“Sarà come una grande seduta spiritica. Hanno evocato uno spirito negativo: una cosa che, come ci insegnano i film horror, non bisognerebbe mai fare. Così, sabato scopriranno che tantissima gente non la pensa come loro, che la narrazione dei giornali vicini a Confindustria è prima di tutto propaganda”,
Giorgio Airaudo, che cosa vuol dire? Smessi i panni del deputato di Sel, tornato a Torino per lavorare in Fiom, ha deciso forse di fare lo stregone?
Sto parlando della famosa marcia dei 40 mila del 1980. Erano anche allora molti di meno, come è accaduto il 10 novembre in piazza Castello con i Sì Tav. Ma le analogie sono impressionanti: l’Unione Industriale che, come la Fiat, ha organizzato tutto per settimane, la pubblicità a pagamento, il fiancheggiamento dei giornali amici e poi i numeri gonfiati sino al simbolo mitologico, i 40 mila.
Ma cosa c’entra tutto questo con la marcia di sabato 8 dicembre dei No Tav?
In quel 1980, Pierre Carniti voleva rispondere con un’altra marcia: noi saremo il triplo, disse. Poi non si fece nulla, per il veto di Luciano Lama. Ma questa volta la risposta ci sarà e io non credo che abbia ragione chi dice che non bisogna fare la gara dei numeri. Essere di più, sarà importantissimo.
In quella piazza del 10 novembre, però, c’erano solo torinesi, al massimo qualche pullman da Cuneo o da Alessandria. Sabato arriveranno da tutta Italia.
L’errore lo hanno compiuto loro. Hanno evocato uno spirito, appunto. Che quell’opera sia uno spreco inutile riguarda tutta Italia. C’è un intero Paese che sa che con quei soldi si possono riparare le scuole, fare ospedali, mettere a norma viadotti, proteggere l’ambiente, portare la banda larga ovunque. Anche la marcia dei 40 mila era solo torinese, ma ebbe effetti nazionali: la fine dell’espansione dei diritti dei lavoratori.
Nell’analisi di questi giorni, non stiamo però esagerando con le rievocazioni?
Rifletta su che cosa è accaduto lunedì: Confindustria si è riunita a Torino alle ex Grandi Officine Riparazioni delle Ferrovie. Un ex luogo di lavoro, adesso dedicato alla cultura e agli spettacoli. Sostengono di rappresentare il 65% del Pil e, invece di un posto legato alla produzione, scelgono un luogo del lavoro che non c’è più. È la dimostrazione che pensavano ad altro.
Ancora stregoneria?
No, politica invece. Il presidente Boccia tre giorni fa non ha parlato a tutto il governo e meno che mai al centrosinistra. Il suo interlocutore era uno solo: Salvini. Gli industriali hanno preso a pretesto il totem dell’Alta velocità in Valsusa per dirgli questo: scegli, o ci rappresenti tu o ci rivolgeremo altrove; insomma, ci penseremo noi.
Loro sostengono che quell’opera serve a Torino e dunque, come diceva l’Avvocato, all’Italia.
Invece è vecchia e non ha più senso. Fu pensata in un’altra era e i conti fatti allora sono ormai sbagliati. Le merci che si prevedevano negli anni 80 del secolo scorso non ci sono più. Torino ha perso la manifattura, ha pensato di sostituirla con il terziario prima e con la cultura e il turismo poi. Ma non è finita bene: il primo sta regredendo, gli altri due hanno migliorato qualcosa, ma di più non possono fare. Quanto all’Avvocato, anche su questo si potrebbe fare un ragionamento…
Facciamolo; quale?
Al convegno di lunedì scorso, non c’era nessuno della famiglia Agnelli e di Fca. Avrebbero dovuto convocare John Elkann e lui avrebbe dovuto andarci senza bisogno di essere invitato. È il segno di una distrazione irreversibile: il paradigma dell’Avvocato, Torino e l’Italia, non esiste più.
Lei collega sempre la vicenda del Tav a ciò che rimane della Fiat a Torino. Significa qualcosa?
Mentre l’azienda trasferiva la sua vera realtà ad Amsterdam, Londra e Detroit, l’Italia ha taciuto ed è rimasta inerte davanti a una delle più grandi denazionalizzazioni di un’impresa al mondo. Non bisognava disturbare il manovratore. Sul Tav, Confindustria vuol fare la stessa cosa: salite sul treno, pagate soprattutto il biglietto e non mettete il naso su come e dove si spendono i vostri soldi. Quanto alla Fiat, credo che si stia per scrivere, dopo la morte di Marchionne, l’ultimo capitolo.
L’addio a Torino, la vendita? Eppure c’è l’annuncio dell’arrivo dell’auto elettrica a Mirafiori.
Sì, mentre di fatto si ridimensiona e si defila il vecchio sogno del polo del lusso. Quest’anno, tra Grugliasco e Mirafiori, la produzione sarà di 40-50 mila vetture, perché Torino possa mantenere un ruolo nel sistema Fca dovrebbero essere almeno 180-200 mila. Quanto all’auto elettrica, l’azienda è quella più arretrata nella ricerca: 14 anni fa, all’arrivo di Marchionne, presentammo una proposta unitaria. Realizzare a Mirafiori il progetto dell’auto elettrica, ma lui rispose che l’azionista non gli avrebbe mai dato i soldi. Siamo davanti a un’altra promessa.
Resta da parlare del significato politico della manifestazione di sabato. Quella del 10 novembre fu anche contro l’Appendino e i 5stelle? La vostra?
La lotta della Valle di Susa, in questi 20 anni, ha cercato e trovato rappresentanze politiche, ma anche profonde delusioni: i Verdi, la giunta regionale Pd di Mercedes Bresso. Ora il M5S dice no al Tav, vedremo se resisterà.
L’Appendino, però, è quella che si è spesa di più su questo fronte.
È vero, ma per quanto riguarda Torino la speranza era che aggredisse quella divisione tra le due città: quella delle élite e quella delle diseguaglianze. Non è stato così, per troppi versi è continuata la situazione di prima: non disturbare il manovratore.