Un addio da mezzo milione di euro: dal primo gennaio 2019 Michele Uva non sarà più il potente e temuto direttore generale della Federcalcio. Uomo di Malagò (viene dal Coni, dove potrebbe rientrare), amico degli Agnelli, aveva retto praticamente da solo la baracca durante il commissariamento, facendosi molti nemici. Infatti uno dei primi atti del nuovo governo di Gabriele Gravina è stato allontanarlo: prima sospeso (con tanto di minacce di causa), poi in “ferie forzate” sino al termine del 2018, alla fine le parti hanno trovato un accordo. “Risoluzione consensuale”. Il perché è presto detto: pare che per lasciare il suo ufficio in via Allegri Uva percepirà una buonuscita di circa 350 mila euro. In Figc non vedevano l’ora di liberarsene, a qualunque prezzo (mezzo milione di costo aziendale non è neanche troppo). Lui si accontenterà di un assegno a cinque zeri, in attesa di nuove sfide. Del resto un’altra poltrona da occupare ce l’ha già: è anche vicepresidente Uefa, dove continuerà a rappresentare l’Italia (ma non più la Figc).
Giornalisti minacciati dalla mafia: proposto un fondo di solidarietà
È stata di Michele Albanese, cronista del Quotidiano del Sud e collaboratore dell’Ansa, da quasi cinque anni sotto scorta, che ha raccontato la sua vita di cronista blindato, a porre in evidenza l’importanza della proposta di legge per l’istituzione di un fondo di solidarietà a favore dei giornalisti intimiditi illustrata da Sebi Romeo, capogruppo Pd nel Consiglio regionale della Calabria. L’iniziativa – la prima del genere in Italia – ha una dotazione iniziale di 100 mila euro e risorse che potranno essere rimpinguate. Il fondo “è destinato – riporta il testo – a finanziare elargizioni a favore di giornalisti professionisti e pubblicisti vittime di intimidazioni a titolo di indennizzo dei danni subiti”. A confermare l’utilità del provvedimento è stata la testimonianza di Michele Albanese: “Cerco di vivere la mia condizione attuale – ha detto – con dignità, sapendo quanto è difficile, ma voglio tornare a fare il mio mestiere come mi hanno insegnato. Il progetto di legge è importante soprattutto per i colleghi più giovani che davanti alla propria macchina bruciata o a minacce di morte potrebbero decidere di mollare”.
Incarichi e società, così nel 2017 Conte “assolse” Garofoli
Nessuno esce allo scoperto. Ma a Palazzo Spada più d’uno vorrebbe vederci chiaro, una volta e per tutte, sulle attività di Roberto Garofoli, consigliere di Stato e capo di gabinetto al ministero dell’Economia: prima la storia delle docenze per una società che utilizzava per i corsi i testi editati dalla società della moglie. Poi quella degli incarichi di vertice al Mef a giuristi che pubblicano per la casa editrice di famiglia. Infine il bed and breakfast aperto in un immobile di sua proprietà a Molfetta in parte rilevato dalla Croce Rossa: la buriana politica scatenata dal M5S nei confronti di Garofoli quando si era scoperto un emendamento infilato nel decreto fiscale a favore della Cri si è spenta a fatica. Ma a Piazza Capo di Ferro i mal di pancia non sono del tutto passati anche se prevale la cautela. Perché a essere chiamato in causa non è solo il braccio destro del ministro Tria, ma anche il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.
Fu proprio Conte, allora sconosciuto ai più, a occuparsi della storia delle docenze del grand commis molfettese. Al fianco di Conte, Ermanno De Francisco che proprio l’attuale inquilino di Palazzo Chigi ha voluto a capo del Dipartimento degli Affari giuridici e legislativi. Chiamandolo a sé da Palazzo Spada dove erano stati colleghi, l’uno (Conte) come membro laico del Consiglio di presidenza, l’altro (De Francisco) come togato dell’organismo che vigila tra l’altro sui comportamenti dei magistrati amministrativi, quale è appunto Garofoli.
Nel 2017, a seguito di articoli sul potenziale conflitto di interessi di Garofoli rispetto ad alcuni incarichi extra-giudiziari autorizzati dalla sua amministrazione di appartenenza, Palazzo Spada decise di intervenire. Avviando un’istruttoria sulle attività del Consigliere di Stato a cui, come a ciascun magistrato, è impedito di svolgere attività imprenditoriali. Un’istruttoria che il Fatto è in grado di ricostruire.
Si trattò di un “approfondimento d’ufficio” concluso il 27 aprile 2017. Quando Conte aveva proposto l’assoluzione per Garofoli: “Nessuna anomalia” rispetto alle attività di docenza svolte dal consigliere di Stato per la Corso Lexfor. Nonostante la srl in questione avesse sede allo stesso indirizzo della Omnia sas di cui socio accomandante è Maria Elena Mancini, in Garofoli, a cui fanno capo anche altre società tra cui la Neldiritto, che edita i manuali scritti o curati dal capo di gabinetto del ministro Tria utilizzati durante i corsi in questione per aspiranti avvocati e magistrati. Ricapitolando. A Molfetta hanno sede allo stesso indirizzo e numero civico tutte le aziende di questa vicenda: quelle della moglie di Garofoli. Ma pure quella della Corso Lexfor srl, presso cui Garofoli svolgeva gli incarichi di docenza dopo l’autorizzazione di Palazzo Spada. E dove si era registrato imbarazzo dopo che la stampa aveva collegato questi incarichi per una società ‘terza’ agli affari delle aziende della sua famiglia.
Conte fa notare che Garofoli “ha sempre dichiarato di non aver partecipazioni e interessi, nemmeno per interposta persona con la predetta società e che partecipazioni e interessi nella società non fanno capo neppure ai suoi familiari, affini e conviventi”. Pertanto “per quanto risulta dagli atti acquisiti non vi sono elementi per sospettare che l’autodichiarazione del Consigliere non corrisponda al vero”. E le società della moglie di Garofoli? “Analoghi risultati – lascia agli atti Conte – emergono dall’analisi delle società Neldiritto.it sas, Omnia sas, Neldiritto editore srl, (oltre che Mdm sas di Nicola Campione, socio accomandatario di Corso Lexfor, ndr): anche da queste visure si evince che Garofoli non risulta titolare di partecipazioni sociali o di incarichi di amministrazione”. Per Conte dunque Garofoli non mentì.
Alcuni consiglieri fecero notare nel plenum del 5 maggio 2017 come “le questioni sollevate dalla stampa, riguardassero i collegamenti societari in particolare fra la società Corso Lexfor per la quale Garofoli svolge attività di docenza e la Neldiritto che cura la pubblicazione di manuali utilizzati durante i corsi; in particolare l’appartenenza delle quote di quest’ultima società alla moglie di Garofoli il cui fatturato era risultato di gran lunga superiore a quella della società conferente l’incarico di docenza”.
Assente alla seduta Conte, era intervenuto in plenum De Francisco. Per ribadire che tra le due società non vi fosse alcun nesso. “L’unico collegamento che il giornalista aveva evidenziato era la coincidenza della sede che si è accertato essere la sede di un commercialista”. Capita l’aria, alcuni consiglieri di Palazzo Spada provarono a chiedere di rivedere i criteri per autorizzare gli incarichi extra-giudiziari. Niente da fare. “È necessario ribadire con forza”, aveva detto a quel punto De Francisco, che “non vi è alcun nesso (…) tra le risultanze del tutto negative sulla posizione di Garofoli e le ipotetiche modifiche, in futuro, dei criteri: potrebbe altrimenti apparire che l’eventuale modifica dei criteri sia conseguente alla questione in esame”. Caso chiuso.
Le dichiarazioni dell’avvocato “pentito”. Un consigliere coinvolto e già archiviato
L’inchiesta dei magistrati romani sulla sentenza Mediolanum procede nel massimo riserbo. Nei corridoio della Procura capitolina le bocche sono cucite. Al momento si contano tre indagati: Roberto Giovagnoli, giudice estensore della sentenza datata 3 marzo 2016, l’avvocato romano Francesco Marascio e l’ex funzionario della Presidenza del Consiglio, Renato Mazzocchi.
In un primo momento era stato iscritto, ma solo come atto dovuto, anche l’allora presidente del collegio che emise il verdetto Francesco Caringella, la cui posizione – non essendoci prova di un suo coinvolgimento – è stata subito archiviata. L’ex premier Silvio Berlusconi non è mai stato indagato: non ci sono flussi di denaro né altri elementi per sostenere che sapesse.
La sentenza ora al vaglio dei pm risale al marzo del 2016. Dopo la condanna definitiva per frode fiscale dell’ex premier, infatti, persi dunque i requisiti di onorabilità, la Banca d’Italia gli impone di cedere il 20 per cento di Banca Mediolanum (valore circa un miliardo). Berlusconi ricorre al Tar e perde. Presenta ricorso in appello al Consiglio di Stato che dapprima, nel dicembre 2015, gli concede una sospensiva, poi, con un’altro collegio, gli dà pienamente ragione.
Due giorni fa quindi per avere maggiori chiarimenti sulla vicenda i pm Paolo Ielo, Stefano Rocco Fava e Fabrizio Tucci hanno convocato l’avvocato Marascio che – difeso dagli avvocati Gianluca Tognozzi e Danilo Romandino – si è avvalso della facoltà di non rispondere.
L’inchiesta nasce dopo il luglio del 2016 quando, durante una perquisizione disposta nell’ambito di un’altra inchiesta, vengono trovati a casa di Mazzocchi 230 mila euro in contanti e alcune annotazioni ritenute interessanti. C’era la sentenza del Consiglio di Stato e alcuni appunti. Uno di questo riporta: “Ho parlato con B. – è scritto in sintesi – il quale mi ha detto che il relatore del 4 dicembre è lo stesso del 24 gennaio”. Gli investigatori sono certi che B. non sia Berlusconi. Sospettano invece che il “relatore” citato possa essere Giovagnoli, il quale ha svolto questo ruolo sia nella udienza di dicembre (quella della sospensiva) sia in quella di gennaio.
In un altro appunto c’è invece una “C” puntata. In un primo momento i pm ritengono che possa essere un riferimento a Caringella, che per questo viene indagato. Ma i sospetti restano tali: non c’è alcuna prova che colleghi il giudice a nessuna delle persone finite nella vicenda nè altro. Una ricostruzione su quanto avvenuto intorno alla sentenza Mediolanu è stata fornita poi dall’avvocato Piero Amara, in passato difensore anche dell’Eni. Finito in un’inchiesta su alcune sentenze “pilotate”, Amara ha fatto diverse rivelazioni, finite in verbali secretati. Tra le altre cose, ha parlato anche della sentenza Mediolanum, fatto i nomi, ma il suo è un racconto de relato, gli sarebbe stato riferito da altri.
Quella Mediolanum non è l’unica sentenza finita nel mirino dei pm. Ci sono altri fascicoli che riguardano 18 tra dispositivi e sentenze. In totale sono già una decina gli indagati, tra magistrati e avvocati.
Mattarella promuoverà il giudice sotto inchiesta?
Non ci voleva. L’inchiesta sulle presunte sentenze pilotate a favore di Silvio Berlusconi sul caso Mediolanum punta direttamente a Palazzo Spada. Che proprio pochi giorni fa ha proposto di designare a presidente di sezione del Consiglio di Stato, Roberto Giovagnoli. Ossia il magistrato estensore della sentenza entrata nel mirino degli inquirenti della Capitale. Una grana non da poco. Perché ora, stando al protocollo, il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa dovrà trasmettere gli atti a Palazzo Chigi per la formalizzazione della nomina. Che poi prenderà la via del Quirinale affinché il capo dello Stato, Sergio Mattarella, firmi il dpr necessario alla investitura del magistrato che però risulta indagato a Roma. L’ipotesi è corruzione in atti giudiziari in relazione alla sentenza che, nel 2016, restituì a Silvio Berlusconi le quote di Banca Mediolanum eccedenti il 9,99%, che la Banca d’Italia gli aveva imposto di vendere dopo la condanna per frode fiscale e la conseguente perdita dei requisiti di onorabilità.
Il caso Giovagnoli, dunque, rischia di creare più di un imbarazzo ai massimi vertici delle istituzioni. Certo non un semplice grattacapo per Giuseppe Conte che, insieme al presidente del Consiglio di Stato, è titolare dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati che appartengono all’amministrazione di Palazzo Spada. Dove le acque sono agitate ma non solo per l’inchiesta di Roma. il nuovo bubbone fatto esplodere dall’inchiesta della Procura ha riaperto le ferite: il 2018 è stato un anno orribile che si è aperto con la destituzione di Francesco Bellomo, il giudice che sottoponeva i partecipanti al suo corso per l’accesso alla magistratura a stravaganti obblighi di dress code. Ed è proseguito con qualche arresto come quello di Nicola Russo, accusato di aver favorito, tra gli altri, l’imprenditore Stefano Ricucci in cambio di soldi e regali di varia natura. L’indagine che ora coinvolge Giovagnoli, peraltro, non è l’unica su sentenze ritenute inquinate e sottoscritte da altri giudici. Inciampi che hanno rischiato di sfigurare l’immagine della magistratura amministrativa, ma che sono quasi del tutto digeriti.
A far fibrillare Palazzo Spada sono oggi ben altre partite: chi sarà il nuovo braccio destro del presidente del Consiglio di Stato, Filippo Patroni Griffi? La spunterà Franco Frattini o Sergio Santoro, e in base a quali scelte? L’ex presidente Alessandro Pajno cosa farà da grande dopo aver lasciato Palazzo Spada per raggiunti limiti di età? E per il vertice dell’Antitrust quante chance di successo ha Francesco Caringella, che con il collega Roberto Garofoli è nel comitato scientifico della scuola di formazione Corso Lexfor? (vedi articolo a fianco).
L’amministrazione di Piazza Capo di Ferro resta una vera fucina per i governi di tutti i colori. E quello gialloverde non fa eccezione, anzi. Anche per l’esperienza pregressa a Palazzo Spada, Conte ha pescato proprio da lì per le caselle chiave della presidenza del Consiglio. E probabilmente farà lo stesso anche per la nuova Commissione permanente presso Palazzo Chigi prevista dal decreto sulla Semplificazione appena varato dal Consiglio dei ministri: un organismo con un budget di 2 milioni per il 2019 e addirittura 5 per il 2020 per pochi posti, manco a dirlo, ambitissimi e per cui occorre avere i requisiti. Nel caso in questione per esempio chi ne diventerà presidente dovrà essere almeno magistrato che svolge funzioni di livello non inferiore a presidente di sezione nelle giurisdizioni superiori.
Proprio come i notabili di Palazzo Spada. Nelle cui file si sono aggiunti i tre Consiglieri di Stato promossi il 23 novembre scorso dal plenum della giustizia amministrativa: Roberto Giovagnoli, ma anche Claudio Contessa e Raffaele Greco. Sulla carta, data l’anzianità di ruolo, il quarto biglietto avrebbe dovuto staccarlo Sergio De Felice. Che però attualmente è impegnato come capo di gabinetto del presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca: è passata la linea che non potrà fare il balzo di carriera se prima non rientrerà in ruolo, almeno momentaneamente. Tutto sommato un piccolo sacrificio.
Di Battista senior sfotte M5S: “Che bravi su Tap, Ilva e editoria”
Usa l’ironia, cita Carlo Verdone e mette in fila le promesse non mantenute dal Movimento 5 Stelle. Vittorio Di Battista – il padre di Alessandro – ha scritto ieri un lungo post su Facebook per criticare l’operato del governo, e in particolare del Movimento 5 Stelle: “È grazie a Dio che abbiamo vinto le elezioni e che siamo al governo, in soli sei mesi abbiamo rivoltato il Paese da così a così. Abbiamo chiuso l’Ilva , bloccato la Tap, iniziato la nazionalizzazione delle autostrade, creato la banca etica e tolti i finanziamenti all’editoria”. E poi, con sarcasmo: “Mai avrei pensato che con il mio voto avrei contribuito a raggiungere questi risultati. Ma non sono ancora completamente soddisfatto. Mentre per la privatizzazione dell’acqua sono disposto ad aspettare ancora un poco, mi manca la cancellazione del reddito di cittadinanza, l’aumento delle pensioni d’oro, la prosecuzione del Tav, l’aumento dei nostri contingenti militari in missioni di pace, la richiesta agli yankee di altri F-35 e la nomina di personaggi loro a capo delle strutture di controllo. Allora solo allora la pillola andrà giù”. E poi la chiusura, riprendendo una battuta di Verdone: “Magda tu mi adori, vedi che la cosa è reciproca?”.
Papà Antonio, lo stile e la gente studiata
Loro ci provano; si fanno pure dire dagli intellettuali perché, sul piano politico, il M5S sia da detestare. Ma a volte è più forte di loro, e il disprezzo antropologico per la gente normale gli annebbia la vista. Repubblica
ieri ha commentato il video di scuse che il padre di Luigi Di Maio ha pubblicato su Facebook scegliendo il punto di vista estetico: “È andato dal barbiere, si è messo elegante, la cravatta non allentata come a Pasqua, bensì annodata con cura. Pochi minuti, due, per fare buona impressione”. Evidentemente il fatto che il signor Di Maio non si presenti in video con cappello di carta e cazzuola è considerato un po’ un’impostura. Poi gli fa il verso: “‘So che tanti papà mi capiscono’. Tanti papà come lui, con gli operai in nero”. Segue perculamento con gne gne gne: “Povero figlio, lui non c’entra, non sapeva, non vedeva, giura ‘il piccolo imprenditore’ di Pomigliano”, piccolo imprenditore tra virgolette, benintenso, mentre come si sa è un tycoon. Segue totalino dell’ambiente: “Location pauperista, ufficio un po’ anonimo: tabellone blu con post-it gialli (chissà, magari i ricordati di pagare questo o quello)”, ah ah. Ma, attenzione: “Non ci sono libri nella stanza”, nota inorridita la cronista, abituata a frequentare imprenditori edili che tra la betoniera della malta e la smerigliatrice tengono Tocqueville. Non a caso il semianalfabeta “Antonio Di Maio usa una sola citazione: ‘Come ha scritto mia cugina…’”, e giù risate.
Loro, la gente studiata, sanno riconoscere lo stile. Prendete il video della Boschi, quello in cui augura al padre di Di Maio di (non) passare quello che ha passato papà suo: ivi la Radiosa “ex ministra parlava in primo piano, con più dimestichezza, l’intera Treccani dietro le spalle”. Si badi bene: intera. Non due volumi, non tre, ma tutti. Che naturalmente la Boschi ha letto, da A-Agri a Veg-Zyg. Avevamo questa Giovanni Gentile femmina al governo, e abbiamo dato il potere al figlio di un muratore.
“Le Iene? È il loro lavoro. Però fanno notizia solo quando serve…”
“Vedo molti che stanno usando la vicenda del padre di Luigi Di Maio per lavarsi la coscienza. I miei ex colleghi delle Iene hanno fatto il loro lavoro, ma come la stampa sta cavalcando il caso è sconcertante”. Dino Giarrusso (giornalista, candidato grillino non eletto alle Politiche, oggi segretario particolare del viceministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti) il programma televisivo Le Iene lo conosce bene visto che lui stesso ci ha lavorato fino all’anno scorso. Il programma Mediaset, con i suoi servizi, ha fatto scoppiare il caso sui presunti abusi dell’attività edilizia di Antonio Di Maio.
Giarrusso, chi sta cercando di lavarsi la coscienza?
Mi sembra evidente che sia in atto un tentativo di far sembrare il M5S una forza politica come le altre. Ma non è così. Innanzitutto quella del padre di Di Maio è una vicenda risibile, accaduta molti anni fa, quando lo stesso Luigi – che non ha alcuna responsabilità nemmeno indiretta – non era ancora in politica. Storia diversa, quindi, dai casi Renzi e Boschi. In secondo luogo, finora tutti gli esponenti M5S invischiati in vicende anche solo dubbie sono stati allontanati. Non mi risulta che negli altri partiti accada lo stesso. Si vuole “normalizzare” l’M5S per dire: vedete, sono come gli altri.
Secondo lei c’è un piano per delegittimare il Movimento?
Non un piano: una scelta editoriale. Si stanno scrivendo fiumi di articoli sul caso Di Maio mentre si parla pochissimo di vicende infinitamente più serie che hanno cambiato la storia d’Italia, come la trattativa Stato-mafia.
Chi ha questo interesse?
Per esempio, quella sinistra che da tempo sulla questione morale ha mollato il colpo, tradendo quei valori che mettevano l’etica al primo posto. Prima c’era il Pci di Berlinguer, oggi c’è un Pd che in questi anni ha contato al suo interno decine di casi di malaffare. Ai loro occhi M5S ha la colpa di essersi intestato la battaglia della legalità che una volta apparteneva a loro. E proprio grazie ad essa il Movimento ha preso una valanga di voti. Non ce lo perdonano.
E la stampa che c’entra?
Alcuni giornali scelgono di cavalcare dei temi e trascurarne altri: un diritto, che diventa però sgradevole deformazione della realtà quando è portato a livelli estremi. Dei servizi delle Iene, alcuni vengono ripresi da giornali che se ne occupano per giorni, altri ignorati, benché rilevanti.
A lei fu vietato di mandare in onda un servizio sugli scontrini e i rimborsi spese di Renzi quando era presidente della Provincia.
Faccio una premessa: nei miei anni alle Iene non ho mai avuto la sensazione che si lavorasse a un servizio piuttosto che a un altro per motivi politici. Dovete sapere che, per limitare querele dovute a errori di forma, ogni servizio viene vagliato dall’ufficio legale Mediaset, che dà il via libera o magari suggerisce modifiche per evitare possibili azioni legali. In quell’occasione andò in onda un primo servizio sugli scontrini di Renzi, mentre il secondo venne bloccato perché non giudicato “abbastanza solido”. Ci rimasi male, ma andai avanti.
E ora, nel caso Di Maio?
I miei ex colleghi hanno fatto il loro lavoro come sempre, e Di Maio non è scappato a differenza di altri. Qualcuno a quel punto ha deciso di cavalcare e strumentalizzare una vicenda che, se avesse riguardato un altro partito, sarebbe finita in due giorni.
Di Maio chiude l’azienda. Il fratello sarà il liquidatore
All’annuncio sono seguiti i fatti. Il vicepremier M5S Luigi Di Maio ha firmato, insieme alla sorella Rosalba, la messa in liquidazione dell’Ardima srl. Si tratta dell’azienda di famiglia al centro delle cronache di questi giorni per aver ricevuto in donazione nel 2014 l’azienda individuale della mamma, Paolina Esposito, a sua volta nata nel 2006 per dare continuità alle attività imprenditoriali di Antonio Di Maio, il papà del ministro del Lavoro che quell’anno chiuse l’impresa perché stritolato dai debiti contributivi e previdenziali. Nominato “liquidatore con tutti i poteri di legge Di Maio Giuseppe”, ovvero il fratello di Luigi e Rosalba. Dall’atto si evince che lo scioglimento è motivato dalla prolungata inattività della società.
La mossa era stata anticipata da Di Maio nei giorni scorsi a DiMartedì su La7 e annunciata ieri dal ministro dello Sviluppo economico in un’intervista al Fatto Quotidiano con la quale ha riferito anche che il padre non intende aderire alla pace fiscale del governo Conte, la cosiddetta “rottamazione” delle cartelle. Infatti proprio ieri Il Fatto ha pubblicato che alla base dell’ipoteca iscritta da Equitalia Polis Spa su due terreni e un fabbricato a Mariglianella di comproprietà di Antonio Di Maio, ci sono 33 cartelle esattoriali notificate al piccolo imprenditore edile di Pomigliano d’Arco tra il 2001 e il 2010 per contributi non versati e tasse non pagate, fino ad accumulare un debito col Fisco di circa 176 mila euro. “Mio padre aveva nascosto a noi figli l’esistenza di questo debito con Equitalia”, ha detto Di Maio.
L’ipoteca insiste su un fondo interessato nei giorni scorsi da un’ispezione dei vigili urbani di Mariglianella. I caschi bianchi hanno scritto un rapporto che contesta l’abusività di 4 manufatti e la presenza di alcuni rifiuti inerti e materiale di risulta edile su tre piazzole che sono state sequestrate per presunti reati ambientali. Nelle prossime ore verranno notificate le ordinanze di demolizione. La relazione è stata inviata alla Procura di Nola.
Finirà invece alla Procura di Napoli l’esposto che il deputato Pd Carmelo Miceli sta preparando contro la famiglia Di Maio. Miceli ne ha anticipato i contenuti in conferenza stampa e ipotizza a carico di Luigi Di Maio i reati di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, falso in bilancio, intestazione fittizia di beni, ricettazione e riciclaggio. “Di Maio spieghi perché il padre è rimasto gestore della ditta e lui invece se n’è disinteressato. Non si può lottare contro i vizi dell’italiano medio e poi essere più medio degli altri”.
Haftar a sorpresa arriva a Roma: vertice con il premier?
Il generale libico al Haftar, leader della componente di Tobruk, è giunto ieri sera a Roma a bordo di un aereo militare. Ne ha dato notizia, non smentita dalle fonti ufficiali governative, l’Adn Kronos e l’obiettivo del suo viaggio dovrebbe essere il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, anche se da Palazzo Chigi è stato tenuto il massimo riserbo, preferendo non commentare la notizia. L’arrivo è stato inatteso e nemmeno i giornali libici, molto attenti ai movimenti tra la Libia e l’Italia durante il recente vertice di Palermo, hanno dato la notizia. Contestualmente al viaggio di al Haftar c’è stato quello dell’altro leader libico, al Serraj, presidente del governo di Tripoli riconosciuto dalla comunità internazionale, si è invece incontrato con Federica Mogherini, Alto rappresentante europeo per la politica estera. Serraj ha insistito sulla necessità di un esercito che riunisca le varie fazioni presenti sul campo. Nelle stesse ore a discutere di Libia anche il presidente egiziano al Sisi e la ministra francese della Difesa, Florence Parly. La questione militare sembra essere così il punto in comune dei tre vertici.