Ucraina. Uno scontro internazionale che non ci vede sostenitori, ma cronisti

Scrivo per condividere in parte le critiche relative agli articoli di politica estera pubblicati su Facebook dal fotoreporter Giorgio Bianchi. Sono abbonato fino dal primo numero del Fatto, e apprezzo gran parte degli articoli e dei giudizi sulla politica italiana.

Noto invece con dispiacere che gli articoli di politica estera sono in gran parte sovrapponibili agli articoli dei “giornaloni” mainstream, quasi sempre vengono date per assodate verità di parte, senza avere alcun inviato sul posto.

Sembra quasi che esistano dei pregiudizi su alcune situazioni: conosco in particolare molto bene la situazione Ucraina (mia moglie è nata a Donetsk) e a parte un reportage di Vauro ho sempre letto solo ed esclusivamente il punto di vista da parte del governo ucraino, mai le ragioni dei milioni di ucraini dell’Est che vengono discriminati e odiati dal resto del Paese.

Il Fatto diventerebbe un giornale più completo se quantomeno desse voce a più versioni dei fatti, riferendone la fonte.

Marco Navalesi

 

Il nostro direttore ha già risposto a una lettera di Giorgio Bianchi che lei cita. E non posso che ribadirle quanto detto da Marco Travaglio. Il nostro giornale in politica estera non ha pregiudizi né conduce campagne mirate. Cerca di capire quello che succede, con spirito possibilmente libero e aperto, e lo racconta. La questione ucraina si presta facilmente al gioco delle contrapposizioni precostituite. Ci sono i fulgidi difensori dell’Occidente che sostengono qualsiasi cosa la Nato decida o si proponga di fare. E ci sono i ferrei difensori di regimi autoritari come quello di Putin o di Assad o Stati confessionali come l’Iran, indicati come validi combattenti “antimperialisti”. Per chi come noi non vuole stare in questi schieramenti scatta l’accusa ora di essere dei sostenitori di governi filo-atlantici oppure, ci è capitato anche questo, di essere dalla parte di regimi indifendibili. Non stiamo con Poroshenko e non stiamo con Putin e osserviamo molto chiaramente come la partita geopolitica, e per le risorse naturali, che si gioca in quella zona di mondo abbia una valenza generale in cui i buoni molto raramente sono i governi e le vittime, invece, sempre più spesso, sono le popolazioni ovunque siano collocate. L’Ucraina si trova in uno scontro internazionale tra Paesi della Nato e Russia che non ci vede sostenitori di un fronte contro un altro e questo ci sembra un modo utile di affrontare la situazione. Un caro saluto.

Salvatore Cannavò

Dimezzati i fondi a Radio Radicale: 5 milioni in meno:

Cinque milioni di euro di finanziamento in meno. È il taglio deciso dal governo nei confronti di Radio Radicale, l’emittente che da diversi anni trasmette, d’accordo con il Mise, le sedute parlamentari. Per questo tipo di servizio gli ultimi governi hanno accordato con Radio Radicale una convenzione da 10 milioni di euro l’anno, che ora verrebbe ridotta a cinque. Per la preoccupazione del consiglio di redazione dell’emittente, che ieri ha diffuso un comunicato in cui spiega che il taglio potrebbe avere ripercussioni sui lavoratori. Ieri in commissione Bilancio alla Camera Renato Brunetta aveva presentato un emendamento per prolungare la convenzione in atto, ma i 5 Stelle hanno bloccato il voto, con l’obiettivo di rimodulare l’accordo. L’intesa tra Mise e Radio Radicale risale al 1998 e doveva durare un triennio. Poi, invece, è stata rinnovata di volta in volta, fino alla scorsa finanziaria. Fino al taglio previsto ora dai gialloverdi, su cui ieri è intervenuto anche il sottosegretario con delega all’Editoria Vito Crimi: “Radio Radicale percepisce 14 milioni – e non 10 – che verranno ridotti a 9 milioni”. Questo perché “percepisce anche un ulteriore contributo, pari a 4 milioni, dal dipartimento dell’Editoria”.

Cassa Depositi aiuterà più le imprese che il governo

Per ora della nuova Iri non c’è traccia: la Cassa Depositi e Prestiti presenta il piano industriale per i prossimi tre anni che riguarda soprattutto l’aiuto alle piccole imprese, mentre i suoi vertici negano di voler risolvere i problemi del governo. Massimo Tononi, il presidente di Cdp espresso dalle fondazioni, è molto chiaro: non crescerà la quota della Cassa in Tim, l’ipotesi di salvare Alitalia “non è ipotizzabile”, nessun piano di privatizzazioni è in discussione, quindi al momento non sarà la Cdp a trovare i 18 miliardi che il governo a promesso a Bruxelles dalla dismissione di asset immobiliari e societari. Tutto può sempre cambiare in fretta, ma al momento i vertici della Cdp escludono ogni possibilità di ricorrere al solito trucchetto contabile con cui lo Stato cede con una mano (il ministero del Tesoro) e compra con l’altra (la Cdp controllata dal Tesoro). Il grosso del piano che punta ad attivare interventi per 203 miliardi in tre anni (usando il risparmio postale gestito, 254 miliardi di euro) riguarda le piccole imprese, con interventi di supporto per 83 miliardi, e le infrastrutture, con 25 miliardi. In entrambi i casi non dovrebbe trattarsi di erogazioni a fondo perduto ma di sostegno al credito, all’export, investimenti diretti nel capitale e, usando le competenze della galassia di società Cdp, una sorta di consulenza personalizzata. Poi ci sono anche 3 miliardi di euro per la cooperazione. Dal lato delle partecipazioni, l’idea è di riorganizzarle in modo più coerente (per esempio accorpando sotto lo stesso cappello quelle di settori tangenti, tipo Tim, Open Fiber e Sia, o Italgas, Terna, Snam ed Eni).

La Cdp guidata da Tononi e dall’ad Fabrizio Palermo sarà misurata però anche sulle operazioni che esulano dal piano. La gestione precedente ha fatto molte operazioni dalle logiche opache, come l’ingresso in Tim o l’acquisto degli hotel Rocco Forte.

I veri dati dietro l’attacco al dl Dignità

Un nuovo attacco al decreto Dignità che scatena le polemiche delle opposizioni, dal Pd a Forza Italia, ma con numero un po’ ballerini. L’ultimo scontro sul provvedimento voluto dai 5Stelle arriva per mano di Federmeccanica e Assolavoro. Secondo un sondaggio del sindacato delle industrie metalmeccaniche, il 30% delle imprese affiliate non rinnoverà i contratti a tempo determinato in scadenza. L’associazione delle agenzie interinali, invece, lancia l’allarme per 53 mila lavoratori in somministrazione che non si potranno rinnovare. Apriti cielo. Il Partito democratico attacca e parla di “decreto disoccupazione”.

Come al solito, però, la realtà è più complessa. Il 37% delle imprese che hanno risposto a Federmeccanica, infatti, ha detto che trasformerà i contratti precari in rapporti stabili, mentre il 33% non ha ancora deciso. Solo tre imprese su dieci, invece, dicono che manderanno a casa i dipendenti in scadenza per il decreto Dignità (che impone massimo quattro rinnovi e 24 mesi di durata). Ma perché? “I motivi ancora non li sappiamo – spiega Stefano Franchi, direttore generale Federmeccanica – li approfondiremo. Dalla nostra esperienza possiamo dire che le causali (obbligatorie per i contratti superiori a 12 mesi, ndr) sono difficili da applicare”. Il problema è però limitato: nell’industria i lavoratori già stabili sono il 98%.

Il decreto Dignità prevede il limite massimo di quattro rinnovi e di 24 mesi anche per le agenzie di somministrazione. Il ministero del Lavoro ha chiarito l’interpretazione delle norme: “Il limite massimo – si legge nella circolare – si riferisce non solo al rapporto di lavoro che il lavoratore ha avuto con il somministratore, ma anche ai rapporti con il singolo utilizzatore”. Quindi vale sia per l’agenzia sia per l’azienda che “affitta” il lavoratore. Il primo gennaio, 53 mila addetti in somministrazione non potranno essere rinnovati, spiega Assolavoro. L’associazione delle agenzie si è opposta alla circolare, per chiedere che le nuove norme non siano applicate anche ai contratti precedenti al decreto. Resta però che non si può prevedere già oggi il destino dei 53 mila, che potranno ottenere un contratto stabile oppure diventare disoccupati. Saranno i dati dei prossimi mesi a misurare i risultati del decreto Dignità. A luglio L’Inps aveva stimato che a perdere il lavoro sarebbe stato il 10% dei dipendenti in scadenza (8mila su 80 mila), quindi un effetto definito “trascurabile” dallo stesso presidente Tito Boeri. In attesa di conoscere i risultati, le uscite di ieri delle associazioni dei datori di lavoro serviranno soprattutto a fare pressioni sulla politica affinché valuti l’opportunità di rimettere mano alle norme, tornando alla liberalizzazione dei contratti a termine del governo Renzi.

Istat, lo show di Blangiardo tra Arci e “nipoti di colore”

“Io razzista? Ma no, ho due nipoti di colore…”. Inizia così lo show, tutto difensivo, davanti alle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato di Giancarlo Blangiardo, prossimo presidente dell’Istat. Docente di Demografia alla Bicocca di Milano, lo studioso nel corso degli anni ha espresso posizioni assai controverse. Come Matteo Salvini, non è essere un fan dell’immigrazione: “Più aumentano gli stranieri – disse in estate – più aumentano, in proporzione, i criminali”. Il tema dell’aborto, poi, lo vede schierato vicino al mondo ultra-conservatore. Uscite che gli hanno valso una rivolta dei sindacati del’istituto. Durante l’audizione, però, Blangiardo non ha confermato né l’una né l’altra cosa, smarcandosi dalle accuse e provando a mettere qualche pezza con argomentazioni a tratti bizzarre.

All’inizio, infatti, ha detto di avere pure una tessera dell’Arci, la storica associazione valla sinistra antifascista: “Me l’hanno data gratuitamente dopo un evento”, ha raccontato. Del resto, Blangiardo risponde sì a chiunque lo inviti. L’11 novembre ha partecipato alla scuola di formazione politica della Lega di Salvini. I sindacati dell’Istat ritengono inopportuno andare a un evento del partito del ministro Giulia Bongiorno, cioè quella che lo ha indicato per il ruolo di presidente dell’istituto. Lui però si dichiara imparziale, ricordando che ha sempre espresso le sue idee in ambienti diversi: “Da Radio Padania a Radio Popolare”.

La vera questione, però, restano i contenuti e l’argomento clou è senza dubbio l’aborto. Nel 2013, Blangiardo scriveva così su Avvenire: “La generosa elargizione di un’esistenza sempre più lunga fa risaltare la presenza di un gruppo di sfortunati che sono stati ‘esclusi’ dai benefici del progresso: il così detto ‘popolo dei non nati’ per scelta volontaria; soggetti la cui durata di vita, avviatasi all’atto del concepimento, è stata pressoché azzerata ‘ai sensi di legge’ e in ossequio a un discutibile principio di libera scelta”. Da lì l’idea di calcolare la speranza di vita non dalla nascita ma dal concepimento, così da contare anche gli aborti come morti. I parlamentari di opposizione hanno chiesto di fare chiarezza e Blangiardo ha provato a uscirne così: “La speranza di vita dal concepimento è un esercizio statistico, serve a fornire dati sui cui riflettere”. Dunque è favorevole o contrario al diritto della donna di interrompere la gravidanza? “Non dico che le donne non possano abortire ma vorrei che non debbano abortire, che la contraccezione e le condizioni economiche permettano di evitare un evento così drammatico”.

“I numeri non devono assecondare altri fini – ha avvertito – ma vanno letti con onestà”. Aver co-firmato il libro La grande farsa umanitaria, nel quale si parla di “lobby del soccorso e dell’accoglienza delle Ong”, sembra però contraddirlo. “Lo ammetto – ha ribattuto il docente – è un pessimo titolo, ma non l’ho deciso io. Se leggete quello che ho scritto non è rivoluzionario. Ho detto che il contributo alla natalità dato dalle famiglie straniere è importante ma non risolutivo”. Altro suo cavallo di battaglia è la contrarietà allo Ius soli: “Nel 2016 l’Italia ha concesso la cittadinanza a 201 mila persone, prima in Europa con al secondo posto la Spagna con 150 mila”. Il radicale Riccardo Magi ha fatto notare che il primato si registra solo in quell’anno, mentre se prendiamo un periodo di dieci anni l’Italia è dietro gli altri Paesi Ue. “Il serbatoio dei potenziali cittadini – ha replicato Blangiardo – cresce ogni anno”.

A contestare il futuro presidente, però, non è solo la politica. Ieri i rappresentanti sindacali dell’Istat (Cgil, Usb, Snals, Uil, Confintesa, Gilda e Clasp) hanno organizzato un’assemblea e nella sede di Roma è stato esposto uno striscione con scritto “Istat indipendente, stop Blangiardo”. Manifestazione liquidata con una battuta dal futuro presidente: “Se qualche ricercatore non è convinto di come tratto i numeri se ne farà una ragione. Nel mondo accademico in tanti mi stimano”. Per concludere, il docente ha ricordato che il suo incarico sarà low cost: “Ho 69 anni e tra un anno andrò in pensione, quindi nei prossimi anni non percepirò il faraonico compenso previsto per il presidente Istat”. Per essere confermato ha ora bisogno del voto favorevole di due terzi dei componenti delle commissioni: Lega e M5s avranno quindi bisogno della mano di Forza Italia.

Deutsche bank ancora nei guai: titolo mai così in basso

Non c’è pace per Deutsche Bank. Il colosso tedesco del credito, il più grande della Germania, ieri ha aggiornato i minimi storici in Borsa, con il titolo che ha toccato quota 8,06 euro, il livello più basso della sua storia. L’ultima novità è che la procura generale di Francoforte ha stabilito che la banca dovrà pagare 4 milioni di euro a causa delle controverse operazioni finanziarie “cum-ex” (scorporo dividendo). Attraverso queste transazioni alcuni imprenditori hanno frodato il fisco trasferendo temporaneamente la proprietà delle azioni a terzi, in modo di aggirare il pagamento delle tasse sull’incasso dei dividendi. Nei giorni scorsi le sedi di Db sono state perquisite in Germania nell’ambito dell’inchiesta che riguarda i Paradise paper, con l’accusa per l’istituto di aver aiutato i clienti a riciclare i soldi con società offshore. Finora Deutsche Bank ha pagato multe per 10 miliardi in diversi Paesi per scandali che vanno dai mutui subprime (negli Usa) alla manipolazione dei tassi (Libor). La banca è attenzionata anche per il suo ruolo di controparte nelle operazioni effettuate dalla controllata estone di Danske Bank, accusata di un mega riciclaggio di 200 miliardi.

“Il Sì fa sedute spiritiche, vediamo se 5S resta col No”

“Sarà come una grande seduta spiritica. Hanno evocato uno spirito negativo: una cosa che, come ci insegnano i film horror, non bisognerebbe mai fare. Così, sabato scopriranno che tantissima gente non la pensa come loro, che la narrazione dei giornali vicini a Confindustria è prima di tutto propaganda”,

Giorgio Airaudo, che cosa vuol dire? Smessi i panni del deputato di Sel, tornato a Torino per lavorare in Fiom, ha deciso forse di fare lo stregone?

Sto parlando della famosa marcia dei 40 mila del 1980. Erano anche allora molti di meno, come è accaduto il 10 novembre in piazza Castello con i Sì Tav. Ma le analogie sono impressionanti: l’Unione Industriale che, come la Fiat, ha organizzato tutto per settimane, la pubblicità a pagamento, il fiancheggiamento dei giornali amici e poi i numeri gonfiati sino al simbolo mitologico, i 40 mila.

Ma cosa c’entra tutto questo con la marcia di sabato 8 dicembre dei No Tav?

In quel 1980, Pierre Carniti voleva rispondere con un’altra marcia: noi saremo il triplo, disse. Poi non si fece nulla, per il veto di Luciano Lama. Ma questa volta la risposta ci sarà e io non credo che abbia ragione chi dice che non bisogna fare la gara dei numeri. Essere di più, sarà importantissimo.

In quella piazza del 10 novembre, però, c’erano solo torinesi, al massimo qualche pullman da Cuneo o da Alessandria. Sabato arriveranno da tutta Italia.

L’errore lo hanno compiuto loro. Hanno evocato uno spirito, appunto. Che quell’opera sia uno spreco inutile riguarda tutta Italia. C’è un intero Paese che sa che con quei soldi si possono riparare le scuole, fare ospedali, mettere a norma viadotti, proteggere l’ambiente, portare la banda larga ovunque. Anche la marcia dei 40 mila era solo torinese, ma ebbe effetti nazionali: la fine dell’espansione dei diritti dei lavoratori.

Nell’analisi di questi giorni, non stiamo però esagerando con le rievocazioni?

Rifletta su che cosa è accaduto lunedì: Confindustria si è riunita a Torino alle ex Grandi Officine Riparazioni delle Ferrovie. Un ex luogo di lavoro, adesso dedicato alla cultura e agli spettacoli. Sostengono di rappresentare il 65% del Pil e, invece di un posto legato alla produzione, scelgono un luogo del lavoro che non c’è più. È la dimostrazione che pensavano ad altro.

Ancora stregoneria?

No, politica invece. Il presidente Boccia tre giorni fa non ha parlato a tutto il governo e meno che mai al centrosinistra. Il suo interlocutore era uno solo: Salvini. Gli industriali hanno preso a pretesto il totem dell’Alta velocità in Valsusa per dirgli questo: scegli, o ci rappresenti tu o ci rivolgeremo altrove; insomma, ci penseremo noi.

Loro sostengono che quell’opera serve a Torino e dunque, come diceva l’Avvocato, all’Italia.

Invece è vecchia e non ha più senso. Fu pensata in un’altra era e i conti fatti allora sono ormai sbagliati. Le merci che si prevedevano negli anni 80 del secolo scorso non ci sono più. Torino ha perso la manifattura, ha pensato di sostituirla con il terziario prima e con la cultura e il turismo poi. Ma non è finita bene: il primo sta regredendo, gli altri due hanno migliorato qualcosa, ma di più non possono fare. Quanto all’Avvocato, anche su questo si potrebbe fare un ragionamento…

Facciamolo; quale?

Al convegno di lunedì scorso, non c’era nessuno della famiglia Agnelli e di Fca. Avrebbero dovuto convocare John Elkann e lui avrebbe dovuto andarci senza bisogno di essere invitato. È il segno di una distrazione irreversibile: il paradigma dell’Avvocato, Torino e l’Italia, non esiste più.

Lei collega sempre la vicenda del Tav a ciò che rimane della Fiat a Torino. Significa qualcosa?

Mentre l’azienda trasferiva la sua vera realtà ad Amsterdam, Londra e Detroit, l’Italia ha taciuto ed è rimasta inerte davanti a una delle più grandi denazionalizzazioni di un’impresa al mondo. Non bisognava disturbare il manovratore. Sul Tav, Confindustria vuol fare la stessa cosa: salite sul treno, pagate soprattutto il biglietto e non mettete il naso su come e dove si spendono i vostri soldi. Quanto alla Fiat, credo che si stia per scrivere, dopo la morte di Marchionne, l’ultimo capitolo.

L’addio a Torino, la vendita? Eppure c’è l’annuncio dell’arrivo dell’auto elettrica a Mirafiori.

Sì, mentre di fatto si ridimensiona e si defila il vecchio sogno del polo del lusso. Quest’anno, tra Grugliasco e Mirafiori, la produzione sarà di 40-50 mila vetture, perché Torino possa mantenere un ruolo nel sistema Fca dovrebbero essere almeno 180-200 mila. Quanto all’auto elettrica, l’azienda è quella più arretrata nella ricerca: 14 anni fa, all’arrivo di Marchionne, presentammo una proposta unitaria. Realizzare a Mirafiori il progetto dell’auto elettrica, ma lui rispose che l’azionista non gli avrebbe mai dato i soldi. Siamo davanti a un’altra promessa.

Resta da parlare del significato politico della manifestazione di sabato. Quella del 10 novembre fu anche contro l’Appendino e i 5stelle? La vostra?

La lotta della Valle di Susa, in questi 20 anni, ha cercato e trovato rappresentanze politiche, ma anche profonde delusioni: i Verdi, la giunta regionale Pd di Mercedes Bresso. Ora il M5S dice no al Tav, vedremo se resisterà.

L’Appendino, però, è quella che si è spesa di più su questo fronte.

È vero, ma per quanto riguarda Torino la speranza era che aggredisse quella divisione tra le due città: quella delle élite e quella delle diseguaglianze. Non è stato così, per troppi versi è continuata la situazione di prima: non disturbare il manovratore.

La Lega si schiera coi pro-Tav e ora isola i 5Stelle: “Va fatta”

Un doppio colpo che è un segnale ai 5Stelle. Sulla vicenda Tav, la Lega lascia solo l’alleato di governo. Ieri il Carroccio ha disertato l’incontro a Palazzo Chigi tra il premier Conte, il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli e Luigi Di Maio con i rappresentanti delle organizzazioni imprenditoriali e sindacali di Torino favorevoli alla Torino-Lione. Incontro arrivato dopo le manifestazioni dei giorni scorsi. Non solo. A riunione finita, il capogruppo leghista alla Camera Riccardo Molinari ha rassicurato i rappresentanti delusi con un avvertimento agli alleati: “Non c’è nessun atto che va in direzione di bloccare le opere. Capisco che l’atteggiamento ambiguo di Toninelli possa ingenerare qualche preoccupazione”. In serata arriva anche Matteo Salvini: “La nostra posizione è che l’Italia ha bisogno di più infrastrutture e sono convinto che si andrà avanti”. Insomma, la Lega ribadisce il suo favore alla Torino-Lione isolando ancora di più i 5Stelle. Che ieri hanno usato toni più concilianti.

“Non sono assolutamente un No Tav – ha spiegato Toninelli – sono dalla parte degli italiani ma non accetto da ministro di sprecare soldi pubblici”. Nell’incontro il governo ha poi aperto alla partecipazione di un rappresentante delle categorie Sì Tav al gruppo di esperti che sta preparando l’analisi costi-benefici sull’opera, stessa cosa avverrà con un No Tav (operazione, però, difficile da eseguire, visto che il team è al completo). Un’analisi preliminare – ha poi rassicurato – verrà ultimata entro la fine di dicembre e la decisione finale sarà presa prima delle Europee di maggio. “Un orizzonte inaccettabile” per la delegazione torinese. Lunedì Toninelli e la collega francese Élisabeth Borne hanno deciso di rimandare al 2019 i bandi dei lavori da 2 miliardi. “Se necessario prenderemo in considerazione un nuovo calendario che consenta il mantenimento dello stanziamento dei finanziamenti”, si legge nella lettera firmata dai due ministri. Per questo Toninelli ha spiegato che “non si perderanno posti di lavoro e finanziamenti pubblici”.

Maternità, al lavoro fino al parto. Taglio sussidio agli stranieri

Cambia forma il congedo maternità: le mamme che vorranno (con via libera del medico), potranno rimanere al lavoro fino al nono mese di gravidanza, portandosi così in dote l’intero periodo di astensione di 5 mesi dopo il parto. Questa una delle misure contenute nel pacchetto dedicato alle politiche delle famiglia previste dalla manovra. Le altre prevedono che il congedo obbligatorio per i papà passi da quattro a cinque giorni con la possibilità di utilizzare un ulteriore giorno di congedo, che è facoltativo, in alternativa alla madre. Novità anche per il bonus asilo, che per il triennio 2019-2021 viene innalzato a 1500 euro (dagli attuali mille euro). La proroga del bonus bebè (solo un anno) è stata, invece, già inserita nel decreto fiscale. Previsti poi tre Osservatori nazionali (famiglia, pedofilia e pornografia minorile, infanzia e adolescente), l’elaborazione di un piano nazionale per la famiglia e una Conferenza nazionale con cadenza biennale. Sul fronte della carta famiglia, che dà l’accesso a sconti sull’acquisto di beni o servizi, se da un lato è stata allargata la platea a nuclei con almeno tre figli a carico con meno di 26 anni, dall’altro registra l’esclusione dei cittadini extracomunitari.

Dopo gli scandali, basta appalti esterni Pulizia delle scuole, assunti 12mila Lsu

Stop agli appalti di pulizia nelle scuole. Il governo ha deciso di stabilizzare i collaboratori scolastici e chiudere l’era delle cooperative: dal 2020 la pulizia sarà fatta in tutti gli istituti solo da personale interno. Significa assumere almeno 12 mila nuovi dipendenti statali.

La svolta è in un emendamento alla manovra firmato dal Movimento 5 stelle: ci sarà un concorso rivolto a chi ha lavorato “senza soluzione di continuità” nelle scuole dal ‘99 ad oggi, una platea ben definita. Si tratta degli ex lavoratori socialmente utili che a fine anni 90 il governo doveva stabilizzare negli enti locali per la pulizia delle scuole, salvo poi dirottarli nelle cooperative quando si decise di privatizzare il servizio. Da allora una quota di posti dell’organico del personale Ata è stata accantonata per dare un impiego a queste persone: in totale sono circa 17mila in tutta Italia (che lavorano part-time su 12 mila posti); oltre il 50 per cento al Sud con una forte concentrazione in Campania, uno dei fortini dei Cinque Stelle.

L’esternalizzazione, però, è stata un fallimento: con la minaccia di licenziare i lavoratori, le imprese hanno costretto i vari governi a stanziare sempre più fondi (almeno 350 milioni l’anno); anche “Scuole belle”, il famoso piano lanciato da Matteo Renzi, non era altro che una maniera per garantire il livello occupazionale. Persino gli appalti sono stati un disastro: prima l’intervento dell’Ue contro l’affidamento diretto alle coop, poi la gara Consip da 1,6 miliardi “truccata” (e sanzionata dall’Antitrust). Ora si cambia. “Da anni si andava avanti a botte di proroghe, con pesanti ricadute sociali e legali”, spiega Luigi Gallo, deputato M5s. “Per noi è la norma perfetta: stabilizziamo persone a costo zero”. Il piano verrà infatti finanziato con le risorse destinate agli appalti: per circa 12mila posti il costo dovrebbe aggirarsi sui 280 milioni. Non una spesa maggiore ma un onere in più per il bilancio dello Stato. Adesso anche le remore contabili paiono superate, insieme alla resistenza delle coop destinate a perdere un business milionario.