Adesso Minniti ricatta i renziani: o mi sostenete oppure mi ritiro

I tormenti di Marco Minniti non finiscono mai. Dopo la riflessione durata svariate settimane e più di una presentazione del suo libro, l’ex ministro si è rimesso a pensare. E stavolta per decidere se andare avanti oppure ritirarsi. Quindi, ha annullato tutte le partecipazioni radio e tv. “Ho un fortissimo mal di schiena”, dice lui, laconico, senza smentire i suoi ulteriori dubbi. Un’indecisione che suona pure come un avvertimento: o Renzi lo sostiene davvero o lui lascia perdere.

Il termine ufficiale per la presentazione delle candidature scade mercoledì 12 dicembre: fino a quel momento, i giochi restano tutti aperti. Ma che è successo? Le voci, le interpretazioni divergono. Resta però almeno un fatto: Renzi non solo ha provato a commissariarlo, cercando di imporgli Luca Lotti come coordinatore della mozione e chiedendo il 70% dei posti in lista per i suoi uomini, ma ha anche ostentatamente iniziato a lavorare alla sua possibile uscita dal Pd. I comitati, i colloqui con esponenti di Forza Italia (a partire da Paolo Romani), ma anche l’interlocuzione continua con chiunque potrebbe confluire in un soggetto di centro, sono all’ordine del giorno. Per dire, è ricominciato il filo diretto con Denis Verdini. Non solo. L’ex segretario ha cerchiato sul calendario la data di gennaio, come momento di riflessione per decidere cosa fare. Tutto questo senza farne troppo mistero. E oggi andrà a Bruxelles: a parlare con gli europarlamentari, a incontrare Frans Timmermans, spitzenkandidat in pectore del Pse e con la Vestager: si muove da leader. Così Minniti si è trovato a dover fare i conti con una corsa senza tutto il sostegno che gli era stato promesso dai renziani (che peraltro dentro il Pd possono contare su meno truppe di quante ne millantano) e con la possibilità di trovarsi a un certo punto con un Renzi scissionista. Non solo: il duo Maurizio Martina – Matteo Richetti, che si è formato dopo il ritiro di Richetti dalla corsa, erode parte del suo elettorato. Mentre Nicola Zingaretti è in vantaggio in tutti i sondaggi.

E dunque, l’indecisione torna. L’interessato non la smentisce. Mentre i big renziani che hanno lavorato alla candidatura di Minniti, come Lorenzo Guerini, smentiscono che sia reale. Di certo, c’è in corso anche un braccio di ferro tra i due: con Renzi che pretende di dettare legge e Minniti che vuole mantenere la sua relativa autonomia.

Quello che sembra a rischio – ancora una volta – è un congresso che sia almeno vagamente credibile. E c’è persino chi si aspetta che a un certo punto possa rientrare in campo la carta Paolo Gentiloni: davanti a una richiesta di tutti, l’ex premier potrebbe persino decidere di scendere in campo.

“Con Juncker parlo solo io. Per le riforme serve tempo”

Rivendica il ruolo di mediatore con l’Europa: “Matteo Salvini e Luigi Di Maio mi hanno conferito una procura, ma era già chiaro che dovessi trattare io”. Non si sbilancia sulla tempistica per il reddito di cittadinanza: “Servono i tempi tecnici, finché un provvedimento non è stato scritto può cambiare”. E sul Global compact for migration, il documento Onu sull’immigrazione su cui la maggioranza è divisa, lancia la sua idea: “Io non sono il capo politico del Movimento, ma auspicherei la libertà di coscienza per i parlamentari”.

In un pomeriggio di sole, davanti a un caffè nell’anticamera del suo studio a Palazzo Chigi, ecco il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: molto sorridente e molto fiducioso. Innanzitutto sulla trattativa sulla manovra con la commissione europea. Così la prima domanda è sulla nota di domenica scorsa, in cui i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini sembrano aver dato a Conte il mandato per trattare con l’Europa. E il premier replica: “Era già chiaro che dovessi essere io a gestire la trattativa, quel mandato ce l’ho sempre avuto. Ma quel comunicato valeva soprattutto per l’esterno, per voi, per calmarvi un po’. Per questo da avvocato la definirei come una procura. Ha una portata più estesa”.

Però fa pensare che non era così evidente chi fosse alla guida del governo, non crede? Conte sorride: “Io sono il presidente del Consiglio, quindi con Juncker (il presidente della commissione europea, ndr) ci parlo io. La nota conclusiva dell’Eurogruppo di due giorni fa non ha fatto menzione di una procedura d’infrazione per debito nei confronti dell’Italia. E di questo avevamo parlato domenica a colazione nel G20 a Buenos Aires. Da parte delle istituzioni europee c’è stato un segnale”. Insomma qualcosa si muove, giura Conte. E qualcosa è cambiato anche nel governo: “Siamo nel corso di una trattativa, quindi da parte nostra c’è l’impegno a moderare le dichiarazioni. Quando si tratta, le parti devono abbassare i toni”. Ma tutto questo porterà ad abbassare il deficit dal 2,4 al 2 per cento? Il premier svicola: “Non si può parlare di numeri ora, la comunicazione è fondamentale in questa fase, come lo è aver aperto un negoziato. Dalla cena di sabato scorso al G20 a lunedì lo spread è calato di 30 punti secchi”. Però la sensazione è che i gialloverdi ora stiano cedendo all’Europa, quasi su tutto. E Conte ovviamente nega: “Non è così: io non ho mai parlato di decimali, e noi siamo un governo pragmatico e post-ideologico. Non abbiamo fatto una manovra per andare allo scontro con l’Europa, ma per fare le riforme, applicando il contratto. Poi nel momento in cui c’è la possibilità di ridurre l’impatto economico di alcune misure, io sono qui”.

Però si pone il problema del come e soprattutto del quando per certe misure. Quali tappe prevedete? “Per tappe cosa intende? Ho una maledetta fretta di realizzare le riforme, milioni di italiani le aspettano, ma bisogna tenere conto di quanto serve, ossia dei tempi tecnici. Questa riforma non si può fare domattina”. Però avete promesso più volte che il reddito di cittadinanza partirà il 30 marzo… “Se ci avete chiesto cinque mesi fa quando sarebbe partito il reddito, quella era di certo una previsione. Adesso se posso recuperare le risorse, rimodulare il saldo finale e cambiar qualcosa, non vuole dire tornare indietro. Le riforme le farò ugualmente”.

Ma chiederete aiuto all’Inps per individuare gli aventi diritto al reddito, come ha suggerito il sottosegretario leghista Siri? “Tutti gli enti che hanno un minimo di ruolo verranno coinvolti”. Compresi i centri per il lavoro privati? “Questa è già un’informazione più sensibile…”. E sensibile è anche il tema del Global compact, su cui Conte si era esposto il 26 settembre all’assemblea dell’Onu, dicendo che l’Italia avrebbe sottoscritto il documento. Ora invece il governo si è affidato all’aula, perché la maggioranza è divisa. E Conte non parteciperà alla conferenza di Marrakesh del 10 dicembre sul tema. È un passo indietro, presidente… “Ho ribadito che sono a favore dell’accordo, ma non potevo indire un referendum nazionale. Auspico un dibattito in Parlamento ampio e soprattutto informato. Certo, se il sì non passasse ne prenderei atto: ma ci rimarrei un po’ male…”.

Ma non sarebbe giusto lasciare libertà di coscienza a tutti gli eletti, compresi quelli del M5S? “Io non sono un capo politico, però visto che il tema è di ampio respiro, io personalmente auspicherei la libertà di coscienza, se dobbiamo dirla in termini tecnici”. Dall’ingresso avvertono di un ospite che attende fuori. Conte si alza, e sorride, ancora: “Alla fine è stata un’intervista vera…”.

Stepchild adoption, ora Nichi Vendola è genitore in Italia

Anche per lo Stato italiano, Nichi Vendola è diventato genitore. Con una sentenza dello scorso ottobre il Tribunale dei minori di Roma, che aveva accettato l’istanza di stepchild adoption (l’adozione del figlio biologico del partner), ha riconosciuto che il piccolo Tobia, nato in California grazie alla maternità surrogata e finora figlio ‘soltanto’ di Ed Testa, compagno dell’ex presidente della Regione Puglia, adesso lo è ufficialmente di entrambi e avrà il doppio cognome. “La gioia di essere padre anche per il diritto e lo Stato non mi fa dimenticare che bisogna ancora lottare molto per diritti pieni e piena uguaglianza delle nostre famiglie”, ha dichiarato l’ex presidente della Regione Puglia. Vendola e il suo compagno vivono in Canada, paese che consente anche l’adozione tra persone dello stesso sesso, dove si sono trasferiti dopo la nascita di Tobia. In Italia solo i tribunali consentono questo tipo di adozione – per primo proprio il Tribunale dei minori di Roma nel 2014 – facendolo rientrare nella categoria casi particolari, perché l’adozione del figlio del partner era stata stralciata dalla legge sulle unioni civili approvata nel 2016.

Il Mater Olbia apre per finta. Grillo lo benedice

Vedere denaro, aprire clinica. I padroni del Qatar – cioè la famiglia Al Thani – si dimostrano più scafati dei politici italiani. Incassato l’emendamento alla legge di Bilancio che autorizza la regione Sardegna ad aumentare la spesa per la sanità privata, l’azienda Mater Olbia Spa – controllata dal fondo sovrano del Qatar e partecipata dagli azionisti cattolici Policlinico Gemelli e Fondazione Idi – mette in funzione i laboratori di analisi già dalla metà di dicembre, ma soltanto in parte e per nove giorni.

La chiamano inaugurazione “sperimentale”. In realtà, è una mossa strategica (e politica) per giustificare i 2 milioni di euro stanziati su misura dalla giunta sarda per quest’anno. Assorbito l’obolo di benvenuto, il Mater Olbia completerà l’inaugurazione “sperimentale” all’inizio del 2019 (ben sincronizzata con la campagna elettorale regionale) con i reparti da circa 200 posti letto. Ancora senza data, invece, la costruzione del centro di ricerca scientifica d’eccellenza, che ha entusiasmato il centrosinistra, il governo renziano e, di recente, pure Beppe Grillo.

Il fondatore dei Cinque Stelle, con un articolo sul blog, ha ringraziato “tutti coloro che hanno sostenuto, lavorato e permesso l’accreditamento del Mater Olbia presso la regione Sardegna”. In pratica, Grillo ha ringraziato i governatori di centrosinistra e avrà apprezzato di sicuro l’attuale governo che ha ordinato di reperire 162 milioni di euro in 3 anni per il Mater Olbia, oltre alle risorse già in bilancio per la sanità privata con un incremento del 20 per cento che si riflette con tagli sugli ospedali pubblici e su altre convenzioni. Tant’è che la Regione ha previsto già di razionalizzare le strutture pubbliche, una maniera carina per dire ai cittadini di Isili, Tempio, Ghilarza, La Maddalena che i loro ospedali si smantellano. Messaggio indigesto per gli undici sindaci dell’Alta Gallura che minacciano le dimissioni. Il Mater Olbia, che fu un’idea di Berlusconi riciclata da Renzi, resiste invece alle cure dimagranti della sanità.

Gli emiri di Doha, che hanno comprato un pezzo di Costa Smeralda e aspettano una norma sarda per ampliare le cubature, dichiarano un costo di un miliardo di euro in dieci anni per il Mater Olbia e dunque confidano in almeno 600 milioni pubblici dalla Regione. Il Mater Olbia, però, è anche una grossa speculazione urbanistica: accanto all’ospedale è prevista un’area sportiva e di riabilitazione, servizi per il benessere immersi nel verde e prospicienti il mare, un albergo con trecento stanze per ospitare i parenti dei malati. La regione paga i posti letto, il Qatar ottiene trattamenti di favore, la politica locale – che guarda al voto di febbraio – si prepara a spartirsi circa 600 assunzioni. A chi importa, allora, il potenziale conflitto di interessi di Guido Carpani, capo di gabinetto nominato dal ministro Giulia Grillo (M5S) un paio di mesi fa? Carpani ha lasciato in ottobre il cda di Mater Olbia spa e – come ha scritto il Fatto – dovrà interloquire con dirigenti legati ai qatarioti e al Gemelli (tipo l’ad Raimondi) che frequenta ancora nei cda dell’Istituto Toniolo e dell’Università Cattolica.

I deputati Comaroli (Lega) e Raduzzi (M5S), relatori in commissione dell’emendamento pro Mater Olbia, con involontaria comicità, si sono premurati di attribuire al ministero per la Salute (e quindi anche a Carpani) il monitoraggio della qualità dell’offerta dell’ospedale privato. Il Mater Olbia è già un miracolo: sulla clinica si sono compattati cattolici e musulmani e politici di destra, sinistra e gialloverdi. Incluso Beppe Grillo.

L’ex avvocato di Ruby: “Pagata 5 milioni”. Ghedini: “È falso”

L’avvocato che gira in Ferrari spara su Ruby, su Silvio Berlusconi e su Niccolò Ghedini, parlamentare e avvocato del fondatore di Forza Italia. “Ruby nel 2011 ha ricevuto da Berlusconi un pagamento di 5 milioni di euro eseguito tramite la banca Antigua Commercial Bank di Antigua su un conto presso una banca in Messico”: così racconta all’Ansa Egidio Verzini, che per un mese, a cavallo tra giugno e luglio 2011, fu il difensore di Karima El Mahroug detta Ruby, la ragazza allora minorenne che fece scoppiare lo scandalo delle feste del bunga-bunga ad Arcore.

Fu Lele Mora a consigliare e presentare a Ruby l’esuberante avvocato Verzini. La ragazza allora era difesa da Paola Boccardi, che giudicava però “troppo severa”. Verzini cambiò subito stile difensivo e convocò, per sabato 2 luglio 2011, una conferenza stampa nel suo studio a Illasi, in provincia di Verona. L’incontro fu poi revocato e poco dopo Ruby tornò a farsi difendere dalla più rigorosa Boccardi.

Sette anni dopo, Verzini torna alla carica e dichiara: “Dopo lunga e attenta valutazione, reputo mio dovere etico e morale rendere pubblico ciò che si è realmente verificato nella vicenda Ruby, perciò ho deciso autonomamente di rinunciare all’obbligo del segreto professionale assumendomi ogni responsabilità”. Parla di soldi, proprio mentre è in corso il processo Ruby 3 in cui Berlusconi, Ruby e una trentina di altri testimoni sono accusati di corruzione in atti giudiziari per il denaro pagato e ricevuto, secondo l’accusa, per mentire al processo Ruby 1, in cui l’ex presidente del Consiglio è stato accusato (ma infine assolto) di concussione e prostituzione minorile, e Ruby 2, in cui imputati erano Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti, accusati di essere gli organizzatori dei festini.

Racconta Verzini: “Due milioni sono stati dati a Luca Risso”, ex compagno della ragazza, e “tre sono stati fatti transitare dal Messico a Dubai e sono esclusivamente di Ruby”. “L’operazione Ruby”, sostiene l’avvocato, “interamente diretta dall’avvocato Ghedini con la collaborazione di Luca Risso (messo al fianco di Ruby per controllarla), prevedeva in origine il pagamento 7 milioni di euro, di cui 1 milione per me e 1 milione per la persona incaricata da Ghedini di accompagnarmi nell’operazione”. Ma dopo aver “analizzato la situazione”, aggiunge, “ho proposto una linea difensiva diversa (legale e non illegale) che prevedeva la costituzione di parte civile nei confronti di Emilio Fede e, al momento del pagamento, conseguente rinuncia, proposta che Ruby aveva condiviso e accettato”. Comunque un trucco. “La mia proposta è stata rigettata da Ghedini-Risso, pertanto non ho proseguito nell’operazione come da loro prospettata, in quanto il rischio professionale e personale per me era altissimo”. Ghedini reagisce con una secca smentita: “Le dichiarazioni rese dall’avvocato Verzini sono totalmente destituite di qualsiasi fondamento e saranno perseguite in ogni sede”. “Mai vi sono stati contatti diretti o indiretti né con l’avvocato Verzini, né con Luca Risso per far ottenere denaro a Karima El Mahroug, né tanto meno mai è stata prospettata l’ipotesi della costituzione di parte civile nel processo a carico di Emilio Fede che sarebbe stata comunque, così come congegnata dall’avvocato Verzini, una condotta antigiuridica, fatto che incredibilmente sembra non essere chiaro al dichiarante”.

Ghedini si fa forte della sentenza che ha assolto Berlusconi: “Il fatto che il presidente Berlusconi non fosse a conoscenza della minore età di Karima è cristallizzato in una ben nota sentenza definitiva”. Lo storico legale di Berlusconi rimarca che le attuali dichiarazioni contraddicono quanto Verzini ha detto finora ai pm. E si appella infine alle indagini bancarie, che potranno dimostrare “l’insussistenza di qualsiasi passaggio di denaro tramite la banca indicata”.

Il precedente: Alfano gioiva per Bossetti (e Matteo lo attaccava)

Lo scivolone di Matteo Salvini, che ha provocato le ire di Armando Spataro, ha un precedente neanche troppo lontano nella storia dei governi italiani. Era il giugno del 2014 e il gip di Bergamo ordinava l’arresto di Massimo Bossetti, il muratore accusato di aver ucciso Yara Gambirasio. Neanche il tempo di mettere le manette al sospettato che Angelino Alfano, allora ministro dell’Interno del governo Renzi, esultava: “Le Forze dell’Ordine, d’intesa con la Magistratura, hanno individuato l’assassino di Yara Gambirasio”. Una dichiarazione in barba ai diritti dell’indagato e alla prudenza richiesta dalla Procura, che infatti replicò stizzita: “Era intenzione della Procura mantenere il massimo riserbo. Questo anche a tutela dell’indagato in relazione al quale, secondo la Costituzione, esiste la presunzione di innocenza”. Ma anche lo stesso Salvini ebbe modo di attaccare Alfano, prendendosela col ministro in un’intervista a Panorama: “Un ministro dell’interno che twitta su indagini in corso non merita neppure un commento. Il fatto in sé la dice tutta sul quel personaggio lì”.

Otto in manette, accusati di voler ricostituire il clan

Al centro dello scontro tra Matteo Salvini e il procuratore capo Armando Spataro c’è un’operazione della Squadra mobile della Questura di Torino avviata ieri mattina. A finire in manette sono stati in otto, arrestati nel capoluogo piemontese all’alba di ieri, mentre le forze dell’ordine sono ancora in attesa di eseguire le misure cautelari emesse dal giudice per le indagini preliminari nei confronti di altre sette persone. L’operazione, per lo più rivolta a sgominare un clan formato da nigeriani, è stata coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia. Secondo l’accusa, parte degli arrestati volevano ricostituire a Torino il gruppo degli Eiye (aquile), una delle mafie nigeriane da tempo radicate anche in Italia. L’idea di riformare il gruppo, chiamato in gergo “il nido”, aveva iniziato a circolare tra gli arrestati dopo che un paio di anni fa la stessa Direzione distrettuale antimafia aveva smantellato alcune cellule originali degli Eiye e dei Maphite, un altro clan molto attivo nel Piemonte e composto in genere da nigeriani.

A caccia dei 49 milioni sulla rotta del Lussemburgo

Un filo che collega il Lussemburgo a Bergamo. I pm genovesi che indagano sul tesoro volatilizzato della Lega stanno seguendo nuove piste. Una in particolare nei giorni scorsi li ha portati per una rogatoria internazionale in una società che ha sede nel Granducato. Parliamo della Arc Asset, una finanziaria che stando ai documenti societari lussemburghesi ha tra i suoi amministratori due italiani: Angelo Lazzari e Vito Mancini. Nessuno dei due è indagato in questa inchiesta finora a carico di ignoti. L’ipotesi di reato è il riciclaggio.

I pm Paola Calleri e Francesco Pinto sono alla ricerca dei 49 milioni di rimborsi elettorali incassati dalla Lega durante la gestione Belsito-Bossi e mai restituiti. In particolare una fetta di tre milioni che a giugno li aveva portati anche alla Sparkasse di Bolzano. Tutto era partito dalla società Pharus Investments, anch’essa con sede in Lussemburgo, che aveva segnalato a Bankitalia il rientro nel nostro Paese di tre milioni frutto di un investimento. Il dubbio era che il denaro fosse riferibile alla Lega.

Ma ora ecco la rogatoria in Lussemburgo, per acquisire documenti presso la Arc Asset che gestisce un portafoglio clienti soprattutto italiano. L’attività di Lazzari porta verso un indirizzo di Bergamo, in via Angelo Maj, dove hanno sede decine di società. Niente di illegale, capita spesso per i grossi uffici di commercialisti. Tra le altre ci sono sette società di cui i pm vogliono ricostruire proprietà e movimenti. Ad attirare la curiosità dei finanzieri sono la storia e la catena di controllo: tutte sono nate tra il 2014 e il 2016. E tutte erano controllate attraverso fiduciarie italiane e holding lussemburghesi. Niente di illegale, ma è uno schema che rende difficile ricostruire chi stia sul ponte di comando. Tutte le azioni delle sette società, come ha scritto l’Espresso, erano in mano a una società italiana, la Seven. La stessa Seven che controlla tra l’altro la Growth and Challenge, di cui è amministratore unico Giulio Centemero, parlamentare e cassiere della Lega vicino a Matteo Salvini.

Attenti a non perderci: torniamo alla Seven, che a sua volta è controllata dalla Sevenbit che come presidente del cda vede sempre Lazzari. Qui il filo di controllo conduce appunto in Lussemburgo: la Sevenbit era in mano alla Ivad, fondata nel 2008 nel Granducato sempre da Lazzari. Ivad nei documenti ufficiali lussemburghesi fino al 2016 risultava avere come socio di riferimento Lazzari (poi è passata a una fiduciaria padovana). Nulla di illegale. Le 7 società, nate nel periodo in cui segretario della Lega era Salvini, come ricordano le cronache hanno sede nello stesso luogo dove ha sede anche l’associazione Più Voci, fondata da tre commercialisti ritenuti vicini al vice-premier: Centemero, Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba. Gente sveglia, preparata e con un grande avvenire: Centemero è il tesoriere del partito. Manzoni e Di Rubba sono stati nominati rispettivamente direttore amministrativo e revisore dei gruppi parlamentari. Il primo alla Camera, il secondo al Senato.

Ma in fondo a Bergamo la Lega ha radici molto profonde. Da qui vengono figure come Roberto Calderoli, uno dei pochissimi esponenti del Carroccio che dall’era di Umberto Bossi sono passati a quella di Salvini.

Un’inchiesta che senza dubbio sarà ancora lunga e complessa: i pm vogliono capire se qualcuno abbia pensato di utilizzare la Lega come una sorta di bad company dove concentrare le spese. Per questo si stanno anche passando al setaccio le consulenze che negli anni il Carroccio ha affidato a noti professionisti per verificare, una per una, se il compenso sia stato congruo, se vi siano stati pagamenti eccessivi. E come, eventualmente, siano stati reimpiegati i proventi.

Il ministro superbullo ora gioca in difesa

Se Luigi Di Maio piange, certamente Matteo Salvini non ride. Per l’alleato “forte” del governo gialloverde è arrivata la fase delle contraddizioni al momento inestricabili, perdipiù arricchita dall’ennesima e incredibile performance di vicepremier bullo e gaffeur, come la grave anticipazione dell’operazione contro la criminalità nigeriana. E così il ministro mediaticamente più sovraesposto d’Europa (ieri ha praticamente parlato tutto il giorno, tra giornalisti, dirette Facebook e finanche la presentazione del libro di Bruno Vespa) si è all’improvviso trovato a giocare in difesa all’indomani dell’attacco confindustriale del fatidico partito del Pil. La reazione di ieri tradisce un notevole nervosismo: “Lasciateci lavorare”.

Perché è inutile girarci intorno: gli ultimatum di Boccia sono una sorta di ultima chiamata alla Lega nazionalista di Salvini in funzione antigrillina. Uno degli imprenditori interpellati in tv ha fatto un esempio chiaro: “Salvini merita il massimo per l’immigrazione ma due per lo sviluppo”. A questo, si sommano i dolenti mal di pancia dei governatori leghisti del Nord (in particolare Zaia) ormai insofferenti al contratto del cambiamento sottoscritto da Lega e Cinquestelle. È l’ampio fronte che reclama le opere pubbliche. Ambienti di governo riferiscono che Salvini avrebbe in mente di risolvere la grana Zaia offrendogli un posto da commissario europeo. Ma il problema non è il destino personale dell’attuale governatore del Veneto. Piuttosto sono i milioni di voti che il Capitano ha rastrellato in tutto il Nord. Scaricare completamente su Conte la trattativa con Bruxelles sulla manovra è stata un’abile mossa tattica (una foto con Juncker, Salvini non l’avrebbe mai fatta) ma lui e la Lega cominciano ad avere il fiato corto. E gli effetti della marcia dell’8 dicembre rischiano di essere annullati già il 13, quando a Milano ci sarà un’altra grande manifestazione del partito del Pil, organizzata dalle piccole imprese.

Il decreto Sicurezza e le leggi razziali del ’38: botta e risposta tra Nannucci e Montanari

Ho grande ammirazione per la levatura scientifica di Tomaso Montanari in materia storico artistica, ma non posso non esprimere vivo stupore e netto dissenso da alcune delle tesi che l’illustre professore esprime sul Fatto Quotidiano di oggi 1 dicembre. Su una sola tesi di quello scritto concordo pienamente: la critica severa sulla tassa delle rimesse dei migranti, della cui legittimità si deve seriamente dubitare.

Tutto il resto mi sembra privo di ogni consistenza logica. A partire dall’incipit, in cui si afferma che il decreto Sicurezza riproduce un razzismo analogo a quello delle leggi razziali di cui ricorre l’ottantesimo anno. Bambini ebrei cacciati di colpo dai banchi di scuola in cui fino a un minuto prima sedevano accanto ai loro compagni; professori e insegnanti, licenziati in tronco, con decreto del prefetto. Di fatto ridotti alla fame. E non parlo della deportazione; e di tutto quello che ne seguì.

Ricordare strumentalmente per eccesso di parte una delle più grandi infamie che il Paese sofferse in quei giorni – una delle tante per la verità – non è degno di un uomo di cultura. E indebolisce per faziosità l’intero discorso politico.

Ma vi sono altre forzature. Come l’indignazione espressa per la possibilità di revoca dell’asilo politico per furti in appartamento. Credo sia di comune buon senso che se un ospite accolto in casa tua ti deruba, sia legittimo invitarlo ad andarsene. Che poi si insorga contro la revoca della cittadinanza acquisita per terrorismo, appare altrettanto sorprendente: non è dovere dello Stato proteggere i cittadini contro attentati terroristici, espellendo coloro che si valgono della cittadinanza concessa per compiere stragi?

Si ricorda poi quanto si legge in un prezioso libro di dieci anni fa, nel quale si narrava che la giunta di sinistra guidata da Leonardo Domenici con l’assessore – sceriffo Graziano Cioni che aveva imposto il divieto per i rom di lavare i vetri delle auto, venisse sconfessata dalla Procura Nazionale Antimafia guidata da Piero Vigna. Si tratta di un curioso incidente informativo: Piero Vigna come Procuratore nazionale antimafia aveva ben altri compiti da curare, che non la violazione di un regolamento comunale in quel di Firenze. Il procuratore che stigmatizzò come illegittimo quel provvedimento, non fu Piero Vigna, ma il sottoscritto, all’epoca procuratore circondariale.

Già procuratore capo a Firenze, socio di Libertà e Giustizia

Gentile Nannucci, nessun incidente informativo: lei scrisse una lettera al sindaco (ho puntualmente ricordato l’intervento della Procura), Vigna un durissimo articolo sulla Nazione (31 agosto 2007).

Veniamo alle cose serie. La sostanziale abolizione del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie farà espellere da un giorno all’altro dalle scuole italiane bambini e ragazzi neri. E non trovo alcuna altra motivazione a un provvedimento come questo (che va contro la Costituzione e contro ogni possibile utilità del popolo italiano) se non l’odio razziale. In questo momento non c’è un’emergenza migranti. I veri problemi della criminalità sono italianissimi. L’economia ha bisogno di chi viene qua in cerca di vita e lavoro. L’unica ragione per perseguitarli è l’imprenditoria della paura praticata da un rilevante arco di forze politiche. La cittadinanza ai terroristi: allora che la si tolga anche agli italiani nativi. Una cittadinanza di serie b è fatta solo per alimentare odio, risentimento e, potenzialmente, terrorismo. Infine: revocare l’asilo politico equivale di fatto in molti casi a una condanna a morte. Una pena adeguata per il furto in appartamento, secondo il procuratore Nannucci?