Acondannare definitivamente Theresa May e il suo piano per la Brexit potrebbe essere una fatale omissione sulla questione centrale del dossier Brexit, la soluzione per il confine nord-irlandese. Il collo di bottiglia che, fin dall’inizio delle trattative con Bruxelles, ha ridotto drammaticamente i margini di manovra dei negoziatori britannici.
Per settimane il primo ministro ha ignorato la richiesta, avanzata dal Labour, di pubblicare in Parlamento il parere legale completo fornito al governo sulle ripercussioni del Protocollo Irlanda-Irlanda del Nord: la backstop clause, la “soluzione di garanzia” concordata con Bruxelles per evitare il ritorno di un confine fisico fra le due Irlande. Motivazione ufficiale: nella pratica legale è convenzione che venga protetta la confidenzialità fra gli avvocati e i suoi assistiti e che spetti al cliente decidere cosa rendere noto. Obiezione: i ministri non sono clienti ordinari, e questa non è una questione privata.
In un climax di sfiducia fra esecutivo e Parlamento, questa contraddizione è esplosa. Martedì una inedita coalizione di laburisti, indipendentisti scozzesi, lib-dem, verdi e nazionalisti gallesi — a cui si sono uniti gli unionisti irlandesi del Dup, quelli che in teoria ancora garantiscono la maggioranza – sono andati allo scontro diretto. Hanno presentato una mozione di censura contro l’esecutivo, accusato di oltraggio al parlamento per aver rifiutato la pubblicazione. Sotto per 311 voti a 293, il governo è stato costretto ad una umiliante marcia indietro. Il parere legale integrale, una lettera di 6 pagine inviata il 13 novembre alla May e pubblicata ieri mattina, è inesorabile: secondo il procuratore generale Geoffrey Cox, nero su bianco, “la backstop significa che l’Irlanda del Nord rimarrà nell’unione doganale europea e soggetta alle leggi europee (quindi sotto la giurisdizione della Corte europea di Giustizia e della Commissione europea) mentre il resto del Regno Unito ne uscirà e formerà una unione doganale separata”.
Di conseguenza “dal punto di vista regolatorio, per lo scambio delle merci la madrepatria britannica è essenzialmente trattata come un paese terzo” dall’Irlanda del Nord.
Traduzione? L’accordo che la House of Commons dovrebbe approvare martedì 11 sacrifica l’unità territoriale del Regno, lasciando l’Irlanda del Nord nella sfera di influenza europea. Il punto critico: fino a quando?
“Malgrado dichiarazioni sul fatto che il Protocollo non è inteso come permanente, e la chiara intenzione di entrambe le parti di trovare una alternativa, secondo il diritto internazionale il Protocollo vale a tempo indefinito il Regno Unito non ha una via d’uscita legale”.
A essere pedanti, è la versione esplicita di quanto già contenuto nel testo dell’accordo di divorzio noto da settimane. La lettera ha però un peso politico: dimostra che la May, consapevole in prima persona del rischio di tenere l’Irlanda del Nord di fatto in Europa per anni, ha scelto di accettare ugualmente il compromesso.
Da qui, la rivolta dei falchi Brexiters e degli Unionisti irlandesi, il cui vice segretario Nigel Dodds ha tuonato: “È del tutto inaccettabile ed economicamente folle”.
Messa nell’angolo e accusata di aver nascosto la verità, Theresa May ha aperto alla possibilità di trovare nuove soluzioni. Secondo Itv, i Brexiter vorrebbero inserire nel testo di divorzio la clausola che sia il Parlamento a decidere se attivare o no la backstop clause quando finirà il periodo di transizione. Un potere di veto, insomma. Indigeribile dall’Unione europea. A sei giorni dal voto cruciale, sul piatto ci sono ancora troppe opzioni. E una premier estremamente indebolita: ieri sera, con 92 voti contro 25, il Parlamento scozzese ha rigettato il suo deal.