Niente bonus ai 18enni più ricchi: il governo cambia la card renziana

Addio18 app: come il ministro per i Beni Culturali Alberto Bonisoli aveva già anticipato si metterà mano ai 500 euro destinati ai 18enni. Cambia la forma, si riduce la platea, resta – salvo cambiamenti in corsa – la cifra tonda dei 500 euro.

Secondo quanto previsto in un emendamento alla manovra approvato in commissione Bilancio, i 18enni avranno accesso alla “Card Cultura” e, diversamente dal bonus 18app, che era distribuito a pioggia, sarà legata all’Isee, ovvero alla dichiarazione dei redditi, che ne determinerà quindi la platea. Si fisserà un tetto al di sopra del quale non si avrà accesso allo stanziamento e che dovrebbe ridurre i beneficiari del 10/15 per cento rispetto agli anni scorsi. La misura si applicherà comunque a partire dai nati nel 2001, per i nati nel 2000 invece vale ancora lo stanziamento precedente. Il canale di distribuzione, spiegano dal Mibac, sarà sempre il sito 18app nato sotto il governo Renzi. In più, si sta materialmente provvedendo a sviluppare la applicazione per lo smartphone

Vengono così stanziati 230 milioni di euro nel 2019 invece degli attuali 290 (l’impegno di spesa, sulla base delle richieste arrivate a giugno, è pari a 208 milioni di euro). Nella ridistribuzione, 20 milioni vanno al ministero dell’economia, 40 e finanziano altri comparti culturali: il Fondo unico per lo spettacolo (8 milioni) , il sostegno di festival, cori e bande (1 milione), le fondazioni lirico-sinfoniche (12,5 milioni che dovrebbero servire per coprire parte dei debiti accumulati), per iniziative culturali in zone terremotate (3 milioni), per la realizzazione di iniziative culturali a Matera, Capitale europea della cultura 2019 (2 milioni), peri il Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo è incrementato (4 milioni), per la riqualificazione delle periferie urbane con progetti di arte contemporanea (2 milioni), la promozione delle arti applicate (moda, design e grafica) per 3,5 milioni.

Manovra di micro-norme. L’assalto in attesa dell’Ue

Nella lunga notte che ha portato la commissione Bilancio della Camera a concludere l’esame della manovra tra tagli e limature sono entrati all’ultimo anche i soliti piccoli emendamenti che tanto faranno felici i destinatari e che resteranno sconosciuti ai più. Non solo mance, ma anche tante norme micro-settoriali che in teoria non dovrebbero entrare nella legge di Bilancio. E così, in attesa dell’accordo con l’Ue sul deficit (martedì il premier Conte vedrà Jean Claude Juncker) l’assalto alla manovra è partito in anticipo. Eccone una carrellata.

La cura del corpo. Niente taglio dell’Iva al 5% per pannolini e assorbenti, considerati ancora prodotti di lusso, ma una sforbiciata dell’Iva al 10% per i pacchetti acquistati dai clienti degli alberghi per massaggi, trattamenti e centri benessere.

Cultura. Arrivano altri 3 milioni di euro (dal 2019 al 2021) per la Biblioteca italiana per ciechi Regina Margherita di Monza su iniziativa del forzista Andrea Mandelli, nonchè consigliere comunale di Monza fino al 2017. Non poteva mancare l’ennesima iniezione di liquidità, da 12,5 milioni, per risanare i debiti delle fondazioni lirico-sinfoniche che continuano a perdere (400 milioni il debito). Salvato anche l’Istituto europeo per la ricerca sul cervello (Ebri) fondato da Rita Levi Montalcini. Viene poi istitutita la “Scuola superiore del Meridione) a Napoli, costola della Scuola Normale di Pisa con una dotazuione di 8 milioni. I relatori di maggioranza hanno perfino concesso un altro anno per sfruttare i 700 mila euro stanziati per le celebrazioni dei duemila anni dalla morte del poeta latino Ovidio. Arrivano anche 3 milioni per i pensionamenti anticipati per giornali e riviste in crisi

Minoranze.Un emendamento della Lorenzin stanzia 1 milione per la minoranza italiana in Slovenia e Croazia. Rampelli (Fdi) strappa 100.000 euro in favore del Museo della civiltà istriano-fiumano-dalmata e dell’Archivio museo storico di Fiume.

Aeroporto Reggio Calabria. Il forzista reggino Cannizzaro porta in dote 35 milioni di euro per consentire i lavori di ristrutturazione e messa in sicurezza del Tito Minniti.

Birrifici. Il settore incassa il taglio di un centesimo dell’accisa sulla bevanda che passa da 3 euro a 2,99 euro a ettolitro. Sforbiciata del 40% anche per l’accisa per i birrifici artigianali grazie al pressing di M5s e Lega.

Aria, terra e mare. Il pescatore professionista, comandante del motopeschereccio Savonarola, Lorenzo Viviani (Lega) ha ottenuto il rifinanziamento dell’indennità nei periodi di fermo obbligatorio; gli apicoltori conquistano un milione di euro; nasce poi il” catasto delle produzioni frutticole” con 2 milioni di euro di dote. Mentre M5S strappa per Taranto 3 milioni per la nascita del Tecnopolo Mediterraneo per la ricerca delle rinnovabili.

Camere di Commercio. Mentre il Consiglio di Stato annulla i provvedimenti che accorpano le Camere di Commercio per farle scendere da 105 a 60 (l’ultimo stop è per Pisa, Massa e Lucca), grazie a un emendamento le sedi in regola potranno riprendere ad assumere.

Assunzioni, l’infornata È il pacchetto più corposo e bipartisan con il suo miliardo complessivo stanziato nei prossimi tre anni. Le Regioni possono assumere 4mila lavoratori per i nuovi centri per l’impiego. Altre 930 unità faranno ingresso nell’ispettorato nazionale del lavoro. Dell’elenco fanno poi parte anche l’Avvocatura generale dello Stato, la Corte dei conti, l’Accademia dell Crusca (236 mila euro annui), l’Authority per l’energia e il ministero dell’Economia che assumerà 20 dirigenti grazie a 2,7 milioni di euro.

Bonus cultura da 50 euro. Nardella copia Renzi per ricandidarsi

Un Bonus da 50 euro ai giovani fiorentini a sei mesi dalle elezioni. L’idea è venuta al sindaco di Firenze Dario Nardella, da qualche settimana in corsa per essere rieletto a Palazzo Vecchio. Il provvedimento ricalca il “Bonus cultura” introdotto dal governo Renzi nel 2016 e prevede un contributo per i ragazzi tra i 18 e i 25 anni residenti a Firenze da spendere in libri, giornali e periodici. La platea del cosiddetto “invito alla lettura” sarà di circa 25 mila giovani e per questa operazione Palazzo Vecchio ha previsto un investimento di mezzo milione di euro. Il Comune inoltre garantirà ai giovani fiorentini l’ingresso gratuito nei musei civici il lunedì e il pagamento simbolico di un euro per il biglietto di due teatri comunali: il Maggio Fiorentino e il Verdi. “Siamo i primi in Italia a fare una cosa del genere – ha spiegato Nardella – e visto che il governo è latitante sui giovani e la cultura, ci rimbocchiamo le maniche e facciamo noi quello che dovrebbe fare lo Stato”. Nardella a maggio cercherà di essere rieletto per un secondo mandato nonostante la crescita in città del centrodestra leghista.

“I cristiani senza cristianesimo sono molti, specie in politica”

Questo …che Dio perdona a tutti – un “Non possiamo non dirci cristiani” sotto forma di romanzo “piffizzato” – è già alla terza ristampa, in classifica da quando è uscito il 15 novembre. C’è un uomo, che si chiama naturalmente Arturo – perché tutti i protagonisti di Pif si chiamano Arturo – che s’innamora di una ragazza molto cattolica, che naturalmente si chiama Flora e che lui conquista sostituendo l’uomo che deve impersonificare Gesù nella Via Crucis. Così Arturo scopre che non si ricorda più nulla degli insegnamenti della religione cattolica.

Cominciamo dal titolo: il detto siciliano non è “Futti futti che Dio perdona a tutti”?

Sì, ho omesso la prima parte perché in Sicilia tutti capiscono il senso, ma altrove no. Poteva suonare offensivo. Per me rappresenta la sintesi di come gli italiani vivono la religione.

Arturo, si potrebbe obiettare, è opportunista. In realtà è spinto dall’amore. Molto natalizio.

Se siamo cristiani o no è una domanda che in questo periodo ci si fa più spesso, ma bisognerebbe farsela sempre. Bisognerebbe che se la ponessero anche quelli che, come me, sono agnostici. E comunque quella di Arturo è una conversione complicata, comincia con il furto di un manuale di catechismo… È ‘mediamente cristiano’, non si fa troppe domande.

Nel mettere in pratica gli insegnamenti del cristianesimo Arturo si mette nei guai.

All’inizio vuole conquistare Flora, ma poi le occasioni per essere un buon cristiano cominciano a diventare ghiotte, ci prende gusto… A un certo punto, mentre stanno andando in vacanza, Arturo si accorge che stanno passando in auto vicino a un luogo terremotato. E allora decide di uscire dall’autostrada per andare ad aiutare chi ha bisogno, ma poi la vacanza… Pure sul lavoro comincia ad avere grossi problemi. Fa l’agente immobiliare e non se n’è mai visto uno sincero, che dice davvero quali sono le magagne di una casa. La sua è una conversione all’acqua di rose, eppure è abbastanza per mettere in crisi la sua vita.

Ha messo in crisi la sua?

No. Ho messo nero su bianco una cosa che mi è successa. Ho frequentato istituti religiosi dalle elementari al liceo. Per anni, quando qualcuno mi chiedeva se credevo, rispondevo sì. Poi mi sono reso conto che non credevo ai miracoli, che non andavo mai a messa, non mi confessavo. E quindi ho capito che non ero cattolico. Mi sento agnostico. L’ho detto anche al Papa.

Scusi, ha incontrato il Papa?

Durante un’udienza privata, la primavera scorsa, eravamo più o meno 50 persone. ‘Tutti atei’, ci presentarono così. Ma io dissi la verità… Davanti al Papa non si possono dire le bugie! ‘Santità, io non sono ateo, ho fatto i Salesiani, credo faccia curriculum. Sono agnostico’. E lui mi rispose: ‘Ma sei diventato agnostico perché hai frequentato i Salesiani?’. Capito? Il Papa si abbassava al mio livello! È stato lì che mi è venuto un dubbio: forse anche noi, potenzialmente, possiamo elevarci al suo livello?

È una trovata pubblicitaria per il libro?

Ho le prove! (mostra una foto con Francesco, ndr).

Quanto siamo cristiani è una domanda di attualità, anche politica?

Una volta il Papa disse: ‘Dio è per l’accoglienza’. Per un credente diciamo che la parola del Papa dovrebbe essere abbastanza rilevante. Angelino Alfano, all’epoca ministro degli Interni e uomo di fede, disse: ‘Noi facciamo un mestiere diverso da quello dei preti’. Ed è questo un altro esempio di come si interpreta la fede ‘a seconda’. Mi sono imbattuto in una frase molto simile di Matteo Salvini, un brand che ora va per la maggiore, più recente: ‘I vescovi facciano i vescovi e non rompano le palle ai sindaci’. Non contesto la politica, non è questo il luogo né il momento perché questo non è un libro politico. È solo per dire che così è troppo facile. Uno giura sul Vangelo e poi dice ‘manderemo via i Rom dall’Italia, purtroppo quelli italiani ce li dobbiamo tenere’.

Dobbiamo chiederci quanto quel “purtroppo” è cristiano?

Esattamente. Io non contesto la legalità come principio, anzi. Contesto che s’invochi la legalità a intermittenza, cioè quando il presunto colpevole è un immigrato. Posso dire una cosa su cui sono d’accordo con Salvini?

Prego.

Qualche anno fa, Alfano disse: ‘L’Italia non ha bisogno di Salvini’. Il diretto interessato rispose: ‘Al di là della mia questione personale, può un ministro dell’Interno, responsabile della sicurezza del Paese, mettere alla gogna e rendere un bersaglio chi non la pensa come lui?’.

Cosa risponderebbe Matteo Salvini a Matteo Salvini?

E chi lo sa? Bisognerebbe chiederlo a Salvini. O al massimo ad Alfano, visto che il ministro dell’Interno attuale fa spesso le stesse cose per cui criticava il predecessore, come è accaduto ieri con il tweet sulla mafia nigeriana a operazione ancora in corso…

Ha pensato se dare retta a Matteo Renzi e chiedere, cristianamente, scusa a Berlusconi?

Ma nemmeno per sogno. Cominciai a criticare Renzi quando iniziò ad andare a braccetto con Alfano e Verdini. Chiedevo che il Pd si alleasse col Movimento 5 Stelle e loro mi dicevano: ci hanno insultati, sono diversi da noi. Come se Verdini, Alfano e B. non fossero diversi! Comunque niente scuse: B. al governo si è fatto i fatti suoi e delle sue aziende.

Un ecumenico abbraccio tra il Pd e l’ala più a sinistra dei 5stelle è possibile?

Non finché non lo vorrà una corrente del Pd che fa fatica a pronunciare la lettera ‘C’ senza aspirarla. Ma non insista, non farò mai i nomi.

“Basta coi soliti nomi, ai vertici della sanità gente di trincea”

Nuovo piano per le liste d’attesa, lo scioglimento del Consiglio Superiore della Sanità, gli scioperi dei medici e le accuse di conflitto d’interessi: una settimana intensa per il ministro della Salute, Giulia Grillo.

Ministro Grillo, in manovra c’è un emendamento per velocizzare le liste d’attesa: cosa cambierà?

Ho chiesto i dati sulle liste alle Regioni e hanno mostrato una sanità pubblica che ha lasciato indietro i più poveri, quei milioni di cittadini che non si curano perché non possono pagare le prestazioni private. Abbiamo quindi deciso di ridefinire un piano di governo con nuove regole uguali per tutti. La digitalizzazione delle agende garantirà trasparenza e tempi certi e un cambiamento visibile e rapido. I direttori generali risponderanno delle inefficienze. Sono stati stanziati 350 milioni e ci dicono che sono ‘pannicelli caldi’. Ma in passato nessuno aveva pensato a mettere risorse ad hoc. L’ultimo piano di sistema era fermo al 2010.

I dirigenti sanitari minacciano un nuovo sciopero per il rinnovo del contratto: a che punto è il ministero?

In queste settimane abbiamo lavorato per garantire l’indennità di esclusività in busta paga. Vedremo i dettagli alla fine dell’iter parlamentare. Il contratto fermo da dieci anni è una vergogna: farò di tutto per riaprire la contrattazione, ma non è il ministro a decidere, e i sindacati lo sanno benissimo.

In legge di Bilancio sono stati previsti 2 miliardi per la sanità dal 2020: come mai non già dal 2019?

Stiamo ragionando in termini di triennio e l’aumento sarà di 4,5 miliardi. Per il 2019 non è stato possibile aumentare il fondo oltre al miliardo promesso, che non era affatto scontato. Abbiamo aggiunto 4 miliardi di edilizia sanitaria, sbloccato risorse come il fondo per il superticket da 60 milioni, oltre a quello per le liste d’attesa. Abbiamo messo risorse per la formazione post laurea dei medici con oltre 900 nuove borse. A giorni presenterò la nuova governance farmaceutica: da lì avremo risparmi effettivi da reinvestire. Questa è la prima legge di Bilancio espansiva dopo anni di manovre lacrime e sangue.

Ha azzerato a sorpresa i membri non di diritto del Consiglio Superiore di Sanità. Perché?

Voglio dare spazio a nuove idee e a personalità di valore che magari non hanno mai avuto poltrone importanti. Ogni scelta risponderà solo a criteri di merito. Voglio che nel nuovo Css ci siano anche persone di trincea, che provengono da contesti difficili. Purtroppo c’era la scadenza del 5 dicembre e non ho fatto in tempo a incontrare la presidente Siliquini, perché davvero il parto e questi primi giorni di maternità, insieme agli impegni istituzionali, mi hanno lasciato pochissimo spazio per tutto il resto.

La riduzione dell’Iva su tampax e pannolini, che ora è saltata, è una priorità?

Ci sono stati problemi tecnici, ma si troverà il modo per andare incontro alle donne: il ciclo mestruale non è un lusso.

Il Fatto ha raccontato dell’emendamento che sblocca l’attività dell’ospedale privato Mater Olbia in Sardegna. E il suo capo di gabinetto Carpani viene proprio dal cda di quell’ospedale.

Carpani si è dimesso da quell’incarico e la vicenda del Mater Olbia è tornata alla ribalta con un intervento di Beppe Grillo e un emendamento presentato in commissione dei relatori della legge di Bilancio. Il mio capo di gabinetto, a cui va la mia fiducia, non c’entra proprio nulla. Sul presidio sarà effettuata una verifica dalla Regione Sardegna e dalla direzione della programmazione, non certo dal ministro e dal suo gabinetto, cui si dovrà dare conto di come l’attività del Mater Olbia sia in grado di ridurre i viaggi, la mobilità sanitaria, che oggi i cittadini sardi sono costretti a fare nei vari ospedali italiani per ottenere le prestazioni non presenti nella rete ospedaliera locale. Saranno dati oggettivi e pubblici, valutati i quali saranno adottati i provvedimenti più opportuni: il mantenimento o la revoca della sperimentazione.

Ha senso imporre alla Regione di spendere risorse scarse per un ospedale privato in una zona collegata male e poco popolata?

Nessuna imposizione. È stata una richiesta della Regione autonoma della Sardegna. Noi vigileremo che a fronte dell’accreditamento della struttura non vengano meno gli standard essenziali delle prestazioni in tutta la Regione.

Però una proposta di legge del M5S vuole una trasparenza assoluta su regali e conflitti d’interessi del personale medico.

Chi opera nella sanità non deve avere conflitti d’interessi. I pazienti devono avere certezza che chi li cura agisca in scienza e coscienza e non perché ‘foraggiato’ da soggetti imprenditoriali. I medici devono abituarsi a dichiarare i legami con l’industria. È un dovere deontologico e speriamo diventi normativo. Le opacità creano diffidenza.

La pasionaria leghista bloccata da Facebook: “Per la parola Rom”

Le hanno bloccato il profilo fb per aver annunciato lo sgombero del campo rom di Navacchio (Pisa) “dopo trent’anni di illegalità”. A denunciarlo è Susanna Ceccardi, sindaca di Cascina e commissaria regionale della Lega Toscana, che da tre giorni non può più entrare sulla propria pagina Facebook: “È incredibile che io sia sanzionata perché ripristino la legalità in una zona degradata del mio Comune – ha attaccato la sindaca –, credo che il problema sia stato rappresentato dall’uso della parola rom, ma è una mia deduzione perché non ho ricevuto alcuna spiegazione in merito”. Da quando le è stato interdetto l’accesso, Ceccardi può usare la pagina solo attraverso i profili dei suoi collaboratori. Quello di via del Nugolaio è l’ultimo dei tre campi rom che sono stati sgomberati con le “ruspe” da quando l’amministrazione leghista è entrata in carica nel 2016. Il social network di Zuckerberg aveva già bloccato la pagina Facebook della sindaca due anni fa per un post dedicato alla canzone Imagine di John Lennon che, a suo dire, inneggiava al “comunismo” con “parole aberranti”.

Molinari: “Deciderà Matteo sui transfughi da Forza Italia”

I sondaggigià certificano che la nuova Lega si è mangiata il vecchio centrodestra e, in particolare, Forza Italia. Ora, però, il partitone di Matteo Salvini ha il problema di digerire anche un po’ di ceto politico della coalizione, specie al Sud e meglio se dotato di qualche voto in proprio. Il tema è talmente all’ordine del giorno che lo stesso capogruppo leghista alla Camera Riccardo Molinari, uomo assai vicino al leader, ne ha parlato ieri in un’intervista all’agenzia Adnkronos: “Per entrare in Lega serve un percorso di militanza, ma ora siamo un partito di area completa, che deve aprire le proprie porte, perché i tempi sono cambiati”. Insomma, tra i tanti che bussano da Forza Italia in cerca di protezione e di un seggio qualcuno bisognerà farlo entrare. Ma con che criterio? Facile: “Deciderà Salvini”. Finora, com’è noto, il capo leghista ha bloccato tutti i transfughi del fu regno berlusconiano per non irritare l’alleato di Arcore, ma non è detto che sia così per sempre. Su Roma, per dire, Molinari sostiene che il suo partito non avrebbe problemi a sostenere ancora Giorgia Meloni come sindaco: “Ma ci vogliono oltre due anni: vedremo lo stato di salute del centrodestra e se ci sarà ancora questo governo”. La Lega, se non è chiaro, vuole tutto.

Un bulletto più insidioso di Renzi e B.

L’invadenza di Matteo Salvini in ogni campo, fuori dalle sue funzioni di ministro dell’Interno, non solo è intollerabile ma sta diventando pericolosa e dare giusto fiato a chi teme che sottobanco l’Italia si trasformi in una dittatura dove al posto di Benito Mussolini, che almeno uno spessore politico ce l’aveva, c’è questo bulletto da quattro soldi, più insidioso di Renzi e persino di Berlusconi.

Il ministro dell’Interno non può intervenire in indagini in corso e nemmeno riferirne, non tanto e non solo perché può danneggiarle come ha fatto notare il procuratore della Repubblica di Torino Armando Spataro, ma per quella divisione dei poteri fra ordine giudiziario ed esecutivo che anche i bambini dovrebbero conoscere.

Ai rilievi di Spataro, Matteo Salvini ha reagito con parole sprezzanti che sul nostro giornale sono già state riportate da Gianni Barbacetto ma che vogliamo qui riprendere: “Inaccettabile dire che il ministro dell’Interno possa danneggiare indagini e compromettere arresti. Gli attacchi politici e gratuiti lasciamoli fare ai politici che si candidano alle elezioni. Se il procuratore è stanco, si ritiri dal lavoro: a Spataro auguro un futuro serenissimo da pensionato”. Da questa ennesima esternazione si ricava che Matteo Salvini non capisce nulla, o fa finta di non capir nulla, della fondamentale divisione dei poteri, sancita nella modernità da Montesquieu e assunta come cardine da tutte le democrazie liberali. Ma più gravi ancora delle violazioni dello Stato di diritto perpetrate da Matteo Salvini, a noi paiono le sue parole rivolte a Spataro, uno dei nostri migliori magistrati che nella sua lunga carriera si è occupato di sequestri di persona, terrorismo, criminalità organizzata, traffico internazionale di stupefacenti, mafia, ’ndrangheta. Non è certamente un caso che quando Antonio Di Pietro motore delle indagini di Mani Pulite lasciò quel ruolo, Francesco Saverio Borrelli chiamò Armando Spataro per sostituirlo.

Io non so come i nostri magistrati, sottoposti a ogni sorta di attacchi, impediti nella loro delicatissima funzione da leggi demenziali che spesso li costringono a girare a vuoto, riescano a mantenere la saldezza di nervi necessaria per continuare il loro lavoro. Fra le sue numerose pubblicazioni di carattere scientifico, Spataro ha pubblicato anche una autobiografia professionale col titolo Ne valeva la pena

. Io ci aggiungerei un punto interrogativo. No, caro Spataro, non ne valeva proprio la pena.

Scintille al Csm su Spataro: “Un ragazzino all’Interno”

Finisce al Csm, con botta e risposta tra consiglieri di Palazzo dei Marescialli, lo scontro a distanza tra il procuratore di Torino Armando Spataro e il ministro dell’Interno Matteo Salvini, paragonato in plenum a un “ragazzino”. Il copyright è di Giuseppe Cascini, capogruppo di Area (la corrente di sinistra cui appartiene Spataro). Anche Palazzo dei Marescialli risente del clima politico. Ieri, al plenum ci sono stati interventi cerchiobottisti dei togati di Magistratura Indipendente (destra), a favore di Spataro (Area) e Unicost (centro) e pro Salvini dai laici di Lega e FI.

Tutto è nato martedì quando il procuratore Spataro, con un comunicato, ha accusato il ministro di aver messo a rischio un’operazione contro delinquenti nigeriani, per i complimenti via social mentre gli arresti erano in corso, e Salvini ha risposto, ancora su twitter: “Gli auguro un futuro serenissimo da pensionato”. E siamo a ieri mattina: è Stefano Cavanna, laico della Lega, ad aprire una serie di interventi elettrici. Attacca il vicepresidente David Ermini, reo di aver difeso Spataro già martedì sera: “Se Ermini, come dice, è il vicepresidente di tutti, dovrebbe astenersi dall’esternare per il Csm posizioni non condivise. Stiamo coinvolgendo il Consiglio in una polemica politica, e non è la prima volta”. Immediata la replica di Ermini: “Se qualcuno si dissocia da queste parole è libero di farlo. Io ho inteso tutelare la magistratura tutta, non solo il procuratore di Torino. Il tono sprezzante nei confronti di qualsiasi magistrato ci deve trovare uniti nella tutela di tutta l’istituzione”. Ed ecco l’intervento ad alta tensione di Cascini: “Non possiamo trascinare questo Paese e le sue istituzioni nel mondo dei social. Non siamo ragazzini e se un ragazzino assume incarichi istituzionali bisogna fargli capire che non è più un ragazzino e che deve avere un atteggiamento consono al ruolo. Il ministro degli Interni non può permettersi di rispondere come ha fatto a un rilievo critico, fosse anche infondato. Non è ammissibile che si risponda con il dileggio, lo scherno l’irrisione nei confronti di un servitore dello Stato. Non possiamo ridurre tutto a chi fa la battuta più veloce e dice la cattiveria più intrigante: questo lo fanno i ragazzini a scuola”. Poi Cascini ringrazia Ermini per il richiamo “al rispetto delle istituzioni” e rincara la dose su Salvini: “Le istituzioni vanno difese e va difeso il ministero dell’Interno anche da chi oggi ricopre quell’incarico, se danneggia quell’istituzione”. I toni usati da Cascini non sono piaciuti ad alcuni consiglieri: “Non è concepibile che in questo consesso si parli come al bar e si definisca ragazzino un ministro della Repubblica”, tuona Alessio Lanzi, in quota FI. Cascini riprende la parola: “Non ho chiamato ragazzino il ministro dell’Interno, se qualcuno ha inteso così significa che mi sono espresso male e chiedo scusa”, ma il giudizio su Salvini resta. Corrado Cartoni, di MI, critica Cascini e Spataro: “È un errore definire il ministro un ragazzino”, quanto a Spataro non doveva scrivere quel comunicato, poteva “fare una telefonata al ministro”. MI critica Spataro ma anche Salvini: “È quantomeno inusuale” il comunicato “ma la professionalità del procuratore non è in discussione e certamente non merita le repliche del ministro dell’Interno per i termini, il modo e il tono delle stesse”. Piercamillo Davigo (AeI), per anni con Spataro alla Procura di Milano, gli rende omaggio: “Il mio grazie va a un magistrato che ha portato avanti processi delicatissimi nel periodo del terrorismo con rischi personali altissimi”. In serata è intervenuto anche il premier Conte: “Presto un chiarimento tra i due”.

Ora parte la corsa alla successione di Spataro. Andrà in pensione fra due settimane e si sono chiuse le domande per la guida della Procura di Torino. È favorito Dino Petralia, procuratore generale a Reggio Calabria ma ci sono anche l’attuale aggiunto di Torino Paolo Borgna e Luca Palamara, consigliere del Csm fino a settembre e pm di Roma che aspira a diventare procuratore aggiunto della capitale, nel posto lasciato vacante da Cascini.

Valle d’Aosta: sull’affaire del Casinò esplode la prima giunta del Carroccio

Ameno di sette mesi dalle elezioni regionali del maggio scorso, la politica valdostana partorisce un ribaltone. Azzeramento del primo governo a trazione leghista e un nuovo embrassons-nous di tutte (o quasi) le anime regionaliste.

La giunta Spelgatti (Nicoletta, prima presidente donna e prima presidente non Unionista cade sull’affaire Casinò. Con l’assessore alle Finanze, Stefano Aggravi, la parte leghista dell’esecutivo aveva ingaggiato un lungo braccio di ferro contro le altre forze politiche della maggioranza. Motivo? Concedere o meno un nuovo mutuo da 7 miliardi alla casa da gioco per evitarne il fallimento. Lega, Mouv e Pnv sono contrari al finanziamento. Troppo alta la responsabilità per un intervento che, a loro avviso, non avrebbe comunque risollevato il Casinò. Da lì la prima defezione di un assessore di Alpe. Poi una seconda fuoriuscita: l’assessore della Stella Alpina.

A questo punto poteva contare su 18 voti risicati, contro i 17 dell’opposizione, ma da lunedì a guidare la Regione torna lo zoccolo regionalista con 18 voti. All’opposizione sempre in 17. A guidare il nuovo esecutivo sarà Antonio Fosson (ex-Uv e fino a ieri presidente del Consiglio regionale) con una squadra composta da 6 Unionisti, 4 Uvp (ex-Unionisti ora Unionisti-Progressisti), 3 di Alpe (anche loro ex-Unionisti), 2 di Pnv (ex-Unionisti), 2 Stella Alpina e 1 Indipendente (ex-Unionista).

La mozione di sfiducia costruttiva è stata presentata ieri mattina. Relegati all’opposizione i 7 della Lega e i 3 di Mouv (che facevano parte della giunta Spelgatti). Restano in minoranza Impegno Civico (3) e Movimento 5 Stelle (4).

Nicoletta Spelgatti, che in Valle è anche presidente della Lega e ha un filo diretto con Salvini, parla di “ritorno alla vecchia politica”. In una nota i rappresentanti leghisti scrivono: “Le forze della vecchia e affamata politica hanno placidamente trovato la quadra per una réunion degna dei vecchi metodi”.

A maggio la Lega aveva ottenuto più del 17% di suffragi rientrando in consiglio regionale dopo 20 anni di assenza con 7 consiglieri. Gli stessi della consolidata Union Valdôtaine che però aveva subìto una forte penalizzazione dall’elettorato precipitando dal 33% del 2013 al 19%.

Davanti alla richiesta di dimissioni la presidente Spelgatti ha risposto: “Non mi dimetto. E nessuno del nostro gruppo darà le dimissioni”.