I licenziati Almaviva tra sentenze copia-e-incolla e governo inerte

“Sentenze scritte col copia e incolla, sbagliando persino i nomi, giudici chiamati a dirimere prima i ricorsi e poi le istanze di opposizione”. Un caos giudiziario e occupazionale, si lamenta Vincenzo Pellegrini, 49 anni, uno dei 1.666 lavoratori che Almaviva, grande azienda di call center, ha mandato a casa due Natale fa nel più corposo licenziamento collettivo mai avvenuto a Roma: i dipendenti della sede della Capitale non volevano ridursi del 17% uno stipendio da 600 euro “a cui eravamo arrivati con gli ammortizzatori sociali, prima erano 800”. E così arrivò la punizione.

Con altri 30 colleghi, Pellegrini ieri ha tenuto un presidio davanti al ministero della Giustizia: “Siamo allo stremo, la Naspi (l’indennità di disoccupazione, ndr) finirà a marzo e col passare dei mesi si è già dimezzata arrivando a 300 euro”. Ieri sono riusciti a parlare con Leonardo Pucci, vice capo di gabinetto: “Un incontro positivo, ci ha detto che se ne occuperanno presto”.

Vincenzo intanto è tornato a vivere col padre, anche perché il piano di ricollocamento previsto dall’Anpal (l’Agenzia per le politiche del lavoro voluta da Renzi) non ha funzionato. “Un grande teatrino che ha portato occupazione solo a 60 di noi. Ci dicevano di cercare in Internet oppure proponevano corsi assurdi come quello d’inglese, 50 ore in tutto, organizzato da un centro estetico”. Lui rispondeva al telefono per Eni, Sogei, anche per il Telethon della Rai. Dieci anni di lavoro eroso lentamente, togliendo prima straordinari, poi festività, domeniche. Adesso l’ultima beffa delle sentenze copiate frutto di un “contagio tra i giudici”.

Contagio che 80 ex lavoratori della società hanno denunciato con un esposto in Cassazione. Erano parte in causa in cinque procedimenti diversi, tutti archiviati dalla stessa giudice con ordinanze identiche, parola per parola. Anche se le mansioni degli ex dipendenti erano diverse, e alcuni sarebbero potuti rimanere in sede. Il j’accuse, come si legge nell’esposto, è di aver trascritto “porzioni di ordinanze” presenti in cause che “non riguardano i ricorrenti in giudizio” perché le motivazioni addotte dal magistrato riguardano altre vertenze e arrivano a contestare “eccezioni mai sollevate” dagli avvocati, ignorando invece quelle presentate. Il documento parla di “colpa grave”, “inescusabile negligenza” della giudice Alfonsina Bellini: depositato a febbraio, il documento aspetta ancora risposta.

È andata meglio, ma non troppo, ad altri 153 lavoratori a cui, un anno fa, il Tribunale di Roma invece ha dato ragione definendo “discriminatorio e illegittimo” il licenziamento disponendone il reintegro. Il giorno dopo, Almaviva ha deciso di trasferirli da Roma a Catania. Un licenziamento mascherato protestano: si tratta per lo più di donne, madri, che lavorano part time per 600 euro al mese. Impensabile spostarsi laggiù. Il resto è una tarantella giuridica: fanno ricorso e viene accolto; due giorni dopo arriva un nuovo trasferimento, sempre per la Sicilia. Nuovo ricorso e nuovo annullamento. La cosa si ripete ancora fino all’annuncio del quarto trasferimento.

Come da contratto nazionale, i sindacati chiedono un tavolo di trattative. Il 27 novembre, presso il ministero del Lavoro, si incontrano con Almaviva (e il suo legale Giampiero Falasca), Francesco Vanin, consigliere di Luigi Di Maio per le crisi aziendali, e Romolo De Camillis, dirigente del ministero: “Abbiamo portato proposte alternative ai trasferimenti come il telelavoro, lo smart working, insomma, cose che potessero farli rimanere a Roma”, spiega Stefano Cardinali, delegato della Cgil presente al tavolo, “soprattutto perché Almaviva ha riaperto i battenti nella capitale aggiudicandosi un nuovo appalto pubblico per Gse”, il Gestore dei servizi energetici di proprietà del Tesoro. Il servizio, peraltro, si svolge a Roma, sede che l’azienda sosteneva di dover chiudere.

Vanin (cioè Di Maio) appoggia le proposte del sindacato e chiede ad Almaviva di “riflettere e sospendere i trasferimenti, specificando che il ministero intende supportare le aziende italiane che investono in patria sul lavoro degli italiani” continua Cardinali. Un’indicazione di massima da cui però non esce alcun accordo. Una manciata di ore e arriva la conferma del quarto trasferimento collettivo (ora coinvolge 113 lavoratori), che verrà ovviamente contestato per l’ennesima volta davanti ai giudici.

Il Gse, peraltro, non è l’unica commessa pubblica di Almaviva. L’azienda infatti ha in mano i call center di Inps, Inpdap, Inail, Equitalia (subappaltati da Transcom), Trenitalia, eccetera. Il problema, teorico, di Almaviva è il codice degli appalti, che all’articolo 30 prevede “l’esclusione” per chi non rispetta contratti collettivi e obblighi sociali. E dunque? Dal ministero rispondono di “seguire con attenzione la vicenda Almaviva: se dovessero palesarsi violazioni degli obblighi stabiliti dalla normativa agiremo nelle sedi opportune. C’è la volontà di non abbandonare i lavoratori e lo stesso ministro li ha incontrati più volte per assicurargli un impegno concreto”.

Dopo i 1.666 licenziamenti e in attesa delle verifiche del ministero, Almaviva – oltre a quella del Gse – ha vinto, in gruppo con altre imprese, altre due gare Consip per l’agenda digitale nelle pubbliche amministrazioni: un portafogli complessivo da 850 milioni acquisito a inizio 2017.

In attesa di capire come svolgere un ruolo più incisivo nella vertenza, al ministero di Di Maio potrebbero interrogarsi sulla coincidenza che uno dei legali di Almaviva, il Giampiero Falasca già citato, sia stato nominato il 1° ottobre consulente dal sottosegretario Claudio Durigon con tanto di dichiarazione che sancisce, con le firme dell’ avvocato e del ministro, l’insussistenza di conflitti di interesse, “anche potenziali”. Problema: Falasca continua ad assistere l’azienda, c’era anche lui al tavolo di novembre coi sindacati.

Il ministero non si scompone: Falasca è un giuslavorista esperto che ha lavorato per “molte imprese, tra le quali Almaviva”; il contenzioso sui licenziamenti, però, è sorto “molto prima della sua nomina al ministero”, il quale peraltro “nella vertenza non ha alcun ruolo specifico”. Quanto al tavolo “informale” coi sindacati, è stato convocato “senza alcun coinvolgimento del legale”: eppure Falasca era lì, nel doppio ruolo di avvocato e consulente del ministero che vorrebbe mediare tra le parti.

Reddito, come evitare di fare troppi errori

I Cinque Stelle sono riusciti a imporre l’idea di reddito di cittadinanza, ma è l’Alleanza contro la povertà che è riuscita a far diventare legge la versione attuale di quello strumento, il Rei, grazie a un paziente dialogo con i tre governi di centrosinistra 2013-2018. Per questo merita attenzione l’appello che ieri questa coalizione sociale di associazioni ed esperti ha rivolto al governo: “Non perdiamo questa occasione”, dicono. C’è il capitale politico per fare una grande misura anti-povertà, ci sono i soldi (9 miliardi complessivi tra già disponibili e nuovi), ma le idee sono ancora troppo confuse. La confusione più grande, come abbiamo più volte ricordato su queste pagine, è sull’obiettivo dello strumento: combattere la disoccupazione o la povertà? “Nei Paesi europei – mediamente con minore disoccupazione e Centri per l’Impiego più strutturati rispetto al nostro – le politiche contro la povertà riescono a condurre direttamente a un lavoro stabile il 25% dei beneficiari. Ad altri servono a risolvere problemi di varia natura e a costruire nuove condizioni per migliorare la loro vita, ad altri ancora offrono almeno la possibilità di un’esistenza decente”, si legge nel documento dell’Alleanza. Tradotto: se il metro per misurare il successo del reddito diventa quanti poveri trovano lavoro, la sconfitta è sicura. La misura dovrebbe permettere una vita decente a chi oggi non ci riesce perché intrappolato nel disagio (da debiti, familiari a carico, dipendenze, disturbi psichici) e aiutare a trovare un lavoro a chi è in grado di farlo. L’errore più grave che i Cinque Stelle potrebbero fare – e sembrano determinati a farlo – è smantellare tutta la struttura dell’attuale Rei che si regge sui servizi comunali e gli assistenti sociali per caricare di compiti i centri per l’impiego che faticano anche a fare soltanto il loro compito base, incrociare domanda e offerta di lavoro. I Cinque Stelle hanno i soldi e per evitare il disastro dovrebbero confrontarsi di più e non avere fretta. Altrimenti, magari reggeranno alle Europee, ma poi pagheranno il conto tutto insieme poco dopo.

Castellucci, il vincente d’insuccesso recita il falso passo indietro

Giovanni Castellucci, supermanager autostradale di 59 anni, è un eroe del declino italiano. Parafrasando Giorgio Albertazzi – inventore del “perdente di successo” – Castellucci è un vincente d’insuccesso, l’epitome di quel capitalismo che elegge l’avidità a imperativo etico. Il caso di Autostrade per l’Italia (Aspi) è eclatante. Castellucci ha dispiegato per 12 anni la capacità di pompare grassi dividendi. Per non aver prevenuto il crollo del ponte Morandi, Atlantia (la holding controllata dai Benetton) ha perso 5 miliardi di valore. La ricostruzione del ponte costerà 500 milioni? Se Autostrade per l’Italia avesse avuto il braccino meno corto ci avrebbe guadagnato anche montando stralli d’oro. La singola azione valeva 25 euro, oggi 18: in un colpo solo gli azionisti hanno perso sette anni di dividendi.

Eppure Castellucci rimane un vincente agli occhi di una borghesia incapace e spaventata. La sua decisione di lasciare la guida di Aspi e tenersi quella di Atlantia è un passo indietro solo dal punto di vista processuale. Come amministratore delegato della concessionaria è in attesa della sentenza di Avellino, dove l’accusa ha chiesto 10 anni per omicidio colposo per i 40 fedeli di Padre Pio precipitati con l’autobus dal viadotto Acqualonga. E a Genova è indagato per i 43 morti del ponte Morandi. È possibile che la mossa sia stata pensata dal suo avvocato, l’ex ministro della Giustizia Paola Severino, ingaggiata dopo che un’altra star come Franco Coppi si è sfilato, a quanto si dice, per una ragione nota a molti di quelli che trattano con Castellucci: un’irredimibile arroganza, che è anche la sua forza.

La spregiudicatezza nel rapporto concessorio con lo Stato è totale. Al casinò delle Infrastrutture è sempre riuscito a tenere il banco e a dare le carte ai ministri. Il povero Danilo Toninelli è solo l’ultima vittima (per tacere dei complici). Prendete questa invettiva contro Aspi: “Per troppo tempo sono stati abituati ad agire senza regole”. No, non è una diretta Facebook del ministro grillino, l’ha detta il suo predecessore Antonio Di Pietro nel 2007. Partì per suonargliele e fu suonato. Con la nuova convenzione che doveva spezzare le reni ai Benetton e al loro uomo, i pedaggi sono volati: più 30 per cento in sette anni. E con i pedaggi sono saliti i profitti e gli stipendi di Castellucci, fino al record di 6,2 milioni nel 2015. Pensate che dopo l’incidente di Avellino il bonus di Castellucci è salito da 500 mila euro a 1,43 milioni presi l’anno scorso. Meritati, se il parametro è la capacità di dettare legge al ministero.

Pensate alla famosa Gronda: il governo Gentiloni è riuscito a farsi autorizzare da Bruxelles un allungamento della concessione di quattro anni (dal 2038 al 2042) per finanziare la bretella genovese, che è già finanziata da un aumento tariffario del 2002. A quanto pare nessuno ha chiesto a Castellucci dove è finito il quid tariffario che gli italiani stanno pagando da 16 anni.

Un mese fa Lynda Tyler-Cagni si è dimessa dal cda di Atlantia dopo che è stata respinta la sua proposta di congelare (dopo la tragedia di Genova) i bonus di Castellucci e ad altri 60 manager. La manager inglese ha parlato di etica, i colleghi italiani le hanno opposto la fedeltà nel codice civile, per larga parte del capitalismo italiano un principio morale.

Castellucci rappresenta un modello. A Gilberto Benetton, regista finanziario della famiglia azionista di Atlantia, piaceva la sua ruvida concretezza. A Gianni Mion, mente finanziaria della cavalcata trionfale di Gilberto e dei suoi fratelli, piaceva meno. Alla fine, due anni fa, Mion ha mollato la guida operativa di Edizione, la holding dei Benetton, ma al suo posto è andato l’ex numero uno di Telecom Italia Marco Patuano. Castellucci c’è rimasto male e questo è un altro aspetto chiave del personaggio, originario di Senigallia come Pio IX. Le Marche sono storicamente terra di latifondo ecclesiastico dove per secoli i vincenti sono stati i fattori che diventavano padroni. Uno schema di gioco tipico del moderno capitalismo italiano, segnato dalle parabole dei manager emancipati a padroni. Uno su tutti: Cesare Romiti.

È la partita di Castellucci, abituato al gioco duro e per niente spaventato dalla corsa in salita: due procedimenti per omicidio colposo, la morte, il 22 ottobre scorso, di Gilberto Benetton. È proprio nel rimescolamento di carte all’interno della famiglia la partita. All’inizio dell’estate è morto Carlo, il fratello più piccolo dei Benetton, e poco prima di lui un infarto aveva ucciso l’86enne Fioravante Bertagnin, marito di Giuliana. Luciano, l’uomo immagine della dinastia, a 83 anni non sembra intenzionato a riprendere il timone.

La seconda generazione dei Benetton è numerosa e variegata, un po’ come gli Agnelli ma senza l’Avvocato che designò per tempo il nipote John Elkann come successore. Le chiacchiere trevigiane dicono che in questo momento Sabrina Benetton, figlia di Gilberto, e il suo influente marito Ermanno Boffa, commercialista di grido, vogliano perpetuare il legame fiduciario con Castellucci. E che Alessandro, il figlio di Luciano che sembrò predestinato alla leadership prima di eclissarsi, non sarebbe tanto d’accordo. Che una famiglia colpita in pochi mesi da tre lutti e dal disastro di Genova sia frastornata è comprensibile. Ma prevale ancora la costante della via italiana al capitalismo: come sempre sarà un tribunale a decidere la sorte di Castellucci.

Twitter@giorgiomeletti

Mafia, ragù e Barolo. Una giornata tipo del ministro Salvini

Quella che segue potrebbe essere una barzelletta, tipo quelle che un tempo si trovavano su Topolino: “Qual è il colmo per Salvini? Salvare un immigrato con un tweet”. Purtroppo non fa ridere. I fatti li raccontiamo a pagina 2: poco prima delle 8 di ieri, il ministro esterna a proposito di una retata contro la mafia nigeriana, 15 arresti. Peccato che l’operazione non sia ancora conclusa. Qualche ora dopo, il procuratore di Torino Armando Spataro sottolinea con una nota come la diffusione della notizia sia intempestiva perché non tutti sono stati presi: “Ci si augura che per il futuro il ministro dell’Interno eviti comunicazioni simili” o quantomeno “voglia informarsi sulla tempistica al fine di evitare rischi di danni alle indagini in corso”. Una gaffe degna di un Angelino qualsiasi, che nel giugno 2014 diede in mondovisione la notizia dell’arresto “dell’assassino” della povera Yara (era Bossetti, ma in quel momento non si poteva ancora definire colpevole, almeno avendo letto la Costituzione sulla quale in teoria si è pure giurato). La querelle Salvini-Spataro non finisce, dal momento che il ministro e vicepremier risponde a sua volta: “Basta parole a sproposito. Inaccettabile dire che il ministro dell’Interno possa danneggiare indagini e compromettere arresti. Qualcuno farebbe meglio a pensare prima di aprire bocca. Se il procuratore capo di Torino è stanco, si ritiri dal lavoro: a Spataro auguro un futuro serenissimo da pensionato”. Nel pomeriggio (melius est abundare) si aggiunge una ulteriore diretta Facebook ministeriale, nel timore di non essere stato chiaro a sufficienza (repetita iuvant). Ed è qui, a passeggio per la sua frequentatissima pagina, che finalmente scopriamo cosa può essere rimasto sullo stomaco al vicepremier, grazie a un post fotografico: “Due etti di bucatini Barilla, un po’ di ragù Star e un bicchiere di Barolo di Gianni Gagliardo. Alla faccia della pancia!”. Noi della sua pancia non ci curiamo affatto, eppure è un po’ strano che un ministro faccia pubblicità a marchi commerciali (non è il primo: Renzi, per esempio, andava in giro per le tivù a parlare di Apple e iPhone). Sarà mica un caso di sovranismo alimentare, tipo prima il made in Italy? Evidentemente sì, peccato solo che la Star sia stata venduta più di dieci anni fa al gruppo spagnolo Gallina Blanca (oggi Gbfoods)…

Tornando seri, cosa spinge Matteo Salvini a valicare i limiti della maleducazione istituzionale? È ovvio che un ministro (e vicepremier) non può dire a un magistrato – a qualunque magistrato, e a maggior ragione a uno con la storia di Armando Spataro – “se è stanco vada in pensione”. Uno pensa: troppi tweet, troppi post, troppe dichiarazioni. Statisticamente è impossibile non dire qualche sciocchezza. Eppure questa straripante e scomposta “comunicazione” è il segreto del leader leghista. Lo spiega bene una ricerca pubblicata dal Corriere ieri. La società Eikon ha monitorato i profili Facebook di Salvini e Di Maio tra l’1 gennaio e il 25 novembre scorsi: 900 post tra commenti, foto e video, con 28 milioni di interazioni per Salvini; 821 post, con 25 milioni di interazioni per Di Maio. Spiega lo studio: l’enorme visibilità di Salvini è la conseguenza di una comunicazione “di pancia”, arrabbiata, spesso incentrata più sul personaggio e sui nemici che sui contenuti, mentre il linguaggio del ministro Di Maio su Facebook è diventato più sobrio. Se uno usa i social come amplificatori della sua comunicazione politica, l’altro li utilizza come strumenti informativi sulla sua agenda. Incrociando questi dati con quelli dei sondaggi, dobbiamo dedurre che la strategia di Salvini funziona. Perfino quando sbaglia.

Altro che imprenditori: il partito del Pil sono gli italiani che lavorano

Prima di tutto una precisazione. I tremila imprenditori che l’altro giorno a Torino si sono riuniti per dire sì al Tav e a tutto il resto (grandi opere, medie opere, tagli alla manovra) non sono, come si è scritto con toni eccitati e frementi “Il partito del Pil”. Non rappresentano, come si legge in titoli e sommari “due terzi del Pil italiano e l’80 per cento dell’export”. Il Pil italiano, e anche l’export, lo fanno milioni di lavoratori che in quelle imprese sono occupati.

Gente che da anni vede assottigliarsi il suo potere d’acquisto, mentre aumentano profitti e rendite, che assiste all’erosione dei suoi propri diritti, che va a lavorare su treni affollati come gironi infernali, che sta in bilico sul baratro della proletarizzazione, che teme ogni giorno un disastro, una delocalizzazione, una vendita ai capitali stranieri, una riduzione degli organici, che combatte ogni giorno con servizi sempre più costosi, che fa la parte sfortunata della forbice che si allarga – da decenni – tra redditi da lavoro e profitti. Il Pil italiano – come il Pil di tutti i paesi del mondo – lo fanno loro, ed è piuttosto incredibile che una platea di tremila persone venga più o meno, con pochissime sfumature, identificata con l’economia italiana senza nemmeno una citazione di sfuggita, un inciso, una parentesi, che ricordi i lavoratori.

A vederla dal lato politico, si direbbe che l’imprenditoria italiana cerchi rappresentanza e punti di riferimento. Come ha detto Maurizio Casasco (piccoli imprenditori), “Abbiamo bisogno di leader, non di segretari di partito”, ma già i primi commenti fanno notare che presto lo troveranno, e sarà ancora Salvini, l’uomo che sa dire sì e che già si era beccato un paio di mesi fa gli elogi sperticati del presidente di Confindustria Boccia.

Così la palla ripassa alla politica, ai 5stelle impantanati e al loro cannibale Salvini cui cedono su tutto (compresa la guerra ai poveri conclamata nel decreto sicurezza). Doppio risultato: si piange un po’, che è caratteristica statutaria degli imprenditori italiani, e si tira il pallone in tribuna, impedendo ancora una volta una riflessione proprio su di loro. Sicuri che quei tremila (80 per cento dell’export, due terzi del Pil) non abbiano colpe in tutto questo? Che non abbia funzionato niente, negli ultimi trent’anni, politica, economia, finanza, Stato, amministrazione, tranne loro, sempre perfetti e “motore dello sviluppo”? È un po’ incredibile, andiamo! Eppure negli anni di Silvio gli imprenditori italiani hanno avuto di tutto e di più, e negli anni del centrosinistra meglio ancora, dalla pioggia di miliardi del Jobs act al coltello dalla parte del manico nelle relazioni sindacali, come la possibilità di demansionare i dipendenti, per non dire dell’articolo 18.

Da almeno trent’anni, con piccole frenate e forti accelerazioni, la filosofia al governo sostiene la tesi che aiutando le imprese si aiutino anche i lavoratori, che se stanno bene gli imprenditori staremo bene tutti, che se la tavola è sontuosa, qualche briciola cadrà dal tavolo per i poveri.

Questo, in trent’anni di sperimentazione, non si è verificato, anzi è successo il contrario, la precarizzazione è avanzata, fino al cottimo, fino all’algoritmo che gestisce i tempi di vita delle persone.

Gli imprenditori italiani, in definitiva, non strillano solo per la Tav, ma perché non hanno ancora una sponda sicura nel governo del paese. Nessuno che dica “meglio Marchionne dei sindacati”, per intenderci. È legittimo lo sconcerto e anche l’accorato appello, che confina col piagnisteo, che confina con le minacce, va bene, si chiama pressione politica. Ma partito del Pil no. Il partito del Pil, qui, sono milioni di italiani (e stranieri) che lavorano, e anche loro a caccia di qualcuno che li rappresenti in un Paese senza sinistra.

Primarie per salvare i socialisti europei

È probabile che, quando si riuniranno a congresso a Lisbona, il 6 e il 7 dicembre, i socialisti e democratici europei compiranno una monumentale sciocchezza, fingendo d’ignorare che le prossime elezioni del Parlamento europeo offrono loro un’occasione per rilanciare l’unità europea e costituire un antidoto alle tendenze antidemocratiche incombenti in tutto il nostro continente. Persino per vincere elezioni altrimenti perse in partenza.

La destra europea è divisa tra popolari e movimenti e partiti di estrema destra, a loro volta in conflitto. Anche se, con il tramonto di Angela Merkel, buona parte della Cdu e soprattutto la Csu è disposta a sposare la formula austriaca che prevede di allearsi con la destra estrema, non è pensabile che, nei sei mesi che ci separano dalle elezioni, Kaczinsky e Salvini, i paranazisti tedeschi e scandinavi, guidati dal carismatico Aakesson, possano confluire in un rassemblement de droite che, pur con liste divise, indichi un candidato unitario, uno Spitzenkandidat, alla presidenza della Commissione.

Il Partito del Socialismo Europeo, pur in declino, ha un potenziale di coalizione superiore. Si osservino le coalizioni che governano Portogallo e Spagna (Podemos compresa), la capacità dimostrata da Tsipras nel subire le imposizioni della Troika continuando a governare democraticamente la Grecia (anche se ora bisognosa di voltare pagina). Soprattutto, si prenda atto dell’ascesa simultanea dei verdi in tutta l’Europa centro-settentrionale, con la conseguente attrattiva esercitata nei confronti dei frammenti della sinistra radicale. Fa eccezione soltanto quella sovranista di Mélénchon che, divisa al proprio interno, stenta a cavalcare l’insurrezione popolare che colpisce il governo di Macron. Esistono, insomma, le condizioni per una convergenza di forze di sinistra che, pur presentandosi separate e divise, potrebbero trovare in una candidatura unica alla presidenza di Commissione lo strumento per battersi ad armi pari contro una destra divisa.

Il candidato, o preferibilmente la candidata, socialista dovrebbe però segnare una rottura con la condizione attuale dell’Ue che ha determinato la crisi di coscienze europeiste storicamente collaudate. Il combinato disposto di politiche ottuse di austerità e di paralisi decisionale intergovernativa non poteva che produrre questi risultati. Ne consegue che candidature come quella di Frans Timmermans, versione più sobria, ma anche più mediocre di Jean Claude Juncker, sono all’opposto di Another Europe (Per un’Altra Europa) che fornirebbe l’elemento ideale e programmatico unificante di una coalizione vincente e anche la piattaforma di rilancio dell’Europa che non siamo, ma che ancora in molti vorremmo essere.

Another Europe: non ho usato a caso la parola d’ordine di Momentum, l’organizzazione di oltre 200.000 giovani britannici che, iscrivendosi al Partito laburista, hanno concorso in misura determinante all’ascesa di Jeremy Corbyn e che costituiscono la punta di diamante di un nuovo europeismo, con l’obiettivo di rovesciare la Brexit. Basta scopiazzare il loro programma, a cui il vicecancelliere tedesco, Olaf Scholz, in un discorso appena pronunciato all’Università Humboldt di Berlino, ha aggiunto una proposta provocatoria: seggio europeo nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu al posto di quello francese (e, aggiungo io, britannico, se si rovesciasse la Brexit). Un’Europa politica, sempre più aperta, integrata ed egualitaria, non più succube di quella minoranza finanziaria globalizzata che erode costituzioni e istituzioni democratiche, sopprimendo diritti e indebolendo un welfare di cui, invece, saremmo naturali custodi. Un’Europa che ha posto fine a secoli di guerre intestine e che richiede una difesa integrata, ispirata al principio di “sicurezza umana” a suo tempo formulato da Javier Solana e sposata da Federica Mogherini, che sottrarrebbe l’Europa a giochi di guerra dei vari Trump, Putin e – in prospettiva – Xi Jinping.

Il primo passo di una lunga strada in questa direzione è proprio una candidatura socialista, una Spitzenkandidat, capace di trasformare in governo una Commissione che oggi surroga la politica con violazioni sistematiche del principio di sussidiarietà. Basterebbe che i socialisti e democratici europei che si riuniranno a Lisbona tentassero di vincere, di aprirsi a potenziali alleanze, rinunciando a formule collaudate ma prive ormai di consenso: alleanza coi popolari, metodo intergovernativo, Commissione burocratica, quando non prevaricatrice. Anziché incoronare Timmermans o un altro candidato votato a una sicura sconfitta, dovrebbero scegliere il loro Spitzenkandidat attraverso primarie aperte, fondate su un confronto programmatico e valoriale.

Cosa ne pensano i tre principali rivali allo scettro di segretario del Pd? Anche Zingaretti è per Timmermans?

Mail box

 

Quando siamo in pericolole reazioni sono imprevedibili

La mail del lettore Melquiades sulla legittima difesa impone una riflessione. Nessuno può prevedere lo sviluppo di un incontro tra il ladro e il derubato nel cuore della notte dentro casa. L’istinto umano porta reazioni non preventivabili per entrambi. Il derubato svegliato di soprassalto non sa se l’intruso vuole solo prendere il suo portafogli oppure legare tutta la famiglia, picchiare, violentare o anche uccidere. Il padrone di casa o di bottega non sa se chi gli sta usando violenza – è il sentimento che provano tutti i derubati o rapinati, per lavoro mi occupo di sicurezza e so di cosa parlo – ha assunto cocaina per darsi coraggio e azzerare i propri limiti, se è un ladro di polli o se fa parte di una banda organizzata. Caro Melquiades, le sue sono solo parole, la realtà è ben diversa. Lo Stato si deve occupare della sicurezza dei cittadini, ma molto spesso non lo fa. Nel frattempo io non comprerò un’arma.

Riccardo Abozzi

 

C’è poco tempo per il pianeta: serve l’impegno di tutti

“Il clima è questione di vita o di morte”, ha affermato il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres durante il discorso di apertura alla Conferenza climatica Cop24 a Katowice in Polonia. È’ una dichiarazione apocalittica che dovrebbe far comprendere ai responsabili delle emissioni eccessive di gas serra la gravità della situazione e la necessità di intervenire tempestivamente e in maniera drastica a ridurre i veleni nell’atmosfera, cioè la Co2. L’Istituto superiore di Sanità parla di solo due generazioni, ovvero 20 anni, per salvare il pianeta dai cambiamenti climatici e dagli effetti devastanti che avranno sulla salute dell’uomo e dei territori. Se oggi le morti attribuibili al clima sono migliaia l’anno, nei prossimi anni saranno milioni. Il messaggio è chiaro e forte per chi ha una vera coscienza ecologica. Si tratta di raccoglierlo senza pensare all’ecologia come a una sorta di bizzarria intellettuale ma come a un impegno collettivo che ci può e ci deve aiutare a costruire un presente più vivibile e un futuro migliore per le generazioni che verranno.

Franco Petraglia

 

Partite Iva, la solita storia. Ci rimettono sempre i deboli

Sono una delle circa 2000 partite Iva Rai. Sarebbe più corretto parlare di false partite Iva, dal momento che siamo dipendenti a tutti gli effetti, ma questo è un altro discorso. Leggo di un emendamento alla manovra che non riconosce la flat tax al 15% alle “persone fisiche nei casi in cui l’attività sia esercitata nei confronti di datori” con i quali ha lavorato “nei due anni d’imposta precedenti”. Questo emendamento ha lo scopo di punire i “furbetti”, ma in questo caso colpisce le vittime, cornute e mazziate. Spero che qualcuno voglia correre ai ripari.

Francesco Palese

 

Continuare a lottare contro i poteri “forti”

Negli ultimi tempi gli esponenti del M5S hanno compiuto errori ed ingenuità, per cui ho riflettuto se votarli ancora alle prossime elezioni, come ho fatto il 4 marzo scorso. Poi la manifestazione di Torino dei poteri “forti” (ma fiacchi in democrazia) mi ha tolto ogni dubbio: rivoterò M5S. È ora che i poteri “deboli” italiani, non mafiosi, si muovano e facciano sentire forte la loro voce. Spero che il Fatto organizzi qualcosa di tangibile ed efficace, parteciperemo in tanti. Un vostro fedele abbonato.

Lettera non firmata

 

Esagerati gli attacchi a Di Maio. Intanto cosa farà l’alleato?

Ho apprezzato la disamina di Antonio Padellaro pubblicata domenica sulla frase di Mario Monti. A mio parere il danno d’immagine del ministro Di Maio è abbastanza relativo, data l’evidenza del tentativo di ingigantire un “caso” – di nessuna rilevanza politica – da parte di quegli organi di informazione che fanno capo agli editori cosiddetti “impuri”.

E ciò dopo anni di miopia verso situazioni di ben più grave portata che riguardavano gli allora “amici” di governo. La differenza abissale si sta evidenziando dal diverso atteggiamento a posteriori delle persone chiamate in causa. Confido che gli italiani riescano a cogliere le differenze. In riferimento a Salvini, vedremo se il capo leghista, che continua a dichiararsi uomo di parola e rispettoso del contratto di governo, lo sarà veramente. La prospettiva di un ribaltone, da più parti ipotizzata, personalmente mi fa rabbrividire, ma in quel caso Salvini dovrà assumersi la piena responsabilità dell’ennesimo tradimento della volontà degli elettori e poi pagarne il prezzo.

I sondaggi (pompati?) lo vedono in continua crescita, ma dovrebbe essergli di lezione e di esempio ciò che non molto tempo fa accadde ad un suo collega, che così velocemente come era salito al 40% altrettanto velocemente poi é precipitato al 18.

A questo mondo tutto è possibile, ma se così dovesse andare mi verrà voglia di gridare: “Fermate il mondo, voglio scendere!”.

Alessandro Capasso

Calcio e sessismo. E se a “twerkare” si fosse messo il dj (in mutande)?

 

Ha avuto cattivo gusto quel presentatore che l’altra sera ha chiesto alla giovane calciatrice che aveva appena vinto il primo Pallone d’oro femminile nella storia del calcio, nel chiederle di “scuotere le natiche” così in mondovisione. Ma sono piovute un sacco di critiche che forse peccavano di “sportività”, cioè non l’hanno presa come una buccia di banana pestata ma hanno subito gridato al sessismo. Il profilo Twitter dell’As Roma – pur puntando il dito – ha usato un tono simpatico, ma già il tennista Murray s’è lasciato andare a un discorso sul maschilismo nello sport che è andato un po’ oltre il singolo episodio. Infatti il conduttore non è un calciatore o altro ma un dj, quindi puntare il dito dicendo che “nello sport si è troppo machi” è esagerato. Sono partite importanti da giocare, quelle della parità tra uomo e donna, ma su altri campi. Stavolta i “buoni” hanno calciato il pallone sugli spalti.

Umberto Fasserli

 

Gentile Umberto, provi a immaginare questa scena. Luka Modric chiamato a ritirare il premio più prestigioso, il Pallone d’oro, in barba a Cristiano Ronaldo e a un’epoca che si chiude. Momento solenne, platea (maschile) in religioso silenzio. All’improvviso, mentre il campione croato solleva il riconoscimento e lo bacia, un’attrice qualsiasi – ma sufficientemente conosciuta – lo guarda e, con fare da spogliatoio femminile di una palestra che commenta l’ultima performance di Rocco Siffredi, domanda: “Ma tu le sai usare tutte, le palle?”. Gelo in sala, Modric imbarazzato, fino a quando le risatine generali di chi pensa di stare al bar dello sport scatenano un applauso da stadio. Le sembra un parallelo calzante? Non lo è. Per due motivi. Innanzi tutto perché, di fronte a un ambiente maschile, nessuna donna si sognerebbe mai di fare una battuta del genere. E poi perché, quand’anche succedesse, gli uomini penserebbero davvero a una goliardata. Ma è qui il problema. Alle donne, nello sport ma in qualsiasi altro settore, non viene riconosciuta una professionalità che prescinda dalla misura del reggiseno. Non si riesce a immaginare (anzi, ad accettare) che una donna possa fare carriera perché è brava (quanto o più di un uomo) e non perché è bona o è passata dal letto del suo capo. E questo vale ancora di più in ambienti che fino a qualche anno fa erano terreno esclusivo del genere maschile. Come lo spogliatoio. Ricordo ancora i commenti sulle prime donne che si occupavano di calcio in tv e, soprattutto, lo stupore quando si capì che – apperò – conoscevano persino i ruoli dei giocatori… Bene ha fatto il Pallone d’oro Ada Hegerberg a rispondere con un secco “no” alla battutaccia del dj Martin Solveig, ma avrebbe fatto ancora meglio ad approfittare della diretta mondiale per chiedergli di abbassarsi i pantaloni e mostrarle come si fa, il twerking.

Silvia D’Onghia

Prove (lente) di disgelo nel mare di Azov

Il cuore dell’export ucraino, ovvero il mare di Azov, ha ripreso a pulsare in modo quasi normale. La Russia ha consentito ad alcune navi di entrare nei porti di Mariupol e Berdyansk. Il 25 novembre scorso alcune corvette russe avevano realizzato il primo attacco scoperto contro diverse navi della marina militare di Kiev in entrata nello specchio d’acqua conteso, ferendo e arrestando 23 marinai, ora detenuti in un carcere di Mosca.

“I porti di Berdyansk e Mariupol sono stati parzialmente sbloccati”, ha dichiarato il ministro delle Infrastrutture di Kiev, Volodymyr Omelyan per poi aggiungere che “però ci sono ancora 17 navi in attesa di entrare nel mar di Azov e una sta aspettando di lasciarlo”.

Con l’annessione unilaterale della Crimea – sponda occidentale del mare di Azov – da parte di Mosca nel 2014, il Cremlino rivendica illegalmente il controllo dello stretto, regolato da un trattato del 2003 in cui con Kiev si erano accordate sulla sua neutralità e dunque sulla condivisione di queste acque strategiche per il commercio. A seguito dello scontro del mese scorso, l’Ucraina ha messo in allerta l’esercito e imposto la legge marziale nelle regioni di confine dove si trovano le province del Donbass, martoriato da un conflitto tra forze governative e separatisti sostenuti dai russi.

Il primo colpo inferto dalla zar Vlad (Putin) all’Ucraina, rea di aver fatto la rivoluzione di EuroMaidan per uscire dall’orbita russa e avvicinarsi all’Europa, fu l’annessione unilaterale della Crimea, quindi il conflitto del Donbass, terzo la costruzione del ponte sullo stretto di Kerch. Inaugurato il 15 maggio scorso da Putin in persona e costato ben 2,6 miliardi di euro, l’opera lunga 19 chilometri è stata pensata come una trappola geopolitica. Pur essendo il ponte più lungo d’Europa è anche il più basso, allo scopo di impedire alle petroliere e alle enormi navi cargo di passare per raggiungere Mariupol e Berdyansk.

Intanto Jens Stoltenberg, il segretario generale della Nato ha sottolineato che “l’Alleanza ha ampliato la propria attività nel Mar Nero negli ultimi anni. Le nostre navi quest’anno sono state 120 giorni nel Mar Nero, rispetto agli 80 giorni dell’anno precedente. Abbiamo aumentato la nostra presenza in maniera significativa e continueremo a fornire supporto pratico e politico all’Ucraina”. Stoltenberg lo ha reso noto dopo l’incontro con i ministri degli Esteri di Ucraina e Georgia. “Questo meeting è stato un messaggio importante per la Russia. Tutti i membri della Nato hanno incontrato i ministri di Ucraina e Georgia: sono tutti impegnati a proseguire la collaborazione con i due Paesi”, dice Stoltenberg.

Regeni, 5 indagati. “E in Egitto ancora turture e abusi”

In Egitto esiste un unico canale giudiziario diretto che va dall’arresto alla condanna, passando per le torture finalizzate a estorcere ammissioni di colpevolezza, spesso a chi non ha nulla da confessare. Come nel caso di Giulio Regeni, il ricercatore friulano ritrovato morto al Cairo quasi tre anni fa con evidenti segni di sevizie sul corpo. È la fotografia contenuta nel report che la Commissione egiziana per i diritti e le libertà presenterà nei prossimi giorni e da domani sarà sulle scrivanie del procuratore Giuseppe Pignatone e del pm Sergio Colaiocco che incontreranno la famiglia Regeni, l’avvocato Alessandra Ballerini e uno dei loro consulenti Ahmed Abdallah, tra i fondatori e presidente di Ecrf, che ha trascorso sei mesi in carcere nel 2016 per il suo impegno nella difesa dei diritti. Il dossier spiega come il sistema di sicurezza egiziano passi dalle percosse all’applicazione di elettrodi per indurre scosse elettriche, allo stupro, compiuto anche con spranghe di ferro. Procedure autorizzate dal presidente al-Sisi e attuate dalla National security che sottopone i detenuti a violenti interrogatori, lunghi dai tre giorni a una o più settimane.

Nelle maglie della “giustizia” del regime c’è Amal Fathy, moglie dell’attivista Mohamed Lofty, direttore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà che sin dall’inizio ha garantito assistenza ai Regeni. La donna è ancora in carcere dopo l’ennesimo rinvio dell’udienza del processo lo scorso 25 novembre in attesa, il 30 dicembre, dell’udienza finale e la sentenza: è accusata in due procedimenti: uno per calunnie, per il quale è stata già condannata a 2 anni, e l’altro per terrorismo. Tra coloro in attesa di essere portati davanti a un tribunale c’è anche Wael Abbas, reporter e blogger egiziano che ha vinto diversi premi internazionali. Dal 23 maggio scorso è in carcere senza essere mai comparso davanti al giudice che deve formalizzare le accuse. I suoi familiari temono che abbia subito torture. Per il giornalista, come pure per Amal Fathy, l’unica vera colpa è di aver manifestato dissenso verso il regime e aver denunciato violazioni e abusi nei confronti del popolo egiziano. Abbas, in particolare, ha pubblicato sul suo blog Misr Digital numerosi articoli su casi accertati di tortura perpetrati dalla polizia egiziana. In particolare il blogger ha avuto un ruolo chiave nella pubblicazione di un video che mostrava due poliziotti che assalivano sessualmente il conducente di un minibus, Imad al-Kabeer. Gli agenti identificati grazie al filmato sono stati incriminati e condannati a tre anni di carcere. Questo è stato uno dei pochi casi di abusi compiuti da forze di sicurezza egiziani che si è concluso con un verdetto di condanna e ha scatenato un’ondata di cyberattivismo, in particolare contro le torture nei centri di detenzione, che ha portato alla creazione di un movimento online chiamato “Egiziani contro la tortura”.

Il report della “Commissione egiziana per i diritti e le libertà” viene presentato a poche ore dall’iscrizione nel registro degli indagati da parte dei magistrati romani di 5 funzionari dell’intelligence civile cairota accusati per il sequestro di Giulio Regeni. In particolare il generale Sabir Tareq, i colonnelli Usham Helmy e Ather Kamal e il maggiore Magdi Sharif. Tra i profili emersi anche quello dell’agente Mhamoud Najem.

Ufficiali, alti funzionari e agenti che si sono adoperati per mettere sotto controllo Regeni dopo la denuncia di Mohamed Abdallah, figura di spicco nel sindacato degli ambulanti, che aveva raccontato come Regeni fosse “una spia”. Fino alla sparizione del ricercatore italiano, di cui si perdono le tracce il 25 gennaio e il cui corpo viene ritrovato trucidato il 3 febbraio 2016.