La Corte di appello di Firenze, riformando la sentenza di primo grado, ha assolto i fratelli Lucia Aleotti e Alberto Giovanni Aleotti, figli del patron Sergio Aleotti nel processo Menarini, dove erano imputati di riciclaggio. Lucia Aleotti è stata assolta “per non aver commesso il fatto” rispetto all’accusa di riciclaggio di denaro proveniente da dichiarazioni fraudolente ed emissioni di fatture per operazioni inesistenti, nonché dall’aver strumentalmente costituito e patrimonializzato, a fini di riciclaggio, le fondazioni Nipote e Nipote bis. È stata invece assolta “perché il fatto non sussiste” circa l’adesione allo scudo fiscale, per il riciclaggio, tramite le stesse fondazioni. Il fratello Giovanni Alberto Aleotti è stato assolto dall’accusa di riciclaggio “perché il fatto non sussiste” anche rispetto all’accusa di evasione fiscale e a quella di aver costituito le fondazioni Nipote e Nipote bis a fini di riciclaggio, così come per l’accusa di aver usato lo scudo fiscale come strumento di riciclaggio. La Corte ha rigettato il ricorso dei pm. In primo grado Lucia Aleotti era stata condannata a 10 anni e 6 mesi e il fratello Giovanni Alberto a 7 anni e 6 mesi. Ordinata la restituzione di 700 milioni di euro che residuavano dalla cifra di 1,2 miliardi di euro sequestrata ai fini della confisca. Confermate le assoluzioni di Massimiliana Landini e dei manager Licia Proietti e Sandro Casini.
Zu’ Settimo, boss “rinato” e i cazziatoni della moglie
Era “nato di nuovo” negli anni 80, Settimo Mineo. Più di trent’anni dopo, nel maggio 2018, prende ufficialmente il comando della Cupola palermitana. Nessuna opposizione nell’affidargli lo scettro all’interno della nuova Cupola: la sua età, la sua esperienza, il suo carisma gli valgono la fiducia degli altri capimandamento. L’unica vera opposizione, l’erede di Totò Riina, ce l’ha in casa. In fondo Rosa ha 78 anni, Settimo 80, sarà forse arrivato il momento di starsene in pace e vivere una vecchiaia più tranquilla. Invece il boss finisce agli arresti.
Negli anni 80 si salva dalla morte per grazia ricevuta, quando nella guerra di mafia gli hanno già ucciso due fratelli e la sentenza è ormai scoccata anche per lui. È un boss del calibro di Antonino Rotolo a salvarlo. Nel 2005, intercettato, Rotolo lo ammette parlandone con un altro pezzo di storia di Cosa Nostra, Antonino Cinà: “Gli vuoi bene, minchia, lo proteggi!”, dice Cinà. “A Settimo – risponde Rotolo – gliel’ho detto: ‘Tu devi fare finta che sei nato di nuovo’. Gli ho detto: ‘Sei nato oggi!’ …e ti dico è devoto!”. Mineo era “devoto” a Rotolo, che dal 1999 segnerà il corso della storia di Pagliarelli e della mafia palermitana”. E a Paglierelli adesso in tanti erano devoti a Mineo. Ottant’anni compiuti il 28 novembre scorso. Gli atti dell’inchiesta lo descrivono come un padrino vecchio stile. A lui si rivolgono in tanti. Chi per lo sconto sull’affitto di casa. Chi per recuperare la merce rubata dal magazzino. Chi per ottenere aiuto nel riscuotere un credito.
E a sua moglie tocca assistere alle processioni. Il boss gestisce una gioielleria in corso Tukory. Si muove con una Mercedes classe A guidata dal fido autista Matteo Maniscalco. A bordo, molto spesso, c’è anche Rosa. In auto Rosa ascolta. Osserva. Quasi mai parla. Ma quando parla, sono fulmini. Come una mattina di maggio, nel 2017, quando Maniscalco è costretto a inchiodare perché Mineo intravede un paio di tizi all’angolo della strada. “Fermati un minuto!”, dice Mineo al suo uomo di fiducia. “Qua?”, gli chiede Maniscalco. “Qua, così…” conferma Mineo. Poi apre la portiera ed esce. “Ma dove sta andando?”, sbotta la signora Rosa, “Dove va? A chi ha visto? A qualche cornuto?”. Dal finestrino osserva suo marito che viene raggiunto sul marciapiede da due uomini. Lo salutano con un bacio. Poi i tre si allontanano a piedi. Seguiti a distanza da un altro uomo. E quando, dopo una ventina di minuti, il boss torna in auto, la signora Rosa gli dà il fatto suo. “Mi ammazzi? Perché mi devi ammazzare?”, le risponde Mineo. “Perciò – continua il boss – io vedo un amico mio… gli devo parlare…”. Rosa non vuole sentire ragioni: “Ma non che te ne vai… ti devi mettere alla vista… perché tu sei rovinato… non ti levano più queste cose a te… se incontri questi farfalloni… dice… che hanno da nascondersi nella traversa…”.
Il punto – si legge negli atti – è che la compagna del boss sembra “consapevole della natura illecita dell’incontro cui aveva appena partecipato il compagno”. E gli rimprovera di “continuare a frequentare determinati soggetti”. Ma che ci puoi fare se, nonostante gli 80 anni, Settimo Mineo è il “padrino” del mandamento, se riceve richieste in continuazione ed è tutta una processione di incontri e omaggi. La gente mormora.
Il commerciante Calogero Giglia ne parla con Michele Grasso, arrestato per mafia, con Mineo, due giorni fa. Grasso gli chiede se la signora Rosa si renda conto che Mineo sia “il reggente della locale struttura mafiosa”: “Ma lei lo capisce che cosa…? O fa finta di non capire niente? Lei… lo capisce dello zio?”. “No, lo capisce!”, risponde Giglia.
E a quanto pare, che non sia molto contenta, s’è saputo anche fuori di casa. “Come infatti ci parte”, continua Gigila, “minchia, tutti lo vengono a cercare! Ma che vogliono! Perché non se ne vanno! Di qua, di là… capisti?”.
Sarai pure in corsa per comandare la Cupola, ma anche un boss di Cosa Nostra, dimostrano gli atti, deve fare i conti con sua moglie. E in fondo Rosa – bisogna ammetterlo – gli dà il consiglio giusto, per esempio, quando lo vede intimare all’autista di bloccare l’auto. E poi uscire. E incamminarsi per discutere con quel paio di uomini – i “farfalloni” li chiama lei – che non proprio le piacciono: “Ma non che te ne vai…”, gli dice, “ti devi mettere alla vista… perché tu sei rovinato… non ti levano più queste cose a te…”. E infatti non gliele levano più: Mineo è controllato, intercettato, pedinato. E finisce arrestato. Alla veneranda età di 80 anni.
Ma una moglie è una moglie. Il potere è il potere. E le regole di Cosa Nostra sono le regole di Cosa Nostra. Nel suo mandamento Mineo era quello che era. E negli atti il concetto è chiaro quando si parla del “ruolo fondamentale svolto da Mineo con riferimento al controllo del territorio e all’imposizione della volontà mafiosa. Egli costituiva, di fatto, una presenza estremamente ‘visibile’ nella dimensione sociale ed economica del territorio di Pagliarelli e, in particolare, del quartiere Villaggio Santa Rosalia.
D’altronde – concludono gli investigatori – la diffusa connivenza registrata fra i commercianti e gli imprenditori locali appariva conseguente alla pressione ininterrottamente esercitata sul territorio dall’organizzazione, attraverso la costante presenza di elementi noti e facilmente riconoscibili, come appunto il Mineo”. E la pressione che Mineo esercitava nella Palermo Vecchia, purtroppo per la signora Rosa, era superiore a quella che lei esercitava in casa su di lui.
Preso Adolfo Greco, l’ultimo cutoliano dell’affaire Cirillo
La prima trattativatra mafie e Stato avvenne 37 anni fa e la svolsero le Brigate Rosse, la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e la Dc di Antonio Gava intorno al sequestro e alla liberazione dell’assessore campano Ciro Cirillo. Uno dei protagonisti di quella trattativa, Adolfo Greco, l’uomo che accompagnava alcuni esponenti dei servizi segreti nel carcere di Ascoli dove era detenuto Cutolo usando un finto tesserino del Sisde e fu poi condannato per essere stato il prestanome del capo della Nco nell’acquisto del Castello Mediceo di Ottaviano, è stato arrestato ieri con accuse di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Le indagini del pm Giuseppe Cimmarotta hanno scoperto che Greco era una sorta di ufficiale di collegamento tra i quattro clan locali e il tessuto imprenditoriale, e teorizzava con i camorristi che la vittima “va vessata piano piano”. Greco si presentava come “amico degli amici” e trattava questi affari negli uffici dell’azienda con cui monopolizza la distribuzione del latte. Gli hanno trovato più di 2 milioni di euro celati dietro un muro.
Quasi 5 mila firmano l’appello per Ingroia: “Ridategli la scorta”
Dopo lo strano furto della scorsa settimana a casa di Antonio Ingroia, è ancora più sentita la preoccupazione per il giudice della trattativa Stato-mafia. Su change.org è stata avviata una raccolta firme per chiedere al presidente della Repubblica, ma anche ai presidenti di Camera e Senato di ridare la scorta a Ingroia. “La decisione del ministro Minniti di togliere la scorta ad Antonio Ingroia, dopo 27 anni – è scritto nella petizione pubblicata sul sito – a due settimane dalle sentenze di condanna al processo sulla Trattativa Stato-mafia, di cui è considerato il padre, è inammissibile per gravità, per infondatezza e tempistica. Una storia da magistrato antimafia a Marsala con Borsellino e pm a Palermo: oltre 35 anni in prima linea, istruendo processi con condanne importanti, di boss mafiosi e di uomini dello Stato collusi”. Quasi 5 mila persone si sono unite all’appello. Tra questi, anche Barbara Spinelli, Salvatore Borsellino e l’ex procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli, oltre ai direttori Marco Travaglio e Peter Gomez e diverse associazioni.
Dalla Locride al Sudamerica via Europa. Colpita l’internazionale ’ndranghetista
Dal cuore dell’Aspromonte al cuore dell’Europa, l’unica lingua che si parla è il calabrese. I soldi della cocaina riciclati e reinvestiti in attività commerciali all’estero. Così le pizzerie e i bar che la ’ndrangheta gestisce in Olanda, in Belgio e in Germania, in realtà, sono la sede di supporto logistico ai traffici di droga dalla Colombia e dalla Costa Rica. Ecco, quindi, che i boss della Locride diventano i soci occulti del ristorante “La Piazza 3” e dell’adiacente gelateria “Café La Piazza” di Brüggen.
Su richiesta della Dda di Reggio Calabria, il gip ha ordinato 90 arresti per associazione mafiosa e narcotraffico tra l’Europa e il Sudamerica. L’operazione “Pollino”, denominata anche “European ’ndrangheta connection”, è scattata ieri all’alba. Una trentina di soggetti, appartenenti alle cosche Pelle-Vottari-Romeo di San Luca, i Cua-Ietto di Natile di Careri e gli Ursini di Gioiosa Jonica. sono stati fermati in Calabria.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore Giovanni Bombardieri e dall’aggiunto Giuseppe Lombardo, è il frutto di anni di inteso lavoro di una squadra investigativa comune (Joint Investigation Team). Avviate nel 2014, le indagini hanno consentito di individuare Giovanni Giorgi, uomo legato ai clan calabresi che, stando alla ricostruzione fatta dagli investigatori, prima sul territorio olandese e poi su quello tedesco aveva il compiuto di reinvestire i capitali illeciti nel settore della ristorazione in nord Europa dove la cocaina della Colombia e della Costa Rica arrivava attraverso i porti di Anversa e Rotterdam. Stoccata tra Olanda, Belgio e Germania, poi veniva nascosta nelle auto e nei mezzi pesanti dotati di complicatissimi doppi fondi non visibili in caso di posti di blocco. La preparazione delle vetture e il trasporto della droga in Europa era affidata a un’organizzazione turca che, una volta arrivata in Italia, lasciava il carico ai corrieri calabresi. Il traffico veniva gestito dai fratelli Giuseppe e Francesco Marando (il primo latitante) di Locri, José Manuel Mammoliti Josè Manuel, Giovanni Giorgi di 55 anni, Antonio Costadura alias U Tignusu, Domenico Romeo detto Corleone, Francesco Luca Romeo, Sebastiano Romeo e Domenico Strangio.
Nell’inchiesta, inoltre sono emersi i contatti tra ’ndrangheta e altre associazioni mafiose come quella dei fratelli Serafino e Giulio Fabio Rubino di Caserta e della pluripregiudicata napoletana Maria Rosaria Campagna, compagna del boss Salvatore Cappello di Catania. Le cosche di ’ndrangheta, inoltre, avrebbero cercato di pagare la cocaina in bitcoin. I narcos sudamericani, però, volevano solo dollari contanti. Nessun problema per i calabresi che, in meno di 24 ore, possono reperire qualsiasi cifra. Intercettato, lo spiega Domenico Pelle: “A Platì il figlio di Pasqualino mi ha detto che ha 500 mila dollari e se glieli cambio. Gli do 40 mila euro e mi da 50 mila dollari”. Un’intercettazione che la dice tutta sul perché, come ha sottolineato il procuratore aggiunto Lombardo, “le strutture criminali che interagiscono con la ’ndrangheta non riescono a stare alla sua altezza”.
“La trattativa accelerò via D’Amelio e attivò le altre stragi del ’93”
La Corte di Assise di Palermo afferma che i vertici del Ros e i loro mandanti (purtroppo occulti, ma riferibili temporalmente al primo governo di Giuliano Amato) hanno sulla coscienza gli omicidi di Borsellino e dei suoi angeli custodi. “Può ritenersi provato oltre ogni ragionevole dubbio che fu proprio l’improvvida iniziativa dei carabinieri del Ros (la trattativa con Vito Ciancimino, nda
) a indurre Riina a tentare di sfruttare ai propri fini quel segnale di debolezza delle istituzioni pervenutogli dopo la strage di Capaci”, organizzando a tempo di record quella di via D’Amelio appena 57 giorni dopo. Qualcosa o qualcuno – non nella mafia, ma nello Stato – aveva urgenza di eliminare Paolo Borsellino subito. E poi di far sparire la sua agenda rossa con gli appunti sulle ultime inchieste e di depistare le indagini con falsi pentiti per sviare i sospetti dai veri colpevoli e dai loro suggeritori, affinché Borsellino fosse sepolto per sempre con le sue scoperte. Su Capaci e sulla trattativa. La Corte ricorda che i pm sostengono “che Riina abbia deciso di uccidere Borsellino temendo la sua opposizione alla ‘trattativa’… trova una qualche convergenza nel fatto che, secondo quanto riferito dalla moglie Agnese, Borsellino poco prima di morire le aveva fatto cenno a contatti tra esponenti infedeli delle istituzioni e mafiosi”. Ma, anche se le cose non stessero così, “non c’è dubbio che quell’invito al dialogo pervenuto dai carabinieri attraverso Ciancimino costituisca un sicuro elemento di novità che può certamente avere determinato l’effetto dell’accelerazione dell’omicidio di Borsellino, con la finalità di approfittare di quel segnale di debolezza proveniente dalle Istituzioni dello Stato e di lucrare, quindi, nel tempo dopo quell’ulteriore manifestazione di incontenibile violenza in via D’Amelio, maggiori vantaggi rispetto a quelli che sul momento avrebbero potuto determinarsi in senso negativo”.
Ma non basta, perché dopo la cattura di Riina (15 gennaio 1993) e la mancata perquisizione del covo, sempre da parte del Ros, Cosa Nostra riparte con le stragi, mentre al ministero della Giustizia prevale la linea molle al posto di quella dura. Ebbene, quelle stragi di Roma, Firenze e Milano furono un altro frutto avvelenato e mortifero della trattativa. Senza la quale, probabilmente, non si sarebbero verificate: “La Storia non si fa con i se, ma è ferma convinzione della Corte che senza l’apertura al dialogo sollecitata ai vertici mafiosi che ha dato luogo alla minaccia al governo sotto forma di condizione per cessare la contrapposizione frontale con lo Stato, la spinta stragista di carattere vendicativo riconducibile alla volontà prevaricatrice di Riina si sarebbe inevitabilmente esaurita con l’arresto di quest’ultimo nel gennaio 1993”.
Da quando Brusca, poi Spatuzza e infine Ciancimino jr. hanno svelato la trattativa, decine di uomini delle istituzioni tirati in ballo hanno cominciato a ricordare. I giudici sottolineano le “straordinarie, inaspettate e autorevolissime conferme” giunte alle sue parole dal “tardivo ricordo da parte di alcuni protagonisti”. E giù una lunga lista di smemorati di Collegno, anzi di Palermo: le rivelazioni di Ciancimino, dal 2008, “hanno fatto recuperare la memoria a molti esponenti delle istituzioni (da Claudio Martelli a Liliana Ferraro al presidente della Commissione Antimafia Violante al ministro Conso)”.
Violante fu avvicinato nell’estate del 1992 da Mori che voleva fargli incontrare a tu per tu Vito Ciancimino. Lui rifiutò, ma si guardò bene dall’informare la Procura di Palermo. E tenne tutto per sé fino al 2009, quando gli tornò la memoria dopo le rivelazioni del figlio di don Vito. Poi ci sono i “tardivi ricordi” di Martelli, Liliana Ferraro (che prese il posto di Falcone agli Affari penali del ministero) e Fernanda Contri (capo della segreteria dell’allora premier Giuliano Amato e poi giudice costituzionale). La Ferraro, per esempio, seppe della trattativa in tempo reale da Mori e De Donno, a caccia delle “coperture politiche” chieste da Vito Ciancimino; ne informò Martelli, che la pregò di avvertire Borsellino. Ma poi, dopo via D’Amelio, si guardò bene dal parlarne a chi indagava sulla strage. Lo fece solo quando Ciancimino jr. “sfondò sui media”.
Un altro smemorato è lo scomparso ex ministro Conso, di cui i giudici segnalano “l’assolutamente evidente (e appariscente) contrasto tra le prime dichiarazioni rese all’Autorità giudiziaria nel 2002, quando il tema della ‘trattativa Stato-mafia’ non era ancora salito alla ribalta delle cronache nei termini che sarebbero deflagrati soltanto dal 2009 con le prime dichiarazioni di Massimo Ciancimino”. Peggio ancora fece l’ex presidente Scalfaro, con la sua “sorprendente testimonianza… smentita persino da Mancino”, ma anche dai suoi più stretti collaboratori e dalle agende dell’allora premier Ciampi. Fu Scalfaro all’inizio del 1993, “con l’intento di attenuare il rigore carcerario” del 41-bis ai mafiosi, a decidere la destituzione del duro Nicolò Amato alla direzione delle carceri (Dap) per rimpiazzarlo con il molle Capriotti: “Sorprende la dichiarazione resa dal presidente Scalfaro, allorché ha riferito di non sapere nulla riguardo all’avvicendamento… Va disattesa la smentita del presidente Scalfaro, che dichiarò di non sapere nulla riguardo all’avvicendamento al vertice del Dap”.
Oggi il momento è propizio perché nel muro di omertà si apra qualche squarcio. Ma c’è poco tempo, prima che si richiudano le acque del Mar Rosso.
Il messaggio di Mori ai pm: “Spero di vederli morti”
“Io mi curo per vivere a lungo, perché devo veder morire qualcheduno dei miei nemici”. Parola del generale Mario Mori, 79 anni, invitato nei giorni scorsi a parlare di legalità con gli studenti dell’istituto comprensivo di Serino, un piccolo centro in provincia di Avellino. Conversando con i giornalisti alla fine del suo intervento, inserito in un ciclo di cinque iniziative di educazione alla legalità patrocinate dal Comune e organizzate da Sante Massimo La Monaca, giudice onorario esperto del Tribunale di Sorveglianza di Salerno, l’ex vicecapo del Ros dei carabinieri negli anni 90 e poi capo del Sisde (dal 2001 al 2006) condannato a 12 anni in primo grado per la trattativa Stato-mafia ha scagliato il lugubre anatema con le stesse parole già usate un anno fa a Roma durante la presentazione di un docufilm sulla sua vicenda giudiziaria. Con una sola precisazione: “Non fanno paura i nemici intelligenti, quanto i nemici cretini”.
A chi si riferiva? Nessun nome è stato pronunciato dall’ex direttore del Sisde, che però non è riuscito a trattenersi dall’esprimere i propri sentimenti sui giudici e sui rappresentanti della pubblica accusa che nell’aula bunker di Palermo hanno chiesto e ottenuto la sua condanna per il reato di minaccia a corpo politico dello Stato. “Io – ha detto Mori – accetto il giudizio di una Corte e accetto anche che un pubblico ministero svolga pienamente il suo lavoro, anche se è contro di me. Quello che non accetto da un pm, e cioè da un funzionario dello Stato, è che dopo il giudizio continui a parlare di questo argomento, perché allora il pm non è più qualcosa di impersonale, ma diventa qualche cosa di personale e questo a me non mi sta bene”.
Mori non specifica il bersaglio, ma il pensiero non può che correre al pm Nino Di Matteo (già al centro di una sentenza di morte pronunciata da Cosa Nostra e per questo da anni sotto scorta), che subito dopo il verdetto di Palermo ha concesso alcune interviste televisive sul processo concluso e recentemente ha scritto, col giornalista Saverio Lodato, un libro dal titolo Il patto sporco (Chiarelettere) sulla trattativa Stato-mafia.
Nessun imbarazzo da parte del sindaco di Serino, Vito Pelosi (eletto nel 2016 nella lista civica Serino Bene Comune e fresco di assoluzione “con formula piena” dall’accusa di peculato ad Avellino su una storia di regali offerti ad alcuni dipendenti storici del Comune per il loro pensionamento), per aver invitato a parlare di legalità agli studenti di terza media un ospite sicuramente illustre e competente, ma condannato per aver dialogato sottotraccia con il boss Vito Ciancimino a cavallo delle stragi del ’92. “Abbiamo riscontrato – ha dichiarato il sindaco con orgoglio – un notevole successo del nostro progetto all’interno delle scuole con relatori di una certa importanza’’. Senza imbarazzi anche la dirigente dell’istituto comprensivo che ha voluto fortemente l’incontro a scuola con il generale Mori, la professoressa Antonella De Donno, che è la sorella dell’ex ufficiale del Ros Giuseppe De Donno, condannato anche lui per la trattativa a 8 anni e presente a Serino. “Conosco gli uomini e la loro onestà – ha detto lei –, sono figlia, sorella e moglie dell’Arma dei carabinieri e penso che nessuno possa essere considerato colpevole prima di una sentenza definitiva”.
Nel corso del progetto, costato al Comune circa 2.000 euro (con un sostegno della Banca di Credito Cooperativo per la cena finale), Mori ha spiegato che “legalità è anche far fronte a soluzioni difficili rispettando le leggi e battendosi con le leggi per ottenere giustizia”, e ha aggiunto che “è difficile insegnare la legalità, ma dobbiamo arrenderci se non cominciamo dai ragazzi”. Ai quali, magari, andava raccontato anche che la Corte d’Assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto, ha definito il loro estemporaneo docente “mendace” e “depistatore”, demolendone il mito di detective infallibile e restituendo il ritratto di un investigatore al centro di numerosi episodi oscuri della storia occulta del Paese. Nella sentenza sulla trattativa, i giudici descrivono Mori come “insofferente alle regole”. Un’insofferenza, si legge ancora, che “ha portato il generale a trattare con i mafiosi nello stesso interesse superiore dello Stato… senza informare alcuna autorità giudiziaria, senza incanalare dunque quella iniziativa nel rispetto delle regole dello Stato di diritto, e in definitiva senza valutarne le conseguenze, che infatti si sono rivelate devastanti, allorché i mafiosi, percependo il segnale di cedimento dello Stato, hanno incrementato il programma stragista”.
Memento Mori
Farà piacere ai pm Di Matteo, Teresi, Tartaglia, Del Bene e all’ex pm Antonio Ingroia, apprendere dalla viva voce del condannato in primo grado a 12 anni Mario Mori, generale dei carabinieri in pensione, già comandante del Ros e direttore del Sisde, che devono morire presto, possibilmente prima di lui. Il noto galantuomo lo va ripetendo in ogni dove: in tv, sui giornali e ultimamente anche nelle scuole. Almeno in quelle che l’hanno scelto come testimonial di legalità e invitato a educare i loro studenti. In passato le scolaresche avevano la sfortuna di incontrare personaggi che Cosa Nostra la combattevano. Ora hanno la fortuna di abbeverarsi al verbo di chi con Cosa Nostra negoziava, peraltro all’insaputa dei cittadini. In Rete circola il video di Irpinianews, rilanciato da Antimafia Duemila, dell’ex generale intervistato all’uscita dell’Istituto Comprensivo di Serino (Avellino) subito dopo aver arringato la scolaresca sul tema-ossimoro “Educazione alla legalità e alla democrazia. Rispettare le regole è un aiuto, non un limite” insieme al correlatore e coimputato Giuseppe De Donno, il suo ex braccio destro, condannato a 8 anni in primo grado sempre per la trattativa Stato-mafia. Mori spiega subito con chi ce l’ha: “Accetto il giudizio di una Corte di Assise e accetto che un pm svolga pienamente il suo lavoro anche contro di me. Ma non accetto che un pm, dopo il giudizio, continui a parlare di questo argomento, perché la sua non è più una funzione impersonale, ma un qualcosa di personale”.
Quindi ce l’ha con i pm, soprattutto con Nino Di Matteo, che sta presentando il suo libro sulla trattativa. Poi, messo a fuoco l’obiettivo, prende la mira e spara: “Io sono molto reattivo: mi curo per vivere a lungo, perché devo veder morire qualcuno dei miei nemici”. Non sappiamo se l’amorevole auspicio – peraltro condiviso con il suo ex coimputato Riina, buonanima – sia esteso alle parti civili del processo Trattativa, che come i pm chiesero e ottennero la condanna sua e degli altri imputati: i parenti delle vittime delle stragi e le associazioni antimafia. Né se il simpatico augurio sia stato esplicitato anche dinanzi agli studenti, o solo davanti ai cronisti, così poco curiosi da non domandargli chi precisamente vorrebbe vedere schiattare ed eventualmente come. Sappiamo però che la dirigente scolastica Antonella De Donno (sorella del più noto Giuseppe) assisteva compiaciuta all’intervista e spiegava l’incontro con la necessità di “radicare il concetto di legalità negli alunni fin dalla più tenera età” affinché crescano all’insegna “dell’onestà, del rigore morale e della cittadinanza attiva”.
Sennò mica avrebbe invitato Mori e De Donno, che diamine. Purtroppo dell’incontro con la scolaresca non c’è testimonianza filmata. Perché sarebbe interessante scoprire come sono stati presentati i due relatori agl’ignari studenti. Improbabile che la dirigente De Donno abbia detto: “Ragazzi, oggi abbiamo pensato di affidare una lezione di legalità a due ex carabinieri condannati a 12 e 8 anni dalla Corte d’Assise di Palermo, insieme ai boss mafiosi che ammazzarono Falcone e Borsellino, per minaccia a corpo politico dello Stato per avere trattato con Cosa Nostra anziché combatterla”. O anche: “Ricordate la strage di via D’Amelio, in cui persero la vita Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta, e quelle di via dei Georgofili a Firenze, di via Palestro a Milano, di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma? Ecco, la Corte d’Assise ha appena sentenziato che la prima mattanza non si sarebbe verificata il 19 luglio 1992 e le altre non ci sarebbero mai state se due alti ufficiali dei carabinieri non fossero andati a trattare con Riina tramite Ciancimino. E noi oggi abbiamo invitato proprio loro, gli ex ufficiali Mori e De Donno, per insegnarvi un po’ di legalità. Siete contenti? Un bell’applauso!”. Più probabile che si sia tenuta sulle generali.
Magari avrà raccontato che Mori è l’eroe che catturò Riina, senza specificare che fino a pochi giorni prima ci aveva trattato per interposto don Vito e che in quel giorno radioso omise di perquisire e anche di sorvegliare il covo del capo dei capi, lasciandolo così svuotare dai mafiosi: altrimenti anche il più ritardato degli alunni avrebbe capito che i conti non tornavano. Difficilmente si sarà avventurata nelle catture di altri latitanti, come Santapaola e Provenzano, arrestati dalla Polizia mesi o anni dopo che il Ros di Mori e De Donno li aveva lasciati scappare. Il miglior biglietto da visita delle due guest star della legalità sarebbe stato il video, disponibile su Youtube, della loro testimonianza del ’97 alla Corte d’Assise di Firenze, nel processo sulle stragi del ’93, in cui ammettevano testualmente e ripetutamente la “trattativa” con Cosa Nostra. Ma poi si sa come sono fatti i ragazzi. Dopo tanti film e fiction su mafie, gomorre e narcos, avrebbero potuto domandare, col candore del bambino della fiaba sul re nudo: ma se Ciancimino comunicava con i capimafia, voi carabinieri non potevate seguire gli intermediari per arrestare i capimafia? E la lezione di legalità sarebbe finita lì, nell’imbarazzo generale. Ma almeno tutti avrebbero compreso perché Mori augura la morte prematura ai pm che tentano di far conoscere la sentenza occultata dai media. Del resto il celebre motto “Ricordati che devi morire” viene dal latino Memento mori. Con la minuscola, però.
Ps. Se il ministro dell’Istruzione e il provveditore agli studi volessero intervenire su questi begli esempi di educazione alla legalità, saremo felici di ospitarli. E se i genitori dei poveri ragazzi di Serino volessero conoscere la sentenza nascosta, per spiegare ai figli chi erano i due signori che parlavano a scuola, saremo felici di omaggiarli del nostro libro Padrini fondatori.
Murakami eterno sconfitto, pure a letto
E niente: non ha vinto nemmeno stavolta. Sarà la maledizione del maratoneta condannato ad arrivare sempre secondo, dal Nobel eternamente mancato a quello “alternativo” garbatamente snobbato; sarà quel che sarà, Haruki Murakami si è fatto scippare l’ennesimo podio: quello del “Bad Sex in Fiction Award 2018”, la peggior scena di sesso in un’opera di finzione. Vincitore della 26esima edizione del premio della Literary Review è James Frey con Katerina , grazie soprattutto a un amplesso in un bagno turco parigino. I romanzi di Frey e degli altri finalisti (The Paper Lovers di Gerard Woodward e Scoundrels di Major Victor Cornwall e Major Arthur St. John Trevelyan) non sono ancora tradotti in italiano, a differenza de L’assassinio del Commendatore di Murakami, edito recentemente e trionfalmente da Einaudi. Una delle scene giudicate peggiori rimanda al “burro caldo”. Che déjà vu.
L’importante è salvare l’identità, poi dell’anima chi se ne frega
Da domani in libreria “Uaired”, il primo romanzo di Elio (dopo le Storie Tese) e Franco Losi. Ne anticipiamo uno stralcio.
La nebbia è santa, uno stato di grazia. Non è vero che la nebbia nasconde le cose, è che bisogna esserci nati, chi la frequenta fin da piccolo sviluppa un fiuto e una vista diversi. E Gec è nato nella nebbia. La nebbia c’è anche quando non si vede e ha un profumo suo, di nebbia appunto. Riempie le narici, entra nel cuore, soffia nell’anima, gratta la pelle. Gec la sente scivolare dentro, quando respira. Ma in questa mattina d’estate la nebbia non c’è, anche se il cielo come sempre puzza, sarà per via dei maiali stipati nei capannoni. Nel grattacielo si sta peggio. Regina ha bloccato l’unica porta e Gec per la tensione suda colla, le gocce appiccicano, si attaccano alla maglietta e mangiano GEC, il suo nome scritto grande, in giallo, proprio al centro. Gec chiude gli occhi e ripensa alla bionda del Ranch. Lei scuote le budella, stordisce appena, è come un abbraccio zen a zero gradi. La servono gelida, spillata al momento, con quelle tre dita di schiuma che ci potresti fare il bagno. Il pensiero di lei rinfresca la gola. Adesso gli manca anche il Ranch, e le ragazze e lo suing. Gec vorrebbe pregare, basta un dio qualunque, è così che si fa nei momenti decisivi. Ma non ricorda le preghiere, solo le canzoni, e non è il momento di cantare. Il sarcofago di Regina brilla nella penombra. È un modello di lusso, un gioiello rispetto al baccellone che Gec ha usato nel garage di Stefi. Bello a vedersi, troppo complesso da usare. Regina conosce ogni informazione al riguardo, ma Gec l’ha appena uccisa, presto le ruberà l’identità e forse anche l’anima, e lei è molto, molto arrabbiata per questo. Intanto continua a protestare con il suo tono sussiegoso da dirigente, come se non fosse un cadavere steso sul pavimento. Che noia ’sti morti che non muoiono.
Ma siamo certi che un Uaired abbia un’identità? Lasciamo perdere l’anima, Gec è disposto anche a rinunciarci all’anima, ma l’identità è una cosa unica. Fa la differenza. Da fuori stanno urlando, tentano di forzare la porta, certamente gli dicono di uscire. C’è anche Toni. “Non fare lo scemo, Gec. Apri, somaro! Gec, apri, ti prego”. Toni non dice mai ti prego. È un bravo ragazzo, un amico, ma non ha mai pregato nessuno. E poi chissà se è ancora Toni. Dopo quello che è successo negli ultimi giorni, non ci sarebbe da stupirsi se fosse qualcos’altro. La fiducia è una cosa seria. Bella frase, la migliore tra le frasi fatte, a Gec è sempre piaciuta, ora non più. Dubita di tutto, anche di sé. Di quelle voci là fuori e anche delle voci dentro. Concentrazione, Gec, concentrazione. Lo ripete, è un mantra. Lo ha già fatto una volta, il principio lo conosce. Ha imparato che, di solito, il mondo dei Uaired è semplice. C’è un tubo collegato a un devais per estrarre dal cranio la Componente liquida, quella che tutti i Uaired condividono. Il miele, lo chiama Gec. È una parola poetica, si scioglie in bocca. Ma qui non c’è nulla di poetico. La situazione è complessa, un casino. Tanto per cominciare, attaccati al baccellone elegantissimo e supertecnologico che danza nell’aria davanti a Gec, di tubi non ce ne sono. Quella specie di sarcofago è fatto di una lega sconosciuta agli umani. Di colore argento, scintilla e ricorda i vecchi treni ad alta velocità, le Frecce che tagliavano in due la pianura e ormai a Pavia non passano più da anni. Calata la nebbia, ti accorgevi di loro per via dei fari, due occhi storti da cinesi, e per quell’argento brillante e prezioso.
Nel suo negozio di ferramenta Gec quel metallo non lo vende, non lo ha mai visto in nessun catalogo. La superficie è decorata da incisioni criptiche: triangoli, segni cuneiformi tipici delle lingue arcaiche, geroglifici egizi. Gec li riconosce perché ricorda le figure del libro delle medie. Ci sono scritte in ogni alfabeto del mondo. Ce n’è anche una in italiano: “Il corno del capro fuggito dal gregge si infila nel culo del pirla che legge”. Anche i Uaired hanno i loro cretini, è un conforto.