L’“animale dentro” è un po’ Piccolo: nessuno l’ha visto

Anche Sigmund Freud partiva dai propri sogni, che ben riusciva a decodificare, per cercare di cogliere regole generali da applicare ai suoi pazienti. Quindi è legittimo che Francesco Piccolo cerchi di indagare la propria biografia di baby boomer – è del 1964, l’anno in cui sono nati più italiani di sempre – per indagare la categoria a cui appartiene. Non quella di uomo ma quella più specifica di “maschio”. E Piccolo ci racconta L’animale che mi porto dentro, un verso di Franco Battiato che usa come titolo di questo suo nuovo romanzo, molto difficile perché il primo dopo il premio Strega del 2014 per Il desiderio di essere come tutti.

Piccolo è un intellettuale brillante, scrive i film di Nanni Moretti e Paolo Virzì, è uno dei pochi della sua generazione ad aver conservato un senso della complessità, il desiderio di prendere le cose sul serio. Eppure questo romanzo sembra scritto di fretta, prodotto da un’ansia da assenza dalle librerie più che da un’urgenza narrativa. Lo schema è lo stesso di Il desiderio di essere come tutti, ma qui non funziona. Là c’era l’intreccio tra crescita personale e politica, la maturazione di una coscienza civica costruita certo su buone letture ma anche su quegli episodi minuscoli che però finiscono per connotarci più di ogni dibattito sui destini della sinistra: una partita vinta dalla Germania Est, una battuta del padre, il funerale di Enrico Berlinguer visto in tv. Qui c’è lo stesso tentativo di raccontare la sua costruzione di uomo sessualmente maturo attraverso una sequenza di frammenti cruciali. Ma analizzare episodi così banali da essere condivisi da qualunque suo lettore – la prima delusione d’amore, un flirt inappagato, la sbandata di un momento per immaginare una vita diversa – produce semplicemente un effetto ombelicale, mentre ne Il desiderio di essere come tutti le minuzie private risultavano essere i mattoni che costruivano un’esperienza del presente condivisa e dunque politica. E poi c’è questa ossessiva pretesa di verità biografica che, visti i temi, finisce per trasmettere la sensazione opposta: i racconti di amori, amplessi e tradimenti vorrebbero essere onesti fino all’esibizionismo, ma proprio questa innaturale assenza di pudore li rende, inevitabilmente, non plausibili. O forse il lettore deve credere che Piccolo stia davvero raccontando la quotidiana indifferenza della sua vera moglie per i veri tradimenti o le vere intemperanze della sua vera amante?

Troppo preso a cercare una connessione quasi deterministica tra il ragazzo imbranato che era e la sensazione di potenza della maturità (che, con singolare sciatteria, definisce “sentirsi stocazzo”) Piccolo si dimentica di raccontarci l’“animale”. A parte un paio di risse sul campo di basket, c’è pochino su questa sua violenza che – assicura Piccolo, d’aspetto massiccio ma non temibile – lo tormenta da tutta l’esistenza. L’effetto non è quello di indicare un grumo inavvicinabile, che si può capire solo aggirandolo, ma l’ammissione di non aver scavato abbastanza. O forse di aver scoperto di essere molto più “come tutti” di quanto pensava quando ha iniziato a scrivere il libro. Resta il fatto che ci sono molte più pagine sull’incubo dei brufoli giovanili o sulle emorroidi (anche istruttive, a modo loro) rispetto a quante se ne trovano sull’“animale”.

Magari a qualche lettrice il libro piacerà, si capisce che è soprattutto per loro che è scritto. Eppure neanche le più bendisposte potranno perdonare al pur talentuoso Piccolo il ricorso a uno dei più terribili espedienti: il riassunto. Quando Piccolo deve spiegare un suo momento di consapevolezza non cerca una sintesi personale, racconta il libro o il film che lo hanno illuminato. Pagine e pagine su Malizia, il film di Salvatore Sampieri, altre pagine su Elena Ferrante, e poi il Padrino, Michel Houellebecq… Il risultato paradossale è suggerire al lettore: “Se vuoi capirmi davvero, leggiti i loro libri, non i miei”. Che, tutto sommato, non è neanche un cattivo consiglio.

“Le poltrone di casa nostra sul set di Eyes Wide Shut”

Kubrick, il genio assoluto del cinema. “Sì, forse. Ma soprattutto il mio adoratissimo papà”. Fra un boccone e un bicchiere di vino, Katharina condivide generosamente un patrimonio inestimabile: il ricordo personale del “patrigno” Stanley, che l’ha sempre considerata una propria figlia quando da piccola è arrivata a casa Kubrick con mamma Christiane, la seconda (e definitiva) moglie del grande cineasta americano. A quasi 65 anni portati benissimo, Katharina Kubrick è a Milano in qualità di giurata del Noir in Festival, dove si è fatta intervistare, ha tenuto una masterclass pubblica, ma soprattutto ha risposto sul suo (a dir poco) ingombrante genitore. “Perché mio padre anche questo mi ha insegnato, a condividere il meglio che la vita ti ha dato”. E il bene più prezioso che lei poteva condividere si chiama Stanley Kubrick, né più né meno. Un uomo e un artista il cui universo iniziava e finiva in famiglia.

Come sua madre, lei è anche un’artista (scenografa, pittrice, arredatrice..) e ha dipinto il ritratto della gatta Polly che appare in Eyes Wide Shut, è così?

Certo, gliel’ho regalato per il suo sessantesimo compleanno. Lui adorava Polly, temeva potesse morire perché era anziana, ed essendo molto superstizioso aveva paura che se fosse mancata prima della fine del film questo sarebbe andato malissimo. Chiaramente la gatta ha resistito, io l’ho ritratta e papà era così felice del regalo che per ringraziarmi ha deciso di metterlo in evidenza nel film.

Lavoro e famiglia, dove iniziava l’uno e finiva l’altra?

Questa domanda mi aiuta a sfatare il mito di un Kubrick divorato dalle ossessioni, disumano e quasi “demoniaco”. Niente di tutto questo. L’ho sempre detto, ma nessuno sembra ascoltarmi. Per mio padre era fondamentale avere attorno la sua famiglia, cioè mia mamma, noi tre figlie, i gatti e i cani. Per questo allestiva il lavoro in casa. Anzi, quando poteva si portava la casa dentro i set: l’esempio arriva da Eyes Wide Shut, il film che lui considerava il suo migliore e più complesso, perché la casa di Tom (Cruise, ndr) e Nicole (Kidman, ndr) era arredata con oggetti di casa nostra. C’erano i divani, le sedie, e naturalmente i quadri, incluso il mio ritratto di Polly. Stanley ci voleva sempre vicine, era amorevolmente protettivo, adorava danzare con mia madre per casa circondato dai cani scodinzolanti, teneva in braccio la gatta mentre montava i film, gli piaceva cucinare specie dopo che era diventato vegetariano e si era inventato ricette assai “speciali”. La nostra era una family circus sempre coinvolta nei film, anche perché lavoravamo gratis! Che vi piaccia o no, era il miglior uomo di famiglia che io abbia conosciuto.

Qual è il regalo più prezioso che le ha fatto, umanamente e professionalmente parlando?

La passione e la precisione in ogni cosa che faccio. Ma anche a non sprecare il tempo con attività noiose. Mi diceva: “Devi provare gioia in quello che fai, altrimenti lascia perdere”. Queste erano le sue ossessioni vere, ecco perché per me la parola “ossessione” ha una connotazione positiva.

Lei ha iniziato a lavorare con lui su Barry Lyndon, continuando su Shining, Full Metal Jacket per concludere con Eyes Wide Shut

Ricordo che il mio “esordio professionale” – se così vogliamo definirlo – con Barry Lyndon avvenne solo perché avevo 19 anni e papà non voleva lasciarmi da sola a Londra, essendo il set in Irlanda. Dunque mi ha portato con la famiglia e mi ha assegnato varie attività, fra cui la fotografa di location. Ricordo come manovrasse gli obiettivi sulle luci naturali, sembrava un mago, ma soprattutto ricordo come gestiva gli attori che talvolta arrivavano post sbronza – o proprio ubriachi – sul set, che non riuscivano a volte a ricordare neppure il proprio nome: diventava furioso, li guardava diritto negli occhi e loro si vergognavano come ladri.

Cosa direbbe oggi Stanley del decadimento culturale e di valori ormai diffuso?

Sarebbe un uomo depresso. Non sopporterebbe di vedere come siamo caduti in basso, un Occidente senza valori e piegato all’estinzione, i politici che non fanno più politica. Ma d’altra parte lui lo sapeva, nel suo cinema regna il sentimento dell’autodistruzione che in Eyes Wide Shut tocca le vette più acute e dolorose. Per quanto fosse intimamente un ottimista, sapeva che l’umanità era destinata ad annientarsi, forse e purtroppo aveva ragione.

Il Paese reale è quello che si spara su “Fortnite”

Se non volete fare la fine del Pd e avete intenzione di comprendere il paese reale senza dover salire su una ruspa o guardare Uomini e Donne, vi conviene sapere cosa sia Fortnite. È un videogioco, ve lo dico subito. E no, il fatto che siate donne o che non abbiate figli adolescenti o che dei videogiochi non ve ne freghi una beata cippa, non è un alibi. Fortnite è il videogioco più famoso del mondo, lo hanno scaricato 125 milioni di persone, condiziona la Borsa e crea dipendenza come il tabacco, le gaffe di Toninelli e i falò di Temptation Island.

Mentre le persone entrate nel tunnel di Pokemon Go le riconoscevi al parco o al semaforo aggirarsi come tossici in cerca dello spacciatore, chi gioca a Fortnite lo fa nel silenzio della sua camera (come mio figlio, purtroppo) o nel bagno dell’ufficio. Vado dunque a spiegare la portata del suo successo e i perché.

I giocatori. Fornite, di proprietà della Epic Games, sede in North Carolina, nasce nel luglio del 2017. Quattro mesi dopo ha già 20 milioni di giocatori attivi. A marzo 45 milioni. Attualmente ne conta 80 milioni. Lo hanno scaricato 125 milioni di persone, ovvero tutti gli abitanti del Giappone. Forse cresce così rapidamente solo la Lega. E se si allea con Di Maio, a fine 2019, il numero dei giocatori potrebbe raddoppiare.

Il fatturato. Fortnite è un gioco gratuito. Ci può giocare chiunque da qualsiasi piattaforma senza spendere un euro. Eppure, a febbraio 2018, ha fatturato 126 milioni di dollari. A marzo 223. Ad aprile 296. A maggio 318. In poco più di un anno di vita ha superato il miliardo di fatturato solo di acquisti in game (poi ci sono ulteriori guadagni generati dalla modalità di gioco Salva il mondo). Che sia un andamento in paurosa crescita e senza ausilio di grafici lo capirebbe chiunque, pure Laura Castelli. Come guadagna se si gioca gratis? Comprando accessori estetici tipo vestiti o velivoli e in più la capacità di eseguire balletti specifici. In pratica puoi diventare Gianluca Vacchi. (Fortnite è il primo videogioco sparatutto al mondo che ha delle grane legali per dei balletti come una Cuccarini qualunque poiché Epic Games si sarebbe appropriata di mosse dei più famosi rapper afroamericani). Con i soldi non si acquisisce alcun vantaggio sugli avversari, se non quello di sentirsi più figo. E la faccenda rappresenta una novità epocale nel mondo del gaming.

I neologismi. Visto che in Fortnite non si fanno acquisti per necessità, ma solo una sorta di shopping di accessori, oggi tutti gli adolescenti del mondo chiedono “Mamma mi dai 5 euro che devo SHOPPARE?”. Si shoppano le skin, ovvero i vestiti che il personaggio può indossare, per cui il verbo e complemento “shoppare le skin”, tra gli adolescenti, è ormai in uso più di “odiare la mamma” e “guardare Youporn”. Altri neologismi che vi conviene imparare per non sentire vostro figlio che parla col computer in camera e sospettare che si stia arruolando nella jihad, sono “camperoni” (quelli che tentano di sopravvivere nascondendosi), “nabbi” (quelli scarsi nel gioco), “fightare” (combattere), “buildare” (costruire) e “pushare” (prendere qualcuno). Se siete una mamma e salutate vostro figlio dicendogli “Tesoro, vado a shopparmi una skin nuova che devo fightare a colpi di like su Instagram quella nabba della Ferragni!”, guadagnerete 1000 punti sul padre.

Lo scopo. Fortnite è semplicemente uno sparatutto in cui tutti sono contro tutti e uno solo sopravviverà. Più o meno un’assemblea del Pd.

Nessun divieto. Fornite non prevede spargimenti di sangue o violenza gratuita come giochi celebri quali Doom e GTA. Quando muori, svanisci. Non lasci traccia. Tutti si scordano che sei esistito. Come per un leader del Pd, appunto. Ergo, perfino le madri più rigide, alla fine si convincono che sia più violenta la somministrazione della minestra di zucchine alla mensa della scuola che una partita a Fortinite.

Democrazia. Fornite è un gioco democratico. Non vinci se sei più ricco, ma solo se sei più bravo. Non puoi scegliere neppure che personaggio essere, se uomo o donna, se bianco o nero, se bello o brutto. Decide Fortnite. È anche il primo sparatutto che conta un numero non trascurabile di giocatori donna. Non vincono solo i più coraggiosi e spregiudicati, ma pure i “camperoni”, quelli che sanno nascondersi meglio quando il gioco si fa duro e si combatte aspramente. Alessandro Di Battista, per dire, è un camperone di tutto rispetto.

I vip. Molti i personaggi famosi appassionati di Fortinite. Il calciatore francese Griezmann, terzo al Pallone d’oro, è un giocatore accanito (ai mondiali esultò con un balletto alla Fortnite). Il rapper Drake, assieme al noto gamer Ninja, in una sessione su Twitch, è stato seguito da 550 000 persone in contemporanea. Barbara D’Urso ci ha comunque tenuto a far sapere che a quell’ora, durante la sovrapposizione con Drake, una sua diretta Facebook mentre faceva i gargarismi col collutorio mentolato, lei ha fatto più follower di lui.

I tornei. Per l’anno 2018/2019 Fortnite investirà in tornei la clamorosa somma di 100 milioni di dollari. Si vincono botte da un milione di dollari alla volta. Lo streamer più famoso, Ninja, 27 anni dell’Illinois, ha 20 milioni di iscritti solo su YouTube e tra vittorie nei tornei e sponsor come Red Bull, come dichiarato a Forbes, guadagna circa 500 000 dollari al mese. Quando l’ho saputo ho fatto un toccante discorso a mio figlio su quanto sia importante studiare più che perdere tempo dietro ai videogiochi, poi l’ho ritirato dalle scuole medie e adesso il giorno si allena a giocare a Fortnite con giusto 25 minuti di pausa all’ora di pranzo per un tramezzino veloce.

La Borsa. Sembra incredibile, ma Fortnite sta avendo un impatto importante anche sulla Borsa, poiché genera fluttuazioni di notevole rilevanza. Secondo Morgan Stanley alcuni competitor quali Atv hanno perso anche il 10% del loro valore e ciò a causa del tempo libero dei gamer che sarebbe limitato e dedicato interamente a Fortnite. Insomma. È come se fossimo 100 donne in una discoteca affollata di uomini e a un certo punto entrasse Adriana Lima. È chiaro che noi altre, a quel punto, potremmo pure metterci a passare il leva-pelucchi sui divanetti.

La dipendenza. Mio figlio, da quando gioca a Fortnite, si alza dalla sedia solo se suona un allarme anti-aereo e il palazzo di fronte viene giù per primo. Mi consola sapere che tale rincoglionimento (di cui psicologi e sociologi stanno discutendo seriamente) sia equamente distribuito nel mondo. Si dice che in Inghilterra Fortnite sia citato in circa 200 cause di divorzio. Che David Price, lanciatore per i Boston Red Sox, vincitori della World Series, qualche mese fa avrebbe cominciato a giocare male a causa di alcuni problemi al polso causati da Fortnite. A New York, un uomo di 45 anni, avrebbe tentato di uccidere un ragazzino di undici, che aveva osato farlo fuori su Fortnite. Che poi, diciamolo, è quello che pensa di farmi mio figlio ogni volta che gli urlo “è ora di fare la doccia!” ed è rimasto penultimo nel combattimento. Non escludo, peraltro, che prima o poi compia l’irreparabile gesto. Nel caso, ricordatemi con affetto, non fate i nabbi.

La lunga strada verso l’energia pulita non è poi così lontana

Siamodi fronte a un cambiamento, una trasformazione che ha investito il mondo dell’energia dal nuovo millennio con l’obiettivo di proteggere il pianeta producendo energia da fonti rinnovabili. Ma nella transizione, tra mille contraddizioni, mentre si costruiscono nuovi scenari geopolitici influenzati da ostacoli tecnici ed economici, con il problema dei costi che resta cruciale, l’abbandono del carbone è comunque iniziato. È un cammino lungo e complesso, ma comunque irreversibile che, secondo il libro “Il mondo rinnovabile” di Valeria Termini, professoressa di Economia politica a Roma Tre e tra i massimi esperti italiani di energia, e Lorenzo Colantoni, ricercatore presso l’Istituto Affari Internazionali, si concluderà nei prossimi 30 anni. Un testo che rende comprensibili a tutti dinamiche complesse. E che pone l’attenzione sulle fonti rinnovabili quale strumento straordinario per affrontare e abbattere la povertà in Africa grazie alla diffusione dell’energia pulita.

Lotta al caporalato, le armi spuntate della legge che non piace alla Lega

La morte del diciottenne Suruwa Jaiteh, avvenuta domenica nell’incendio alla baraccopoli di San Ferdinando (Reggio Calabria), ricorda che l’Italia ha una legge contro il caporalato ancora oggi inattuata quasi del tutto. Approvata dal governo Renzi nel 2016, ha affidato alla “Rete del lavoro agricolo di qualità” – istituita presso l’Inps – la creazione del sistema di accoglienza dei braccianti stranieri, di trasporti sicuri verso i campi e di reclutamenti regolari da parte delle aziende.

Un modo per prevenire lo sfruttamento. Oggi, però, le reti territoriali del lavoro agricolo di qualità sono contenitori vuoti. Per essere ammesse in questi enti, le aziende devono dimostrare di rispettare leggi e contratti collettivi. Si sono iscritte in poche migliaia, ma le imprese agricole sono centinaia di migliaia. Poco frequentate, dunque, e per nulla operative. Per legge, le reti dovrebbero promuovere “modalità sperimentali di intermediazione fra domanda e offerta di lavoro nel settore agricolo” e “iniziative per la realizzazione di funzionali ed efficienti forme di organizzazione del trasporto dei lavoratori fino al luogo di lavoro”. Ma non fanno nulla di tutto ciò.

Le baraccopoli fatiscenti ancora non vengono sostituite da strutture a norma. E in estate gli immigrati muoiono ancora negli incidenti sulla strada verso i campi (come lo scorso agosto a Foggia). Le ragioni che bloccano le reti sono varie. L’Inps, che deve ospitarle, lamenta una carenza di personale. “Tre settimane fa – spiega Giovanni Mininni della Flai Cgil, componente della cabina di regia – l’Inps ha scritto al ministero del Lavoro per chiedere di spostare le sezioni presso le prefetture. Quest’ultime, però, non sono disposte ad accoglierle, anche perché la legge non prevede siano loro a farsene carico”. Poi c’è la questione politica. Le associazioni delle imprese agricole non sono entusiaste della nascita della rete: pensano che penalizzi più le aziende oneste che le disoneste e non hanno collaborato alla nascita del sistema di reclutamento pubblico (quindi trasparente). L’impedimento più grande è la linea politica della Lega, non proprio un partito simpatizzante dei migranti. Non è un caso se a fine agosto a Foggia sia stato sostituito il prefetto Iolanda Rolli, molto impegnata nel progetto per accogliere i braccianti in moduli abitativi a norma. “Dopo il suo trasferimento è stato azzerato tutto”, spiega Mininni. L’idea del ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio era addirittura cambiare la legge anticaporalato. Ipotesi per ora accantonata con Luigi Di Maio che ha aperto al ministero del Lavoro un tavolo con sindacati e associazioni di imprese per monitorare il fenomeno. Sperando che agli alleati di governo non torni la tentazione.

Nafta 2.0, la rivoluzione mancata di Trump

Il Nafta (North Atlantic Free Trade Agreement) fu concepito sotto la presidenza del recentemente scomparso George Bush padre, bastione dell’establishment repubblicano wasp (i bianchi Anglo-sassoni protestanti), secondo cui prosperità e mercato si stringono in un voluttuoso abbraccio. Il Nafta però non emise i primi vagiti dopo un travagliato parto liberista, bensì per impulso del giovane idolo (a quei tempi) della sinistra planetaria: Bill Clinton. La battaglia politica per assicurarne l’approvazione fu virulenta in Congresso e nell’America profonda, mai immune da pulsioni protezionistiche. Clinton vi profuse tutto il suo carisma e puntò il grosso del suo capitale politico per scompaginare la resistenza di deputati e senatori legati ai sindacati o nemici della globalizzazione.

Dall’entrata in vigore del Nafta, il primo gennaio 1994, i tre paesi aderenti hanno visto impennarsi l’interscambio commerciale e l’integrazione economica. Soprattutto il Messico, che era un’economia povera (sull’orlo di una crisi di bilancia dei pagamenti), riuscì a risollevarsi dal baratro e a raddoppiare il Pil in 25 anni. L’elezione di Trump, sull’onda del fervore neo-protezionista, che come un fiume carsico attraversa e plasma la storia degli Usa, ha rimesso in discussione il Nafta. Le vittime della deindustrializzazione semplicisticamente attribuiscono ad esso la falcidia dei posti di lavoro nelle manifatture tradizionali. Per cui si è stagliato sull’orizzonte politico come ideale bersaglio per l’infantile furore del magnate populista. Tuttavia, il Nafta è un trattato approvato dal Parlamento, quindi per stracciarlo non basta un tweet, ma va rinegoziato. Dopo lunghi mesi di provocazioni, insulti e plateale abbandono di tavolo (in linea con lo stile da palazzinaro newyorchese), la montagna ha partorito un roditore senza infamie o lodi (né vincitori e vinti) e con poche innovazioni.

Il Nafta 2.0, firmato a Buenos Aires durante il G20, è stato ribattezzato Usmca (United States Messico Canada Agreement), togliendo il riferimento al free trade. Le modifiche più rilevanti coprono quattro aree: per evitare dazi le autovetture dovranno includere il 75 per cento di componenti prodotti in uno dei tre paesi dell’Usmca, mentre nel Nafta la percentuale era il 62,5 per cento. A partire dal 2023 una quota tra il 40 per cento e il 45 per cento dei componenti dovrà essere costruita da lavoratori che guadagnano almeno 16 dollari lordi all’ora. In questo ambito il Messico si è impegnato a concedere vari diritti ai lavoratori, la rappresentanza sindacale nelle imprese e la lotta alla discriminazione delle donne. Ciascun Paese potrà introdurre sanzioni contro un partner in caso riscontri violazioni dei diritti. Il Canada ha attenuato le restrizioni alle importazioni di prodotti lattiero-caseari americani (tema che stava a cuore a Trump). In materia di proprietà intellettuale ed e-commerce il copyright viene esteso da 50 anni a 70 anni dopo la morte dell’autore (gli eredi di Elvis gioiscono); i brevetti dei farmaci avranno vita più lunga (il popolo del Viagra è costernato); i social media non saranno responsabili per il contenuto postato dagli utenti (troll e hater sono in tripudio); sugli acquisti on line tipo musica, film ed ebook non graveranno dazi (Apple, Netflix e Amazon ringraziano commossi).

Un punto controverso invece rimane irrisolto: la sezione 232 del Nafta che contiene un cavillo astruso sulla sicurezza nazionale invocato proditoriamente da Trump per imporre dazi su acciaio e alluminio. Infine il Trattato scadrà nel 2035 ma sarà soggetto ad una revisione ogni sei anni. In sostanza si tratta di modifiche significative ma senza ripercussioni epocali.

La reindustrializzazione dell’America, semmai avverrà, sarà spinta dalla robotizzazione delle fabbriche (con pochi operai iperspecializzati), non dai gabellieri. Per ironia della sorte, l’accordo sull’Usmca è stato preceduto da una doccia gelata sui revanchisti anti-globalizzazione. General Motors, ex orgoglio dell’industria manifatturiera a stelle e strisce (fallita nel 2009 e salvata dallo Stato) ha annunciato la chiusura di 5 stabilimenti in Nord America, licenziando 14 mila dipendenti e facendo infuriare Trump. Gli autosaloni di Gm vengono disertati perché i nuovi modelli sono un flop, ma in aggiunta i dazi su acciaio ed alluminio hanno fatto lievitare i costi, infliggendo un enorme danno ai bilanci.

La firma dell’accordo non è il passo conclusivo. Occorre la ratifica dei rispettivi parlamenti. A Washington il prossimo Congresso è profondamente ostile al Presidente e i proclami di battaglia sull’Usmca sono risuonati con l’inchiostro ancora fresco. In reazione, Trump, sul volo di ritorno a bordo dell’Air Force One, ha minacciato di cancellare il vecchio Nafta (ma è dubbio che abbia il potere di farlo), così che i parlamentari riottosi, per evitare una dirompente vacatio legislativa, si rassegnino ad approvarlo entro sei mesi. Lo spettacolo è assicurato.

La lezione da trarre trascende la cronaca. Come la Rivoluzione francese, anche il populismo divora i suoi figli, perché illude gente traumatizzata e spaurita con soluzioni semplici a problemi nodali complessi. Quando la realtà elimina l’illusione, si innesca la reazione furibonda. Appena nella rust belt del Midwest si accorgeranno che l’Usmca non riporta catene di montaggio, salari e benefici del bel tempo antico, né arresta i processi di portata storica, assisteremo al fiero pasto del Saturno che ha generato Trump.

Ford e Volkswagen, trattativa avanzata per un’alleanza globale dell’auto

“Siamo in negoziati avanzati con la Ford per costruire davvero un’alleanza automobilistica globale, che rafforzerà anche l’industria automobilistica americana”. Lo ha annunciato il ceo di Volkswagen Herbert Diess dopo un incontro alla Casa Bianca con il presidente Donald Trump e i suoi consiglieri economici. Diess ha aggiunto “che la società potrebbe usare le capacità produttive della Ford in Usa e che sta considerando di realizzare un secondo impianto negli Stati Uniti”. Investimenti che saranno annunciati in gennaio o febbraio. Al centro dell’alleanza c’è la possibilità per Volkswagen di poter assemblare veicoli nelle fabbriche americane della Ford che rafforzerebbe anche l’industria automobilistica statunitense. Diess già lo scorso 16 novembre aveva annunciato la possibilità di raggiungere entro la fine dell’anno un accordo quadro sulla cooperazione con Ford, incentrato sulla produzione di veicoli commerciali. Resta, però, ancora tutta da definire la partita che va al di là dei veicoli commerciali: l’elettrificazione dell’auto.

Riso, Ue spaccata ma torneranno i dazi per Cambogia e Myanmar

Bruxelles rinvia ancora la decisione sul ripristino dei dazi sull’importazione in Europa di riso proveniente da Cambogia e Myanmar. Con 13 voti a favore, 8 contrari e 7 astenuti (tra cui la Germania) il Comitato per il Commercio Ue non ha raggiunto la maggioranza necessaria per approvare la proposta presentata ieri dalla Commissione dopo un lungo pressing dell’Italia, il primo Paese produttore di riso comunitario, con circa 230.000 ettari seminati e una produzione stabilmente superiore al milione e mezzo di tonnellate. L’orientamento però è chiaro: si va verso il ritorno delle tasse in entrata dal momento che ora la palla spetta alla Commissione che dovrà decidere se adottare la clausola da lei stessa proposta. Quello che manca è solo un atto formale, che con buona probabilità dovrebbe arrivare nel giro di pochi giorni, forse questa settimana stessa. Le nuove clausole di salvaguardia dovrebbero essere effettive a partire da metà gennaio.

Scali del Garda regalati: il favore dei Comuni a Save

Secondo l’annuale rapporto di Legambiente “Ecosistema Urbano 2018”, redatto in collaborazione con Il Sole 24 Ore, Verona crolla di 22 posizioni passando dal 45° posto del 2017 al 67° posto del 2018. Il maggiore degli insuccessi è la gestione del Sistema Aeroportuale del Garda che controlla gli aeroporti di Verona Villafranca e Brescia Montichiari, svenduto nel 2014 alla Save (scalo di Venezia). Un’operazione dove l’ex sindaco di Verona Villafranca ha svenduto il suo 2% della Catullo spa (la società che gestiva gli scali) alla Save, che era comunque già d’accordo con i soci locali per fare un aumento di capitale riservato alla stessa Save che è così salita di colpo al 40%. Cessione eseguita in contrasto con le norme che prevedono la gara pubblica quando si cedono asset pubblici, come ha notato l’Autorità anticorruzione (Anac) di Raffaele Cantone.

Un’operazione che ha preso le mosse da ciò che rimane del tessuto consociativo della città. Politica, impresa e finanza locali hanno favorito – a dispetto di norme e direttive – il passaggio di più del 40% della Catullo alla Save di Enrico Marchi senza gara e a prezzo di saldo. In questo modo, la Save si è vista consegnare il controllo completo della società senza avere la maggioranza grazie a patti parasociali suicidi inspiegabilmente concessi dai soci pubblici, insieme pure all’opzione di prelazione sulle altre quote in mano pubblica, una sorta di vendita differita.

Con il pronunciamento dell’Anac che ha dichiarato “non conforme alle previsioni del codice dei contratti e del diritto comunitario la cessione delle quote di proprietà del Comune di Villafranca nel capitale della società Aeroporto Valerio Catullo spa”, la situazione risulta adesso chiara. Lo scalo di Venezia, gestito dalla Save, è diventato il quarto scalo italiano grazie anche ai soci Catullo che negli anni non sono stati in grado di sviluppare lo scalo Veronese favorendo nel tempo il travaso di gran parte del suo traffico nello scalo della laguna.

Basta consultare i dati storici per veder che nel 2000 lo scalo di Verona era decimo in Italia in termini di volumi di traffico, nel 2017 è sceso al sedicesimo posto in compagnia dell’aeroporto di Treviso e poco sopra lo scalo di Olbia. In questo periodo il settore aeroportuale è cresciuto del 90%, da 92 ai 175 milioni di passeggeri l’anno (l’ultimo dato è del 2017). Lo scalo di Verona è cresciuto invece di appena il 35% (circa il 2% all’anno contro una media del 5% a livello nazionale), mentre scali come Bergamo moltiplicavano il traffico del 900%, Bologna del 233%. Lo scalo di Venezia Tessera nel periodo considerato ha fatto un balzo del 250% consolidando il quarto posto nella classifica degli aeroporti Italiani nel 2017. Numeri importanti, eppure lo scalo di Verona, che è a servizio di uno dei territori più dinamici e produttivi d’Europa, non è cresciuto e il suo ricco territorio, cuore del Nord Est, paga a caro il prezzo del consociativismo che ha lavorato per gli interessi di parte e non per il bene pubblico.

A ottobre la Corte dei Conti ha smentito la linea tenuta contro i rilievi riportati dall’Anac del Comune di Villafranca, che nella persona dell’allora sindaco faceva credere, con risposta all’Anac nell’aprile del 2017, di aver sempre agito “coperto” dai pareri positivi della Corte dei Conti. Una versione smentita dai magistrati contabili e questo segna l’inizio della fine per la linea che il centrodestra veronese sostiene da tempo dopo aver sperperato le risorse economiche degli enti locali veronesi investite nel Catullo senza risultati.

Viste le irregolarità della cessione dell’aeroporto scaligero ora la città attende un pronunciamento, in grado di riavvolgere il film, dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, ma anche dalla Procura che pur avendo ricevuto il fascicolo dall’Anac non si è ancora mossa al riguardo.

Commissari Via, gli irriducibili dell’era B. difficili da archiviare

Si prova a voltare pagina al ministero dell’Ambiente: inceneritori, ponti, gasdotti, ricerche petrolifere saranno autorizzati diversamente dal passato. Il ministro Sergio Costa, mentre prova a espellere chi è in carica ma risulta incompatibile per il ruolo, annuncia la selezione pubblica di 40 componenti della Commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale Via e Vas (aperta fino a domenica). L’obiettivo è che “sia la migliore che questo Paese abbia mai avuto”. E la storia gli dà ragione.

La commissioneVia e Vas ne ha una travagliata, ma con una continuità di fatto. Per legge l’incarico dei commissari dura 4 anni ed è rinnovabile una sola volta, eppure dal 2008 le grandi opere sono autorizzate dalle stesse persone in prorogatio. Alcuni sono in carica dal 2002 e uno dal 1997. La maggior parte risale ai tempi del terzo governo Berlusconi. A volerli fu l’ex ministra Stefania Prestigiacomo: appena insediata, nel maggio 2008, silurò i commissari voluti dal predecessore Alfonso Pecoraro Scanio. Erano quelli presieduti da personalità del calibro di Stefano Rodotà e del magistrato Gianfranco Amendola. Tutti i progetti sotto istruttoria, tra cui centrali, rigassificatori, raffinerie e anche la Pedemontana veneta passarono nelle mani dei nuovi commissari. Il blitz fu bocciato dal Tar del Lazio, che nel 2009 dichiarò illegittime le nomine perché i precedenti commissari non avevano ancora esaurito il mandato, eppure gli uomini della Prestigiacomo rimasero e ottennero l’incarico ufficiale nel 2011. Da qui, una lunga sequenza di approvazioni e controlli sull’ottemperanza delle prescrizioni: sul Tav Torino-Lione; sul gasdotto Tap; sulla Rete Adriatica Snam, sul terminale di ricezione del gas a Sulmona e tutte le grandi opere di cui ancora oggi si discute. Nell’ultimo decennio sono cambiati sei governi, ma non la commissione. Ci sono state due sostituzioni, per via di due arresti (un commissario è poi stato assolto).

Neanche le polemiche del 2015 hanno mutato l’assetto: in un’interrogazione parlamentare, inviata anche alle Procure di Roma e Firenze, all’Autorità anti corruzione e alla Direzione nazionale antimafia, 15 deputati del M5s denunciarono i componenti dai profili critici. Azionisti di maggioranza nelle società appaltatrici, soci di colossi dell’energia, persone con precedenti per associazione di stampo mafioso. Denunciarono conflitti di interesse e sospetti di affiliazione alla ‘ndrangheta. Un commissario è finito lo scorso anno negli atti della Procura di Reggio Calabria perché vicino a una delle cosche delle ‘ndrine, uno era azionista di maggioranza di una società che ha lavorato per il Tav. In quel dossier finì più di un quarto dei commissari, ma cadde nel vuoto. “Non è stato possibile sospenderli in autotutela – fanno sapere dal ministero – abbiamo solo potuto verificare la legittimità degli atti”. È intervenuta però L’Anac. Dopo l’esposto, segnalò a governo e Parlamento la necessità di ridefinire i termini di inconferibilità e incompatibilità degli incarichi. Invece di adeguarsi, il ministro Galletti annunciò nuove nomine, in buona parte pescate nel bacino della politica, come ex coordinatori del Pd e segretari provinciali dell’Udc, che però non sono mai entrati in carica perché bocciati dalla Corte dei conti: non erano chiari i criteri di selezione. Costa ha bloccato la commissione del predecessore e, adesso, avviato un bando per selezionare i nuovi commissari. Il decreto per adeguarsi all’Anac è invece arrivato a fine 2017, quando sono stati inclusi, oltre alle condanne, i rinvii a giudizio.

Il ministro Costa sta ora provando a utilizzare quel decreto e si è rivolto all’Anac per un parere. Vorrebbe espellere un commissario ingegnere rinviato a giudizio dalla Procura di Trani. Ha ottenuto il via libera, ma al ministero non tutti sono d’accordo. Nei prossimi giorni si deciderà mentre per i nuovi commissari occorre attendere almeno un mese. Sarebbe il primo caso di allontanamento in 10 anni. Intanto la commissione continua a operare. Di recente è arrivata un’autorizzazione sul Tap, mentre il sindaco di Melendugno incontrava il ministro. È uno scontro tra poteri. In ballo c’è il futuro del Paese.