La Brexit non è immediata: c’è sempre il figlio irlandese

Acondannare definitivamente Theresa May e il suo piano per la Brexit potrebbe essere una fatale omissione sulla questione centrale del dossier Brexit, la soluzione per il confine nord-irlandese. Il collo di bottiglia che, fin dall’inizio delle trattative con Bruxelles, ha ridotto drammaticamente i margini di manovra dei negoziatori britannici.

Per settimane il primo ministro ha ignorato la richiesta, avanzata dal Labour, di pubblicare in Parlamento il parere legale completo fornito al governo sulle ripercussioni del Protocollo Irlanda-Irlanda del Nord: la backstop clause, la “soluzione di garanzia” concordata con Bruxelles per evitare il ritorno di un confine fisico fra le due Irlande. Motivazione ufficiale: nella pratica legale è convenzione che venga protetta la confidenzialità fra gli avvocati e i suoi assistiti e che spetti al cliente decidere cosa rendere noto. Obiezione: i ministri non sono clienti ordinari, e questa non è una questione privata.

In un climax di sfiducia fra esecutivo e Parlamento, questa contraddizione è esplosa. Martedì una inedita coalizione di laburisti, indipendentisti scozzesi, lib-dem, verdi e nazionalisti gallesi — a cui si sono uniti gli unionisti irlandesi del Dup, quelli che in teoria ancora garantiscono la maggioranza – sono andati allo scontro diretto. Hanno presentato una mozione di censura contro l’esecutivo, accusato di oltraggio al parlamento per aver rifiutato la pubblicazione. Sotto per 311 voti a 293, il governo è stato costretto ad una umiliante marcia indietro. Il parere legale integrale, una lettera di 6 pagine inviata il 13 novembre alla May e pubblicata ieri mattina, è inesorabile: secondo il procuratore generale Geoffrey Cox, nero su bianco, “la backstop significa che l’Irlanda del Nord rimarrà nell’unione doganale europea e soggetta alle leggi europee (quindi sotto la giurisdizione della Corte europea di Giustizia e della Commissione europea) mentre il resto del Regno Unito ne uscirà e formerà una unione doganale separata”.

Di conseguenza “dal punto di vista regolatorio, per lo scambio delle merci la madrepatria britannica è essenzialmente trattata come un paese terzo” dall’Irlanda del Nord.

Traduzione? L’accordo che la House of Commons dovrebbe approvare martedì 11 sacrifica l’unità territoriale del Regno, lasciando l’Irlanda del Nord nella sfera di influenza europea. Il punto critico: fino a quando?

“Malgrado dichiarazioni sul fatto che il Protocollo non è inteso come permanente, e la chiara intenzione di entrambe le parti di trovare una alternativa, secondo il diritto internazionale il Protocollo vale a tempo indefinito il Regno Unito non ha una via d’uscita legale”.

A essere pedanti, è la versione esplicita di quanto già contenuto nel testo dell’accordo di divorzio noto da settimane. La lettera ha però un peso politico: dimostra che la May, consapevole in prima persona del rischio di tenere l’Irlanda del Nord di fatto in Europa per anni, ha scelto di accettare ugualmente il compromesso.

Da qui, la rivolta dei falchi Brexiters e degli Unionisti irlandesi, il cui vice segretario Nigel Dodds ha tuonato: “È del tutto inaccettabile ed economicamente folle”.

Messa nell’angolo e accusata di aver nascosto la verità, Theresa May ha aperto alla possibilità di trovare nuove soluzioni. Secondo Itv, i Brexiter vorrebbero inserire nel testo di divorzio la clausola che sia il Parlamento a decidere se attivare o no la backstop clause quando finirà il periodo di transizione. Un potere di veto, insomma. Indigeribile dall’Unione europea. A sei giorni dal voto cruciale, sul piatto ci sono ancora troppe opzioni. E una premier estremamente indebolita: ieri sera, con 92 voti contro 25, il Parlamento scozzese ha rigettato il suo deal.

Dopo El Chapo Sean Penn cerca la verità su Jamal K.

Prima era accusato di essere pagato dai governi di sinistra, ora dai Fratelli Musulmani. Il due volte premio Oscar Sean Penn veste di nuovo i panni dell’attivista e vola in Turchia a girare un documentario sull’uccisione di Jamal Khashoggi. E nei paesi arabi si apre il dibattito: sarà vera passione per gli ultimi, per le ingiustizie del mondo, oppure l’ex di Madonna si offre profumatamente per la causa del momento?
La risposta, secondo alcuni media arabi starebbe nei milioni che gli verrebbero offerti per perorare anche questa causa. L’ultimo impegno dell’attore di Milk – prima di quello che lo vede protagonista del doc sul giornalista del Washington Post scomparso a ottobre il cui corpo non è mai stato ritrovato – fu la molto discussa intervista a Joaquin Guzman in arte El Chapo, il narcotrafficante più ricercato al mondo, nel suo nascondiglio, in compagnia dell’attrice, Kate del Castillo. Ora, l’agenzia di stampa di Stato turca Anadolu l’ha “beccato” con tutta la troupe di registi e produttori fuori dal consolato saudita di Istambul mentre effettuavano le riprese del prossimo documentario. In un video pubblicato dai media turchi, si vede l’attore vestito di nero da capo a piedi mentre si rivolge a un cameraman davanti a una barriera della polizia turca che impedisce l’accesso al consolato saudita. Oltre a questo però, neanche sulla stampa locale sono trapelati dettagli. Fatta eccezione per l’incontro che Penn avrebbe avuto con la fidanzata di Khashoggi, Hatice Cengiz, colei che lo ha visto entrare per l’ultima volta nel consolato per ritirate i documenti che gli avrebbero permesso di sposarla e poi non l’ha più rivisto. Penn avrebbe incontrato in realtà anche altre persone informate sul caso. Oltre a questo, sappiamo che l’attore è nella Capitale turca già da qualche giorno e che ancora non è ripartito per gli Usa, dove, tra l’altro, è in atto un durissimo scontro tra i senatori e l’intelligence Usa contro il presidente Donald Trump. Quest’ultimo, infatti, nega che il principe saudita Bin Salman possa avere a che fare con la morte di Khashoggi, mentre il capo della Cia in un report di martedì al Senato avrebbe spiegato anche i dettagli dell’omicidio da parte del principe ereditario. Il solito Penn anti-Trump.

Sulla Libia Haftar cerca l’asse con Conte

Al termine della conferenza sulla Libia, svoltasi a Palermo lo scorso 13 novembre, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, aveva assicurato: “Non finisce qui”. A sole tre settimane da quell’augurio, uno dei protagonisti del conflitto libico, il generale Khalifa Haftar, oggi a Roma vedrà proprio Conte. Segnale di un canale privilegiato tra il governo italiano e “l’uomo forte” della Cirenaica, la zona orientale della Libia, alternativo al governo di Tripoli, riconosciuto a livello internazionale e guidato da Fayez al Serraj fino a qualche tempo fa unico interlocutore italiano. L’importanza del viaggio è messa in risalto dalla contestuale missione che il rivale di Haftar, Serraj, ha compiuto nei giorni scorsi a Bruxelles, sede della Nato e in cui il capo del governo di Tripoli ha visto il Segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg, e l’Alto rappresentante della politica estera europea, Federica Mogherini.

Una serie di viaggi e incontri – Serraj è stato anche in Kuwait e in Giordania dove si è pronunciato per la possibilità di integrare in un unico esercito le varie forze militari – da cui si evince come le varie parti libiche – comprese le forze che governano Misurata – stiano cercando il massimo di aiuti e consensi al proprio rafforzamento. L’obiettivo è quello di poter arrivare al meglio alla Conferenza nazionale, auspicata a gennaio, a cui sta lavorando l’inviato dell’Onu, Ghassam Salamè. A oggi, però, non esiste una data e proprio ieri, mentre Haftar era a Roma, il suo portavoce a Bengasi, Ahmed al Mismari, avvertiva riguardo al pericolo di forze che vorrebbero trasformare la conferenza “in un Forum per manipolarne i risultati”. L’esercito libico nazionale “non accetterà alcuna manipolazione terminologica”, ha sostenuto al Mismari, e ha soprattutto ribadito che Bengasi punta a una Libia “forte” anche sul piano militare. Dichiarazione fatta mentre Serraj chiede alla Nato di sostenerlo nella formazione di un esercito unico.

La visita di Haftar potrebbe però combinarsi anche con la questione migranti. Come sottolinea Agenzia Nova, “Tobruk chiede la riattivazione del Protocollo aggiuntivo tecnico operativo di collaborazione tra l’Italia e l’ex Jamahiriya di Gheddafi per fronteggiare il fenomeno della immigrazione clandestina”. Questa richiesta potrebbe però nascondere un altro obiettivo: con il pretesto del controllo delle rotte migranti, spostare le forze dalla Cirenaica, passando per il sud della Libia, fino alla zona che confina con la Tunisia. Non a caso a Roma Haftar ha incontrato anche l’ambasciatore Usa in Tunisia.

Supercoppa & affari, l’Italia dà un calcio a Khashoggi

Khashoggi?, chi era costui? Il calcio italiano non permette che diritti umani e ubbie buoniste turbino i suoi affari: la Supercoppa italiana si giocherà a Gedda, in Arabia Saudita, il 16 gennaio 2019. Scenderanno in campo i campioni d’Italia della Juventus e il Milan, finalista della scorsa edizione della Coppa Italia. La notizia è da ieri ufficiale: la partita si disputerà al King Abdullah Sports City Stadium, con inizio alle ore 20.30 locali (18.30 ora italiana).

Il clamore internazionale per l’abominevole uccisione il 2 ottobre dell’oppositore ed editorialista Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul non scuote né la Federazione né le squadre. L’Italia è così. Quella del tennis, nel 1976, accettava di andare a giocare nella Santiago del Cile di Pinochet, nello stadio che era stato prigione e luogo di tortura appena tre anni prima, pur di portare in Italia la Coppa Davis: Pietrangeli capitano e Panatta, Bertolucci, Barazzutti giocatori. E quella della politica ammicca all’Egitto del generale golpista al-Sisi, dimentica di Giulio Regeni e del suo barbaro atroce omicidio: rimanda l’ambasciatore, non lesina visite e incontri, manda avanti, a fare il volto truce, inquirenti e magistrati, ma non ottiene giustizia; però salvaguardia gli affari dell’Eni. E il presidente della Camera Roberto Fico avverte il gelo della maggioranza intorno a sé, quando fa un passo nella giusta direzione e congela i rapporti con il Parlamento egiziano – gesto solo simbolico, senza impatto pratico –. La decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di fare spallucce di fronte al rapporto della Cia che chiama in causa il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman, ormai Mbs, nell’omicidio Khashoggi suscita titoli critici sui media italiani. Mentre l’incontro tra il premier Conte e Mbs a Buenos Aires, a margine del G20, non suscita emozione: “Gli ho chiesto spiegazioni, un’inchiesta approfondita”. Mbs assicura che la giustizia sta già facendo il suo corso, come al-Sisi afferma di quella egiziana. Certo, di mezzo ci sono gli affari. E l’Italia ne fa con l’Arabia Saudita: certo, non a livello degli Usa cui Ryad compra armi per oltre cento miliardi di dollari in dieci anni; ma cospicui. Le vende anche le bombe usate nello Yemen, dov’è in corso una sanguinosa guerra civile e uno scontro per procura tra sunniti e sciiti, tra iraniani e, appunto, sauditi e loro alleati. La scheda Info Mercati Esteri del sito del ministero degli Esteri propone dettagliate informazioni sui rapporti tra Roma e Ryad: investimenti; presenze di aziende; accordi economico-commerciali fra i due Paesi; anche i flussi, ancora modesti, turistici. L’interscambio, in calo negli ultimi anni, sfiora gli 8 miliardi di euro e potrebbe quest’anno superarli, come già fece nel 2015: nei primi sette mesi di quest’anno, l’Italia ha esportato verso l’Arabia saudita beni per 1.855 milioni di euro, per i due terzi macchinari e apparecchiature industriali, e ne ha importato per oltre 2.923 milioni di euro, essenzialmente prodotti energetici, all’80% petrolio e derivati. La politica? Evita d’intralciare gli affari, gira alla larga dai problemi – la legalità costituzionale della vendita di armi a Paesi in guerra è contestata dalle organizzazioni pacifiste –, fino a fare il pesce in barile nell’affare Khashoggi. E magari ci sarà pure un qualche ministro che andrà a vedere la finale della Supercoppa – nel governo, i tifosi del Milan fanno bella mostra di se stessi –, sedendo accanto – chi lo sa? – all’ineffabile Mbs.

La lezione americana è diversa. Se Trump gioca alle tre scimmiette, il Senato di Washington non ci sta e vuole vederci chiaro, decidere che risposta dare all’impudenza saudita: lunedì, i senatori, dopo avere ascoltato un briefing del capo della Cia Gina Haspel, sono parsi convinti che Mbs abbia ordito e ordinato l’omicidio di Khashoggi. “Se il principe finisse davanti a una giuria, sarebbe condannato in 30 minuti”, ha commentato il repubblicano Bob Corker. E Lindsey Graham, altro repubblicano, ha fatto macabra ironia: “Non c’è la pistola fumante, c’è la sega fumante”, alludendo allo strumento che sarebbe stato usato per sezionare il corpo.

Le bombe italiane ai sauditi: ecco il contratto segreto

Da mesi l’Arabia Saudita è al centro delle polemiche per l’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi. La Germania ha fermato l’export degli armamenti ai sauditi e anche Norvegia, Finlandia e Danimarca ne hanno richiesto la sospensione. Ma la vendita di armi continua attraverso le filiali all’estero. In Germania Rheinmetall, uno dei colossi della produzione di armamenti, esporta verso l’Arabia Saudita, attraverso la succursale italiana Rwm, con sede a Domusnovas in Sardegna. Esiste un contratto riservato, con data 29 novembre 2012 tra la Rwm Italia e la Raytheon Systems inglese, per un ordine di 63,2 milioni di euro di forniture, in cui è citato il contratto madre tra Raytheon e il ministero della Difesa dell’Arabia Saudita. Il contratto svela il gioco di Germania, Inghilterra, Italia e Stati Uniti, in un intreccio di rapporti commerciali costruito per fare in modo che tutti siano colpevoli ma nessuno lo sembri.

L’azienda inglese è una filiale della Raytheon, uno dei maggiori produttori di armamenti degli Stati Uniti. La firma sul documento è quella dell’ad di Rwm, l’ingegner Fabio Sgarzi, mentre l’uomo della Raytheon che ha richiesto l’ordine è Peter Ashby, il responsabile commerciale dell’azienda. L’azienda anglo-americana paga su un conto Deutsche Bank e la fabbrica sarda si impegna a fornire le armi richieste nell’arco di 57 mesi, entro giugno 2017. È ragionevole supporre che la triangolazione sia valida anche per i contratti successivi: Rheinmetall nell’assemblea degli azionisti dell’8 maggio 2018 a Berlino ha annunciato nei prossimi anni una salda partnership con Raytheon. Giorgio Beretta di Opal Brescia (Osservatorio permanente sulle armi leggere) calcola: “La fabbrica di armi ha una produzione massima di 50 milioni di euro all’anno, pertanto ogni nuovo ordine si protrae certamente per più anni”. Tra il 2016 e il 2017 ci sono state commesse all’Arabia per un totale di oltre 460 milioni: servirebbero quindi almeno 9 anni per evaderli tutti. Le bombe sono della serie Mk 83, 59,9 milioni di euro sono per le bombe che contengono esplosivo, mentre 2,5 milioni di euro sono per le bombe inerti. L’invio delle prime 3950 è previsto entro 24 mesi dalla data di inizio del contratto.

Raytheon UK ha tra i suoi dispositivi brevettati il Pavway IV Tactical Penetrator, necessario a rendere le bombe precise. Una bomba con Pavway IV nel maggio 2015 è stata ritrovata nello Yemen dall’agenzia Onu Unhcr e nell’ottobre 2016 componenti della bomba MK84, prodotta dalla Rwm Italia, sono state trovate nel villaggio di Deir al-Hajari nello Yemen nord occidentale a seguito di un attacco che aveva ucciso una famiglia di 6 persone.

La legge tedesca non autorizza l’esportazione di armi al fine di una guerra considerata offensiva, per eludere la normativa nazionale le aziende in affari con l’Arabia devono quindi servirsi di fabbriche all’estero. In questo modo Rheinmetall non figura mai nei contratti con i sauditi in maniera diretta. L’italiana Rwm che da anni riceve invece autorizzazioni dallo Uama (Unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento) al ministero degli Esteri. Durante l’assemblea degli azionisti di Rheinmetall del 2017 a Berlino, il presidente Armin Papperger ha descritto la strategia “di internazionalizzazione” dell’azienda: delocalizzare la produzione in Paesi dove risulta più semplice ricevere le autorizzazioni.

Però in Italia la legge 185 del 1990 vieta la vendita di armi “in Paesi in stato di conflitto armato, i cui governi siano colpevoli di violazione dei diritti umani”. Alla fine di agosto 2018, una commissione di esperti dell’Onu ha accertato la violazione dei diritti dell’uomo nel conflitto yemenita. Il presidente di Rheinmetall tuttavia, nell’ultima assemblea degli azionisti, ha negato ogni responsabilità: “Noi esportiamo verso Paesi con governi democratici. Per l’export di materiale bellico dall’Italia le autorizzazioni spettano esclusivamente all’Italia. Se il governo modificherà la prassi delle autorizzazioni, Rheinmetall si adeguerà”.

Nel 2015 l’allora ministra della Difesa Roberta Pinotti, in un’intervista a Repubblica Tv, spiegava: “Le bombe non sono italiane, sono un contratto di un’azienda americana che utilizza come subcontratto un’azienda tedesca: la Rheinmetall, che ha due fabbriche in Italia”. Il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, poco dopo il suo insediamento a giugno, aggiungeva: “Prima dell’ultima riforma esisteva l’autorizzazione politica, il ministero dello Sviluppo approvava la singola vendita. Oggi ci sono soltanto dei passaggi tecnici. Questo comporta che la Rwm può dire che le armi vanno in Germania e non in Arabia Saudita. Se le armi però vengono vendute con un contratto tra l’Italia e l’Arabia Saudita, è certamente responsabilità italiana”.

A settembre il ministro della Difesa Elisabetta Trenta ha sollecitato il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi sulla questione dell’export verso l’Arabia, richiedendo un controllo specifico. La Farnesina, che in questi anni ha sempre sostenuto la linea di un rispetto formale della legge 185 nel caso Rwm, ha fatto sapere in via informale di aver avviato ispezioni ma per ora non ci sono divieti. Il 28 novembre il presidente della commissione Esteri del Senato Vito Rosario Petrocelli ha detto: “Se tutti i governi precedenti non sono riusciti a fermare l’esportazione significa che la legge deve essere riformata”.

Per il momento l’export italiano non si ferma. Anzi, a Iglesias, Comune adiacente al sito della fabbrica, il 9 novembre il Suap (Sportello unico per le attività produttive) del Comune ha approvato l’ampliamento del sito produttivo della fabbrica per due nuovi reparti grazie ai quali la produzione passerà da 5000 a 15000 bombe all’anno. È invece bloccata in fase istruttoria presso la regione Sardegna l’autorizzazione per la costruzione di un nuovo campo per i test.

Rheinmetall, nonostante il recente stop tedesco all’export, non ha affatto intenzione di bloccare le vendite ai sauditi. Anche la cancelliera Angela Merkel non sembra troppo preoccupata, forse perché Rheinmetall lo scorso anno ha donato a Spd e Cdu 125.000 euro complessivi. Intanto nello Yemen l’ultima tregua del 19 novembre già vacilla e il presidente filo-saudita Hadi si è rifiutato di cedere all’Onu il controllo del porto di Hodeidah, fino a poco tempo fa scalo essenziale per gli aiuti umanitari, oggi diventato il nuovo terreno di scontri quotidiani.

 

L’Italia a Bruxelles, ovvero sapore di Padoan

Ieri Il Corriere della Sera ha inaugurato la stagione dell’anno in cui è Giovanni Tria che sta per dimettersi e chiuso, dunque, quella in cui è Paolo Savona a essere lì lì per lasciare il governo. Il ministro dell’Economia sarebbe intristito dall’ingratitudine dei due vicepremier che non lo nominano mai e invece fanno le feste a Giuseppe Conte. Tutto è possibile, ma sarebbe un peccato se succedesse proprio ora che al Corriere potrebbero festeggiare una chiara linea di continuità fra il governo gialloverde e i precedenti: cosa c’è, infatti, di più tradizionale di andare a Bruxelles e rimangiarsi indefettibili posizioni già messe a verbale in cambio di clemenza sulla manovra? Il documento dell’Eurogruppo di martedì, per dire, manda in soffitta – oltre al bilancio comune caro a Macron – ogni forma di condivisione dei rischi, a partire dalla garanzia comune sui depositi. E che c’è invece? Un paio di cosette per circoscrivere il “rischio Italia” (aka toglierle potere negoziale) tipo le linee di credito precauzionali dell’Esm agli Stati “virtuosi” in caso di sfracelli, poi l’introduzione entro il 2022 di clausole per la ristrutturazione del debito pubblico e l’indicazione di ridurre ancora a passo di carica (svendere) le sofferenze bancarie fino al 5% del totale dei crediti (oggi siamo al 10%). Queste ultime due decisioni erano ufficialmente osteggiate dal governo, ma quando nell’aria c’è il dolce odore della “flessibilità” l’Italia non resiste. E ora Tria vorrebbe pure dimettersi: diciamocelo, è una fortuna che Padoan sia ancora lì in giro (e con lo staff già tutto al Tesoro).

Libri e cultura allo stadio: il buon esempio del Friuli

C’è uno stadio in Italia in cui prima delle partite di cartello vengono presentati libri e ospitati i loro autori. È lo Stadio Friuli di Udine, che negli ultimi anni ha organizzato, nel bell’auditorium interno all’impianto sportivo, presentazioni di volumi e interviste pubbliche a personaggi della cultura e dello spettacolo. Sono passati dallo Stadio Friuli Gian Carlo Caselli e Oliviero Beha, Bebe Vio e il Comandante Alfa (uno dei fondatori del Gis carabinieri), Maurizio De Giovanni e Antonio Caprarica, oltre a chi firma questo articolo. Tutti a discutere con il pubblico, numeroso, onnivoro e curioso, del loro ultimo libro.

Confesso che fa effetto parlare del proprio libro, stimolati da presentatori pungenti come, per esempio, il direttore di Telefriuli Alberto Terasso, prima di salire in tribuna per assistere a Udinese-Roma. Agli incontri dei pre-partita hanno partecipato nei mesi scorsi – solo per citare qualche nome – Zico, gloria assoluta dell’Udinese, e Arrigo Sacchi, Gianni Rivera e Antonio Cabrini, Jury Chechi e Andrea Zorzi, Ivan Zazzaroni e Xavier Jacobelli, Joe Bastianich e Arrigo Cipriani, Simona Ventura e Lodovica Comello, Mogol e Marcella Bella, l’attore Sebastiano Somma e il telecronista Pierluigi Pardo. Alto e basso, cultura e musica, romanzi e sport, impegno civile e spettacolo, tutto mixato abilmente senza steccati di genere o di schieramento politico.

Molto civile che uno stadio ospiti, prima dei 90 minuti di tifo e passione, 90 minuti di riflessione e dibattito. Avviene nel civile Friuli, dove nel 2016 è nato il nuovo impianto, rinnovato radicalmente e concesso dal Comune di Udine per 99 anni alla società Udinese Calcio, di proprietà della famiglia Pozzo, industriali locali con interessi in mezzo mondo, che hanno venduto le loro attività industriali alla Bosch e si sono impegnati nel football, con l’Udinese e il suo stadio, in Italia, ma anche con il Watford di Londra (che controllano dal 2012) e con il Granada (squadra spagnola che hanno ceduto nel 2016).

Lo stadio di Udine si chiama Friuli perché è stato inaugurato dieci giorni dopo la seconda grande scossa del terremoto del 1976, quello che fece in regione oltre mille vittime. Oggi Giampaolo Pozzo, che investendo una cinquantina di milioni lo ha completamente rinnovato e riempito di attività interne ¬ ristoranti, club, spazi per le aziende – lo ha chiamato Dacia Arena, in omaggio al marchio automobilistico principale sponsor dell’Udinese.

Non senza un infinito contenzioso con l’ex sindaco di Udine, Furio Honsell, che ha fissato il nome Stadio Friuli nel contratto che lo affida all’Udinese per 99 anni, fino al 2112. Qualche problema alla famiglia Pozzo è arrivato anche dalle inchieste giudiziarie spagnole e italiane volte a ricostruire i movimenti finanziari tra le società estere che controllano le tre squadre della famiglia, Udinese, Granada e Watford.

Intanto i libri sono entrati nello stadio. La tendenza è quella a far diventare gli impianti dove si giocano le partite di calcio dei centri polivalenti di attività commerciali o di servizi, quando non addirittura pretesto per operazioni immobiliari in cui lo sport risulta alla fine residuale.

A Udine stanno almeno tentando di inserire un briciolo di cultura e di dibattito dentro un contenitore in cui girano tanti soldi. Non sia una foglia di fico per coprire altre vergogne, ma invece un esempio che potrebbe essere seguito dai nuovi stadi in progetto. Calcio e libri sono, in fondo, due forme diverse (e complementari?) di passione.

 

I nuovi lager dei centri per migranti

Diversi esponenti del Pd, incluso e non di rado Marco Minniti predecessore di Matteo Salvini al Viminale, si stracciano le vesti sul decreto Sicurezza che di quest’ultimo è triste vessillo. In realtà le radici della barbarie risalgono a una legge ben precedente, la cosiddetta Turco-Napolitano (1998), che per prima ha introdotto nel nostro diritto positivo l’idea di uno status di illegalità determinante la perdita della libertà personale.

Quella breccia in uno dei capisaldi della civiltà giuridica liberale – per cui la libertà può perdersi soltanto a seguito di un fatto di reato, ossia di un comportamento, vale a dire azione dolosa (solo eccezionalmente colposa) lesiva di un bene giuridico protetto dall’ordinamento (vita, salute, proprietà…) – ha prodotto nel nostro sistema un vero tonfo giuridico, costruendo anche in Italia per i poveri migranti che chiedono aiuto un sistema giuridico parallelo, simile all’apartheid. Incredibilmente, anche in ragione della giurisprudenza della Corte di Strasburgo che legittima la detenzione amministrativa dei migranti, l’apartheid esiste in Europa. Uno dei tratti caratteristici, forse il più odioso di questo regime, su cui è bene riflettere nell’ottantesimo anniversario delle leggi razziali, è la chiusura della giurisdizione per il gruppo sociale sotto attacco, novità introdotta non da Salvini ma da Minniti, il quale ha tolto la possibilità per i richiedenti asilo di appellare le decisioni di diniego.

Ho partecipato ieri alla presentazione di un rapporto della Clinica legale su migrazioni e diritti umani, redatto da cinque studenti di atenei piemontesi, intitolato Uscita di emergenza. La Tutela della salute dei trattenuti nel Cpr di Torino e ho provato vergogna come insegnante di Diritto italiano di fronte a giovani che hanno toccato con mano il degrado legale e umano prodotto dai Centri di permanenza per i rimpatri. Qui gli “ospiti” (così ipocritamente sono chiamati gli internati), la cui detenzione ora Salvini ha esteso a sei mesi, ricorrono a ogni espediente spesso autolesionistico (ad esempio, ingoiando lamette da barba) pur di abbandonare la struttura ed essere ricoverati. Non di rado questi sventurati cercano perfino di essere trasferiti in carcere, dove la salute dei detenuti è garantita meglio di quella degli ospiti! Per farla breve, oggi perfino il carcere è più desiderabile del Cpr per questi innocenti.

Ancora imbarazzo mi ha creato la banalità del male che il Rapporto evidenziava fra gli operatori di questi lager. Insomma, l’orrore dell’apartheid, detenzione di polizia di innocenti, motivata da ragioni etniche o razziali, è stato digerito dalla nostra “coscienza civile”. Eppure la Costituzione recita all’articolo 13: “Non è ammessa forma alcuna di detenzione… né qualsiasi altra restrizione della libertà personale se non per atto motivato dall’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge”. Ai sensi di questa norma (e di parecchie altre) la questione è chiarissima. I Cpr sono incostituzionali e vanno chiusi. Purtroppo il regime di apartheid preclude agli internati in questi campi di concentramento di adire la Corte costituzionale, perché nessun ricorso incidentale è ragionevolmente possibile.

Che fare? Resta nel nostro diritto la possibilità di ricorso diretto alla Corte da parte di Regioni che volessero davvero provare a contrastare il degrado costituzionale di cui il decreto Salvini costituisce l’ultimo atto. Anni fa feci con Lucarelli un simile appello a Vendola, allora presidente della Puglia, per far dichiarare incostituzionale il tentativo di Berlusconi di disfare l’esito referendario. Vincemmo. Voglio ora mettermi di nuovo a disposizione. Ci sarà uno fra i governatori del Pd, giustamente critico per il razzismo di Salvini, che voglia dar seguito all’indignazione con un atto concreto? Come le scorsa volta lavoreremo gratis. Ancora per la Puglia di Emiliano?

I gilet gialli sono il frutto di Macron

La rivolta dei Gilet gialli è esplosa a causa degli aumenti del prezzo del carburante, che hanno colpito in particolare le famiglie rurali e gli agricoltori; ma il malessere ha radici più profonde e diffuse, nella società francese. L’economia sente, dopo dieci anni, tutto il peso di una crisi che ha colpito le classi medie e inferiori. La disoccupazione che ha tardato a ridursi (costando la rielezione a François Hollande); l’austerità che, sia pure meno marcata che nei Paesi della “periferia” della zona euro, ha ridotto perimetro e copertura dei servizi pubblici; e infine, la riduzione delle allocazioni familiari e del welfare che ha colpito le categorie più disagiate. Tutto questo ha condotto a quella che Julia Cagé ha chiamato “la crisi del potere d’acquisto”, che ha a lungo covato prima di esplodere in occasione dell’ultima legge di Bilancio.

Emmanuel Macron ha un’enorme responsabilità per l’infiammarsi della crisi. A sua difesa si potrebbe notare che l’aumento del carico fiscale è dovuto soprattutto a Hollande (sotto l’impulso di un ambizioso sottosegretario, e poi ministro dell’Economia, di nome… Emmanuel Macron). Anzi, con la legge di Bilancio per il 2019 il trend è invertito, visto che la riduzione di alcune imposte (in particolare la soppressione dell’Imu per la maggioranza delle famiglie, e la flat tax sui redditi da capitale) ha più che compensato la riduzione delle prestazioni sociali. Perché, allora, il malcontento esplode proprio adesso? La spiegazione sta nell’orientamento di politica economica perseguito fin dall’inizio dal presidente francese.

Come Donald Trump, Macron crede nella teoria dello “sgocciolamento”: ridurre il carico fiscale per i ricchi rilancerebbe la crescita, perché questi sarebbero produttivi e investirebbero il maggiore reddito in attività innovative. I frutti della maggiore crescita poi andrebbero a beneficio di tutti. Macron ha cercato quindi di dare della Francia un’immagine pro-business, riducendo drasticamente le tasse sui più ricchi e rendendo l’imposizione fiscale, per la parte alta della distribuzione, regressiva. L’ultima legge di Bilancio ne è la manifestazione più evidente. L’Istituto per le Politiche pubbliche ha mostrato che, pur in presenza di una riduzione complessiva del carico fiscale, il 20% più povero e la classe medio-superiore vedono la propria posizione peggiorare, le classi medie hanno un modesto miglioramento, mentre la maggior parte dei benefici vanno all’1 per cento più ricco (con i ricchissimi che vedono il loro potere d’acquisto aumentare del 20 per cento).

Il problema è che, anni di ricerche lo provano, la teoria dello sgocciolamento non funziona: favorire i più ricchi non porta più crescita. I manifestanti in questi giorni ce lo ricordano. La necessità di mettere la fiscalità al servizio della transizione ecologica avrebbe probabilmente ricevuto ben altra accoglienza in una società come quella francese, in cui la sensibilità ecologista è radicata, se non fosse stata accompagnata dal sentimento di crescente ingiustizia sociale. La stampa ha dato del movimento una visione distorta: un gruppo di ricercatori di Tolosa ha mostrato, tramite l’analisi lessicografica di migliaia di documenti, come si sia affermata una narrazione che privilegia la ribellione fiscale, la rivolta contro le tasse, in contraddizione con la richiesta di servizi pubblici migliori. Secondo i ricercatori, invece, dai social legati al movimento emerge una prevalenza di temi legati all’ingiustizia sociale, alla rabbia verso le élite che si arricchiscono e lasciano il conto da pagare agli altri; una richiesta di società più coesa e solidale.

Il movimento ha ottenuto una parziale vittoria, con il congelamento della tassa sul diesel. Ma è improbabile che si assista a un cambiamento radicale di politica economica. La domanda di giustizia sociale che emerge dal movimento dei Gilet gialli, quindi, rimarrà inevasa, lasciando intatta la tensione che percorre la società francese (e non solo). Occorrerebbe, per rispondere a queste esigenze, una proposta politica che mettesse al centro la redistribuzione delle risorse in un mondo globalizzato e ritrovare quello Stato regolatore che negli anni d’oro della socialdemocrazia (e della destra sociale) garantiva stabilità e poneva le basi per l’investimento, l’innovazione e la crescita. Quel ruolo è più difficile da definire in un mondo globalizzato in cui i singoli Stati hanno margini di manovra ristretti, e in cui quindi la cooperazione internazionale, per quanto difficile, è ormai l’unica via percorribile. Ma non si può evitare questa sfida, se non si vuole che movimenti come quello dei Gilet gialli finiscano preda del qualunquismo o di tentazioni sovraniste.

 

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La polemica veg-carnivori merita la nostra attenzione

Sono (ero) abbonato al Fatto da anni, ho sempre apprezzato la diversità delle opinioni presentate e vivendo all’estero mi ha costantemente tenuto in contatto con il paese dove sono nato. L’articolo “Non tutte le bistecche vengono per nuocere”, dell’“ambientalista” Andrea Bertaglio, presentato addirittura nella sezione Cultura del 4 dicembre, mi ha lasciato stupefatto. Sarà perché sono vegano da 45 anni, quando la moda non esisteva ancora, sarà perché sono medico, sarà anche perché nonostante le follie descritte da Bertaglio sono perfettamente in salute e non ho mai avuto problemi di rachitismo. L’intero articolo sembra, e quasi sicuramente è, una colossale marchetta ai produttori di derivati animali da parte di un quotidiano che ritenevo meno venale. Non ho interesse a scendere nel dettaglio della discussione, e rispetto il diritto del signor Bertaglio di credere quello che gli pare, anche quando va contro tutte le evidenze scientifiche. Però un giornale che pubblica simili contenuti, al limite anche pericolosi sia per la salute che per l’ambiente, non mi va più bene e per questo, rispettosamente, la saluto.

Ciro Adamo

Caro Adamo, abbiamo pubblicato una miriade di articoli “vegani” e abbiamo dato conto della polemica innescata da Bertaglio, che fa discutere e sempre è degna di nota. Non crede che la sua reazione, per quanto istintiva e comprensibile, sia un tantino eccessiva? Se dovessi arrabbiarmi così ogni volta che abbiamo pubblicato un articolo che non condivido, avrei smesso di leggere il “Fatto” da nove anni…

 

Dopo i reportage di Di Battista una Chiquita non è più la stessa

Ringrazio Di Battista, leggendolo mi rendo conto che la mia visione sugli esteri è più vicina alla sua che a quella del Pd, e non riesco a guardare più una Chiquita nello stesso modo.

G.C.

 

I “due babbi” Di Maio e Renzi versano lacrime di coccodrillo

Faccio parte di quegli italiani che non si sono convinti né commossi per il video di papà Di Maio. L’impressione che se ne riceve è quella di una vera e propria “sceneggiata napoletana” (la parte meno nobile della tradizione teatrale partenopea). I “due babbi” (Tiziano Renzi e Antonio Di Maio), pur non raggiunti da alcuna condanna definitiva, sono il prototipo di quegli italiani che credono di essere più furbi degli altri: ricorrono all’evasione dai tributi e al lavoro nero poi, scoperti, piangono in pubblico lacrime di pentimento parlando di sacralità della famiglia e dei figli che “so’ piezz’ ‘e core”. Valori che evidentemente non valgono per i lavoratori pagati in nero e privati anche dei più elementari diritti. Tutto ciò dovrebbe far riflettere, ma in giro vedo una gran voglia di archiviare la vicenda Di Maio. Mi chiedo anche perché il vice presidente del Consiglio e ministro del Lavoro sa tutto del padre di Renzi e incredibilmente nulla del proprio. Nemmeno un piccolo sospetto di fronte ai cambi proprietari della società di famiglia. Beata ingenuità! Ma tanti di noi non sono ingenui né autoassolutori.

Aurelia del Vecchio

 

Per i 50enni disoccupati ci sono tante difficoltà e ansie

Lavorare non significa solo avere uno stipendio, sono disoccupata da 5 anni e per questo sto male mentalmente e fisicamente una lunga serie di malesseri fisici di carattere psicosomatico. Così la ricerca del lavoro è ancora più drammatica. La sorte dei cinquantenni senza lavoro è più crudele rispetto a un giovane che ha davanti prospettive, maggiori energie e l’aiuto di genitori. Nel mio caso sto conducendo una battaglia senza fine con la Regione Campania, per il riconoscimento del mio diritto al lavoro in quanto disabile al 75%. La legge 68/99 dovrebbe tutelarmi in quanto “categoria protetta”, e dovrebbe rendermi il percorso verso l’inserimento lavorativo più agevole rispetto a una persona abile. Nessuno ha risposto alle decine di mail che ho inviato agli assessori. La disperazione regna sovrana, siamo tutti sfiniti.

Giovanna Galasso

 

La destra vuole ricompattarsi Cosa aspetta il M5S a rompere?

Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti il gioco politico della Lega di Salvini: logorare il Movimento 5 Stelle e far propaganda col supporto dei media saldamente renzusconiani per andare a breve a nuove elezioni. Viste le proiezioni dei sondaggi, l’esito sarebbe il governo Salvini-Berlusconi. Gli avvisi in tal senso sono facilmente riscontrabili, i leghisti alla manifestazione Sì Tav, la riforma della prescrizione rimandata al 2020 (cioè mai), il voto che ha salvato Gasparri grazie all’aiuto del Pd, le sparate in favore degli inceneritori e via discorrendo. Di questa sfacciata manovra pare non accorgersene solo il M5S, altrimenti perché non affretta l’inevitabile rottura e affronta così da una posizione di forza le prossime elezioni?

Ferdinando Spera

 

I nostri intellettuali in ritardo: sanno tutto ma lo dicono dopo

Nanni Moretti mi ricorda mia moglie: il genio del giorno dopo, che tende a dire “Lo sapevo!”. Se Moretti sapeva del reddito di cittadinanza del Pd, perché non l’ha detto prima?

Dom Serafini