Macron cede ai gilet gialli. L’austerity è meno forte

La marcia indietro di Emmanuel Macron sui gilet gialli potrebbe non bastare. E non solo perché una parte del movimento ha già annunciato che non si accontenta e sfilerà comunque a Parigi l’8 dicembre, non solo perché la protesta ha contagiato gli studenti che lunedì hanno dato vita a 100 blocchi in tutto il Paese, ma perché il bersaglio vero della rivolta, come segnala Le Monde, è proprio lui, il presidente della Repubblica. “Macron démission”, il grido che caratterizza le piazze, è più di uno slogan, è un orizzonte politico che vorrebbe rimettere in discussione l’ordine istituzionale uscito dalle elezioni del 2017. E per questo stesso motivo la protesta non riguarda solo la Francia, ma l’Europa: in discussione c’è infatti la politica generale seguita dall’Unione e che ha prodotto uno scollamento, in Francia quanto mai visibile, tra “l’alto” e il “basso”, il “Re” come ormai i giornali definiscono Macron, e il “popolo”.

Aumenti congelati. Ieri il presidente ha congelato gli aumenti di carburante e si è spinto anche ad annunciare il blocco delle bollette elettriche. L’annuncio è stato fatto dal primo ministro Eduard Philippe – “Abbiamo ascoltato la collera dei francesi, l’unità civile non può essere messa in discussione da una tassa” – ma è stato dettato dallo stesso Macron che ha ricevuto all’Eliseo un rappresentante dei gilet gialli. Tentativo, questo, di una divisione del movimento articolato tra un’ala molto dura e una parte, non si sa quanto ampia, che potrebbe accettare il dialogo.

La protesta è chiaramente sfuggita di mano e interpella il modo in cui Macron si è fatto paladino delle riforme economiche e del “cambiamento” che ha promesso in ogni angolo del Paese. Nei locali della redazione di Mediapart, il giornale internet francese diretto da Edwy Plenel, non hanno dubbi su questo aspetto: “La traiettoria di Macron assomiglia molto a quella del ‘vostro’ Matteo Renzi, una parabola ascendente fondata sulle promesse fatte e poi una caduta improvvisa, dopo che le promesse non sono state mantenute”. Il ragionamento riflette il messaggio che la campagna Macron aveva inviato ai francesi: basta con le vecchie politiche di destra e di sinistra, è venuto il momento di un cambiamento radicale. E invece si è andato avanti con lo stesso schema.

Le avvisaglie di quanto sta accadendo del resto erano state ampiamente descritte non tanto dai partiti di opposizione – Rassemblement National di Marine Le Pen cerca di intestarsi la protesta così come la France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, con risultati non incoraggianti – ma dall’establishment di cui Macron è espressione.

Viva i ricchi. Il giornale economico Les Echos pubblicava nel maggio di quest’anno un rapporto dell’Ofce, l’Osservatorio francese sulla congiuntura economica, che diceva alcune semplici cose: le misure economiche favoriscono il 5% più ricco dei francesi e danneggiano, soprattutto per l’aumento del prezzo dei carburanti e per il contestuale aumento delle sigarette, il 5% più povero. Macron si è distinto, infatti, per l’abolizione dell’Imposta di solidarietà sulle fortune (Isf, una sorta di patrimoniale), per l’introduzione di una flat tax sui redditi finanziari, per la riduzione delle tasse sulle società con una riduzione complessiva di imposte di circa 15 miliardi a vantaggio di non più di 300 mila contribuenti.

Oltre a impattare sul 5% più povero, l’aumento della contribuzione sociale, utilizzata per aumentare di poco i salari più bassi, quindi con una redistribuzione tutta interna al lavoro dipendente, ha toccato in profondità un 25% di classe media che ha visto ridurre il proprio reddito. Il classico Robin Hood alla rovescia che si è visto scaricare addosso la “collera”, come dice Philippe, la stessa con la quale, ora, dopo la rivolta del 1 dicembre, “non si può non discutere”.

Ma lo slogan “Macron demission” non si arresterà. La Francia deve fronteggiare la rigidità del suo sistema istituzionale: il presidente della Repubblica, eletto per 5 anni, inamovibile e forte dei suoi poteri, il nuovo “re”, appunto, è anche il capo dell’esecutivo. Di fronte a una protesta uno dei due poli deve cedere. E se cede il “re”, questo potrebbe finire per cadere.

Poteri in crisi. La debolezza di Macron però è spia di una crisi profonda dell’establishment europeo, lo stesso contro cui si sta scontrando l’Italia. Il governo Conte finirà probabilmente per trovare una mediazione onorevole, anche perché a Bruxelles non se la passano bene. Ma la filosofia che regola le politiche economiche europee da oltre venti anni, è messa in discussione dalla rivolta dei gilet gialli. Anche perché questi non esprimono classicamente la protesta dei tradizionali “corpi intermedi”. Costituiscono un fenomeno che ancora sfugge all’analisi: classi popolari rurali e dei piccoli centri, eppure in grado, al netto di infiltrazioni di estrema destra ed estrema sinistra che ci sono state, di tenere testa alla polizia sugli Champs Elysees. Classe media impoverita con un programma che è difficile definire di destra o di sinistra, ma che più precisamente è espressione del “basso” contro “l’alto”. Il popolo contro il Re. Che oggi ha il volto di Macron, domani potrebbe avere quello di Bruxelles.

Sale a 15 mila euro il tetto al contante per i turisti stranieri

Si allenta la stretta del contante anche per i turisti stranieri europei che sale da 10 mila a 15.000 euro. Lo prevede un emendamento alla manovra presentato da Fratelli d’Italia e approvato in commissione Bilancio della Camera. La misura farebbe così salire il tetto del cash, che potrà essere speso in servizi turistici e commercio al dettaglio, ampliando anche la platea dei beneficiari, oggi limitata ai turisti non appartenenti all’Ue. L’attuale tetto in vigore è stato introdotto dal governo Monti con il decreto Salva Italia nel 2011 che nelle scure sul taglio dei contanti in Italia aveva però fatto salvi gli acquisti dei turisti extra Ue: russi, giapponesi e cinesi che ora potranno continuare a poter comprare in contanti spendendo fino a 15 mila euro insieme ai turisti europei. Il possibile stop al tetto di utilizzo per il contante già lo scorso giugno aveva diviso i due vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. “Per me – aveva detto Salvini – non ci dovrebbe essere nessun limite alla spesa per denaro contante: ognuno è libero di pagare come vuole e quanto vuole”. Di Maio aveva chiarito l’orientamento del governo: “Nel contratto questo punto non c’è, lavoriamo su altri fronti: eliminare i costi sui pagamenti elettronici”.

La manovra in balia della trattativa con l’Ue

Le lungaggini della trattativa con Bruxelles sulla manovra iniziano a mettere in imbarazzo il governo. Ma dallo stallo emergono le prime certezze. A fissarle è stato ieri Giovanni Tria. Il ministro si è dovuto presentare in commissione Bilancio alla Camera dove i lavori sulla legge di bilancio 2019 procedono a rilento. Ne è nato un siparietto curioso. Tria pensava di dare solo un’informativa. I deputati dell’opposizione pensavano a un’audizione e volevano porre domande. È scoppiata la protesta. “Se non vi va bene me ne posso andare”, ha sbottato il ministro. Risultato: le domande sono arrivate, ma non le risposte. La motivazione è la solita: non c’è accordo, il dialogo è in corso e quindi dettagli da fornire non ce ne sono.

Qualcosa però Tria ha detto. In sostanza ha spiegato che il negoziato riguarda la possibile riduzione del deficit, quello fissato in manovra al 2,4% del Pil per il prossimo anno che ha spinto la Commissione a bocciare il testo (la richiesta informale era di non superare l’1,6%). Il ministro ha spiegato quel che è “normale per gli addetti ai lavori”: l’economia italiana sta rallentando, segnali simili si intravedono in altri Paesi, e in “in questi casi serve una manovra espansiva”. A far indietreggiare il governo è stato l’aumento dello spread a 300, “che danneggia l’economia ma è causato non dal deficit ma dallo scontro con la Commissione”.

Il ministro ha poi confermato che “ci sono diverse opzioni sul tavolo e i tempi sono stretti” ma la strada scelta è quella di ottenere risparmi dalle misure più rilevanti della manovra, reddito di cittadinanza e Quota 100 (la revisione della legge Fornero), che valgono 16 miliardi. Come noto l’obiettivo del governo è destinarli agli investimenti e alle spese “eccezionali” (come il dissesto idrogeologico), per cui si può chiedere lo scorporo dal disavanzo. Richiesta che per Tria riguarda anche “spese già preventivate”. Il riferimento è ai 3,5 miliardi (lo 0,2% del Pil) per far fronte ai danni del maltempo inseriti nei documenti di bilancio rivisti dopo la bocciatura di Bruxelles. Tria non lo dice ma il governo spera di ottenere uno scorporo di almeno lo 0,2% e destinare il resto dei risparmi alla riduzione del deficit. Si discute insomma se arrivare a un disavanzo del 2% del Pil. Bruxelles vuole che si scenda, anche di poco, sotto questa cifra. In ogni caso, ha spiegato il ministro “ serve una decisione politica”. I partiti di maggioranza devono decidere cosa fare. Tria ha poi annunciato “misure aggiuntive per far calare il debito”. Quasi certamente saranno cessioni di immobili pubblici (in manovra sono stimate in 18 miliardi quest’anno).

Intanto in commissione alla Camera ci si prepara ad approvare una prima versione della manovra, nella certezza che il Senato farà in seconda lettura le modifiche più corpose. Il governo dovrebbe blindare il testo con la fiducia, sia a Montecitorio che al Senato, su un maxi-emendamento che recepisca l’intero testo. Nel frattempo vengono approvate solo misure micro-settoriali. Il testo vero si vedrà probabilmente solo la settimana prima di Natale, entro il 13 per evitare la procedura d’infrazione, una volta chiusa la trattativa con l’Ue affidata da Luigi Di Maio e Matteo Salvini al premier Giuseppe Conte. Ieri il commissario Ue Pierre Moscovici ha ribadito che serve un “impegno concreto e nel quadro delle regole”. Il governo non è intenzionato a capitolare. Ma la sfida alla disciplina fiscale dell’eurozona rischia di uscirne depotenziata.

Euro, il cordone sanitario anti-crisi intorno all’Italia

La buona notizia è che i capi di governo dei Paesi dell’eurozona, dopo un negoziato di 19 ore, hanno trovato un accordo su come riformare l’area della moneta unica. La cattiva notizia è che questo accordo sembra tanto il tentativo di costruire una rete di sicurezza per gestire una eventuale crisi italiana, forse perfino un’uscita dall’euro, senza che questa travolga l’eurozona. E il governo Conte, con il ministro dell’Economia Giovanni Tria, ha detto sì alle stesse riforme che aveva bloccato a metà novembre.

Nel frattempo sono cambiati i rapporti con la Commissione: ora che un accordo sulla manovra 2019 sembra a portata di mano, il via libera dell’Italia alla riforma dell’eurozona sarà sicuramente visto a Bruxelles come un segnale di collaborazione. E il clima disteso si capisce anche dal comunicato dell’eurogruppo guidato dal portoghese Mario Centeno: si parla delle violazioni delle regole da parte dell’Italia, ma non c’è alcun accenno alla procedura d’infrazione per debito eccessivo.

Vediamo le novità decise dai governi per la zona euro. La prima è innocua per l’Italia: il fondo salva Stati Esm fornirà risorse al Fondo unico di risoluzione per gestire le crisi bancarie, forse già dal 2020 (invece che dal 2024). Poi c’è una novità apparentemente inspiegabile: viene rafforzata la linea di credito precauzionale (Pccl) che il fondo salva Stati può erogare a Paesi che hanno i conti sotto controllo, con il deficit sotto il 3 per cento del Pil, un debito “sostenibile” e che si impegnano a rimanere in regola. Perché un Paese con finanze pubbliche così a posto dovrebbe mai aver bisogno di prestiti al fondo salva Stati invece che finanziarsi regolarmente sul mercato?

Ci sono due possibili risposte. La prima: la Germania è così ossessionata dal timore che qualche governo del Sud Europa possa far pagare le proprie crisi ai contribuenti tedeschi da aver imposto criteri troppo stringenti per essere rispettati. La seconda risposta, coerente con quanto suggeriscono osservatori qualificati delle istituzioni e della finanza, è molto più inquietante: l’unico caso in cui Paesi con le finanze in ordine – Spagna, Portogallo, Irlanda – non riescono a finanziarsi sul mercato è quello di “uno choc negativo al di là del loro controllo”, come si legge nel comunicato dell’Eurogruppo. Tradotto: quelle linee di credito precauzionali servono a evitare il contagio nel caso uno dei Paesi della moneta unica minacci di destabilizzare l’intera eurozona. E l’unico Stato che a oggi potrebbe porre questa minaccia è l’Italia governata dalla coalizione gialloverde.

Il solo fatto che venga ipotizzato questo scenario, anche se non esplicitato, rende più probabile che si concretizzi, con il conseguente aumento dei tassi di interesse sul debito italiano.

I governi dell’eurozona hanno anche concordato sulla necessità di introdurre clausole di azione collettiva (Cac) sul debito pubblico entro il 2022, un impegno che sarà inserito nel trattato del fondo salva Stati Esm. Le Cac servono per evitare il bis dell’Argentina: quando un Paese vuole ristrutturare il debito (fare bancarotta) cerca un accordo con i creditori che accettano un taglio del rimborso. Se alcuni creditori non aderiscono, come hanno fatto in Argentina alcuni fondi “avvoltoi”, possono riuscire a ottenere il rimborso pieno. Per evitare questi comportamenti opportunistici, le Cac prevedono che se si raggiunge una certa massa critica di creditori d’accordo con la ristrutturazione, il taglio si applichi a tutto il debito rilevante e non solo ad alcune classi di titoli togliendo il potere dei creditori di opporsi a soluzioni condivise. Costruire strumenti anti-crisi è sempre lodevole, ma a volte indica il timore che una crisi sia dietro l’angolo.

Dottoressa colpita da un cacciavite: “Hai ucciso mia madre”

Una donna medico dell’ospedale civile San Giovanni di Dio di Crotone, Maria Carmela Calindro, di 56 anni, è ricoverata in gravi condizioni dopo essere stata aggredita ieri pomeriggio nel piazzale antistante alla struttura. Secondo la prima ricostruzione un uomo, la cui madre era ricoverata nel reparto della dottoressa, ha ferito al collo con un cacciavite la professionista, insultandola di non aver fatto abbastanza per curare la congiunta. L’aggressore è stato fermato dagli agenti anche grazie all’intervento di un venditore ambulante extracomunitario che ha dato l’allarme: “Devi essere punita. Hai fatto morire mia madre”. Così l’aggressore Luigi Amoruso si è rivolto alla dottoressa. L’uomo, disoccupato cinquantenne, è stato arrestato in serata con l’accusa di tentato omicidio. Secondo quanto è emerso dalle indagini, la madre di Amoruso è deceduta nel 2017 a causa di un carcinoma nel reparto di Medicina generale dell’ospedale di Crotone dove è in servizio la dottoressa Calindro: “È stata salvata da un cittadino extracomunitario – dichiara il legale della dottoressa – senza il suo coraggioso intervento staremmo raccontando un’altra storia”.

Preso “zu” Settimo. È già finita la prima Cupola post-Riina

Ottanta anni, il curriculum criminale di un travet di Cosa Nostra, fin dal maxiprocesso di Falcone (condannato a 5 anni) e a una nuova condanna 11 anni nel 2001: per magistrati e investigatori è il gioielliere Settimo Mineo, negozio nei pressi della stazione centrale, indicato con una certa enfasi dalla politica come “l’erede di Totò Riina”, il nuovo capo della Cupola palermitana che ricostituita a 26 anni dalle stragi (anche se, assicura il procuratore nazionale Federico Cafiero De Raho, “la strategia stragista non è più condivisa”) è stata disarticolata dall’inchiesta “Nuova Cupola”, condotta dai carabinieri del comando provinciale e coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Salvatore De Luca e dai pm Francesca Mazzocco, Amelia Luise, Dario Scaletta, Gaspare Spedale e Bruno Brucoli che ha spedito in carcere 46 tra boss e gregari e ha ricostruito gli assetti dei clan palermitani di Porta Nuova, Pagliarelli, Bagheria, Villabate e Misilmeri riuniti adesso sotto l’ombrello decisionale della nuova commissione riunita il 28 maggio in una zona di Palermo che gli investigatori collocano nei pressi di viale Michelangelo. A svelare i nuovi assetti di vertice è una microspia piazzata dai carabinieri in una Panda, con a bordo Francesco Colletti, reggente del mandamento di Villabate che rivela a un altro affiliato, Filippo Cusimano, i dettagli della prima riunione della Commissione provinciale dal ’93, avvenuta a Palermo il 28 maggio scorso, in cui vengono fissate le nuove regole: “È una regola proprio la prima! Nessuno è autorizzato a poter parlare dentro la casa degli altri… siccome c’è un referente…”, rivela Colletti.

Rapporti tra mandamenti tenuti soltanto dai nuovi reggenti per evitare equivoci che in Cosa Nostra si pagano con la vita, e ora regolati dalla commissione all’interno della quale lo “zio Settimo”, o “il vecchio”’, come viene chiamato il boss dagli affiliati, sembra avere un ruolo di primus inter pares: “Ci parte lo zu’ Settimo – aggiunge Colletti – io mi ricevo a chiunque, però se sbagliano ve lo faccio sapere che… me lo porto… me lo filo… così dice?… e diciamo così… io vengo qua e vi dico dov’è… l’errore… pure che lo ha fatto quello… lo hai fatto tu se è di Villabate… lo hai fatto tu se è di Tommaso Natale… o lo hai fatto tu se sei della Piana… o tu se sei di San Giuseppe Jato… o tu se sei di Corleone… mi spiego?… l’errore lo avete fatto voi… – dice – ma io non ne sapevo niente… di testa sua… è proprio per questo lo devi mandare”. E, chiosano gli investigatori, “il riferimento ai mandamenti di San Giuseppe Jato e Corleone, correlato a quello dei vecchi di paese che erano presenti alla riunione, lascia ritenere che tutte e 15 le articolazioni mandamentali di cosa nostra palermitana erano rappresentate nel corso della riunione”. Che non è stata l’unica, a sentire la voce di Colletti, che intercettato l’ottobre successivo, rimproverando Cusimano per una relazione extraconiugale, citava una “regola scritta”: “Ieri… (abbassa il tono di voce, ndr) una riunione generale e c’è un … una cosa scritta che ti farò leggere… ma tutti quanti… la prima di tutti c’è scritto questo… c’è scritto che non ne puoi avere ingazzamenti (relazioni extraconiugali,ndr) proprio è chiaro”mettere fuori a chiunque con.. tutti sti discorsi” capito?”.

E per spiegare che Cosa Nostra tollera un’avventura ma condanna una relazione, specifica: “Perché non è una scopata… non è che la c’è scritto che uno non può scopare (ride, ndr) però una cosa è una relazione una cosa è minchia me ne sono andato alla fiera e mi sono tignato tre femmine tutte in una sera, questo lo sappiamo noialtri, ci siamo? sono cose diverse, chi non ha peccato scagli la prima pietra’’.

Nelle oltre 3.000 pagine dell’ordinanza non solo estorsioni, scommesse illegali, mediazioni per sanare contrasti nella vita quotidiana del boss refrattario ai cellulari e ossessionato dalle microspie, ma anche “cogestioni tra Cosa nostra e ndrangheta e la camorra, soprattutto per il traffico di cocaina” come rivela Cafiero De Raho – e anche in materia di rifiuti e in tanti settori” e anche un poliziotto-talpa: “Questo Scaduto ha un poliziotto… un poliziotto amico… – dice Colletti a Francesco Cusimano il 10 ottobre del 2017 – dice purtroppo dice questo è cresciuto due porte più avanti di dove stiamo io con i miei parenti, dice lo conosco picciriddu… quando lui era picciriddu… dice lo sai ogni tanto mi saluta… Criminalpol… Palermo… lui… manco gli abbiamo chiesto se è qua sotto se è la sopra. Cioè l’altra volta mi ha detto… dice… di stare attento agli ultimi arresti che ci sono stati… dice… tu dovevi essere pure arrestato’’.

Conte e Di Maio incontrano gli industriali torinesi

La nota ufficiale è stata diffusa ieri pomeriggio: oggi il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, insieme al ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, e al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, riceverà alle 11 a Palazzo Chigi una delegazione di rappresentanti industriali e imprenditoriali piemontesi. Si tratta dei rappresentanti delle 33 associazioni che il 10 novembre, dopo la manifestazione dei 40 mila ‘Sì Tav’, hanno incontrato il prefetto di Torino e hanno sollecitato un incontro con il governo. La delegazione, guidata dal presidente dell’Unione Industriale di Torino, Dario Gallina e dell’Api Corrado Alberto, sarà formata da una decina di persone: saranno rappresentati, oltre all’industria, il commercio, l’artigianato, l’agricoltura, le cooperative, gli ordini professionali e il sindacato. “Ribadiremo al premier l’importanza di continuare le opere per la Torino-Lione, opera strategica per il territorio e per l’Italia. Gli diremo che non intendiamo indietreggiare e che la Tav non può essere merce di scambi e compromessi politici”, ha spiegato Gallina.

Appalti rinviati l’intesa Italia-Francia congela 2 miliardi

Le gare d’appalto da 2,3 miliardi per l’avvio dei lavori della Torino-Lione non saranno pubblicate a dicembre: ad annunciarlo, ieri, è stato il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli con un post su Facebook in cui ha spiegato di aver firmato una lettera con la sua omologa francese Elizabeth Borne per chiedere a Telt, la società incaricata di realizzare il tunnel di base, di “pubblicare oltre la fine del 2018 i bandi attesi per dicembre”. Nel dettaglio, previsti per il 17 dicembre.

Si tratta, di fatto, di una operazione per congelare – e non per sbloccare, come riferito ieri da diverse testate – la procedura dopo che a novembre lo stesso Toninelli aveva raggiunto un accordo verbale con la Borne in attesa dei risultati dell’analisi costi-benefici di cui è incaricato il gruppo di esperti nominato dal ministero. Era già stato ipotizzato che se ne sarebbe riparlato a febbraio, a gennaio potrebbe arrivare la sola relazione. “La Francia condivide il nostro metodo e l’opportunità di una analisi costi-benefici approfondita e finalmente obiettiva sul Tav Torino-Lione” ha aggiunto il ministro. Quello di Telt, inoltre, sarebbe il primo vero grande appalto per la linea Torino – Lione, che renderebbe molto più complesso bloccare l’opera senza penali e senza danneggiare l’interesse delle eventuali imprese aggiudicatrici.

Un accordo che arriva poco dopo la decisione della Commissione europea di finanziare ancora di più le grandi infrastrutture europee transfrontaliere (quasi tutte ferroviarie) passando a coprire il costo dei lavori dall’attuale 40 per cento al 50 per cento nel prossimo bilancio (2021-2027). Finanziamenti che pioveranno anche su Tav e tunnel del Brennero di circa 1,1 miliardi di euro.

Boccia, non basta il Tav per farsi ascoltare

Che ci sia un certo malessere tra le imprese del Nord che temono la recessione e le scelte del governo è evidente. Ma che sia il tipografo Vincenzo Boccia, presidente di quel che resta di Confindustria, a mettersi a capo del “partito del Pil” è assai meno ovvio. Anzi, con una battuta Matteo Salvini ha subito escluso la legittimazione che sperava di aver conquistato con l’evento pro-Tav di lunedì a Torino.

“C’è qualcuno che è stato zitto per anni, quando gli italiani, gli imprenditori, gli artigiani, venivano massacrati. Ci lasciassero lavorare e vedranno che l’Italia sarà molto meglio di come l’abbiamo ereditata”, ha detto Salvini. Fine del ruolo di Boccia come controparte. Il leader leghista, magnanimo, dice che però se Boccia passa dal ministero, gli può offrire “un caffè”.

Questo non significa che il dialogo tra Lega e industriali si sia interrotto. Anzi: da mesi Edoardo Rixi da Genova, Massimo Garavaglia per la Lombardia, Armando Siri su alcuni dossier (tipo cercare di dirottare risorse dal reddito di cittadinanza alle imprese) sono interlocutori costanti. È Boccia il problema. Due mesi fa il presidente di Confindustria, ancora traumatizzato dal decreto Dignità voluto dai 5Stelle, si era sbilanciato: “Crediamo fortemente nella Lega”. Il pur battagliero presidente di Confindustria Lombardia, Marco Bonometti, lo aveva richiamato: “Confindustria rimane apartitica, non scherziamo”. Ma Boccia si è dimostrato sempre più inquieto. Durante la sua gestione è successo di tutto: Confindustria ha quasi perso il Sole 24 Ore per i buchi di bilancio; poi c’è lo scandalo di Antonello Montante, pilastro dell’associazione in Sicilia e a lungo simbolo di legalità, arrestato per associazione a delinquere in un turbinio di dossier e intercettazioni che hanno rivelato le faide interne. La morte di Sergio Marchionne si è trasformata in un’altra discesa lungo la scala dell’irrilevanza, con Boccia e Confindustria che omaggiavano il manager che aveva portato la Fiat fuori dall’associazione, stanco dei suoi costosi e inutili rituali. Osteggiato dai5Stelle e ignorato dalla Lega, Boccia si è messo in cerca di una battaglia che gli garantisse visibilità e l’ambita convocazione a Palazzo Chigi per negoziare col governo da pari. E ha scelto la più improbabile: quella per il Tav, argomento cui il pur loquace imprenditore salernitano aveva dedicato un paio di dichiarazioni nell’arco della sua vita pubblica.

Altri pezzi di Confindustria stanno conducendo battaglie più specifiche. Federmeccanica si è convertita all’attivismo social lanciando una petizione su Change.org per salvare le 400 ore di alternanza scuola-lavoro. Altri industriali contestano il pacchetto fiscale in manovra: per fare un accenno di flat taxalle partite Iva, 331 milioni di beneficio, si cancellano agevolazioni come Ace e Iri col risultato che per le imprese ci sono 6 miliardi in più di tasse.

Ma tutto questo a Boccia interessa ben poco: quando ha capito che vari malesseri torinesi si stavano saldando intorno al Tav (e al rallentamento dell’auto, la vera minaccia per l’economia piemontese), si è scoperto campione di carotaggi e tunnel geognostici. Il tutto per poter intimare al premier Conte sul negoziato con la Ue: “Convinca i suoi vice o si dimetta”.

Il risultato di tutto questo attivismo, sarà, se va bene, un caffè con Salvini. Ma Boccia è uno che sa accontentarsi.

“Tav superato più che inutile. Chi lo vuole non lo conosce”

La sua idea non cambia e per difenderla ha anche dovuto affrontare un processo: aveva detto che il Tav “va sabotato” ed era stato accusato (e poi assolto) per istigazione a delinquere. “Era un processo sperimentale che è fallito”, dice lui. Per Erri De Luca la Torino-Lione resta un’opera inutile, addirittura “scaduta”. Non si lascia convincere dalle “madamine” o dal presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, lo scrittore rimane vicino agli abitanti della Val di Susa, un sostenitore di quel movimento No Tav che sabato torna in piazza a Torino per ribadire la sua contrarietà alla grande opera.

Erri De Luca, sabato sarà a Torino con i No Tav?

No, sarò fuori dall’Italia, ma ho mandato un testo che verrà letto nell’occasione. Sostengo la manifestazione, che sarà gioiosa e spernacchiante.

Confindustria e le altre associazioni datoriali hanno firmato un documento a favore dell’opera e chiesto al governo di andare avanti. Come valuta questa iniziativa?

Si uniscono a quelle decine di ministri e capi dei governi precedenti che da decenni affermano che l’opera va fatta. Intanto non è stato gettato neanche un centimetro di binario di quella famigerata linea ferroviaria. Continuano a parlarne. La Torino-Lione è inutile, scaduta e si aggiungerà a quel catalogo delle opere incompiute con grande spreco di denaro pubblico.

Oltre agli imprenditori, il 10 novembre a Torino hanno manifestato molti cittadini favorevoli nell’evento organizzato dalle sette “madamine”.

Era più una manifestazione contro la sindaca. Il fatto che parlassero della Torino-Lione era un pretesto. Le madamine non sanno del Tav niente e continuano a non saperne niente. La borghesia non manifesta, accumula.

Esiste il rischio che il Movimento 5 Stelle, dopo non aver mantenuto le promesse sull’Ilva e il Tap, possa cambiare idea sulla Torino-Lione?

Si sono rimangiati tante di quelle promesse che non mi stupirebbe una ritirata. Che si ritirino o no, quell’opera resta impraticabile e non sarà fatta. D’altronde, di ministri che volevano fare quell’opera ne abbiamo avuti tanti ma comunque ancora non c’è.

Com’è nata la sua vicinanza al movimento No Tav?

Nel 2005 con Gianmaria Testa ero stato invitato a tenere concerti a Torino, “Chisciotte e gli invincibili”. Parlavo della Val di Susa come uno di quegli esemplari moderni di invincibilità. I No Tav mi invitarono da loro a Venaus, dove doveva sorgere il primo cantiere e avevano fatto un primo presidio. Proprio la notte, dopo la mia visita, il presidio era stato colpito e distrutto. Il giorno dopo la vallata era scesa in piazza. Io sono stato richiamato e mi sono ritrovato insieme agli altri. Dopo quell’infamia notturna l’opera è stata sospesa per anni. Da allora sono stato spesso in Val di Susa e dieci anni dopo mi è arrivata l’incriminazione per una cosa che ho detto al telefono, ma che avevo ripetuto molte volte dal vivo.

Molti potrebbero chiedersi perché gli intellettuali e gli artisti debbano intervenire sul tema?

Per dare la possibilità di essere ascoltati. Quella incriminazione che mi ha tenuto compagnia per un paio di anni è servita a dare più voce e ascolto a quella piazza. Credo di essere stato un utile strumento di amplificazione per quella vallata.

Perché un abitante di un’altra regione dovrebbe appoggiare i No Tav?

Perché quell’esperimento di democrazia diffusa e di base ha ottenuto risultati grandiosi. È un’esperienza esemplare.