomadi, i Camaleonti, i Pooh…”.

Vandelli: “Ah, i Pooh. Che dicevano di essere influenzati dai Beatles e dagli Stones, ma suonavano le nostre canzoni, agli esordi…”.

Voi, in compenso, pescavate a piene mani dal repertorio anglosassone. Tante cover risciacquate in italiano…

Shapiro: “Alt. Non erano cover. Magari nascevano altrove come canzoni d’amore, e noi le trasformavamo in pezzi di protesta che parlavano della società. Questo erano È la pioggia che va o Che colpa abbiamo noi. E a volte erano gli americani a riprendere le nostre cose: Piangi con me, lato B di un 45 giri dei Rokes, restò dodici settimane nella top ten Usa”.

Vandelli: “Non dimentichiamo quelle scritte da Battisti e Mogol per noi: 29 settembre, Nel cuore nell’anima. E poi, quando montò la grande ondata dei complessi, le star non erano straniere, ma italiane. Mina, Pavone, Morandi, Celentano”.

In seguito ne frequentaste, di colossi del rock mondiale.

Vandelli: “Mi ritrovai a cena con McCartney e altri, ma Paul mi girò la schiena e non mi filò per tutta la serata. Passai invece ore memorabili con Lennon”.

Shapiro: “Sei andato a letto con John?!?”.

Vandelli: “Ma no, era una jam session con tanti altri in una villa nella campagna inglese. Yoko emetteva dei suoni strazianti e io feci una gaffe con Lennon chiedendogli chi fosse quella cornacchia. Girava roba buona”.

Shapiro: “Io invece all’inizio della carriera accompagnavo Gene Vincent”.

Vandelli: “Suonavi con Gene Vincent?!?”.

Shapiro: “Già. Quello di Be-Bop a Lula. Uno dei padri fondatori del rock’n’roll. Ma era uno strano personaggio, difficile comunicare con lui. Era un sudista della Virginia, culturalmente troppo lontano da me. Ricordo con maggior piacere di quando incontrai Eric Clapton e ci mettemmo a parlare di chitarre”.

Vandelli: “Beh, nel ’68 ebbi l’onore di ospitare nella grande casa milanese dell’Equipe 84, in via Bodoni, il signor Jimi Hendrix, che era in città per il suo tour. Rollava in continuazione, ebbe un flirt con una ragazza, credo fosse impegnata con il nostro Victor Sogliani. Che se ne fece una ragione”.

Al Cantagiro quante volte vi hanno presi di mira, voi capelloni?

Vandelli: “Tante. Ma la peggiore capitò a Bobby Solo, nella macchina davanti a noi. Si fermò e fu avvicinato da un carbonaio, tutto nero di fuliggine, che gli mollò una sberla. Senza alcun motivo”.

Shapiro: “Quella non era contestazione, ma pura ignoranza. A volte i poliziotti venivano presi a sassate, a noi tiravano buste piene di immondizie o di merda. Ecco perché non dobbiamo mai smettere di tentare di cambiare il mondo”.

Quando Alfio Cantarella, batterista dell’Equipe 84, fu arrestato per possesso di hashish, dietro i tamburi del gruppo di Vandelli arrivò Mike Shepstone proprio dai Rokes. Uno scippo o un prestito?

Shapiro: “Ma no, una cosa bellissima. Questo è il rock: aggregazione, amicizia, partecipazione”.

Vandelli: “Shel, mi solleva sentirtelo dire. Butto via la mazza da baseball”.

Il rap è russo, ma suona meglio in carcere

“Se gli Usa abbandonano il trattato sui missili a medio raggio, le conseguenze saranno pericolose per l’Europa”, ha detto Valery Gherasimov, capo dello Stato maggiore russo. Putin ripete di nuovo: “Se gli Usa abbandonano il trattato, la Russia sarà costretta a rispondere”. E riarmarsi.

Un ultimatum dopo l’altro ai tg russi della nuova Guerra Fredda. Isteria nazionalizzata all’ora di cena a Vesti Nedeli (Notizie della settimana), la trasmissione di Dimitry Kislev, direttore del colosso mediatico cremliniano. Lo chiamano “propagandista capo” ed è anche per questo che nessuno si aspettava che cominciasse, all’improvviso, durante il tg, a rappare. “Ci dicono che il rap è nato in America”, ma è russo e “il precursore è Majakovskij”. Dopo questo annuncio, il sempre gelido e luciferino Kislev, ha cominciato a cantare le poesie del futurista per parlare agli spettatori degli ultimi nemici della società tradizionale slava: i nuovi cattivi maestri della gioventù russa, quelli che con le loro canzoni mettono in dubbio governo, società e censura. In Russia i rapper cominciano a fare più domande dei giornalisti e, uno dopo l’altro, stanno finendo tutti in carcere, in una girandola di rime e manette. L’ultima irruzione dell’Fsb, servizio di sicurezza russo, c’è stata sabato scorso al concerto dei IC3Peak a Novosibirsk.

Il primo a finire in prigione è stato Husky, trascinato via dall’Fsb mentre si esibiva circondato dalla folla a Krasnodar. “Gli artisti vengono attaccati perché parlano dei problemi della società”, ha detto il rapper Oxxxymiron al concerto di solidarietà organizzato per l’artista arrestato, dove sono stati raccolti 6 milioni di rubli per l’associazione dei diritti umani Agora. Il suo direttore, Pavel Chikovm, ha detto che “l’Fsb ha una lista nera di musicisti, se ne occupa il Centro E del dipartimento”. E sta per estremismo. Husky è stato poi liberato “perché il concerto stava per trasformarsi in una manifestazione per la libertà di parola”, ha detto il blogger Navalny.

Dal tg al dipartimento dell’educazione. Quello di Yakutsk avvisa i genitori: vietate le canzoni di Ally perché “i bambini dopo vorranno fare uso di droga, alcol, giochi d’azzardo”. C’è pressione sui gestori dei locali per annullare le performance dei rapper da Pietroburgo a Vladivostock.

Telefonate che avvisano di allarmi bomba per annullare i concerti. Minacce. Arresti per “estremismo” cantato in rima. Più che le luci dei riflettori, alle serate i fan vedono quelle delle volanti della polizia, ma gli artisti non mollano i microfoni. Non lo fa il nichilista post-sovietico Face, che ridicolizza il patriottismo russo con il simbolo tradizionale del Paese: un orso che balla sui grattacieli americani in fiamme.

Un ritornello che in fondo in Russia dal secolo scorso non è cambiato.