Salvini ne vuole 100 mila, ma il veneto Zaia si ribella

Ponendo molto in alto l’asticella della manifestazione di sabato, Matteo Salvini sa di correre un rischio. “Mi piacerebbe che ci fossero centomila persone”, ha detto il leader della Lega. Sparare numeri è sempre pericoloso, perché poi, se le cifre saranno più basse, il flop è dietro l’angolo. Il fatto è che questa manifestazione Salvini se la ritrova sul groppone senza grande entusiasmo. La sua convocazione, un paio di mesi fa, nasceva soprattutto dall’intento di lanciare un’Opa sul Campidoglio in caso di dimissioni di Virginia Raggi.

Il Carroccio, si sa, puntava a esprimere un proprio candidato sostenuto dal centrodestra alle eventuali elezioni comunali. Poi la sindaca è stata assolta e il leader leghista si è visto costretto a una brusca sterzata, trasformando l’iniziativa in una prova d’orgoglio della Lega al governo. “L’Italia rialza la testa. Prima gli italiani. Dalle parole ai fatti!”, lo slogan forte dell’iniziativa che, da una parte, avrà l’obiettivo di rivendicare le misure “leghiste” dell’esecutivo Conte (decreto Sicurezza, politica sui migranti), dall’altra avrà il compito di raffigurare plasticamente il boom del Carroccio, almeno secondo i sondaggi.

“Sarà una festa, una giornata molto italiana di ringraziamento, ragionamento e prospettiva”, ha detto ieri il ministro dell’Interno. Che, vista la delicatezza del momento, non potrà nemmeno usare toni duri contro dell’Europa. “L’attuale 35% merita una piazza piena, con bandiere da tutta Italia”, spiegano dal partito che un tempo scendeva nella Capitale solo per gridarle “ladrona” e mostrare i forconi. La potente macchina organizzativa del partito, comunque, si è messa in moto: sabato sono attesi tre treni speciali e oltre 200 pullman, dal nord ma anche dal centro-sud. Segno che il processo di trasformazione da forza politica nordista a movimento nazionale va avanti. E anche nel Mezzogiorno, complice il calo del M5S, i numeri sono incoraggianti.

Il problema di Salvini, semmai, è il nord. Dove, se da una parte i sondaggi danno ancora un Carroccio in buona salute, dall’altra iniziano a vedersi segnali di forte malcontento per i dati stagnanti dell’economia e per le politiche del governo considerate assistenzialiste.

Il j’accuse della Confindustria di Boccia, lunedì scorso, non è arrivato a caso e, raccontano, ha innervosito parecchio il ministro dell’Interno. Che ha tentato di buttare la croce addosso agli industriali sostenendo che lui comunque sta “dalla parte delle piccole e media imprese e dei lavoratori”. Ma sarà difficile sostenere la stessa tesi tra qualche giorno quando, a Milano, il 13 dicembre centinaia di artigiani e piccole aziende scenderanno in piazza con lo slogan “Quelli del sì”, ovvero coloro che auspicano la realizzazione delle opere pubbliche (Tav, tunnel del Brennero, Terzo valico) su cui invece il governo gialloverde frena. Iniziativa che, a sorpresa, ha ricevuto la benedizione del governatore veneto Luca Zaia. “Fanno bene a manifestare”, ha detto il leghista, che da qualche tempo dà segni di malcontento anche per la mancata attuazione dell’autonomia regionale ottenuta col referendum dell’ottobre 2017. “Finché tengono i sondaggi, non accadrà nulla. Ma se i dati economici continuano a essere questi, prima o poi il consenso calerà. Zaia sta cercando di tenere la delusione di cittadini e imprese sotto il livello di guardia. Ma per quanto?”, racconta un deputato veneto che preferisce restare anonimo.

Il “partito del Sì” in piazza a Milano sembra oltretutto far rima col “partito del Pil”, quello schieramento trasversale, politico ed economico, contrario alla manovra e terrorizzato dagli effetti della procedura d’infrazione da parte dell’Europa. Un partito cui va annoverata anche Forza Italia che, con furbizia, terrà una manifestazione domani, sempre nella Capitale ma nel chiuso dell’Hotel Ergife (e al riparo da flop numerici), dove è atteso un Silvio Berlusconi molto agguerrito sul fronte economico. “Siamo quelli del Sì. Sì al Tav e alle grandi opere che portano sviluppo e lavoro”, campeggia sul sito forzista. Una kermesse organizzata “contro la manovra” dal cui palco arriverà forte e chiaro da Berlusconi l’invito a Salvini di staccare la spina al governo. Speranza cui in realtà non crede nemmeno l’ex Cavaliere visto che dentro il suo partito è pensiero ricorrente che “almeno fino alle Europee non accadrà nulla”. Salvini, nel frattempo, il malcontento sopra il Po lo osserva con attenzione. Consapevole, però, di non poter fare molto per placare gli animi del nord produttivo, né limitare l’attivismo di Zaia (cui Matteo ha offerto un posto da commissario europeo). “Forse per i sondaggi alti, la gente si dimentica che alle elezioni abbiamo preso il 17% e siamo soci di minoranza del governo. Non abbiamo le mani libere”, fa notare il deputato Massimiliano Capitanio.

E anche la speranza di ribaltare gli equilibri europei in senso sovranista, così da rendere meno rigidi i parametri, si sta scontrando con la realtà, rivelandosi per quello che è: una sparata propagandistica. Sabato, dunque, Salvini si prepara a un comizio dai toni governativi, non troppo incendiari, almeno nei confronti dell’Ue, dove il premier Conte sta portando avanti la trattativa con Juncker sulla fatidica manovra.

Tutt’altra cosa rispetto al febbraio 2015, quando scese nella stessa piazza romana per gridare tutta la sua ostilità al governo Renzi e ai burocrati di Bruxelles. Allora c’era anche CasaPound. Sembra un secolo, ma erano solo tre anni fa.

L’ultima di Renzi: umilia Minniti e lo fa ritirare

Marco Minniti si chiama fuori: oggi annuncia il ritiro della sua candidatura alla guida del Pd in un’intervista a Repubblica. Ancora una volta, è stato determinante il ruolo giocato da Matteo Renzi, che ha ostentatamente iniziato a lavorare per il suo partito, facendo mancare il suo appoggio all’ex ministro dell’Interno. Peraltro, l’ex segretario ieri ha fatto una passeggiata a Bruxelles dove ha incontrato Frans Timmermans, Spietzenkandidat in pectore per il Pse e ha pranzato con liberale MargretheVestager, intercettando anche Juncker e Moscovici. E ha visto gli europarlamentari dem. Obiettivo? Convincerli della necessità di un nuovo “contenitore” che agisca da cerniera tra sinistra e centro, persuaderli che la cosa da fare in vista delle Europee è un’alleanza di tutte le forze anti populiste. E convincerli (va da sè) che è proprio lui l’uomo adatto per fare questa operazione. Con lui, c’era Sandro Gozi, che da mesi lavora all’ipotesi di una lista con Emmanuel Macron. “Minniti irritato? Non mi occupo del congresso”. E siccome, l’uomo a modo suo dice spesso quello che sta facendo, l’affermazione è molto vicina alla verità: assodato che non si può candidare lui, l’ex segretario ha lasciato Luca Lotti e Lorenzo Guerini a gestire il congresso, a cercare di occupare l’occupabile anche per suo conto. Tanto è vero che i due Minniti l’hanno pure incontrato, insieme a Ettore Rosato. Minniti avrebbe chiesto la garanzia scritta dei parlamentari che non avrebbero mai lasciato il Pd. Nessuno poteva dargliela. “Una richiesta offensiva”, gli sarebbe stato risposto. Insomma, a incontro finito, era evidente che la storia era finita: “Non ha saputo leggere le regole del gioco. Ovvero che noi lavoravamo per lui nel Pd, ma Renzi seguiva un altro percorso. Non gli bastavamo noi, voleva lui”, raccontano ora quelli che avevano voluto la sua candidatura. “È andata male”. Liquidato. Come di fatto quel che resta dei Dem. “Spero che qualcuno non abbia deciso di distruggere il Pd e stia giocando a un gioco macabro”, dice Nicola Zingaretti che vede come il rischio sia che non salti solo la candidatura di Minniti, ma pure il partito.

D’altra parte, ieri sembrava davvero una specie di gioco a nascondino: una conferenza stampa viene annunciata per ufficializzare il ritiro di Minniti, ma non è in realtà mai stata in programma; appare una pagina Facebook, “Libdem”, con foto di Renzi in motorino a Firenze e lo slogan: “Il futuro prima o poi torna”, che a un certo punto della giornata viene chiusa. Ora resta da capire come si va avanti: hanno ricominciato a circolare ipotesi di corse last minute di Guerini o di Rosato in quota Renzi. Un candidato per l’ala renziana ci sarebbe già, ed è Maurizio Martina, che, correndo in ticket con Matteo Richetti, può veder convergere su di lui quei voti. Abbastanza per insidiare Nicola Zingaretti? Pare difficile. Sempre poi che lo schema resti questo: sullo sfondo, continua ad aleggiare la figura di Paolo Gentiloni, come Salvatore della Patria. E Renzi che gioca per sè più che mai: nel nuovo soggetto che sta cercando di mettere in piedi, l’idea è portarsi solo il cerchio più stretto, senza zavorre. Progetto che fa crescere ancora di più il nervosismo.

Savona non tratta: “C’è una recessione, ora bisogna agire”

Il discorsoè generale e in termini tanto politici che di teoria economica non fa una piega. Solo che quelle parole, pronunciate ieri da Paolo Savona alla presentazione del libro Gli arrabbiati di Paolo Sommella, sono anche l’emergere a coscienza di una linea alternativa di politica economica nell’esecutivo insieme più moderata e più battagliera: “L’Italia non può attendere per fronteggiare i rischi di una recessione produttiva dovuta da problemi geopolitici”. E cosa non può attendere? La lenta transizione politica che seguirà alle Europee del prossimo anno per avere interlocutori meno astiosi: “Il nostro dovere è agire”. Con gli attuali protagonisti dell’Unione europea, però, “non ci può essere un dialogo al di là del contingente, spero che non ci siano danni irreparabili. L’Italia non può attendere in una situazione di alta disoccupazione e povertà inaccettabile, se non troviamo una soluzione ‘gli arrabbiati’ del libro aumenteranno ancora”. Com’è noto Savona, economista liberale assai poco incline alla spesa in deficit, vorrebbe che la manovra fosse incentrata – più che su reddito di cittadinanza e pensioni – sugli investimenti per spingere la crescita.

È la politica che ha pagato la pensione a Sgarbi

Vittorio Sgarbi va in pensione con gli stessi diritti, suo malgrado, di un qualsiasi politico. In un’intervista rilasciata a Panorama, invece, il critico d’arte sembrava volesse trasformare la comunicazione ricevuta dall’Inps in un gesto dadaista di suprema derisione delle masse.

“L’uomo che è andato in pensione senza lavorare un giorno”, come lo definisce enfaticamente il settimanale ora guidato dal direttore/padrone Maurizio Belpietro, ci avrebbe fregato tutti rendendosi protagonista di un caso previdenziale sui generis. “Vado in pensione come funzionario dei Beni culturali con 51 anni di contributi, essendo in aspettativa gratuita dal 1985 e con la legge Fornero, ovvero le regole più severe per limite anagrafico”.

Niente lavoro, zero stipendio avrebbero prodotto incredibilmente una buona pensione. Il settimanale ricorda anche la carriera da assenteista di Sgarbi alla Soprintendenza dei Beni culturali di Venezia, che è sfociata in una condanna definitiva per truffa aggravata e continuata ai danni dello stato a sei mesi e 10 giorni di reclusione, sempre rimanendo in aspettativa e conservando il posto da funzionario pubblico. Ma tranquilli, avverte il parlamentare di Forza Italia, l’assegno dell’Inps (tra i 2.500 e i 3500 euro) non influirà più di tanto nell’economia della sua casa, dove si spendono 30mila euro ogni mese “tra assistenti e dipendenti della fondazione, 7mila solo di affitto”.

“La mia lunga aspettativa è stata un risparmio per lo Stato”, chiosa Sgarbi. Ma la sua pensione non è e non poteva maturare coi presunti contributi figurativi versati dall’amministrazione dei Beni culturali. L’aspettativa non retribuita cui allude il critico d’arte infatti non comporta il riconoscimento di contributi, anche se dà diritto al lavoratore di fare se vuole dei versamenti contributivi volontari.

E allora? Dal 1° gennaio 2012 la legge Fornero ha fissato a 66 anni per gli uomini l’età anagrafica dalla quale si può andare in pensione di vecchiaia. L’altro requisito è quello di aver versato almeno 20 anni di contributi. Sgarbi, nato nel 1952, ha effettivamente compiuto 66 anni. Per quanto riguarda il suo montante contributivo ha iniziato a lavorare a 20 anni come supplente di latino nelle scuole. La legge 300 del 1970 prevede il riconoscimento di contributi figurativi per l’aspettativa sindacale e per le cariche elettive. Il valore del montante è equiparato ai versamenti che sono stati effettuati nell’ultimo posto di lavoro. Sgarbi è stato deputato dal 1992 al 2006, assessore alla cultura del comune di Milano tra il 2006 e il 2008, sindaco Udc-Dc di Salemi dal 2008 al 2012, assessore in Sicilia fino al 2016 e nel 2018 rieletto deputato e sindaco di Sutri. Il riscatto della laurea e della specializzazione universitaria ha fatto il resto.

È la politica che ha pagato la pensione al funzionario dei Beni culturali in aspettativa permanente Vittorio Sgarbi, non la sua impunita latitanza dalla P.A. Se le cariche elettive possano essere considerate poi una professione e un lavoro, è un’altra storia.

Paperone Galliani è il re delle Camere: dichiara 10,6 milioni

Il più ricco dei parlamentari è un illustre esordiente. Non è completa ancora la classifica dei redditi perché non sono chiusi i termini per presentare le dichiarazioni (qui consideriamo l’imponibile 2017), ma il senatore forzista Adriano Galliani, berlusconiano più di Silvio Berlusconi, per quasi trent’anni amministratore delegato del Milan pluridecorato (adesso lo è del Monza in Serie C), con guadagni per oltre 10,6 milioni di euro, appare imbattibile. I documenti consegnati al Senato rammentano peraltro che Galliani non ha smesso con la professione imprenditoriale e dunque è ai vertici di Fininvest Res (immobile) e di Costa Turchese (terreni in Sardegna).

Attorno al podio o comunque in zone alte va collocato l’avvocato dell’ex Cavaliere, Niccolò Ghedini (2,1 milioni). Sempre a Palazzo Madama e sempre nell’organico di Forza Italia va segnalato il reddito di 414.000 euro di Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato nonché ex membro laico del Consiglio superiore della magistratura, veneta e avvocata come Ghedini. Per chiudere il girone dei legali, ecco Francesco Bonifazi con 397.303 euro, tesoriere del Partito democratico, fondatore di uno studio assieme al fratello di Maria Elena Boschi (l’ex ministra, tra l’altro, ha ripreso l’attività legale proprio con Bonifazi). Andrea Marcucci, il capogruppo gruppo dem, coniuga l’impegno politico con il più remunerativo impegno nelle aziende di famiglia – tra cui Kedrion – e raggiunge la cifra di 717.128 euro. Daniela Garnero in Santanchè, ora con Fratelli d’Italia, nonostante l’assiduo giro di affari e di società, si accontenta di 293.899 euro.

La senatrice Giulia Lupo dei Cinque Stelle, autrice di un ruvido intervento contro il cosiddetto Air Force Renzi e perciò contestata dall’ex segretario dem, s’avvicina ai 15.000 euro. Nel Movimento, soprattutto tra i parlamentari al primo mandato, si segnalano numerosi eletti con redditi piccini o prossimi allo zero. Pier Ferdinando Casini (130.526 euro), che ha debuttato a Montecitorio con la Dc nel 1983, investe i suoi risparmi in poche centinaia di azioni di multinazionali tedesche come Daimler o Allianz. Anche Paolo Gentiloni (123.130) ha un pacchetto di azioni dal valore di circa 300.000 euro tra Eni, Enel, Total, Campari, Luxottica, Amazon, Expedia. L’ex premier, con correttezza, comunica che durante l’anno e mezzo a Palazzo Chigi non ha effettuato operazioni di Borsa.

Il deputato Giulio Centemero (100.000), tesoriere leghista, ha una curiosa quota del dieci per cento in una società bulgara – Dt Consult – che si occupa di esportazione, in particolare verso la Romania. Anziché ricevere un compenso per una consulenza, Centemero ha preferito un pezzetto del capitale sociale. Ettore Rosato (92.870), ex capogruppo dei dem negli anni ruggenti del renzismo, da buon triestino ha affidato un po’ di soldi – parliamo di qualche migliaio di euro – alle assicurazioni Generali con 400 azioni.

Alessio Butti fu arcigno difensore degli interessi di Berlusconi in commissione di Vigilanza Rai. Dopo una breve pausa, in onore della militanza nel Movimento Sociale Italiano, è tornato a destra con Fratelli d’Italia. Di professione consulente aziendale, Butti ha percepito 190.710 euro nel 2017.

I principali protagonisti del Cinque Stelle – i membri del governo – hanno già rispettato la regola della trasparenza con la pubblicazione dei propri dati sul portale del governo all’indomani del giuramento, e quindi in Parlamento non c’è molto da notare. Due casi, però, esistono.

La deputata Lucia Azzolina, siracusana di nascita eletta in Piemonte, insegnante di filosofia con un imponibile di 7.731 euro, è il nuovo volto televisivo del Movimento. Catello Vitiello siede tra i banchi del Misto dopo l’espulsione dai Cinque Stelle perché iscritto a una loggia massonica. Avvocato penalista di Castellammare di Stabia, provincia di Napoli, Vitiello ha chiuso lo scorso anno con 24.266 euro. Adesso andrà meglio. Postilla, non tutti i forzisti sono benestanti: il veneto Dario Bond, deputato, ha un reddito totale di circa 6.000 euro e 0 di imponibile.

L’Ue vara il piano anti fake news e accusa la Russia

La Commissione Ue ha lanciato il nuovo Piano d’azione contro le fake news, la Russia indicata come la responsabile numero uno delle bufale con l’obiettivo di interferire nel voto in Europa: un esercito di ‘troll’, un budget annuale di 1,1 miliardi di euro per diffondere disinformazione, con 4.564 casi di fake news identificati dalla task force Ue – soprattutto su migranti, terrorismo, Ue, Ucraina e Siria – sono le cifre messe in luce da Bruxelles a meno di sei mesi dalle europee. “Abbiamo visto tentativi di interferire in elezioni e referendum, con prove che indicano la Russia come fonte primaria di queste campagne”, ha denunciato il vicepresidente della Commissione Ue al digitale, l’estone Andrus Ansip, invitando gli Stati membri a “essere uniti e mettere insieme le nostre forze per proteggere le nostre democrazie contro la disinformazione”. Dati che si intersecano con quelli ricordati dal commissario alla Sicurezza Julian King: Facebook ha ammesso che i profili falsi costituiscono il 3-4% del totale. Ora il piano Ue triplica le risorse a disposizione per le task force contro la disinformazione sotto la guida del Servizio di azione esterna di Federica Mogherini, dagli 1,9 milioni del 2018 a 5 milioni di euro per il 2019.

Popolari, caso Renzi-Cdb. Il gip non chiude il caso

Il caso nato dalla presunta “soffiata” dell’ex premier Matteo Renzi che consentì a Carlo De Benedetti di guadagnare 600 mila euro in Borsa investendo sulle banche popolari alla vigilia della riforma, resta in sospeso. La richiesta di archiviazione per l’unico indagato, il broker Gianluca Bolengo, non ha convinto il gip Gaspare Sturzo, che avrebbe dovuto decidere se accogliere l’impostazione dei magistrati capitolini. Ma il giudice ha preferito fissare un’ulteriore udienza, per il prossimo 14 dicembre, per sentire (di nuovo) le parti, ossia i pm e la difesa di Bolengo. Poi deciderà se archiviare o mandare Bolengo a processo. Ma c’è una terza possibilità: il gip potrebbe ravvisare un reato nella chiacchierata precedente la riforma tra l’ex presidente del Gruppo Espresso e l’allora premier.

Per la Procura di Roma – come stabilito pure dalla Consob – né Renzi né De Benedetti hanno commesso un insider trading. E per questo non sono mai stati indagati.

Il sospetto potrebbe nascere da una telefonata tra l’ingegnere e il broker Bolengo. Si tratta di una conversazione registrata per legge dall’intermediario finanziario, acquisita dalla Finanza.

Siamo a quattro giorni dal 20 gennaio 2015, quando il governo Renzi approva la riforma delle banche popolari: le prime 10 si devono quotare in Borsa e trasformarsi in Spa.

Il 16 gennaio 2015 De Benedetti chiama Bolengo e chiede di acquistare titoli di sei banche popolari (a eccezione di quella di Vicenza) per conto della Romed, di cui era presidente. È un’operazione che farà incassare una plusvalenza di 600 mila euro. Durante la conversazione De Benedetti a un certo punto dice: “Il governo farà un provvedimento sulle popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane”. Poi aggiunge: “Volevo capire una cosa… (incomprensibile) salgono le popolari?”. E Bolengo: “Se passa un decreto fatto bene salgono”. L’ingegnere assicura: “Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa”.

Sentiti come persone informate sui fatti sia De Benedetti che l’ex premier negano di aver trasmesso o ricevuto informazioni riservate. E ne è convinta la Procura di Roma che non ravvisa alcun reato. In un primo momento, l’unico che viene indagato, ma per ostacolo alla vigilanza, è Bolengo. Ma a giugno 2016 i pm chiedono l’archiviazione. In questo atto si spiega anche perché non c’è stato insider trading.

A inizio gennaio 2015, essendo stati pubblicati sui giornali già dei rumors sulla riforma (anche se non si parla di un decreto legge, strumento inusuale rispetto al disegno di legge che ha tempi parlamentari più lunghi), secondo la Procura le due “informazioni privilegiate” necessarie per commettere un insider trading sono quindi la scelta di usare un decreto legge e la data di emanazione. De Benedetti non è preciso sulla seconda (nell’intercettazione parla di un “provvedimento” “nei prossimi mesi”), mentre sulla prima, i pm sostengono che sia stato Bolengo “a utilizzare in modo del tutto generico e, palesemente, senza connotazione tecnica, la parola ‘decreto’”. Termine, che per i pm, è stato solo usato impropriamente.

A sostegno della propria tesi, i magistrati hanno depositato pure una perizia sulle operazioni finanziarie dell’editore in cui si dice, in sostanza, che qualora De Benedetti avesse avuto davvero notizie precise, avrebbe di certo investito di più.

Su queste motivazioni si è basata la prima richiesta di archiviazione per Bolengo. Non accolta dal gip Sturzo che nel marzo 2018, dispone altri tre mesi di indagini e chiede anche una perizia che possa sciogliere la parte della conversazione tra De Benedetti e Bolengo trascritta come “incomprensibile”. Per i pm, questa nuova trascrizione non avrebbe aggiunto alcun elemento nuovo. Tanto che inoltrano una seconda richiesta di archiviazione. Ancora una volta il gip non è convinto. Vuole risentire le parti, i pm e la difesa di Bolengo, in un’udienza fissata per il prossimo 14 dicembre. Insomma con le motivazioni esposte dai pm, la vicenda non può essere archiviata. La partita è ancora aperta.

Twitter @PacelliValeria

L’audio del dirigente dell’Asl: “Non aprite bocca con le Iene”

L’omertànella sanità campana ai tempi del governatore Pd Vincenzo De Luca è tutta nell’audio rivelato ieri sulla pagina M5s della Campania. Si ascolta un dirigente che lavora all’Asl Napoli 1. Eccone un estratto. “Vi invito a non aprire la bocca con le Iene”, perché inviate “non dai cittadini ma da un gruppo politico” (con allusione ai Cinque Stelle, ndr), perché “stiamo vivendo un momento aziendale non buono” e quindi bisogna tacere per “spirito aziendalistico di chi ci dà da mangiare a fine mese”. Conclusioni: “comportatevi di conseguenza”. Ecco in sintesi il vocale finito in una chat dei dipendenti dell’azienda sanitaria per ‘suggerire’ loro di stare zitti con i reporter del programma di Italia 1, che nelle scorse settimane hanno lavorato a una video inchiesta a puntate sui disastri della sanità campana. La consigliera regionale M5s Valeria Ciarambino (in foto) annuncia che oggi presenterà un esposto in Procura su alcune delibere che, a suo dire, hanno conferito centinaia di incarichi dirigenziali “senza alcuna procedura di trasparenza” e che sarebbero il vero motivo dell’invito al silenzio.

Esplosioni al distributore: due morti

Una distrazione, probabilmente, “prolungata e fatale”. Il bocchettone del gpl agganciato male, il vapore che esce. “A quel punto è un attimo, basta anche uno schiocco di dita per innestare la scintilla”, racconta al Fatto chi indaga sulle cause della terribile doppia esplosione in un distributore di carburante in provincia di Rieti. “Quando il gpl prende fuoco, restano pochi minuti. O si interviene o si scappa”.

Sono due i morti nell’incidente avvenuto ieri intorno alle 15.30 in via Salaria, all’altezza di Borgo Quinzio, frazione del Comune di Fara in Sabina. Uno di loro è Stefano Colasanti, 50 anni, vigile del fuoco che non era nemmeno in servizio e allenatore del Cittaducale di calcio a 5 femminile. Si era fermato per dare una mano alla squadra di soccorritori, giunti poco prima per domare l’incendio causato dal primo scoppio in coda a un’autocisterna che stava “banalmente” rifornendo il distributore. A ucciderlo è stata la seconda deflagrazione, tale da sbalzare l’autocisterna dalla parte opposta della carreggiata, a 100 metri di distanza: proiettata come “un missile” ha investito il mezzo dei vigili del fuoco e le persone che erano presenti. “Pensavamo fosse il terremoto”, ha riferito chi vive anche a diversi chilometri dal luogo dell’incidente. In una delle auto di passaggio coinvolte in questo secondo frangente c’era la seconda vittima. “Ma non è stata ancora identificata – spiegano fonti inquirenti – la prima ricognizione sul cadavere, completamente carbonizzato, non ce ne ha dato la possibilità, né qualcuno ha ancora denunciato la scomparsa”. Il corpo esanime di Colasanti, invece, se l’è ritrovato davanti casualmente il fratello Claudio, autista del Questore di Rieti, Antonio Mannoni, arrivato sul posto poco dopo l’incidente. I feriti sono 14, di cui 3 operatori del 118 e 7 vigili del fuoco. In tre, tutti pompieri, sono stati ricoverati in codice rosso all’Ospedale Sant’Eugenio di Roma.

Completate le operazioni di bonifica dell’area, gli inquirenti dovranno capire con certezza cosa abbia scatenato la scintilla che ha poi causato la prima esplosione. La Procura di Rieti ha aperto un fascicolo, ma solo terminati i primi rilievi si comprenderà se ci sono i margini per ipotizzare il reato di strage, con le possibili attenuanti per l’assenza di dolo. Unanime il cordoglio del mondo politico, dal premier Giuseppe Conte al capo dello Stato, Sergio Mattarella, in particolare nei confronti della famiglia del “pompiere eroe” Colasanti. “Non chiamatelo ‘eroe’, ma vigile del fuoco”, ha risposto polemicamente il sindacato Usb, riportando l’accento sulle condizioni di lavoro “improbe” di tutto il Corpo.

Cosa Nostra Tiburtina altri nove arresti per spaccio a Roma est

Nove arresti all’alba di ieri impediscono di far rinascere “Cosa Nostra Tiburtina”, organizzazione dai connotati mafiosi che gestiva il monopolio e il traffico di stupefacenti nell’area est di Roma. Le persone arrestate erano dentro un giro di vendita di cocaina nelle aree di Tivoli e Guidonia Montecelio e cercavano di rimettere in piedi il sodalizio criminale. Si aggiungono così ai già 39 arrestati, di cui 25 in fragranza di reato, lo scorso 8 marzo mettendo una prima parola fine su “Cosa Nostra Tiburtina”. Nel corso della precedente operazione erano stati sequestrati anche sei chili di sostanze stupefacenti tra cocaina, hashish e marijuana, oltra a una pistola. In seguito l’ex capo dell’organizzazione, Giacomo Cascalisci, è morto nell’agosto 2018 a Torino, ma i nove avevano intenzione di continuare le attività del gruppo. Le indagini che hanno preceduto l’operazione di ieri, denominata “Tibur Superbum”, hanno consentito di far luce su una serie di aggressione ai danni di rivali e debitori, il cui scopo era il controllo del territorio e far passare il messaggio che “Cosa Nostra Tiburtina” era ancora operativa.